Con il garbo che si deve a un ex premier ancora in politica, la Procura di Avellino ha atteso le elezioni – era candidato nel Pd il nipote – prima di convocare Ciriaco De Mita. Il sindaco di Nusco è stato sentito ieri come testimone dal procuratore capo Cantelmo e dall’aggiunto D’Onofrio nell’ambito delle indagini sulla moglie Annamaria Scarinzi, accusata di truffa, abuso d’ufficio e reati fiscali in un’inchiesta che collega la onlus ‘Noi con loro’ di Lady De Mita con la gestione non trasparente dei centri di riabilitazione dell’Aias Avellino e del suo ex amministratore, il demitiano Gerardo Bilotta. De Mita poteva restare in silenzio perché marito dell’indagata, ma ha risposto a tutte le domande. Una ha riguardato l’intercettazione di una sua telefonata al giudice Mario Pagano, arrestato a Napoli con accuse di corruzione. L’ex premier Dc chiedeva a Pagano “la cortesia semplice” di ricevere un tale ‘Gerardo Bigotta’. Poteva trattarsi di un errore di trascrizione di ‘Bilotta’, coindagato della moglie. De Mita sul punto avrebbe smentito: non telefonò per Bilotta, ma per un altro.
“80 mila euro di tangenti per smaltire i fanghi”
L’emergenza dello smaltimento dei fanghi dei depuratori campani forse creata a tavolino. Una società pubblica amministrata da manager indicati dalla politica e permeabili alla corruzione. Proposte di tangenti. La camorra di Napoli sullo sfondo.
Al tavolo della Sma, la società in house della Regione Campania oggi famosa grazie ai video del giornale online Fanpage.it, volevano sedersi in tanti. “Ce n’è per tutti… qua scenderà in campo mezza mafia della Campania” dice il 2 febbraio scorso, intercettato, un imprenditore del Vomero in auto. Si chiama Giovanni Caruson e punta anche lui alle commesse per lo smaltimento dei fanghi. I pm della Dda di Napoli Ivana Fulco ed Henry John Woodcock lo ritengono parte di una cordata di imprenditori collegata al clan Cimmino-Caiazzo. Sei giorni dopo Caruson viene di nuovo intercettato mentre ragiona su come dividere 80.000 euro di tangenti tra funzionari Sma e uomini della politica. Al contrario di Nunzio Perrella, l’ex boss della camorra “infiltrato” dalla testata web, Caruson aspira davvero all’appalto. Le cimici registrano.
È l’inchiesta sulla Sma della Procura di Giovanni Melillo, che si è incrociata con il lavoro giornalistico di Fanpage, ovvero i video che hanno documentato le proposte indecenti di Perrella ai dirigenti della società in house e costretto alle dimissioni l’ex presidente di Sma Biagio Iacolare, l’ex consigliere delegato Sma Lorenzo Di Domenico e l’ex assessore di Salerno Roberto De Luca, figlio del governatore Pd della Campania Vincenzo De Luca, coinvolto nel finto tentativo di Perrella di entrare nel business delle ecoballe. Mentre si è autosospeso da consigliere comunale di Ercolano Rory Oliviero, il mediatore tra Perrella e Iacolare che chiese a Perrella 50.000 euro e ottenne una valigetta piena di cartacce.
L’intercettazione di Caruson, anticipata sulle pagine napoletane di Mattino e Repubblica, è una delle decine di conversazioni captate dalla Mobile e agli atti del fascicolo aperto nei confronti, tra gli altri, di Caruson, del consigliere regionale Fdi Luciano Passariello – candidato non eletto del centrodestra –, di Agostino Chiatto, dipendente Sma distaccato alla segreteria politica di Passariello, e del dirigente della Regione Campania Lucio Varriale.
