Radio e siti in dialetto per essere ascoltati

Il Messaggero Veneto è la testata storica di Udine. Fondato nel 1946, fa parte del gruppo Finegil, che riunisce i quotidiani locali del gruppo Espresso-Repubblica. È stato il primo quotidiano italiano a colori, fin dagli anni Sessanta. È stato diretto per due anni, dal 2014 al 2016, da Tommaso Cerno, che ora ha scelto di fare il parlamentare del Pd. L’attuale direttore è Omar Monestier. Vende 40 mila copie e presidia tutto il Friuli, dalla Carnia alla bassa, fino al Pordenonese. Non lo insidiano i giornali concorrenti, Il Gazzettino, che ha un’edizione friulana ma gravita sul Veneto, e Il Piccolo, diretto da Enzo D’Antona, che resta il giornale di Trieste.

Le tv locali che fanno informazione sono Telefriuli e Udinese Tv. La prima è controllata dalla Danieli, multinazionale degli impianti siderurgici che ha comprato anche il settimanale Il Friuli, un tempo indipendente. Udinese Tv è invece della famiglia Pozzo, proprietaria dell’Udinese Calcio.

A tentare la strada dell’informazione libera e delle inchieste indipendenti sui poteri locali è il sito FriuliSera, animato da Fabio Folisi, che fino al 2015 dirigeva Il Quotidiano del Friuli Venezia Giulia, free press nata dall’esperienza di E-polis.

Ormai in declino è La vita cattolica, settimanale della Diocesi di Udine che un tempo era il giornale più letto e influente della regione, spesso critico del potere (allora democristiano) in Friuli. In crescita invece il sito web Il Perbenista, “l’unica testata senza bavaglio: satira, gossip e attualità” (così si presenta), fondata e animata da Marco Belviso, che si definisce non giornalista, ma “blogger”. A chi gli dice che è il Dagospia del Friuli Venezia Giulia, risponde: “Sì, va bene, ma io sono molto più bello di Roberto D’Agostino”. Va all’assalto soprattutto della politica e dell’amministrazione pubblica. Dichiara 30 mila visualizzazioni quotidiane e più di 8 mila “amici” della omonima pagina Facebook. Vanta come scoop la scoperta, anni fa, dello scandalo delle escort in un albergo di Udine frequentato anche da politici e imprenditori locali e, più recentemente, le “rivelazioni” sul passato di Tommaso Cerno candidato di Alleanza Nazionale, ma anche il racconto delle consulenze della Regione assegnate a un avvocato del Pd e dei finanziamenti a piccoli imprenditori del turismo diffuso che erano anche consiglieri regionali dem.

C’è una radio, molto ascoltata, che trasmette solo in friulano: Radio Onde Furlane. E c’è anche un Facebook tutto in friulano: si chiama Facecjoc e “cjoc”, tanto per intenderci, vuol dire ubriaco.

Danieli, il potere è d’acciaio: giornali, tv, politica e inchieste

In una città di avvocati (1.095), commercialisti e commercianti, il potere è diffuso. Eppure a Udine ci sono personaggi più potenti di altri. Gianpietro Benedetti, per esempio, è sconosciuto ai più. Ma è il presidente della Danieli di Buttrio, colosso multinazionale con sito web in inglese e in cinese: l’italiano non serve, a uno dei leader mondiali nella produzione di impianti siderurgici, con più di 10 mila dipendenti, che costruisce acciaierie in Russia e nei Paesi arabi, in Brasile e in Corea. Grossi numeri, ma anche grossi guai, per la multinazionale silenziosa: la procura di Udine, guidata da Antonio De Nicolo, gli ha contestato un’evasione e frode fiscale di 80 milioni di euro, su una cifra totale di circa 280 milioni nascosti al fisco. La Procura aveva indagato anche per corruzione internazionale, ma l’accusa è caduta, perché era corruzione tra privati commessa all’estero: è stato impossibile capire se i personaggi coinvolti ad Abu Dhabi erano pubblici ufficiali. Presidente di Confindustria Udine, appena subentrata a Matteo Tonon, è Anna Mareschi Danieli, 36 anni, laurea in Bocconi, vicepresidente e direttore finanza della multinazionale di Buttrio. Anna è la figlia della mitica Cecilia Danieli, la “signora di ferro” che negli anni Ottanta prese la guida del gruppo e lo portò fuori dalla crisi del settore siderurgico.

Tra in nuovi potenti, spicca invece Sergio Bini, che viene dal mondo delle coop. Ha fatto crescere la sua Euro&Promos, cooperativa di servizi, pulizie e facchinaggio, fino a farla diventare un colosso, insieme alla “sorella” Gsa spa, da 8 mila addetti e 110 milioni di fatturato. Recentemente ha trasformato Euro&Promos in società per azioni, versando una decina di milioni di euro al Fondo mutualistico delle cooperative. Insieme al passaggio aziendale, ha fatto quello politico: Bini si è schierato con la Lega e ha dato vita a Progetto Fvg, che vedremo all’opera ad aprile alle prossime regionali.

