Inchiesta Tap, tocca ai periti Il pm: “Truffa aggravata per il gasdotto diviso in due”

Accolta dal gip di Lecce Cinzia Vergine della Procura di Lecce la richiesta di incidente probatorio per una perizia collegiale, richiesta dai pm Valeria Farina Valaori e Leonardo Leone De Castris, in merito al contestato gasdotto Tap che dall’Azerbaigian arriverà in Puglia. L’indagine è stata riaperta dopo l’esposto presentato da otto sindaci (Calimera, Castrì di Lecce, Corigliano d’Otranto, Martano, Melendugno, Vernole e Zollino) e da Alfredo Fasiello, presidente del Comitato No Tap, in cui si rilevano nuovi elementi al fine di dimostrare che i progetti Tap e Snam siano un’unica opera, con un quantitativo di gas superiore a quello dichiarato. Il terminale di ricezione, che sorgerà a Melendugno (Lecce) a poche centinaia di metri dalle abitazioni, in tal caso, andrebbe assoggettato alla legge Seveso III per gli impianti a rischio di incidente rilevante.

Di “rischi estremamente rilevanti, esplosioni, incendi” aveva parlato anche Umberto Ghezzi del Politecnico di Milano. La soglia massima per applicare la Seveso, che impone maggiore sicurezza e la consultazione popolare, è di 50 tonnellate di gas a fronte delle 48,6 indicate da Tap, diversamente dalle prime autocertificazioni in cui ne dichiarava 100. Tra le persone offese si è costituto anche Michele Emiliano, presidente della Regione Puglia. Per Michele Mario Elia, country manager di Tap, Claudia Risso, rappresentante legale della società, e Gilberto Dialuce, direttore generale delle Infrastrutture energetiche del ministero dello Sviluppo economico, le ipotesi di reato sono truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche e violazione della legge Seveso. Per la società Tap, difesa dall’ex ministro della Giustizia Paola Severino, si ipotizza l’indebita percezione di erogazioni pubbliche. Il Tribunale di Lecce ha nominato membri del collegio peritale i professori Fabrizio Bezzo dell’Università di Padova e Davide Manca e Lionella Maria del Politecnico di Milano, in quanto esperti in tema di strumentazione e controllo di impianti chimici, grandi impianti industriali, urbanistica e paesaggistica. L’udienza per il conferimento dell’incarico e la formulazione dei quesiti è fissata per l’11 aprile.

Tasse, sono fuorilegge più di metà degli atenei

Tasse troppo alte a carico degli studenti universitari italiani, con il rischio che siano fuorilegge: a raccontarlo è il dossier del sindacato studentesco Unione degli Universitari (Udu) dal titolo “Sulle nostre spalle. Uno studio basato su dati del ministero dell’Istruzione e della Ragioneria di Stato per il periodo che va dal 2008 al 2015 e che mostra come in 33 atenei su 59 il contributo delle tasse studentesche alla dotazione economica dell’università sia stato pari, nel 2015, al 22,68 per cento del totale (era al 18,35 nel 2008), quasi il tre per cento in più rispetto a quanto stabilito per legge prima e con una sentenza del Consiglio di Stato poi.