La Dda ipotizza che un gruppo di imprenditori collusi con il clan abbia provato a ottenere appalti Sma per lo smaltimento dei fanghi tramite tangenti. In questa direzione andrebbe un’intercettazione di Caruson dell’8 febbraio in cui l’imprenditore riflette con il coindagato Adamo Maione. “Questo mi ha detto: ‘Voglio fare pure il regalo a Passariello, io vi porto pure da Passariello, però guaglio’, devi fare un’altra leccatina… più o meno con 80.000 euro stiamo dentro, tanto a Chiatto gli dò 20 mila euro, 10 mila a Lucio”. Abramo fa da sponda: “Quarantamila a loro minimo, 15 mila a me. 15 a te e gli altri dieci che rimangono, cinque ad Andrea Basile (coindagato, ndr), cinque ai ragazzi della campagna elettorale, (…) dato che andiamo a chiedere il piacere di 150-160…”. È il compenso per la rimozione dei fanghi: fino a 160 euro a tonnellata. Tra i più alti d’Italia. Con la gestione Caldoro il costo non superava i 125 euro a tonnellata. Poi le gare iniziarono ad andare deserte. Di qui affidamenti diretti e gli appetiti. Il resto è cronaca giudiziaria.
Senegalese ucciso, il lutto negato infiamma Firenze
Siccome “non è razzismo” la preoccupazione del Comune di Firenze è che concedere il lutto cittadino per Idy Diene possa essere un precedente per il quale poi andrebbe concesso a tutti. Questa è la sintesi del pensiero espresso da Palazzo Vecchio e foriero di interpretazioni sbilenche, come quella di ieri sera dell’Ansa: “La decisione di soprassedere, attualmente, sull’indizione del lutto cittadino, spiega ancora Palazzo Vecchio, è legata anche alla particolare complessità e delicatezza dell’indagine per omicidio in corso sulla vicenda”. In realtà, spiegano sempre dal Comune di Firenze, “non è così, è una semplificazione errata, perché la Procura ha subito chiarito che non si tratta di razzismo, quindi dobbiamo stare attenti a non fare del razzismo all’incontrario che aumenti le tensioni, già abbiamo avuto le fioriere divelte in centro”, durante la protesta dei connazionali di Idy Diene.
Già, le fioriere della polemica, su cui il sindaco Dario Nardella si è troppo soffermato nei suoi moniti mentre la comunità senegalese – la stessa che nel 2011 subì la violenza omicida del neofascista Giuseppe Casseri assassino di Samb Modou e Diop Mor – piange la scomparsa di Idy, ucciso al Ponte Vespucci da Roberto Pirrone per motivi che se non sono razzisti col razzismo coincidono. Ieri Firenze si raccoglieva per altro per celebrare il lutto per il capitano della Fiorentina Davide Astori. Stride ancora di più, quindi, il mancato gesto per il concittadino di colore in un momento in cui l’onda xenofoba è stata anche premiata dal voto del 4 marzo. E la polemica arriva in Consiglio comunale. Denuncia Miriam Amato di Potere al popolo: “Dal Pd è arrivato un chiaro diniego al lutto cittadino per Idy”. Una mozione per chiedere il lutto cittadino infatti, condivisa dai gruppi di Pop, Firenze riparte a Sinistra, Mdp, M5s e dalla civica Cristina Scaletti, era stata annunciata per la seduta consiliare di ieri. Ma, spiega in serata Amato, “il capogruppo Pd, Angelo Bassi, si è rifiutato di sottoscriverla impedendoci quindi, in base alle norme, di presentare l’atto e votarlo. Un chiaro diniego al lutto cittadino per Idy Diene. Infatti, nonostante un lungo dialogo e le sollecitazioni da parte dell’opposizione, il gruppo del Pd e l’assessore Sara Funaro non hanno speso una parola in merito, neanche per giustificare il diniego”. Sempre da Palazzo Vecchio, però, fanno sapere che il lutto cittadino non è ancora totalmente escluso e che, eventualmente, potrà esser preso in considerazione dopo l’incontro di oggi tra il sindaco Nardella e l’ambasciatore del Senegal a Roma Seynabou Badiane. Il Comune comunque annuncia che si costituirà parte civile ne processo per l’omicidio.
