I problemi per i 5stelle arrivano ora

Non vorrei aver l’aria di sminuire la straordinaria vittoria del Movimento 5 Stelle (in fondo sono stato uno dei pochissimi intellettuali, insieme a Travaglio, a partecipare al primo, e irriso, “Vaffa”) dovuto all’impegno dei suoi militanti, al suo programma, alla grande abilità di Di Maio (altro che “uno che ha solo un bel visino” come lo definì il geronte Berlusconi) ma almeno una parte del trionfo dei “grillini” è dovuta alle stesse ragioni che hanno portato Donald Trump alla Casa Bianca.

Quando il ceto medio americano si è accorto che quella madonnina infilzata di Hillary Clinton aveva dalla sua parte tutta la finanza internazionale, tutti i più importanti giornali internazionali, tutto lo star system di Hollywood si deve esser chiesto “ma costoro mi rappresentano?” e ha votato “The Donald”. Così quando una parte degli italiani vessati e impoveriti da una partitocrazia sempre più arrogante e corrotta ha visto che tutti i partiti e tutti i giornali che a loro fanno riferimento (fatte un paio di eccezioni) si accanivano contro i cinquestelle con gli argomenti più pretestuosi, falsi e ridicoli deve aver capito che l’unico movimento veramente antipartitocratico, era proprio quello fondato da Beppe Grillo. Della malafede e della straordinaria spudoratezza delle accuse mosse ai cinquestelle può essere presa come esempio Virginia Raggi che non aveva avuto ancora il tempo di mettere piede in Campidoglio che subito si è scoperta la monnezza di Roma, i topi di Roma, i maiali di Roma e in seguito è stata accusata della siccità di Roma e poi della neve caduta su Roma e quindi ancora del dissesto delle Ferrovie dello Stato che sono appunto di Stato e non del Comune capitolino. Ma è, appunto, solo un esempio degli infiniti che si potrebbero fare. Dopo una vertiginosa ascesa durata cinque anni i veri problemi per i cinquestelle arrivano ora. Ho sempre scritto che i difetti dei cinquestelle dipendono dai loro pregi. Legalità, trasparenza, incorruttibilità, la volontà ferrea di non accettare alcun compromesso sono stati i loro vincenti cavalli di battaglia, ma adesso o accettano una qualche mediazione o resteranno una fortissima forza di opposizione che però in quanto tale non conterà nulla perché nulla hanno mai contato le opposizioni in Italia, se si eccettua il caso del Pci che però per avere voce in capitolo dovette consociarsi col potere democristiano e socialista, cioè non fare più l’opposizione. In linea teorica i cinquestelle possono allearsi con tutti, perché nel loro Movimento ci sono fattori sia di sinistra che di destra oltre alcuni del tutto nuovi che sono i più interessanti perché i cinquestelle hanno capito (come l’aveva capito a suo tempo Bossi) che Destra e Sinistra sono due categorie ormai superate dalla storia perché non sono in grado di comprendere le esigenze più profonde dell’uomo contemporaneo, che sono esistenziali e non più solamente economiche.

Con tutti si possono alleare i Cinque Stelle tranne che con Forza Italia e il suo leader che hanno fatto della illegalità, intesa sia in senso penale che politico e morale, la loro bandiera. Lo ha ribadito l’altra notte, forse senza nemmeno rendersi conto della gravità di quanto stava dicendo, Brunetta quando ha affermato che se la coalizione di centro-destra fosse arrivata ad avere 260 seggi alla Camera non le sarebbe stato difficile comprare o corrompere la sessantina di deputati mancanti (i metodi li conosciamo, De Gregorio docet). Berlusconi è stato dato per politicamente morto mille volte, ma il 5 marzo è “scaduto” davvero come teneva spiritosamente scritto sul petto la ragazza col seno nudo mentre andava al seggio. E noi che abbiamo contestato il Grande Imbroglione da quando nel 1986 fece la sua prima apparizione pubblica presentando all’Arena un Milan americanizzato, possiamo finalmente chiudere gli occhi serenamente.

Cinque punti (più uno) per capirci qualcosa

Lo zen e l’arte di manutenzione dei risultati elettorali prevede un principio base; nulla è come ci fanno credere. Ecco quindi alcune banali regolette per cercare di capirci qualcosa.

Primo: il viscido Rosatellum ha fatto centro. Alcuni malfidati (tra cui chi scrive) sospettavano che il nuovo sistema elettorale fosse troppo demenziale per non nascondere un trappolone. Ovvero: evitare a tutti i costi la formazione in Parlamento di una maggioranza coesa e autosufficiente. Per mantenere l’eventuale nuovo governo in una situazione politicamente precaria (utile alla vigilanza Ue). Così come del resto è avvenuto dal 2011 in poi con gli esecutivi a guida Monti, Letta, Renzi, Gentiloni. Missione compiuta. Il M5s ha stravinto ma non può governare da solo. Idem per il centrodestra a guida Matteo Salvini. Un po’ come ottenere l’Oscar per il miglior film ma non poterlo ritirare. Non sfugga il fatto che il marchingegno porta il nome di Ettore Rosato, capogruppo del Pd alla Camera, l’unico partito abbastanza sicuro di andare incontro a una sconfitta il 4 marzo (anche se non di queste proporzioni).

