Piero De Lucaè una mela caduta vicino all’albero. Dove l’albero è il papà, Vincenzo De Luca, il governatore Pd della Campania. De Luca padre camuffa i suoi monologhi da interviste su Lira Tv? De Luca figlio fa lo stesso: finge di convocare una conferenza stampa sulla sua stentata elezione a deputato, avvenuta grazie al ‘ripescaggio’ sul listino proporzionale di Caserta, e poi sproloquia 14 minuti da solo (di cui cinque di ringraziamenti all’universo mondo dei dem), e al termine scappa via senza farsi rivolgere domande – tra le proteste dei giornalisti – sulla catastrofica sconfitta nel collegio di Salerno. Che, a sentirlo, pare quasi una vittoria. “A Salerno città e in provincia siamo ampiamente sopra la media nazionale e non era per niente scontato…”. Sì, ma hai perso, sei arrivato addirittura terzo, nella città dove tuo padre impera dal 1993. “Mi pare assolutamente evidente che sia un dato di valenza nazionale che non ha nulla, nulla, nulla a che vedere con il dato locale, amministrativo o regionale, a prescindere da quello che pensa qualche commentatore”. Quel ‘nulla’ ripetuto tre volte va tradotto così: “Non è colpa di papà e della sua gestione feudale della Campania e di Salerno”. L’autocritica non è nel Dna di famiglia.
Segretari demFioccano dimissioni
Raffica di dimissioni tra i segretari regionali del Pd. La sconfitta elettorale provoca un terremoto non solo al vertice nazionale ma anche nelle strutture territoriali. Si è dimesso Il segretario umbro del Pd Giacomo Leonelli. Il partito è stato sconfitto in tutti i collegi uninominali di Camera – lui stesso era candidato a Perugia – e Senato. Pronti a dimettersi anche il segretario regionale del Pd delle Marche Francesco Comi dopo la débâcle del partito, superato da M5s e la clamorosa esclusione del ministro dell’Interno Marco Minniti e Assunta Tartaglione, segretaria del Pd Campania. Dopo le dimissioni della presidente del Friuli, Debora Serracchiani, dalla segreteria nazionale anche la segretaria dem regionale, Antonella Grim, ha annunciato il suo passo indietro: Decisione “irrevocabile” e “scelta personale”, ma “il mio impegno in politica continua”.
Al Nazareno. Nonna Speranza piange sola…
Ci perdonerete se in questo elzevirino commetteremo errori; gli è che abbiamo gli occhi gonfi di pianto. L’articolo di Francesco Merlo su Repubblica
di ieri dal titolo “Le lacrime di Boschi, i sospiri di Minniti nel labirinto del Nazareno” ci ha letteralmente schiantati. Come “un cane randagio a Pompei”, l’Autore vaga “in una Roma cupa e piovosa” alla mattina del 5 marzo, mentre il mondo intorno crolla. La scena di guerra è straziante: “Il Nazareno non sembra un bunker assediato, ma una rovina abbandonata”. All’altezza di Ponte Sisto Merlo incontra Minniti che, fragile e virile, declama: “La barca dell’amore si è schiantata contro l’esistenza quotidiana”. Non sta facendo mea culpa per i migranti detenuti sulle coste libiche (che sono queste volgarità!). Sta citando Majakovskij. “È stato sconfitto un modo di stare al mondo”, sospira Minniti, “la sinistra che ha alle spalle i libri di Gramsci… un’antropologia percepita come aristocratica”. Sì. L’Italia ha respinto l’aristocrazia colta dei Lotti e dei Carrai, ma anche Gramsci, di cui noi (non Renzi) abbiamo estinto l’Unità
. Un passante che viene dal Tritone riferisce che alle 18.20, mentre Matteo dava le non-dimissioni, il velo del Tempio si è squarciato. La Boschi, novella Maddalena, piange, ma “non per la maldestra perdita di uno scudetto”, ti pare, “e neppure perché finisce il sogno politico della sinistra dei 40enni”, sarebbe niente; “ma perché finisce un mondo che è fatto di letture e buone maniere, di educazione e di civiltà”. Ah, il caminetto un po’ tetro, le scatole senza confetti, la civiltà del “ce ne faremo una ragione” pronunciato dalla boccuccia santa della Boschi quando impose la “riforma costituzionale”, le buone maniere del “lanciafiamme” che Renzi voleva usare per zittire la minoranza. E della poesia presa da Google e attribuita a Borges, del tunnel del Gottardo che sta in Italia, di tutte le buone cose di pessimo gusto della “cultura umanista” cara a Renzi, non fateci parlare, lasciateci nel nostro dolore.