Oggi nel carcere di Sollicciano, Pirrone, il pensionato 65enne che ha sparato, sarà interrogato dal gip Alessandro Moneti. Fermato subito dopo l’omicidio dai militari dell’Esercito in servizio al consolato Usa e poi interrogato in questura dal pm, Pirrone ha raccontato di essere uscito di casa lunedì mattina deciso a suicidarsi per i problemi economici che lo affliggono, per poi ripensarci e sparare al primo uomo che ha incontrato. Sabato pomeriggio manifestazione nazionale contro il razzismo, convocata a Firenze dalla comunità senegalese cittadina.
Trento, bomba contro Casapound
Un ordigno rudimentale è esploso nella notte tra martedì e mercoledì, attorno alle 4.30, davanti alla sede di CasaPound, chiamata “Il baluardo”, in via Marighetto, a Trento. Non c’era nessuno, quindi non ci sono feriti. L’esplosione ha divelto una serranda e mandato in frantumi una porta a vetri. Secondo i primi accertamenti l’ordigno è stato realizzato con alcuni grossi petardi. Sul muro una scritta: “Unico voto utile antifascismo sempre”. Le indagini si concentrano su ambienti della sinistra antagonista. Ferma condanna è stata espressa dal governatore del Trentino Ugo Rossi, dal presidente del Consiglio provinciale Bruno Dorigatti e dalle forze politiche. Secondo il segretario di CasaPound Italia Simone Di Stefano gli “utili idioti dell’antifascismo militante” sarebbero “al servizio” di una “emergenza nazionale” per arrivare a un “governo tecnico”. Ansa
B. furioso con Toti, il leghista azzurro che flirta con Salvini
Fuitine. Incontri clandestini finiti sui social. Fino all’irreparabile: i risultati del voto. A Genova ormai c’è chi lo chiama ‘il leghista azzurro’. È Giovanni Toti, governatore d’importazione (in Liguria ci veniva solo al mare). Ufficialmente di Forza Italia, nei fatti arruolato da Matteo Salvini.
A Silvio Berlusconi proprio non è andata giù. Chi lo conosce riferisce che al solo sentire il nome di Toti agiti le mani per stizza: nella terra dell’ex direttore di Studio Aperto, suo figlioccio e sua creatura, il Carroccio ha dominato le liste e alla fine ha portato a casa più parlamentari di Forza Italia. Una débâcle per l’ex Cavaliere e un trionfo per la coppia Toti-Salvini.
I primi segnali della presenza del terzo incomodo – come nei matrimoni quando si affaccia l’amante fedifrago – sono arrivati da incontri clandestini, cenette. Fotografie postate sui social. Tutto cominciò con uno scatto di Salvini e Toti al Papeete Beach della Riviera Adriatica in compagnia di una signorina in costume da bagno. Chissà che nelle mefistofeliche strategie politiche non fosse un segnale da mandare a Silvio. Per ingelosirlo. Un po’, forse, per la presenza della fanciulla ora che lui, pare, ha abbandonato le cene eleganti. Un po’ per suscitare proprio gelosia politica: eccoci, siamo qui insieme, parevano dire Toti e Salvini, come due amanti sfacciati.
Del resto le intenzioni di Toti all’inizio parevano chiarissime. Parcheggiarsi qualche anno in Liguria e intanto puntare alla guida di Forza Italia, addirittura magari a diventare candidato premier.
“Il Governatore part-time”, ecco l’altro soprannome di Toti nei primi anni del suo mandato ligure. Perché a Genova pare ci stesse tre giorni alla settimana. Il resto del tempo era nella Capitale. Bastava vederlo nei suoi frequenti interventi televisivi, spesso in collegamento da Roma. Ma poi gli incontri liguri con Salvini sono diventati una costante. Galeotta fu la passione di Matteo per la Riviera. Cene di svago – perché i due sembra si capiscano al volo, si divertano davvero – e di potere. Come gli incontri alla corte di Gabriele Volpi, il patron della Pro Recco (la squadra di pallanuoto più forte del mondo). Volpi– secondo azionista della banca Carige – che prima richiamava alle partite i politici del centrosinistra, come Raffaella Paita, e poi ha virato anche verso il centrodestra. Le cronache mondane ricordano cene alla presenza di Toti, Salvini e magari dell’ex furbetto del quartierino Gianpiero Fiorani oggi consigliere di Volpi.