I dati. Nel 2015 gli atenei italiani hanno incassato 259 milioni di euro arrivati dagli studenti: il problema è che questa quota equivale a più del 20 per cento della quota coperta dal Fondo di finanziamento ordinario, l’Ffo, erogato dallo Stato. “La normativa sulla contribuzione studentesca, salvo alcuni elementi particolari, deriva dal decreto del presidente della Repubblica del 25 luglio 1997 – spiega l’Udu – e prevede che il gettito della contribuzione studentesca (la somma di tutte le tasse versate da tutti gli studenti) in un Ateneo non può superare del 20 per cento quanto ricevuto nello stesso anno in Ffo dallo Stato”. Una misura che dal 2012 ha però subito modifiche e controversie: con un decreto del 2012 il governo Monti aveva stabilito l’esclusione dal conteggio di quel 20 % – e quindi dal gettito delle tasse – della contribuzione degli studenti fuori corso. “Le sentenze in Consiglio di Stato – spiega l’Udu –, conseguenti a nostri ricorsi al Tar della Lombardia e riguardanti lo sforamento del tetto del 20% per l’Università di Pavia per gli anni 2010, 2011 e 2012, hanno tuttavia stabilito che questa esclusione possa avvenire solamente in caso venga emanato ogni anno, entro il 31 marzo dell’anno di riferimento, un decreto ministeriale che definisca i limiti entro cui aumentare la contribuzione per gli studenti fuori corso. Se il decreto non c’è, vale quindi il gettito delle tasse di tutti gli studenti”. Dinamica che gli studenti attribuiscono anche a quanto previsto da un emendamento nell’ultima legge di Bilancio che introduce il principio di esclusione dal conteggio del 20% anche per gli studenti internazionali. E nonostante da quest’anno, con l’allargamento della no tax area, migliorerà la condizione degli studenti, per anni si sono accumulate situazioni borderline che potrebbero portare ad altri ricorsi oltre quelli già promossi dall’Udu.

L’entità del fondo statale, rispetto allo scorso anno, dovrebbe invece rimanere invariata (7,3 miliardi circa, era 7,8 nel 2009). Di sicuro tra il 2008 e il 2015 è diminuito del 5% (370 milioni in meno) mentre le tasse degli studenti sono aumentate del 17 per cento (236 milioni). Il sud Italia è il più colpito dal sottofinanziamento: il gettito complessivo delle tasse è aumentato del 33%, quasi 107 milioni di euro. “Non sorprende, di conseguenza, che uno studente su 4 sia scomparso”, spiega l’Udu. Un calo di 171mila unità con perdite consistenti anche nei grandi atenei, dalla Federico II di Napoli (che ha perso quasi 12 mila studenti) all’Università di Catania (oltre 18 mila) fino a Palermo (più di 22 mila). L’Italia, poi, resta ancora il Paese tra i meno istruiti d’Europa (dopo nella classifica, ci sono solo Spagna, Portogallo e Malta) secondo il rapporto dell’Istat sulla conoscenza 2018 presentato sabato: il 60,1% tra i 25-64enni ha almeno un titolo di studio secondario superiore contro l’oltre 76% europeo, complice però la fascia più anziana della popolazione.

Padova, bruciata la porta della moschea durante lo spoglio

Era in corso lo spoglio delle Politiche quando ieri notte a Padova uno sconosciuto ha appiccato il fuoco al portone d’ingresso del centro di preghiera islamico di via Turazza. Difficile dire se dietro al gesto, certamente doloso, si nasconda una matrice “politica”, ma la coincidenza con la nottata elettorale non viene sottovalutata dagli investigatori. Le fiamme, appiccate con una scatola di cartone e benzina, hanno causato solo lievi danni all’ingresso della moschea “al Hikma” (La saggezza), gestita dall’omonima associazione culturale islamica. Ad accorgersi del piccolo rogo, verso le 2, è stata una pattuglia dei carabinieri in perlustrazione, che ha così consentito di spegnere subito il fuoco. È accertato che si è trattato di un atto doloso, dato che sulla soglia annerita sono state trovate tracce di un liquido accelerante, probabilmente benzina. Un attentato preparato già il giorno precedente, sabato, dato che domenica alcuni passanti hanno notato davanti al portone – senza dare l’allarme – uno scatolone pieno di carta con odore di benzina. Le telecamere di sicurezza poi hanno immortalato un uomo incappucciato che, accesa una sigaretta, butta un fiammifero verso la porta del centro islamico.

