Moro, il sequestro della Repubblica

Il 16 marzo 1978, il giorno in cui il Parlamento doveva votare la fiducia al nuovo governo guidato da Giulio Andreotti che, per la prima volta dal 1947, avrebbe avuto il sostegno esterno del Pci, le Brigate rosse rapirono in via Fani Aldo Moro, allora presidente del Consiglio nazionale della Dc, e trucidarono i cinque uomini della sua scorta (Raffaele Iozzino, Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera e Francesco Zizzi).

Quel giorno entrarono in azione almeno una decina di brigatisti che sarebbero stati arrestati tutti – l’ultima, Rita Algranati, nel 2004 – tranne Alessio Casimirri, tuttora latitante in Nicaragua. Alcune testimonianze oculari attestarono la partecipazione all’agguato anche di due individui su una moto Honda mai identificati, una presenza però sempre negata dai brigatisti. In quella tiepida mattina romana che già anticipava una primavera rosso sangue, mentre, il presidente del consiglio incaricato Andreotti, raggiunto dalla notizia del rapimento di Moro, era aggredito da conati di vomito, iniziavano i 55 giorni più bui della storia della Repubblica.

Se i brigatisti avessero voluto uccidere Moro e basta, lo avrebbero fatto già il 16 marzo, insieme con la scorta. In realtà l’obiettivo della loro “propaganda armata” era più raffinato: eliminare l’ostaggio dopo avere destabilizzato il quadro politico e istituzionale mediante il suo rapimento, funzionale a distruggerne l’immagine sul piano civile e morale affinché il suo progetto di allargamento della base democratica dello Stato non avesse eredi. Il governo, con il sostegno del Pci, respinse con fermezza qualsiasi trattativa pubblica sin dalla giornata del 16 marzo secondo un doppio principio: il rifiuto di accettare un eventuale scambio di prigionieri, cedendo così al ricatto imposto dai brigatisti dopo avere ucciso cinque servitori dello Stato; la rinuncia a compiere qualsiasi atto che potesse implicare un riconoscimento giuridico delle Br in qualità di forza combattente poiché ciò avrebbe significato legittimare la violenza armata come metodo ordinario di lotta politica e propiziare nuovi sequestri. Come i brigatisti avevano preventivato, le lettere che il prigioniero cominciò a spedire ai suoi famigliari, al papa Paolo VI e ai principali uomini politici italiani e autorità dello Stato aprirono un lacerante dibattito tra le ragioni della fermezza e quelle della trattativa, che fece da corollario alla non meno insidiosa discussione se quelle missive fossero autentiche o estorte con la violenza.

A intorbidire le acque concorse la presenza in entrambi i fronti di quanti disprezzavano Moro e la sua politica di accordo con i comunisti al punto da guardare con cinica indifferenza alla sua scomparsa. Moro, infatti, era destinato quasi sicuramente a diventare capo dello Stato nell’autunno 1978, a coronamento dell’accordo raggiunto tra la Dc e il Pci, un’intesa foriera di ulteriori sviluppi che lo avrebbero visto nel ruolo di supremo garante istituzionale. Senonché, anche tra i seguaci della trattativa pubblica, in particolare tra gli esponenti del movimento extra-parlamentare, si celavano quanti, soffiando sul fuoco della necessità di un negoziato palese che portasse allo scambio dei prigionieri e a un riconoscimento delle Br, offrivano una comoda sponda all’iniziativa brigatista, alimentando un prevedibile irrigidimento tra le parti che avrebbe portato alla soppressione dell’ostaggio.

L’esecutivo e l’antiterrorismo, supportato da un esperto statunitense, Steve Pieczenick, inviato sullo scenario di crisi dal Dipartimento di Stato, adottarono una strategia a tre livelli: sul piano politico, quello pubblico e propagandistico, sostennero la linea della fermezza; riservatamente attivarono un canale di comunicazione con il mondo brigatista (così come consigliato da Pieczenick) che si servì dell’intermediazione dell’ex leader di Potere operaio Franco Piperno e dei suoi rapporti con ambienti giornalistici de L’Espresso e con alti dirigenti socialisti. Costoro provarono a imbastire un negoziato intorno a un atto unilaterale di clemenza dello Stato nei riguardi di un detenuto malato e costruirono una catena di contatti che raggiunse certamente la prigione giacché Moro ne accennò in una delle sue lettere. Sul piano segreto, dopo avere consultato il 3 aprile i segretari dei partiti di maggioranza e quindi anche Berlinguer che diede il suo assenso, il presidente del Consiglio Andreotti si disse disponibile a pagare un riscatto per ottenere la liberazione di Moro. Oggi sappiamo con certezza che la raccolta di questa somma coinvolse la famiglia pontificia e Paolo VI in persona, legato a Moro sin dai tempi della Fuci. Proprio durante il sequestro, Casimirri, presente con sua moglie in via Fani e appartenente a un’influente famiglia di cittadini del Vaticano, venne fermato dalle forze dell’ordine, ma rilasciato.

