Tempo di Libri post-elezioni: fermi in attesa del governo

Tempo di Libri al tempo di elezioni: c’è da aprire l’ombrello? Come ha reagito l’intellighenzia italiana – che da domani a lunedì si ritrova a Milano per la seconda edizione della Fiera Internazionale dell’Editoria – di fronte al deflagrante risultato elettorale? “Siamo chiamati a riflettere perché il voto è una reazione al malessere diffuso”, spiega Ricardo Franco Levi, presidente dell’Associazione italiana editori, che organizza la rassegna con Fiera Milano.

Nel fluviale programma di Tempo di Libri (650 appuntamenti, 400 espositori, 900 autori), sciopero dell’Azienda dei trasporti (partner della kermesse) permettendo, era già previsto un incontro sull’“Italia nel dopo elezioni” (12 marzo) con i direttori di 5 quotidiani (Fontana, Calabresi, Molinari, Gentili, Cusenza). “L’interesse degli editori è poter contare su un Paese che sia sempre più istruito. Il nostro interesse corrisponde a quello pubblico, e dunque di qualsiasi governo”.

Eppure la nuova possibile classe dirigente – dalla Lega ai 5 Stelle – si è dimostrata poco sensibile alla cultura, se non culturalmente fragile… “Chiunque sarà chiamato a governare si assumerà tutte le responsabilità del caso: ho fiducia”, nicchia Levi. Ma il ceto intellettuale non si sente uno degli establishment contestati dal voto? “Assolutamente no. Il libro sta attraversando una fase felice: chi può non condividere priorità come l’incentivo alla lettura?”.

Più scettico è Romano Montroni, presidente del Centro per il libro (del Mibact): “L’atteggiamento elettorale rispecchia il nostro livello culturale, senza offendere nessuno. Siamo il terzultimo Paese in Europa per numero di lettori: al Sud, dove il voto è stato quello (trionfo dei 5 Stelle, ndr), legge appena il 27-30% della popolazione. Detto questo, aspetto di vedere chi c’è prima di valutare”. Il 9 marzo in fiera saranno presentati gli ultimi dati Istat, per cui l’11,5% degli italiani si dichiara “non lettore”: oltre il 13% di chi ha 25 o più anni; oltre il 15% tra i 55-59enni; oltre il 18% tra le donne operaie. I motivi vanno dal “mi annoia” (35%) a “ho poco tempo” (30%), al preoccupante “non so leggere, leggo male” (8%).

Paolo Ambrosini, presidente dell’Associazione librai, ribatte: “Non si può fare un sillogismo e dire che chi non legge vota 5stelle. Toccherà a noi avviare un confronto, anche faticoso, con la nuova classe politica. È vero che nei programmi non c’erano riferimenti ai nostri temi, ma non dispero: in Lombardia e Veneto con la Lega abbiamo lavorato bene”. Prudente è pure Elisabetta Sgarbi, direttore de La Nave di Teseo: “La cultura non è qualcosa di astratto. Ci sono decisioni che dovrebbero essere prese da persone competenti. Il risultato elettorale dice poco: bisogna aspettare di sapere quali saranno le persone incaricate”.

Al bilancio post-elettorale sono dedicati diversi incontri: con Peter Gomez; Alan Friedman e David Parenzo; Marco Belpoliti, Sergio Luzzatto e Davide Ferrario. La Fiera seguirà un filo rosso giornaliero: Donne (8); Ribellione (9); Milano (10); Immagine (11); Digitale (12). La speranza è che le “Cinque Giornate” non si trasformino in barricate del salotto buono e che Milano, capitale dell’editoria, non sia quella riserva indiana fotografata dalle urne: “Noi che facciamo questo mestiere non ci pensiamo chiusi, né a Milano né in Italia: il mondo della cultura è internazionale, non locale”, commenta Gian Arturo Ferrari, ora consulente di Mondadori. “L’editoria di libri è molto sottovalutata: noi di mestiere cerchiamo di vedere cosa accadrà in futuro. Libri che prevedevano questi risultati sono stati pubblicati anni fa: La casta, per dire, o Sottomissione. Noi siamo profetici: se uno leggesse di più, capirebbe cosa accade nel mondo”.

Anche per Levi “l’editoria non vive in una bolla, come conferma il programma, che va da Dante all’Inter, da Leopardi ai Telegatti”. Se Tempo di Libri tenta di rilanciarsi come una festa, nelle case editrici non tutti sono in solluchero: in Mondadori non paiono troppo preoccupati dal nuovo corso politico, mentre nella rossa Feltrinelli serpeggia un po’ di “sgomento” e qualcuno, scherzando, dice di avere il “passaporto pronto”.

“Milioni di like per Hitler e lager come fake news”

I gialli di Harald Gilbers, teutonico di successo, sono un unicum. Ambientati nella Berlino nazista nella fase finale del Terzo Reich, hanno per protagonista un investigatore particolare: Richard Oppenheimer, commissario di polizia. Cacciato perché ebreo.

Hitler è un maiale, dice Hilde, nobildonna antinazista.

Paragonare i politici e i personaggi pubblici agli animali è uno dei meccanismi più antichi della satira. Nel suo film Porcile, Pasolini utilizzò il maiale come metafora per descrivere le connessioni tra il miracolo economico della Germania del dopoguerra e il suo passato nazista. I peccati politici peggiori sono l’incompetenza e la corruzione, ma non sono caratteristiche tipiche dei maiali.

Oppenheimer è ebreo. Si può incrociare il noir con l’Olocausto?

È stata una decisione strategica mentre scrivevo Berlino 1944. Senza conflitto non c’è Storia. E secondo me il più grande conflitto possibile era dato da un ex commissario ebreo costretto a lavorare per le SS. Inoltre, volevo mostrare gli effetti devastanti dei bombardamenti aerei senza incitare sentimenti revanscisti. La causa di questa tragedia è l’ideologia criminale di Hitler e per me era molto importante che questo concetto restasse vivo nella mente dei lettori.

Lei ricostruisce la quotidianità della guerra a Berlino. Tra miserie e razionamenti c’è un “cinema stracolmo”.

La macchina del cinema di Goebbels sfornò un sacco di commedie e musical leggeri. Il pubblico voleva dimenticare la crudezza della realtà almeno per qualche ora. I film palesemente propagandistici come Der Ewige Jude o S.A. Mann Brand non venivano accolti bene. Ma c’erano delle eccezioni come Jud Süss, che ebbe molta influenza sulla gente, e le epopee storiche come quelle su Federico il Grande. Sfogliando i giornali del tempo, è incredibile quanti film venissero proiettati durante i peggiori raid aerei.

