Difficilmente ci si potrà accusare di nutrire, diciamo, particolari simpatie per Matteo Renzi, eppure finiremo in breve tempo per provare per lui sincera simpatia e vicinanza umana. Qui, come nelle osterie ai tempi del fascismo, non si parla di politica, ma di antropologia, forse di morale: i difetti, gli errori, i danni, il provincialismo dell’ex premier sono sotto gli occhi di tutti, come pure le sue sconfitte e la scomposta ineleganza con cui oggi tenta di rimuovere l’ultima e definitiva. Non ci interessa Renzi, ma chi ora – facendo, com’è d’uso, seguire il codardo oltraggio al servo encomio – ne chiede la testa nel Pd. “L’autorità dimentica un re morente”, certo, ma non ha mai conosciuto Luigi Zanda, il primo a intimare lunedì le dimissioni al leader perdente e l’ultimo, due settimane fa, a denunciare il tentato golpe di “organi dello Stato” contro il capo (Consip). L’hanno seguito altri partigiani del 26 aprile dietro i quali ancora si nascondono i Gentiloni, i Franceschini, i Martina eccetera, gente che ha seguito Renzi a Salò e, per così dire, fino in Valtellina e di cui tutto ha già detto Hugo: “Avremmo capito e ammirato la protesta in nome del diritto e della libertà, l’opposizione fiera, la resistenza pericolosa e giusta a Napoleone onnipossente, ma quello che ci piace di fronte a coloro che salgono, ci piace meno di fronte a coloro che cadono. Amiamo la battaglia finché c’è il rischio e, in ogni caso, troviamo che solo i combattenti della prima ora hanno il diritto di essere gli sterminatori dell’ultima”. Anche se voi vi credete assolti, si diceva una volta…
Vedrete, pochi mesi (ancora) d’attesa e ci sarà l’esecutivo
Visto che la politica, come spiegava il grande economista americano John Kenneth Galbraith, non è l’arte del possibile, ma consiste nello scegliere tra il disastroso e lo sgradevole, ci sentiamo di scommettere sulla nascita di un governo nel giro di pochi mesi. A suggerirci l’azzardo sono i numeri, il ragionamento e una semplice considerazione. Moral suasion a parte, il presidente Sergio Mattarella ha in mano un’arma potentissima e definitiva per spingere le varie politiche a trovare un’accordo: il ritorno immediato alle urne. Se il Colle dimostrerà di volerla davvero usare, l’Italia avrà presto un esecutivo. Vediamo perché.
Oggi né il Movimento 5 Stelle, né il centrodestra hanno i voti necessari per ottenere la fiducia delle Camere. Chi è messo meglio (Salvini & co) ha bisogno di almeno una sessantina di deputati per essere relativamente tranquillo solo a Montecitorio. Ai pentastellati ne servono più di 80. In queste condizioni è impossibile pensare di uscire dall’impasse facendo ricorso ai soliti voltagabbana. I voti che mancano sono troppi. La compravendita di poltrone (attività in cui Silvio Berlusconi eccelle) non basta. Per formare un qualsiasi governo (a meno che non si pensi davvero a un’alleanza Lega, Fratelli d’Italia e Movimento) ci vuole per forza il benestare del Partito democratico. Tutti, o quasi, in questo momento credono che l’accordo sia impossibile. Matteo Renzi ha giurato e spergiurato che i Dem resteranno all’opposizione. “Mai con gli estremisti”, ha detto, “mai con chi ci odia, chi ci ha insultato, chi ci ha definito mafiosi e corrotti”. E per esserne certo si è pure inventato le dimissioni al rallentatore. Smetterà di essere per davvero segretario solo dopo la creazione di un esecutivo (che probabilmente immagina di unità nazionale o di scopo solo per fare una nuova legge elettorale). La maggioranza del partito, per ora lo segue. È normale che sia così. Renzi è riuscito a riempire il Parlamento di fedelissimi. Uomini e donne che, non avendo ancora elaborato il lutto della sconfitta, hanno come unico riferimento il loro capo.
