Il piagnisteo in diretta del camerata

Faceva tenerezza il leader di CasaPound Simone Di Stefano, domenica notte, quando, in collegamento con Enrico Mentana che gli chiedeva di commentare il fatto che non lo avesse votato neppure il suo condominio, balbettava: “Non mi avete invitato abbastanza in televisione!”. Veniva quasi da abbracciarlo, quest’uomo che per mesi aveva gridato alle piazze che era ora di andare a occupare la Libia e invece, tutto sommato, si sarebbe accontentato di occupare la prima serata, come una Valeria Marini qualunque.

La marea nera, secondo Di Stefano, l’ha fermata Mentana, negandogli una vasta platea. Come a dire che per fermare Mussolini bastava sequestrargli il balcone per abusivismo edilizio. Ma non voglio infierire sul piccolo Simone, davvero. Me lo immagino, in questi giorni, nella sua cameretta a Roma, con la bandiera dell’Italia appesa sul letto e la palla di vetro con la neve su Predappio sul comodino, mentre risponde a mamma dall’altro lato della porta chiusa: “T’ho detto che non c’ho fame, mangio domani!”. Gliel’avevano fatto credere che la marea nera ci sarebbe arrivata non dico alla gola ma almeno all’ombelico. E invece ci ha inumidito l’alluce, al massimo, per poi ritirarsi e lasciare la tartaruga di CasaPound tramortita, a pancia in su, sul bagnasciuga.

Si capiva che ci credeva, il piccolo Simone. S’era pure rasato i capelli per sembrare più cattivo, più fascista, per girare i suoi video motivazionali su Facebook. Quei video per cui ha speso pure dei soldi, quei video per cui probabilmente avrà messo all’asta il suo pitale d’ottone di Mussolini, quei video in cui sulla spianata di Redipuglia, con la parlata di Totti e la faccia di quello che se vede una blatta salta sul primo sgabello, dice ai suoi sostenitori che è ora di riprendersi l’Italia. Lui. Con quello sguardo da cerbiatto con la zampa nella tagliola.

Non sapeva, il povero Di Stefano, che quei 50.000 like sotto ai suoi video enfatici erano un inganno: eravamo tutti lì a cliccare per concedergli l’illusione pre-elettorale che davvero ce l’avrebbe fatta ad entrare in Parlamento, che davvero avremmo invaso militarmente la Libia con un esercito guidato da lui. Lui che se sbarcasse su una spiaggia in Libia per trattare con una delle 140 tribù presenti da quelle parti, dopo 3 minuti netti verrebbe appeso a un gancio ad essiccare come un polpo di sabbia.

Era bello quell’hashtag sotto i suoi post “#direzioneparlamento”. Faceva tenerezza almeno quanto lui. Sembrava – quell’hashtag carico di genuina convinzione – una di quelle frasi tipo “io e te forever” sotto le foto di nostre amiche col fidanzato che noi le guardiamo sapendo che lui è un noto puttaniere ma non diciamo nulla, perché lei ci crede e chi siamo noi per toglierle un’illusione. Povero piccolo Simone. S’era pure inventato lo slogan “Vota più forte che puoi!” e in effetti gli italiani hanno votato fortissimo Movimento 5 stelle.

Aveva detto “Voleranno le sedie in Parlamento” e ora, al massimo, vola uno schiaffo nella sede di CasaPound ai danni del primo militante onesto che dice: “Ahò, dovevamo ave’ i numeri pe’ entra’ in Parlamento, con ’sti numeri non abbiamo la maggioranza manco pe’ vota’ Giucas Casella all’Isola dei famosi!”. Peccato, davvero, per l’insuccesso di CasaPound, perché invece i risultati dell’altra coalizione di estrema destra Forza nuova sono stati proprio incoraggianti: 0,37%. Se si mettessero insieme, se unissero le forze altro che Libia. Potrebbero invadere almeno il giardino pensile di casa Boldrini. Potrebbero lanciare gavettoni al prossimo Gay pride. Potrebbero radere al suolo tutte le sculture alla gara nazionale di castelli di sabbia a Cervia. Potrebbero sfidare Fassino a braccio di ferro.

E invece, di queste elezioni, ci resterà il ricordo del piccolo Simone con la sua aria bastonata, perculato da Mentana, che il giorno dopo la sconfitta, in un moto d’orgoglio, dice “è ora di rimettersi al lavoro!”. Ecco, bravo, il tornio con turni da 12 ore festivi compresi, sarebbe un buon inizio.