Secondo: il gioco del cerino acceso. Come è noto l’unico medicamento che può lenire le ferite di chi ha perso è favorire la disgrazia altrui. Fossimo perciò in Luigi Di Maio staremmo bene a attenti a non insistere per ottenere l’incarico da Sergio Mattarella, senza un’adeguata rete di protezione. Che fino alle 18 di ieri pomeriggio poteva essere l’ipotetico sostegno del Pd (derenzizzato) a un ipotetico governo a guida Cinque stelle. La domanda però era: perché mai un partito dissanguato dagli elettori e costretto a un ruolo secondario nel nuovo Parlamento avrebbe dovuto fare da sgabello al proprio nemico? Infatti, alle 18 e 30 Renzi, nel dimettersi senza dimettersi da segretario annuncia l’intenzione di restare in sella fino alla formazione del nuovo governo: per evitare, sostiene, “inciuci” con gli “estremisti”. A parte la guerra civile subito dopo scoppiata al Nazareno per il M5s potrebbe non essere una cattiva notizia. Trattare con un Pd tenuto in ostaggio da Renzi avrebbe significato oltre a una probabile perdita di tempo la sicurezza di bruciarsi le dita e forse anche l’intera mano.

Terzo: il successo logora chi ce l’ha. Fateci caso, da ieri Matteo Salvini, pur gonfio di percentuali e seggi non parla più come futuro presidente del Consiglio. Il suo ego si è scontrato con una realtà dolorosa: al centrodestra mancano troppi voti per ottenere la fiducia delle Camere. Senza contare che, immaginiamo, il padrone della coalizione avrebbe fatto voto perpetuo di castità piuttosto che fare da secondo al suo mezzadro. Accantonata, per il momento, la questione del premier ora comincia la partita finale per conquistare la leadership nella coalizione. Salvini ha dalla sua più voti e meno anni. Berlusconi i soldi e le televisioni. A occhio e croce, dopo aver osato superare il maestro il giovanotto felpato farebbe bene a guardarsi le spalle.

Quarto: il diavolo è nei particolari. Questa volta il rituale delle consultazioni al Quirinale (spesso trito e ritrito) potrebbe essere rivelatore di verità negate. Come il “dimissionario” Renzi che decidesse ugualmente di guidare la delegazione Pd (l’odio vigilante) malgrado la fronda che gli hanno scatenato contro gli ex amici Franceschini, Zanda, Martina. Come Berlusconi, Salvini, Meloni nel caso fossero ricevuti da Mattarella non in formazione tipo bensì uno alla volta: tutti insieme separatamente.

Quinto: lo scottante segreto nell’urna. Dopo ogni voto l’elezione delle presidenze dei due rami del Parlamento, supremi organi di garanzia, rappresentano il banco di prova per le future, possibili alleanze di governo. È probabile che al Senato non vi siano ostacoli eccessivi per il candidato del centrodestra (favorito il leghista Roberto Calderoli). Ma se alla Camera, come sembra, il M5s candiderà un proprio esponente nel voto segreto potrebbe accadere di tutto. Per esempio che Pd e centrodestra uniscano le loro forze onde affondare il movimento grillino. Prepariamoci ai giorni dei lunghi coltelli (e dei trionfi brevi).

Infine lo zen. Con questi chiari di luna il presidente Mattarella dovrà esercitare tutto il possibile paziente autocontrollo per impedire che la strategia dell’interdizione reciproca, dell’intrigo, del maneggio, del mors tua vita mea trasformi la volontà chiaramente espressa dai cittadini italiani in un pantano senza fine. Avrà due armi a disposizione. In mancanza di una soluzione di governo la minaccia di sciogliere rapidamente le Camere: un incubo per gli eletti appena usciti vivi dalla campagna elettorale. La permanenza di Paolo Gentiloni a palazzo Chigi a tempo indeterminato. Un’autentica perfidia.

Mail box

 

Il Rosatellum non consente a chi ha vinto di governare

Sono molto contenta del risultato raggiunto dal Movimento 5 Stelle (con tanto impegno reale sul territorio) ma non è consentito gioire. Non avremo un governo 5Stelle nonostante la grande voglia di cambiamento politico che noi cittadini abbiamo dimostrato col voto. Non miglioreremo l’Italia con leggi certe in tema di giustizia, economia, benessere. Il “sistema partitico” ha vinto: è stata ideata e ipso facto realizzata una legge elettorale che non consente il premio di maggioranza per non consentire proprio un governo 5Stelle, creando confusione, incertezza ed enormi difficoltà ad un Movimento che non si fida (a ragione!) dei soliti competenti che da anni sgovernano l’Italia. Lorsignori hanno portato a casa il risultato, non si può negarlo, con una legge elettorale vergognosa. Davvero in questo sono stati spudoratamente esperti. E gli italiani? Avrebbero davvero dovuto fare di più col loro voto.

