Il premier (con l’ok del M5S) conferma i capi dei Servizi

Il primo test dei nuovi equilibri post-voto dice che la Lega è all’opposizione e il Movimento Cinque Stelle in maggioranza. Con un decreto della presidenza del Consiglio, il premier Paolo Gentiloni proroga di un anno i vertici dei servizi segreti che operano all’estero (Aise, Alberto Manenti) e del coordinamento dell’intelligence (Dis, Alessandro Pansa). Prima di adottare il provvedimento, Gentiloni chiama tutti i leader dei partiti. Protesta uno soltanto, Matteo Salvini della Lega: “È una vergogna che un governo delegittimato metta mano a rinnovi di incarichi importanti e non urgenti come quelli dei Servizi. E mi insospettisce il silenzio dei Cinque Stelle”.

L’urgenza della decisione di Gentiloni, al momento, era ancora relativa: sia Manenti che Pansa scadono a fine aprile quando, in teoria, ci potrebbe essere già un nuovo governo in carica. A giugno tocca a Mario Parente, capo dell’intelligence interna, Aisi, nominato due anni da Matteo Renzi.

Già prima delle elezioni, Gentiloni aveva cercato di confermare tutti, ma aveva dovuto accettare un compromesso con il Copasir, il comitato parlamentare di vigilanza: solo una proroga in attesa del nuovo governo. Il senatore di LeU, non ricandidato, Felice Casson, membro del Copasir ha subito denunciato la forzatura: la legge 124 del 2007 che regola l’intelligence parla di nomina e revoca da parte del presidente del Consiglio dei vertici dei servizi con un mandato di quattro anni.

Questa proroga di un anno, denuncia Casson, è una forzatura, la legge del 2007 viene riscritta da un decreto della presidenza, approvato a due giorni dalle elezioni. “La proroga dei direttori dei servizi è una possibilità che il Copasir ha accordato a determinate condizione al presidente del Consiglio”, osserva Giacomo Stucchi, presidente del Copasir in quota Lega. “I tempi dell’esercizio di tale facoltà – aggiunge Stucchi – sono assolutamente inopportuni perché troppo precipitosi e non rispondenti allo spirito della norma”.

Tradotto: la proroga doveva essere uno strumento da usare in caso, alla scadenza del mandato, ci fosse stato un vuoto di potere, non uno strumento per rassicurare le strutture delll’intelligence, in un momento in cui non è chiaro chi saranno i nuovi referenti politici. Ma Gentiloni ha cercato il massimo consenso fra i partiti. E l’ha ottenuto. Non dai leghisti.

I Cinque Stelle restano silenti, e dunque sostengono la linea di Gentiloni. “Il loro atteggiamento verso le istituzioni in generale e anche verso i servizi segreti è molto cambiato nell’ultimo anno, in particolare da quando Luigi Di Maio è diventato il capo politico”, osserva una fonte del mondo della sicurezza. Anche in questa occasione i Cinque Stelle hanno voluto confermare al capo dello Stato Sergio Mattarella di essere affidabili. In circostanze delicate come questa non si trasformano le decisioni su poltrone sensibili in occasioni di scontro politico.

Nel Copasir, solo due settimane fa, Angelo Tofalo del M5S si era schierato con Casson di LeU contro l’ipotesi di proroga. Ieri non ha fiatato, però.

Fonti di palazzo Chigi sottolineano che la decisione di ieri “non pregiudica, ovviamente, in alcun modo la facoltà del futuro presidente del Consiglio di prendere al riguardo le sue autonome decisioni”. La legge del 2007 è molto chiara, dipende dal presidente del Consiglio. Ma è chiaro che, anche in caso di un governo che si regge sui Cinque Stelle, Di Maio e i suoi non toccheranno i vertici dell’intelligence di cui hanno appena avallato la proroga. Equilibri e rapporti di forza sono quindi congelati sicuramente per almeno un anno, al termine del quale, magari, sarà stata creata la Fondazione di diritto privato che dovrebbe servire a far dialogare imprese private e servizi segreti sui temi della cybersecurity: è quella la poltrona che Pansa, già capo della Polizia, punta come finale di una lunga carriera.

Tra le partite di cui l’intelligence dovrà occuparsi nei prossimi mesi c’è Telecom: il fondo americano Elliot vuole ridimensionare la francese Vivendi di Vincent Bolloré – che ora comanda sull’azienda – e ha in serbo la separazione di Tim Sparkle dal resto del gruppo. La compagnia dei “cavi sottomarini” è da sempre considerata strategica, lì passano i cavi che arrivano da Israele e su cui transitano le comunicazioni internazionali. Elliot propone di separarla, come la rete fissa, e dunque di affidarla allo Stato. Sicuramente non gratis. Sarà un dossier delicato anche per il prossimo governo.