“Il segretario si dimetta lunedì e il partito dovrà gestirlo Martina per qualche mese”
Non ha escluso una sua candidatura alla segreteria del Pd, Sergio Chiamparino, presidente del Piemonte ed ex sindaco di Torino: “Perché no? Posso dare una mano al partito. Ma non mi iscrivo ad alcun concorso per diventare segretario. Se servo, in un contesto collettivo, sono disponibile a dare una mano, a tempo determinato”.
Ma per eleggere un nuovo segretario è necessario che quello vecchio si faccia davvero da parte. Matteo Renzi sembra invece aver detto: vado, ma resto…
Qualcuno l’ha interpretata così, ma le dimissioni sono state date in pubblico, in tv. Ora dovranno essere formalizzate davanti alla Direzione del partito. Formalismi procedurali, ma politicamente le dimissioni alla nostra comunità politica sono state date.
Dimissioni doverose?
Inutile girarci intorno. Abbiamo subito una sconfitta. Marcata. Netta. E credo che tutti quelli che hanno avuto responsabilità politiche nella gestione del partito debbano assumersele. Credo anche che il partito debba continuare ad avere una guida. Lunedì, alla Direzione, dovrà prevalere la massima collegialità . Come da statuto, il vicesegretario Maurizio Martina dovrà costruire una squadra per gestire una fase complicata e non brevissima, che potrà durare almeno fino alla fine di aprile.
Quale sarà la direzione di marcia? Con chi dialogare?
Da queste elezioni sono usciti vincitori chiari. Sono Luigi Di Maio del Movimento 5 stelle e Matteo Salvini della Lega. I cittadini italiani ci hanno mandati all’opposizione. Spetta ai vincitori fare proposte. Ci dicano loro che cosa vogliono fare. Noi siamo l’opposizione e in democrazia l’opposizione fa l’opposizione.
Ma siccome nessuno dei vincitori può governare da solo, sarà necessario fare alleanze. Voi con chi siete disposti a discutere? Lei ha un dialogo aperto con la sindaca di Torino Chiara Appendino, del Movimento 5 stelle.
Io discuto sempre con tutti. Ma Salvini, da una parte, ha una visione di società chiusa e protezionista opposta alla nostra, che è invece per la società aperta. Dall’altra parte Di Maio, con la sua proposta del reddito sganciato dal lavoro, sceglie la strada dell’assistenzialismo. Non vedo su quali punti programmatici potremmo convergere, né con la Lega, né con i Cinque Stelle. Detto questo si dialoga con tutti. Ma senza confondere il dialogo con la prefigurazione di ipotesi di governo.
Un esponente del Pd come Michele Emiliano dice che il partito dovrebbe dare l’appoggio esterno a un governo dei Cinque Stelle.
Io ho un’idea diversa da quella di Emiliano. Limitarsi ad agevolare un governo Cinque Stelle è un’idea un po’ ancillare.
Renzi ha detto di essere stato sconfitto, ma senza alcuna autocritica, nessuna ammessione di errori.
Non basta spiegare la sconfitta con il fatto che gli elettori non ci hanno capito. Ci sono cose più profonde e c’è una dinamica europea in atto: non esiste forza riformista in Europa che non stia attraversando una crisi politica. E poi, nel caso italiano, ci sono evidentemente errori che sono stati commessi e una divisività eccessiva. Io ho girato molto durante la campagna elettorale, anche se non ero candidato, e ho sentito mille volte i nostri militanti ripetere: basta litigare, basta dividersi.
Come andrà a finire questo passaggio politico?
Il risultato è netto e inequivocabile, sappiamo chi ha vinto e sappiamo chi ha perso. Spero nella saggezza del presidente Sergio Mattarella.
