Attila era Cavour

Ricordate Attila Di Maio e gli Unni grillini pronti al sacco di Roma e dell’Italia tutta con le loro orde di populisti, antieuropeisti, incompetenti, scrocconi, truffatori e impresentabili? Ricordate gli appelli, i contrappelli e i moniti del Partitone TTDM (Tutti Tranne Di Maio) per “fare argine” contro la calata dei terribili baluba, anche a costo di prendere sul serio un caso umano come Renzi e soprattutto riabilitare Berlusconi occultando le sue sentenze, le sue corruzioni, le sue frodi, i suoi finanziamenti alla mafia, i suoi disastri, le sue leggi vergogna, i suoi conflitti d’interessi, il suo rincoglionimento senile? Ecco, scordatevi tutto: Attila sta per diventare Cavour. Tutte le lingue di velluto che fino a sabato leccavano Renzi, Gentiloni, Calenda, Bonino, Boschi, Napolitano, Prodi e B., domenica e lunedì si sono riavvolte in attesa di fare i conti sui nuovi oggetti del desiderio. E ieri si sono srotolate per posarsi leggiadre sui neovincitori. Che però sono due, Di Maio e Salvini, il che spiega il surplus di prudenza che ancora tiene socchiuse le cateratte e frena l’ipersalivazione generale: meglio, in attesa del governo, portarsi avanti con leccate “di posizione”, hai visto mai.

Il “rompete le lingue” lo dà Sergio Marchionne, fedele alla linea del vecchio senatore Agnelli: “Noi siamo governativi per definizione”. Prima dà il calcio dell’asino all’amico Matteo: “Non riconosco più il Renzi di un tempo”, proprio mentre, con le dimissioni senza dimissioni, si conferma più che mai quello di sempre. Poi aggiunge: “Paura del M5S? Ne abbiamo passate di peggio” (cioè tutti i governi precedenti, regolarmente appoggiati dalla Fiat e da Marchionne). E ancora: “Salvini e Di Maio non li conosco, ma non mi spaventano”. E ora chi lo dice a quelli de La Stampa, che fino a ieri lottavano come un sol uomo contro le fake news dei famosi hacker russi al servizio di Putin pro Lega&5Stelle? Al segnale convenuto, anche Vincenzo Boccia, il presidente di Confindustria che vaticinò l’Apocalisse in caso di vittoria del No al referendum e dei populisti alle elezioni, spiega che aveva scherzato: “Il M5S è un partito democratico, non fa paura”, e quanto all’orribile reddito di cittadinanza (già demonizzato come stipendio ai fannulloni), se ne può parlare. E i giornaloni non si son fatti cogliere impreparati: già ieri erano pronti alla pugna, pancia in dentro e lingua in fuori. Johnny Riotta, trascurando la Task Force contro le fake news putiniane, rende omaggio su La Stampa al grande “Gianroberto Casaleggio”, che aveva intuito la fine del XX secolo e “anticipato questa dinamica nei suoi scritti”.

Poi s’inchina al “trionfo 5Stelle, che annichilisce le riforme di Renzi e il ventennale fascino elettorale di Berlusconi” e “ha radici politiche profonde e rispettabili” perché “tanti elettori detestano un sistema di disoccupazione e scarsa meritocrazia… La corruzione, la litigiosità, l’arroganza solipsistica che hanno diviso, prima la destra da Berlusconi, poi la sinistra da Renzi, sono la corrente che raduna gli elettori 5Stelle: ma la forza che li compatta è il senso di identità comune, il sentirsi ‘altro’ davanti allo spirito del tempo”. Perbacco. “È giusto – turibola il Cortigiano Johnny –, ed è bene per la democrazia, che tocchi adesso a Luigi Di Maio il compito di tentare la formazione di una maggioranza di governo”. Apperò. È l’aratro che traccia il solco, ma è la spada che lo difende: “Come Kagemusha, antico condottiero morto che doveva riapparire, grazie alla sua armatura, alla battaglia di Nagashino, gli elettori di Di Maio hanno seguito la bussola del simbolo-identità, chiunque ci fosse dietro”. Corbezzoli. Appena più prudente il direttore Maurizio Molinari, che teme qualche rischio per l’adorato Occidente, ma vede pure in un governo a 5Stelle, “figlio dello scontento sociale” (ma va?), “l’opportunità di riforme sociali”: l’esatto opposto di quelle antisociali (Fornero, Jobs Act, art. 18) sempre appoggiate da La Stampa. In attesa di notizie da Putin e dagli hacker della Lubjanka, Iacoboni tenta un allarme perché “Assange si congratula” con Grillo (brutto segno): ma appare un po’ isolato. Sergio Staino, che sull’Unità disegnava Grillo con la svastica, ora vede Berlinguer che dà la linea al Pd: “Sostituite Renzi con qualcuno che sa fare politica e alleatevi con i grillini. Per tanti elettori è un voto di speranza, quella speranza che non avete saputo dar loro voi!”.