Col passare dei giorni l’operazione Moro rivelò una duplice dimensione simile a un gomitolo che invece di sciogliersi si ingarbugliava sempre di più: procedette come un normale sequestro di persona, tuttavia, in ragione della qualità dell’ostaggio, ebbe anche un rilievo spionistico-informativo, funzionale a raccogliere notizie segrete o riservate riguardanti la sicurezza nazionale e atlantica dello Stato. Ciò avvenne attraverso l’espediente mediatico del “processo al regime democristiano”. Gli originali di questo interrogatorio (il “memoriale”) sono a tutt’oggi scomparsi, mentre si sono recuperate, ufficialmente soltanto nel 1990 dentro l’intercapedine di un covo brigatista a Milano già perquisito nell’ottobre 1978 dalle forze dell’ordine e da allora rimasto sotto sequestro giudiziario, delle fotocopie dei manoscritti, incomplete, ma di sicuro autografe di Moro. Il tardivo ritrovamento di queste carte, avvenne soltanto dopo la caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda, ma l’interrogatorio risultò tagliato delle parti riguardanti, fra le altre cose, la fuga di Herbert Kappler, il golpe Borghese e il conflitto arabo-israeliano, incluso l’accordo di intelligence dell’ottobre 1973, cui l’ostaggio aveva accennato più volte in modo criptico in alcune lettere inviate a selezionati e informati destinatari. Si trattava di una serie di vicende intorno alle quali nel 1978 erano in corso delicate inchieste giudiziarie che coinvolgevano i vertici militari e dei servizi segreti italiani e stranieri (ad esempio il processo Borghese e quello relativo ad “Argo 16”). Di conseguenza le parti espunte riguardavano dei fatti ancora aperti sul piano giudiziario (di cui la conoscenza delle rivelazioni di Moro nel 1978 avrebbe potuto condizionare l’esito) oppure episodi relativi ai rapporti internazionali dell’Italia con Paesi amici, ad esempio con la Germania ovest, Israele, la dirigenza palestinese, tutelati da un vincolo di segretezza che si svolgeva lungo il tagliente filo della ragione di Stato. Quella ragione di Stato cui Moro aveva fatto esplicito riferimento nella sua prima lettera a Francesco Cossiga il 29 marzo, laddove aveva spiegato che “nelle circostanze sopra descritte entra in gioco, al di là di ogni considerazione umanitaria che pure non si può ignorare, la ragione di Stato. Soprattutto questa ragione di Stato nel mio caso significa […] che io mi trovo sotto un dominio pieno e incontrollato, sottoposto a un processo popolare che può essere opportunamente graduato […] con il rischio di essere chiamato o indotto a parlare in maniera che potrebbe essere sgradevole e pericolosa”.

Una giornata decisiva del sequestro Moro fu il 18 aprile 1978, quando, a pochi minuti l’uno dall’altro, avvennero due episodi altamente destabilizzanti. Una fuga d’acqua, volutamente provocata da una mano ancora ignota, fece scoprire il covo di via Gradoli, abitato da Mario Moretti, ossia da colui che stava interrogando l’ostaggio. Il nome di Gradoli, un paese in provincia di Viterbo, era emerso già il 2 aprile in una seduta spiritica organizzata da un gruppo di professori bolognesi, fra cui Romano Prodi, Alberto Clò e Mario Baldassarri. Le indagini avrebbero dimostrato che la polizia già il 18 marzo aveva interrogato gli occupanti dell’abitazione adiacente il covo di via Gradoli. L’appartamento in quei giorni era abitato da un’informatrice della polizia e dal suo sedicente fidanzato che, solo negli anni Novanta, dopo lo scandalo dei fondi neri del Sisde, si sarebbe scoperto essere stato nel 1978 domiciliato in uno studio commercialista collegato a società immobiliari di copertura dei servizi situate nello stesso stabile e in via Gradoli. L’espediente investigativo della seduta spiritica, a volte utilizzato dagli psicodetective angloamericani per nascondere le origini delle informazioni, sarebbe servito a coprire una fonte che, a rischio della sua stessa vita, stava segretamente collaborando con le autorità e che voleva, per ragioni politiche più che umanitarie, determinare il fallimento dell’operazione Moro, ma non l’arresto di Moretti e degli altri brigatisti, i quali restavano dei “compagni che sbagliano”.

Sempre il 18 aprile un comunicato apocrifo, realizzato da un abile falsario legato alla banda della Magliana e in rapporti con i servizi segreti italiani, di nome Antonio Chichiarelli, annunciava che il cadavere di Moro giaceva nei fondali del lago della Duchessa, in Abruzzo. Oggi, sulla scorta delle dichiarazioni rilasciate dal magistrato Claudio Vitalone, vicino ad Andreotti, nel processo per l’omicidio del giornalista Carmine Pecorelli che vide entrambi imputati e poi assolti, sappiamo che le forze dell’antiterrorismo confezionarono il falso comunicato per ottenere una prova dell’esistenza in vita di Moro, necessaria al proseguimento della trattativa. Le Brigate rosse, per smentire il comunicato, vennero costrette a divulgare il 20 aprile una foto dell’ostaggio con una copia de La Repubblica del 19 aprile e indicarono in “Andreotti e i suoi complici” i veri autori del depistaggio, cogliendo dunque nel segno.

Il falso comunicato servì assai probabilmente anche ad accreditare presso il Vaticano la figura di Chichiarelli, l’autore, come intermediario segreto, affinché il riscatto raccolto dal papa non finisse nelle mani dei brigatisti a finanziare la lotta armata, bensì in quelle di un personaggio controllato dagli apparati dello Stato anche se legato alla criminalità comune. Il piano del governo e dell’antiterrorismo fallì perché il Vaticano dovette subodorare l’inganno e non consegnò il denaro. L’accaduto, però, indusse Paolo VI a rivolgere il 22 aprile un accorato appello “agli uomini delle Brigate rosse” affinché rilasciassero Moro “senza condizioni”. Evidentemente perché quelle fino ad allora pattuite si erano rivelate mendaci e fosse possibile così riallacciare i fili di una trattativa non con degli impostori, ma con quanti effettivamente detenevano il prigioniero.