Antonio Maria Bardelli è il re dei centri commerciali. Il suo “Città Fiera”, alle porte di Udine, con il recente investimento di 35 milioni di euro diventa il più grande d’Italia. A metà tra politica e affari Massimo Blasoni, che è stato vicecoordinatore regionale di Forza Italia, ma che soprattutto è il fondatore e guida di Sereni Orizzonti, uno dei principali gruppi italiani nel settore della gestione e costruzione di residenze sanitarie per anziani, con 68 strutture in tutta Italia. Ex democristiano, Blasoni già negli anni di Mani pulite ha patteggiato una condanna per Tangentopoli. Alle elezioni del 4 marzo non gli hanno dato un posto in lista e lui ha reagito: “Lascio la politica”.

Anche Udine è stata colpita dalla crisi delle banche. Veneto Banca e, soprattutto, Popolare di Vicenza (che nel 1998 aveva inglobato la Banca Popolare Udinese) hanno lasciato uno strascico di storie drammatiche e risparmi polverizzati. “Ben 1,6 miliardi andati in fumo, 16 mila persone coinvolte, la maggior parte in città”, racconta Barbara Puschiasis, di Consumatori Attivi, fondata a gennaio 2018 dopo una brutta rottura con la Federconsumatori-Cgil che aveva scelto la linea morbida nei confronti delle banche venete. Sono invece 12 mila i soci della Coopca, la Cooperativa carnica (supermercati) fallita bruciando i risparmi di 3 mila “soci prestatori” che avevano lasciato i loro soldi, un tesoretto di circa 30 milioni, alla coop che li aveva raccolti sotto forma di prestito sociale: una piccola Etruria del Nordest. Brutta storia di soldi, politica e finanziamenti alle imprese è anche quella del Mediocredito, la banca della Regione Friuli Venezia Giulia che dovrebbe aiutare lo sviluppo delle aziende locali. Dopo una denuncia dei Cinquestelle è partita un’inchiesta giudiziaria – ipotesi di reato: concorso in bancarotta e mendacio bancario – che sta cercando di ricostruire come sono stati impiegati i soldi e a chi sono stati dati i finanziamenti. Mediocredito ha chiuso il 2016 in rosso di 76 milioni di euro, il doppio del 2015 e quasi tre volte quello del 2014 (28,5 milioni).

Tra i politici, oggi il più influente è senza dubbio Massimiliano Fedriga, della Lega: ha il difetto di essere triestino – e i friulani non amano i giuliani – ma è telegenico e gentile: quanto basta per surclassare i colonnelli locali di Forza Italia. Senza alcun potere, ma con l’influenza morale di chi lavora per gli altri, è don Pierluigi Di Piazza, il prete che accoglie gli immigrati. Su Udine, città di professionisti e professori, aleggia anche l’ombra delle logge. Ce ne sono tre del Grande Oriente d’Italia, la “Philalethes”, la “Azzo Varisco” e la storica “La Nuova Vedetta”. “Sì, c’è anche la massoneria”, commenta l’ex sindaco Furio Honsell, “ma è blanda, è soft: come tutto qui a Udine”.

Non solo record di librerie, oggi si punta anche sul tajut di vino

Alla destra che diffonde paura e fa campagna elettorale sulla pelle dei migranti, il sindaco uscente di Udine Furio Honsell ricorda: “Il Friuli è sempre stato terra di emigranti. A Toronto, in Canada, ci sono tanti friulani quanti a Udine”. Per secoli è stata fuga dalla miseria contadina. Oggi l’emigrazione è cambiata, ad andare all’estero sono i figli che hanno studiato. “Io ne ho uno a Londra e uno a Tokio”, racconta lo scrittore Paolo Medeossi. “Tanto in ogni città del mondo c’è una sede del Fogolar furlan che riunisce gli emigrati. E perfino a Shanghai è appena stato aperto un locale friulano, il Mandi mandi”. “La rinascita del Friuli è cominciata con la ricostruzione dopo il terremoto del 1976”, spiega Honsell. E Udine, dopo il terremoto, è rifiorita con la fondazione in città dell’università, di cui il sindaco uscente è stato professore di matematica e per otto anni rettore. “La città non la voleva”, ricorda Medeossi, “aveva paura che, come a Trento, portasse la contestazione e la rivolta. Invece sono arrivati tanti giovani, che sono un affare anche economico per la città”. Il vanto di Udine ha a che fare con la cultura: “Siamo la città con il maggior numero di librerie per abitante al mondo, dopo Buenos Aires”, dice sornione Honsell. Chissà se è vero, se la sua classifica è attendibile. Certo che Udine ha venti librerie, otto case editrici, sedici biblioteche, quindici musei, tre teatri, cinque cinema. Ogni giorno le librerie si animano e si affollano per presentazioni, incontri, dibattiti. Sono oltre 60 mila i visitatori, ogni anno, del Far East Film Festival, il più grande festival del cinema asiatico in Europa. Qui l’Istituto tecnico Malignani sforna centinaia di periti preparatissimi. “È una tradizione di Udine, quella del sapere tecnico e manuale, della genialità concreta”, dice Medeossi, “in continuità con quell’Arturo Malignani che nell’Ottocento andò in America a presentare a Thomas Alva Edison la sua invenzione che perfezionava la lampadina”. Udine fu la terza città in Europa con l’illuminazione elettrica, dopo Milano e Londra, e grazie a Malignani aveva le lampadine migliori al mondo. Ora la gara con il mondo, qui, si fa con i vini.

