Faceva tenerezza il leader di CasaPound Simone Di Stefano, domenica notte, quando, in collegamento con Enrico Mentana che gli chiedeva di commentare il fatto che non lo avesse votato neppure il suo condominio, balbettava: “Non mi avete invitato abbastanza in televisione!”. Veniva quasi da abbracciarlo, quest’uomo che per mesi aveva gridato alle piazze che era ora di andare a occupare la Libia e invece, tutto sommato, si sarebbe accontentato di occupare la prima serata, come una Valeria Marini qualunque.
La marea nera, secondo Di Stefano, l’ha fermata Mentana, negandogli una vasta platea. Come a dire che per fermare Mussolini bastava sequestrargli il balcone per abusivismo edilizio. Ma non voglio infierire sul piccolo Simone, davvero. Me lo immagino, in questi giorni, nella sua cameretta a Roma, con la bandiera dell’Italia appesa sul letto e la palla di vetro con la neve su Predappio sul comodino, mentre risponde a mamma dall’altro lato della porta chiusa: “T’ho detto che non c’ho fame, mangio domani!”. Gliel’avevano fatto credere che la marea nera ci sarebbe arrivata non dico alla gola ma almeno all’ombelico. E invece ci ha inumidito l’alluce, al massimo, per poi ritirarsi e lasciare la tartaruga di CasaPound tramortita, a pancia in su, sul bagnasciuga.
Si capiva che ci credeva, il piccolo Simone. S’era pure rasato i capelli per sembrare più cattivo, più fascista, per girare i suoi video motivazionali su Facebook. Quei video per cui ha speso pure dei soldi, quei video per cui probabilmente avrà messo all’asta il suo pitale d’ottone di Mussolini, quei video in cui sulla spianata di Redipuglia, con la parlata di Totti e la faccia di quello che se vede una blatta salta sul primo sgabello, dice ai suoi sostenitori che è ora di riprendersi l’Italia. Lui. Con quello sguardo da cerbiatto con la zampa nella tagliola.
Non sapeva, il povero Di Stefano, che quei 50.000 like sotto ai suoi video enfatici erano un inganno: eravamo tutti lì a cliccare per concedergli l’illusione pre-elettorale che davvero ce l’avrebbe fatta ad entrare in Parlamento, che davvero avremmo invaso militarmente la Libia con un esercito guidato da lui. Lui che se sbarcasse su una spiaggia in Libia per trattare con una delle 140 tribù presenti da quelle parti, dopo 3 minuti netti verrebbe appeso a un gancio ad essiccare come un polpo di sabbia.
Era bello quell’hashtag sotto i suoi post “#direzioneparlamento”. Faceva tenerezza almeno quanto lui. Sembrava – quell’hashtag carico di genuina convinzione – una di quelle frasi tipo “io e te forever” sotto le foto di nostre amiche col fidanzato che noi le guardiamo sapendo che lui è un noto puttaniere ma non diciamo nulla, perché lei ci crede e chi siamo noi per toglierle un’illusione. Povero piccolo Simone. S’era pure inventato lo slogan “Vota più forte che puoi!” e in effetti gli italiani hanno votato fortissimo Movimento 5 stelle.
Aveva detto “Voleranno le sedie in Parlamento” e ora, al massimo, vola uno schiaffo nella sede di CasaPound ai danni del primo militante onesto che dice: “Ahò, dovevamo ave’ i numeri pe’ entra’ in Parlamento, con ’sti numeri non abbiamo la maggioranza manco pe’ vota’ Giucas Casella all’Isola dei famosi!”. Peccato, davvero, per l’insuccesso di CasaPound, perché invece i risultati dell’altra coalizione di estrema destra Forza nuova sono stati proprio incoraggianti: 0,37%. Se si mettessero insieme, se unissero le forze altro che Libia. Potrebbero invadere almeno il giardino pensile di casa Boldrini. Potrebbero lanciare gavettoni al prossimo Gay pride. Potrebbero radere al suolo tutte le sculture alla gara nazionale di castelli di sabbia a Cervia. Potrebbero sfidare Fassino a braccio di ferro.
E invece, di queste elezioni, ci resterà il ricordo del piccolo Simone con la sua aria bastonata, perculato da Mentana, che il giorno dopo la sconfitta, in un moto d’orgoglio, dice “è ora di rimettersi al lavoro!”. Ecco, bravo, il tornio con turni da 12 ore festivi compresi, sarebbe un buon inizio.