Dal 30 ottobresu lavoce.info c’è un interessante articolo degli economisti Tito Boeri e Roberto Perotti sul passaggio all’Inps della malmessa Inpgi-1 (la cassa dei giornalisti, di cui Il Fatto ha scritto giorni fa) con annesso sbilancio da 200-300 milioni annui caricato sullo Stato: la loro proposta è che, se la collettività deve pagare, almeno partecipino i ricchi pensionati e pre-pensionati (anche con quota 87…) dell’Istituto. Checché se ne pensi, vale forse la pena notare che in genere il duo pubblica questi articoli su Repubblica, ma non stavolta: non si sa se la cosa sia collegata al fatto che il gruppo Gedi, che edita il quotidiano, stia procedendo giusto a un centinaio di nuovi pre-pensionamenti caricati su Inpgi e fiscalità generale, ci limitiamo a notarla. Sì, è vero, la gente comm’il faut che invoca sacrifici per gli altri sui giornali (siano cinesi e indiani per il clima o gli italiani per le pensioni) non ama parlare di soldi, ma fortunatamente tra i molti difetti del Fatto non c’è quello di piacere alla gente che piace. Per questo ci corre l’obbligo, mentre la stampa italiana intona inni all’uomo della provvidenza, ricordare la listarella della spesa presentata a Palazzo Chigi e subito accolta. In manovra, oltre all’annegamento di Inpgi nell’Inps, c’è un bel “Fondo editoria” da 230 milioni nel biennio destinato a investimenti in digitalizzazione e altre belle cose, ma soprattutto “a sostenere le ristrutturazioni aziendali e gli ammortizzatori sociali” (sì sì, ecco i soldi per gestire i quasi 350 pre-pensionamenti che interessano i grandi editori, attività a cui lo Stato contribuisce dal lontano 2009). Se non avessero innovato abbastanza col Fondo editoria, però, lorsignori possono attingere al Fondo per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione, che passa da 50 a 100 milioni l’anno. E siccome le materie prime costano, c’è pure un bel credito d’imposta sulla carta da 60 milioni annui. Questo per far sì che giornali come Il Messaggero (20 nuovi pre-prensionati) possa raccontarci senza preoccupazioni economiche de “L’esercito dei senza lavoro che preferiscono il sussidio” (ieri in prima). Mica come molti cronisti, che vanno in pensione anticipata tenendosi un contratto di collaborazione: se non è voglia di lavorare questa!
I coretti fascisti a scuola non sono “una goliardata”
All’istituto aeronautico navale Locatelli di Bergamo lunedì un gruppo di studenti ha accolto il preside con un edificante coretto (“Duce, Duce”). Voi penserete: il preside li avrà sicuramente fermati spiegando l’inopportunità di parole che hanno eco sinistre. E invece no, li ha salutati sorridendo e rispondendo con quello che da un frame può sembrare un saluto romano. Il filmato è stato pubblicato da Wired (che ha solo oscurato i visi degli studenti, non potendo sapere con certezza se fossero maggiorenni o no) e poi è stato ripreso da diversi siti d’informazione.
La giunta comunale ha reagito con una nota, giustamente ferma, parlando di vicenda inquietante “che solleva forti riserve sulla conservazione della parificazione dell’Istituto alle scuole statali, parificazione di cui il rispetto della Costituzione è il presupposto inderogabile”. Parole sante. Ma non solo: “I fatti ci muovono a richiedere l’intervento urgente da parte delle autorità competenti”. Parole santissime. Secondo la giunta i fatti sono accaduti durante la “cerimonia di consegna dei diplomi. Avevamo aderito alla richiesta di patrocinio da parte del Comune, come segno di fiducia nonostante le vicende che già in passato hanno visto l’istituto al centro di vicende giudiziarie. Questa fiducia è stata gravemente tradita”. Il preside in un primo tempo ha risposto alla nota sul punto evidentemente più importante: “È sbagliato dire che tutto è avvenuto durante la cerimonia di consegna dei diplomi. Era il mio compleanno ed eravamo all’intervallo di una mattinata normale”. Auguri.