Francesca Garro

 

Trionfano Movimento e Lega per l’incapacità della sinistra

La zavorra Renzi ha fatto affondare il Pd, ma i voti in uscita non sono andati né alla Bonino, né a Liberi e Uguali. B. è stato sorpassato – e non di poco – da Salvini. Ma soprattutto c’è stato il botto dei 5Stelle, che superano il 30%. Chi accusava di demagogia i grillini per la loro riduzione di stipendi, deve riflettere sul plus di credibilità (e di voti) che questa semplice iniziativa a provocato, nonostante le gaffe e i congiuntivi. Uno tsunami che ha reso Gentiloni lo “spelacchio” della politica nazionale. E adesso? C’è aria di disorientamento. Il M5S deve perdere la sua verginità e allearsi con qualcuno per governare. E non basterà porre il programma e attendere le adesioni di ci starà.

Perché in questa confusione, per il Pd e gli altri partiti perdenti l’opposizione appare un rifugio dove leccarsi le ferite.

Mentre per la Lega, l’euforia potrebbe renderla tentata dal doppio turno, ovvero puntare a nuove elezioni a breve per incorporare Fratelli d’Italia e l’elettorato di B., che ormai ha capito che il capo non è più lucido.

Ora tutti guardano al Quirinale. Sarà Mattarella a dover inventare una via d’uscita da questo impasse. Ma la “stagione intermedia” non offrirà grande margine d’azione nemmeno a lui e le soluzioni ci faranno rimpiangere l’era del pentapartito. Tanto più in un Paese dolente, dove l’astensionismo continua a crescere e la speranza a diminuire.

L’unica nota positiva in tanto sconquasso è la fine dei travestimenti nel Pd: con Renzi rottamato, si potrà archiviare finalmente la fase ambidestra di questo leader narciso-divisivo.

Massimo Marnetto

 

Serra trova da ridire su tutto ma non se lo può permettere

Michele Serra commenta su Repubblica le posizioni di Tomaso Montanari e Flores d’Arcais sulle forze politiche che quest’ultimo cataloga come – schifose (5 Stelle), più schifose (Pd e apparentati) e schifosissime (centrodestra). Lo stesso Serra dichiara che trova curioso che Montanari e Flores vadano a votare. Non mi meraviglia che Serra trovi quasi sempre da ridire sulle scelte degli altri perché al giornale la Repubblica hanno smesso da tempo di fare i giornalisti accontentandosi di fare “la voce del padrone”. Ne sono purtroppo la conferma le recenti inversioni a 180 gradi di Scalfari ed una linea editoriale che specie con la direzione Calabresi ha sfasciato completamente quel capolavoro di giornale creato negli anni 70.

Leonardo Gentile

 

Una campagna elettorale informata, grazie al Fatto

Vorrei avere l’opportunità, anche perché sono certo di interpretare il pensiero di moltissimi lettori del giornale, di ringraziare il Fatto Quotidiano, per averci aiutato a capire e ad aprire gli occhi su che cosa ci stavano preparando i politici della vecchia guardia; con un’informazione così precisa e dettagliata, giorno per giorno, andando a scrutare negli angoli più nascosti della politica, ci avete messo davanti ad una realtà da paura: come si può non ricordare le foto degli impresentabili che, tranquillamente sarebbero finiti in parlamento a guardare i propri affari, stipendiati da noi; come si può non ricordare lo scandalo delle banche da voi denunciato ed approfondito ce hanno rovinato la vita di molti italiani. È impossibile citare tutti quei fatti che vi hanno fatto diventare per molti quell’unico punto di riferimento serio per valutare che cosa avveniva e avviene intorno a noi. Una cosa è certa: che con queste votazioni abbiamo dimostrato a quei politici in malafede che se necessario siamo pronti a reagire, e che ci siamo resi conto anche di un altro fatto: nella mia città, come tutte le volte, alla vigilia delle elezioni, si sono preparati anche per queste i cartelloni sui quali un tempo venivano affisse le fotografie dei vari politici che con l’ausilio di Photoshop assomigliavano a degli adoni; in queste elezioni i cartelloni sono rimasti vuoti. Certamente era bello, cari politici della vecchia guardia fare i gradassi con i nostri soldi. Oggi che i partiti sono costretti ad arrangiarsi, dicono che sono senza soldi; ma con gli stipendi che prendono hanno fatto una figura meschina a dimostrare di non avere il coraggio di rischiare in proprio. D’altra parte con questo voto abbiamo dimostrato di essere stufi di questa vecchia classe politica, e il parere del dottor Piercamillo Davigo è molto illuminante: “I politici non hanno smesso di rubare, hanno smesso di vergognarsi.”.