La Procura apre un’indagine: oggi l’autopsia su Astori

L’autopsia disposta per oggi farà chiarezza sugli ultimi momenti di Davide Astori, il capitano della Fiorentina morto domenica a soli 31 anni. Ieri Antonio De Nicolo, procuratore capo di Udine, ha aperto un procedimento penale con ipotesi di omicidio colposo, al momento a carico di ignoti: “É un dovere accertare se la morte di Astori sia avvenuta per tragica fatalità o meno”, afferma De Nicola. Ma l’apertura dell’indagine, fa sapere la Procura, è un atto dovuto per poter disporre l’autopsia. Il corpo di Astori “è stato trovato nel suo letto, come se si fosse addormentato – conferma De Nicolo – e la stanza era in ordine”. L’autopsia verificherà se il calciatore avesse qualche malattia, non emersa in nessun controllo medico, o se la morte sia invece dovuta a un difetto genetico. Terza ipotesi è quella di un’infezione, come confermato ieri a Premiumsport da Alfonso De Nicola, medico sociale del Napoli: “Dopo una piccola infezione ai denti o al cavo orale ne può venire una più importante ai reni o un’endocardite batterica”. Intanto già domani la salma del capitano viola tornerà a Firenze e nelle stesse ore sarà allestita la camera ardente nel centro tecnico di Coverciano. Il giorno dopo sono previsti i funerali nella basilica di Santa Croce.

Senegalese ucciso, paura e proteste dei connazionali

Stavolta il razzismo non c’entra, così dicono la polizia e il procuratore della Repubblica. Però non basta a rassicurare i senegalesi di Firenze, comunità storica e strutturata che ieri mattina, poco prima di mezzogiorno, ha visto un altro dei suoi cadere sotto una serie di colpi di pistola, sparati da un fiorentino 65enne sul centrale ponte Vespucci. Come il 13 dicembre 2011 in piazza Dalmazia: due morti ammazzati e il suicidio dell’aggressore, un estremista di destra vicino a CasaPound che, naturalmente, prese subito le distanze.

Ieri la stessa sorte è toccata a Idy Diene, 54 anni, ambulante senegalese che viveva da anni in Italia con regolare permesso di soggiorno. Era un cugino di Samb, ucciso a 40 anni nel 2011. Veniva come lui da Mont Rolland, il villaggio che porta lo stesso nome del Santuario del Jura da cui erano partiti i monaci francesi che lo fondarono nell’800. Dopo la morte di Samb si era preso cura di sua figlia, l’ha adottata e con i soldi guadagnati in Italia l’ha fatta studiare. Qualche mese fa ha sposato sua madre, la vedova di Samb, che dopo anni ha ottenuto la cittadinanza e vive a Firenze. La ragazza li avrebbe raggiunti presto, raccontano gli amici. E invece anche Idy è stato ucciso: almeno due proiettili, uno alla testa e uno al torace, mentre altri non sarebbero andati a segno. I testimoni raccontano un’esecuzione: i primi colpi, una pausa e poi gli altri.

L’omicida, Roberto Pirrone, è stato fermato poco dopo da militari della Folgore dell’operazione Strade sicure e consegnato alla polizia, che peraltro lo stava già cercando perché sua figlia aveva dato l’allarme: “Mio padre è uscito con la pistola, dice che vuole uccidersi”. Una lettera lo conferma: quest’uomo, un ex tipografo incensurato, era in gravi difficoltà economiche e non sapeva come uscirne. Pirrone avrebbe spiegato alla polizia proprio questo: “Volevo suicidarmi ma poi non ho avuto il coraggio e ho sparato al primo adulto che ho incontrato”.

Il procuratore di Firenze Giuseppe Creazzo, dopo l’interrogatorio condotto dal pm Giuseppe Ledda, gli crede. E aggiunge che Pirrone avrebbe anche evitato di fare fuoco su una mamma e i suoi bambini. Il procuratore esclude fini “razzisti” e sottolinea che “non sono emersi suoi legami con gruppi politici, tantomeno di destra o razzisti. Era un collezionista di armi – ha detto ancora Creazzo – e in casa sono stati trovati anche alcuni cimeli dell’ex Unione Sovietica”. A casa, in un alloggio popolare in cui Pirrone abita con la moglie e la figlia, la polizia ha sequestrato due pistole regolarmente denunciate e due fucili.