Il Pd è già oltre: Renzi non controlla più i gruppi

Matteo Renzi si è “formalmente dimesso lunedì”, con tanto di lettera scritta: è Matteo Orfini a farlo sapere, nel tardo pomeriggio di ieri, mentre il resto del gruppo dirigente già discute e litiga su come gestire il dopo. Nel Pd e nelle trattative per il governo. Tra Senato e Camera, i big dem – diversamente divisi – stanno facendo i conti degli eletti. Perché comunque vada lunedì in direzione, saranno i gruppi parlamentari che permetteranno o affonderanno la nascita di un governo. Il Pd è l’ago della bilancia per qualsiasi tipo di esecutivo, a parte quello Cinque Stelle – Lega, che, pur essendo l’unico che avrebbe i numeri, non sembra essere nei radar. La prima cosa che balza agli occhi è che – nonostante la blindatura fatta con le liste – Matteo Renzi in Senato (dove ha scelto di candidarsi, insieme ai fedelissimi) può mettere la mano sul fuoco solo su meno della metà dei 57 eletti (tra Pd e coalizione) nel gruppo. A Montecitorio, i calcoli sono più complessi, ma la proporzione è ancora meno renziana. In entrambi i rami del Parlamento, comunque, Renzi dovrebbe arrivare ai 20 eletti alla Camera e 10 al Senato, quelli che potrebbero consentirgli di formare gruppi autonomi.

In attesa della direzione di lunedì, ieri Carlo Calenda, è andato al Nazareno, si è fatto fotografare con il vice segretario Maurizio Martina, poi ha preso la tessera. Il tutto chiarendo: “Il leader naturale del partito è Paolo Gentiloni”. E soprattutto, mettendo in chiaro: “Siamo alternativi al Movimento Cinque Stelle. Altrimenti, la tessera la riconsegno subito”. Seguito a ruota da Andrea Orlando: “Il 90 per cento del partito è contro il governo con M5s o il centrodestra”. Ma: “Nessun traccheggiamento. Lo statuto dice che se cade il segretario si dimette tutto il gruppo dirigente”. Tutti i big del Pd (tranne Michele Emiliano), mentre si attestano (almeno a parole) sulla linea di Renzi, chiedono la sua testa. Che a un certo punto pare arrivare definitivamente per bocca di Orfini.

Lunedì, dunque, Renzi cesserà formalmente di essere segretario. Il reggente dovrebbe essere Martina (che è pur sempre il suo vice). La minoranza (e non solo) chiede che sia affiancato da una “cabina di regia”. Per adesso, da Orfini arriva un no. Poi sarà convocata l’Assemblea. A quel punto, parte il percorso congressuale. La prima partita che si apre è nel Pd: Renzi si ricandida? In questi giorni lo ha smentito categoricamente. E chi si prepara ad assumerne la leadership? E Renzi rimarrà in minoranza? Oppure cercherà di ricominciare da un suo partito?

Molto si capirà nelle prossime settimane, durante le elezioni dei capigruppo (che Renzi vuole scegliere) e dei presidenti di Camera e Senato. Si parte da Palazzo Madama. Al momento, una trattativa con Luigi Di Maio vede favorevoli a Palazzo Madama solo gli uomini di Emiliano, ovvero Assuntella Messina e Dario Stefano. I senatori M5s sono 112: per la maggioranza serve quasi tutto il gruppo del Pd. In un primo momento Dario Franceschini aveva sperato di essere il prescelto, in questo schema, per una presidenza di garanzia di Montecitorio. Ci ha pensato Renzi a stoppare l’operazione. Per ora.

Poi c’è l’opzione di un appoggio al governo di centrodestra. Guidato da Matteo Salvini. O da qualcuno di Forza Italia che potrebbe subentrargli se lui dovesse fallire. Basta la metà del gruppo dem, sia alla Camera che al Senato. Contando su Renzi o facendo fuori Renzi? La prima operazione, che si sta testando in quest’ottica è quella che vuole Zanda presidente del Senato con Renzi fuori. Numeri incerti.

Passando ai raggi x i senatori dem, quelli prontissimi a seguire gli ordini di Renzi sono in tutto poco più di una ventina: i più noti, Francesco Bonifazi, Davide Faraone, Ernesto Magorno, Simona Malpezzi, Daniele Manca, Andrea Marcucci, Salvatore Margiotta, Tommaso Nannicini, Dario Parrini, Valeria Sudano, Teresa Bellanova. Oltre allo stesso Renzi. In partenza, ma con tenuta dubbia, anche Tommaso Cerno, Edoardo Patriarca, Gianni Pittella, Roberto Rampi, Matteo Richetti. Su Alessandro Alfieri, Valeria Fedeli, Mauro Marino, c’è un punto interrogativo. Mentre Emma Bonino, Pierferdinando Casini, Luigi Zanda veleggiano verso altri lidi. Ascrivibili all’area Zanda-Franceschini sono almeno in 5, tra cui Roberta Pinotti. Poi ci sono 3 orfiniani (Valeria Valente, Vincenzo D’Arienzo e Francesco Verducci) e 3 orlandiani (Antonio Misiani, Anna Rossomando, Monica Cirinnà). Basta qualche rapido calcolo per capire che la situazione è fluida.