Tra qualche settimana molto, però, cambierà. Si dovranno eleggere i presidenti delle Camere, inizieranno le consultazioni e magari Mattarella affiderà a qualcuno un mandato esplorativo. Se nessuno avrà successo, le forze politiche dovranno avere chiaro che si tornerà subito alle urne con questa legge elettorale. Chi vincerà tra cinquestelle e centrodestra nessuno per ora può saperlo. Ma di certo il Pd crollerà ancora. Passando magari dal 18 al 10 per cento e conservando in Parlamento solo una cinquantina di seggi. Molti dei nuovi eletti dem non rientreranno. I collegi sicuri non esisteranno più. Nemmeno per Maria Elena Boschi. Il partito poi sarà talmente debole da essere di fatto destinato alla scomparsa, un po’ come è accaduto con Rifondazione comunista. Nuove elezioni per il Pd significano insomma disastro sicuro. Un’alleanza per fare un governo è invece solo sgradevole. E potrebbe addirittura risultare alla lunga piacevole se il nuovo esecutivo farà bene. La congiuntura economica a differenza del 2013 è favorevole. Margini di manovra per migliorare la condizione degli italiani ci sono. Ovvio, se la scelta (come appare politicamente più logico) cadesse sull’alleanza coi 5Stelle, il Pd chiederà di avere almeno un paio di ministri. E qui Di Maio, se vuole governare stendendo un contratto sulle cose da fare, dovrà cedere. Magari pensando proprio a Beppe Grillo, che ieri ha detto: “Non sopravvive la specie più forte, ma quella che si adatta meglio”.
Il Renzi-Napoleone, a metà tra John Wayne e Alberto Sordi
C’è qualcosa di peggio delle sconfitte e dello scoramento, delle bocciature e degli schiaffoni. È un mostro che si avvicina quatto quatto, allunga la manona e ti ghermisce: è il mostro del Ridicolo.
Ora, naturalmente, si può mettere in satira tutto, ma sarebbe fin troppo facile, è il guaio che si presenta quando l’originale suona più grottesco della caricatura.
E così il Renzi della conferenza stampa delle (non) dimissioni è inarrivabile. Se si vinceva il 4 dicembre… Se Mattarella ci mandava a votare… la colpa è sempre altrove, e lui fa la parte eroica di quello che offre il petto al plotone d’esecuzione, peraltro composto di complici, purché spari a salve.
Insomma, il Renzi-Napoleone è stato qualche giorno all’isola d’Elba dopo il referendum perso, è tornato, ma ora deve andare a Sant’Elena, e prende tempo come quelli che ci mettono mesi a far la valigia.
Ma dicevo: il ridicolo. Nulla è peggio che mostrarsi in un modo e risultare in un altro. E in quella stanzetta affollata di microfoni succedeva proprio questo: uno che si presenta pugnace e combattivo, credendosi John Wayne con la pistola spianata, e che invece sembra a tutti un concentrato di albertosordismo: a me è Mattarella che m’ha fregato… Si vincevo er referendum sa ‘ndo stavo io? Frignone. Ridicolo, appunto.
E ridicola, cosa subito evidente a tutti i maggiorenti del Pd che gli hanno tenuto il sacco fino a tre minuti prima, anche la sostanza politica. Riassumendo: si dimette, ma pretende di dettare la linea, di gestire la transizione, di telecomandare le consultazioni al Quirinale dalle piste da sci. Insomma, l’assassino si costituisce va bene, gesto nobile, ma prima chiede di nascondere il cadavere, cancellare le impronte, farsi un alibi, accusare qualcun altro. È il rilancio del perdente, è il pugile che dopo aver perso per ko – quando le luci sono spente, gli spettatori andati via, l’avversario già al ristorante a festeggiare – grida a nessuno: ora ti faccio vedere io!