Perché il sentimento antinazista fu minoritario?

Quando Hitler diventò Cancelliere era opinione diffusa che presto sarebbe stato addomesticato dalle politiche di tutti i giorni. Erano in molti a non credere che Hitler sarebbe riuscito a portare avanti il suo programma radicale. Pensavano che non sarebbe stato così male. Ciò che peggiorò la situazione fu il fatto che gran parte della gente era apolitica o non aveva fiducia nel sistema democratico della Repubblica di Weimar.

In Europa sta risorgendo il mito dell’uomo forte.

Democrazia significa accettare opinioni diverse e cercare di trovare compromessi. Ma alcuni politici, e anche una parte significativa dei votanti, non tollerano più punti di vista in conflitto. La popolazione sembra essere divisa a metà e le elezioni vengono vinte con margini risicati. È un fenomeno internazionale. Negli ultimi mesi è accaduto negli Stati Uniti, in Turchia, Polonia, e anche il voto della Brexit ne è stato un esempio. A volte le democrazie muoiono per un colpo fragoroso. Ma più spesso vengono abolite da politici regolarmente eletti, con il pretesto di rendere effettiva la volontà elettorale. Oggi gli Stati autoritari assomigliano alla dittatura di una maggioranza ristretta.

La follia di Hitler contempla la superiorità della razza ariana. Oggi il mito della razza resiste ancora.

Raramente le idee muoiono, anche quelle totalmente folli. C’è una componente psicologica: la gente tende a credere persino alle bugie più assurde se vengono ripetute abbastanza a lungo. È esattamente la strategia dei populisti di destra che cercano di stabilire la conversazione. Violando i tabù, si spingono oltre il confine di ciò che è accettabile nel discorso pubblico. Il loro obiettivo è che le loro idee diventino mainstream. Il pericolo maggiore è che anche i partiti moderati facciano proprie queste idee per accaparrarsi voti.

I figli di Odino richiama il nazismo magico. Perché Hitler lo scaricò?

All’inizio Hitler prese qualche ispirazione dalle sette pagane di Vienna, ma poi si disinteressò al misticismo. Invece il nazismo tentò di far rivivere vecchie tradizioni e costumi tedeschi, anche se alcuni erano pura invenzione. Ufficiali nazisti d’alto rango come Himmler e Hess furono molto ricettivi nei confronti di questo tipo di misticismo ariosofico. Ma a un certo punto Hitler decise di mettere fuori legge queste sette perché erano una sottocultura che non poteva controllare.

Oppenheimer continuerà a indagare?

Il terzo romanzo annuncia l’entrata dell’Armata rossa a Berlino. Si svolge nel breve tempo in cui l’ex capitale della Germania era sotto il controllo esclusivo delle forze d’occupazione russe. Oppenheimer, sua moglie Lisa e Hilde cercano di sopravvivere, ma non senza cicatrici emotive. Il suo senso di giustizia è messo a dura prova quando Lisa viene violentata.

L’intera Europa non ebbe la percezione di quello che stava accadendo nei lager: oggi sarebbe possibile in questa società iperconnessa?

Sembrava impossibile che un paese civilizzato come la Germania fosse capace di una tale barbarie. Sì, forse l’informazione sarebbe più veloce e le notizie evaderebbero prima, ma tanta gente, proprio come allora, non ci crederebbe comunque. L’introduzione della radio dopo la presa del potere da parte di Hitler massimizzò gli effetti della propaganda di Goebbels. È vero che Internet non può essere efficacemente controllato allo stesso modo dei programmi radio, ma le opportunità di manipolazione dell’informazione sono esponenzialmente cresciute. Mi immagino un Hitler di oggi come un virtuoso dei social con un paio di milioni di like su Facebook. Assumerebbe un’armata di troll online e bot automatici capaci di influenzare l’opinione pubblica. E i reportage sulle morti nei campi di concentramento sarebbero beffati all’istante e marcati come fake news dai suoi follower.

Russiagate, lo “sconosciuto” che vuole evitare il Gran Giurì

Serpi in seno: ecco che cosa si alleva Donald Trump alla Casa Bianca. Sembra quasi che ogni volta che un suo collaboratore – attuale o ex – apre bocca lo faccia per mettere in difficoltà il presidente, che si tratti o meno del Russiagate, l’inchiesta sull’intreccio di contatti tra la campagna del magnate ed emissari del Cremlino, prima e dopo le elezioni presidenziali Usa 2016.

L’ultimo ‘giuda’ è un singolare personaggio ‘di seconda fila’, Sam Nunberg, consigliere della campagna di Trump, licenziato per post nazisti e poi denunciato per eccesso di pettegolezzi: andava spifferando la love story tra il campaign manager Corey Lewandowsky e la portavoce Hope Hicks. Proprio la Hicks, divenuta capo della comunicazione alla Casa Bianca, ha appena tolto il disturbo per un altro affaire con un ex marito manesco, Rob Porter, e per avere ammesso, davanti a un Gran Giuri, di avere mentito per proteggere il suo boss, cioè il presidente.

Nunberg, invece, davanti al Gran Giuri non vuole comparire. Ed è andato a dirlo alle tv d’America, raccontando, tra l’altro, alla MsNbc che Trump “potrebbe aver fatto qualcosa d’illegale”, salvo aggiungere di non saperlo “con certezza”. Uomo di fiducia di Roger Stone, discusso veterano di campagne politiche che è stato pure al fianco di Trump, ancor prima che scendesse in lizza per la nomination repubblicana, Nunberg era stato licenziato nell’agosto 2015, prima che la corsa entrasse nel vivo, e fu denunciato nell’imminenza della convention repubblicana.

I guai di Kellyanne Conway, l’ultima superstite della campagna presidenziale alla Casa Bianca, non c’entrano invece nulla con il Russiagate: la consigliera di Trump, che da tempo gioca a nascondino con i media, mantenendo un bassissimo profilo, ha violato in due occasioni lo Hatch Act, una legge del 1939 che vieta ai dipendenti dell’Esecutivo federale di partecipare all’attività politica. L’Office of Special Counsel, l’agenzia preposta al rispetto della legge, le contesta due interviste tv.