Su Repubblica, Mario Calabresi ammette di essere fra gli sconfitti, ma poi spiega: “Per metà dell’Italia l’unico cambiamento possibile sono i 5Stelle… il grido di chi si sente escluso dal futuro e non ha più alcuna fiducia nelle politiche tradizionali” (e figurarsi nei giornaloni che le hanno appoggiate perinde ac cadaver). Francesco Merlo dà l’estrema unzione all’ex amato Matteo, “eroe suonato” di un “mondo tramortito”, nonché all’ex “amazzone” Maria Elena, in lacrime “perché finisce un mondo che è fatto di buone maniere, di educazione e di civiltà”, ma soprattutto di buone “letture” (Chi di Alfonso Signorini e i bilanci falsi di Banca Etruria). Gli fa eco sul Corriere un altro ex fan di Matteo, Aldo Cazzullo, officiando le esequie dell’“ex fuoriclasse alla ricerca del tocco magico perduto” e ormai “in agonia”, che “a un diciottenne appare come Andreotti”. Sul Messaggero, Virman Cusenza bacchetta chi non ha “voluto cogliere il cambiamento radicale cominciato nel 2016 con la vittoria del No” ed “erroneamente collocava sotto le insegne del populismo” M5S e Lega. Ce l’avrà mica col suo giornale? Gran finale: Scalfari, che prima sceglieva B., ora preferisce Di Maio, “leader della grande sinistra moderna” e forse al prossimo giro “lo voto”.

Ps. Non so a voi, ma a me questi grillini cominciano a stare un filino sul culo.

Per gli show tradizionali l’hi-tech è un pericolo

Quattro ruote e high-tech. Due universi attigui che presto sconfineranno l’uno nell’altro: connettività, guida autonoma, servizi di mobilità singola e condivisa, magari con taxi-robot. Uno scenario affascinante seppur non privo di rischi, tipo l’obsolescenza di formule tradizionali come gli stessi auto show.

È di pochi giorni fa la notizia che il più antico dei saloni americani, l’ultracentennale Detroit, forse cambierà data spostandosi dallo (storico) gennaio a ottobre a causa della soverchiante capacità di attrazione del mondo automotive da parte del Ces di Las Vegas che va in scena pochi giorni prima. Risultato: anteprime “rubate” e premiere tecnologiche sfumate a vantaggio della più grande kermesse mondiale dell’elettronica di consumo. Come se non bastassero i nomi illustri che negli anni hanno via via disertato: Maserati, Ferrari, Porsche, Mitsubishi, Aston Martin, Lamborghini, Tesla, Jaguar, Land Rover, Mazda, Mini, Volvo, e il prossimo anno pure Mercedes. Il modo di esporre auto, dunque, dovrà adeguarsi per non soccombere. Lo hanno capito quelli del Salone di Ginevra che, per correre ai ripari, si sono legati alla più antica esposizione tecnologica tedesca, l’Ifa di Berlino. Incontri, panel, workshop, anteprime e quant’altro, un calderone chiamato Shift Automotive da tenere congiuntamente due volte all’anno in corrispondenza dei due eventi. Come a dire: se non puoi batterli, unisciti a loro.

Volvo XC40 eletta Auto dell’anno 2018

È la Volvo XC 40 la vincitrice del premio Car of the Year 2018. Il suv svedese ha preceduto la Seat Ibiza e la Bmw Serie 5. L’ambito riconoscimento arriva da una giuria di 60 giornalisti provenienti da 23 Paesi. A contendersi il premio erano quest’anno come tradizione sette modelli: l’Alfa Romeo Stelvio, l’Audi A8, la Bmw Serie 5, la Citroën C3 Aircross, la Kia Stinger, la Seat Ibiza e la Volvo XC40. E per la prima volta il titolo – annunciato, come consuetudine, alla vigilia del Salone di Ginevra – viene assegnato a una Volvo con ben 325 punti. Dal 1964 a oggi mai nessuna vettura della casa svedese era riuscita nell’impresa. Ad andarci vicino, due anni fa, fu la XC90, arrivata seconda a pochi punti dalla Opel Astra. E se la Peugeot 3008, premiata nella scorsa edizione, è stata la prima Suv a ottenere il riconoscimento, la vittoria della svedese conferma l’apprezzamento per questa categoria di auto.