Cappellacci indagato per corruzione

Un finanziamento regionale di 750 mila euro a un’impresa in liquidazione, la Fm Fabbricazioni metalliche, e una tangente di 80 mila euro. È l’ipotesi su cui la Procura di Cagliari indaga a vario titolo per corruzione, peculato e truffa. L’Unione sarda ha dato notizia ieri della richiesta di proroga delle indagini, avanzata a novembre dai pm Diana Lecca ed Emanuele Secci. È indagato, tra gli altri, il coordinatore regionale e neodeputato di Forza Italia Ugo Cappellacci, governatore della Sardegna all’epoca dei fatti che risalgono al 2013. Tra gli indagati ci sono anche la consigliera regionale sempre di Fi, Alessandra Zedda. Cappellacci è stato iscritto nella sua qualità di commercialista, insieme con i colleghi di studio Antonio Graziano Tilocca e Piero Sanna Randaccio. L’ex governatore, indignatissimo perché la vicenda è finita sui giornali mentre il suo avvocato nega che la richiesta di proroga sia stata notificata, bolla la vicenda come “infamia colossale” e annuncia su lo sciopero della fame. La Procura sta lavorando anche sulla società d’investimenti Zernike Meta Venture capital spa, molto attiva nell’isola, vincitrice di un bando all’epoca dell’amministrazione regionale guidata proprio da Cappellacci per la gestione di 17 milioni destinati a imprese innovative. Ansa

E Fava (Leu) s’appella a Epifani: “Ceda il posto a chi lo ha fatto eleggere”

La campagna elettorale se l’è fatta tutta e quel 3,08 per cento conquistato a Messina – per quanto risicato – è anche merito suo. Solo che Maria Flavia Timbro, alla Camera, non arriverà: un seggio è scattato e, come ovvio, andrà al capolista: Guglielmo Epifani. L’ex segretario della Cgil, tra i fuoriusciti del Pd confluiti in Liberi e Uguali, infatti correva laggiù, in tutti e tre i collegi plurinominali della Sicilia orientale, senza nemmeno mettere la faccia in una delle sfide uninominali. E ora che le urne si sono chiuse, e che il bilancio della campagna elettorale della formazione di Pietro Grasso si colora di nero, c’è chi riflette sul senso di quelle candidature piovute dall’alto. Claudio Fava, anche lui parlamentare uscente (ma stavolta non era in lista) chiede un gesto per “fare ammenda”: Epifani si dimetta, e lasci il posto alla Timbro. “Si ritrova deputato non per meriti suoi o dei suoi protettori ma per la bravura e la generosità di chi ha portato quei voti in più, quei consensi in più che hanno fatto la differenza – dice Fava – Permettete ad una compagna brava, che di quel collegio è espressione vera perché ne ha raccolto uno ad uno voti e lamenti, di rappresentare la Sicilia in Parlamento. In caso contrario, abbiate almeno il pudore di non dire che questa sconfitta vi ha insegnato qualcosa”.

Camere, sarà donna meno di una su tre: anche la parità di genere era un bluff

Il conto finale si avrà solo quando tutti i pluricandidati avranno scelto il loro collegio di elezione. E sotto, scatteranno altri nomi, necessariamente di sesso opposto. Però fin da ora si può dire: di donne, nel prossimo Parlamento, ce ne saranno poche. Di certo meno del previsto.

Lo dice il numero di elette negli uninominali e plurinominali. E lo confermerà il bilancio delle candidature multiple, visto che le donne che correvano in più collegi sono molte meno degli uomini.

Veniamo ai numeri: 185 deputate e 86 senatrici, queste le cifre provvisorie, quasi identiche a quelle delle parlamentari uscenti, nonostante i sostenitori del Rosatellum elencassero tra i suoi pregi (rimasti sulla carta) quello di promuovere e garantire la parità di genere: almeno il 40 per cento delle candidature, diceva la legge elettorale, deve rappresentare uno dei due sessi. Non è andata così, evidentemente.

Al netto dei nuovi ingressi, a palazzo Madama, la percentuale media di donne si ferma attorno al 27 per cento. Si sfiora la soglia prevista dalle norme nel caso dei Cinque Stelle, che pure avevano faticato non poco nel garantire la rappresentanza femminile nelle liste uscite dalle parlamentarie: i grillini, alla fine, portano al Senato 42 donne sul 112 eletti. Il centrodestra nel suo complesso elegge 30 senatrici su 137, mentre il centrosinistra si ferma a 13 su 59. Liberi e uguali ne ha solo una su 4: è l’ex-capogruppo di sinistra italiana Loredana De Petris.