Udine rivoltata. La bella annoiata si concede a Salvini

“Torna a Udine, torna a Udine, what have New York that Udine don’t have?”. Così canta Ruggero dei Timidi, versione friulana di Elio e le Storie tese. Già: “Cos’ha New York che Udine non ha?”. La capitale del Friuli è così ai margini dell’Italia da sentirsi al centro del mondo. Città tranquilla, soddisfatta e orgogliosa, poco meno di 100 mila abitanti, meno di un omicidio all’anno, al decimo posto tra le città italiane per qualità della vita, al quarto come ambiente e servizi. “Opulenza annoiata”, secondo il sociologo Marco Orioles, siciliano adottato dal Friuli. Città di avvocati e commercianti, fiera dei suoi negozi eleganti e delle 65 osterie censite come locali storici dove ci si incontra e si beve il tajut (il calice di vino).

A leggere i giornali locali il problema più grave della città è la pavimentazione della centralissima via Mercatovecchio, che ha scatenato una vivace polemica tra il sindaco Furio Honsell, che la voleva rivestire di pietra piasentina e rendere pedonale, e i commercianti, che invece la vogliono lasciare com’era. Non è proprio un’emergenza nazionale. “I negozianti”, spiega Honsell, “credono di essere danneggiati dalla pedonalizzazione, ma semmai sono danneggiati dai centri commerciali che assediano la città”. Honsell – Pd poco renziano – ha lasciato dopo due mandati la sua poltrona per candidarsi alle prossime regionali. La presidente della Regione, Debora Serracchiani – Pd molto renziana – ha lasciato invece il Friuli per candidarsi alla Camera: non voleva rischiare una sconfitta alle regionali (che si terranno il 29 aprile insieme alle comunali a Udine). Ma è arrivata la disfatta del 4 marzo, con il Pd sceso al 18 per cento. Serracchiani ha perso nel suo collegio ed è stata recuperata soltanto grazie ai voti della lista Bonino travasati al Pd perché +Europa non ha raggiunto il 3 per cento.

La sinistra, almeno secondo i sondaggi, ad aprile perderà sia Udine sia la Regione. Trieste l’ha già persa nel 2016 con l’arrivo del sindaco Roberto Dipiazza (Forza Italia, poi Ncd). Ad ascoltare le voci della città, Serracchiani non ha governato poi così male, anche perché la Regione autonoma Friuli Venezia Giulia ha tanti soldi da spendere e può accontentare (quasi) tutti. Ma è stata trascinata in basso dall’effetto Renzi: Matteo l’ha voluta al suo fianco come vicesegretario nazionale del Pd e il suo declino nel Paese ha coinciso con il declino di Debora in Friuli.