Ogni sforzo del papa, capo di uno Stato estero impegnato in un duro quanto nascosto scontro con il governo italiano che mal tollerava quell’ingerenza umanitaria i cui effetti destabilizzanti avrebbero avuto sanguinose ricadute sulle forze dell’ordine e sui cittadini italiani, fu inutile, come rivelano le ultime struggenti lettere di Moro alla moglie Noretta: “Vorrei capire con i miei piccoli occhi mortali come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo […]”; “Ora improvvisamente, quando si profilava qualche esile speranza, giunge incomprensibilmente l’ordine di esecuzione”. Incomprensibilmente. E già. Gli ultimi giorni di Moro rimangono oscuri non soltanto per le incongruità nelle versioni fornite dai sequestratori, ma anche perché l’ostaggio in diverse lettere e in una lunga parte del memoriale si mostrò certo di essere a un passo dalla liberazione tanto da spingersi a ringraziare i brigatisti per il loro atto di magnanimità (“io desidero dare atto che alla generosità delle Brigate Rosse devo, per grazia, la salvezza della vita e la restituzione della libertà”).

Rispetto alla versione ufficiale accertata in numerose inchieste giudiziarie (l’ultima è tuttora in corso mentre una nuova Commissione di inchiesta parlamentare ha indagato in questa legislatura) e in seguito ribadita in alcuni libri di memorie scritti dai brigatisti, la trepidazione dimostrata in quelle ore dagli ambienti della famiglia pontificia, da autorevoli ed esperti esponenti politici e dallo stesso prigioniero apparirebbe sul piano logico del tutto ingiustificata, ma evidentemente rinvia a un’altra dimensione della storia rimasta occulta.

Il fallimento del negoziato segreto ha contribuito ad alimentare un’area di opacità e di reciproco ricatto che ha condizionato i soggetti coinvolti nella vicenda: le linee della fermezza e della trattativa e quella della reticenza si sono paradossalmente rafforzate per sempre grazie alla scomparsa di Moro. Resta il fatto che il prigioniero è morto e che gli originali dei suoi scritti sono spariti: un epilogo sghembo e forse beffardo di una storia tragica nella sua asciutta ferocia, che ben presto, grazie alla penna di Leonardo Sciascia, si sarebbe trasformata nel cosiddetto Affaire Moro.

Il 9 maggio 1978 i sequestratori abbandonarono il cadavere di Moro nel cuore del centro storico di Roma, ai bordi del ghetto ebraico, a poche centinaia di metri dalla sede nazionale del Pci. Vale a dire in una delle zone più controllate al mondo dai servizi segreti al tempo della guerra fredda. L’operazione Moro vide la convergenza di interessi, a livello internazionale, tra il blocco orientale e quello occidentale e, a livello nazionale, tra un fronte reazionario (legato all’oltranzismo atlantico, alla destra anticomunista e ad ambienti massonici prossimi alla P2) e i gruppi rivoluzionari del “partito armato” intorno a una comune matrice sovversiva. Il principale obiettivo era continuare a destabilizzare l’Italia per stabilizzarla in senso centrista e moderato nell’ambito degli equilibri consolidati della guerra fredda stabiliti a Jalta che non potevano tollerare mutazioni di sorta. A causa della convergenza di queste forze, che pure agirono in modo autonomo l’una dall’altra, l’operazione Moro può essere considerata il punto più drammatico raggiunto dalla strategia della tensione in Italia.

Una settimana dopo la fine di Moro si votò per le elezioni amministrative in alcune città: la Dc aumentò i suoi voti, mentre il Pci, per la prima volta dal 1953 arretrò. Soltanto allora l’operazione Moro poté dirsi conclusa: l’Italia sarebbe sopravvissuta, senza però essere più la stessa. All’indomani della scomparsa dell’uomo politico, i suoi congiunti rilasciarono uno scarno comunicato: “La famiglia desidera che sia pienamente rispettata dalle autorità dello Stato e di partito la precisa volontà di Aldo Moro. Ciò vuol dire: nessuna manifestazione pubblica, o cerimonia o discorso, nessun lutto nazionale, né funerale di Stato o medaglia alla memoria. La famiglia si chiude nel silenzio e chiede silenzio. Sulla vita e sulla morte di Aldo Moro giudicherà la storia”. Uno schiaffo a forma di epitaffio a suggello di una tragedia italiana che, quarant’anni dopo, non ha smesso di interrogare la coscienza politica e civile del nostro Paese.