La XC40 ha ricevuto da subito un’ottima accoglienza sul mercato globale, un risultato che ha permesso a Volvo di chiudere il primo bimestre del 2018 con vendite mondiali in crescita del 17,2%.

Sul fronte italiano è arrivata l’ennesima delusione: l’Alfa Romeo, dopo aver sfiorato la vittoria con la Giulia l’anno scorso, non è riuscita a centrare il risultato pieno con il suo primo Suv, lo Stelvio. Ma se l’anno scorso la vincitrice Peugeot 3008 era stata un’auto non solo innovativa, ma con ambizioni anche premium, tanto che le vendite sono state da allora consistenti, la concorrenza quest’anno sembrava più alla portata del Suv Alfa Romeo.

La sorpresa a Ginevra Rinascono berline e wagon

Salone di Ginevra, capitolo 88. Apre oggi i battenti con le giornate stampa, e per il pubblico dall’8 al 18 marzo, la prestigiosa esposizione svizzera considerata il riferimento europeo per l’industria automobilistica. Pur con qualche defezione – non ci saranno Opel, Infiniti, Ds, Chevrolet-Cadillac, Lancia – e con lo spettro del mondo dell’elettronica dietro l’angolo, capace di attirare sempre più i costruttori d’auto per anteprime, focus sulla connettività e infotainment di bordo.

Anche per questo, la novità nella novità di Ginevra ha le sembianze del neonato accordo con l’Ifa di Berlino per la creazione di due appuntamenti annuali europei dedicati all’elettronica di consumo: in autunno nella capitale tedesca, in primavera (dal 2019) sulle rive del lago Lemano dove lo Shift Automobile affiancherà – allargandolo – il Salone tradizionale, abbracciando i due mondi convergenti del “chip” e della mobilità individuale. Prima del futuro viene però il presente, che racconta di un’esposizione ricca e variegata, sia per l’attenzione agli svariati temi del pianeta automobile, sia per il tenore e le tipologie delle numerose anteprime (89 mondiali, 21 europee). Il Salone, com’è tradizione, si focalizza sulla passione per l’auto in tutte le formule: dalla classica sportività, a caccia di prestazioni sempre più fuori dell’ordinario – la sede Svizzera, in questo senso, è un approdo ideale anche per le facoltose clientele asiatica e mediorientale – al sapore di design, interni e carrozzerie dalla forte carica emozionale. Senza scordare tecnologia e sviluppi della mobilità dietro l’angolo, con elettriche e guida autonoma comunque in vista (Volkswagen I.D. Vizzion, Jaguar I-Pace, veicolo volante Pal-V), nonostante si registri una certa pausa di riflessione nei confronti di questo futuro tutto da sviluppare.

Il mondo suv resta protagonista indiscusso celebrando, tra l’altro, le rinnovate BMW X4, Hyundai Santa Fe, Jeep Wrangler 4° serie vista a gennaio a Detroit.

Ma c’è anche tanto spazio per gli stili convenzionali dell’auto, con le passerelle più importanti riservate a classicissime berline (nuova Audi A6, Peugeot 508), station wagon (l’inedita Volvo V60) e compatte due volumi (Mercedes Classe A nuova generazione, Kia Ceed terza serie).

Un salone non è però completo senza hypercar, da sognare a occhi e gas spalancati: Ferrari 488 Pista da 720 cv, Porsche 911 GT3 RS da 520 Cv, McLaren speciale Senna da 800 cv e l’esagerata Corbellati Missile da 1800 cv, dal chiaro sapore vintage. Essenza british, infine, per le intramontabili Aston Martin Vantage e DB11 Volante nonché l’inedita Range Rover SV Coupé, a cui risponde l’efficiente modernità tedesca con BMW Serie 8 coupé e Mercedes-AMG GT Coupé a quattro porte.