Per sostituire Honsell e Serracchiani si stanno scaldando i campioni del centrodestra locale: alle comunali Pietro Fontanini (Lega) dovrebbe sfidare Vincenzo Martines (Pd); alle regionali Riccardo Riccardi (Forza Italia) dovrebbe confrontarsi con Sergio Bolzanello (Pd), che è stato vicepresidente a fianco della Serracchiani. Dovrebbe: perché in Friuli la Lega ha preso il doppio dei voti di Forza Italia e ora a Riccardi, ritenuto troppo debole, potrebbe sostituirsi Massimiliano Fedriga, ex vicecapogruppo della Lega alla Camera, che ha posto di fatto la sua candidatura a presidente della Regione, forte di sondaggi che lo danno avanti di 6-9 punti rispetto all’alleato di Forza Italia. Il centrosinistra, che amministrava Udine, Trieste e anche la Regione, rischia di perdere tutto. “Ha dimenticato due settori che da noi sono cruciali per costruire consenso”, spiega Stefano Stefanel, commentatore del Messaggero Veneto, “la scuola e il volontariato. Sì, il volontariato sociale, sportivo e culturale, lasciato alle destre. Dieci anni fa, Honsell si presentò dicendo, metà in inglese e metà in friulano: ‘Yes, si pues’, sì, si può. Dieci anni dopo chi ancora spera nel centrosinistra si limita a dire: ‘Faseit alc’, fate qualcosa”. “Udine è una città che ha uno strano rapporto con il potere”, mi racconta Paolo Medeossi, una vita da giornalista al quotidiano locale, il Messaggero Veneto, e ora autore di un delizioso libretto, La città che inizia per U, che svela i segreti di Udine. “È una confederazione di stati d’animo, è la capitale di una regione che non la riconosce. A Udine, città della Serenissima, la classe dirigente parlava una variante del veneziano, circondata da una provincia di 500 mila persone che parlano orgogliosamente il friulano, la marilenghe (madrelingua)”.

I numeri uno della città vengono tutti da fuori: il sindaco dimissionario Honsell è nato a Genova da famiglia triestino-mitteleuropea; la presidente uscente della Regione, Serracchiani, è romana; il rettore dell’università, Alberto De Toni, viene da Padova; il vescovo, Andrea Mazzocato, da Treviso; il direttore del Messaggero Veneto, Omar Monestier, da Belluno. Il Messaggero è “il giornale del Friuli”, com’è scritto sotto la testata, ma è anche l’unico quotidiano che prende il nome da una regione con cui il Friuli non sopporta di essere confuso: quel Veneto da cui i friulani hanno appena strappato, con un referendum, Sappada, ora il più importante centro turistico montano del Friuli. Il Veneto cerca di rifarsi rivendicando l’invenzione del tiramisù, conteso tra le due regioni. Ma forse entrambe lo hanno copiato dall’Austria imperiale.

Qui piccolo (forse) è bello. Di certo è tranquillo. Ma soprattutto è frazionato, diviso, separato, frammentato: il Friuli dalla Venezia Giulia, Udine da Trieste, ma poi anche Udine dalla sua provincia. Qui una contraddizione tira l’altra: questa è una città moderata, che nella Prima Repubblica votava Dc e oggi premia il centrodestra; eppure da quando vota il sindaco per elezione diretta ha sempre scelto personalità un po’ pazze e un po’ geniali targate centrosinistra, da Enzo Barazza dell’Ulivo a Sergio Cecotti, fisico, autonomista e “benandante”, fino a Furio Honsell, il matematico ex ospite fisso di Fabio Fazio che ogni 25 aprile canta a squarciagola “Bella ciao” in piazza. La sua ultima sfida l’ha giocata con i commercianti del centro che non vogliono la pedonalizzazione. Ma a insidiare i loro affari, semmai, sono i centri commerciali dei Comuni attorno. Il Friuli Venezia Giulia ha 687 metri quadri di Gdo (grande distribuzione organizzata) per mille abitanti, record italiano tra le regioni. Il Veneto, per dire, è a quota 533, la Lombardia 472. Udine è prima per Gdo anche tra le province italiane, con addirittura 802 metri quadri per mille abitanti, seguita, a 762, dalla non lontana Gorizia. Il “Città Fiera” di Antonio Bardelli è il centro commerciale più grande d’Italia. Sono primati di cui gli udinesi non vanno fieri. Attorno alla città-salotto, orgogliosa della sua quattrocentesca Loggia del Lionello, del cinquecentesco tempietto di San Giovanni, del duecentesco Duomo, i centri commerciali hanno sostituito le industrie siderurgiche che hanno chiuso i battenti (come le acciaierie Bertoli, la Safau) o che si sono trasferite altrove (come la Abs di Cargnacco, la Danieli di Buttrio, la Pittini di Osoppo). Dopo che il marchio è stato comprato dalla multinazionale Heineken, ha chiuso anche la fabbrica della Birra Moretti, con il suo simbolo, il vecchio friulano con baffi, cappello e boccale in mano, che oggi è stato trasformato in un personaggio paraculo da spot tv. Nel 2008, prima della crisi, c’erano 5.200 imprese manifatturiere con 61 mila occupati. Oggi sono 4.500 e gli occupati sono scesi a 54 mila. C’è stato il declino delle acciaierie e il crollo del distretto della sedia. Eppure la disoccupazione è inferiore alla media nazionale. E il benessere resiste: si vede nei locali affollati, osterie e ristoranti dove non si riesce a mangiare e bere male neppure se ci si impegna.