Corradino Leandro

 

L’Italia, un Paese scapestrato che non riesce a crescere

Grazie! Avete fatto tutto il massimo, umanamente possibile. Grazie di cuore. Questo paese (volutamente minuscolo) non è mai passato all’età adulta. È sempre stato un adolescente scapestrato. Tuttavia, io ancora una volta voglio ringraziare voi che avete creato un punto d’incontro per quelli come me, che si sentivano soli, persi in un Paese che non è madre, né padre, né guida, ma fratello maggiore, adolescente e scapestrato. Intanto grazie per ciò che siete e ciò che fate. È bello che ci siate.

Luigina Procacci

Oscar Delusione per Luca Guadagnino, ricompensato (stavolta sì) dal pubblico

Ho visto qualche settimana fa il film di Luca Guadagnino “Chiamami col tuo nome” e mi è piaciuto molto, come anche il suo precedente “A bigger splash”. Speravo che potesse arrivare qualcosa di più che una vittoria agli Oscar per la migliore sceneggiatura, anche perché spesso a Hollywood hanno dimostrato di apprezzare i nostri film. Non capisco perché Guadagnino sia così poco sponsorizzato in Italia, ma speravo almeno in un riconoscimento internazionale. Chiedevo troppo?

Gentile Stefano, anche a me “Call Me By Your Name” è piaciuto molto, anche io come lei chiedevo troppo. Possiamo moderatamente esultare, giacché quello per lo script non originale di James Ivory non è riconoscimento di poco conto: l’89enne cineasta americano ha così centrato il suo primo Oscar e ha riportato in Italia una statuetta che mancava dal 1987, da “L’Ultimo imperatore” di Bernardo Bertolucci. Sul deficit di sponsorizzazione in patria ha ragione, ma Luca Guadagnino non ha fatto poi tanto per sciogliere queste incomprensioni: oggi è un nuovo giorno, e già dal prossimo “Suspiria” – Cannes o Venezia? – potremo constatare come l’aria critica sia cambiata. Del resto, il pubblico l’ha ampiamente ricompensato: 2 milioni e 641 mila euro al nostro botteghino, oltre 32 milioni di dollari nel mondo, che per un film indipendente sono una fortuna. Nondimeno, mi sarebbe piaciuto ritrovare premiato agli Oscar Timothée Chalamet: poco male, è il nuovo Leo DiCaprio, anzi, è meglio.

Trionfi, fischi e facce bollite: il borsino del dopo-voto

Come in tutte le elezioni, anche stavolta ci sono stati vincitori e vinti.

Luigi Di Maio Il grande vincitore. I 5Stelle hanno sfruttato la pochezza altrui, la demonizzazione dei media (che li aiuta da sempre) e la sindrome da “son rimasti solo loro, tanto vale provarli”. Sfruttano però anche la seria opposizione fatta in 5 anni, qualche bel prospetto e l’essere – per quanto casinari e masochisti – gli unici nuovi sul serio. Per quanto abbiano stravinto, non hanno i numeri. La perfezione, per loro, sarebbe un mega-governo “tutti contro i grillini”, oppure – e assai meglio – una legge elettorale in fretta. E poi di nuovo al voto. Se invece si fanno “inciuciare”, perdono la verginità e addio.

Voto 9

 

Matteo Salvini L’altro grande vincitore. Ha staccato Berlusconi e quasi raggiunto il Pd. Capolavoro politico. Il nuovo leader del centrodestra è lui. Auguri.

Voto 8,5

 

Matteo Renzi Sei giorni fa, con consueta lucidità, aveva detto: “Saremo il primo partito”. Idolo. Renzi ha incarnato la più assurda sbornia nella politica italiana, eppure nel 2014 era reato criticarlo. Ma era già così: goffo e caricaturale, incapace e presuntuoso, arrogante e vendicativo, spaventosamente privo di doti politiche e circondato da una classe dirigente orripilante. Europee a parte, ha perso tutto. E il suo discorso post-voto di ieri dà ulteriore misura di come l’uomo abbia perso ogni contatto con la realtà. Se avesse smesso (come aveva promesso) dopo il referendum, avrebbe fatto bene anche a se stesso. Una prece.

Voto 0
(da sempre e per sempre)

 

Silvio Berlusconi Bollito oltre ogni umana immaginazione, incapace persino di citare le cifre giuste che gli scrivevano sui foglietti, ha straparlato di redditi di dignità di 12-13 mila euro al mese (magari) e “curve di Laser” (con Gundam alla Difesa, Mazinga agli Esteri e Jeeg Robot alla Finanza). Crepuscolo.

Voto 1+

 

Giorgia Meloni Si inalberava quando in tivù le facevi notare che non aveva chance alcuna di essere la più votata nel centrodestra, ma era solo la verità. Persino banale.

Voto 4-

 

Pietro Grasso LeU ha pagato quel non essere né carne né pesce, un coacervo perlopiù di transfughi in attesa di tornare nel Pd dopo lo schianto di Fantozzi Renzi. Non hanno poi aiutato certe candidature, su tutte la Boldrini, sfolla-consensi come neanche Orfini.

