La Puglia non è più terra di notabili: siluro al Conte Max

Ci sono mille modi per mettere la parola fine a una carriera politica. Si può sbagliare, essere l’oggetto di critiche feroci, assaporare l’amaro della sconfitta. Ma l’umiliazione no. Chi, come Massimo D’Alema, ha esordito a 9 anni da “Pioniere” leggendo un breve discorso a un congresso del Partito comunista scrutato dallo sguardo di ghiaccio di Palmiro Togliatti, il Migliore, non può essere sconfitto col 3,9%. E nella “sua” Puglia, il Salento, la terra che lo elegge deputato da una trentina d’anni. A ventiquattr’ore dal giorno che ha terremotato la politica italiana, “il conte Max” sale in auto e abbandona Lecce. Direzione Roma. Per riflettere. Ha seguito la marea di exit poll, proiezioni e dati reali dalla sua stanza dell’Hotel Tiziano, un quattro stelle alle porte della città, insieme a sua moglie Linda Giuva. Una notte d’inferno ad assistere al trionfo dei cinquestelle, al tracollo del Pd e al miserevole flop di Liberi e Uguali. Alle due lo schermo della tv riflette un Enrico Mentana con lo stupore stampato sul volto: “Nel suo collegio D’Alema è al 3%”. Gelo in studio. E freddo polare il giorno dopo, a dati certi e ufficiali.

Collegio Nardò Casarano, la cinquestelle Barbara Lezzi sbanca col 39,8%, seguita da Luciano Cariddi, centrodestra, al 35,1, terzo posto, col 17,3%, a Teresa Bellanova, centrosinistra. Ex sindacalista, ex viceministro allo Sviluppo, ma soprattutto ex dalemiana, aver perso con lei è la parte più indigeribile della sconfitta. “Era una ultrà del dalemismo – ricorda il giornalista Peppino Caldarola – non potevi fare una critica, una battuta, una innocente ironia su Massimo, che lei andava su tutte le furie”. Ora, garantita da un posto sicuro in Emilia, l’ex viceministro maramaldeggia. “Mi pare evidente che alla sinistra del Pd non avanzi alcunché di messianico premiato dall’elettorato”. “L’ho detto mille volte a Massimo, ma chi te lo fa fare? Sei stato segretario del partito quando ancora lo scrivevamo con la maiuscola, da primo ministro hai stretto le mani dei potenti della Terra e ti vieni a infognare qui. Fatti dare almeno un paracadute in un collegio sicuro. Niente”. Il vecchio amico pugliese che non vuole essere nominato, ci offre un caffè e il ricordo dei suoi inutili accorati appelli. “Preferisco le sfide alle fughe. Che pena quei poveretti felici di essere già eletti dopo la nomina al tavolo delle candidature”, ha confidato D’Alema a Luca Telese in una intervista a Panorama. Quindi nessun collegio blindato a garanzia, ma non solo perché lui, l’ex presidente del Consiglio, adora le sfide (al punto da chiamare così alcune etichette dei vini prodotti nella sua tenuta in Umbria), ma per un motivo più antico. La fiducia nella Puglia e nei suoi elettori, al di là dei terremoti elettorali nazionali, al di là dei partiti e delle bandiere. Una volta, nel secolo passato, si chiamava legame del politico-notabile col territorio. Questa è la terra di Pinuccio Tatarella, il “ministro dell’armonia” ai tempi del primo Berlusconi, che tutti frequentava e tutti conosceva, dal barista di paese al barbiere. Anche Nichi Vendola lo stimava e cercò, inutilmente, di imitarlo. È terra di Aldo Moro, di Rino Formica, gente che a Roma contava molto, ma qui, tra masserie, uliveti, spiagge e paesi di pietre bianche, aveva le radici.