Jonathan Wilson, paure e sentimenti anni Settanta

Pochi album usciti di recente sono stati così abili nel riportare in vita lo spirito dei primi Anni 70 e le sonorità di Laurel Canyon, come quelli di Jonathan Wilson. Dopo due gran bei dischi (Gentle Spirit e Fanfare) che lasciavano immaginare un cantautore-hippie sdraiato su un’amaca sotto una nuvola di marijuana a fissare le stelle, con Rare Birds Wilson – reduce da una intensa collaborazione con Roger Waters – si rivela essere un personaggio più complesso del previsto. Ispirato in ogni traccia da sonorità prevalentemente psich-rock 70’s, Rare Birds trascende il suo tema centrale – una relazione finita male – in una raffica di pop e gospel (There’s A Light), potenti onde d’urto (Rare Birds) e una serie di morbide ballate retrò (Over The Midnight e Loving You, con i gorgheggi di Laraaji, pioniere della musica New Age). Ci sono drum machine e sintetizzatori che danno all’album finanche un tocco art-rock anni 80. Speranza, desiderio, paura per l’abbandono, meditazione: gli ingredienti di Rare Birds.

David Byrne e il grandangolo di “Utopia”

Escludendo le varie collaborazioni, sono passati 14 anni dall’ultimo album dell’ex leader dei Talking Heads, Grown Backwards. Utopia segna il ritorno sulle scene di uno dei maggiori protagonisti dell’intellighenzia rock, da sempre a caccia di esplorazioni di mondi sonori, innovazioni, stimoli culturali.

Dall’avvento dei Talking Heads, gruppo di punta americano della new wave sino alla creazione dell’etichetta Luaka Bop – per portare al grande pubblico la world music di nicchia –, Byrne ha sempre avuto ben chiaro l’orizzonte per mettersi in cammino, senza mai fermarsi. Dalla pietra miliare di My Life In The Bush Of Ghosts e i fasti di Remain In Light il suo rapporto con Brian Eno non si è mai incrinato, restando sino ad oggi una cornucopia da cui attingere idee e innovazione.

Utopia – se escludiamo l’enfasi di Rei Momo, il suo progetto solista più interessante e poliedrico – è l’album più curato e appassionato della carriera di Byrne, costruito con una maestria e una maturità oggi introvabili nel panorama pop-rock. La prima scossa arriva con I Dance Like This: partenza pacata e tranquillizzante per poi sfociare in un refrain sinistro (The Hearth’s Filthly Lesson di Bowie è dietro l’angolo) e un beat degno dei Foo Fighters. Reminiscenze dei Talking Heads sono presenti soprattutto in due brani, It’s Not Dark Up Here e Gasoline And Dirty Sheets, a cavallo tra Blind e Burning Down The House e ancora in This Is That, una composizione enigmatica e toccante, quasi teatrale, densa e piena di pathos, l’unica a catturare alcune sfumature di This Must Be The Place.

Il fantasma di Bowie, con una spietata analisi della società, è presente in Bullet e in Doing The Right Thing, la più dolce e sognante, con un finale orchestrale immenso. Ogni osservazione, ogni intuizione, ogni segnalazione è parte della genialità unanimemente riconosciuta di Byrne. L’album è anche l’occasione per tornare a suonare dal vivo, “il mio tour più ambizioso dai tempi di Stop Making Sense” – ha dichiarato David –; arriverà in Italia il 19 luglio a Ravenna, il 20 a Perugia e a Trieste il 21.