Voto 4

 

Vittorio Sgarbi Ha passato tutto il tempo a insultare Di Maio e farsi riprendere sulla tazza del cesso. Ora – per parafrasarlo – gli elettori gli hanno fatto scoprire che quello che fa più cagare di tutti è proprio lui. Contro Di Maio è riuscito a perdere con più di 40 punti di scarto. Lui l’ha presa bene, insultando gli elettori (“disperati”). Politicamente ha il peso di un Alfano coi capelli, esteticamente – visto che fa battute sugli altri – è un quadro buttato via dal suo stesso autore, psicologicamente pare irredimibile.

Voto 0.5

 

Francesca Barra Candidata a caso, in grado di balbettare davanti alla Ravetto, capace di farsi fischiare nella sua Policoro. E ovviamente bocciatissima dagli elettori. Nella sua “carriera politica” c’è tutta l’essenza – che è poi il vuoto – del renzismo.

Voto 1-

 

Giorgio Gori Buon sindaco e uno dei più capaci tra i renziani, ma si è fatto zimbellare dal primo Fontana che passava. È proprio vero: quel che Renzi tocca, diventa come lui.

Voto 4,5

 

Emma Bonino Proprio come con la Rosa nel Pugno nel 2006, editorialisti e giornaloni ci hanno detto che “i radicali avrebbero fatto il botto”. Come no: lo dicevano per la consueta autoreferenzialità di molte firme, convinti ancora che l’Italia (reale) somigli all’attico di Calabresi. La Bonino non ha elettori da decenni e infatti, per correre, ha dovuto abbracciare il noto radicale Tabacci per evitare di (non) trovare le firme. Qualcuno le dica che si può vivere anche senza poltrone.

Voto 2+

 

Potere al popolo Lista dai nobili intenti e dalle belle persone, ma quello di “disperdere” il voto non era neanche una paura. Bensì una certezza.

Voto 5

 

Noi con l’Italia La cosiddetta “quarta gamba”, composta da residuati tipo Cesa, Formigoni, “Fuorionda” Fitto, Lupi, Mastella e altri demoni. Col loro 1% stitico hanno beccato in faccia un vaffanculo che ne bastava solo la metà. Vamos.

Voto 0+

 

Verdi & Mascia La gloriosa milizia di “Italia Europa Insieme”, composta da quel che resta di verdi, socialisti e Popolo Viola, ha riscritto i confini del concetto di inutilità politica. Inevitabile: quando a 20 anni giochi al finto rivoluzionario per poi reinventarti (male) brutta copia dei Gozi & Picierno, non sei perdonabile.

Voto 0,5

 

Beatrice Lorenzin Alfano, se non altro, non si è candidato. Lei, invece, dopo averci deliziato con Family Day, vaccini e affini, ha fondato l’ennesimo partitino convinta di spezzare le reni al mondo. Ci ha regalato un simbolo “petaloso”. E il risultato è stato epocale. Renzi è stato un genio anche qui: nello scegliersi alleati che hanno eroicamente drenato voti anzitutto a se stessi. Proprio come lui.

Voto 1-

E in Lombardia stravince il leghista Fontana

Attilio Fontana è il nuovo presidente della Regione Lombardia. Il candidato leghista del centrodestra ha vinto con il 53,5 per cento dei voti (dati non definitivi), staccando di oltre 20 punti il candidato Pd del centrosinistra Giorgio Gori, che si ferma al 26,4. Smentita seccamente la narrazione della campagna elettorale Pd secondo cui Fontana – chiamato in campo dopo la rinuncia a correre di Roberto Maroni – sarebbe stato un candidato debole su cui Gori avrebbe potuto avere la meglio.

Non c’è stata partita, invece. E lo scarso bottino (1,6 per cento) raccolto dal candidato di Liberi e Uguali, Onorio Rosati, non cambia il quadro. Il Movimento 5 stelle raggiunge il suo miglior risultato storico in regione, con Dario Violi al 16,5 per cento. “Non abbiamo ancora parlato delle cose formali”, ha dichiarato Fontana parlando nella sede della Lega in via Bellerio, “sono convinto che i prossimi cinque anni si rivolgeranno soprattutto alle cose sostanziali. Il principale segnale da lasciare è di adeguare le politiche alle necessità che si presenteranno nella realtà di tutti i giorni. Spero davvero di dare una soluzione con la sburocratizzazione”.

Gori ha spiegato la sconfitta con “la concomitanza tra le politiche e le regionali, che ha reso queste ultime elezioni molto politiche e molto poco regionali. Il dato così forte del centrodestra che ha caratterizzato nel nord Italia il voto politico lo ritroviamo tutto nel voto regionale. Mi pare che il nostro tentativo di caratterizzare la campagna elettorale intorno ai problemi dei cittadini sia stato riconosciuto da tutti, però probabilmente qualunque cosa noi avessimo fatto o detto il risultato non sarebbe stato molto diverso”.

Gori ha anche annunciato che si prenderà alcuni giorni per decidere se restare sindaco di Bergamo oppure dare le dimissioni, per “guidare l’opposizione in Consiglio regionale”.