Non va meglio alla Camera dove la media complessiva si attesta sul 30 per cento. I grillini arrivano al 37 per cento con 82 donne su 222 eletti sicuri, il centrodestra è in linea con la media (67 deputate su 260 seggi) così come il Pd, che ha 32 donne su 115 seggi assegnati e Leu che porta 4 donne tra i 14 deputati: una di loro è Laura Boldrini, l’ex presidente della Camera che della questione femminile ha fatto una bandiera del suo mandato.

Alla fine per i risultati servono 3 giorni

Un po’ maggioritario, un po’ proporzionale, con soglie di sbarramento diverse e parecchi seggi da ripartire al netto dei partiti esclusi. Che il Rosatellum avrebbe causato più di un grattacapo agli scrutatori e alle segreterie del Viminale lo si poteva immaginare, ma domenica sera era stato Ettore Rosato in persona, l’ideatore della legge elettorale, a tranquillizzare tutti sui tempi necessari all’assegnazione dei seggi. Ospite a Porta a Porta, aveva ascoltato le perplessità di Bruno Vespa: “Dovremo aspettare molte ore per i risultati reali, con questo sistema nuovo e abbastanza complicato”. Niente da fare “probabilmente prima di martedì”, sosteneva Vespa, che poi chiedeva lumi proprio al capogruppo Pd: “Quando avremo i risultati?”. E Rosato: “Molto prima di quanto viene descritto, ne sono convinto”. Quindi? “Per i collegi uninominali basteranno tre o quattro ore, per i proporzionali magari ci vorrà un po’ più di tempo”.

Niente di allarmante, assicurava Rosato: molto prima di quanto millantato dalla stampa – quindi molto prima di martedì, quindi lunedì, a rigor di logica – tutti i risultati sarebbero stati disponibili.

Non è stato così. I dati sul voto all’estero sono arrivati solo ieri, mentre al di là della grana in Sicilia – regione in cui il Movimento 5 Stelle ha ottenuto più seggi al Senato di quanti candidati avesse messo nei listini, con conseguente stallo nelle proclamazioni – anche il resto delle attribuzioni ha richiesto molto più tempo di quanto prometteva Rosato. In sostanza, ci è voluto martedì per i risultati “ufficiosi” e ora è in corso un altro lavoraccio: gli uffici elettorali regionali stanno verificando i verbali di tutte le circoscrizioni e analizzando i casi di “schede contestate”. Tradotto: l’ufficializzazione dei dati non arriverà prima della prossima settimana.

A meno di clamorosi imprevisti, i dati sugli eletti diffusi in queste ore non cambieranno, ma i cavilli del Rosatellum hanno reso ardua l’impresa di trasformare le percentuali dei partiti in nomi e cognomi di neo-parlamentari. La legge elettorale consentiva a ogni candidato di presentarsi sia in un collegio uninominale sia in altre circoscrizioni proporzionali, fino a un massimo di cinque. Possibilità colta al volo da diversi aspiranti onorevoli, che hanno fatto a gara per mettersi al riparo da eventuali sconfitte sui territori, blindandosi nei listini. Questo ha fatto sì che un candidato potesse risultare eletto in più di un collegio, dovendo lasciare il posto in almeno uno di questi a un compagno di lista.

Ma con che criterio? Rosatellum alla mano, la priorità ce l’hanno i collegi uninominali: se un candidato vince nel maggioritario è lì che deve essere eletto e non nel proporzionale. Se invece un candidato ottiene il diritto al seggio in più collegi proporzionali, viene premiato il territorio in cui l’aspirante onorevole è capolista o, comunque, più alto in lista.

Terzo caso: se qualcuno vince in due collegi diversi, a parità di posizione in lista, viene eletto nella circoscrizione dove ha ricevuto la percentuale di voti più bassa.

Conseguenza più immediata di questo groviglio è un lavoro immenso nell’incrociare le pluricandidature di tutta Italia, per verificare chi dovesse entrare dove e, soprattutto, chi dei primi non eletti dovesse scattare in avanti nei listini e ottenere il seggio. Operazioni completate, al netto di ricorsi e controlli, tra martedì e ieri. Con buona pace del pronostico di Rosato.

Collegi, le classifiche dei candidati: Di Maio ha la vittoria più netta

Il quadro generale è evidente: quei collegi del Rosatellum che avrebbero dovuto favorire le coalizioni (leggi: Berlusconi e Renzi), in realtà hanno aiutato solo il centrodestra e solo al Nord; nel resto del Paese è stata una slavina a 5Stelle. In attesa dei dati definitivi, i numeri sono i seguenti: alla Camera il centrodestra ha vinto 109 collegi uninominali, il M5S 88 e il centrosinistra solo 24; al Senato il centrodestra ne prende 58, M5S 44 e il centrosinistra 13. Poi ci sono le performance individuali. Ovviamente i risultati dei singoli candidati sono influenzati dalle dimensioni dei collegi: quelli del Senato sono molto più vasti di quelli della Camera; e anche all’interno dei due rami ogni collegio ha misure diverse. Al netto di questa premessa, le classifiche dei migliori candidati di Camera e Senato sono la fotografia di due domini: quello di centrodestra (e specie Lega) al Nord e quello dei 5Stelle al Sud, soprattutto in Campania e in particolare a Napoli.