Parlando agli studenti di Belén ho capito chi avrebbe vinto

Anche stavolta i sondaggisti hanno bucato. Prevedevano i 5Stelle sotto il 30 per cento, Berlusconi avanti su Salvini, il Pd sopra il 20 per cento. Significa sbagliare milioni di voti. Fidandomi di un mio sondaggio artigianale, pensavo che i grillini avrebbero sfondato. Il vantaggio di scrutare “il sentire” anziché i campionamenti, spesso serve. L’esempio viene dal padre dei sondaggisti, George Gallup, che nel 1936 aveva previsto al centesimo la vittoria di Roosevelt. Con poche migliaia di interviste aveva sconfitto il poll di Literary Digest, condotto su oltre due milioni di persone.

Nel mio piccolo e senza alcuna pretesa scientifica, ho sondato gli umori di qualche centinaia di studenti della Sapienza (dove dirigo il portale di cinema), insieme all’ateneo di Bologna e Pisa (dove ho insegnato per anni Sociologia della comunicazione). Facendo la somma delle risposte, circa l’80 per cento dei giovani ha dichiarato di votare Cinque Stelle. Circa il 3 per la Bonino. Circa il 3 per Liberi e uguali (ma non potevano adottare una sigla meno logora?). Circa 2 per Potere al Popolo. Un po’ meno a CasaPound. Il rimanente 10 per cento ha risposto “no urne”. Dei non votanti, solo il 10 per cento appartiene alla generazione “prima volta al voto”, mentre il 90, avendo già votato almeno una volta, non intende rifarlo. Mi chiedo, ma com’è che i partiti politici, invece di affidarsi ai sondaggisti, non frequentano un po’ il mondo giovanile? Non gli viene in mente che sono loro il futuro del Paese? Se ci pensassero non finirebbero gambe all’aria, come è successo domenica. Tornando al mio mini-sondaggio, ho osservato che la maggioranza dei voti pro Bonino sono distribuiti al nord, mentre solo una minoranza a Roma. Al contrario del 3 per cento dei voti a Liberi e Uguali, in maggioranza al centro. Stesso discorso per CasaPound, che nell’università della Capitale ha sempre seminato. Il trionfo dei cinquestelle tra gli studenti ovunque è dovuto al disprezzo nei confronti di una classe politica che ritiene i giovani una massa da blandire con regalie, tipo il risibile bonus cultura di renziana memoria (che la maggior parte dei ragazzi avrebbe preferito per comprare beni materiali).

L’accusa più sentita contro i governanti è non pensare al domani. Basta vedere lo stato comatoso in cui versano gli atenei, con un’ultima ministra che ha persino mentito sul suo diploma di laurea. Non che i predecessori abbiano fatto meglio. Classe di inetti, che non hanno alcun interesse verso i giovani, ignorando che se un Paese non mette al primo posto l’istruzione e la cultura è destinato a soccombere. Ho sfogliato i miei appunti e li ho confrontati con un servizio che potete trovare su YouTube. Riporto qualche frase significativa. “Voto lavoro, lavoro e ancora lavoro”. “Non voto merde di destra e di sinistra”. “Scelgo Cinque Stelle perché rinunciano al bottino da parlamentare”. “Voto perché cambino le cose”. “Facciamoci sentire!”. Un ventenne, che si è definito “allievo di Machiavelli”, ha consigliato i Cinque Stelle di non accettare un governo fragile: “Così fanno il botto alla prossima tornata”. Mi ha sorpreso l’odio che molti studenti nutrono verso l’ex premier. Uno ha detto: “Voto contro la fake news più grande di tutte: Matteo Renzi”. E un secondo: “Spero che il Pd faccia la fine del Psi”.

Infine alla domanda: “Cambieresti il tuo voto per una notte con Belen?”, uno studente ha risposto un secco no e un altro: “No grazie, le ragazze me le conquisto da solo”. Non sarà che allo stesso quesito, il 90 per cento dei politici nostrani, magari sottovoce, avrebbe risposto di sì?

Italia Online fa utili e caccia 400 persone

Probabilmente è prematuro parlare già di licenziamenti, ma la sostanza cambia poco: l’azienda Italia Online (l’ex Seat Pagine Gialle) nei prossimi mesi si libererà di 400 dei suoi mille dipendenti e chiuderà definitivamente la storica sede di Torino. L’internet company, che gestisce portali web e stampa elenchi telefonici, oggi è in mano al magnate egiziano Naguib Sawiris, in seguito alla fusione di società effettuata nel 2015. Non è in crisi, ha i conti in ordine, eppure da quasi due anni beneficia di soldi pubblici perché tiene in cassa integrazione parte dei suoi addetti. Ora è pronta anche a fare il passo successivo: un pesante e sfoltimento dell’organico.