Se in regione Lega e Forza Italia sono nettamente in vantaggio, Milano resta un’isola in cui prevale invece il voto di centrosinistra. Alle regionali come alle politiche. Nei collegi del centro, alla Camera vincono Bruno Tabacci, che con il 41,23 per cento batte la candidata di centrodestra Cristina Rossello e Laura Boldrini di Leu, ferma al 4,60; l’ex tronista Mattia Mor, che con il 40,13 per cento prevale sul leghista Alessandro Morelli; e la deputata uscente Lia Quartapelle, che con il 41,32 per cento batte Laura Molteni. Al Senato, nel collegio Milano 1, è il giornalista Tommaso Cerno a vincere con il 41,25 per cento delle preferenze. Nei collegi del centro di Milano, il Pd supera il 28 per cento, dieci punti sopra la media nazionale. Bene anche la lista +Europa di Emma Bonino, che nel Paese non raggiunge il 3 per cento, ma nel centro di Milano supera il 10.

La situazione si ribalta nelle periferie, dove è la coalizione di centrodestra a sfondare con percentuali vicine al 40 per cento e a eleggere Igor Iezzi (Lega) e Federica Zanella (Forza Italia) alla Camera e Maria Cristina Cantù (Lega) e Salvatore Sciascia (Forza Italia) al Senato. Il Movimento 5 Stelle non si aggiudica nemmeno un seggio.

“Nell’area di Milano metropolitana il Pd è al 23 per cento e a Milano città sopra il 27, con una crescita di 20 mila voti rispetto al primo turno delle comunali 2016”, rivendica il segretario del Pd milanese Pietro Bussolati.

 

Nel Lazio Zingaretti fa il bis: 300 mila voti in più del Pd

Nicola Zingaretti viene confermato presidente della Regione Lazio. Quando a tarda sera è stato scrutinato il 70 per cento delle 5.285 sezioni il governatore uscente è in testa con il 34% dei consensi. Dietro di lui Stefano Parisi, sostenuto dalla coalizione di centrodestra, attestato poco sopra il 30 per cento. Più staccata invece Roberta Lombardi del Movimento 5 Stelle, attorno al 27 per cento. Mentre il sindaco di Amatrice Sergio Pirozzi si ferma al 5 per cento dei consensi.

“C’è stata una bellissima rimonta, la differenza tra il voto politico e quello delle Regionali oscilla tra 250 e 300 mila voti”, esulta il governatore. Di fatto Zingaretti ha ottenuto il doppio dei voti del suo partito, il Pd.

In controtendenza rispetto alla débâcle dei Dem alle Politiche, Zingaretti ha costruito la sua vittoria soprattutto con i voti che ha incassato a Roma, dove il governatore uscente ha staccato gli avversari di oltre 100 mila preferenze. Un risultato che gli consente di compensare l’affermazione di Parisi in tre delle altre quattro province laziali. Alla Lombardi invece sono mancati i voti di alcuni dei Comuni più popolosi della provincia romana, come Civitavecchia, Guidonia e Nettuno, che pur avendo sindaci a 5 Stelle hanno visto prevalere il candidato di centrodestra nei collegi regionali.

Nella giornata più nera per il Pd a livello elettorale, Zingaretti riesce a tenere, con gli elettori che sembrano premiare i suoi dieci anni di esperienza di governo tra Provincia di Roma e Regione. Certo i dem non brillano nemmeno alle Regionali, piantati poco sopra il 20 per cento, ma lo aiuta il discreto risultato della sua lista civica, sopra al 4 per cento, pensata soprattutto per drenare la fuoriuscita di voti da sinistra. Sottotono anche Liberi e Uguali, alleata (a differenza di quanto accaduto alle Politiche) ma incapace di fare meglio del 4 per cento.

La sua apertura al dialogo con gli ex Pd e la distanza dal renzismo faranno di Zingaretti, nelle prossime settimane, uno dei nomi ricorrenti nel dibattito sulla successione a Matteo Renzi per la guida dei dem. Ma il governatore, finora, ha già ribadito più volte di voler pensare solo al ruolo istituzionale.

Nel centrodestra, Parisi ottiene un buon risultato, sull’onda dell’affermazione dei partiti della coalizione a livello nazionale, con la Lega capaci di strappare oltre 90 mila voti (l’8,5 per cento) a Roma alle regionali: risultati mai visti finora nella Capitale per il partito di Matteo Salvini. Viste le percentuali, ottenute in appena un mese di campagna elettorale, il rimpianto per Parisi resta la corsa di Sergio Pirozzi, che ha sottratto voti in parte destinati al centrodestra. “La sua scissione ha pesato molto, non ha avuto senso di responsabilità”, accusa l’ex manager di Fastweb. Il sindaco simbolo dei Comuni colpiti dal terremoto del centro Italia nel frattempo ha vinto nella sua Amatrice ma non ad Accumoli e ha annunciato che non farà “alcuna alleanza con le forze politiche”.