Wired correttamente riporta la versione del dirigente scolastico, giunta tramite lettera del suo avvocato, che nega di aver fatto il saluto romano o inneggiato al fascismo: “Riguardo al ‘duce’ gridato dai maturandi la spiegazione fornita è che ‘hanno usato quella parola per dire condottiero’ (sic). Parola che va ricondotta alla sua radice latina (dux) e dunque a un’analogia tra la figura del direttore scolastico e quella del ‘condottiero degli alunni’. Lo studio del fascismo a scuola, avrà portato gli studenti a utilizzare tale appellativo in maniera certamente improvvisata e senza intenzioni reattive”. Eh, no?
Ma quali sono le “vicende passate” a cui si riferisce la nota del Comune? Nel 2017 il preside ha concluso un patteggiamento per aver umiliato pubblicamente due studenti. All’epoca erano emersi anche altri episodi di nonnismo: “Anni prima, Di Giminiani aveva deciso di appendere al collo di un ragazzo un cartello con scritto ‘Sono un succhia c…’. E lui, per tutta risposta, al Corriere di Bergamo ha detto di aver avuto un incremento di iscrizioni: ‘Ho avuto un plebiscito di affetto’. Ora, vista la risonanza dei fatti, anticipa azioni legali contro chi intende strumentalizzare la vicenda: ‘Io su questa polemica querelo tutti’”. Ci mettiamo volentieri in coda.
Sull’episodio – che comunque “sarebbe da rivedere al Var” – è intervenuto il deputato leghista Daniele Belotti. Indovinate un po’? “Possibile che adesso si veda il pericolo fascista ovunque, persino in un clima festoso e goliardico con degli studenti? Il coro è stato inopportuno, ma non bisogna farne un dramma”. Per fortuna però un deputato di Leu, Devis Dori, ha sollecitato il governo con un’interrogazione ai ministeri dell’Interno e dell’Istruzione per fare chiarezza ed eventualmente intervenire. Perché qui il punto è capire se in una scuola, anche se parificata, un dirigente scolastico possa incoraggiare quella che sembra tutto fuorché una “goliardata”. E che non ha niente a che fare con la libertà di manifestazione del pensiero.
Perché “La giustizia conviene” parola di Caselli e Lo forte
Quando i cantanti inneggiano ai boss e chiamano infami i collaboratori di giustizia, quando un pregiudicato per frode al fisco indagato pure per strage si candida a presidente della Repubblica, quando l’ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati viene cacciato dalla magistratura e poi scrive un best-seller con il direttore del giornale del pregiudicato-candidato suddetto. Quando tutti si mettono in fila per comprare un libro intitolato Il sistema, termine coniato per la criminalità organizzata e adattato come nulla fosse alla magistratura associata, quando la fiducia dei cittadini nei magistrati precipita ai minimi termini, ecco forse è giunta l’ora di fermarsi, fare un grande reset e leggere un libro semplice, ma non scontato: La giustizia conviene di Gian Carlo Caselli e Guido Lo Forte.
In fasi come questa bisogna ripartire da zero e rispiegare punto per punto quello che un tempo davamo per acquisito.
In questo tempo è utile un libro come quello di Caselli e Lo Forte.
Il capo della Procura di Palermo nella stagione dopo le stragi insieme al suo braccio destro di allora hanno scritto un libro intrigante a partire dal titolo: La giustizia conviene. Il valore delle regole raccontato ai ragazzi di ogni età, 224 pagine, 16,5 euro, Piemme.
La giustizia conviene è appunto uno di quei concetti che un tempo si davano per scontato e che invece oggi bisogna tornare a spiegare. A chi è destinato il libro? Il sottotitolo dichiara di puntare a tutti “i ragazzi di ogni età”.
Il testo, infatti, presenta due livelli di lettura. Si potrebbe adottare come valido supporto all’educazione civica nelle scuole superiori per gli studenti, ma si rivela anche un ottimo manuale di orientamento nella selva della giustizia per i più grandi.