La notizia era nell’aria da giorni, ieri mattina è stata confermata durante un incontro con i sindacati Slc Cgil, Fistel Cisl e Uilcom Uil, i quali hanno reagito proclamando otto ore di sciopero per la giornata di oggi.

Nel dettaglio il piano di Italia Online prevede 248 esuberi negli uffici di Torino e altri 152 nelle sedi sparse in tutto il territorio nazionale. Quella del capoluogo piemontese, come detto, dovrà essere smantellata del tutto e questo comporterà anche il trasferimento dei 241 dipendenti che rimarranno in azienda (57 dirigenti e 184 tra quadri e impiegati). Cosa che non è piaciuta affatto alle istituzioni locali.

Si tratta quindi di una grande riorganizzazione che prevede la concentrazione di tutte le attività a Milano. Secondo le dichiarazioni dell’azienda, il piano serve a mettere in campo investimenti nell’information technology. Nella realtà, alleggerendo le spese per il personale, si potranno ingrassare gli utili che già adesso vengono maturati. Come documentato il 27 febbraio dal Fatto Quotidiano, Italia Online non ha debiti, ma ha in cassa 77 milioni. Nei primi nove mesi del 2017, i risultati sono stati positivi: ricavi per 250 milioni e margine operativo lordo di 56 milioni, prestazioni che registrano una crescita rispetto all’anno precedente. Eppure tuttora è in vigore un accordo per la cassa integrazione che coinvolge 230 dipendenti a zero ore e altri 296 a quattro ore al giorno. Questa intesa è partita a dicembre 2016 e scadrà a giugno 2018. Il paradosso è reso possibile da un precedente accordo di ristrutturazione della vecchia società (Seat Pagine Gialle). Accordo che è stato spostato sul nuovo gruppo. In ogni caso si trattava di una riorganizzazione che doveva dare tempo all’azienda di riformare il suo personale per reimpiegarlo in nuove attività per rilanciare la società. Ora si scopre che non solo questo non accadrà, ma ad andare via dovranno essere anche più dei 230 in cassa integrazione a zero ore. Prima ancora della fine di questo percorso, infatti, l’azienda ha deciso di aggiungere altre 170 persone.

Ricapitolando: quando nel 2015 Seat e Italia Online si sono unite, i dipendenti erano 1.200. Adesso sono 1.130, dei quali 526 in cassa integrazione. Dopo questo piano ne resteranno a lavoro 730. “Amano sempre mostrarci slide con il rapporto tra fatturato e dipendenti – spiegano dalla Slc Cgil – Per aumentare questa percentuale, non potendo aumentare il fatturato, mandano a casa i lavoratori”.

Assalto a Tim: ora Silvio tifa per Elliot che sfida Bolloré

Il controllo francese di Vincent Bolloré e della sua Vivendi su Tim potrebbe finire il 24 aprile all’assemblea dei soci. Il fondo di investimento americano Elliot ha lanciato ieri l’assalto all’azienda delle telecomunicazioni con l’acquisto del 6 per cento del capitale e una dichiarazione di guerra: “La governance, la valutazione, la direzione strategica e le relazioni con il governo italiano di Tim andrebbero migliorate sostituendo alcuni membri del cda con nuovi, completamente indipendenti e altamente qualificati, amministratori”. Elliot ha già comunicato al comitato di Palazzo Chigi il superamento della soglia del 3 per cento, come prevedono le norme sul golden power (la facoltà del governo di opporsi a investimenti stranieri su società strategiche).

La Vivendi di Bolloré controlla di fatto Tim da due anni con il 24 per cento. Elliot “non sta cercando e non cercherà di prendere il controllo”, dicono dal fondo di Paul Singer. L’obiettivo, però, è impedire che ce l’abbia Bolloré. Elliot punta spesso su aziende con margini di miglioramento perché gestite male e zavorrate dai conflitti di interesse, che in Tim non mancano: dal braccio destro di Bolloré, Michel Sibony, che gestisce gli acquisti di Tim con un contratto da consulente alla decisione di vendere la quota in Persidera (infrastruttura di trasmissione) per evitare a Vivendi problemi di Antitrust su Mediaset, di cui ha il 29 per cento, al tentativo di joint venture (ora in stallo) con Canal Plus, altra controllata di Vivendi. Elliot compra, sfratta Bolloré, trasforma l’azienda in una public company all’americana senza alcun socio-padrone e rivende quando il titolo sarà salito: questo è il piano.