La Lombardi è stata la prima a parlare, senza mai nominare la parola sconfitta. Anzi rivendica: “Sapevamo che sarebbe stato difficile, il voto regionale è sempre una partita a sé, abbiamo raggiunto un risultato molto importante, oggi sento di aver ottenuto la mia vittoria”. I 5Stelle sono primo partito con il 21 per cento ma perdono oltre 10 punti rispetto al contemporaneo risultato alle Politiche. L’ex deputata inoltre paga una campagna elettorale troppo aggressiva nei confronti degli sfidanti e una certa distanza da parte dei vertici del Movimento, che l’hanno accompagnata in poche iniziative.

 

fortunati vincitori con asini volanti

Nella nuova Italia a testa in giù le opposizioni stravincono, il Nord va alla Lega, il Sud ai cinquestelle. Appeso per il collo il Partito democratico dondola macabro. E i piccoli sicari preventivi – D’Alema, Grasso, Boldrini – si allontanano nella notte della Repubblica con niente in tasca e niente in testa, se non gli ultimi tepori di un risentimento di eterni adolescenti indispettiti: bravi ragazzi, ben fatto. Renzi va al Senato a finire il lavoro con Boschi e i fedelissimi che a breve non vedranno l’ora di finire lui. Berlusconi ha terminato tutte le terapie e si prepara a un riposo ben meritato, se cortesemente faranno uscire dal villone i maschi molesti, ma non le delicate infermiere.

Sullo sfondo qualche dettaglio ci attende, dietro la montagna del debito pubblico che ci sta franando addosso. Il Nord della Lega si prepara a festeggiare il taglio delle tasse e degli immigrati. Il Sud dei cinquestelle a incassare i mille euro del reddito di cittadinanza. È tutto vero, non era propaganda: gli asini volano. E adesso provate a sgomberare i 945 fortunati che hanno vinto la lotteria del Rosatellum, ancora ignari che ad attenderli sarà lo stesso rancore che li ha eletti.

Pierferdy argine in una fortezza non più rossa

Addio Lenin. E, più modestamente, addio Dario Franceschini, ragazzo democristiano, scrittore del realismo fantastico, Garcia Marquez della Bassa, sempre annunciante ministro dei Beni culturali. E addio ai prodiani senza Prodi.

Una storia si incrina nel sangue e nei voti nell’Emilia che fu rossa, inventrice delle astuzie di Togliatti sulle alleanze Pci-ceti medi e dell’Ulivo che bloccò Berlusconi. Il centrosinistra vince per 13 seggi a 12 all’uninominale della Camera. Vittoria sudatissima di chi per 70 anni ha dormito fra due guanciali. Ha il sapore di quelle Dc nel Veneto bianco, mentre la Prima Repubblica crollava: a esultare sono solo quelli che qui non hanno mai governato. “Abbiamo raggiunto il 27% alla Camera staccando di oltre 30mila voti il Pd”, proclamano i grillini.

Il Movimento 5 Stelle è primo partito pure a Cavriago, unico paese del mondo occidentale dove vigila un busto di Lenin nella piazza in cui a ogni comizio Pci chiedevano ai capi di Roma: “Quando facciamo la rivoluzione?”. La stilista Mariella Burani ci inventò la Moda Partigiana dal neorealismo di Anna Magnani e Silvana Mangano. La cittadina più illustre, Orietta Berti, ha dichiarato il voto per “il mio amico Grillo”. “La Rai non può diventare il megafono delle dichiarazioni di voto pro M5S”, tuonò il renziano Michele Anzaldi, da Roma paracadutato in Emilia.

Il crollo investe anche un’altra epopea, quella di Romano Prodi, sceso in campo a sostegno di Gentiloni (mai di Renzi) per arginare la débâcle annunciata: Sandra Zampa, già portavoce del Professore, per due volte deputata, vicepresidente del Pd con Bersani, è stata battuta al Senato da un “illustre sconosciuto” di Fratelli d’Italia; mentre non è in pratica pervenuta la Lista Insieme di Giulio Santagata, ex ministro di Prodi che tentava di unire dispersi vari, fino all’ultimo ha cercato di inglobare Emma Bonino. Unico prodiano eletto, in un collegio Pd blindato, il solitario Serse Soverini, collaboratore di Santagata.

Il Pd non è più il primo partito, nonostante il sostegno dell’ establishment economico, dalle Coop a Confindustria. Porta a casa Pier Ferdinando Casini, con un 10% in meno rispetto ai voti dell’ancora non nata coalizione fra ex nemici, nel 2013. Hanno votato per lui più i vecchi Pci chiamati a resistere, che la Bologna borghese ormai senza riferimenti.

L’antico dc ha battuto un altro monumento alla sinistra di governo: Vasco Errani, ex presidente della Regione andato in Liberi e Uguali con il suo amico Bersani. Un altro superattivo “ragazzo bianco”, Dario Franceschini, è stato sconfitto nella sua Ferrara. Fuori anche, a Sassuolo, Claudio De Vincenti, ministro per la Coesione Territoriale e il Mezzogiorno.

Il centrodestra è la prima coalizione. Pur primo partito, il Movimento 5 Stelle non ha vinto in nessun collegio: i parlamentari sono tutti nella quota proporzionale. Dimostrazione di non decisivi insediamenti territoriali, ma di una diffusione capillare.