 

Camera – Voti assoluti

1. Daniele Belotti

Lega Nord – collegio di Albino, Lombardia – 105.157 voti

Il salviniano Belotti ha 50 anni, negli ultimi 32 ha avuto cariche politiche (19 da consigliere comunale a Bergamo e 13 in Regione). Ultrà atalantino, è stato indagato (e prosciolto) per concorso esterno in associazione a delinquere.

 

2. Alberto Stefani

Lega nord – collegio di Vigonza, Veneto – 100.714 voti

Il secondo più votato alla Camera è anche il più giovane candidato: 25 anni, l’età minima per essere eletti. Stefani raccoglie il 52,27%.

 

3. Lorena Milanato

Forza Italia – collegio di Abano Terme, Veneto – 97.740 voti

Col 49,9% Milanato ottiene la quinta legislatura della carriera. Tutte alla Camera, tutte con FI e Pdl.

 

Camera – Percentuali

1. Luigi Di Maio

M5S – collegio di Acerra, Campania – 63, 91%

Nel collegio di casa il leader dei Cinque Stelle ha schiantato Vittorio Sgarbi: 43 punti di distacco. Con 95.219 voti Di Maio è anche quinto in Italia in termini assoluti.

 

2. Rina De Lorenzo

M5S – collegio di Napoli Ponticelli – 62,09%

I 5Stelle vincono con percentuali bulgare anche nella periferia est di Napoli: Rina De Lorenzo, dirigente del sindacato degli insegnanti Gilda, era alla prima candidatura.

 

3. Vincenzo Spadafora

M5S – collegio di Casoria, Campania – 59,4%

Spadafora è l’uomo ombra di Di Maio. Già presidente di Unicef Italia, garante dell’infanzia e collaboratore – tra gli altri – di Francesco Rutelli.

 

Senato – voti assoluti

1. Luca Ciriani

Fratelli d’Italia – collegio di Udine, Friuli – 181.546 voti

Il candidato più votato d’Italia (anche grazie alle dimensioni del suo collegio) viene dal partito di Giorgia Meloni e da una lunga militanza da ex missino in Friuli (dove è stato consigliere e assessore).

 

2. Niccolò Ghedini

Forza Italia – collegio di Bassano del Grappa, Veneto – 178.948 voti

L’avvocato di Berlusconi ha dominato il suo collegio (51,98%).

 

3. Maria Alessandra Gallone

Forza Italia – collegio di Bergamo – 173.678 voti

Gallone è alla terza candidatura e alla seconda legislatura in Senato (nel 2013 non fu eletta).

Senato – percentuali

 

1. Meinhard Durnwalder

Svp – collegio di Bressanone, Trentino Alto Adige – 66,54%

Nel fortino tirolese di Brixen è un autentico plebiscito: il secondo partito alle spalle di Svp (66,5%) è la Lega, che prende esattamente un decimo dei voti (6,65%).

 

2. Raffaele Mautone

M5S – collegio di Casoria, Campania – 58,51%

Anche lui è alla prima esperienza politica: è un medico pediatra, dirigente di I livello da 27 anni presso l’ospedale di Posillipo SS. Annunziata.

 

3. Licia Ronzulli

Forza Italia – collegio di Cantù, Lombardia – 56,8%

Come per Ghedini alla Camera, anche per la più stretta collaboratrice del cerchio magico, Berlusconi aveva scelto un collegio blindato. Ronzulli porta a casa 145.222 voti

Il “buco” nel Rosatellum ruba un senatore al M5S

Non si sa bene con quali aggettivi descrivere il fatto, quindi ci si limiterà, per così dire, alla constatazione amichevole dell’incidente: la prossima legislatura nasce incostituzionale, nel senso che non potrà garantire il plenum del Senato previsto dalla Carta (315 eletti) e dunque la piena rappresentanza degli elettori nel Parlamento nazionale. Il fatto, di cui abbiamo già scritto, è questo: l’exploit del Movimento 5 Stelle in Sicilia – regione in cui ha sfiorato il 50% dei voti – ha fatto sì che quella lista esaurisse i parlamentari da eleggere tanto alla Camera che al Senato.

In sostanza, il M5S ha vinto tutti i 28 collegi maggioritari dell’isola e s’è aggiudicato 29 seggi al proporzionale: ai grillini mancano 3 eletti su 36 a Montecitorio e uno su 22 a Palazzo Madama. “Colpa” del combinato disposto di due norme presenti nella legge: la possibilità di multicandidature (il cosiddetto “paracadute” proporzionale); i listini bloccati brevi (la Consulta aveva bocciato quelli lunghissimi del Porcellum).