Non è soltanto una storia finanziaria perché riguarda anche l’impero di Silvio Berlusconi. Da due anni i destini di Bolloré si intrecciano a quelli dell’ex Cavaliere, da quando Vivendi ha stracciato l’accordo per rilevare la disastrata Mediaset Premium (tv a pagamento) e ha lanciato la scalata a Mediaset, fermandosi a un passo dalla soglia che fa scattare l’obbligo di offerta pubblica d’acquisto. Mentre Vivendi si è trovata a possedere la quota più rilevante di Tim in seguito agli accordi in Brasile con Telefónica, ex primo socio spagnolo della società italiana. Bolloré ha già cercato di usare le risorse di Tim per fare pace con Berlusconi e la Fininvest, tramite un patto di vendita di contenuti Mediaset a Tim in cambio di 460 milioni. Ma l’intesa è saltata. E ora arriva la svolta, due giorni dopo le elezioni, con Berlusconi indebolito dai risultati deludenti di Forza Italia, ma con un grosso peso nei negoziati per la formazione del nuovo governo.

Elliot è un fondo americano, molto attivo in Italia e tangente a tutto il mondo berlusconiano: ha finanziato con 300 milioni Yonghong Li, acquirente del Milan da Berlusconi. E poiché il misterioso finanziere cinese è in difficoltà, Elliot rileverà la squadra, dove ha già messo in cda un suo uomo, l’ex ad dell’Eni, Paolo Scaroni, imputato per corruzione internazionale e oggi vicepresidente della banca Rothschild. Anche le mosse di Elliot su Tim si reggono su uomini che, come Scaroni, sono di area di centrodestra e stimati da Berlusconi: a occuparsi delle pratiche sul golden power c’è Antonio Catricalà, ex viceministro dello Sviluppo e sottosegretario a Palazzo Chigi, con la giurista Luisa Torchia. Secondo fonti vicine al dossier, Elliot avrebbe già in programma di mettere in cda di Tim lo stesso Scaroni e Paolo Dal Pino, che già dieci anni fa ha mancato di poco la poltrona di ad Telecom. Advisor dell’operazione è la società di consulenza Vitale & C.

Poiché è ragionevole pensare che Elliot abbia già coalizzato un fronte anti-francese, Bolloré e Vivendi saranno messi in minoranza all’assemblea dei soci il 24 aprile e non potranno più esprimere presidente e ad, oggi manager Vivendi, Arnauld de Puyfontaine e l’israeliano Amos Genish.

Indebolito anche dall’ostilità in Francia della presidenza di Emmanuel Macron, un Bolloré dimezzato sarà un avversario molto più agevole per Berlusconi. Il finanziere bretone sarà costretto a trattare, ma non più da una posizione di forza: nel bilancio di Vivendi le azioni di Tim sono in carico con un prezzo di acquisto medio di 1,1 euro mentre in Borsa valgono 0,77 centesimi, nonostante il rialzo del 6 per cento ieri. Per Bolloré sarà difficile non svalutare, se smette di comandare, ma ancor di più vendere senza pesanti minusvalenze. E l’81enne Berlusconi, in questo suo crepuscolo politico, avrà l’ultima occasione di sistemare il suo impero per la successione. Con un Bolloré spinto a lasciare la presa su Tim potrebbe essere rispolverato il progetto tanto a lungo coltivato da Berlusconi: uno scambio di quote tra Tim e Mediaset, così da lasciare ai figli un pezzo della tranquilla azienda telefonica, anziché il controllo di un business televisivo da reinventare.

Da record. Il sito del fatto

Dieci milioni di utenti e oltre 26 milioni di pagine viste in due giorni. Più di centomila lettori contemporaneamente sul sito. È un record assoluto quello realizzato da ilfattoquotidiano.it nei giorni delle elezioni politiche. Tra domenica e lunedì, come certifica la classifica Audiweb, il nostro è stato il terzo sito italiano, col picco lunedì 5 marzo: 5.832.882 di browser unici e 16.712.163 di pagine viste, in larga parte da cellulari. Articoli in continuo aggiornamento, analisi sui dati e reazioni (pubbliche e non) dei partiti, infografiche, curiosità sugli eletti e sulle maratone tv. Momento più seguito? La mattina del 5, con le prime indiscrezioni sulle dimissioni di Renzi. I giornalisti, la squadra social del sito e i tecnici hanno affrontato una non-stop di due giorni, arricchita anche dai blog dei giornalisti del Fatto. E gli utenti hanno apprezzato. Proprio l’articolo principale della notte elettorale con l’analisi in tempo reale è stato il contenuto più letto, con due milioni di pagine viste.