Intanto Toti si muove dando un colpo al cerchio berlusconiano e uno alla botte salviniana. Come quando un fan su Facebook chatta: “Quando le rimpatriamo quelle bestie straniere?”. E Toti risponde “Appena andiamo al Governo”. Toti respinge ogni accusa di razzismo. Difficile pensare a un infortunio per un politico così scaltro. Comunque gli elettori leghisti applaudono. Toti, vedendo che le porte di Forza Italia si chiudono, si getta tra le braccia dell’amante. Intanto le sue azioni politiche salgono alle stelle. Abilità e fortuna: mentre Pd e M5S si scannano, dopo aver conquistato la Regione lui incassa Savona, poi Genova e La Spezia. Cappotto.
Intanto la passione divampa. Sempre più sfacciata, sotto i riflettori. Perfino quelli della tv rivale, mamma Rai. Ecco Salvini al festival di Sanremo. Invitato da Toti a poche settimane dal voto.
E l’ex Cavaliere, davanti allo schermo, a rosicare. Fino ai risultati dei giorni scorsi: il frutto del peccato, delle fuitine amorose. La Liguria rossa ormai è diventata di centrodestra. Ma al Carroccio va meglio: alla Camera siamo quattro pari (Forza Italia passa da due a quattro, ma la Lega addirittura da zero a quattro). Al Senato invece siamo tre a uno per Salvini & C.. Un pieno di imputati e indagati: passano Edoardo Rixi, ex delfino di Salvini e oggi assessore di Toti, sotto processo per le spese pazze. E passa l’altro leghista imputato per la stessa storia, Francesco Bruzzone.
Ieri il sigillo finale: Toti, Salvini e Rixi fotografati a pranzo a Portofino per festeggiare la vittoria. Addio Silvio. I vertici del Carroccio ligure traslocano a Roma. A fare massa contro Berlusconi. Nella parte inedita del sedotto e abbandonato. In Liguria non gli resta che tornare a Claudio Scajola che si candida a sindaco di Imperia nonostante il veto di Toti. Berlusconi l’ha capito: i vecchi amori sono i più fedeli.
La primavera del Pd: ora tutti lo vogliono (ma senza Renzi)
Poiché leggo che sul carro dei vincitori non v’è più posto vorrà dire che mi occuperò del Pd che, malgrado la fuga rovinosa degli elettori (o forse grazie alla) sta vivendo, va riconosciuto, un momento di vasta e meritata popolarità. Fateci caso: coloro che fino alle ore 23 del 4 marzo erano considerati da Matteo Salvini e dai Cinque stelle la feccia dell’umanità, dei delinquenti matricolati, ‘na massa de fij de na mignotta con le mani grondanti sangue da appendere a testa in giù, dalle ore 23 e 01 si sono trasformati in possibili interlocutori con cui positivamente dialogare. In un clima di costruttivo confronto, da avviare con senso di responsabilità, senza pregiudiziale alcuna, per “voltare pagina e cambiare l’Italia tutti insieme” (Luigi Di Maio). Fiduciosi nelle grandi doti di saggezza e di equilibrio del presidente Mattarella che sempre sia lodato amen. Intanto, come San Francesco dopo aver ammansito il lupo il leader leghista appariva alle turbe dei piddini disperati dicendosi “pronto ad accogliere” tra le sue fraterne braccia “la sinistra smarrita” (perfino, si narra, la pecorella Laura Boldrini, novella Maria Maddalena). Parole che hanno sollevato viva emozione nella nazione tutta anche perché, a memoria d’uomo, l’ultimo a osare pronunciare la parola sinistra era stato Fausto Bertinotti (sembra nel fornire l’indicazione stradale a un motociclista). L’unico reietto che non meriterà clemenza alcuna al tavolo dei vincitori sarà, che ve lo dico a fare, Matteo Renzi, intercettato a bordo di un Freccia Rossa (d’ora in poi Freccia Gialla o Verde) mentre travestito da sciatore grillino tentava di raggiungere Maria Elena Boschi nel ridotto in Val Gardena. Nel frattempo da un luogo imprecisato e fin dalle prime luci dell’alba Carlo Calenda imperversava con raffiche di tweet tipo Radio Londra (se nel Pd equivalessero ai voti avrebbero stravinto le elezioni). Che Michele Emiliano, nominato (si mormora) da Di Battista commissario del popolo tentava invano di decifrare.