Sul ponte Vespucci Pirrone ha sparato con una Beretta semiautomatica, anche quella regolarmente detenuta per uso sportivo. Uso sportivo come Luca Traini, il fascioleghista che il 3 febbraio scorso a Macerata ha sparato, ferendoli, a sei immigrati africani perché aveva deciso di vendicare la 18enne Pamela Mastropietro uccisa e seviziata da un nigeriano. Il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi ha dichiarato che ci vorrebbe “una stretta sui porto d’armi”. Al pm Pirrone ha confermato quanto detto in mattinata alla polizia, cioè che voleva suicidarsi. “Poi ci ha ripensato ma non voleva tornare a casa, preferiva andare in galera – ha ricostruito il procuratore Creazzo –. I problemi economici continuavano ad assillarlo, quei 30 mila euro di debiti erano motivo di continui litigi anche con la moglie”.

Ma tutto questo non ha tranquillizzato i senegalesi di Firenze, che hanno improvvisato un blocco stradale, poi un corteo fino a Palazzo Vecchio. Con la paura si è scatenata la rabbia: rovesciati alcuni vasi, divelti arredi urbani, caos e paura sotto la pioggia anche per i fiorentini e i turisti. L’imam di Firenze, Izzedin Elzir, segretario dell’Unione delle comunità islamiche italiane e figura di spicco dell’Islam nel nostro Paese, ha invitato tutti alla calma ma dice anche: “Ecco cosa succede dopo due mesi di campagna elettorale sull’odio contro gli stranieri e contro gli altri”. Il sindaco di Firenze Dario Nardella ha detto che “i danni alla città sono inaccettabili”. Ma la tensione resta altissima perché nessuno ha dimenticato il 13 dicembre 2011 e l’uccisione di Samb Diop Mor, 40 e 54 anni. Anche Gianluca Casseri, il fascista che li uccise, aveva un porto d’armi per uso sportivo.

Pell e gli abusi sessuali: un mese per decidere se fargli il processo

Il prelato cattolico più alto in grado incriminato per reati sessuali è entrato ieri in tribunale per il primo giorno di udienza preliminare; quattro settimane di confronti al Magistrates Court di Melbourne per stabilire se il cardinale australiano George Pell debba essere rinviato a giudizio rispetto alle accuse di pedofilia commessi in passato su diverse vittime. La difesa del numero tre del Vaticano ha accusato la polizia di aver negato alcune testimonianze in suo favore; già all’esterno dell’edificio ci sono stati momenti drammatici con insulti a Pell. Circa cinquanta testimoni saranno ascoltati durante questa fase. Il cardinale è stato incriminato nel giugno 2017 per “reati di violenza sessuale”; nominato arcivescovo di Melbourne nel 1996, poi a Sydney nel 2001, era stato scelto nel 2014 da Papa Francesco come aiutante nella sua battaglia per la trasparenza delle finanze del Vaticano.

Una commissione d’inchiesta ha condotto indagini per quattro anni, raccogliendo testimonianze drammatiche di migliaia di vittime di abusi da parte di pedofili nelle chiese, negli orfanotrofi, nelle società sportive, nelle organizzazioni giovanili e nelle scuole. Il cardinale Pell era stato ascoltato tre volte in quel contesto e aveva ammesso di aver “fallito” nella gestione dei preti pedofili nello Stato di Victoria, negli anni 70. Alla fine delle quattro settimane di udienze sarà il magistrato Belinda Wallington a stabilire se Pell – che si proclama innocente – dovrà sostenere il processo nella County Court.

2018 fuga dal Venezuela, finita anche la forza di protestare

Tirare avanti con 4 o 5 dollari al mese. Impossibile, specie per chi, fino a pochi anni fa, nel vivo della presidenza di Hugo Chavez, nonostante tutto, poteva contare su risorse ben diverse. L’iperinflazione nel Venezuela di Nicolas Maduro (al cambio 35 dollari valgono 8 milioni di Bolivar, la moneta ormai ufficiosa), in costante crescita, sta portando il Paese caraibico alla bancarotta e la sua gente alla fame.