Odg, la vera storia della Barra “radiata”

Venerdì scorso sul Fatto è uscito un mio articolo sulla ex candidata pidina Francesca Barra (sconfitta nel suo collegio Melfi-Matera sia dal M5S che dal centrodestra). L’articolo era una sorta di fenomenologia della candidata, tra scivoloni, narcisismo e tendenza a smentire se stessa. Tra le altre cose, avevo scritto che nell’aprile del 2015, dopo essersi lamentata su fb dei quattrini che le costava l’iscrizione all’odg, pochi giorni dopo, sempre su fb, si era lamentata che l’odg l’avesse radiata poiché non pagava la quota di iscrizione dal 2012. La notizia, a distanza di 3 anni, era ancora su Dagospia e Libero, ma la Barra aveva cancellato il post.

Dopo la pubblicazione del pezzo sul Fatto, la Barra ha chiesto ripetutamente rettifica via mail: “Non sono mai stata radiata, ne risponderete nelle sedi opportune!”, minacciava. In successive interviste la Barra affermava di essere vittima di fake news e macchina del fango. Dopo alcune verifiche con l’odg Lazio, confermiamo che la Barra è stata cancellata in seguito a regolare delibera nel 2015 per morosità (la cancellazione, come mi ha spiegato l’ex presidente dell’odg Enzo Iacopino è sempre una radiazione, seppur anomala e comunque il termine “radiazione” fu utilizzato nel post citato dalla stessa Barra). Poi si è messa in regola con i pagamenti ed è stata riammessa: sul sito dell’odg, il suo nome è presente addirittura due volte (era stata cancellata ma era rimasto il suo nome nel file poi, una volta riammessa, era stata riaggiunta in automatico).

Insomma, la Barra è effettivamente vittima di macchina del fango e fake news. Fatte in casa con le sue sapienti mani, però. Come i minnicchi della sua amata Basilicata. Che ricambia il suo amore con il 14% di consensi (e 14 preferenze al candidato singolo, cioè lei) perfino nel suo paese Bernalda.

La guerra per le spoglie di B. Il cerchio acido “salvinizza” FI

Berlusconi, game over. Una speranza consumata e troppe volte vana, in passato. Ma mai così vicina come adesso. Anzi vicinissima. Ché l’ex Cavaliere ha 81 anni ed è arrivato secondo in casa sua, in quel centrodestra che fondò da Padrone Assoluto un quarto di secolo fa, ormai. In una parola, prigioniero.

Prigioniero del giovane “Matteo”. Non più il nazareno Renzi ma Salvini il populista della Lega, che stavolta ha sfondato ovunque dalle Alpi alla Sicilia e guarda dall’alto in basso il povero “Silvio”. Mai successo da queste parti. Il berlusconismo morente – politicamente s’intende eh! – è rappresentato dalle tante scene di amarezza e rabbia di queste ore ad Arcore, la residenza dell’Ottuagenario, comprese quelle della Fidanzata Francesca Pascale, furiosa per la mancata elezione in Campania dell’amata amica sicula Vanessa Sgarito.

Amarezza e rabbia. E rassegnazione. Ecco perché B. rischia il game over. Davanti a lui gli orizzonti sono ristretti. Forza Italia, da sola, non ha i numeri per nulla. E quando l’ex Cavaliere ha provato a sondare i fedelissimi su uno strappo da Salvini per rientrare nel gioco di un governo qualsiasi di scopo, si è sentito crudelmente rispondere: “Presidente ti seguirebbero in pochi, se non nessuno”.

È questa la prima, spietata verità sul prigioniero solitario di Arcore. La politica è una selezione darwiniana e gli azzurri sopravvissuti il 4 marzo, cioè eletti, vedono solo un futuro verde padano. Pronti a consegnarsi al nuovo leader del centrodestra. Il più esplicito, fanno notare ambienti berlusconiani, è stato l’altra sera Paolo Romani a Porta a Porta. Considerato un sicuro maggiordomo della Casa Reale di B., al punto da aver piazzato in lista il figlio Federico per le Regionali in Lombardia, Romani ha spiegato così il sorpasso a Vespa: “Salvini è giovane, ha tante energie per girare l’Italia, Berlusconi ha 81 anni, l’età fa la sua parte”. Al suo fianco c’era Ignazio La Russa, fratello d’Italia, che lo ha fulminato con una battuta: “Questa ti costerà cara”.