“Siamo forti nell’Industria 4.0”, proclama Matteo Tonon, ex presidente di Confindustria Udine. “Siamo al settimo posto nella classifica dei brevetti di design in Europa, abbiamo tassi alti d’innovazione e ricerca”. Resta forte il settore pubblico. Su circa 500 mila occupati nella regione, ben 85 mila sono dipendenti pubblici, quasi uno su cinque. Sono 14 mila quelli del “comparto unico” che raccoglie i dipendenti di Regione, Province, Comuni, Consorzi, con stipendi più alti rispetto, per esempio, al Veneto (circa 3 mila euro in più all’anno). L’età media a Udine (47,2 anni) è più alta della media italiana (44,9). La natalità (6,7 nati all’anno ogni mille abitanti) è più bassa (7,8). Più di un quarto dei cittadini (26 mila) ha più di 65 anni. Tanti, in compenso, gli universitari (16 mila). Quasi 14 mila gli immigrati ufficiali, più un migliaio di profughi o irregolari che sono diventati anche qui un tema politico agitato dalle destre, soprattutto nella fase in cui erano stati concentrati nella ex caserma Cavarzerani. Proteste sui social quando come Mister Friuli Venezia Giulia è stato eletto Alioune Diouf, 18 anni, senegalese. “A me piace la polenta e frico”, ha ribattuto il ragazzo. E che cosa c’è di più friulano del frico?

Dai trasporti alla scuola, oggi giornata di scioperi

Disagi in vista oggi per la raffica di scioperi che coincidono con le manifestazioni per la festa della donna. Scuola, sanità e trasporti sono a rischio caos per lo sciopero generale proclamato dall’Usb a cui si aggiungono, anche se solo in alcuni casi, quelle delle sigle confederali. Dalle 13 alle 17 è in programma lo sciopero dei controllori di volo aderenti a Filt-Cgil, Fit-Cisl, Uiltrasporti, Ugl-Ta e Unica. Alcuni lavoratori dell’Enav incroceranno le braccia per un periodo più lungo, 8 ore dalle 10 alle 18, all’aeroporto di Roma-Fiumicino se facenti capo a Ugl-Ta e Unica. Proprio per l’agitazione dell’Enav, Alitalia ha già annunciato delle cancellazioni, assicurando però la ‘ricoperturà in giornata per il 75% dei passeggeri coinvolti. Usb, Cobas e Usi hanno indetto uno stop di tutti i lavoratori del comparto ferroviario per l’intera giornata (da mezzanotte alle 21.00), l’Orsa dei macchinisti dalle 9 alle 16 e i Cub dei lavoratori dei trasporti per gli appalti di numerose cooperative. Trenitalia ha assicurato che le Frecce circoleranno regolarmente, così come i treni per l’aeroporto. Bus e metro saranno quindi a rischio con modalità diverse da città a città

La Boccassini torna: sarà capo del pool contro la corruzione

Ilda Boccassini torna a guidare un dipartimento della Procura di Milano: quello sulla corruzione, che si occupa dei reati contro la pubblica amministrazione, erede del pool di Mani pulite. Era stata costretta a lasciare la guida della Direzione distrettuale antimafia dalla norma (spesso criticata perché disperde esperienze) che impone la rotazione dopo otto anni. Ed era decaduta anche dalla carica di procuratore aggiunto. Ma ora, da “sostituto procuratore anziano”, coordinerà il dipartimento forse più cruciale della Procura milanese.

È l’effetto più visibile della riorganizzazione degli uffici varata dal procuratore della Repubblica Francesco Greco. Boccassini prende il posto della collega Giulia Perrotti, costretta ad allontanarsi dal lavoro per motivi personali, ed è finalmente soddisfatta, dopo l’ipotesi di essere “confinata”, con la sua esperienza investigativa, alla sezione Misure di prevenzione. Coordinerà un gruppo composto, tra gli altri, da Paolo Filippini e Giovanni Polizzi, dai pm dei casi Telecom e Mps, Stefano Civardi e Giordano Baggio, da Piero Basilone, con una lunga esperienza in reati di terrorismo, da Maurizio Ascione, autore di numerose indagini sui morti per amianto, da Luca Poniz, esperto di reati contro la pubblica amministrazione. Non entreranno nel dipartimento Luca Gaglio, il pm del caso Ruby, “bocciato” perché troppo giovane di servizio, e Gianluca Prisco, perché a giudizio del procuratore “non ha attitudini specifiche per le materie trattate”.

A sostituire Ilda Boccassini al dipartimento antimafia è già andata Alessandra Dolci, che ora ha nella sua squadra Silvia Bonardi e il pm rugbista (in serie B) Stefano Ammendola. “Bocciata” la pm Paola Pirotta, che si è occupata di indagini sull’ambiente e sul terrorismo internazionale.