E se saranno i 5 Stelle a venirvi a cercare?
Bisogna vedere che proposte faranno, quali elementi di programma ci proporranno. Spetta a chi ha vinto farlo. Io vedo affinità programmatiche maggiori tra Lega e Cinquestelle, nelle critiche all’Europa, alla società aperta… Sulla base della campagna elettorale, no, non vedo alcuna possibilità di confluenza tra Pd e Cinque Stelle.
Ecco l’anti-Matteo: Calenda si muove per guidare i Dem
L’ultima (e unica) tessera politica di Carlo Calenda era dell’87. Quella dei giovani comunisti, la rimpianta Fgci. Poi lunedì, quasi a mezzanotte, il ministro si è iscritto al Pd. Come a dire: vince chi arriva, non chi fugge, e perde – di sicuro – chi resta legato al posto di comando (Matteo Renzi). Un po’ prima di avviare la carriera politica con un tweet, Calenda aveva parlato con Paolo Gentiloni.
Con il presidente del Consiglio c’è sintonia: niente sostegno a un governo col centrodestra a trazione leghista, né con i 5 Stelle di Luigi Di Maio. Il ritorno al voto, non presto e non tardi, è la soluzione. Perché non presto: il Nazareno va rifondato. Perché non tardi: l’Italia va governata. Calenda ha due anni in più di Renzi – classe ’73 contro ’75 – e si prepara a guidare il centrosinistra. Anche se oggi, per frenare le vendette del Nazareno, deve smentire.
Calenda ha scalato il potere in cinque anni con un rapido rimbalzo dal punto più basso al punto più alto: non eletto in Scelta Civica nel 2013, ripescato da viceministro con Enrico Letta, spedito a Bruxelles a rappresentare l’Italia da Renzi per ricucire con la Commissione europea, richiamato a Roma allo Sviluppo economico per sottrarre l’ennesimo ministero al gruppo di Angelino Alfano. Rapporti pessimi con la coppia Maria Elena Boschi e col rampante Luca Lotti; rapporti variabili con il capo Matteo. Calenda è figlio e nipote d’arte, mamma Cristina Comencini, nonno Luigi Comencini, papà l’economista Fabio. Rivendica una formazione di sinistra in una condizione di agiatezza e condanna proprio l’odore di élite che ha frantumato i dem: “Abbiamo dato la sensazione di essere il partito delle élite (e lo dice uno che se ne intende). È successo in tutto l’Occidente ai progressisti. Ma è anche effetto del nostro modo di comunicare ottimistico/semplicistico. Tornare a capire le paure, non tentare di esorcizzarle”.
Il segreto di Calenda, disse un giorno Luca Cordero di Montezemolo, che l’ha allevato in Ferrari e in Confindustria, è stringere e alimentare relazioni dirette. Negli ultimi mesi, dal “poco sexy” dicastero per lo Sviluppo economico – definizione che non dispiace al ministro – Calenda ha ingaggiato frequenti e sempre più ruvidi duelli sui social, spesso con i Cinque Stelle, e poi si è rivelato lentamente in televisione per parlare di fabbriche che chiudono, vertenze che impazzano, valori di sinistra che deperiscono. Non s’è candidato perché – ammise in privato – sconosciuto se non a una stretta cerchia di amici e di parenti. Il ministro, in realtà, ha posticipato il ritorno in politica per aspettare il momento giusto. Il Calenda-pensiero si può riassumere, per sintesi, con l’opposto del Renzi-pensiero: “Io sarei andato più nel Sulcis a capire perché non si produce alluminio e meno in Silicon Valley a osservare le multinazionali americane”. E ancora: “Il partito si è troppo interessato al lavoro e poco ai posti di lavoro. Non sempre il ‘nuovo’ è bello, non sempre la globalizzazione va accettata. Il punto non è essere o non essere élite, il punto è proteggere e rappresentare chi non lo è”. Il Calenda II, ribatezzato “Callende” nel senso del cileno Salvador Allende, già corteggiato dai dirigenti dem non renziani e assai disperati, rifiuta incarichi di reggenza al Nazareno: “È soltanto inutile. Adesso dobbiamo discutere come ricostruire il Pd. Se mi chiedono di dare una mano in un gruppo che deve rilanciare il Pd, io ci sono”. Ieri ha sentito Renzi. Pare che la telefonata sia stata cordiale. Chissà le prossime.