Il libro parte dal significato di parole come legalità e giustizia per introdurre i principi base della Costituzione, la separazione delle carriere, il funzionamento del processo e il senso profondo della pena, la mafia e la risposta dello Stato alle sue stragi, la relazione tra legalità e giustizia, la questione morale. Nel libro c’è spazio per analizzare questioni complesse come quelle sottese al processo di Norimberga o quelle poste dalle stragi di mafia del 1992 e 1993 e dai relativi processi.
Il libro non sfugge i temi più delicati come i conflitti tra politica e magistratura degli ultimi decenni o l’analisi del legame tra sicurezza e immigrazione.
Per gli studenti ha il pregio di essere leggibile come un saggio pieno di storie recenti. Per i lettori più grandi ha il pregio di mantenere un intento pedagogico che impone agli autori uno stile piano e ordinato, comprensibile anche a chi non è un addetto ai lavori o un appassionato di cronache giudiziarie e riforme costituzionali.
Per tutti, questo libro è una lettura utile. Quando lo si ripone sul comodino resta un senso di ordine e freschezza: una boccata di ideali e principi per riprendere il fiato prima di rituffarsi nei miasmi della cronaca quotidiana.
La giustizia conviene Giancarlo Caselli e Guido Lo Forte – Pagine: 224 – Prezzo: 16,50 – Editore: Piemme
L’ingrato Giorgetti lo sa che i voti li porta Salvini
Per tutta la campagna elettorale del 2018 Matteo Salvini andò in giro promettendo che avrebbe rimpatriato 500 mila immigrati irregolari: “Con le dovute maniere, vanno allontanati tutti”. Fu Giancarlo Giorgetti, intervistato da Peter Gomez alla festa del Fatto, il primo ad ammettere: “Sì, Matteo l’ha sparata grossa”. Gli è sempre piaciuto strizzare l’occhio ai moderati e presentarsi come il leghista con cui si può parlare di affari. Quella volta, però, finse di dimenticarsi che se la Lega aveva quadruplicato i voti era grazie alle sparate demagogiche e forcaiole del giovane segretario amante delle comparsate televisive, che lui stesso aveva contribuito a scegliere.
Del resto, non pareva affatto a disagio il “moderato” Giorgetti sul palco delle manifestazioni convocate dalla Lega insieme a CasaPound, dove si inneggiava alla ruspa per spianare i campi rom. E non si tirava certo indietro, Giorgetti, ai raduni di Pontida, quando fu proposto addirittura di cambiare nome al partito per finalizzarlo all’obiettivo di Salvini premier: quel ragazzo si era rivelato una miniera d’oro, procacciando seggi parlamentari e incarichi governativi a gogò per tutta la nomenclatura leghista. Mettiamola così: Salvini seminava e Giorgetti raccoglieva. Non credo che il ministro Giorgetti se lo sia dimenticato neanche ora che gli editorialisti degli ex-giornaloni si scervellano sul come prolungare il surplace, ovvero la sospensione della politica fino al 2023 e oltre. L’uomo è troppo astuto per accontentarsi dell’omaggio a lui tributato dai suddetti editorialisti, che lo elevano a “statista”. E che lo collocano un gradino sopra ai vari Brunetta, Carfagna, Renzi, Calenda, immaginandolo tra gli artefici del progetto neo-centrista tecnocratico cucito intorno alla figura di Draghi. Sognano, insomma, che Giorgetti trascini la Lega nell’alveo europeista, se necessario rimpiazzando Salvini con lo scolorito Fedriga. Più Von der Leyen e meno Bolsonaro. Più Meryl Streep e meno Bud Spencer. Sarà verosimile?