P.s. Ai miei dieci lettori devo una spiegazione. Malgrado le insistenze del direttore, giunti al termine della campagna elettorale avevo deciso di interrompere la faticosa scrittura di questo diario. Ma appreso che se i tentativi del Quirinale per formare un governo non andassero a buon fine potremmo tornare alle elezioni nel febbraio 2019 ho deciso di giocare le mie carte su Paolo Gentiloni e i suoi boys. Essi infatti e fino a nuovo ordine resteranno in carica per gli affari correnti: una formula che in Italia significa continuare a fare ciò che si faceva prima, ma molto più tranquillamente. I mandorli fioriranno, la calda estate precederà un nuovo gelido inverno e, probabilmente, il sottotenente Drogo Gentiloni Silveri sarà ancora lì a presidiare il deserto dei Tartari. Piano piano il ricordo dei risultati elettorali sfumerà nel vento. Come questo diario, finalmente.
Perché il M5S non può stare col Pd
Secondo molti, lo scenario migliore – o anche solo il meno disastroso – è un governo M5S più Pd. Di Maio sogna l’appoggio esterno, forse sopravvalutando il masochismo del Pd (che non si capisce cosa ci guadagnerebbe da una situazione simile). Peter Gomez ha giustamente ricordato che se il Pd tira troppo la corda è costretto a tornare al voto. E a quel punto il passaggio dal 19 al 10 sarebbe certo. C’è poi un’improvvisa stima trasversale nei confronti di Mattarella, che fino a ieri era per quasi tutti una sorta di sfinge letargica e adesso di colpo viene tratteggiato come Goldrake, dotato di una “moral suasion” taumaturgica e divinatoria. Questo paese è davvero strano. Così strano che, adesso, son quasi tutti grillini. Anche quelli che, fino a domenica, ritenevano il M5S una derivazione della Gioventù Hitleriana. Già: i grillini. Sono la prima forza, ma non possono governare da soli. Un po’ come vincere l’Oscar e non poterlo ritirare, per citare Antonio Padellaro (cito sempre grandi firme del Fatto affinché Travaglio non mi spedisca al Foglio per rappresaglia). Qual è lo scenario ideale per i 5 Stelle? Bella domanda. E difficilissima risposta.
Ammesso che M5S & Pd siano la coppia ideale per il paese, e la cosa è tutta da dimostrare anche considerando la congiuntura economica più favorevole di quella del 2013, Di Maio & soci hanno tutto da perdere legandosi al Pd. La tattica di Renzi è chiara: indurli a schiantarsi dopo il mandato esplorativo, come Bersani nel 2013. E poi dire: “Visto? Non sanno governare”. Una tattica stupida, infatti è di Renzi. Se i 5 Stelle non hanno i numeri è per via di una legge elettorale criminale, voluta dal Pd proprio per creare lo stallo attuale. Non è certo colpa loro. Qualcuno, però, ci crederebbe. Renzi ormai è più bollito di Berlusconi, e anche in questo gli somiglia in peggio, ma essendo unicamente interessato al suo potere e non al paese non gliene frega niente dello scenario migliore: lui, quando perde, porta via il pallone. Muoia Sansone con tutti i filistei, e buon Giglio Fradicio a tutti. Già solo questo arrocco di Renzi rende il governo M5S-Pd pressoché impossibile. Molti analisti dicono che tra due mesi lo scenario muterà grazie a Super Mattarella: è possibile, ma i parlamentari resteranno sempre quelli. Un Emiliano non fa primavera. Nel Pd sono quasi tutti renziani e a Di Maio mancano troppi parlamentari. Avrebbe bisogno di tutto il Pd o quasi: ve lo immaginate Andrea Romano, o la Boschi, oppure Orfini, che appoggiano i grillini? Dai, su.