Valtur a un passo dal crac: mille lavoratori con il fiato sospeso

Richiesta di concordato preventivo per Valtur, lo storico brand del turismo Made in Italy che con i villaggi ha cambiato le vacanze degli italiani e ha fatto la fortuna di star come Fiorello. Si chiude così la gestione della Investindustrial, il fondo d’investimento che fa capo al Re Mida del private equity italiano, Andrea Bonomi, che nell’aprile 2016 ha rilevato 13 strutture investendo 100 milioni di euro per creare un gruppo turistico leader nell’area del Mediterraneo, ma che ha solo accumulato decine di milioni di debiti, soprattutto verso i fornitori.

La richiesta, presentata al Tribunale di Milano, concede all’azienda fino a 120 giorni di tempo per presentare un piano di ristrutturazione e risanamento. Se questo non dovesse accadere, si passerà al fallimento. “Un atto gravissimo e irresponsabile intrapreso senza che sia stato svolto alcun incontro, nemmeno informativo, con le organizzazioni sindacali. Aprire la strada di un concordato senza ipotesi industriale, dimostra che non c’è nessun piano alternativo”, denuncia Luca De Zolt, della Filcams Cgil Nazionale che già due giorni fa è riuscito a ottenere un incontro con il Ministero dello Sviluppo per il 15 marzo. Sul tavolo c’è il futuro occupazionale di oltre mille lavoratori: 100 sono i dipendenti nella sede di Milano, a cui si sommano gli stagionali nel periodo estivo e l’indotto.

La crisi della società sta covando da tempo e già una settimana fa è scattato il blocco delle prenotazioni per la prossima stagione, nonostante sull’home page del sito campeggi ancora la scritta “Quest’inverno regalati l’estate. Prenota con Valtur entro il 3 aprile per risparmiare fino al 25%”. La decisione dello stop è stata presa dopo una serie di giornate concitate e in concomitanza con l’arrivo dell’ex amministratore delegato di Alitalia, Gabriele Del Torchio, in qualità di advisor per far fronte al momento delicato.

I sindacati temono che la richiesta del concordato preventivo con riserva consentirà all’azienda di disinnescare eventuali azioni esecutive da parte dei creditori e di creare una newco in cui far confluire business e attività, lasciando alla vecchia Valtur debiti e contenziosi pregressi. Lo stesso piano che Del Torchio ha realizzato con l’ex compagnia di bandiera nel 2014.

Intanto è stato dato l’annuncio di drastici tagli dei villaggi turistici: prossimamente sul mercato ne arriveranno almeno 8 o 9. Il gruppo dovrebbe, infatti, tenere solo alcuni pezzi pregiati, tra cui il Tanka in Sardegna. Una partita che si incrocia con un’altra, quella di Invitalia: la società, attiva nel settore dei villaggi turistici, sta seguendo diversi progetti di sviluppo nel settore.

La crisi di Valtur parte da lontano: nel 2011 viene avviata una procedura concorsuale, dopo aver accumulato debiti per 300 milioni di euro. Arriva l’amministrazione straordinaria fino al 2013 quando il gruppo viene rilevato da Orogroup, della famiglia Ljuljdjuraj, e tra i soci con il 42% c’era Nem della Popolare di Vicenza. A distanza di tre anni il fondo Investindustrial, che fa capo ad Andrea Bonomi, rileva il gruppo e investe 100 milioni per ripianare le perdite e per un aumento di capitale.

I sindacati puntano il dito anche contro l’ad di Valtur, Elena David, che non avrebbe sviluppato “un vero rilancio dell’azienda”. Nel 2017 il bilancio si è chiuso con un fatturato di circa 85 milioni e una perdita di 80 milioni, più o meno come nel 2016. A novembre scorso la società è riuscita solo a vendere alla Cassa depositi e prestiti tre dei suoi resort (Marilleva, Pila e Ostuni al prezzo di 43,5 milioni), di cui la società di Bonomi avrà la gestione per 30 anni.

A febbraio, tra i gruppi che si sono fatti avanti per rilevare Valtur c’è stato anche Th Resort. Una società che – in forte difficoltà economica come Valtur – ha ricevuto 20 milioni di euro da parte di Cdp per la cessione di due strutture.

Mail Box

 

Post elezioni: gli insospettabili sul carro dei vincitori

Ancora una volta mistificatori e “terroristi” dell’informazione sono stati smascherati. Le tv e la stampa di servizio, renziana e berlusconiana, (Sky e La Repubblica in testa) avevano alimentato un clima da paura, con scenari apocalittici in caso di vittoria dei 5 Stelle: “spread” impazzito, allarme rosso in Europa, borse in caduta libera. Invece, è tutto tranquillo. Ci siamo svegliati con lo “spread” praticamente stabile e la borsa di Milano che ha segnato l’1,75 di aumento! Marchionne, Confindustria (e perfino Scalfari!) a intonare peana ai nuovi salvatori della Patria. Di botto sono diventati i campioni di tutto: la nuova Sinistra e, al tempo stesso, i garanti di Confindustria e della stabilità europea.