Ripeto, l’uomo mi pare troppo avveduto per crederci sul serio. È un vecchio lupo leghista, sa benissimo che i voti li prendono i Bossi e i Salvini, da quelle parti, non certo i Maroni e i Fedriga. Dacché la crisi della Democrazia cristiana, più di trent’anni or sono, restituì spazio politico a una destra popolare combattiva, essa si è nutrita di xenofobia, protesta antitasse, pulsioni forcaiole, rivendicazioni localiste, clericalismo, repulsione per l’intellighenzia progressista. La destra non può fare a meno di figure carismatiche. Che siano i tribuni del Carroccio, o Berlusconi, o la Meloni, la visceralità ne permane costante inestirpabile. “Addomesticare” Salvini sarebbe dunque un’operazione contronatura, peggio, un’evirazione. Vero è che nel 1998 Berlusconi traghettò Forza Italia nel Partito popolare europeo; ma lo fece dopo che aveva già conquistato il governo del Paese insieme ai post-fascisti e ai leghisti. Oggi la situazione è ben diversa: a Salvini si chiede di diventare partner di un progetto di unità nazionale in posizione subalterna, ciò che il suo elettorato ha già dimostrato di non gradire, come dimostra il fiasco di Milano, Roma e Torino. Se Draghi è il capo, nel popolo di Salvini cresce la voglia di astenersi dal voto. E difatti ieri è scattata la contromossa: alla vigilia del Consiglio Federale della Lega, Salvini rilancia l’ipotesi di un’asse sovranista con l’ungherese Orbán e il polacco Morawiecki. Altro che Ursula. La base leghista sa bene che, di suo, il manovriero Giorgetti di voti non ne porta. Godere di buona stampa da quelle parti non aiuta, per quanto egli abbia il sostegno di sindaci e presidenti di regione. Il draghismo non accende gli animi. Lui ha perso a Varese, e perfino Zaia ha subito un inaspettato arretramento in Veneto. Ma allora, si dirà, chi gliel’ha fatta fare di candidare Draghi al Quirinale per dar vita a un’inedita formula semipresidenzialista, per giunta in spregio alla Costituzione?
Dubito assai che il Consiglio federale odierno possa trasformarsi in un processo a Salvini. E non certo per la gratitudine che quasi tutti i maggiorenti della Lega dovrebbero pur mostrargli avendoli dotati di solidi stipendi e avendo condotto il partito fino alla maggioranza relativa nel 2019. No, non sarà la riconoscenza a muoverli. Bensì l’istinto di sopravvivenza. Giorgetti, prevedibilmente, minimizzerà le critiche, dicendo di esser stato travisato. Resterà agli atti la sua funzione di pontiere con i poteri forti, buona per conservare le posizioni di potere acquisite. L’esito infausto del tentativo di trasformare la Lega in partito nazionale renderà necessaria una lotta di trincea per mantenere il predominio al Nord, soprattutto per difendere la pericolante roccaforte lombarda. Temo per gli editorialisti adulatori di Giorgetti che anche stavolta abbiano preso un abbaglio.
Le gag di Dave Chappelle, le forti accuse a DaBaby e cos’è il “glory hole”
Gli show Netflix di Dave Chappelle hanno suscitato le proteste della comunità LGBTQ+ e delle associazioni per i diritti civili a causa delle sue gag transfobiche e omofobiche. Stiamo dunque passando in rassegna quelle gag. Seguirà il commento, che dovrà intendersi, al solito, come mera ipotesi di lavoro, seppur mediata dalla signoria dei toni esplicativi. La questione ci riguarda: guardate le destre al Senato che esultano per la bocciatura del Ddl Zan: bit.ly/3mjnNfQ.
CHAPPELLE: “Non ho detto nulla che possa alludere al fatto che gli uomini gay non siano uomini. So che siete uomini. In effetti, cosa potrebbe esserci di più virile che fottere un altro tizio nel culo?”
“A tutte le domande che vi siete fatti su tutte le battute che ho detto negli ultimi anni spero di rispondere stasera. E vorrei iniziare rivolgendomi alla comunità LBGTQ. Esatto. E voglio che ogni membro della comunità sappia che qui stasera vengo in pace. E spero di negoziare il rilascio di DaBaby. Triste vicenda. DaBaby era l’artista di streaming numero uno fino a circa un paio di settimane fa. Ha fatto una brutta caduta sul palco e ha detto alcune cose fuori di testa sulla comunità LBGTQ durante un concerto in Florida. Anch’io ci vado pesante, ma quando ho visto quella stronzata ho detto: ‘Diobono, DaBaby.’ Ha premuto il pulsante: ha colpito la comunità LBGTQ proprio nell’AIDS. Non si fa. Non si fa. Il ragazzo ha commesso un errore molto eclatante, lo riconosco. Ma molti della comunità LBGTQ non conoscono la storia di DaBaby. È uno scalmanato. Una volta ha sparato a un negro e l’ha ucciso, a Walmart in North Carolina. Non è successo nulla alla sua carriera. Capite dove sto andando a parare? Nel nostro Paese, puoi sparare e uccidere un negro, ma è meglio non ferire i sentimenti di un gay. Ed è proprio questa la disparità di cui desidero discutere.”