Vero. L’ex Cavaliere ha detto e ridetto fino all’ultimo istante della sua campagna elettorale, in tv e sulla stampa, di essere e di sentirsi “giovane”. Ma Romani non è il solo a pensare il contrario. C’è l’ex ministra Gelmini, c’è il governatore ligure Toti, vari peones eletti al nord, tutti convinti salviniani. Per non parlare dei due pilastri del cerchio acido che consiglia B.: l’avvocato Niccolò Ghedini e la segretaria tuttofare ora neosenatrice Licia Ronzulli, legata allo stesso Salvini da un saldissimo vincolo di amicizia. Oggi tutto lo stato maggiore azzurro spera in “Matteo” per un seggio nell’era post-berlusconiana che verrà.

La seconda verità sul prigioniero di Arcore ha preso forma nel vertice convocato ieri, seguito da un video in cui Berlusconi rivendica per sé il ruolo di “regista e garante” della coalizione. “Siamo sicuri che Salvini voglia avere davvero l’incarico?”. Il retropensiero, che lambisce finanche Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia, non è solo causato dalla dura legge dei numeri: il centrodestra ha 260 seggi alla Camera e 135 al Senato, ben lontano dalla meta della maggioranza. Dice un berlusconiano di alto rango: “Salvini vuole votare tra un anno da capo dell’opposizione, per mangiarsi Forza Italia e vincere. Queste elezioni sono state per lui le vere primarie del centrodestra e adesso comanda lui. Eppoi si seppellirebbe da solo se andasse al governo con un inciucio rimediato grazie a più di 50 responsabili di ogni provenienza”.

Altra storia sarebbe un eventuale strappo di Salvini (che ieri ha “aperto” a sinistra), per virare sui Cinquestelle. Paradossalmente, l’ex Cavaliere vivrebbe la svolta come una liberazione personale.

La salvinizzazione in corso di Forza Italia ha però generato anche un duro processo interno. Sul banco degli imputati c’è il citato cerchio acido di Ghedini e Ronzulli. Sono tre giorni, per esempio, che Luigi Bisignani (P2 e P4) va scrivendo o ripetendo che la caduta di Berlusconi è colpa dei suoi consiglieri. Dici Bisignani, dici Gianni Letta, il Gran Visir del berlusconismo di rito andreottiano e romano. La colomba consociativista per antonomasia. E lo stesso Letta ha esternato la sua dolorosa delusione per gli errori del Presidente. Il sì al Rosatellum, la composizione delle liste, la decisione di dare alla Lega il 36 per cento dei seggi al maggioritario. Una Waterloo confezionata ad arte dai filoleghisti Ghedini e Ronzulli, appunto. Senza dimenticare le ambizioni del legale di approdare a Palazzo Chigi da vice di Salvini.

Adesso l’ex Cavaliere avrebbe aperto gli occhi sulle mosse “interessate” dei suoi consiglieri. Ieri, per esempio, ad Arcore si è rivisto Letta per il vertice azzurro. Sarebbe stato, Letta, pure ambasciatore di un messaggio chiaro del Quirinale: “Mattarella non favorirà mai un governo a trazione leghista, cosa succederebbe in Europa con Salvini a Palazzo Chigi o al Viminale?”.

In fondo, il berlusconismo si è intrappolato da solo in questa tagliola mortale, perché ha pensato di recitare tutte le parti in commedia come sempre. Solo che ha perso il ruolo di attore protagonista e la scena è cambiata.

E poi c’è la “roba”. Il conflitto d’interessi e la Borsa che ha punito Mediaset. Lunedì, quando ad Arcore è arrivato Salvini, la scena madre è stata questa: “Caro Matteo questi sono i miei figli, ti presento Marina e Pier Silvio”.