Un caso simile si verificò nella legislatura 2001-2006, quando alla Camera non si riuscì ad assegnare ben 11 seggi (detti “vacanti”), motivo per cui nella nuova legge elettorale c’è una “norma di chiusura”, vale a dire un comma che regola i casi limite come questo. In sostanza i tre deputati che il M5S ha eletto in Sicilia verranno recuperati tra i suoi candidati non eletti nei collegi uninominali in altre circoscrizioni (cioè fuori dall’isola).

L’inghippo è in Senato, dove questo è impossibile perché il Rosatellum non contiene “norme di chiusura” per la Camera Alta. La ragione è semplice: non si può uscire dall’isola perché, dice la Costituzione, “Il Senato è eletto su base regionale”. Per rispettare il criterio della territorialità c’è un’unica soluzione: quel seggio dovrebbe passare alla lista o coalizione seconda classificata nella circoscrizione che esprime il seggio “vacante”. In questo modo, però, migliaia di elettori dei 5 Stelle finirebbero per eleggere un candidato del centrodestra, senza contare che il Rosatellum impone anche al Senato soglie nazionali (ad esempio quella di sbarramento al 3%) per le liste, sottolineando dunque l’appartenenza del voto.

Della questione dovranno occuparsi l’Ufficio elettorale centrale della Cassazione e la Giunta delle elezioni del Senato. Alla fine, al di là della difficoltà giuridica della vicenda, in mezzo ai veti politici incrociati si deciderà di non decidere come nella XIV legislatura, ma con un effetto di magnitudo politica più ampia: nel 2001 la maggioranza del centrodestra alla Camera era enorme anche senza gli 11 seggi vacanti, oggi assistiamo ai prodromi di una trattativa al singolo voto dentro Palazzo Madama e il danno per i Cinque Stelle potrebbe risultare considerevole in caso si presenti in Aula un governo di minoranza a guida Luigi Di Maio.

Di fronte a tutto questo qual è la reazione dell’autore di questa meraviglia? Che dice l’ex capogruppo del Pd Ettore Rosato? Tra l’altro, questo: “Quello che è accaduto in Sicilia era previsto nella legge e non c’è nulla di anomalo”. Ne consegue che non sapere come attribuire un senatore, secondo l’uomo che ha scritto la legge elettorale, “non è anomalo” e dunque – se dovessimo considerare il deputato Pd in grado di dominare le parole che pronuncia – che era previsto, un’ipotesi preordinata.

Ora, che Rosato domini la lingua italiana può essere materia in dubbio, mentre è decisamente da escludere che domini la legislazione elettorale. Il cosiddetto Rosatellum, imposto al Paese con ben 8 voti di fiducia, è una legge piena di difetti, anche tecnici, e soprattutto che si è alla fine rivelata la peggiore possibile per il “dante causa” politico dello stesso Rosato: l’idea di fondo (divieto del voto disgiunto, coalizioni finte, liste civetta) era “punire” i partiti a sinistra del Pd col voto utile e, attraverso le alleanze, portare sangue ai dem e a Forza Italia ridimensionando allo stesso tempo il M5S nei collegi uninominali.

L’accuratezza di questo progetto politico da domenica notte è chiara a tutti: i 5 Stelle hanno vinto quasi tutto nel Mezzogiorno; il centrodestra è la prima forza politica del Paese; il Pd è praticamente sparito dalle mappe elettorali ed è ridotto alle cifre dei Ds quando decisero di suicidarsi sciogliendosi nel Pd con la Margherita, agglomerato da cui sono giunti fino a noi tanto Rosato che Emanuele Fiano, relatore della legge alla Camera e suo regista politico. Due apprendisti stregoni, entrambi rieletti, hanno evidentemente dimenticato una cosa: è certo vero che le leggi elettorali finiscono per disegnare il sistema politico, ma è altrettanto vero che per farlo davvero serve comunque prendere i voti. Forse, ora che ha tempo, potrà spiegarglielo Renzi.