“Pensate che io odi le persone gay, ma quello che state davvero vedendo è che sono geloso dei gay. Sono geloso, non sono l’unico nero a sentirsi così. Noi neri guardiamo alla comunità gay e diciamo: ‘Dannazione! Guarda come sta andando bene quel movimento.’ E siamo stati intrappolati in questa situazione per centinaia di anni. Come cazzo state facendo tutti questi progressi? Non posso fare a meno di pensare che se gli schiavi avessero avuto l’olio per bambini e i pantaloncini corti, avremmo potuto essere liberi cento anni prima. Se Martin Luther King avesse detto: ‘Vi voglio tutti sui carri. Rendete i vostri corpi belli e lucenti.’ Non odio affatto i gay, li rispetto da morire. Bè, non tutti. Non sono così affezionato a questi nuovi gay. Troppo sensibili, troppo fragili. Quelli non sono i gay con cui sono cresciuto, mi mancano i gay della vecchia scuola. Quelli di Stonewall, quelli li rispetto. Non hanno tollerato stronzate da nessuno, hanno combattuto per la loro libertà. La rispetto, quella roba lì. Io non sono gay eppure vorrei essere come un negro di Stonewall. Quei gay della vecchia scuola. Gangster. Quelli del glory hole, loro mi piacciono. Questi nuovi gay non sanno nemmeno cosa sia il glory hole. È un buco nel muro, costruito dagli appaltatori gay. Volete sapere perché hanno fatto quel buco nel muro? Non c’è un modo carino per dirlo. Perché quando vogliono divertirsi, mettono i loro peni in quel buco e sperano per il meglio. Io la rispetto, una cosa così. C’è molto coraggio da entrambi i lati di quel buco. Io non sono gay, eppure voglio provare quel glory hole. E se Martin Luther King avesse dovuto integrare il glory hole? (imitando King) ‘Non mi interessa se sono le labbra nere o bianche. Una bocca è una bocca. Una calda bocca bagnata’”.
(7. Continua)
Grande centro e Giorgetti: Uffa che noia!
“Uffa che barba che noia, che noia che barba”, e Sandra Mondaini sbuffando si rigirava nel letto mentre sul cuscino accanto Raimondo Vianello, impassibile, non alzava lo sguardo dalla Gazzetta dello Sport. Che barba che noia, il dibattito sul Grande Centro, l’Araba fenice dei perdigiorno invecchiati male, visto che se ne parla inutilmente dalla scomparsa della Dc (ma è pure il luogo dove vengono concepiti gli editoriali più pallosi della Terra). E che dire della Casa dei moderati, concetto che ha con il Centro lo stesso rapporto che intercorre tra lo sbadiglio e la pennica (però sempre meglio della disputa su riformisti e riformatori oppure quella su liberali, liberisti e libertari)? Per non parlare del tema del semipresidenzialismo applicato alla figura del Migliore, ma impossibile da realizzare, a meno che non si picconi la Costituzione in un paio di mesi.
Infatti, ecco l’ideona ferroviaria del Giorgetti: “Draghi potrebbe guidare il convoglio anche da fuori”. Da fuori come? “De facto”, precisa il leghista dal volto umano che ha fatto le superiori, il che non vuol dire una mazza se non realizzare un golpe in piena regola (per molto meno Licio Gelli finì carcerato). Ma se vi dicono che si si tratta di frasi estrapolate dal cinquantesimo libro natalizio di Bruno Vespa, non vi viene voglia di riesumare il borsello e i pantaloni a zampa d’elefante? Mentre la palpebra implacabilmente cala che ci fa Paragone intabarrato in un triste sciarpone della nonna con la Berlinguer che lo cazzia? Sembra una scena cult di Renato Pozzetto, ma anche un revival di Marco Pannella quando (ma molto meno stoccafisso) s’imbavagliava in tv mezzo secolo fa. Eh sì, di nuovo c’è solo l’indagine sulla droga dello stupro a Roma. Tra i consumatori ci sarebbe anche er senatore. Speriamo solo che non sia un moderato di centro e semipresidenzialista.