Esteroschede anomale da san marino

Immancabili le segnalazioni di anomalie da Castelnuovo di Porto (Roma), dove si scrutinano le schede provenienti dall’estero. Le hanno segnalate, di concerto con i rappresentanti di lista, i presidenti dei seggi 642 e 646 dove si scrutinavano i voti della circoscrizione di San Marino. Avendo constatato che molte schede sembravano false – “erano di colore più chiaro, la carta più sottile e più bordi non uguali” – le hanno trasmesse alla commissione della Corte d’appello. Le schede erano quasi tutte con voto espresso a una lista e a un candidato ex senatore. Per il seggio di San Marino su 6.950 votanti, risultano verbalizzate 450 schede non valide (di cui 44 bianche) e 359 contestate. In media negli altri seggi la percentuale di schede non valide è inferiore e quelle contestate sono quasi sempre pari a zero. (m. pill.) . Ansa

Il leghista Tony Iwobi è il primo senatore nero

Sul sacro prato leghista di Pontida nell’estate 2015, tra corna vichinghe e kilt scozzesi, si fece strada sul palco un uomo di colore. Decisamente fuori contesto, visto il pulpito dal quale Mario Borghezio si scagliava contro gli africani alternandosi nelle invettive anti-immigrati a Roberto Calderoli. E prese la parola: “Sono razzista, dico aiutiamoli a casa loro, prima gli italiani”. Nominato responsabile immigrazione del Carroccio e ora eletto in Senato con i voti della Lega. Il nigeriano Tony Iwobi, 62 anni, è il primo senatore nero della storia della Repubblica. Alla Camera prima di lui c’erano stati Jean-Léonard Touadi (con il Pd di Walter Veltroni) e Cécile Kyenge (ministra per l’integrazione nel governo Letta).

Iwoby andrà a sedersi a Palazzo Madama insieme a Calderoli, che nel luglio 2013 paragonò Kyenge a un orango. “Quando vedo venire fuori la Kyenge io resto secco. Sono anche un amante degli animali. Ho avuto le tigri, gli orsi, le scimmie e tutto il resto. Però quando vedo uscire delle sembianze di un orango, io resto ancora sconvolto”. Frasi che secondo i pm bergamaschi Maria Cristina Rota e Gianluigi Dettori erano non solo diffamatorie ma caratterizzate dall’aggravante della discriminazione razziale. Il procedimento si è però schiantato in giunta per le immunità al Senato che decretò “insindacabile” il collega.

Condannato invece l’europarlamentare Borghezio che si scagliò sempre contro Kyenge sostenendo che voleva “portare le sue tradizioni tribali in Italia” e che “gli africani appartengono a un’etnia molto diversa dalla nostra”. È stato condannato per diffamazione aggravata dalla finalità di odio razziale e al risarcimento di 50 mila euro all’ex ministro. Ora l’africano è diventato parlamentare del suo stesso partito. E sostiene di voler difendere il territorio d’origine. Che non è la Nigeria ma, la provincia bergamasca, dove è stato eletto.

Eletti, trombati, paracadutati: chi ce l’ha fatta e chi va a casa

Era fatale, quel “ciaone” un giorno sarebbe tornato indietro: Ernesto Carbonenon è stato rieletto. Il lungo quarto d’ora di celebrità del milite renziano – iniziato appunto col #ciaone agli elettori del referendum sulle trivelle nel 2016 – è finito ieri. Era candidato in Emilia, in un listino in cui il Pd ha eletto due parlamentari. Lui era il terzo: sipario. Guida un lungo elenco di illustri trombati.

Centrodestra. Il latinorum di Claudio Lotito mancherà molto nel prossimo Senato. Il presidente della Lazio era nel listino Campania 1 alle spalle della capolista Alessandra Lonardo, lady Mastella. Lei è stata eletta, ma il 19,22% di Forza Italia ha fatto scattare un solo candidato. La Lonardo sarebbe potuta entrare anche a Napoli, ma il Rosatellum impone che un eletto – in caso di più candidature vincenti – acceda al Parlamento attraverso il collegio in cui ha meno voti. Per un Lotito che salta, il Senato abbraccia altri due notabili della Federcalcio: Adriano Galliani e Cosimo Sibilia (presidente della Lega dilettanti). Tra gli sconfitti c’è anche Nunzia De Girolamo. L’ex ministra era stata depennata a tradimento dalle liste campane e dirottata in Emilia Romagna. Nel suo collegio Forza Italia non ha eletto nemmeno un deputato. Dopo tre legislature saluta anche l’abruzzese Paola Pelino. Aveva un ruolo delicato negli equilibri del gruppo parlamentare berlusconiano: distribuiva i deliziosi confetti di famiglia.