Non sa, e qualcuno dovrebbe dirglielo, che un politico dimissionario che va a fare delle trattative verrà guardato come un garzone di bottega, e chiunque potrà dirgli in ogni istante: “Su, su, ragazzo, non perdiamo tempo, mi faccia parlare col titolare”.
Oggi Renzi è tutto questo. I grossi calibri del Pd fingono costernazione, come se non conoscessero il soggetto, e resiste qualche giapponese nella giungla. Intanto, si segnala la scomparsa dei burbanzosi ragazzotti renzisti, quelli dello storytelling, della narrazione, del “Noi sentiamo il pensiero di Matteo Renzi prima che accada” (sic). Quelli delle grandi strategie di comunicazione e di racconto, ignorantissimi sacerdoti della disintermediazione, studiosi di scienza della comunicazione che non hanno capito né la scienza né la comunicazione. Quelli che a ogni mossa del capo ne cantavano le gesta e che ora, senza più gesta, senza più capo, non sanno che fare, divagano, fanno i teorici dopo esser stati praticissimi cantori del nulla.
Il ridicolo, però, non perdona e non ha pietà. Vedere Matteo Renzi illividito che lancia le sue dimissioni con l’elastico, che minaccia invece di chiedere scusa, è un contrappasso enorme per chi inventò e brandì verso i nemici la parola “rottamazione”. La conferenza stampa prendeva a ogni minuto le sembianze di una presa d’ostaggi: me ne vado, ma voglio dettare la linea politica per quando me ne sarò andato. Poteva far più ridere di così? Forse sì: avesse chiesto documenti falsi, un elicottero e una valigia di dollari sarebbe risultato più simpatico, ma la sostanza non cambia. Come Silvio, anche Matteo ha una modalità sola: quella della vittoria arrogante. Davanti alla sconfitta non è attrezzato, si distrae, dimentica che tutti una volta nella vita possono dire: “Dovrai passare sul mio cadavere”. Tutti, tranne il cadavere.
Movimento di svolta e di governo. Forse
La rapida e per ora vincente metamorfosi 5Stelle, che ha permesso il passaggio da forza di lotta a movimento di vaffa e di governo, ha molte spiegazioni. Non c’è solo la pochezza degli avversari, su tutti Renzi. Non c’è solo la loro capacità di fare seria opposizione, che è poi quel che non ha quasi mai fatto il centrosinistra. E non c’è solo il fatto che molti italiani abbiano votato con questo approccio: “Proviamo loro, sono gli unici rimasti”. Nel bene e nel male, il M5S incarna l’unica forza realmente nuova, e dunque antitetica, a chi ha fallito finora.
Ma non c’è solo questo. La svolta ha coinciso con l’ascesa definitiva di Luigi Di Maio, bistrattato dai giornaloni ma reputato evidentemente dall’elettorato non così disastroso. Nella sua campagna elettorale ha sbagliato poco. Toni bassi, concilianti e post-democristiani, senza però tradire gli inizi barricaderi dei Meet Up. Del suo discorso post-voto, quello della “Terza Repubblica”, l’aspetto più significativo erano gli accenni garbatissimi nei confronti del capo dello Stato, al punto tale che quando ha fatto i complimenti a Mattarella gli è pure scappato un po’ da ridere: quasi che, con quel sorriso, ammettesse anzitutto a se stesso di pronunciare parole che mai avrebbe creduto di poter pronunciare. Di Maio è giovane e ha un rapporto conflittuale con congiuntivi e geografia, ma è molto più centrato di quel che sembri. Poco più di un mese fa, quando è passato da Arezzo per il suo tour, sono andato per curiosità a sentirlo. A fine incontro gli ho chiesto cosa si aspettasse il 4 marzo. Ha risposto così: “Sono abbastanza sicuro del 30%, ma se siamo bravi arriviamo al 32 e superiamo i 300 parlamentari. Il Pd? Scende sotto il 20”. Una fotografia perfetta. L’esatto opposto del già confuso Renzi, che sei giorni prima del voto asseriva: “Saremo il primo partito”. Ciao core.