Kim e la colomba atomica: primavera di pace coreana

IGiochi si sono chiusi da dieci giorni, ma lo spirito olimpico continua ad aleggiare sulle relazioni fra le due Coree: Pyongyang e Seul hanno ieri concordato lo svolgimento di un Vertice, entro fine aprile, fra i loro presidenti, Kim Jong-un e Moon Jae-in. I due Paesi hanno pure deciso d’istituire una ‘linea rossa’ di comunicazione diretta, che i leader hanno subito ‘testata’, con il loro primo colloquio diretto.

La ‘linea rossa’ deve consentire strette e rapide consultazioni fra i due Paesi e contribuire a ridurre le tensioni militari nella penisola coreana, ha riferito Chung Eui-yong, consigliere per la sicurezza di Moon, facendo un briefing a Seul sui risultati d’una missione da lui guidata al Nord: due giorni d’incontri e colloqui e 3 ore dopo il loro arrivo, una cena con Kim, che di solito preferisce fare attendere i visitatori – tovaglia e sedie rosa, tavola rotonda per 12 persone fra cui 2 donne.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che aveva accompagnato con un laconico “Vedremo che succede!” l’inizio della missione sud-coreana, commenta ora in modo cauto e ambiguo: nota “possibili progressi”, ma dice che gli Usa sono “pronti ad andarci decisi in entrambe le direzioni”, verso la pace o verso la guerra. “Per la prima volta in molti anni – scrive su Twitter Trump – sono stati fatti seri sforzi da tutte le parti interessate. Il mondo sta guardando ed è in attesa! …potrebbe essere una falsa speranza”.

Accolta più positivamente a Pechino ed a Mosca, la notizia lascia freddi pure il giapponesi, la cui priorità resta l’abbandono dei programmi nucleari nord-coreani. L’Ue parla di “primi passi incoraggianti” e attende informazioni di prima mano dal ministro degli Esteri sudcoreano Kang, che sarà a Bruxelles il 19 marzo. Il clima pare, comunque, molto più disteso rispetto a poche settimane or sono, quando l’Orologio dell’Apocalisse era più vicino che mai allo scoccare della mezzanotte dell’Olocausto nucleare.

Il Vertice di aprile sarà il terzo fra le due Coree, ma il primo per gli attuali leader (Kim è presidente dal 2011, Moon da meno di un anno), dopo quelli frutto della ‘sunshine policy’ – 2000 e 2007. L’incontro non si svolgerà a Pyongyang, come i precedenti, ma nell’area di sicurezza congiunta del villaggio di confine di Panmunjom, nella fascia demilitarizzata lungo il 38° parallelo.

Secondo le fonti sud-coreane, il Nord sarebbe incline ad accettare la denuclearizzazione della penisola, cioè a rinunciare all’atomica, che già possiede, e disposta anche a sospendere le attività di sviluppo nucleari e missilistiche. Le fonti ufficiali nord-coreane si limitano a registrare la “soddisfazione” di Kim per l’accordo raggiunto con la delegazione sud-coreana, che gli ha recato una lettera di Moon e ha discusso come allentare le tensioni e rafforzare dialogo e cooperazione.

Sempre secondo le fonti sud-coreane, che non trovano conferme, ma neppure smentite a Pyonyang, la Corea del Nord vuole un dialogo diretto e “franco”! con gli Stati Uniti e offre una ‘moratoria’ delle sue attività su nucleare e missili per tutta la durata dei colloqui tesi alla “normalizzazione” delle relazioni. “La parte nordcoreana ha chiaramente affermato l’impegno alla denuclearizzazione della penisola dicendo che non ci sarebbe ragione per possedere armi atomiche se la sicurezza del regime fosse garantita e la minaccia militare contro il Nord fosse rimossa”, ha spiegato Chung. E, inoltre, “il Nord ha promesso di non usare neanche le armi convenzionali contro il Sud”.

A marcare la distensione dei rapporti, prosegue la diplomazia di arti e sport: Pyongyang invita al Nord un team dimostrativo sudcoreano di taekwondo e un gruppo artistico, restituendo l’ospitalità offerta ad analoghe delegazioni durante i Giochi della Neve di Pyeongchang.

L’azzardo di Anastasia: prostituta e “gola profonda” dello scandalo Usa-Russia

Sedici ore. È la durata dell’audio che dice di avere, prova maestra per le indagini dell’Fbi, che accerterebbe definitivamente l’intervento russo nelle elezioni presidenziali americane. Sedici ore. Per questa registrazione l’escort bielorussa Anastasia Vashukevich, che si fa chiamare Nastya Rybka, “piccolo pesce”, chiede in cambio la libertà dalla prigione asiatica in cui l’hanno rinchiusa. Per evitare la deportazione in Russia, cerca asilo nel paese a stelle e strisce. In cambio, dice, può fornire agli Stati Uniti la storia di Trump e la Russia.

Nastya è stata per un anno l’escort dell’oligarca russo Oleg Deripaska, in affari con Paul Manafort, che ha gestito la campagna elettorale di Trump, ed è ora testimone eccellente nell’indagine del procuratore speciale Robert Muller III. Manafort e Deripaska si sono scambiati milioni e informazioni: i primi in cambio delle seconde sulle elezioni americane, durante una vacanza sullo yatch del miliardario, dove c’era anche il potente Sergey Prokhodko, primo ministro di Medvedev. Ci sono prove nell’audio che Nastya dice di aver registrato al largo delle coste norvegesi, sullo yacht, dove si parla della campagna Usa: “Discutevano delle elezioni, Deripaska aveva un piano per le elezioni, ma non posso dirvi tutto”, dice dal carcere Nastya.

Nastya era arrivata il 16 febbraio in Thailandia, qualche giorno prima di Nikolay Patrushev, capo dei servizi segreti russi, “una visita pianificata in anticipo per un incontro bilaterale sulla sicurezza”, riferisce il Cremlino. Patrushev si trovava nel paese quando Nastya è stata ammanettata durante un “corso di sesso”, in un resort a Pattaya, dove teneva delle “sedute di seduzione” per turisti, soprattutto russi, soprattutto uomini, con il suo fidanzato, Aleksander Kirillov, conosciuto come Alex Lesley. Entrambi sono “finiti in prigione perché non avevano il permesso di lavoro”, riferiscono le autorità thailandesi.