I 42 ripescaggi da proporzionale non muteranno un quadro, mentre nel Pd partono i regolamenti di conti. “Un bel calcio e la richiesta di farsi da parte. La sinistra è stata giudicata un’élite arroccate al potere”, attacca Virginio Merola, sindaco di Bologna alla ricerca da tempo di un suo spazio, in competizione con il presidente della Regione, il già renziano Stefano Bonaccini. “Il giudizio su Renzi – spara – è stato dato dagli elettori, ma anche quello su Prodi, Bersani, Errani. Nessuno s’è salvato”.

Trincea Rignano, Firenze & C. Attorno. M5S e Lega mordono

Sulla porta della locale sezione del Pd campeggiano i risultati elettorali. Sembrano affissi quasi per un monito, una sorta di messaggio: qui è andata bene. Sono evidenziati i numeri di Camera e Senato: 36,47% e 37,03% con i nomi di Luca Lotti e Dario Parrini, eletti in questo collegio. Loro ce l’hanno fatta. Come ce l’ha fatta Matteo Renzi a Firenze. Seppure il partito abbia perso anche da queste parti. A Rignano ha ceduto ben dieci punti percentuali rispetto alle politiche del 2013. Ma da allora a oggi molto è cambiato. “Magari ragionassimo come ai tempi di Bersani”, si lascia sfuggire un militante.

La sezione ieri è rimasta chiusa. Come il bar accanto. E in piazza piove. Così un gruppetto di anziani si ripara sotto al portico per ammazzare il tempo. La piazza di Rignano sull’Arno è rimasto l’unico perno certo per i dem renziani. Da qui tutto è iniziato. È il feudo di Tiziano e Matteo. Nel 2013 non esisteva altro al dì fuori della famiglia del boy scout. Da qui è partita l’ascesa al soglio governativo. E il renzianesimo si è diffuso ovunque in Italia. Con una rapidità estrema. E con la stessa rapidità si è ritirato. Tornando nei confini della Toscana, confini sempre più striminziti perché domenica il Pd di Matteo Renzi ha perso altre roccaforti, dopo quelle cedute alle scorse amministrative. Lucca, Livorno, Arezzo, Massa, Pisa. Restano solamente i collegi di Empoli e di Firenze, dove si salva lo stesso ex rottamatore che, ironia della sorte, finisce eletto a Palazzo Madama. Anche Rignano era andata persa lo scorso maggio, a seguito dell’inchiesta Consip che vede indagato papà Tiziano. Una parte importante del partito, guidata dal sindaco Daniele Lorenzini, ha lasciato il Pd in polemica proprio con il decisionismo renziano. E il primo cittadino uscente si è ripresentato da solo con una lista civica, contro i dem, vincendo. Ieri pomeriggio Lorenzini era al suo studio medico in Paese. “Sono contento della partecipazione”, dice. I risultati di Rignano “non mi sorprendono: il M5S ha fatto un altro buon risultato dopo quello del 2013, mentre il centrosinistra paga divisioni e la fine di un progetto politico comune”. E Lorenzini ricorda il precedente di Rignano come avvisaglia anticipatrice di quanto accaduto domenica. “Lo scorso anno, proprio a inizio di marzo, vidi nella direzione Pd quel che è accaduto oggi: una classe dirigente che ha pensato soprattutto a sè stessa allontanandosi dal suo popolo”.

Lorenzini era amico personale di Tiziano Renzi. Ma non vuole parlarne. Sembra quasi un’epoca fa. Si dice però dispiaciuto nel “vedere questi risultati”. Il Pd ha perso “dieci punti in cinque anni fa, risultando il terzo peggior score assoluto di quest’area geografica”.

C’è poi l’avanzata del Movimento 5 Stelle che ha raggiunto il 22,95 e il vero e proprio exploit della Lega di Salvini con il 12,70%. Da queste parti, per capirci, il Carroccio non esisteva. Dal panettiere al pizzicagnolo, dall’edicolante al barista della stazione nessuno sa chi ha votato Lega e soprattutto nessuno ne conosce mezzo, di leghista. Ed è così in molte altre zone della Toscana. In quella Regione un tempo rossa, cuore pulsante del centro roccaforte del centrosinistra e ora invece diventata terra di conquista dei nuovi barbari leghisti. “Ma resistiamo, resistiamo”, grida Guido, fermandosi a leggere i risultati affissi alla sezione. “Tiziano passa oggi?”. No. “Non passa, non passerà”. E Lotti? Il ministro dello Sport da queste parti s’è visto l’ultima volta prima delle amministrative per dieci minuti. Poi mai più. E seppur sia uno dei pochissimi sopravvissuti alla débâcle del Pd, ieri si è limitato a dei ringraziamenti su facebook: “Vorrei dire 64.252 volte grazie”. E ammette: “Resta l’amarezza per una sconfitta pesante del Pd”. Ma lui s’è salvato. Lui ce l’ha fatta. Nel feudo renziano. Ultimo fortino.