Il sogno di Renzi si reincarna in casa-Calenda

Carlo Calenda è uno che ha fatto le scuole alte e sa parlare in società senza sembrare il figlio del bancario del paese, insomma non è uno del giglio magico. A dirla tutta non era nemmeno del Pd pur essendo ministro di un governo del Pd, sennonché, come ha anticipato egli stesso su Twitter, ieri ha preso la tessera. Ma mica da militante: più da segretario-ombra, anzi da vice-premier, se non addirittura da aiuto-Presidente della Repubblica (esisteranno varie tipologie di tessera, nella gerarchia dei sempre meno tesserati del Pd, come le Cartafreccia di Trenitalia). Sul suo Twitter, da mesi, e ancor di più da quando sono cominciati a circolare i sondaggi sulla fine del Pd, fini analisi politiche calendiane si alternano a informazioni sulla spesa con la moglie e la Tv coi figli. La saga di “Casa Calenda” è a beneficio di tutti, ma Calenda, questo Potere forte pentito, predilige rispondere agli operai e ai delusi del Pd, che lo interpellano per sapere dove finirà la sinistra (lo chiedono a lui, giustamente, che a queste elezioni manco era candidato e l’ultima volta è stato con Scelta civica). Calenda ostenta vicinanza al popolo (“Gloria sono d’accordo con te. Si può ripartire solo se lo si fa insieme”) e al proletariato (congelando i licenziamenti della Embraco ha ricevuto molti like), senza slogan, senza acredine, al limite buttando lì una spigolatura da sagace figlio rampante del generone, di quelli che arrivano in Smart sgommando davanti a un bar di Ponte Milvio e scendono per un aperitivo facendo fare “bi-bip” alla chiusura automatica. Insomma il pacioccone Calenda – vitaminizzato nelle batterie della Confindustria montezemoliana prima, del Professor Monti poi – ha aspettato di veder passare il cadavere politico di Renzi, e al segnale convenuto del 18% ha capito che era il momento di provare a prendere il posto del detronizzato reuccio. Se non ora, quando? Così di quello, del Renzi ciarliero con dipendenza da social network, ha ripreso e invertito il codice, prima inaugurando su Twitter una specie di “Calenda risponde” perpetuo grondante simpatia interclassista, poi lanciando un’Opa sul partito più disgraziato del mondo, come i cacciatori di teste fanno con le aziende decotte. “Non bisogna fare un altro partito ma lavorare per risollevare quello che c’è”. Così da Signor Nessuno appena arrivato tra le rovine del centrosinistra, salamaleccato da tutti i maggiorenti del Pd che hanno preferito ringraziare lui invece che i sempre meno iscritti che ancora sovvenzionano il partito pro bono e senza nutrire ambizioni carrieristiche, il neo-tesserato dà ordini, minaccia, detta le condizioni per la futura formazione di un governo: “Se Pd si allea con M5S, il mio tesseramento sarà il più breve della storia”. Invece di far risuonare un tonante, monicelliano “e sticazzi” generale, i media ne mettono a parte “la base” preoccupandosi molto. E lo fanno “lanciare” da Gentiloni e dai renziani (Richetti su tutti, scompostissimo: “Preparo il comitato d’accoglienza! Che bella notizia! Si riparte alla grande”) a non meglio precisati ruoli da regista nella delicata fase.

Ecco che il sogno svanito di Renzi, il giovinotto che ha rottamato il Pd, si reincarna nell’ambizione di Calenda di macronizzare il Pd, di calendizzarlo al suono della grancassa dei media strafelici di aver trovato il nuovo salvatore della Patria, almeno finché non si accorgeranno che Calenda, nella società reale, non esiste, come non esisteva il partito della Bonino che Calenda ha sostenuto.

“Il punto non è essere o non essere elite il punto è proteggere e rappresentare chi non lo è”, (provenendo da quel genere di ambienti in cui si indossa la cravatta larga e non si conosce la punteggiatura, Calenda scrive élite senza accento, e dice pure che se ne intende): così ha parlato il neo-socio Pd Tessera Platino al popolo, che ogni tanto dimentica che quando chi è élite dice di voler proteggere chi non lo è c’è sempre da preoccuparsi.

Gli Asterix chic dem a Milano resistono soltanto in centro

Ognuno si consola come può. Il Pd lombardo lo fa festeggiando i buoni risultati ottenuti a Milano, che “si conferma”, gioisce il segretario metropolitano Pietro Bussolati, “il laboratorio di riformismo, inclusione e argine al populismo”. A guardare i risultati con un po’ più di distacco, si capisce che il Partito democratico ha poco da festeggiare. In regione il distacco tra il candidato di centrodestra Attilio Fontana e quello di centrosinistra Giorgio Gori è stato di 20 punti. Una batosta mai vista. La grancassa della propaganda diceva, in campagna elettorale: “Gori è a un soffio da Fontana, Gori può vincere, non disperdete il voto di sinistra dandolo ai candidati di Liberi e uguali o di Potere al popolo, perché proprio i vostri voti dispersi potrebbero portare i razzisti al governo della Regione”. Quando per convincere gli elettori fa leva sulla paura, la sinistra perde. Il gioco dello spauracchio riesce alla destra, che costruisce il consenso (anche) facendo leva sulla pancia e su inesistenti pericoli di “invasione”. A sinistra no: devi dare diritti, invece che toglierli. E tutti i diritti, primi fra tutti quelli sul lavoro, che invece è stato reso incerto, precario e insicuro. Poi quelli sulla cittadinanza, sulle scelte sessuali, sul finevita eccetera: importantissimi, ma che non vanno sventolati – e la sinistra spesso lo fa – come gadget sostitutivi dei diritti al lavoro, all’assistenza, alla salute, alla sicurezza.

Sconfitta secca, in Lombardia. Netta. Storica. Altro che distanza di un soffio: 20 punti. E non più per mano di un Silvio Berlusconi, o di un Roberto Formigoni. Ormai è Matteo Salvini il leader di una Lega che ha tolto il Nord dalla ragione sociale ma al nord trionfa, ribaltando le previsioni e strappando a Forza Italia la guida del centrodestra. Anche in Lombardia, anche se qui la Lega mostra la faccia più rassicurante del “maroniano” Fontana.