La prostituta, lo zar e il grande inquisitore. Ma anche la corte degli oligarchi del presidente, ombre che avrebbero preferito rimanere grigie e fuori dai social media della blogger bielorussa. Elezioni, yatch e puttane: tutto su Instagram. L’account di Nastya ha 130mila follower e migliaia di like alle sue foto nuda, seminuda, in mutande, tra le lenzuola, pose a labbra serrate dal silicone anche in prigione. Ora manda video messaggi pubblici indirizzati “a Vladimir Vladimirovic”, Putin: “ci trasferiscono nella terza prigione a Bangkok, ma non sappiamo nemmeno il perché”. Oppure alla Cia: “ho paura di andare in Russia, cose strane possono accadere”, “questa storia non riguarda me, ma il popolo americano”.

Da quando Aleksej Navalny ha parlato di lei sul suo canale Youtube un mese fa, Nastya ha ottenuto quello che ama: i riflettori. Navalny stesso, prima di raccontare la storia del piccolo pesce, non credeva all’intera vicenda, “un po’ Homeland”, un po’ romanzo pulp, ma, ha detto, “in Russia le cose più assurde sono possibili”. Proprio come in America. “Se l’America mi dà protezione, parlerò”, ha detto Nastya, ma l’America non risponde.

Il caso Skripal: spie, vendette e veleni fra Londra e Mosca

Di sicuro c’è che sono “in condizioni critiche” in terapia intensiva all’ospedale di Salisbury. Sergei Skripal, 66 anni, ex colonnello dell’esercito russo ed ex spia per l’intelligence britannica e la figlia Yulia, 35 anni, in visita dalla Russia, sono stati trovati in stato di incoscienza su una panchina di un centro commerciale di Salisbury, nel Wiltshire, domenica sera. Schiumavano dalla bocca. Si sospetta l’avvelenamento, come per Aleksandr Litvinenko, l’agente ucciso con una dose minima ma letale di the al polonio, nel 2006, da emissari russi, poi condannati dalla giustizia britannica e riparati a Mosca.

La vedova Litvinenko, intervistata da BBC4, ha riconosciuto le analogie fra i due casi, ma ha aggiunto che è importante capire se e quale veleno sia stato utilizzato, e questo per ora non si sa: tracce di una “sostanza sconosciuta” vengono esaminate nel laboratorio militare di Porton Down. Intanto, l’indagine è passata dalla polizia all’antiterrorismo. L’ambasciata russa a Londra ha replicato: “Ricostruzioni giornalistiche hanno dato l’impressione che si tratti di una azione pianificata dai servizi di sicurezza russi, il che non corrisponde assolutamente al vero”. Un portavoce del governo russo ha dichiarato che ‘Mosca è sempre pronta a cooperare”.

Skripal è stato una spia di massimo rilievo, reclutato dai servizi britannici fin dal 1995. Scoperto nel 2006 e condannato a 13 anni di carcere, ne aveva trascorso quattro in un gulag. L’MI6 non lo aveva dimenticato e lo aveva fatto inserire in una lista di quattro ex agenti da scambiare con dieci spie russe arrestate negli Stati Uniti nel 2010. Da allora, apparentemente, non era più operativo: si godeva i benefici dell’asilo politico senza nemmeno nascondere la propria identità, tanto che la casa di Salisbury, comprata in contanti nel 2011, risulta a suo nome. Ma secondo il Daily Mail di recente aveva detto alla polizia di temere per la propria vita: moglie, fratello e figlio sono morti tutti in circostanze sospette. Un video del 2010, mandato in onda dal programma Newsnight di BBC, mostra il presidente russo Putin dichiarare, proprio a proposito di quello scambio di agenti: “I traditori finiranno male. Questa gente ha tradito i propri amici, i propri commilitoni. Qualsiasi cosa abbiano ricevuto in cambio – quei 30 denari di guadagno – ci si strozzeranno”. Se il movente del presunto avvelenamento è la vendetta, perché ora? E la figlia Yulia è solo una sfortunata vittima collaterale o il veleno era anche per lei?

Un esperto di politica russa ha detto al Times, in condizione di anonimato, di aver “forti dubbi che il presidente Putin autorizzerebbe un attacco di così alto profilo poco prima delle elezioni presidenziali russe” del 18 marzo. Negli ultimi anni, come ricostruito da BuzzFeed, nel Regno Unito sarebbero almeno 14 le morti sospette di personaggi di spicco in rotta con il Cremlino. Morti rubricate dagli investigatori britannici come “dovute a cause naturali” malgrado molte circostanze sembrino indicare il contrario.

Stavolta la dinamica è troppo clamorosa per evitare indagini approfondite e inchieste parlamentari e di stampa. A chi conviene?

L’ordine: fermate Zingales, Litvack e la magistratura. Le date del finto complotto

8 maggio 2014. L’assemblea dell’Eni elegge il nuovo cda, con Emma Marcegaglia presidente e Claudio Descalzi amministratore delegato.

28 maggio 2014. Cda Eni. Dal verbale: “Il Consigliere Luigi Zingales fa presente che Eni potrebbe incorrere in responsabilità negli Stati Uniti per la vicenda Saipem-Algeria. (…) Ritiene opportuno che venga effettuata un’approfondita analisi all’interno del gruppo per verificare se vi sono altri rischi analoghi”.

2 luglio 2014. La Guardia di Finanza di Milano chiede a Eni gli atti sulla vicenda Opl 245 (giacimento in Nigeria per il quale si sospetta sia stata pagata una tangente) e notifica a Eni l’avviso di garanzia per la legge 231 (responsabilità civile per reati compiuti da suoi esponenti).

5 luglio 2014. Mail del consigliere Zingales al consigliere Andrea Gemma (con Karina Litvack fanno parte del Ccr, Comitato controllo e rischi presieduto da Alessandro Lorenzi): “Ritengo che si debba togliere subito la responsabilità della difesa Eni a [Massimo] Mantovani (capo degli affari legali di Eni, ndr) che è parte in causa”. Risposta di Gemma a Zingales: “Su Mantovani non sarei per la soluzione suggerita, troppa conflittualità con la struttura”.