“Non ho paracadute né pluricandidature. Deciderete voi”. “Mi sono messo in gioco perché la richiesta è arrivata da questo territorio. È Lecce che ha chiesto a Roma”. Il cronista ha seguito più di un comizio di D’Alema nella sua terra e ha visto all’opera un personaggio molto diverso da come lo conosciamo tutti. “Metto a disposizione del Salento la mia esperienza. Qui mi candidai trent’anni fa e raccolsi più di 100 mila voti. Mi sono ripresentato sempre di fronte agli stessi elettori e sempre con la coscienza tranquilla. Non ho bisogno di andare al Tar perché mi ascoltino”. Insomma, sono uno di voi, vi conosco tutti, a Roma conto e sono ascoltato, posso proteggervi. Così parla un “notabile”. Ma di un secolo fa.

De Luca jr è fritto: a Sud Salerno guida la rivolta al ‘sistema’

“Insopportabile”. La giovane barista salernitana riduce la questione politica a puro sentimento: Salerno non ne poteva più di De Luca. Troppo Vicienz, che fino a ieri era “patr a me” (“Vincenzo è il mio papà”, dicevano i fedelissimi) non si è accorto di aver esondato. La sua famiglia ha allagato la città e la regione e Piero, il giovane avvocato esperto di diritto lussemburghese, il prediletto malgrado un processo per bancarotta, rotola nel fiume di un rancore improvviso e definitivo. Terzo su 4 contendenti dell’uninominale, una percentuale questa sì insopportabile – 23,13 – per un cognome che teneva incollato sul suo petto fino all’80% dei voti. È la svolta di Salerno. La seconda dopo quella del secolo scorso. È sempre Salerno che annuncia la rivolta del Sud ribelle al sistema. Oggi e così improvvisamente rinunzia al padrinaggio del Pd e rifiuta anzi brucia la tessera forzista con la quale in ben tre tornate politiche ha battuto cassa.

La città del feudo, la roccaforte con la quale il papà ha controllato e governato municipio e aziende pubbliche, mix perfetto per balzare in Regione e da qui pompare soldi (un miliardo di euro in arrivo!) e irrobustire i canali irrigui del consenso, oggi è zuppa di pioggia. Ora Salerno, e con lei il sud volge lo sguardo ai 5stelle a cui tributa una messe spropositata di voti, e lo fa più per rancore con quegli altri, tutti gli altri, che per convinzione. Il candidato di Di Maio, Nicola Provenza, un borghese di solide tradizioni democristiane, strapazza Piero, il predestinato, e lo doppia nel consenso. La fiumana spalanca la città al nemico più odiato, Giggino come lo chiama per sbeffeggiarlo De Luca Papà. Ed è questa forse la vergogna più insopportabile. Oggi Salerno è muta e Piero ha chiuso il portone della sede, e deve sperare nel paracadute del proporzionale (primo in lista a Caserta) per un ripescaggio in extremis. Pare un’azione di bonifica territoriale che qui ha il suo centro di gravità permanente, l’espressione più potente di cosa sia un potere efficiente ma minuziosamente clientelare, familistico.

Salerno si piega e quasi travolge anche Marco Minniti, qui capolista del listino, che deve fare i conti con i resti per garantirsi la permanenza in Parlamento. E il torrente si fa fiume perché non c’è area, territorio o comune dove il partito della sinistra di governo regga. L’unico luogo in cui i cinquestelle si fermano, l’area del Cilento, è il posto in cui il centrodestra issa la sua solitaria bandierina contro il candidato Pd, l’ex sindaco di Agropoli Franco Alfieri, bollinato come “frittura di pesce”, indicato dal conducator De Luca come il più esperto nella pratica dello scambio corpo a corpo. Vota e mangi, o vota e lavora. L’offerta dal fondale culinario nulla ha potuto contro un movimento di ribellione silenzioso ma così vasto che ha abbattuto anche il richiamo al luccichio delle royalties. Pochi chilometri a est del Cilento c’è la Lucania, detenuta da un’altra famiglia, quella dei Pittella, l’uno presidente dei socialisti europei e l’altro governatore.

Terra di estrazione petrolifera, di distribuzione di benefit, i diritti che le compagnie lasciano al territorio. Il Pittella più noto ha conosciuto il ko tecnico, sparito dai radar nella sua roccaforte. Ha perso contro un candidato reietto, il presidente del Potenza Calcio, imprenditore accusato di reati finanziari, a cui Di Maio ha tolto il patronage.