“Purtroppo il forte vento populista ha prevalso”, commenta sconsolato Bussolati, dando la colpa al vento, invece di interrogarsi sulle risposte (blowin in the wind) non date al popolo della sinistra, che anche qui ha votato Lega o Cinquestelle. “C’è un dato, però, che non possiamo ignorare: di fronte a una brutta sconfitta”, si consola Bussolati, “il dato di Milano è in controtendenza e positivo. Ora, però, non vogliamo e non possiamo chiuderci nel villaggio di Asterix”. Ecco. Il dato “positivo e in controtendenza” non è, in verità, quello di Milano, ma quello del centro di Milano. È solo nei quartieri del centro che il Pd vince. Gli Asterix chic sono Bruno Tabacci, che ha trionfato nel collegio Milano 1 (piazza Duomo), Lia Quartapelle, che ha vinto a Milano 2 (Porta Venezia), e Mattia Mor, l’ex tronista che è riuscito a prevalere a Milano 3 (Navigli). Tutto attorno, i quartieri anche semicentrali, e poi la periferia, hanno votato Lega e Cinquestelle.

“In centro a Milano, dove il Pd ha tenuto, vive gente ricca”, ha dichiarato il professore della Bocconi Pietro Stanig. “La ripresa economica dell’1,5 per cento c’è stata, ma concentrata solo in alcune zone molto privilegiate come questa città che ha una condizione economica non paragonabile al resto del Paese”. Risultato? “Una volta i lavoratori votavano a sinistra e la borghesia a destra. Adesso è il contrario”. Mentre il Pd si dava da fare per glorificare le magnifiche sorti e progressive di Expo, della fashion week e delle start up, il mondo reale delle periferie degli sconfitti della globalizzazione, dei disoccupati e dei precari hanno scelto Lega e i Neet – i giovani che non studiano e non lavorano – hanno votato Cinquestelle.

Pd-M5S, il dovere almeno di provarci

Anticipo la mia opinione: il Pd dovrebbe andare a “vedere” le carte dei 5 stelle. Sia chiaro: in un confronto serrato, condotto senza pregiudizi e senza sconti, su entrambi i fronti, dall’esito per nulla scontato. So bene che vi sono grandi difficoltà: profonde differenze politiche e programmatiche e un pregresso antagonismo spesso spinto sino alla reciproca demonizzazione. E tuttavia la politica è l’arte del possibile al limite dell’impossibile e la buona politica dovrebbe ispirarsi all’etica della responsabilità. Specie quando le concrete alternative sono palesemente più problematiche e meno persuasive. Tipo un governo Salvini propiziato da oltre un centinaio di ….. “responsabili”. Nonostante la mutazione genetica del Pd operata da Renzi, non posso pensare che l’alternativa sia giudicata equivalente.

Insisto: non so se il dialogo M5S-Pd sia la soluzione, ma penso sia doveroso provarci. Metto in fila le ragioni, dal mio punto di vista.

In primo luogo, vi è un senso di responsabilità istituzionale. Il dovere di verificare se sia possibile dare un governo al Paese; aiutare il presidente Mattarella – doverosamente impegnato ad accertare se vi sia una maggioranza in parlamento suscettibile di sostenere un governo, ma giustamente scrupoloso nel non sostituirsi all’autonoma determinazione dei gruppi politici – a ricercare una soluzione. Soluzione, sia chiaro, che verosimilmente, in un quadro tanto complesso, potrebbe concretarsi in formule politico-istituzionali “creative” delle quali non difetta la nostra storia repubblicana (dalla partecipazione organica al governo sino alla non sfiducia).

Segue una ragione che attiene alla qualità della democrazia. Si può, con serena coscienza, escludere da responsabilità di governo una forza politica che ha raccolto il consenso di un terzo degli elettori, senza che ciò rappresenti un vulnus per la democrazia? Si obietterà: ma il centrodestra ha raccolto più voti. Sì, rispondo, ma notoriamente si tratta di una coalizione meramente elettorale, di un aggregato decisamente composito, non di un partito.

Vi sono poi ragioni politiche. Per il Pd non sarebbe facile. Ma neppure per i 5 stelle. Essi sono a un bivio, finalmente costretti a negoziare con altri e a decidere del proprio, tuttora indefinito e talvolta contraddittorio profilo politico. Anche sull’asse destra-sinistra, che, a dispetto di certa retorica, ancora significa qualcosa. Più di un elemento suggerisce l’idea che il profilo e l’orientamento dei 5 stelle possano evolvere, se incoraggiati, diciamo così verso sinistra: la composizione del suo elettorato (lì sono finiti la più parte dei voti ex Pd), il profilo prevalente tra la squadra dei ministri indicati da Di Maio (sul cruciale versante economico, di chiara scuola keinesiana), il reddito di cittadinanza come priorità ed emblema della offerta programmatica. Una misura certo da discutere e modulare, anche per assicurarne la copertura finanziaria, ma che risponde a un problema sociale oggettivo e inequivocabilmente di sinistra.