“Renzi fuori subito”: nel Pd ora è partita la resa dei conti
Operazione numero 1: rendere effettive e definitive le dimissioni di Matteo Renzi. Operazione numero 2: individuare un leader per il partito e nel frattempo lasciarlo guidare da un “gruppo” collettivo, magari coordinato dal vice segretario, Maurizio Martina. Il Partito democratico due giorni dopo la catastrofica sconfitta di domenica notte, cerca di riprendersi e di trovare una strategia per non scomparire definitivamente dai radar. “Non bisogna fare un altro partito ma lavorare per risollevare quello che c’è. Domani (oggi, ndr) mi vado ad iscrivere al Pd”: Carlo Calenda dà il via così alle manovre. Subito lo accoglie Paolo Gentiloni, con un tweet: “Grazie Carlo!”. I due si confrontano quotidianamente ormai da settimane sono stati a stretto contatto. E il premier era stato avvertito dell’uscita dal suo ministro dello Sviluppo economico. Lo stesso premier che ormai è arrivato alla rottura con Renzi. Plauso corale da quel che resta del Nazareno, dalla Finocchiaro a De Vincenti. Da notare, soprattutto, quello di Martina e di Matteo Richetti: “Prepariamo il comitato d’accoglienza”, twitta il portavoce del Pd, che la chiusura della sua campagna elettorale l’ha fatta proprio con Calenda.
Ormai sulla linea aperta da Luigi Zanda, che lunedì ha chiesto un passo indietro più chiaro di Matteo Renzi, ci sono praticamente tutti i big dem, tranne i fedelissimi: Gentiloni, Dario Franceschini, Martina, prima di tutto. Ma anche Graziano Delrio, che per adesso non si espone, ma si ritaglia il ruolo di quello che può tenere insieme il gruppo: ex renziani e persone tuttora vicine al segretario. Pure Matteo Orfini appare in dissenso con le dimissioni al rallentatore del segretario.
Calenda è il nuovo Messia, non è detto sia quello definitivo: ognuno gioca la sua partita. Ma mentre il Nazareno spalanca le sue porte, Matteo Renzi si prepara a inabissarsi. A sparire dalla scena, per cercare di condizionare questa fase. E così fa sapere che molto probabilmente non si presenterà alla direzione di lunedì prossimo e non andrà a fare le consultazioni al Colle per il governo. Una posizione diversa da quella della conferenza stampa dell’altroieri. Non senza prima scrivere su Facebook: “Per me il Pd deve stare dove l’hanno messo i cittadini: all’opposizione. Se qualcuno del nostro partito la pensa diversamente, lo dica in direzione lunedì prossimo o nei gruppi parlamentari”.
Quindi, ribadisce il no sia al governo con i Cinque Stelle che con Salvini. Dai suoi arrivano segnalazioni di trattative in corso con Luigi Di Maio per un governo, da parte di Franceschini prima di tutto. L’interessato smentisce categoricamente (“Mai pensato a governo con M5S o destra”). E come lui, chiariscono che il Pd starà all’opposizione. Perché l’operazione numero 3, ovvero ricollocare il Pd e valutare se è il caso di dare l’appoggio esterno ai Cinque Stelle o a un governo del centrodestra, non guidato da Matteo Salvini, è un’operazione che può partire solo dopo che Renzi è davvero fuori.
Ma le dimissioni di Renzi non sono all’ordine del giorno di lunedì. E se il segretario gioca sull’ambiguità assicurando a tutti che “sono vere”, gli altri si aspettano che arrivino formali prima di lunedì.
Altrimenti presenteranno un documento per chiederle e lo voteranno? Una soluzione possibile, ma estrema, perché la conta appare pericolosa a tutti.