Mario Frattarelli

 

Nuovo governo: impossibile con questa legge elettorale

Da quello che emerge dai talk, sarà molto difficile formare un nuovo governo. Ma allora a questo punto sul banco degli imputati dovranno salire le persone che hanno scritto e votato questa legge demenziale. A parte Rosato ormai introvabile e forse andato in un centro estetico ad Hammamet, i colpevoli sono Renzi, B. e Salvini. Ma ho un presentimento: la nuova legge elettorale la rifaranno loro.

Lettera non firmata

 

DIRITTO DI REPLICA

Gentile Direttore, ho letto con sconcerto un articolo pubblicato martedì dal Suo giornale – “I problemi per i 5 stelle arrivano ora” – e firmato da Massimo Fini. Tralascio le offese a Forza Italia e a Berlusconi – abitudini alle quali il Fatto Quotidiano non riesce proprio a sottrarsi – ma non posso soprassedere sulle falsità riportate nel pezzo in questione e che riguardano il mio pensiero sul post voto. Secondo Massimo Fini il sottoscritto, per tentare di formare un governo a guida centrodestra, vorrebbe “comprare o corrompere la sessantina di deputati mancanti”. Un vero e proprio insulto, una mistificazione inaccettabile della realtà che rispedisco al mittente e nei confronti della quale mi riservo di adire le vie legali per difendere l’onorabilità della mia persona e la verità dei fatti. Nelle analisi dei possibili scenari per la formazione di un governo, ho dichiarato nei giorni scorsi che potrebbero esserci dei cosiddetti “responsabili” a sostegno della maggioranza di centrodestra che ha vinto le elezioni, che in Parlamento si potranno formare gruppi di deputati e senatori concordi con questa ipotesi e che, naturalmente, l’operazione dovrà trovare il benestare del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. È incredibile affermare una cosa, scandirla bene, spiegandola con le relative motivazioni, e trovare poi sui giornali falsità e assurdità di questo tipo. Non è la prima volta che Massimo Fini utilizza simili squallidi mezzucci. Faremo in modo che perda il vizio…

Renato Brunetta, presidente dei deputati di Forza Italia

 

Gentile Direttore, abbiamo letto l’articolo apparso sul Fatto Quotidiano di ieri dal titolo “Il Paradiso delle Signore è l’inferno dei lavoratori” e riteniamo che descrivere le condizioni di lavoro in Rai – come ha fatto Roberto Rotunno – quasi fossero quelle dei minatori dei romanzi di Cronin, è quanto di più distante dalla realtà possa esserci. L’Azienda ha previsto un progetto industriale con l’obiettivo di fare del Centro di Produzione di Torino uno dei poli d’eccellenza della fiction, in grado di sviluppare un importante indotto sul territorio. Uno sforzo notevole che ha bisogno di tempi e modelli produttivi precisi. Ma nulla che non sia già previsto e disciplinato dal Contratto dei Lavoratori del Gruppo Rai. Proprio in ragione dell’impegno previsto (9 ore di lavoro settimanale per 5 giorni la settimana, 1 ora di intervallo per il pasto, possibilità di ricorso in via eccezionale alla sesta giornata), si è aperta una trattativa con la Rsu che prevede interventi di tipo economico e giornate di riposo extra contrattuali. Ieri si è tenuta presso il Palazzo di Città a Torino un’importante riunione che ha consentito di fare un passo avanti decisivo per il raggiungimento di un’intesa. Di questo Rai è grata alla Sindaca Appendino e all’Assessore Leon che hanno dato alle Parti l’opportunità concreta di riprendere il confronto interrotto e che hanno compreso la posizione dell’Azienda. Una posizione che certo non vuole in alcun modo ridurre tutele e diritti dei lavoratori, ma assicurare le condizioni per lo sviluppo del Centro di Produzione, consolidando di riflesso le garanzie occupazionali, purtroppo invece messe in discussione in altri contesti del mondo del lavoro.

Ufficio stampa Rai

Fa piacere leggere che l’ufficio stampa della Rai conferma tutto quanto scritto da “Il Fatto quotidiano” sulle problematiche esistenti attorno alla realizzazione de “Il Paradiso delle donne”. Più malinconico, invece, veder citare Archibald Joseph Cronin: infatti, lo sceneggiato televisivo (1964) della sua “Cittadella” fa tornare alla mente una grande Rai.