Infine, dal versante Pd. Un tale confronto rappresenta anche per il Pd una doppia occasione di fuoriuscita dalla stagione renziana, che si è chiusa con una disfatta. Doppia, dicevo: nel ripristinare il connotato di un Pd di centrosinistra nitidamente alternativo al centrodestra, dopo la suggestione centrista che appunto ha aperto un’autostrada ai 5 stelle; nel congedarsi da quel partito personale, ostaggio di un leader che ancora in queste ore si conferma arrogante e irresponsabile, deciso a non mollare il potere, indifferente ai superiori interessi del Paese e del suo stesso partito. Al modo del “muoia Sansone….”.

Qui sta l’incognita: potrà sortire uno scatto da un gruppo dirigente che sino a ieri è stato colpevolmente allineato e da un gruppo parlamentare che Renzi, non a caso, ha infarcito di fedelissimi?

Nixon-Miranda, da “Sex & the City” alla carica di governatore

Una poltrona da governatore per Cynthia Nixon, l’attrice che nella serie Sex & the City ha interpretato Miranda Hobbes; la sfida è a Andrew Cuomo, attuale governatore dello stato di New York; i due si confonteranno alle primarie. Nixon, 51 anni, sta assemblando un team che comprende anche figure come Rebecca Katz e Bill Hyers, che hanno lavorato alla campagna per la prima elezione del sindaco Bill de Blasio. L’obiettivo è arrivare pronti a settembre per le primarie democratiche dello stato. “Molti cittadini hanno incoraggiato Cynthia a correre per la carica. Come ha già detto in passato, continuerà a valutare – ha scritto Rebecca Capellan, addetta stampa dell’attrice, in una email inviata alla Cnn – se e quando verrà presa una decisione, Cynthia renderà pubblici i suoi piani”. Già in agosto durante una serata organizzata a New York per un evento sui diritti umani, Nixon non aveva smentito un suo interesse per la candidatura. “Nel 2018 non abbiamo solo bisogno di eleggere un numero maggiore di democratici. Abbiamo bisogno anche di eleggere democratici migliori”, ha detto.

Crescono le imprese al femminile: 10 mila in più nel 2017

Donne d’impresa crescono. A fine 2017, sono quasi 10 mila in più le imprese femminili iscritte al Registro delle Camere di commercio rispetto all’anno precedente, quasi 30 mila in più rispetto al 2014.

Con questo aumento costante, l’esercito di oltre un milione e 331 mila attività produttive a conduzione femminile rappresenta oggi il 21,86% del totale delle imprese (era il 21,76% l’anno precedente). Come mostrano i dati elaborati dall’Osservatorio per l’imprenditorialità femminile di Unioncamere e InfoCamere, nel diffondersi, il tessuto imprenditoriale guidato da donne sceglie forme più strutturate d’impresa.

Le società di capitali condotte da donne, infatti, sono aumentate di quasi il 17% nel 2017 rispetto a tre anni prima arrivando a rappresentare oltre il 21% delle imprese femminili, mentre le società di persone e le imprese individuali, che restano, comunque, la forma giuridica più diffusa nell’universo imprenditoriale femminile, si stanno progressivamente riducendo di numero.

Giornaliste denunciano Slutsky. La replica: “Cambiate mestiere”

Sono tre le giornaliste che denunciano di essere state molestate durante il loro lavoro al parlamento russo. L’ultima è Farida Rustamova, che copre i servizi per la Bbc e ha indicato nel presidente della Commissione Esteri della Duma, Leonid Slutsky, l’uomo che l’ha offesa. L’episodio sarebbe avvenuto il 24 marzo dell’anno scorso durante un incontro nel suo ufficio alla Duma, dove si era recata per chiedergli una dichiarazione sulla visita a Mosca dell’allora candidata all’Eliseo, Marine Le Pen. Se per le giornaliste “è difficile lavorare alla Duma è meglio che cambino mestiere”: questa la replica del presidente della Duma Viaceslav Volodin, ex capo dell’amministrazione del Cremlino, molto vicino al presidente Vladimir Putin. Volodin si è schierato dalla parte del deputato russo, appoggiando la sua tesi: si tratterebbe di una sorta di complotto internazionale alla vigilia delle presidenziali in Russia in programma il 18 marzo.

La cassa integrazione è poco glamour

È un 8 marzo con ben poco da festeggiare per 5 giornaliste di Condé Nast, casa editrice dello storico periodico di moda Vogue. L’azienda dovrebbe confermare proprio oggi la decisione di metterle per 2 anni in cassa integrazione a zero ore, anticamera del licenziamento. Una soluzione contestata dal sindacato dei giornalisti e dal comitato di redazione che hanno invece proposto il ricorso ai contratti di solidarietà e il ricollocamento delle lavoratrici su una delle altre 7 testate del gruppo, tra cui Vanity Fair, Glamour, GQ e Wired. In contemporanea con l’incontro odierno tra le parti in regione Lombardia, i giornalisti sciopereranno e a Milano si uniranno al corteo organizzato per la festa della donna dal movimento “Non una di meno”.