Il premier multilateral e altri spaventi
• Tanti buu ma Giorgetti dice il vero: guida Draghi ovunque lo si metta, Quirinale compreso. La Costituzione dice altro? Amen, almeno finché l’Europa ci finanzierà la ripartenza e i partiti usciranno dal coma. Abbiamo il primo premier multilateral.
Carlo Verdelli
• L’alternativa ad avere un Draghi al Quirinale potrebbe essere ben più spaventosa di non averlo più a Palazzo Chigi e potrebbe essere quella di non avere Draghi né a Palazzo Chigi né al Quirinale.
Claudio Cerasa
• La dichiarazione di fedeltà all’europeismo e all’atlantismo da parte di Draghi nel discorso di insediamento assegna all’Italia un ruolo di protagonista nel rilancio dell’architettura
euroamericana. Ciò che colpisce è con quanta velocità l’agenda politica comune Draghi-Biden prende corpo.
Maurizio Molinari
“Draghi al G20, errori e improvvisazione”
Il premier Mario Draghi ne è certo: il G20 che si è svolto a Roma lo scorso weekend, e che ha visto seduti allo stesso tavolino, ma anche in piedi di spalle alla Fontana di Trevi, i leader dei Paesi più ricchi e delle economie emergenti, ha creato “fondamenta piuttosto solide” per affrontare il cambiamento climatico. L’accordo sul tetto massimo di 1,5 gradi per il riscaldamento globale entro fine secolo e gli impegni a emissioni nette zero “intorno alla metà del secolo” ottenuti dal premier hanno entusiasmato la stampa italiana, decisamente meno quella internazionale che ci ha visto risultati “minuscoli”, così come li ha etichettati Bloomberg in un articolo pubblicato domenica scorsa. “La diplomazia italiana ha cercato di ottenere impegni più fermi, ma alla fine – si legge nell’articolo dell’agenzia di stampa americana – Draghi ha ottenuto un comunicato su un traguardo che in gran parte riporta obiettivi esistenti aprendo nuove strade limitate”.
Così, dopo le bordate arrivate da Bbc (“Il G20 promette di agire per il clima ma assume pochi impegni”), Guardian (“I Paesi poveri della Cop26 preoccupati per i limitati progressi sul clima del G20”) o Frankfurter Allgemeine Zeitung (“I paesi del G20 non riescono a concordare obiettivi climatici ambiziosi”), solo per citarne alcuni, Bloomberg ha anche scardinato il ruolo politico e diplomatico del premier Draghi, soprattutto nel gestire le trattative con Russia e Cina sul fronte delle emissioni di CO2, raccontando quel dietro le quinte un po’ scomodo “con rumors e malcontento per alcuni aspetti del modo in cui gli italiani hanno gestito i colloqui”. Il riferimento va al ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov che ha persino reso pubbliche le sue frustrazioni, spiegando “che gli italiani avrebbero dovuto far vedere prima alla sua delegazione una bozza del comunicato e ha suggerito che la cerchia ristretta delle nazioni più ricche del G-7 aveva cercato di convincere altri Paesi ad accettare una scadenza per l’eliminazione delle emissioni”. Insomma, nel futuristico centro conferenze romano della Nuvola, Draghi ha peccato di improvvisazione. “In effetti – scrive Bloomberg – i diplomatici sia del G-7 che dei Paesi in via di sviluppo hanno affermato che anche il modo in cui la squadra italiana ha gestito i preparativi per il vertice ha contribuito alle tensioni. Alcuni coinvolti nel processo, hanno raccontato – si legge ancora – che i negoziati sono stati ostacolati da una cattiva organizzazione, con la programmazione dell’ultimo minuto con gli sherpa, i funzionari che gestiscono la maggior parte dei negoziati, a volte ignari di quando i loro leader avrebbero dovuto parlare”.