Le brutte cose di pessimo gusto

Silvio impagliato e il busto di Renzi, di Gentiloni, i fiori in cornice (le buone cose di pessimo gusto!), il Napolitano un po’ tetro, le scatole senza confetti, i frutti di marmo protetti dalle campane di vetro, un qualche raro balocco, gli scrigni fatti di valve, l’amaca di Serra col mònito +Bonino, +sinistra, le noci di cocco, Rignano ritratta a musaici, gli acquarelli un po’ scialbi, le stampe e La Stampa con l’allarme fake news russe, i cofani ammaccati da Giuliano Ferrara, gli albi dipinti d’anemoni arcaici e d’oracoli d’Eugenio Scalfari, le tele di Massimo d’Alema, le miniature del ragionier Cerasa, i dagherrotipi di Calabresi e Cerno sull’onda nera fascista che tracima. Calenda sognanti in perplessità, il gran lampadario vetusto con su Ferrara che si schianta a mezzo il salone e immilla nel quarzo le buone cose di pessimo gusto, il cùcu Cazzullo dell’ore che canta gli allarmi dei mercati, le sedie parate a damasco chermisi finchè non si siede Giuliano Ferrara. Il water closed con Sgarbi sopra. L’Italia che riparte. Berlusconi che torna alla grande. Scalfari sceglie Silvio e non Di Maio. Severgnini sceglie Silvio e non Di Maio. Scalfari vota la nuova grande sinistra di Di Maio. Severgnini non pervenuto. Il boom animalista della Brambilla. I voti moderati della Lorenzin. Il partito del morbillo contro il partito dei vaccini.

Nevica, Raggi ladra. Tira vento, Raggi ladra. Piove, Raggi ladra. I treni si fermano in tutta Italia, Raggi ladra. Spelacchio si spelacchia, Raggi ladra. La fuga dai 5Stelle per Rimborsopoli. Il golpe di Scafarto contro il Pd. Il golpe di Woodcock contro il Pd. Il golpe del Fatto contro il Pd. Il golpe della Sciarelli contro il Pd. Il Falso quotidiano. Grillo pregiudicato per l’incidente d’auto del 1984 (copyright Renzi). Il governo Davigo-Di Matteo-Di Maio. Il nuovo predellino di Silvio. Gentiloni tranquillizza l’Europa. L’endorsement di Prodi a Santagata (Tony? No, Giulio) e alla lista Insieme (insieme a chi? A Santagata). L’endorsement di Prodi a Gentiloni. L’endorsement di Veltroni a Gentiloni. L’endorsement di Napolitano a Gentiloni. L’endorsement Ue a Gentiloni. L’endorsement di Gentiloni a Gentiloni. L’endorsement di Calenda alla Bonino. L’endorsement di Gentiloni alla Bonino. L’endorsement di Napolitano alla Bonino. L’endorsement di Saviano alla Bonino. Guai a consegnare l’Italia agli incompetenti. I mercati ci guardano. Lo spread pure. L’attentato di Di Maio a Mattarella via mail. L’Agcom sulla par condicio degli opinionisti. Le pensioni a mille lire. Anzi, a un milione di euro.

I cinque colpi di Stato contro Silvio. Matteo nuovo Macron (o Micron). En Marche (in marcio). Grasso apre ai 5Stelle ma la Boldrini chiude (salutame a soreta). “’Grillini for dummies’. Il M5S aperto con l’apriscatole e spiegato agli italiani. Ovvero, cosa succede quando l’incompetenza, miscelata a una truffa chiamata democrazia diretta, si candida a guidare il paese. Il nuovo libro del Foglio, dal 1° febbraio a 0,90 euro con il quotidiano. Prenotalo dal tuo edicolante di fiducia” (transennate le edicole). “Firma anche tu l’appello del Foglio #nosfascisti” (accorriamo numerosi e festanti). Ci salveranno le larghe intese. Non disperdiamo questi anni di riforme. Ci salverà l’Europa. I paraculi col paracadute. I paraculati senza paracadute. La buona legge del Rosatellum. La Boschi passa dall’etrusco al tedesco. E quella lì, come si chiama? Ah sì, Ruby, l’hanno inventata i giornalisti, vergogna Severgnini! L’allarme populismi. Il tavolo di Calenda per Roma. Il tavolo di Calenda per l’Ilva. L’ira di Calenda per la gentaglia di Embraco. La sera delle elezioni si saprà già chi ha vinto. I congiuntivi di Di Maio. Rimbocchiamoci le mani (copyright Matteo Ricci). Civati avverte che “ogni voto dato a Renzi è un voto a Renzi”, ma si dimentica di chiedere un voto a Civati. Il governo di scopo. Il governo di decantazione. Il governo del presidente. Il governo tecnico. Il governo di transizione. Il governo della non sfiducia. Il governo di minoranza. Il governo delle convergenze parallele. Il governo di responsabilità. Comunque Gentiloni resta. O magari Calenda. O forse Minniti.