18 luglio 2014. Cda Eni. Dal verbale: “Il consigliere Lorenzi segnala che nel Comitato Controllo e Rischi è stato dibattuto il tema del conflitto di interessi di Mantovani, in relazione alla vicenda Opl 245 (il giacimento nigeriano per cui oggi Descalzi è a processo per corruzione internazionale insieme al presidente della controllata Versalis Roberto Casula, ndr), per il suo coinvolgimento diretto nella stessa. È stato quindi chiesto, da due componenti del Comitato, che Mantovani non prenda parte alle riunioni dell’Organismo di Vigilanza che trattano il tema e gli sia precluso di seguire la relativa strategia legale.

(…) Il consigliere Zingales fa presente che quando Saipem fu coinvolta nella vicenda algerina, il legal counsel (capo degli affari legali, ndr) della società fu esautorato, anche se non era coinvolto nelle indagini. In secondo luogo, in base alle buone pratiche di business, un dirigente che viene messo in discussione per quanto ha fatto dovrebbe ritirarsi in buon ordine; si aspetta quindi che l’amministratore delegato inviti Mantovani a fare un passo indietro, avendo egli gestito in prima persona la vicenda Opl 245. (…) L’Ad risponde che non intende sospendere nessuno, non essendoci nessun procedimento nei confronti di nessuno, né un avviso di garanzia. Dichiara di garantire lui per quelle persone e quindi risponde lui per loro. (…) Ritiene che non si possa continuare ad attaccare in questo modo il personale, perché si rischia di compromettere la stabilità della struttura interna. (…) La presidente (…) ritiene che chi ha lavorato per le aziende o al loro interno sa quanto è importante che la struttura possa lavorare contando sulla fiducia del Consiglio(…) L’Ad fa presente che avere fiducia in lui vuol dire avere fiducia nella struttura, che lui stesso ha scelto e senza la quale non avrebbe la possibilità di gestire la società. (…) Il Consigliere Zingales fa presente che non ha mai rivolto accuse alla struttura. Quando dice che è buona prassi separare la difesa della società dalle situazioni personali, non è un’accusa a Mantovani e l’opinione che ha espresso non gli deve essere riferita.

L’Ad fa presente che conosce da molti anni le persone in questione. Casula non ha avuto alcun avviso di garanzia. Sono comunque persone che lavorano in azienda da trent’anni, non hanno mai avuto una macchia e non si sente di criminalizzarli e di mandarli via. Sono persone rette e non criminali. (…) Le insinuazioni, senza la conoscenza e la verifica dei fatti e delle persone non sono accettabili, perché offendono la dignità delle persone. Il Consigliere Zingales precisa che non ha fatto nessuna insinuazione, ha solo rappresentato un fatto e cioè che vi sono, nella prima linea della struttura, persone indagate e ha espresso l’opinione che ciò nuoce all’azienda”.

11 settembre 2014. Il Corriere della Sera dà notizia che Descalzi, il suo predecessore Paolo Scaroni, Casula e il mediatore d’affari pregiudicato Luigi Bisignani risultano indagati dalla Procura di Milano per corruzione internazionale per l’affare Opl 245.

16 settembre 2014. Mantovani a Zingales: “Ritengo che il tuo, oggi, sia stato l’epilogo di un atteggiamento altamente diffamatorio nei miei confronti protratto negli ultimi mesi. Peccato sia finita così”.

21 settembre 2014. Email di Zingales alla presidente Marcegaglia: “Cara Emma, (…) all’ultimo comitato di controllo, cui tu non sei riuscita a partecipare, ho chiesto a Mantovani quali erano le procedure Eni per firmare un confidentiality agreement con un intermediario di una controparte. Mantovani si è rifiutato di rispondermi, dicendo che su questi temi c’era un’indagine in corso. (…) Dopo il comitato, Mantovani mi ha mandato questo email (…). Nel migliore dei casi può essere solo uno sfogo, ma in questo contesto sembra quasi una minaccia. In ogni caso non è il modo appropriato in cui un manager si rivolge a un membro del consiglio”.

26 settembre 2014. Risposta di Marcegaglia a Zingales: “Luigi, (…) provvederò ad approfondire quanto avvenuto con i presidenti del Ccr e del Collegio Sindacale (…) Osservo peraltro, da quanto leggo, che il tono dei rapporti tra Te e l’Avv. Mantovani non appare in linea con quanto prevede il Codice etico di Eni”.

23 gennaio 2015. Alla Procura di Trani giunge il primo anonimo. Lo scritto denuncia il complotto ai danni di Descalzi. “L’opera di destabilizzazione secondo l’anonimo – annota la Gdf – si sarebbe realizzata attraverso Zingales mediante… interventi in cda… e diffusione di informazioni riservate all’esterno”. L’anonimo cita anche Marco Carrai: “Volpi (Gabriele, noto uomo d’affari che l’anonimo accusa di far parte del complotto, ndr) incontra in Toscana tale Marco Carrai: noto imprenditore vicino al premier Renzi. Il signor Carrai controlla uno dei consiglieri di amministrazione Eni Spa che è funzionale allo scopo. Si tenga conto che i consiglieri di nomina governativa sono Zingales, Fabrizio Pagani e Gemma”.

10 febbraio 2015. Il procuratore della Repubblica di Trani Carlo Capristo si fa consegnare dall’Eni i verbali dei cda.

13 febbraio 2015. Mail di Zingales a Marcegaglia e Descalzi: “Claudio ed Emma: non passa giorno che non ci sia sui giornali una notizia sui difetti delle procedure interne di Eni e Saipem. Lasciamo agli avvocati risolvere di chi siano le responsabilità passate, ma queste notizie (vere o meno) devono metterci sull’allerta (…) abbiamo un serio problema di responsabilità futura. Se non facciamo nulla e un nuovo scandalo dovesse scoppiare, non avremmo nessuna scusante. (…) Non voglio fare polemiche, sfiduciare nessuno della struttura, o indebolire lo sforzo titanico che Claudio sta facendo per ristrutturare la società (e di cui gli sono infinitamente grato). Anzi voglio metterlo nelle condizioni di lavorare al meglio, senza doversi preoccupare di altre cose al di fuori del business. Non voglio creare tensioni nel board, per questo sollevo la richiesta privatamente a voi, per trovare un modo non conflittuale di procedere”. Descalzi a Zingales: “Luigi grazie per il messaggio ne parlo con Emma e poi approfondiamo insieme. Claudio”. Zingales a Descalzi: “Ti ringrazio molto. Non posso non notare una differenza tra il tuo atteggiamento conciliante e quello di Emma che gira a tutti senza spiegazione un email chiaramente personale”.