La metamorfosi grillina ha poi avuto altre componenti. La politica sul territorio, un autentico topos del M5S (e della Lega di Salvini, guarda caso l’altra forza vincente). Laddove “l’espressione della società civile renziana” Francesca Barra si vedeva contestata nella sua Policoro di fronte a una piazza diversamente piena, Di Maio e il suo gemello diverso Di Battista riempivano ovunque. Persino a Rignano, persino a Laterina. Da una parte una forza che sapeva generare appartenenza, anche grazie a figure di forte impatto; dall’altro, Lega a parte, la mestizia del Pd e le surreali “curve di Laser” di quel che resta di Berlusconi. È stata poi ben recepita l’idea di presentare in anticipo i nomi dei ministri: ovviamente quel governo non avrà mai luogo perché non ci sono i numeri, ma la mossa ha dato il polso di una forza – per quanto tacciata di incompetenza talora innegabile – in grado di calamitare persone qualificate. Quantomeno più dei “competenti” Gasparri o Madia. A proposito di “competenza”: ogni giorno tivù e opinionisti ci ricordano quanto i grillini governino male Roma, Torino e Livorno, ma gli elettori non sono stati poi così d’accordo. Non tutti perlomeno, a conferma di come da una parte esista la realtà e dall’altra il Magico Mondo delle Fusani. Ha poi funzionato l’apertura alla società civile, benché tardiva e un po’ sghemba. È un altro aspetto su cui il M5S ha stravinto su Renzi, che ha indovinato Cerno (il migliore) ma è franato su Annibali, Barra e Siani. I 5Stelle, e questa sì che è una novità, hanno poi saputo tramutare gli errori in tratti distintivi (e positivi). Per esempio sul caso – puntualmente amplificato dai media, che più li attacca e più li fortifica – di “Rimborsopoli”. Oppure sui massoni in lista: loro hanno dimostrato di allontanare chi sbaglia, gli altri molto meno.
Tutto bene, quindi? Non esattamente, perché il trionfo non ha portato numeri per governare da soli. Mancano almeno 90 deputati e 40 senatori: un’enormità. E sarà qui che il Movimento, Di Maio in primis, dovrà dimostrare quanto e se è cresciuto. I 5Stelle devono stare attentissimi alle sirene a giorni alterni del Pd, anche perché Renzi non li aiuterà mai ed Emiliano (un volpone) non ha i numeri. Se poi il M5S cerca un accordo con la Lega, brucia in un amen milioni di voti. Andare a tutti i costi al governo (con quali numeri?) li esporrebbe al rischio Berlusconi I e Prodi I e II: durare poco e male, per poi perdere le elezioni successive. Il sogno di Renzi. I 5Stelle hanno davanti due strade: “sperare” cinicamente che centrodestra e centrosinistra si uniscano in una sorta di tremendo Renzusconi in salsa salviniana: schizzerebbero al 40%. Oppure, e assai meglio, fare un governo di scopo col centrodestra per scrivere unicamente una nuova legge elettorale. Magari a doppio turno. E poi andare al voto, ottobre o marzo 2019, per lo showdown definitivo. Salvini o Di Maio: tertium non datur. Forse.
Mail box
Una conferenza stampa scontata, e nessuna autocritica
La solita conferenza stampa di Renzi del dopo-sconfitta, con annuncio di dimissioni, ma forse per essere rieletto al prossimo congresso del Pd; con zero autocritica sugli errori commessi ed esaltazione dei risultati raggiunti; pronto a fare opposizione in Parlamento e a chiarimenti con i nemici interni.