Secondo alcune stime, l’87% della popolazione sarebbe sotto la soglia di povertà e il 60% sotto quella della miseria. Milioni di venezuelani sono in fuga; chi può scappa verso gli Stati Uniti o l’Europa, altrimenti verso il Brasile a sud, o valicando la frontiera occidentale della Colombia.

Tra questi anche Antonio Nazzaro, italiano di ultima generazione, scrittore e giornalista di origini piemontesi, arrivato a Caracas in pieno chavismo. Lo avevamo incontrato a Caracas a luglio, nel periodo più drammatico degli scontri sanguinosi tra manifestanti e forze di polizia e militari che hanno fatto più di 150 morti. Al tempo era preoccupato della piega ormai presa dal ‘suo’ Paese.

La situazione è precipitata: “Lascio il Venezuela nella fame. Entro un mese, possibilmente prima di Pasqua, io e mia moglie ci trasferiremo a Bogotà. Lei ha dei parenti che potrebbero aiutarci a inserirci. Non sarà facile, specie dopo tanti anni di pellegrinaggi in giro per l’America Latina e aver considerato Caracas la meta finale. Purtroppo non sarà così, qui non si può stare, non c’è futuro”.

Con la crisi generale, il lavoro intellettuale di Nazzaro ha subìto forti ripercussioni e di recente era l’attività della moglie a far andare avanti la famiglia: una clinica odontoiatrica a Pètare, nel quartiere più popoloso e tra i più poveri della capitale sudamericana: “Siamo stati costretti a chiudere – aggiunge Nazzaro – la gente non aveva più soldi per pagarci e noi non riuscivamo più a coprire i costi. L’ambulatorio non è più operativo, stiamo smantellando tutto. Da tempo la clinica si era trasformata in una sorta di servizio sociale per le classi più bisognose, ma noi dovevamo andare avanti. Non c’è più denaro contante, il cibo scarseggia, i prezzi sono alle stelle e con lo stipendio normale al massimo compri due pacchi di pasta. Non c’è più neppure la forza di protestare, di scendere in strada, ormai dilaga soltanto la delinquenza comune”.

Antonio Nazzaro e sua moglie di sicuro non parteciperanno alle prossime elezioni presidenziali, più volte anticipate, posticipate, annunciate per il 22 aprile ed ora, fissate il 20 maggio.

La settimana scorsa il presidente Maduro ha annunciato la sua candidatura, una dichiarazione mai in dubbio. Resta da capire chi gli farà da sparring partner, visto che pure l’opposizione, specie sul fronte di centrodestra, ha le sue pecche. La Mud (Tavolo dell’unità democratica) si è spaccata non riuscendo ad opporre altro che l’appello al boicottaggio del voto, considerato, da Henrique Capriles, uno dei leader della Mud “illegittimo e senza garanzie”.

L’unico avversario credibile resta Henri Falcon, dissidente chavista ed ex governatore dello Stato di Lara, alla guida del partito Avanzada Progresista e di altre forze di stampo socialista in dissenso col regime di Maduro.

Solo “decorative” le altre candidature: un ex militare Francisco Visconti Osorio, sconosciuto ai più, l’imprenditore Luis Alejandro Ratti e (chiare origini italiane) e l’ingegnere Reinaldo Quijada, entrambi vicini al presidente.

Nicolas Maduro, delfino di Hugo Chavez, senza lo stesso spessore, è stato eletto alle Presidenziali del 2013 dopo aver battuto Capriles di appena 200 mila voti (1,5%). Nel 2015 però ha perso le Legislative con oltre 2 milioni di scarto (16%), mettendo l’Assemblea nelle mani dell’opposizione, prima della discussa Costituente dell’estate scorsa.