Se anche lo facessero, godrebbero come ricci ad accoltellarli al primo inciampo come tanti Bertinotti venuti male. C’è poi un problema insormontabile: quello “emozionale”. I parlamentari M5S odiano quelli Pd (quasi tutti) e viceversa (quasi tutti). Gli elettori M5S odiano quelli Pd (quasi tutti) e viceversa (quasi tutti). Come lo spiegherebbe al suo elettorato, Di Maio, l’appoggio di Genny Migliore o un dicastero alla Morani? Quanto ci metterebbero a prendersi a testate Sibilia e la Madia? Sono mondi ontologicamente inconciliabili, come Cruciani e lo shampoo. Molto più del Pd, i 5 Stelle avrebbero tutto da perdere: nel momento in cui si mischiano con il Pd, perdono milioni di consensi. E questo Di Maio lo sa.
Il leader 5 Stelle cercherà di tentare (e dunque dividere) centrosinistra e centrodestra, ma non può essere così stupido da fidarsi del Pd. Cosa devono fare, allora? Dare la sensazione di far di tutto per poter governare, fugando l’accusa di immobilismo, per poi però non cadere mai nei tranelli dei volponi della politica. I 5 Stelle hanno le solite due strade. Quella cinica è “sperare” in un Renzusconi a trazione salviniana, per fare poi opposizione e prendere il 40 abbondante al prossimo giro. Oppure, e meglio, tornare in fretta al voto, sempre ammesso che i loro nuovi eletti ne abbiano voglia, e chiedere agli italiani una volta per tutte – possibilmente con una legge elettorale meno putrida di questa – chi diavolo vogliano tra Di Maio e Salvini.
Un governo con i Cinque Stelle per fermare la rovina leghista
C’è un appello che circola in rete: si rivolge alle sinistre e anche agli europeisti, e chiede loro di sostenere, e naturalmente con la loro presenza di condizionare, il programma del Movimento 5 Stelle per un governo possibile. Naturalmente non è solo un appello isolato. E non è solo la speranza dei molti fedeli del Pd che questa volta hanno votato 5 Stelle. È l’ultima speranza di tutti quelli che veramente vogliono arginare l’ondata leghista e razzista, anzi, l’ondata populista.
Ma dalle colonne di Repubblica, ieri, una delle voci più nobili e influenti oltre che più ascoltate della tradizione socialdemocratica – Ezio Mauro – alza forte il suo no, e quasi il suo contro-appello: “La sinistra resti dalla parte delle sue idee”.
Ecco, di quali idee, viene da chiedere? Tutta l’analisi di Mauro è in termini di “blocchi sociali” e di “interessi” (“non c’è un blocco sociale che porta i suoi interessi dentro il gioco istituzionale…che aspira alla guida della cosa pubblica”). Al posto di un tale “blocco” non ci sarebbe che “il nulla”, fatto soltanto di “rabbia e risentimento”. Questo nulla sarebbe “un movimento più che un partito”, che è “senza passato e dunque senza vincoli”, e quindi “non può governare”.
Se queste sono le idee, vale la pena di restare loro fedeli? Dunque non sono le persone che vivono e vedono e scelgono, in una democrazia, ma – democrazia o no – sempre e solo i blocchi sociali e i ceti. Dunque non sono i cittadini, ciascuno e con gli altri, a poter mai decidere – ma i ceti; dunque non sono anche le ragioni e gli ideali delle persone a nutrire il dibattito pubblico e la politica, ma esclusivamente gli “interessi”; dunque è solo il passato che può porre dei vincoli: non la ragione e la responsabilità verso la Repubblica. Non il senso del pubblico interesse o almeno del futuro dei nostri figli. No. Solo il passato. Non noi. La Storia. Non stupisce che con queste idee la sinistra abbia “perduto la capacità di generare speranza”. Non l’avrà perduta a furia di confondere l’ideale con l’ideologico?