D’Alema ricandidato perchè glielo chiedono i pugliesi che poi non lo votano. Il monito di Juncker. Il nuovo contratto con gli italiani, stesso Vespa, stessa scrivania di ciliegio, stesso B. ma con più capelli di 17 anni fa. Sono una vittima della mafia, altro che. Il report quindicinale di Renzi sulle fake news. La task force del Viminale anti-fake news. La task force europea anti-fake news con Riotta. I clandestini ti entrano in casa, corrono al frigo e si attaccano alla bottiglia dell’olio: ci sono le impronte delle labbra sul collo della bottiglia, me l’ha detto la signora (copyright B.). Basta impresentabili (sempre lui). Gli evasori devono andare in galera (tranne lui, sempre lui). Aboliremo il canone Rai (copyright Renzi). Berlusconi da Chenot. Berlusconi all’autogrill. Di Maio bacia la teca col sangue di San Gennaro. Partecipa anche tu al concorso Vinci Salvini per una telefonata con Salvini. Aboliamo la Fornero, intesa come legge. Il presepe della Meloni. Casini non si ricandida come Di Battista, ma viene rieletto. Aiutiamoli a casa loro (copyright Salvini). Aiutiamoli a casa loro (copyright Renzi, da non confondere). Scommetto una bistecca alla fiorentina che saremo il primo partito (sempre Renzi). Chiudiamo le frontiere e riapriamo le case chiuse (copyright Salvini). Il ciaone di Carbone. Il ciaone a Carbone. È giunta è giunta in vacanza da Bolzano la grande sorella Maria Elena con la compagna Emma. E nessuno se n’è accorto. Ti fisso nell’albo con tanta tristezza, ov’è di tuo pugno la data: quattro di marzo del due mila diciotto.

Dario Argento scrittore nella tela del Diavolo

Notte, un uomo al buio e una piccola torcia tra le mani. Cammina tra le stanze, poi un barlume, simile a una presenza, si insinua nei suoi pensieri. È una figura, sta alla destra della Vergine, avrebbe dovuto essere un San Girolamo e in effetti lo è, ma la sua magrezza spettrale emana una temperatura fredda, quasi diabolica. Dopo tutto, Rosso Fiorentino, nel dipingerlo per La Pala dello Spedalingo, aveva avuto come modello un cadavere dissezionato. L’uomo, nel silenzio, si trova improvvisamente avvolto in un sibilo assordante. Scappa fino a che non si sente chiamare dall’uomo dalle zampe di cavallo del Pallade e il centauro di Botticelli. La mano brandisce la torcia nella speranza di scacciare i demoni ma è lui stesso, l’uomo, il demone di Giuditta che decapita Oloferne. Parla con la voce di Artemisia Gentileschi, che dalla tela ancora maledisce “il bastardo che doveva insegnarmi e invece abusò di me, sbattendomi in quello studio di pittura senza ascoltare le mie suppliche”. L’uomo scappa ancora, fino a bloccarsi come pietrificato di fronte ai serpenti della Medusa di Caravaggio che paiono animarsi alla luce della torcia.

Potrebbe essere Edgar Allan Poe, invece è Dario Argento che – deposta la macchina da presa – si cimenta ora nella letteratura fantastica con il suo Horror, sei racconti da brivido il primo dei quali è Notte agli Uffizi, cronaca semi autobiografica di un attacco di sindrome di Stendhal nella più celebre galleria del mondo. E proprio agli Uffizi il maestro dell’orrore ha scelto di presentare il libro in compagnia del direttore Eike Schmidt che, per l’occasione, si improvvisa Cicerone per accompagnare l’autore in un nuovo tour nelle stanze dei demoni (questa volta però scansando orde di scolaresce e turisti giapponesi): “Firenze non è solo Uffizi – racconta Argento – anche camminando per le strade succede di avere strani turbamenti, l’arte non è soltanto meraviglia. So di persone quasi impazzite, come il turista americano che sostenne di aver incontrato un altro se stesso a Firenze ed era stato immensamente felice fino a che questo doppio di sè non era sparito, lasciandolo affranto oltre che ricoverato in un reparto psichiatrico. Fu dimesso ma prima di lasciare Firenze promise di tornare un giorno, per ritrovare ancora una volta se stesso”.

“Gli svenimenti di fronte a Botticelli esistono – ribadisce Schmidt – sono sentimenti radicati nella psiche umana che si manifestano di fronte a una concentrazione di bellezza e di forza artistica fuori dal comune. L’arte può garantire effetti degni di qualche, diciamo così, medicina, perché l’arte è medicina e veleno”. Schmidt e Argento tornano di fronte ai capolavori di Una notte agli Uffizi. Il regista – e cos’altro se no? – ammira estasiato gli schizzi di sangue che zampillano dalla giugulare di Oloferne decapitato da Giuditta. La critica ritiene che Artemisia Gentileschi abbia dipinto il soggetto riferendosi alla violenza sessuale subita da parte di Agostino Tassi. È la Roma di fine XVI secolo, non Hollywood, ma l’accostamento alle battaglie della figlia Asia è praticamente servito: “A volte mi sento turbato per quello che succede ad Asia – risponde Dario Argento – ha passato momenti davvero difficili. In Italia, per quello che ha detto, ha avuto grandi dispiaceri. È stata attaccata in modo immotivato e feroce. Però continua la sua battaglia con tante altre attrici. Hanno avuto il coraggio di denunciare e vedremo se le cose cambieranno; io penso che poi cambieranno”.