Se il Pd dovesse evitare la spaccatura lunedì, ce n’è un’altra immediatamente dietro l’angolo. Il primo atto della legislatura sono le elezioni dei capigruppo. Renzi – dimissionario o no – ha intenzione di far eleggere persone di sua fiducia. Sta studiando i gruppi di Senato e Camera: 50 senatori, sui quali crede di poter contare del tutto e 112 deputati, sui quali sono in corso degli approfondimenti. Per il Senato, ha in mente Andrea Marcucci o Dario Parrini, per la Camera, si era fatta avanti Maria Elena Boschi, ma Renzi stesso sa che è improponibile per troppi, e quindi potrebbe puntare su altri, magari addirittura Luca Lotti. Inutile dire che gli altri non sono d’accordo: rischio divisione nel voto. Renzi, in questo momento, è nella condizione di poter condizionare la nascita di qualsiasi governo, con l’appoggio del Pd. E magari di puntare a nuove elezioni a breve, magari prima delle Europee 2019. Per eleggere un nuovo segretario del Pd, serve un congresso, che durerà mesi. Renzi potrebbe approfittare delle elezioni per rimandare una scelta che pare ormai inevitabile: o va fuori dal partito e magari si inventa una nuova formazione, o ci vanno gli altri, e lui si ricandida a guidare quello che ne resta.
Sicilia più eletti che candidati per Beppe: è solo l’ennesimo “buco” del Rosatellum
È l’ennesima conferma, il Rosatellum è un pasticcio”. L’avvocato amministrativista Gianluigi Pellegrino scuote la testa, leggendo del caso apertosi ieri in Sicilia: la regione dove il M5S, dilagando con il 49 per cento, ha vinto i tutti i 28 collegi uninominali, conquistando anche 25 seggi nel proporzionale. E il conto fa 53 eletti: solo che in base ai voti i posti a cui ha diritto il Movimento sono quattro in più, 57. E i nomi nelle liste sono esauriti. Cosa fare?
Per i tre in più che spettano alla Camera, la legge elettorale prevede espressamente che possano essere colmati con candidati del M5S in altre circoscrizioni, anche fuori della regione. Ma sul posto vacante in Senato c’è un buco normativo. Anzi no, “la situazione è perfino peggiore” sottolinea Pellegrino. Che spiega: “L’art 17 bis del Rosatellum per il Senato rinvia alle norme per la Camera, escludendo però i commi che consentono di pescare candidati in altre circoscrizioni”. Ma il pasticcio, sostiene il legale, “sta nel fatto che da un lato si sono consentite le pluricandidature in più collegi e dall’altro si è posto il limite di massimo quattro candidati nel proporzionale”.
Quindi, “le liste sarebbero dovute essere più lunghe, oppure avrebbero dovuto evitare l’inganno delle pluricandidature, molto più semplicemente”. E adesso, come se ne esce? L’Ansa cita il testo unico del dpr del 1957: “Qualora ad una lista fosse assegnato un seggio in una circoscrizione nella quale tutti i candidati della lista stessa fossero stati già proclamati eletti dall’ufficio centrale circoscrizionale, l’ufficio centrale nazionale attribuisce il seggio alla lista in altra circoscrizione”. E allora è ovvio chiedere a Pellegrino se è la via giusta. E l’avvocato risponde così: “Il Rosatellum lo vieta per il Senato, quindi si dovrebbe optare per una interpretazione abrogativa del divieto, che non sarebbe necessariamente incompatibile con la Costituzione che prevede l’elezione su base regionale. Del resto la soglia di sbarramento del 3 per cento è su base nazionale”. E così si potrebbe consentire all’ufficio elettorale nazionale presso la Cassazione di dare il via a un candidato in una circoscrizione fuori della Sicilia. Risolvendo un rebus che racconta come uno specchio la fragilità di una legge. Ossia il Rosatellum, “scritto davvero coi piedi, una legge che riuscita ad essere peggiore persino del Porcellum” chiosa Pellegrino.
@lucadecarolis
E pure in Rai il grillino non spaventa più
“I5Stelle? No, non saranno i cosacchi che fanno abbeverare i loro cavalli alla fontana di San Pietro. Ai piani alti di Viale Mazzini spaventa di più Salvini…”. La voce di un dirigente della tv pubblica fa capire l’aria che tira in Rai dopo il risultato elettorale. Come in Confindustria, dopo le parole di apertura di Boccia e Marchionne, anche nella tv di Stato i pentastellati non fanno paura. Mentre un ritorno a Palazzo Chigi di un centrodestra targato Matteo Salvini per molti sarebbe una iattura.