Insomma, il solito Renzi spudorato che ha rottamato il Pd, portandolo al 18%, e quel ch’è peggio ha fatto sparire la sinistra dal Parlamento italiano.
C’è chi dice – e io condivido – che entrambi erano gli obiettivi perseguiti sin dall’inizio dall’imbonitore di Pontassieve.
Quanto alla attuale ingovernabilità, secondo Renzi la colpa è da attribuire a coloro che hanno votato no al Referendum, e non alla legge elettorale del Rosatellum, che voleva impedire la vittoria dei 5S e che, invece, l’ha favorita.
Prosit. Luigi Ferlazzo Natoli
La carriera del segretario dem è costellata di errori
Renzi continua a voler male all’Italia: gli italiani sono stati costretti a difendersi in massa prima con il no al referendum e ora con la riduzione ai minimi termini del partito che era simbolo della sinistra.
Il tentativo di cambiare la Costituzione e la legge elettorale studiata per “fregare” i 5Stelle si sono rivelati errori politici gravissimi; i cittadini hanno punito duramente una persona che, da apparente dimissionario, pretende addirittura di continuare a comandare, l’unica cosa che sa fare, creando danni alla comunità.
Lo squallore di scelte come la rielezione della Boschi a Bolzano non lo turbano, un’eventuale ulteriore divisione interna del partito di cui si è appropriato non lo preoccupa e gli elettori che lo portarono al 40% alle europee, ridotti a meno della metà, evidentemente per lui non contano nulla: che strano senso della democrazia ha quell’uomo.
Giampiero Buccianti
Gli inarrestabili del Pd ancora fiduciosi per Matteo
La domanda è: come fa il cosiddetto “zoccolo duro” del fu Pd a dare ancora credibilità ad una boriosa macchietta qual è Renzi? Si può capire l’iniziale incapacità del partito ad intravvedere subito l’anima profonda del vero Renzi, quello della macchietta che adora recitare con ridicole smorfie facciali scambiate per abilità comunicativa; si può anche comprendere (ma non condividere) il suo sostegno al capetto agli inizi della sua breve carriera di Presidente del consiglio per mere bramosìe di potere e denaro. Non si riesce, però, a comprendere il masochismo di tanti politicanti del Pd.
Barbara Cinel
Il tagliando antifrode non salva dal voto di scambio
Vedendo il caos che ha creato ai seggi il tagliando antifrode, con file lunghissime e perplessità di segretezza che avranno allontanato molti elettori, c’è da chiedersi se sia servito davvero. Avrà evitato schede contraffatte ma sicuramente non il voto comprato dato nel seggio (anche il controllo sui cellulari è pressoché inesistente). Per non parlare dei presidenti di seggio che spesso non controllavano affatto all’uscita il numero di scheda e si limitavano a togliere il tagliando e a infilarla nell’urna. Le schede poi erano facilmente soggette a errori (e conseguente annullamento) se qualcuno voleva dare il voto a una persona in particolare invece che al simbolo del partito. Per non parlare del solito scandalo delle schede all’estero dove il voto si dimostra molto labile e spesso falso grazie a chi riesce a comprare plichi di schede, come ha dimostrato il servizio delle Iene. La situazione che si presenta dopo i risultati elettorali è caotica. Il primo partito, il M5S, non ha i numeri per governare e nemmeno l’alleanza di destra, con Lega in testa, raggiunge il 40% per poterlo fare. Cosa scontata grazie alla legge con cui siamo andati a votare, pessima e voluta dai vecchi partiti per fermare il M5S ma che ha fermato soprattutto il Pd, in calo drastico. La barzelletta poi delle dimissioni di Matteo Renzi dimostra una volta in più, l’attendibilità del personaggio, che resterà in attesa sperando che un governo non si formi per continuare a raccontare le sue favolette. Ora il M5S e la Lega, ognuno sulle sue posizioni, andranno a caccia di parlamentari per raggiungere il 40%? O rischiamo l’ennesimo governo non voluto dal popolo?