Uno spettro non si aggira più per l’Europa

Se quella italiana esce dal voto del 4 marzo con le ossa rotte, anche nel resto dell’Europa occidentale la sinistra storica non si sente affatto bene. E non da oggi. Partiti di tradizione ex comunista, socialista o socialdemocratica vengono di volta in volta svuotati dall’interno o trasfigurati (in Francia e Gran Bretagna), ridotti ai minimi termini di consenso di fronte al successo di alternative a sinistra (in Grecia e in Spagna), oppure si ritrovano fortemente ridimensionati (in Germania e Austria). Con la sola eccezione del Portogallo dove il premier socialista Antonio Costa governa da più di due anni, sostenuto dai comunisti.

Detonatore di tutti gli smottamenti sono le tornate elettorali. A dare il ‘la’, le elezioni parlamentari in Grecia, prima nel gennaio e poi nel settembre 2015, in mezzo c’era stato il referendum sul piano di salvataggio dei creditori internazionali e le dimissioni del premier Tsipras. Il Partito socialista panellenico (Pasok), fino ad allora al governo insieme alla destra del premier Antonis Samaras, ottiene i peggiori risultati di sempre (4,68% nella prima e 6,28% nella seconda consultazione, corrispondenti a 13 e 17 deputati su 300). Per quasi 30 anni, a partire dal 1981 non era mai sceso al di sotto del 35%.

Era stato Andreas Papandreou a portare al governo i socialisti ellenici nel 1981, avanguardia di quell’eurosocialismo che avrebbe espresso poco dopo Felipe Gozalez a Madrid e Francois Mitterand a Parigi e la cui spinta, con variazioni su tema (terza via blairiana e socialdemocrazia di Schreoder nel 1997 e ‘98), sarebbe durata fino alle soglie della crisi finanziaria del 2008; in seguito alla quale, però, nulla per i socialisti europei sarebbe stato più come prima. In Francia, dopo la catastrofica esperienza di Hollande, il collasso della gauche è avvenuto per svuotamento. Da un lato Emmanuel Macron con En Marche!, dall’altro la sinistra anti-establishment di Jaen-Luc Melenchon lasciano al glorioso Ps francese le briciole: alle legislative del 2017, ottiene il 5,7%, perdendo 35 punti rispetto al 2012, che si traduce in 250 parlamentari in meno all’Assemblea Nazionale. Nel Regno Unito, alle prese con la prioritaria partita della Brexit, il Labour invece è in perfetta salute, ma è stato scalato dall’interno. Spazzato via il leader mai premier Ed Miliband dopo la sconfitta del 2015 contro i Tories, la rifondazione radicale è toccata a uno storico oppositore di Tony Blair, come Jeremy Corbyn.

Caso isolato, quello di Londra, già solo se si guarda alla Spagna, dove il Psoe che veleggiava poco sotto il 50% negli anni dopo la fine della dittatura e che aveva raggiunto il 44% ancora nel 2008, dopo essere passato attraverso Zapatero, è sceso drasticamente al 22% tra il 2015 e il 2016. Tradotto, 85 deputati sul totale di 350, minimo storico dalla fine della dittatura di Francisco Franco nel ‘75. Non una sconfitta assoluta, certo, ma un calo speculare all’ascesa di Podemos. Nato nel 2014 sulla forza del movimento di piazza degli Indignados, e guidato dal mediatico Pablo Iglesias, Podemos sfonda il 20% già con il voto del dicembre 2015, consolidandosi al 21% con il nuovo voto del 2016. Il risultato si traduce in 71 deputati: poco meno dei socialisti, di cui diventano così il principale avversario a sinistra.

Le percentuali dei socialisti spagnoli non sono dissimili da quelle dei socialdemocratici in Germania (Spd), che sotto la guida di Martin Schulz lo scorso settembre si sono assestati a poco più del 20%. Prima del 2005 non erano mai scesi sotto il 30% per tutto il Dopoguerra. Il prezzo pagato alla Grosse Koalition, probabilmente, così come è avvenuto nella vicina Austria. Anche a Vienna, dove i socialdemocratici della Spo hanno governato per decenni forti di maggioranza solide, sono scesi sotto il 30 negli ultimi 10 anni. Quando si è trattato di eleggere il presidente della Repubblica nell’aprile 2016, il loro candidato si è fermato all’11%: quarto al primo turno e fuori dal ballottaggio.