Bloomberg racconta anche il retroscena: “Quei diplomatici hanno affermato che la squadra italiana è stata lenta nel rendersi conto di quanto lavoro sarebbe stato necessario per conquistare Paesi come Cina e Russia sulle questioni climatiche e ha commesso errori nel modo in cui ha affrontato tali argomenti, suscitando inutile risentimento. Quando i leader sono arrivati a Roma, gli italiani era preoccupati che sarebbe diventata una vera e propria débâcle”. Ma poi Draghi è riuscito almeno a raggiungere il consenso su un comunicato, anche se questo ha significato rinunciare a gran parte dei progressi a cui puntava.
Timori sulla ripresa Usa, ma la Fed avvia la stretta
La Federal Reserve americana inizia il ritiro dalla fase iper-espansiva della politica monetaria. Come da attese, ieri il governatore Jerome Powell ha annunciato che la Fed inizierà a ridurre la quantità di titoli che acquista periodicamente sul mercato. Inizierà scalando di 15 miliardi gli acquisti nel primo mese per poi accelerare il ritmo nei mesi successivi. Salvo modifiche, nel giugno 2022 terminerà il Quantitave easing introdotto per contrastare gli effetti della pandemia e potrebbe avviare il rialzo dei tassi.
L’economia Usa è ancora in una fase di decisa espansione anche se più lenta rispetto a inizio anno. Ha recuperato nel secondo semestre i livelli pre-Covid e, sebbene gli occupati siano ancora 5 milioni in meno, i dati diffusi mostrano un’accelerazione dei salari (+4,6% a settembre su base annua). La liquidità immessa dalla Fed è già da tempo eccessiva, non assorbita più dal mercato, che utilizza da settimane per oltre 1000 miliardi di dollari la finestra di reverse repo per ricederla alla Banca centrale. L’inflazione ha smesso di aumentare ma si mantiene ben oltre il 5%, e così la scorsa settimana il Powell aveva dichiarato che l’inflazione sarebbe rimasta più a lungo sopra il target del 2% a causa della maggiore persistenza delle strozzature nelle catene di approvvigionamento dei beni. Insomma, siamo arrivati a questa decisione in modo ampiamente scontato. D’altronde, con l’economia che ancora tira ed i salari che crescono meno dei prezzi, i risultati delle imprese sono stati in gran parte superiori alle attese, con utili ben più alti di quelli registrati prima dell’arrivo della pandemia.
Powell ha sottolineato il fatto che il consiglio ha valutato il raggiungimento di “sostanziali progressi” verso l’obiettivo di inflazione e di occupazione e per questa ragione ritenuto opportuno l’avvio del “taper”, la riduzione dello stimolo monetario. Non ha però fornito indicazioni sulla tempistica di rialzo dei tassi, sulla quale la Fed deve rimanere paziente perché l’inflazione è vista ancora transitoria, dovuta a uno squilibrio tra domanda e offerta, alla crescita repentina della domanda post-Covid alla quale l’offerta stenta ad adeguarsi.
Le strozzature di offerta si son dimostrate più lunghe da superare ma è qualcosa che è destinato a riequilibrarsi in modo autonomo e sulle quali la Banca centrale può fare ben poco. Solo l’avvio di una spirale inflattiva che si ripercuote in modo più che proporzionale sui salari – ha aggiunto il governatore – potrebbe giustificare un intervento più rapido sui tassi. Che altrimenti avverrà solo quando sarà conseguito anche il massimo livello di occupazione, che è l’altro obiettivo della Fed (a differenza della Banca centrale europea).
Il rialzo dei tassi resta infatti una mossa rischiosa. Quando la banca centrale decide di aumentarli, significa maggiori costi per tutti i cittadini che hanno un mutuo, un prestito al consumo o un’altra forma di debito. Vuol dire anche maggiori oneri finanziari per le imprese. Per questo deve essere adeguato allo stato dell’economia, perché quello che viene speso in più in oneri finanziari, a parità di reddito, viene a mancare per i consumi e gli investimenti. Lasciarsi trascinare da fenomeni transitori potrebbe esser molto pericoloso e soffocare la spinta economica (che negli Usa sta rallentando).