Pittella è stato sconfitto da un impresentabile perché il Pd, nel Mezzogiorno è divenuto impresentabile per definizione. La Campania si tinge di arancione, come la Puglia, la Basilicata e la Calabria. Niente da fare, questa volta lo tsunami è stato improvviso e potente e ha divelto, insieme al potere del Pd, la vecchia burocrazia del centrodestra che qui aveva feudi e voti. In Calabria, Gasparri e Alemanno, quando militavano in Alleanza nazionale, avevano una cassaforte di consensi: oggi, zero. E 28 su 28 collegi è dunque il risultato siciliano, l’isola del sorriso berlusconiano, la terra della religione arcoriana, che ora passa al M5S.

Il Mezzogiorno si sveglia e porta, con la Sardegna, il senso della sua protesta disperata. Certo, il reddito di cittadinanza, il bonus che Di Maio ha promesso, è leccornia per l’esercito di disoccupati. Ma da solo i soldi non spiegano tutto. De Luca, per tornare a Salerno, aveva appena staccato un assegno da un miliardo, eppure.

Il cappotto M5S in tre regioni: Puglia, Sicilia e Sardegna

Quello del centrodestra in Sicilia del 2001 è rimasto giustamente famoso. Ci si riferisce al “cappotto”, al 61 a 0 con cui i berlusconiani umiliarono il centrosinistra guidato da Francesco Rutelli. Ecco, in queste elezioni il Movimento 5 Stelle ha fatto “cappotto” in tre grandi regioni e in due piccolissime: in Sardegna (42,5%), in Puglia (44%), in Sicilia (49%), dove il centrodestra aveva appena eletto il governatore, in Molise (44,8%) e Basilicata (44,3%). Come si vede, tutte regioni del Sud, mentre il centrodestra s’è aggiudicato tutti i collegi in Veneto e Friuli-Venezia Giulia.

In Sardegna ad esempio – dove va almeno registrata una Lega all’incredibile percentuale dell’11% – il velista “grillino” Andrea Mura (il primo italiano a vincere la storica regata in solitario “Route du Rhum”) è riuscito a battere largamente persino un candidato forte come l’ex governatore sardo Ugo Cappellacci (Forza Italia), che comunque ha il paracadute del proporzionale. Non è la sola vittima eccellente dell’onda a 5 Stelle in Sardegna: il presidente del Consiglio regionale, Gianfranco Ganau, democratico, nel collegio Nord per il Senato è arrivato addirittura terzo con il 19% dietro alla scrittrice Maria Vittoria Bogo (M5S) e al giornalista Antonio Moro (centrodestra).

Anche in Sicilia il cappotto grillino ha dell’incredibile persino in territori a forte presenza mafiosa. Il caso più emblematico è quello di Piera Aiello, testimone di giustizia e candidata “senza volto” nel collegio uninominale di Marsala: nel feudo di Matteo Messina Denaro la candidata non ha potuto né mostrare la faccia né avere con gli elettori incontri ravvicinati, ma è risultata eletta col 51,2% dei voti (20 punti in più di Tiziana Pugliese di Forza Italia mentre la deputata uscente Pamela Orrù, centrosinistra, s’è fermata al 13,5).

La sopravvissuta Boschi si prende Bolzano. Ma sulle Alpi i democratici finiscono quarti