Monica Stanghellini
Le parole di Severgnini sminuiscono il femminicidio
Mentre leggiamo sui giornali notizie come questa: “Ieri all’alba Luigi Capasso, 43 anni, carabiniere a Velletri, raggiunge sotto casa a Cisterna di Latina la moglie, Antonietta Gargiulo, 39 anni, che sta andando al lavoro. Capasso le spara tre colpi di pistola ferendola gravemente. Poi prende le chiavi di casa dalla sua borsa e sale nell’appartamento dove stanno dormendo le due figlie Alessia di 13 anni e Martina di 7. Capasso uccide Martina mentre dorme, poi raggiunge nella sua camera Alessia che si è alzata dopo aver sentito gli spari” (Corriere della Sera). Sul blog Italians – Corriere della Sera, curato da Beppe Severgnini, leggiamo parole come queste: “Spero di riuscire a trovare le giuste parole per spiegare una mia idea su un argomento scottante: i femminicidi. L’episodio di Latina tutto è tranne che un femminicidio. Le donne non hanno sempre cercato rispetto del loro corpo: se così fosse stato non avremmo aspettato Weinstein per gridare al mancato rispetto del corpo femminile, ma ci saremmo arrabbiati per la sua mercificazione nei programmi dove erano presenti adolescenti che sculettavano con un auricolare nell’orecchio o donne che facevano stacchetti semi-hot a ora di cena.”. C’è bisogno di commento?
Carmelo Dini
Davide Astori. Il sentimento più grande del pallone che ha fermato il gioco
L’importante è esagerare, sicuri, in tal modo, di attirare l’attenzione. Come si è fatto, in questi giorni, col calciatore della Fiorentina Davide Astori, morto a 31 anni, reso capace di spostare il calendario calcistico e di rubare spazio alle notizie sulle elezioni politiche: bastava, a mio parere, senza interrompere il campionato, ricordarlo in modo sobrio ed essenziale, e anche a lui, dall’aldilà, sarebbe piaciuto. A meno che tutta codesta attenzione preluda all’inoltro di una causa di beatificazione, per farne un protettore dei calciatori, un protettore che, a quel so, manca. Nel qual caso, con rispetto parlando, i requisiti complessivi mi paiono insufficienti, requisiti che invece avrebbe – prego sfogliare i manuali della pelota – un tale Juan Alberto Schiaffino. Cordialcalcisticamente
Gianfranco Mortoni
Gentile Gianfranco, giocare o non giocare dopo aver trovato in un letto la domenica mattina, senza vita, il capitano della Fiorentina Davide Astori, ha fatto discutere. Ma ridurre la questione alla verifica tecnica dei “requisiti” (eri un grande campione? Non si gioca. Eri uno dei tanti? Allora tutti in campo!) ci pare cinico, per non dire macabro.
Astori era cresciuto nel Milan e prima di arrivare in A con Cagliari, Roma e Fiorentina aveva giocato nel Pizzighettone e nella Cremonese. Ma in Nazionale come a Pizzighettone era, prima che calciatore, uomo. E quindi collega, ma soprattutto compagno e amico di tutti, si chiamassero Totti o Campolonghi, Borja Valero o Zerbini.
C’erano centinaia di ragazzi, domenica, con la morte nel cuore per la sua scomparsa. Centinaia di calciatori. “Davide amico mio – ha scritto Tomovic, il serbo del Chievo – mi hai messo subito a mio agio al mio arrivo in viola. Mi piacerebbe davvero che tu mi aspetti quando arriva la mia ora”. L’italiano forse è stentato, ma il sentimento è grande. Più grande di un pallone. E dice tutto.