Ringiovaniti e fedeli Angela prepara il futuro

Stessi partiti, ma ministri nuovi e soprattutto più giovani, almeno fra i conservatori. A 162 giorni dal voto il presidente Frank Walter Steinmeier ha indicato Angela Merkel quale cancelliera e mercoledì della prossima settimana, il Bundestag voterà la fiducia al nuovo esecutivo. Gli elettori che avevano severamente punito (-15%) la Grosse Koalition (GroKo), il governo tra cristiano-democratici (Cdu), cristiano-sociali (Csu) e socialdemocratici (Spd), hanno ottenuto una sostanziosa “rivoluzione” fra i ministri. Fra i suoi Merkel, alla guida dal 2005, ha confermato 2 soli esponenti del precedente gabinetto, entrambi della “vecchia guardia” (sono nati nel 1958): il fidato Peter Altmaier e Ursula von der Leyen. Il primo passa all’Economia, la seconda resta alla Difesa malgrado il disastroso rapporto della situazione delle forze armate. Wolfgang Schäuble è diventato presidente del Bundestag, mentre Thomas de Maizière (Interni), Hermann Gröhe (Sanità) e Johanna Wanka (Formazione) sono stato sacrificati. Al posto di Altmaier alla cancelleria, Merkel ha promosso il 45enne medico Helge Braun. Alla Formazione e ricerca andrà Anja Karliczek (46), al suo secondo mandato al Bundestag. Però arriva dal popoloso Nord Reno Westfalia, la regione “rossa” che la Cdu ha sfilato alla Spd. La numero 2 del partito, Julia Klöckner (classe ‘72), è gratificata con l’Agricoltura. Apprezzata nella Cdu, con questo incarico può profilarsi in vista del ritiro della Merkel, della quale è escluso un 5° mandato. La Sanità è affidata al rampante Jens Spahn. Il 37enne gay dichiarato è un conservatore e come la Klöckner ha cercato di presidiare posizioni care alla destra. Nessun ministro arriva dalla ex Ddr.

I ministri designati della Csu esprimono i nuovi equilibri interni al partito bavarese. Horst Seehofer, a 68 anni il più anziano dell’esecutivo, diventerà ministro degli Interni (e per la Patria) per cedere l’incarico di governatore della regione al 51enne Markus Söder. Porterà con sé a Berlino uno degli ultimi suoi uomini fidati, l’ex segretario Andreas Scheuer (43), che andrà ai Trasporti. Gerd Müller (62) sostiene una sorta di “piano Marshall” per l’Africa ed è l’unico della Csu ad aver salvato il posto da ministro: rimarrà allo Sviluppo (cooperazione internazionale). Dorothee Bär (39), si occuperà della Digitalizzazione, ma il dicastero è “senza portafoglio”.

Dopo aver ottenuto il via libera dalla base per la GroKo, la Spd prende tempo per decidere i nomi dei ministri. Olaf Scholz, il 59enne sindaco di Amburgo, è destinato alle Finanze e sarà vice cancelliere. Ai socialdemocratici spettano altri 5 ministeri (2 uomini e 3 donne), fra cui Esteri e Lavoro. Sigmar Gabriel vorrebbe restare agli Esteri, ma la liberazione del giornalista Deniz Yücel non basta a compensare gli attacchi a Martin Schulz. Per lo stesso dicastero sarebbero in corsa il 44enne Niels Annen e Katarina Barley, classe ‘68, che però potrebbe andare anche al Lavoro, della quale aveva assunto l’interim. Heiko Maas (Giustizia) e Barbara Hendricks (Ambiente) sembrano poter contare su una conferma. Tra quelli che circolano, non ci sono nomi nuovi. Ma dovranno esserci: difficile immaginare che un partito dilaniato dalle dispute interne e che ha faticato a ottenere il via libera dagli iscritti alla GroKo, possa convincere la base con gli stessi volti con i quali è arrivato alla soglia del baratro.