Questo è il timore che da un po’ aleggia sui mercati, ben rappresentato dalla cosiddetta “curva dei tassi d’interesse”. Quelli a medio termine (da 2 anni a 10 anni) sono aumentati, ma i tassi a lungo termine sono diminuiti, appiattendo la curva. È il segno che i mercati finanziari sono preoccupato della crescita a lungo termine dell’economia Usa. Non è un caso che ieri la presidente della Bce, Christine Lagarde, abbia ribadito che la Banca centrale europea non ha in programma rialzi dei tassi nel 2022.
L’attenzione è massima. Powell è in scadenza e a febbraio Joe Biden dovrà decidere cosa fare. La riconferma è probabile ma, dopo lo scandalo sui profitti da trading di titoli finanziari che ha coinvolto un paio di membri del consiglio della Fed a settembre, arrivato a lambire anche Powell, un errore di politica monetaria che schianti la ripresa a questo punto potrebbe costargli la posizione.
La storia dietro la monetina di Trevi
Sul Fattodel 2 novembre, al commento sul “flop trionfale” del G20 di Marco Travaglio, si aggiungeva una dura critica di Tomaso Montanari in merito a un episodio collaterale ma non troppo: la visita dei “Grandi della Terra” alla Fontana di Trevi e il lancio di monete appositamente coniate. Più che “grandi” un po’ giuggioloni.
Ma attenzione: la Merkel informa gli ignari compagni che a inventare quel rito fu Wolfgang Helbig, lo scopritore della celeberrima Fibula Praenestina, che reca il più antico esempio a noi noto di uso della lingua latina. Un lampo di serietà in una goliardata che era meglio evitare. Helbig (Dresda 1839-Roma 1915) soggiornò nell’Urbe gran parte della sua vita, sposando la principessa russa Nadejda Schahowskoy e sviluppando sempre più i rapporti con l’aristocrazia romana: chi in questi giorni ha rilanciato la “rivelazione” della Merkel lo ha definito, in maniera un po’ limitativa, archeologo salottiero. In realtà fu soprattutto un grande studioso: punto di riferimento per i numerosi colleghi tedeschi (fra cui il celebre storico Theodor Mommsen), fu segretario dell’Istituto Archeologico Germanico fondato nel 1829 sul Campidoglio. Scrisse opere fondamentali su temi molto diversi, dalla pittura parietale campana ai monumenti connessi con le opere di Omero; di particolare importanza la guida-catalogo dei musei pubblici di antichità classiche in Roma. Aiutò inoltre il barone-collezionista Giovanni Barracco a fondare, sempre a Roma, il suo bellissimo museo privato; collaborò alla creazione di una grande raccolta di sculture in Danimarca, la Gliptoteca Ny Carlsberg di Copenaghen. Non solo un uomo di pubbliche relazioni, insomma. Talvolta, però, discusso.
Come molti raffinati conoscitori, fu in contatto con importanti collezionisti, ma anche con il mondo, non sempre immacolato, dei mercanti d’arte. La polemica più nota riguarda la Fibula Prenestina, lo spillone d’oro (oggi nel Museo Pigorini di Roma) che reca l’iscrizione Manios med fhefhaked Numasioi, cioè “Manio mi fece per Numerio”. È il più antico testo latino che si conosca: VII secolo a.C. Fu proprio Helbig a presentare la fibula agli studiosi nel 1887. Quasi un secolo dopo, nel 1979, la famosa epigrafista italiana Margherita Guarducci, forse anche influenzata da certi antichi sospetti sulle frequentazioni dello studioso, dopo lunghe ricerche dichiarò che si trattava di un falso. Grande eccitazione nel mondo accademico e non, ma nel 2011 due autorevoli specialisti della metallurgia antica, Daniela Ferro del Cnr e Edilberto Formigli, noto fra l’altro come restauratore dei Bronzi di Riace, ne dichiararono l’autenticità. Finirà così?