Paolo Ziliani
Sequestro pc e telefoni di Lillo “illegittimo” Fnsi: “Bene i giudici”
La Federazione nazionale della Stampa italiana “non può che sottoscrivere le ragioni espresse dalla Corte di Cassazione nel giudicare illegittimi la perquisizione e il sequestro del materiale informatico subiti dal vicedirettore del Fatto Quotidiano, Marco Lillo, lo scorso luglio, su ordine della Procura di Napoli”, nell’indagine sulla fuga di notizie dell’inchiesta Consip. Lo affermano il segretario generale e il presidente della Fnsi, Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti (nella foto). “Una sentenza importante – proseguono – e non solo nel caso specifico, con la conferma della correttezza del lavoro svolto da Lillo, ma anche perché ribadisce che per evitare il rischio di potenziali limitazioni alla libertà di stampa non possono essere disposte misure di sequestro della corrispondenza, delle comunicazioni o di ogni altro materiale e documentazione sulla base di un ‘semplice nesso di pertinenzialità tra le notizie e il generico tema dell’indagine’. Episodi che, invece, da qualche tempo si sono moltiplicati”. Anche l’Ordine dei giornalisti ha dato risalto alla sentenza sul suo sito. Non è la prima volta che la Cassazione si esprime in questi termini, ma i danni prodotti da perquisizioni e sequestri restano.
Senegalese ucciso, tensione a Firenze. Sputi e spintoni al sindaco Nardella
Un’altra giornata ad alta tensione a Firenze all’indomani dell’omicidio di Idy Diene, il venditore ambulante di ombrelli di 54 anni freddato lunedì sul centralissimo Ponte Vespucci da Roberto Pirrone, 65 anni, un ex tipografo che alla polizia, dopo il fermo, ha detto di aver sparato “al primo che ho incontrato” dopo aver rinunciato all’idea di spararsi perché in difficoltà economica. La Procura esclude motivazioni razziali ma i senegalesi non ci credono, hanno manifestato già lunedì pomeriggio provocando danni agli arredi urbani del centro e ad alcuni motorini parcheggiati. La vicenda richiama fin troppo da vicino il duplice omicidio e i ferimenti di altri africani, nel 2011, a opera di un neofascista che poi si suicidò. Uno era cugino della vittima di lunedì che peraltro ne aveva adottato la figlia allora minore e poi sposato la moglie. Ieri i senegalesi si sono ritrovati sul ponte Vespucci insieme ad attivisti della sinistra e dei centri sociali, la polizia ha impedito un nuovo corteo, è arrivato il sindaco Dario Nardella che è stato accolto con spintoni. Un attivista è stato denunciato per avergli sputato.
Dai Marsigliesi alla Magliana, l’ultimo reduce finisce in cella
Dal Tufello, quartiere “rosso” della periferia romana, fino all’ingresso, ieri, nel carcere di Rebibbia: in mezzo un percorso che dagli anni ’70 incrocia i Marsigliesi, approda nella Banda della Magliana, prosegue con relazioni che tra ’ndrangheta e camorra portano Fausto Pellegrinetti, 76 anni, a diventare un “signore” del narcotraffico mondiale, riconosciuto come tale in Colombia e negli Stati Uniti. La corsa è finita il 23 gennaio scorso ad Alicante quando le polizie spagnola e italiana, su mandato della Direzione distrettuale antimafia della procura di Roma, hanno suonato al campanello del suo superattico. Si è consegnatenza opporre resistenza, senza armi e restando in assoluto silenzio, come si confà a un superboss.
Infatti, Fausto Pellegrinetti – alias Franco, Enrico Longo, Franco Pennello o Giulio Dedonese – per la Questura di Roma è “uno dei più pericolosi narcotrafficanti italiani in circolazione: uno dei principali broker mondiali della droga, al centro di interessi di ogni genere sull’asse Italia-Brasile-Spagna”. Quanto tempo è passato dalle scorribande con rapine e sequestri in quella Roma degli anni ’70 con i colori sbiaditi di un film con Tomas Milian. Sono gli anni dell’apprendistato criminale per Pellegrinetti, passati nella gruppo armato del Tufello, ex borgata a nord del centro di Roma. È in quel contesto che il rampante Fausto stringe legami con Jacques Berenguer e Albert Bergamelli, ai vertici del feroce e potente clan francese dei Marsigliesi.