Però alla fine per Mauro questo “nulla” una sua ragione sociale la trova: “il ribellismo della piccola borghesia”. La cui ala grillina “nobilita” rabbia e invidia sociale “portandola in politica così com’è, senza mediazioni e trasformazioni, scagliandola contro i partiti, le istituzioni, la corruzione, l’Europa”.
Eppure la lettera di Di Maio che occhieggia dalla stessa prima pagina di Repubblica dice tutto il contrario. Parla di cittadini e non di blocchi e di ceti. Parla di qualità di vita da migliorare e non di protesta. Parla di “partecipazione”, “ascolto” e “trasparenza” e non di risentimento e paura. Parla delle cose brutte che politica ha fin qui voluto dire. Corruzione, conflitti di interesse, incapacità di mantenere gli impegni presi, demolizione sistematica della fiducia nelle istituzioni. Assume l’impegno di fare il contrario, e chiede di controllarlo.
In politica lo spazio fra ciò che uno dice e quello che uno può dipende da quanti sono pronti a starci fin dove condividono e a provare a condizionarlo dove possono – è questo che Di Maio chiede alla Sinistra. Certo, ci sono molte anime in quel movimento. Ma senza dubbio ce n’è una che è davvero cieco e irresponsabile rimuovere, respingere verso le altre. È con la voce di quell’anima che Di Maio ha parlato. È l’anima non populista, perché guidata dall’idea tutta diversa di cittadinanza attiva. L’idea, lo sappia o no Di Maio, ma molti fra coloro che potrebbero oggi aiutarlo a evitarci la rovina lo sanno – radicata nell’umanesimo civile e repubblicano di alcuni maestri della giustizia e della libertà. È l’anima che soffre come molti di noi per lo strazio che decenni di cinismo politicante in tutti i partiti hanno fatto della “fede pubblica” (Leopardi). Fede pubblica è amore per le istituzioni della democrazia e per il progetto di società iscritto nella nostra Costituzione, alla quale il Movimento fin dai suoi inizi ha dichiarato fedeltà e che in cruciali circostanze ha difeso. Ed è speranza in un rinnovamento civile che tutti noi, per amore del bene comune e pubblico e non per semplice fame di un po’ di reddito, possiamo promuovere, un rinnovamento vero al quale possiamo impegnarci a vegliare: sono loro che ce lo chiedono. A trentun anni è ancora possibile immaginare un’Italia rinnovata e un’Europa più giusta. Oggi potremmo avere tutti trentun anni, anche quelli fra noi capaci di portare dal loro passato qualche “vincolo” buono. Se solo ciò che resta della sinistra nei partiti e nelle istituzioni, se le donne e gli uomini di quella sinistra, vorranno ascoltare l’anima civile del movimento che ha vinto, e aiutare il Paese a disarmare le pulsioni incivili.
Michela non lascia, raddoppia
Ha seguito lo spoglio delle schede per le elezioni al Consiglio regionale del Lazio dal suo comitato elettorale all’Esquilino e alla fine ha esultato: “Siamo tutte donne, un successo doppio”. Del resto nella carriera di Michela di Biase è stato sempre tutto raddoppiato. Doppi sono gli stipendi per incarichi politici che portano a casa lei e il marito, il ministro della Cultura, Dario Franceschini. Due i mandati da consigliera municipale all’Alessandrino, altri due in Campidoglio e ora l’elezione a via della Pisana, insieme a Zingaretti: incarico doppio anche questo, perché non ha nessuna intenzione di mollare lo scranno al Comune. “Mi dimetterò da capogruppo del Pd ma non da consigliera, il ruolo in Regione non è una diminutio – annuncia al Corriere della Sera – semmai rafforza il mio impegno in Comune”. Scusate, ma si può fare? Ci chiede un lettore. Formalmente tutto regolare, ma dovrà rinunciare a uno dei due stipendi. Raddoppierà gli sforzi rimbalzando come può da un Consiglio all’altro. D’altra parte come si dice a Roma “ogni lasciata (di poltrona) è persa”.