FQ

 

I NOSTRI ERRORI

La passione per la politica mi ha distratto dai miei casi e persino dai miei articoli. Solo adesso mi accorgo che lunedì 5 è apparso il mio articolo su Händel. In esso v’è un lapsus grave: ho scritto che il Maestro giunse a Roma ventisettenne: in realtà vi giunse ventitreenne, e a quell’età scrisse il grandioso Dixit Dominus.

Paolo Isotta

8 marzo. Ogni anno l’elenco delle vittime: come piangere sul sangue versato

 

Ho appena letto che ha aperto gli occhi Antonietta Gargiulo, la donna ferita dal carabiniere di Latina che la settimana scorsa ha sparato contro di lei, uccidendo le loro due figlie (prima di suicidarsi). Mi chiedo come potrà vivere d’ora in poi. Mi immagino che adesso per due giorni saremo tutti femministi ricordando la festa della donna, ma di questa signora – e di tutte le altre che vivono situazioni drammatiche – che ne sarà tra una settimana, passata l’indignazione?

Andrea Maffei

 

Gentile Andrea, nessuno al mondo vorrebbe essere nei panni di quella povera donna. Sopravvivere alle proprie figlie, uccise da un padre, quasi ex marito che per giunta prima di suicidarsi ha lasciato i soldi per la sua amante, è un dramma neanche lontanamente immaginabile. E quindi non sta a noi pronunciarci sul futuro della signora Antonietta. Però lei ha perfettamente ragione: siamo un popolo di ipocriti. Ogni anno, da che io ricordi, l’8 marzo stiliamo l’elenco delle donne uccise per mano di mariti, ex mariti, compagni ed ex compagni. Una spoon river degli omicidi (per favore, basta chiamarli femminicidi!) avvenuti tra le mura domestiche. E ogni anno ci indigniamo, protestiamo, chiediamo interventi legislativi, auspichiamo l’inasprimento delle pene per questi orchi (definirli uomini non è proprio il caso). Poi, finita la festa, gabbato lo santo. Il 9 marzo torna già tutto alla normalità, cioè al nulla. Da anni i centri antiviolenza sparsi per il Paese si reggono più sul volontariato che sui finanziamenti statali; le vittime che hanno il coraggio di recarsi in un pronto soccorso non trovano percorsi dedicati, con personale specializzato che sappia ascoltarle, sostenerle, indirizzarle e non solo curare loro le ferite. Quelle che denunciano, a meno di casi gravissimi, devono comunque rientrare in casa e continuare a subire violenze e maltrattamenti. E, anche nelle situazioni più gravi, sono le stesse donne a doversi allontanare per essere messe al sicuro. Non solo: non esiste alcuna idea “a lungo termine” su come prevenire abusi e omicidi. Mi riferisco alla totale assenza di educazione di genere nelle scuole, e con questo intendo un’educazione ai sentimenti, alle diversità, al rispetto dei ruoli e dell’indipendenza reciproca. La violenza sulle donne non è un problema delle donne. Fino a quando non diventerà un tema politico urgente (e serio), l’8 marzo continueremo a piangere sul sangue versato.

Silvia D’Onghia

L’equivoco risolto Gentiloni, che sognava altre panchine

Tra qualche giorno si capirà che il vero sconfitto di questa tornata elettorale è quell’equivoco che va sotto il nome di Paolo Gentiloni. Per mesi la popolarità del premier, il gradimento del premier, il desiderio di vedere confermato il premier è penetrato nel doloroso circolo della nostra appercezione da ogni sondaggio, da ogni rilevazione, in ogni cena in piedi che si rispettasse. Poi si vota, apri le urne e scopri che Gentiloni è ancora quel che è sempre stato: un simpatico comprimario senza un voto, uno che riesce a perdere le primarie del Pd a Roma con Ignazio Marino e David Sassoli, uno che è riuscito a passare per competente solo perché è arrivato dopo Renzi e Boschi. Siccome però delle bolle mediatiche, come del maiale, non si butta via niente, ieri Carlo Calenda – che ha appena lanciato un’opa ostile sul Pd iscrivendosi direttamente alla Direzione del partito – ha trovato per Gentiloni un nuovo ruolo: “Non è il segretario del Pd, ma il leader di fatto”. Quindi, ricapitolando: presidente del Consiglio non più, il segretario vuole farlo Calenda e il buon Paolo allora può fare il leader, che fa chic, non impegna e non conta nulla. Alla conferenza stampa di fine anno proprio a Gentiloni avevano chiesto se avesse più paura o voglia di entrare nella cosiddetta “riserva della Repubblica”. La risposta fu un piccolo capolavoro di sarcasmo romano: “Io sognerei altre panchine”. Ora però la notte è finita portandosi via i sogni e, se va di lusso, quella panchina è proprio quel che tocca a Gentiloni. Povero equivoco risolto, triste come un giorno di pioggia.