È il 1980, in un ristorante di Trastevere Pellegrinetti, al cui nome già si guarda con rispetto nella mala romana, incontra Danilo Abbruciati, Antonio Mancini ed Edoardo Toscano: è il battesimo nella Banda della Magliana, tra abbacchio, carbonara e carciofi alla giudia. In quell’incontro, fra le altre cose – rivelerà poi Mancini, detto “Accattone” da pentito – si discute anche di un attentato, mai realizzato, per ammazzare il giudice Ferdinando Imposimato (morto lo scorso 2 gennaio a 82 anni) che un anno più tardi avrebbe istruito proprio il processo alla Magliana.
Le attività criminali di Pellegrinetti prendono il volo verso il Sudamerica e i profitti s’impennano. All’inizio degli anni ’90 e uno dei re del traffico di droga che attraversano l’Atlantico; e a Roma piovono cinque tonnellate di cocaina purissima: il giro d’affari è quantificato in una cifra pari a 55 milioni di dollari. Una fortuna realizzata tessendo relazioni che dalla Colombia portano alla ’ndrina calabrese dei Barbaro-Papalia e alla sponda romana della nuova famiglia di camorra, quel Michele Senese inviato nella Capitale da Carmine Alfieri negli anni ’80, Michele ’o pazz di nuovo in carcere dal 31 ottobre 2014 ma mai condannato per mafia, uno dei “quattro re di Roma” (insieme a Massimo Carminati, Carmine Fasciani e Peppe Casamonica) rivelati il 12 dicembre 2012 dall’inchiesta giornalistica di Lirio Abbate su L’Espresso.
Una internazionale del crimine che non si accontenta della droga, ma allarga i traffici dai mercati ortofrutticoli al gioco d’azzardo. Pellegrinetti ha un braccio destro, si chiama Lillo Rosario Lauricella, palermitano recordman di plastiche facciali, ucciso in Venezuela nel 2002: proprio col siciliano costruisce un impero miliardario installando migliaia di slot machine in Brasile, tanto da riciclare 16 miliardi di vecchie lire nel 1997. Cinque anni prima Pellegrinetti è arrestato, già latitante, a Roma, ma nel 1993 mette a segno il colpo con l’evasione dai domiciliari durante il ricovero in una clinica privata. Dieci anni compie l’ultima fuga (dovendo scontare ancora oltre 13 anni di carcere): in Spagna, prima a Marbella poi nel superattico di Alicante. Fino – prima dell’estradizione e l’atterraggio di ieri a Fiumicino – al suono del campanello il 21 gennaio: “¿Quién es?”. “Policía, abra la puerta”.
Spinelli. La sinistra insegue la destra
“Per la sinistra, questo è stato un giorno di fallimenti monumentali ma anche di chiarimenti, di possibili ma lente riprese – ha detto Barbara Spinelli, eurodeputata del Gue/Ngl eletta da L’Altra Europa con Tsipras –. La nascita di Potere al Popolo è un buon segnale, anche se in soli tre mesi non poteva raggiungere i risultati sperati. Sono almeno dieci anni che la sinistra storica perde sistematicamente e in maniera continuativa il proprio ‘popolo’, ormai saldamente e convintamente ancorato nel voto Cinque Stelle o nell’astensione. Con la sola esclusione di Potere al Popolo – ha detto ancora Spinelli – ha inseguito la destra per quando riguarda sia la politica economica sia quella concernente i rifugiati, corteggiando un elettorato che su ambedue i temi ha preferito in definitiva votare l’originale, cioè la destra”.