20 febbraio 2015. La Procura di Trani chiede all’Eni di esibire tutti i verbali del cda a partire dal primo gennaio 2014.

4 maggio 2015. Email di Zingales a Marcegaglia: “Cara Emma, come ha riferito Alessandro, nel Ccr del 28 aprile abbiamo esaminato il rinnovo delle licenze in Congo, una questione che era stata sollevata da un articolo del Times di Londra e portata all’attenzione del Consiglio da Karina. Il Times specula che ci sia stato un do ut des tra il rinnovo delle nostre licenze a la concessione di una parte di queste licenze a una società molto vicina al dittatore congolese. Date queste insinuazioni, le domande di chiarimento che Karina e io abbiamo sollevato, sia prima che durante il Ccr erano dovute. Non è compito dei consiglieri investigare la società. Ma quando dei consiglieri vengono a conoscenza dalla stampa di fatti che possono mettere a rischio la reputazione (e il portafoglio) della società, non vedo come possano esimersi dal chiedere chiarimenti (…) Come nel caso di Malabu (la società intermediaria per l’affare Opl 245, ndr), di cui ti ho ampiamente scritto a luglio, anche in questo caso il flusso informativo al Consiglio sembra insufficiente”.

7 maggio 2015. Email di Marcegaglia a Zingales: “Caro Luigi, sono fermamente convinta, oltre a esserne garante, del pieno diritto-dovere dei consiglieri di fare domande per agire in modo informato e adempiere ai loro doveri di diligenza, purché non si trasformi in un’attività di indagine di tipo inquisitorio. (…) Credo che il Consiglio debba analizzare i fatti per quello che sono, senza dare eccessivo rilievo a circostanze non comprovate dalle evidenze documentali. Diversamente rischiamo di accreditare sul piano della verità fattuale delle mere congetture giornalistiche. Emma”.

Risposta di Zingales a Marcegaglia: “Cara Emma, (…) Non era mia intenzione sollevare il dubbio che l’operazione effettuata in Congo fosse corrotta. Volevo solo chiedere una migliore informativa su una questione legale, che Karina aveva sollevato in Comitato, e a cui non era stata data una risposta. Il fatto che il nostro partner sia scelto dal governo locale solleva la nostra responsabilità nel caso in cui il partner risulti corrotto? Con questo non voglio affermare che il partner sia corrotto, vorrei solo capire se in un caso come quello dobbiamo fare una dettagliata due diligence o no”.

10 maggio 2015. La Procura di Trani riceve un secondo esposto anonimo. “Rilevato che si reputa necessario (…) esaminare i contenuti degli interventi di Zingales in sede di Comitato di Controllo”, ordina all’Eni, nella persona di Mantovani, di consegnare i verbali. Annota la Guardia di Finanza di Bari: alcune informazioni dell’anonimo non possono che provenire “da ambienti interni alla stessa Eni” poiché le indicazioni sui “comportamenti tenuti dal consigliere Zingales nel corso delle riunioni” erano a conoscenza di un ristrettissimo numero di persone di Eni Spa”.

3 luglio 2015. Zingales si dimette dal cda dell’Eni “per non riconciliabili differenze di opinione sul ruolo del consiglio nella gestione della società”. Al suo posto il governo designa Alessandro Profumo.

10 luglio 2015. L’Agenzia Repubblica del giornalista novantenne Lando Dell’Amico dà notizia dell’inchiesta di Trani su Zingales che non è neanche indagato: “Complotto ai danni di Descalzi”.

22 luglio 2015. Arriva alla Procura di Trani il terzo esposto anonimo.

13 agosto 2015. Si apre a Siracusa un nuovo fronte giudiziario. L’imprenditore Alessandro Ferraro si presenta in procura denunciando il suo sequestro di persona e collegandolo a informazioni in suo possesso. Ferraro dice al pm Longo: “Mi è stato riferito che esiste una organizzazione (…) diretta da elementi stranieri che ha come obiettivo quello di colpire Descalzi. L’organizzazione conta sull’appoggio di Zingales e Litvack”.

22 settembre 2015. Mantovani trasmette al pm di Siracusa Giancarlo Longo, che gliel’ha richiesto, l’indirizzo di Litvack. Nello stesso giorno il procuratore di Trani Capristo chiede sempre a Mantovani, come capo dell’ufficio legale Eni, l’identificazione di Karina Litvack per “il proseguo dell’attività investiva”.

9 ottobre 2015. L’Agenzia Repubblica torna sull’argomento: “Eni Gate: proseguono le indagini sui tentativi di delegittimazione esterna dei manager di Eni spa. L’inchiesta si estende a macchia d’olio lungo diverse Procure, da Trani a Siracusa”.

ottobre 2015. Ferraro consegna alla procura di Siracusa un report firmato da Massimo Gaboardi che ricalca gli argomenti dell’anonimo di Trani.

21 dicembre 2015. Il pm di Milano Fabio De Pasquale sente Zingales che a verbale gli dice: “Descalzi in qualche caso mi disse che era d’accordo con me, mi riferisco in particolare alla opportunità di un avvicendamento all’ufficio legale, poi però non ha messo in atto i suoi propositi”.

13 gennaio 2016. A Siracusa Longo interroga Litvack: “Sa se altri componenti del cda abbiano formalmente richiamato l’attenzione delle competenti funzioni di Eni spa in relazione alla segnalazione di operazioni sospette che pervenivano alla società in forma anonima? Sa, in particolare, se lo ha fatto Zingales?”. Risposta: “Tutti noi abbiamo ricevuto la raccomandazione di far girare sempre all’Ufficio segnalazioni le e-mail sospette; credo che lo abbia fatto anche Zingales e anche gli altri consiglieri”. Per aver inoltrato queste mail Longo iscriverà Litvack e Zingales nel registro degli indagati per la diffamazione di Eni e Descalzi.

29 gennaio 2016. Longo comunica a Eni che è in corso un’inchiesta per “corruzione di pubblici funzionari italiani e stranieri finalizzata a destabilizzare e delegittimare i vertici Eni”. Chiede di acquisire atti interni a partire dalle mail criptate ricevute.

9 febbraio 2016. Eni deposita le mail e spiega: “A far corso dal marzo 2014 top manager di Eni hanno ricevuto numerose mail inviate a un numero elevato di persone, fra le quali dirigenti Eni, giornalisti politici e magistrati… Le comunicazioni riportano presunti comportamenti illeciti, molti dei quali riferiti alla Nigeria”.