Premessa: il risultato elettorale, specialmente il tonfo del Pd, anche in Rai ha sconvolto tutti e ha fatto precipitare alcuni nella disperazione. Ora, però, proprio i dirigenti targati Pd – quelli che più temono un ritorno del centrodestra al governo – guardano a Sergio Mattarella con occhi colmi di speranza. “Un conto è se i 5Stelle avessero da soli i numeri per governare, allora sarebbe il caos, seguito da una vera rivoluzione. Ma un governo M5S-centrosinistra vedrebbe protagonista anche un Pd ‘derenzizzato’ o un pezzo di esso: questa presenza servirà a garantire certi equilibri”, spiegano da Viale Mazzini. Così tutti quei funzionari messi in ruoli apicali con la sponda del Pd si sentirebbero più garantiti. Tutto il contrario, invece, con un ritorno del centrodestra che, nelle precedenti vittorie, ha sempre occupato Viale Mazzini manu militari, senza fare prigionieri, con un violento spoils system. Oggi, con un governo Salvini, potrebbe accadere lo stesso, col pallino in mano alla Lega. Con l’aggiunta che il Carroccio, non avendo grandi truppe all’interno della tv pubblica, dovrebbe affidarsi al partito berlusconiano coi soliti Romani e Gasparri a fare la parte dei leoni.
Chi sembra avere i giorni contati è invece Mario Orfeo. L’attuale dg, infatti, con una tenuta del Pd poteva puntare al rinnovo, mentre ora la sua massima aspirazione è quella di una proroga in caso di stallo istituzionale. Con un governo in carica, invece, a luglio l’intero vertice (in scadenza) verrà sostituito. “Visto ciò che ha fatto, anzi non ha fatto, in questi mesi, il dg dovrebbe dare le dimissioni prima. Ma di sicuro non deve andare oltre luglio”, afferma Alberto Airola, ex deputato M5S (rieletto) membro della commissione di Vigilanza Rai. Che poi mette in ordine le priorità di Viale Mazzini secondo i pentastellati. “Una riforma della governance, secondo un piano che abbiamo già presentato e che riduce a 5 membri del Cda, estratti a sorte da una lista di candidati. E subito un piano news, questione mai più affrontata dopo l’uscita di scena di Campo Dall’Orto”, spiega Airola.
Nel frattempo, se prima in Rai i pentastellati erano visti come alieni, l’atteggiamento è già mutato: i Tg hanno iniziato a dar loro più spazio e a trattarli meglio. Così come le principali trasmissioni d’informazione. Per entrambi i partiti vincitori si cercano interlocutori. Per M5S, oltre a Carlo Freccero, giocheranno un ruolo Roberto Fico, Emilio Carelli e Gianluigi Paragone. Per il Carroccio, invece, ancora non si sa, dato che l’unico leghista in Vigilanza, Jonny Crosio, non è stato nemmeno ricandidato. Mentre Arturo Diaconale, membro del cda candidato per Forza Italia, non è stato eletto e resterà a Viale Mazzini.
M5S, stretta sugli eletti per fermare l’incubo della fuga a destra
Ci proveranno comunque con la sinistra, puntando sull’affondamento di Matteo Renzi. E scommettendo sul legame antico tra il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e Dario Franceschini, che per adesso smentisce qualsivoglia accordo con alcunché. Ma già pensano a come raccogliere numeri anche a destra, magari dentro Forza Italia. Perché i Cinque Stelle cercano tutte le sponde possibili per prendersi il governo. E lo conferma anche il fondatore Beppe Grillo, in un video: “La specie che sopravvive è quella che si adatta meglio. Quindi noi siamo un po’ democristiani, un po’ di destra, un po’ di sinistra, un po’ di centro”. Tanti saluti al dogma del no agli accordi. E la conferma in chiaro che si vuole pescare a strascico. Però nell’attesa il M5S che è di tutto un po’ deve guardare in casa propria.