La vicenda segue la chiusura dello scorso luglio di 4 testate: L’Uomo Vogue, Vogue Sposa, Bambini e Accessory. Ci lavoravano 14 giornaliste, nove delle quali sono state convinte a uscire con incentivi economici. Ne rimanevano 5. Poco più di un mese fa sono partite per 3 di loro le lettere di licenziamento, poi ritirate in seguito a uno sciopero. Di lì a poco la decisione di Condé Nast di mettere tutte e 5 le lavoratrici in cassa integrazione. Colpirne solo cinque, su un corpo redazionale totale di 103 unità, secondo il sindacato è “una scelta incomprensibile”. Ieri il comitato di redazione ha pubblicato una pagina pubblicitaria sul Fatto Quotidiano per chiedere all’amministratore delegato, Fedele Usai, di tornare sui propri passi. “In 4 anni di solidarietà, dal 2013 a dicembre scorso, sono usciti già 54 colleghi”, nota il cdr. Ma la vicenda non è solo una storia di esuberi, dichiarati dall’azienda ma contestati dal sindacato: mentre Condé Nast lascia a casa 5 persone, investe su nuovi progetti, come Mag Accessory, un magazine dedicato al mondo degli accessori. E come due progetti per cui è stato chiamato Riccardo Pozzoli, il giovane manager che ha contribuito al successo dell’ex fidanzata Chiara Ferragni come blogger e influencer web: la Social Academy, lanciata in collaborazione con la Sda Bocconi per formare esperti in social media marketing, e Lisa, un magazine che esiste solo su Facebook e Instagram dove per realizzare i contenuti sono stati presi influencer poco più che ventenni anziché giornalisti. Il tutto in una casa editrice che secondo il cdr “continua ad alimentare pericolosamente la commistione tra pubblicità e informazione autorizzando esponenti del marketing a intervenire direttamente nelle produzioni giornalistiche o addirittura a coordinarle”. Con il rischio che i lettori, più che informati, siano sempre più influenzati.

 

Il lutto delle polacche contro i no all’aborto

Oggi la città sarà femmina e vestita di nero. È demonstracja. È protesta. È strajk kobiet, lo sciopero delle donne, dice la scritta sulla bandiera nera, con la sagoma bianca di un volto irato e un fulmine rosso che la trafigge. Dopo il lavoro, da uffici, case, aule universitarie, le ragazze si incontreranno in centro, di sera, sfileranno vestite di scuro, come la loro rabbia, come la notte che comincia a calare insieme alla pioggia, sulla grigia capitale polacca. Perché “mamy dost”, ne abbiamo abbastanza. Questi sono “prawa kobiet”, diritti delle donne, da ricordare soprattutto l’otto marzo sotto le nuvole del nord sopra le loro teste: “qui non c’è niente da festeggiare, tutto da combattere, bisogna ancora lottare per ottenere la libertà di abortire, qui in Europa, nel 2018”.

“Polki wsciekle”, polacche furiose, dice lo striscione spiegato. Una barricata nera. Dietro donne giovani e vecchie, teste bionde, brune, bianche. Ma “no woman, no krai”: no donna, nessun confine. Non piangono, piuttosto avanzano nella “czarny protest”, la protesta nera, il colore della loro marcia funebre per quei diritti che nel resto d’Europa sono garantiti da tempo. La prima “czarny protest” infuriò nel 2016, quando il Pis, partito Diritto e Giustizia al potere, tentò di rendere ancora più restrittiva la legge sull’aborto nel paese, dove oggi si può mettere fine a una gravidanza solo in 4 casi: se è frutto di stupro o incesto, se la vita della madre è a rischio, se il feto non è sano. Due anni fa una lotta massiva e spontanea, dalle grandi città ai piccoli centri, generò l’onda nera femmina che fece ritirare quella proposta, che ora però è di nuovo sul tavolo del governo. Jaroslaw Kaczynski, leader Pis, ha assicurato che adesso “anche quando un bambino va incontro a morte certa, le donne gli daranno la luce, affinché possa essere battezzato e seppellito con un nome”. Il suo ministro della salute, Lukasz Szumowski, è autore della “dichiarazione di fede” che permette ai medici di rifiutare di compiere l’aborto in ogni caso. Non più pratica medica: ma morale e religiosa.

“Girls just want to have fun(damental rights)” dicono delle scritte sulle maglie qui intorno. Le ragazze voglio solo divertirsi, dice la canzone, ma quelle polacche vogliono anche i loro diritti fondamentali. Si vestono col colore che avrà il loro futuro, se le cose non cambieranno. “Una ghianda non è una quercia, un uovo non una gallina, un mucchio di cellule non sono un bambino”, ha detto la politica di sinistra Barbara Nowacka cercando di far passare l’emendamento “Salviamo le donne”, nato per fermarne un altro, “Stop aborto”, un’iniziativa della chiesa cattolica. Alla Sejm, la Camera bassa, le hanno urlato “vergogna, vuoi liberalizzare l’infanticidio, uccidere bambini, violare il diritto costituzionale della protezione della vita”.

Non oggi, già ieri. La spinta per tentare di vietare l’aborto in Polonia è nata mentre il comunismo moriva nel 1989. Le falci e martello andavano giù dai tetti, salivano su le croci. Il panorama del paese cambiava: con le guglie, tornavano a suonare le campane. Con loro preti, candele e comandamenti. La legge attuale è in vigore dal 1993: prima dell’89 gli aborti in Polonia erano almeno 500mila l’anno, oggi i dati ufficiali dicono che non superano i mille. Ma c’è un’altra cifra. Quattromila: sono gli sloty da pagare per un aborto clandestino. Per questo oggi è giacca, cappello, ombrello nero: è anche il colore del mercato dove ci sono i dottori che lo praticano in segreto. Per chi subisce e per chi lo compie: il prezzo da pagare per l’aborto clandestino in Polonia è la prigione. Ma se ne compiono migliaia ogni mese, dicono le attiviste, in questo paese che fa del nazionalismo conservatore la sua unica bandiera. “È un giorno nero per le donne della Polonia”, ha detto Krystyna Kacpura, direttore della Federazione delle donne. “Se la nuova proposta di legge passerà, le donne polacche moriranno. I politici credono che la loro carriera dipenda dalla Chiesa cattolica, continueremo a combatterli, perché lottiamo per le nostre vite”.