1 marzo 2016. Longo sente Gaboardi, l’uomo che avrebbe firmato il dossier consegnato da Ferraro, il quale dichiara: “Sono al corrente che esiste in Italia un gruppo di persone che ha come obiettivo destabilizzare Eni e Telecom”. Cita Carrai e Andrea Bacci, altro imprenditore amico di Renzi e di Luca Lotti, come persone a conoscenza dei fatti. Poi fa i nomi di Zingales e Litvack, con i quali “i servizi corrotti nigeriani avevano un canale di collegamento”.

30 marzo 2016. Longo chiede a Capristo di trasmettergli – “direttamente per evitare fughe di notizie” – il fascicolo sul complotto Eni.

15 aprile 2016. La Gdf di Bari scrive alla procura di Trani: “Non si ravvisano fatti penalmenti rilevanti a carico di Zingales o altri soggetti in ordine ai comportamenti posti”.

29 aprile 2016. Longo, ricevuti gli atti da Trani e istruisce un fascicolo autonomo.

6 maggio 2016. Nuovo scoop dell’Agenzia Repubblica: “Clamorosi sviluppi sul complotto internazionale per destabilizzare i vertici Eni: ecco le prime ammissioni”.

10 maggio 2016. Vincenzo Armanna (ex dirigente Eni oggi a processo per la tangente nigeriana) scrive alla procura di Siracusa: “Ill.mo dottor Longo ho appreso dalla lettura del lancio Agir di offerte di denaro fatte al sottoscritto per rendere pubbliche informazioni riservate potenzialmente pregiudizievoli per Eni”. Chiede di essere sentito.

6 giugno 2016. Mantovani incarica l’avvocato Carlo Federico Grosso di difendere l’Eni a Siracusa.

7 giugno 2016. Il pm De Pasquale chiede alla procura di Siracusa copia degli atti che riguardano Armanna poiché, nel fascicolo su Opl 245, è “indagato per corruzione e ha reso numerose dichiarazioni di segno confessorio chiamando in causa importanti esponenti Eni…”.

23 giugno 2016. De Pasquale incontra a Siracusa il procuratore capo Francesco Paolo Giordano per “collegamento indagini”.

28 giugno 2016. Bacci viene sentito in procura a Siracusa dove conferma di aver incontrato un imprenditore siriano che aveva mostrato interessi sulla nomina del futuro ad di Eni. Contattato dal Fatto mesi dopo, l’imprenditore smentirà la versione di Bacci.

6 luglio 2016. Milano chiede a Siracusa copia degli atti. Nello stesso giorno Armanna viene sentito a Siracusa dove racconta anche di un presunto complotto contro Renzi.

8 luglio 2016. Longo iscrive Litvack, Zingales e Umberto Vergine nel registro degli indagati. Si legge nell’ordine di custodia cautelare di Longo, arrestato il 6 febbraio scorso: “Nonostante fosse stata disposta la trasmissione degli atti alla Procura della Repubblica di Milano in data 5 luglio 2016, Longo continuava a compiere atti nell’ambito del procedimento”.

14 luglio 2016. Il Copasir chiede gli atti di Siracusa per il presunto complotto contro Renzi.

15 luglio 2016. Il procuratore capo di Siracusa trasmette il fascicolo a Milano.

28 luglio 2016. Descalzi rilascia una procura speciale a Mantovani per sporgere querela a Siracusa contro i responsabili del complotto e della diffamazione. Lo stesso giorno il cda Eni può così escludere Litvack dal Comitato controllo e rischi, “alla luce delle indagini in corso su ipotesi di cospirazione ai danni della società riportate anche dalla stampa. Decisione presa al solo fine di assicurare la massima tutela alla società dai rischi derivanti da possibili conflitti di interesse, ferma restando la presunzione di estraneità di Litvack, fino all’accertamento da parte della magistratura”.

Fine agosto 2016. Il procuratore di Siracusa Giordano accusa Longo in Cassazione sotto il profilo disciplinare per la gestione del fascicolo.

20 ottobre 2016. La procura di Milano interroga Gaboardi che si avvale della facoltà di non rispondere.

26 ottobre 2016. L’indagato Gaboardi chiede di riportare il fascicolo a Siracusa. La Corte di Cassazione respinge la richiesta.

17 agosto 2017. Zingales e Litvack archiviati dalla procura di Milano.

20 dicembre 2017. Descalzi, Scaroni, Bisignani e Casula rinviati a giudizio.

6 febbraio 2018. La procura di Messina arresta Longo, quella di Roma l’avvocato Piero Amara. La procura di Milano perquisisce Mantovani, indagato come capo di un’associazione a delinquere “finalizzata ad intralciare l’attività giudiziaria”.

5 marzo 2018. Si apre a Milano il processo Opl 245.

Scandalo Eni, così è nato il depistaggio

Il 26 febbraio scorso il pm milanese Isidoro Palma ha chiesto la condanna a 6 anni e 4 mesi per l’ex amministratore delegato dell’Eni Paolo Scaroni. L’accusa è di corruzione internazionale per aver fatto arrivare tangenti, attraverso la Saipem (controllata di Eni), all’allora ministro dell’Energia algerino Chakib Khelil in cambio di appalti petroliferi. Pene pesanti sono state chieste anche per gli ex manager di Saipem Pietro Tali, Pietro Varone e Alessandro Bernini. Lunedì scorso è iniziato a Milano un altro processo per corruzione internazionale a carico dei manager Eni. Il pm Fabio De Pasquale ha portato alla sbarra 15 persone tra cui ancora Scaroni, l’attuale ad dell’Eni Claudio Descalzi, i due manager Eni Roberto Casula e Vincenzo Armanna. il presunto intermediario Luigi Bisignani e l’ex ministro nigeriano Dan Etete. L’accusa è di aver pagato una tangente di 1 miliardo e 92 milioni di dollari per l’acquisizione, nel 2011, dell’ormai celebre giacimento petrolifero Opl 245.