Perché ora il timore è quello che il centrodestra provi a imbarcare alcuni degli eletti a 5Stelle, un esercito di 333 persone. E la prima urgenza allora è controllare deputati e senatori, soprattutto al Sud, granaio dei voti a 5Stelle. Così è già scattato il controllo incrociato sui nomi a rischio. L’altro fronte, rispetto a quello delle trattative per mettere assieme una maggioranza parlamentare. Un filo che è innanzitutto con LeU e varie anime del Pd, anche se in serata il Movimento giura che “non c’è attenzione particolare per l’una e l’altra forza, siamo aperti a tutti”. Parole tattiche, per non esporsi e fare gli equidistanti agli occhi del Colle. Però nel frattempo c’è il Michele Emiliano che ieri ha detto al Fatto: “Dobbiamo dare l’appoggio esterno a un governo dei 5Stelle per impedire che si saldino con le destre”. E c’è Andrea Orlando che già si muove sottotraccia. Poi ci sono i franceschiniani, con cui i 5Stelle si stanno fiutando. Tramite messaggi, o incontri più o meno casuali nei pressi delle Camere. Di certo i numeri ad oggi sono insufficienti. Ma Luigi Di Maio con i suoi ostenta tranquillità. E in queste ore va ripetendo che bisogna trattare con i “rossi”, perché non c’è altra via. “Matteo Salvini ormai vuole fare il premier, ha preso troppi voti, e vuole competere con noi: siamo poli opposti” è il ragionamento di Di Maio e dei suoi. E di sicuro il M5S spera in Sergio Mattarella, il presidente della Repubblica, come il saggio che possa cementare un’intesa. Ovviamente, e questa rimane la prima condizione, senza Renzi e i suoi di mezzo. E il primo passaggio resta quello delle votazioni per le presidenze delle Camere. Di Maio vuole quella del Senato, la seconda carica dello Stato. Ed è pronto a cedere invece la guida di Montecitorio. Il primo nome per Palazzo Madama rimane Paola Taverna. Ma altre opzioni e controproposte sono sul tavolo. Perfino il ribaltamento delle priorità, con un 5Stelle alla Camera, se il nodo si facesse inestricabile. Tanto che il M5S lavora a rose anche con nomi di altri partiti, il più trasversali possibili. Ma è presto per scoprire tutte le carte.
Mentre c’è fretta di soppesare i nuovi eletti, per blindarli da offerte esterne. Ecco perché è stata convocata già per venerdì prossimo l’assemblea degli eletti a Roma, nell’hotel ai Parioli che è stato la base del Movimento nella notte elettorale. Mentre sta partendo il lavoro di controllo sui nomi. E a vigilare ci sarà anche Ignazio Corrao, eurodeputato, il referente del M5S in Sicilia per le Politiche: rafforzato dal voto che nell’isola è stato un plebiscito per il Movimento. E lavorerà anche con la catanese Giulia Grillo, capogruppo in pectore a Montecitorio. E chissà se e come sorveglieranno gli eletti già ripudiati dal M5S: ossia i parlamentari messi alla porta per le restituzioni mancate, assieme ai candidati scomunicati perché massoni o indagati.
Otto eletti, che per ora giurano tutti lealtà al Movimento: dall’ex capogruppo alla Camera Andrea Cecconi, per passare al massone campano Catello Vitiello (“voglio ricucire, no al mercato delle vacche”) e al patron del Potenza Calcio Salvatore Caiata: “Voglio tornare nel M5S”. Fa eccezione il senatore piemontese Carlo Martelli, come nota La Stampa: “Dimettermi? Non so ancora cosa farò”. Intanto il M5S giura di non aver mai annunciato punti di programma da offrire ai partiti (ma ne aveva parlato, eccome). E Di Maio nella sua Pomigliano ripete: “Dovete venire a parlare con noi, altrimenti è difficile fare qualcosa in questa legislatura”. E questo è vero: almeno per ora.