Rendere omaggio al primo Battisti rispettando Lucio

Ieri Lucio Battisti avrebbe compiuto 75 anni. Provare a immaginare quale e quanta musica avrebbe potuto ancora regalarci nei due decenni ormai trascorsi dalla sua scomparsa è un esercizio probabilmente inutile e sicuramente molto doloroso, ma di una cosa si può essere sicuri: non sarebbe mai rimasto fermo. Il cambiamento continuo, la ricerca di nuove strade espressive, l’idiosincrasia per le formule studiate su misura (nonché, nel suo caso, di enorme successo) non facevano parte del suo dna di artista inquieto e naturalmente votato alla sperimentazione. La prova sta tutta nei dischi: un viaggio meraviglioso tra suoni e melodie che a un certo punto, coraggiosamente, prese una svolta radicale. A distanza di più di trent’anni dall’uscita del primo capitolo – Don Giovanni, 1986 – il ciclo di album bianchi (chiamati così per il colore dominante delle copertine) di Battisti è considerata quasi unanimemente una delle più coraggiose “inversioni a u” mai intraprese da un musicista pop in Italia: canzoni disossate e apparentemente svuotate dall’afflato melodico del periodo mogoliano, inclini a ritmi sintetici e perfettamente sintonizzate sul linguaggio poetico e straniante escogitato da Pasquale Panella, eppure sempre irriducibilmente e meravigliosamente battistiane. Giusto quindi che, per celebrare questo importante anniversario, alcuni artisti non esattamente mainstream abbiano assemblato un tributo proprio a quei dischi sfuggenti e affascinanti. LB/R-La bellezza riunita esce per Industrie Discografiche Lacerba/Audioglobe e vede intenti all’opera di rivisitazione del canzoniere più obliquo di Lucio personaggi come Federico Fiumani (Diaframma), Rachele Bastreghi (Baustelle), i vecchi alfieri dell’industrial nostrano Pankow, il duo Max Collini/Jukka Reverberi (Spartiti). L’approccio al materiale, come accade negli omaggi davvero rispettosi, è fedele non tanto alla lettera quanto allo spirito delle composizioni che vengono rilette. Uno spirito avventuroso e aperto alla contaminazione. Difficile che Battisti avrebbe potuto immaginarsi una Fatti un pianto girata sull’italo-disco/synth pop come quella di Alexander Robotnick (che ripete il trucco in ottica ancora più dance insieme ai Cristalli Liquidi su Tubinga) oppure una Don Giovanni fatta di voci scorporate e stratificate come nella versione ostica ma riuscitissima dei Larsen insieme a Little Annie, ma si potrebbe scommettere su un suo beffardo sorriso di approvazione.

La magia di quei dischi, oggi ampiamente rivalutati anche dai fan delle “bionde trecce gli occhi azzurri e poi” che all’epoca storsero il naso, sta proprio nell’essere con le loro strutture aperte delle matrici per ri-creazioni come queste. Il disco viene pubblicato inizialmente in edizione limitata in vinile, e dal 16 marzo sarà disponibile in cd e digital download. Un modo per festeggiare Battisti, e per ipotizzare come (forse) suonerebbe oggi.

“Guardateci: siamo donne con progetti e storie da finanziare”

“Ok, sto iperventilando. Se dovessi cadere a terra, per favore tiratemi su perché ho un paio di cose da dire. Posso avere l’onore di vedere tutte le donne che hanno ricevuto una nomination alzarsi insieme qui con me stanotte? Le attrici – Meryl, se lo fai tu lo faranno tutte, forza – le filmmaker, le produttrici, le registe, le autrici, le direttrici della fotografia, le compositrici, le designer. Forza!

Guardatevi attorno tutti. Guardatevi attorno, signore e signori. Perché abbiamo storie da raccontare e progetti che hanno bisogno di finanziamenti. Non parlateci di queste cose durante le feste di stasera, invitateci nei vostri uffici tra un paio di giorni, o venite nei nostri, se ritenete sia meglio, e vi spiegheremo tutto. Ho due parole da lasciarvi questa notte, signore e signori: clausola di inclusione”.

Agli Oscar della noia vincono amigos e italiani

Tutto secondo previsioni. Che il #MeToo e il #TimesUp avrebbero indolenzito e intorpidito la Notte degli Oscar, e così è stato. Che la tendenza vincente non sarebbe stata politica, ma geopolitica, il redivivo #OscarsSoMexican, e così è andata. Che gli attori indicati avrebbero fatto di pronostico statuetta, e così è stato. Che Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino un premio l’avrebbe portato a casa, e così è andata. Anche se non sapevamo che ci sarebbe stato un sequel. “Con André Aciman stiamo già pensando al proseguo della storia che sarà ambientata sei o sette anni dopo la prima – ha rivelato Guadagnino – sarà un nuovo film con un tono molto diverso e i protagonisti saranno sempre Armie Hammer e Timothée Chalamet”. I novantesimi, tenuti a battesimo da un Jimmy Kimmel pronto per Che tempo che fa, sono stati gli Oscar della noia e ancor più della paura: di sbagliare, dopo il disastro delle buste dell’anno scorso, e di osare, nel clima di compunzione, riflessione e garbata militanza imperante al Dolby Theatre di Los Angeles. Una messa cantata, in cui – ha rilevato Kimmel – l’Oscar “è un uomo molto rispettato a Hollywood, tiene le mani dove le si può vedere, non dice mai una parola fuori posto e, soprattutto, non ha il pene”, e tutti gli astanti tengono i pensieri conserti e le esternazioni a modo.