“Ora nani e ballerine andranno dai 5Stelle. Dovranno difendersi, ma senza chiudersi”
“L’apertura di Confindustria nei confronti del Movimento 5 Stelle non mi sorprende affatto. L’opportunismo è la cifra stilistica dei gruppi di potere strutturati. Altri ne arriveranno…”. Rino Formica, ex ministro socialista in diversi governi della Prima Repubblica, coniatore di formidabili aforismi (“la politica è sangue e merda”, ecc.) segue con attenzione l’evolversi della caotica situazione uscita dalle urne.
Onorevole Formica, si è sempre ben disposti verso chi ha vinto le elezioni?
Certamente, i grandi interessi sono sempre disponibili all’acquiescenza nei confronti del nuovo potere politico, non si pongono mai in una posizione di ostilità, anche perché entrando in conflitto c’è il rischio di pagare prezzi alti. I poteri forti, che in Italia sono sempre meno, ti guardano con curiosità: aprono, includono, pervadono e blandiscono.
Nei confronti del Psi avvenne lo stesso?
Non dai potentati economici, perché i socialisti non furono mai partito di maggioranza, i loro referenti erano sempre Dc e Pci. Da noi arrivò solo qualche boiardo di Stato. Discorso diverso, invece, per intellighenzia e giornalismo. Se i poteri economici e finanziari sono opportunisti, il mondo culturale è servile. Nel Psi arrivarono tutti: scrittori, registi, giornalisti. Nelle prossime settimane non mi sorprenderei di vedere aperture verso i 5 Stelle sulla scia del pesce pilota Eugenio Scalfari.
I grillini resisteranno o sono destinati anch’essi a essere fagocitati dal sistema?
Quando vieni votato da un terzo del Paese è difficile restare immuni, la contaminazione è nell’ordine delle cose. E alcune sono anche utili. Non sarà più l’M5S degli esordi, ma del resto non lo è più nemmeno ora. Come si è visto anche in campagna elettorale, il Movimento è diventato attaccabile dall’esterno. E lo sarà ancor di più se sarà chiamato alla prova governativa. Il vero banco di prova, per loro e per la Lega, sta al di fuori dei nostri confini.
L’Europa?
La Germania. Qualsiasi governo italiano dovrà fare i conti con lo stabilizzarsi della nuova maggioranza di Angela Merkel. Per loro saremo degli osservati speciali. E ai tedeschi andranno meglio quelle forze che meno disturberanno il manovratore delle politiche europee.
Cosa l’ha sorpresa di più del risultato elettorale?
Il sorpasso della Lega su Forza Italia e il crollo così forte del Pd. Il problema ora non sarà quella di formare un governo, lì qualche alchimia si troverà, ma sarà la tenuta di quella maggioranza nella pratica politica quotidiana. Pensi solo al caos per eleggere i presidenti delle commissioni…
Che formula vede per la maggioranza?
Mi sembra che in cuor suo il Pd speri più in un governo di centrodestra, cui dare un appoggio esterno, che in uno dei 5 Stelle. Per il semplice motivo che l’M5S in alleanza col centrosinistra rischia di fagocitare ancor di più i voti dei dem. Molto si capirà dall’elezione dei presidenti delle Camere: da lì, nel segreto dell’urna, arriveranno segnali a Sergio Mattarella.
Cruciale sarà l’elezione del presidente del Senato…
Sì perché, se fosse una figura di centrodestra, un leghista ma non Salvini, magari Calderoli, il capo dello Stato potrebbe conferirgli un mandato esplorativo in caso di stallo.
Su Renzi è stato profetico…
Dissi tempo addietro che era dominato da un velleitarismo provinciale e che il partito gli si sarebbe sfaldato sotto i piedi. Ora vediamo se si farà davvero da parte oppure farà il Di Battista del Pd. Magari tentando un colpo di mano sull’elezione dei capigruppo.
Alle feste dei 5 Stelle vedremo “nani e ballerine”?
Sarebbe il meno… Il rischio è che arrivino i briganti di strada. Dovranno difendersi, ma senza chiudersi troppo.