Nel frattempo, il 6 febbraio scorso si sono mosse tre Procure con una manovra coordinata. Quella di Messina ha arrestato il pm di Siracusa Giancarlo Longo, quella di Roma ha arrestato l’avvocato Piero Amara e quella di Milano ha ordinato la perquisizione di casa e uffici dell’ex capo degli affari legali dell’Eni Massimo Mantovani, oggi alla guida di attività industriali nel campo del gas. Longo è accusato di associazione a delinquere, corruzione e falso. Mantovani è indagato per associazione a delinquere “finalizzata a intralciare l’attività giudiziaria”. Amara, avvocato di Siracusa che ha lavorato molto per l’Eni ed è buon amico di Mantovani, sarebbe l’ufficiale di collegamento tra l’Eni e la procura di Siracusa. Tutti insieme sono accusati di aver cercato di depistare e far saltare l’inchiesta milanese sull’Opl 245.

Tra le attività mirate a proteggere gli uomini dell’Eni dall’azione della giustizia c’è una sorta di persecuzione giudiziaria ordita contro Luigi Zingales e Karina Litvack, due consiglieri d’amministrazione e membri del Comitato controllo e rischi. Fin dal giorno dell’insediamento (maggio 2014) sono entrati in conflitto con Descalzi, con la presidente Emma Marcegaglia e, soprattutto, con Mantovani proprio sul tema della trasparenza rispetto alle operazioni in Algeria e in Nigeria finite nel mirino dei magistrati milanesi, ma anche delle autorità britanniche e americane.

Zingales si è arreso dopo un anno e si è dimesso. Litvack nell’estate 2016 è stata silurata dal Comitato di controllo grazie a un’inchiesta priva di fondamento aperta a carico suo e di Zingales proprio da Longo, che anche per questo è stato arrestato.

La vicenda è quasi ignorata dai grandi media italiani. I casi sono due. O siamo davvero di fronte a uno degli scandali più gravi della storia nazionale recente, oppure si tratta di un errore giudiziario in cui sono incorsi i magistrati di tre Procure. Per aiutare i lettori a farsi un’idea proponiamo nelle prossime tre pagine una ricostruzione rigorosamente cronologica della vicenda, basata solo su documenti ufficiali.

Inchiesta Sole 24 Ore, pm chiedono proroga delle indagini per 3 ex

Nuova richiesta di proroga delle indagini sui conti del Sole 24 Ore. Stavolta l’istanza riguarda la posizione di Roberto Napoletano, ex direttore editoriale del quotidiano e amministratore di fatto del Gruppo e di Donatella Treu e Benito Benedini, rispettivamente ad ed ex presidente, ai quali è stata contestata l’ipotesi di reato di false comunicazioni sociali per gli anni 2015 e 2016 in merito al numero delle copie digitali multiple che erano state indicate dalla società. Il pm Ruta, che coordina le indagini con il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale, lo scorso settembre aveva chiesto una proroga delle indagini per tutti i 10 indagati, anche per i 7 che rispondono di appropriazione indebita. La nuova proroga ‘tecnica’ richiesta al gip riguarda solo la parte relativa alle false comunicazioni sociali. Secondo il capo d’imputazione formulato ai tempi delle perquisizioni della Gdf, l’ex direttore, l’ex ad e l’ex presidente “al fine di assicurare a se stessi e a terzi un ingiusto profitto esponevano… fatti materiali non rispondenti al vero sulla situazione economica della società, in particolare sulle vendite delle copie digitali e cartacee” – di cui una “buona parte” sarebbe stata destinata “direttamente al macero”.

Il “Paradiso delle Signore” è l’inferno dei lavoratori

Il luogo di lavoro sarà il set di una fiction televisiva, ma nelle condizioni che la Rai ha proposto ai suoi dipendenti per la terza stagione de Il paradiso delle signore non c’è alcuna finzione. Le riprese impiegheranno le maestranze per dieci ore quotidiane, cinque giorni alla settimana più la disponibilità per aggiungere anche il sabato. I turni potranno raggiungere (e qualche volta superare) le 60 ore settimanali e questo ritmo durerà per più di nove mesi. Il progetto per la nuova edizione della serie di Rai Uno è in questi giorni al centro di un duro scontro tra l’azienda pubblica e i sindacati che ne mette in dubbio la realizzazione.

Anche per questa stagione la sede individuata è negli studi di Torino. Sede che, oltre alla televisione per i ragazzi, si sta specializzando nelle fiction. Finora questo programma è andato in onda in prima serata per due stagioni da 20 episodi tra il 2015 e il 2017. Gli ascolti hanno risposto discretamente, con punte di quattro milioni di telespettatori. La Rai ora ha quindi pensato di fare le cose in grande: 180 puntate quotidiane da 45 minuti l’una, da confezionare quasi totalmente con risorse interne e solo in piccola parte servendosi di società in appalto. La trasmissione, sempre sulla rete ammiraglia, sarà però spostata nella fascia pomeridiana. Una grande occasione per il capoluogo piemontese, ma che richiederà ai lavoratori uno sforzo non indifferente per consegnare il prodotto in tempo per la messa in onda. Così la Rai ha pensato di mettere sul tavolo dei sindacati della comunicazione (Cgil, Cisl, Uil, Ugl e Confsal), una proposta giudicata irricevibile. “A Torino abbiamo già fatto fiction con turni da cinque giorni più il sesto – spiega Alessio De Luca della Slc Cgil – e per questo da noi i lavoratori sono già molto stressati. In genere, però, le riprese sono sempre durate tra le otto e le dodici settimane. Questa produzione dovrà andare avanti per 38 settimane, con questi ritmi non è sostenibile, bisogna allargare l’organico e permettere maggiori riposi”. I lavoratori tengono a precisare di non essere contrari ad avviare una stagione così lunga e impegnativa, anzi sono ben disposti a cogliere quest’opportunità, però pretendono migliori condizioni. Per questo i sindacati stanno cercando, con la mediazione del Comune di Torino, di trovare un accordo con la Rai. L’idea sarebbe ridurre di un giorno la settimana l’attuale schema che prevede i cinque giorni, più la possibilità di allungare a sei. Insomma, fare quattro giorni con al massimo l’aggiunta del quinto. Tra i lavoratori, tra l’altro, c’è anche il timore che per un progetto così imponente non bastino 60 ore per 38 settimane e quindi chiedono rinforzi. Proprio ieri c’è stato un incontro, ma non risolutivo: “Da parte dell’azienda – spiega Pietro Gabriele della Cgil di Torino – abbiamo avuto delle aperture e abbiamo fatto piccoli passi avanti. Ora però dovranno decidere i lavoratori”. Si conta di trovare un accordo entro una settimana: gli appassionati della serie dovranno aspettare l’esito delle trattative.