L’amputazione della “quarta gamba” – il gruppone centrista Noi con l’Italia, rimasto sotto la soglia del 3% – ha lasciato senza poltrona due accumulatori seriali come Roberto Formigoni e Raffaele Fitto. Un problema per il Celeste, che dovrà affrontare i processi da comune cittadino. Resta fuori anche Flavio Tosi. La famiglia allargata di Berlusconi, oltre alla conferma dell’avvocato Niccolò Ghedini , abbraccia una new entry: Paolo Zangrillo, fratello del medico personale dell’ex Cav. Vittorio Sgarbi – distrutto da Di Maio ad Acerra – entra in Parlamento grazie al paracadute da capolista nel collegio Emilia 2. Due curiosità nella Lega: a Palazzo Madama ci sarà Tony Iwobi, primo senatore di colore nella storia della Repubblica. Alla Camera invece Francesco Zicchieri, vincitore nel collegio di Frosinone: è il nipote di Mario, “cuore nero” ucciso dalle Brigate Rosse nel 1975. Ma c’è anche un’icona della vecchia Lega Nord: 31 anni dopo il suo esordio al Senato, torna a Palazzo Madama Umberto Bossi.

Pd. Quasi tutti gli sconfitti eccellenti dem nei collegi si sono salvati grazie al paracadute nel proporzionale: Dario Franceschini, Marco Minniti, Andrea Orlando, Roberta Pinotti, Matteo Orfini, Debora Serracchiani, Valeria Fedeli. All’esordio in Parlamento ci sono Luciano Nobili (ultrà renziano del Pd Roma) e Filippo Sensi, ex portavoce del Rottamatore, poi passato con Gentiloni: entrambi piazzati nelle liste bloccate. Torna anche Michele Anzaldi, pure lui eletto senza la fatica di procacciarsi nemmeno un voto: era terzo in lista in uno dei collegi laziali. Trombato a sorpresa invece il sottosegretario renziano Sandro Gozi, tradito dalla sconfitta di Franceschini nel suo collegio. Gozi era al terzo posto nel listino Emilia 1 dietro al ministro della Cultura e a Giuditta Pini. Il Pd ha eletto 2 deputati: Franceschini usa il paracadute, Gozi resta fuori. In Emilia salta anche Claudio De Vincenti, battuto a Sassuolo e senza blindature nel proporzionale. Fine della corsa dopo innumerevoli legislature di militanza per Cesare Damiano e Giuseppe Fioroni. Addio al Senato e alla politica – dice lui – anche per Stefano Esposito. Drammatica la performance di Francesca Barra: la sua carriera politica si apre e si chiude con il 17,5% nel collegio di casa, a Potenza. Si salvano col paracadute proporzionale anche Piero De Luca, figlio del governatore campano Vincenzo – mentre nel collegio di Agropoli crolla il fedelissimo Franco Alfieri – e il rettore di Messina Pietro Navarra , nipote dell’ex capo mafia corleonese Michele: entrambi ripescati nei listini dopo le nettissime sconfitte nei collegi.

Liberi e Uguali. Qui il dramma elettorale ha un risvolto quasi comico. Per qualche mistero del Rosatellum, LeU ha avuto uno dei pochi eletti alla Camera all’interno del listino proporzionale in Molise (una Regione in cui, nel proporzionale, si elegge un solo deputato tra tutti i partiti. E dove LeU ha strappato il 3,7%). Così l’ignara (e ignota) avvocatessa Giuseppina Occhionero è diventata una dei 18 eletti del partito di Grasso. Nel prossimo Parlamento ci sarà lei, e non Massimo D’Alema, né Pippo Civati o Arturo Scotto.

M5S. La slavina a 5Stelle produce effetti collaterali. Entrano in massa anche candidati già virtualmente già cacciati dal Movimento, quelli coinvolti nello scandalo restituzioni, o massoni, oppure indagati o con vecchie condanne. Avranno un seggio “il francescano” Carlo Martelli, Maurizio Buccarella, Andrea Cecconi (che ha sconfitto Minniti a Pesaro), Silvia Benedetti, il massone Catello Vitiello, l’ “abusivo” di Ostia Emanuele Dessì, l’indagato Salvatore Caiata, il condannato (nel 2008) Antonio Tasso. Sono 8 su 13 (e c’è anche l’autosospesa Giulia Sarti). Sconfitti invece l’ex Iena Dino Giarrusso e l’olimpionico Domenico Fioravanti. Paracadutati in Parlamento, infine il giornalista Gianluigi Paragone e l’ammiraglio Gregorio De Falco.