“Noi madri single tra ricatti e molestie: altro che #MeToo”

Esce oggi otto marzo Nome di donna, il film di Marco Tullio Giordana sul tema delle molestie sessuali. Protagonista una donna, Cristiana Capotondi, che ha la forza di andare oltre le resistenze di ogni tipo, anche delle stesse vittime. Nel mondo reale, però, le cose vanno pure peggio. “Sono una madre single, ho un contratto a termine e subisco molestie ogni giorno dal proprietario per cui lavoro. Non posso perdere il posto, né denunciarlo, perché le voci girano e nessuno mi assumerebbe”, racconta Francesca, magazziniera di una farmacia. Francesca non è sola, visto che, come ha certificato l’Istat, sono state 3 milioni e 118mila (il 15,4%) le donne che negli ultimi tre anni hanno subito molestie. Specie nei luoghi di lavoro, dove i casi aumentano, anche se quasi nessuna denuncia. “Le lavoratrici oggi sono così deboli che il rapporto di forza è tutto a favore del datore di lavoro. La crisi favorisce le molestie”, spiega Nadia Somma, esperta di violenza contro le donne e consigliera di D.i.Re (Donne in rete contro la violenza).

Ma i ricatti non sono solo sessuali. E infatti non sarà un bell’otto marzo neanche per Chiara, una delle 25.000 mamme costrette a dimettersi dal lavoro. “Ho rifiutato, da manager, di fare trasferte lunghissime con un figlio di tre mesi. La mia azienda voleva demansionarmi a fare telemarketing. Se non avessi avuto il Jobs Act avrei potuto almeno impugnare un eventuale licenziamento e magari avere il reintegro”. Oggi Chiara è annoverata tra le classifiche delle madri disoccupate. Un esercito, visto che lavora solo il 58,4% delle donne con un figlio – contro il 72,5% della media europea – e il 41,4% di chi ha più figli. Ma non festeggiano neanche le donne che un figlio lo desiderano, visto che, sempre per l’Istat, in Italia le nullipare, non per scelta, tra i 18 e i 49 anni, sono circa 5 milioni e mezza, ben una su due. Tante vip con figli sulle copertine patinate, culle vuote invece per le donne normali. E comunque, con o senza bambini, per l’8 marzo le donne italiane – come ogni giorno – dedicheranno 4 ore e 47 minuti alla cura della casa e dei familiari, contro 2 ore e 51 minuti degli uomini (dati Save The Children 2017).

Ma a soffrire oggi è anche un’altra categoria: le donne separate. “La sciagurata sentenza sul caso Grilli (il mantenimento del tenore di vita precedente il divorzio non è più un diritto, ha stabilito sostanzialmente la Cassazione, ndr) sta dettando legge in tutta Italia”, racconta Lucia, in attesa di sentenza sul suo assegno di mantenimento (che in Italia ha un importo medio di 533 euro). “Guadagno 1.300 euro, mio marito 100.000 l’anno, ho cresciuto due bambini. Oggi consiglio a mia figlia di non sposarsi. Presto ci toglieranno anche la pensione di reversibilità”.

E che dire dell’otto marzo di Antonietta Gargiulo, moglie del carabiniere che le ha sparato e poi ha ucciso le sue bambine prima di suicidarsi, che proprio in questi giorni verrà probabilmente a sapere del loro destino? I femminicidi sono in aumento, come attesta l’autorevole EU.R.E.S. nel suo ultimo rapporto: più 5,6% nel 2016, trend confermato nel 2017, una donna uccisa ogni tre giorni. Donne che sono sempre di più anziane, straniere, prostitute (di queste ultime nel 44,6% dei casi non viene neanche trovato l’assassino, a fronte dell’11,4% dei femminicidi “normali”).

“Nonostante questo”, spiega Somma, “solo una donna su dieci denuncia le violenze, e un quarto delle denunce viene archiviato. Ma la denuncia non serve, se la donna non viene subito spostata in una casa rifugio protetta – come si doveva fare per Antonietta e le sue figlie – e se non le si danno strumenti economici per rifarsi una vita. Eppure questi soldi non ci sono. E infatti le donne vengono uccise come prima”. Come continuano a morire le donne malate di una delle malattie femminili più diffuse, il cancro al seno. Parla Chiara, medico, malata metastatica come altre 30.000 che hanno deciso, con una lettera pubblica e una petizione, di far sentire la propria voce contro la retorica dei fiocchetti rosa e del “si guarisce sempre”. “Gli screening previsti sono per le donne over 50, ma i nuovi dati dimostrano che ci si ammala sempre prima e che il tumore uccide un quarto delle malate. Siamo in tantissime, molte giovani con bambini piccoli”. “Un problema dimenticato dalle politiche sanitarie”, commenta la senologa Alberta Ferrari. Sperando che anche su questo tema Hollywood si svegli. Perché di un racconto più vero della realtà del cancro al seno abbiamo tutti bisogno. Magari, per il prossimo 8 marzo.