Rigirato il coltello, sempre Kimmel, nella carcassa del sommo porco e grande estromesso Harvey Weinstein, l’antifona ha innalzato le lodi di Wakanda, la terra promessa dell’afroamericano e supereroico campione d’incassi Black Panther; santificato, da Guillermo Del Toro in giù, i migranti; sbertucciato l’omofobia del presidente Usa Mike Pence via Call Me By Your Name. Dopo la grande abbuffata dell’anno scorso, viceversa, Donald J. Trump è stato quasi risparmiato, eppure sappiamo bene, e dovrebbero saperlo per primi i membri dell’Academy, che senza un antagonista la narrazione arranca, l’interesse scema. Niente da fare: cortesie per gli ospiti, anziché proclami; vestiti variopinti, al posto del nero integrale sfoggiato a Globes e Bafta; precoce declino delle spillette del TimeSUp, che anche all’impegno prêt-à-porter c’è un limite. Unici colpi di tosse nella stracca liturgia la messa in palio di una moto d’acqua per il titolare dell’acceptance speech più breve, una trovata da zittire Roberto Da Crema, e forte dell’imbarazzo del 2017 ancora la baracconata di portare divi e divine al popolino che seguiva la cerimonia su un grande schermo attiguo: hot-dog e dolciumi elargiti da Gal Gadot, Margot Robbie e Armie Hammer, ché la salute degli spettatori può attendere.

Panem, circenses e tristezza al dettaglio. Per fortuna, ma è stato un assolo senza bis, Frances McDormand ha distillato intelligenza e richiamato al pragmatismo ritirando la statuetta (rubata al party ufficiale e recuperata dalla polizia) di migliore attrice protagonista per Tre manifesti a Ebbing, Missouri. Oltre il femminismo frou-frou e l’engagement di facciata, il suo bel discorso lo trovate qui a fianco, l’“inclusion rider” invocato è una clausola nel contratto degli attori volta a garantire inclusività, a favore di donne, neri e altre minoranze abitualmente sottorappresentate, tra cast & crew. Con lei si laurea il collega di set Sam Rockwell, la comprimaria Allison Janney (I, Tonya) e il protagonista Gary Oldman, che prende la prima statuetta grazie al Winston Churchill di Darkest Hour, ma il trionfatore è un altro, The Shape of Water.

Il messicano Guillermo Del Toro si mette in scia degli amigos Alfonso Cuarón (Gravity) e Alejandro González Iñárritu (Birdman, Revenant) e cala il poker: miglior film, regia, colonna sonora (Alexandre Desplat) e scenografia.

Primo Leone d’Oro ad aggiudicarsi la statuetta più ambita, La forma dell’acqua ribadisce quale propellente formidabile per gli Academy Awards sia da anni la Mostra di Venezia, complice la direzione illuminata di Alberto Barbera: i già ricordati messicani, Spotlight e La La Land sono i titoli di un primato invidiabile nel panorama mondiale. Ma le buone nuove per l’Italia non finiscono qui: l’89enne James Ivory centra il primo Oscar della carriera per la sceneggiatura non originale di Call Me By Your Name, un alloro che ci mancava dal 1987 con L’ultimo imperatore di Bernardo Bertolucci. Un ideale passaggio di consegne, soprattutto, la riprova che la dimensione internazionale ha spesso un esito conseguente. Guadagnino l’ha, e non da oggi.

Corona riappare su Fb. La Procura Generale: “Torni in carcere”

La Procura generale di Milano ha chiesto la revoca dell’affidamento terapeutico concesso a Fabrizio Corona nei giorni scorsi, perché l’ex agente fotografico, subito dopo essere uscito dal carcere, ha violato le prescrizioni dell’affidamento postando sia sul suo profilo Facebook che su quello Instagram foto e video. Il sostituto procuratore generale Antonio Lamanna ha chiesto, dunque, che l’ex “re dei paparazzi” torni in carcere e sull’istanza dovrà decidere il giudice della Sorveglianza Simone Luerti. Sui profili Facebook e Instagram di Corona, dopo la scarcerazione, è stata pubblicata una foto che lo ritraeva all’uscita dal carcere con una felpa rossa addosso e soprattutto un video montato di alcuni minuti che mostrava le fasi dell’uscita da San Vittore, comprese alcune sue effusioni con Silvia Provvedi, sua fidanzata, sulle note di un rap. Inoltre, sempre in quei giorni è stato pubblicato un servizio fotografico su Chi che ritraeva Corona a passeggio con la fidanzata. Ora toccherà al giudice decidere se accogliere la richiesta della Procura generale, respingerla o decidere per una “diffida”, ossia una sorta di “’ammonimento”, consentendo comunque la prosecuzione dell’affidamento.