“Non abbiamo paura di voi”. Ora le élite parlano ai 5 Stelle
Giusto il tempo di leggere il titolo del commento a pagina 11 del Financial Times – “L’Italia manda un segnale schiacciante alle sue élite ” – e le élite italiane hanno mandato il loro, di messaggio. E per dirla con il fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari, tra Salvini e Di Maio, scelgono Di Maio. Meglio i Cinque Stelle, gli ex barbari che si sono messi giacca e cravatta e che adesso sono più rassicuranti del nuovo capo del centrodestra.
La squadra di aspiranti ministri presentata prima del 4 marzo serviva anche a questo: convincere gli elettori indecisi sì, ma pure mostrare il biglietto da visita ai “poteri forti”, un tempo spauracchio, ora interlocutori necessari.
Per il Movimento versione Luigi Di Maio, sia chiaro, non erano mai stati così indigesti. Usciti dalle secche della Confapri, l’organizzazione di categoria delle piccole imprese venete fondata da Massimo Colomban, chiarita la linea sui sindacati (“si autoriformino o ci pensiamo noi”) e ammorbidita la posizione sul referendum anti-Euro, per i Cinque Stelle era arrivato lo sdoganamento a Cernobbio (al Forum Ambrosetti sono passati Casaleggio padre e figlio), la tribuna al Meeting di Comunione e Liberazione, l’accoglienza dei Giovani di Confindustria a Rapallo. In quel che resta del Nord produttivo, la campagna elettorale dei grillini è stata un lungo e proficuo tour di incontri con gli industriali: “Siamo andati a farci toccare – raccontano – a dire: ‘Lo vedi? Non c’è da aver paura’, a spiegare le nostre idee”. E ieri, puntuale, è arrivata la benedizione.
Dice Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria, che “un partito democratico non fa paura” e che insomma, tolta la faccenda del Jobs Act (“smontarlo significa rallentare”) e del freno tirato sulle infrastrutture (“Stiamo attenti: collegano le periferie al centro”), con un governo così si potrebbe parlare. Perfino il reddito di cittadinanza diventa una variabile da poter prendere in considerazione perché “bisogna vedere cosa hanno veramente in mente di fare”. Sembra quasi, ma non vorremmo male interpretare, che Boccia sospetti che i Cinque Stelle alla fine siano addirittura disposti a trattare, quantomeno sulla “quota in termini di costo per lo Stato”. D’altronde, una serie di tavoli sono già stati aperti: per scrivere la parte di programma dedicata alle Banche, per dire, i Cinque Stelle hanno preso “spunti interessanti” anche dalla delegazione di Confindustria che li ha incontrati.
Ora però, nelle reciproche relazioni, c’è un salto di qualità. E Sergio Marchionne, l’amministratore delegato di Fca, chiarisce al mondo: “I Cinque Stelle? Non mi spaventano, ne abbiamo viste di peggio”. Poi la butta là – ma qui è merito solo di una coincidenza spazio temporale – che nello stabilimento di Pomigliano, la città natale dell’aspirante premier grillino, “può darsi” che a giugno arrivi la notizia che si produrrà una nuova Jeep.
“Accolgo senza polemica e senza fraintendimenti questi apprezzamenti, dobbiamo essere aperti, inclusivi”: Di Maio ripete adesso quello che va dicendo da quando ha cominciato la sua corsa a palazzo Chigi. E mentre il ministro dello Sviluppo Economico, quel Carlo Calenda che domani potrebbe diventare ambasciatore di un dialogo col Pd, su Twitter li bollava come “sprovveduti”, “pericolosi” e “incompetenti”, in tanti a Di Maio avevano già aperto la porta. Fiutavano l’aria, pur evitando di esporsi prima di sapere come sarebbe andata a finire. Ieri, oltre a Boccia e Marchionne, hanno parlato l’ad di Unicredit Jean Pierre Mustier (“secondo noi la crescita proseguirà”), l’ad di Saipem Stefano Cao (“grande serenità”, anche per il cantiere della Tap), l’economista francese, ex commissario europeo, Pascal Lamy (“I Cinquestelle non sono proprio la Le Pen, per essere chiari”), il cardinale di Stato vaticano Pietro Parolin (“La Santa Sede deve lavorare nelle condizioni che si presentano”). A sera la parola fine la mette Piazza Affari: l’indice Ftse-Mib chiude +1,75%. Luigi, uno di noi.