Gli elettori vanno rispettati, e anche le scelte sgradite

Secondo alcuni commentatori notturni oggi i mercati avrebbero potuto subire un drammatico crollo, a causa dell’affermazione del populismo, ‘sto zozzone. Per intenderci, erano gli stessi mercati che avrebbero dovuto crollare all’indomani del referendum costituzionale, in caso di vittoria del No. Il Centro studi di Confindustria, come si ricorderà, evocava “un’inevitabile nuova recessione” tra il 2017 e il 2019. Il “caos politico” – diceva il report – “trascinerebbe il Pil all’inferno, 4 punti percentuali in meno nel triennio sullo scenario di base. Salterebbero 600 mila posti di lavoro e 20 punti percentuali di investimenti”. Il cambio dell’euro avrebbe potuto svalutarsi, si sarebbero verificati effetti negativi sulla ricchezza delle famiglie e sui consumi, guai anche per le aste dei titoli del Tesoro. Il Financial Times, aveva previsto l’uscita dell’Italia dall’euro e il default di otto banche. L’apocalisse. Non è successo allora e non è successo ieri (Milano ha chiuso a -0,4; lo spread a 136, tre punti in più rispetto a venerdì).

Ma è stato comunque tutto un “allarme populismo” in buona parte della stampa italiana, per non dire dell’inquietissima stampa estera: dove andremo a finire, signora mia, con questi euroscettici che, guarda un po’, non sono disposti a morire per Maastricht. Ora, noi siamo teoricamente una democrazia e uno degli inconvenienti è che il popolo analfabeta ogni cinque anni è chiamato a esprimersi. Dopo il referendum costituzionale tanti, indignatissimi, osservatori dissero che non si possono affidare decisioni complesse a illetterati che hanno diritto di scegliere solo in virtù di quella leggina chiamata Costituzione. La quale affida la sovranità al popolo, come prima preoccupazione all’articolo 1. E non solo, si preoccupa (dopo lunga discussione tra i saggi costituenti) di specificare che “appartiene” al popolo, verbo che non dà adito a dubbi o interpretazioni. Domenica abbiamo votato per semplici elezioni politiche: difficile sostenere che i cittadini non erano in grado di intendere e volere. Quindi sarà bene che si cominci a parlare con rispetto delle scelte degli elettori, anche nel caso non siano chic e puzzino di malcontento, povertà e paura.

Una questione resta insoluta e costituisce, ai nostri occhi, uno stupefacente arcano: com’è possibile che le forze politiche non vogliano ascoltare la voce dei cittadini? Se non spinte da un afflato etico, dovrebbero farlo per questioni di opportunità. E comunque chi governa lo fa nell’interesse esclusivo del popolo. Prevale invece una concezione insopportabilmente elitaria della politica, nell’equivoco che pochi ottimati sappiano cos’è meglio per la collettività. Ma quella non è democrazia (parola che viene brandita come un machete nei salotti televisivi). Non bisogna cedere alla tentazione di giudicare il voto, bisogna capire le ragioni delle scelte. Se i cittadini sono in difficoltà, se soffrono perché non hanno lavoro, si sono impoveriti e non sanno come mettere insieme pranzo e cena, apostrofarli come ignoranti è un’operazione indegna (oltre che, come detto, inutile). I voti di protesta di Lega e 5Stelle probabilmente non si possono sommare, ma esprimono una domanda di cambiamento, del tutto legittima e che non ha bisogno di ulteriori legittimazioni, benedizioni o approvazioni. Il cortocircuito democratico non dipende dai populismi, dipende dall’ostinazione cieca di una classe politica che da tempo si ritiene autosufficiente. Piccolo consiglio: cominciate smettendo di parlare del popolo con disprezzo. Siete voi ad avere fallito.