Matteo Renzi perde. Maria Elena Boschi vince. L’unica macchia rossa nella cartina tutta azzurra del Nord è proprio qui, a Bolzano. Dove l’ex ministra simbolo del renzismo è stata candidata. Paracadutata da Roma. Eppure il centrosinistra non crolla. Anzi, perde posti, ma quasi regge. “Bolzano è un piccolo segnale di speranza per il Pd”, cerca di risollevarsi il giovane segretario provinciale, Alessandro Huber. Merito anche dell’alleato Südtiroler Volkspartei (Svp), locomotiva macina voti che trascinerebbe chiunque. Boschi ha vinto con il 41,23%, davanti a Michaela Biancofiore (24,99) che però è soddisfatta: “La candidata Pd ha perso migliaia di voti, noi abbiamo guadagnato”. Al Senato Gianclaudio Bressa passa con il 43,23. Nel 2013 la coalizione Pd-Svp superò il 47%. “Ma allora”, ricorda Bressa, “c’erano i Verdi che oggi sono con Liberi e Uguali”. Era stato il primo scricchiolio. Poi c’è stato l’addio di una quindicina tra dirigenti e amministratori Pd capitanati da Roberto Bizzo, presidente del Consiglio Provinciale, scontenti per la candidatura Boschi. Vero, poteva andare meglio, ma anche peggio. Il Pd nel collegio – con forte componente italiana – scende dal podio: Svp raccoglie il 26,39%, ma il M5S è lì vicino (20,28% e primo a Bolzano città). Terza la Lega al 14,73. Il Pd è quarto (13,03). La Svp ha vinto, ma non stravinto. Ha fatto l’en plein, compresi due discendenti delle sue dinastie di potere: Meinhard Durnwalder, nipote dello storico leader Luis, e Julia Unterberger, figlia di Siegfried (già capo Svp a Merano) ed ex moglie di Karl Zeller (per 24 anni parlamentare Svp). Ma c’è chi, come Oswald Schiefer – responsabile Svp nel collegio di Boschi – parla chiaro: “Avevo criticato l’operazione Boschi, ma ce la siamo cavata benino. C’è, però, un calo dell’affluenza e ci sono tante schede bianche”. Il 10% in alcuni comuni. I sudtirolesi dei partiti più intransigenti non avevano un candidato proprio e così hanno votato bianca. Oppure, sostiene qualcuno, hanno messo la croce su Lega e M5S.

Ma a ottobre sarà diverso. Si voterà per le provinciali, il potere vero. Ci saranno tutti. E l’alleanza Pd-Svp trema. La Volkspartei è partito leale, ma anche pratico. I democratici non sono più cavallo vincente. Già qualcuno apre al M5S anche se il segretario Svp, Philipp Achammer, smentisce: “Senza l’accordo oggi a Roma saremmo rappresentati da persone che hanno idee diverse sull’autonomia”.

Strano voto per i bolzanini di lingua italiana: in Alto Adige vincono Boschi di Arezzo e Bressa di Belluno, seppure trapiantato qui. Intanto la bolzanina Biancofiore (Forza Italia) passa in Emilia e nel Lazio potrebbe toccare al conterraneo Filippo Maturi (Lega). La strana geografia della politica.

Ma questo voto soprattutto ha scavato un confine profondissimo tra le province di Bolzano e Trento, in mezzo alla piana dell’Adige e ai suoi vigneti. Dove il centrodestra fa cappotto. Sparisce il Pd. Perde Lorenzo Dellai, sindaco e presidente della Provincia dal 1990 al 2012: “Preoccupa quello che potrà accadere da noi: il Trentino è sempre più lontano politicamente da Bolzano”.

Collegi, una Caporetto dem: fuori Minniti e Franceschini

Vittorio Sgarbi l’ha presa con la proverbiale pacatezza: “Ora ve la prendete in culo, Acerra non è un collegio, ma un territorio di disperati”. Il critico d’arte è stato surclassato da Luigi Di Maio in uno degli scontri più curiosi dell’uninominale. Ad Acerra, appunto, non c’è stata partita: 43 punti di distacco a favore del 5Stelle (63,4% a 20,3). Ma al di là del folklore, dai corpo a corpo nei collegi è uscita un’altra fotografia della catastrofe del Pd. La misura della sconfitta è anche nel nome dei caduti.

I ministri. Perdono in massa i ministri uscenti: Dario Franceschini nella sua Ferrara, Marco Minniti a Pesaro, Valeria Fedeli a Pisa, Roberta Pinotti a Genova, Claudio De Vincenti a Sassuolo. Quest’ultimo – subentrato in extremis a Gianni Cuperlo – è l’unico senza paracadute: non sarà eletto. Gli altri erano blindati nei listini proporzionali, ma certi tonfi nei collegi sono comunque clamorosi. Come quello di Minniti, che correva nel collegio sicuro di una città da sempre di sinistra. È arrivato addirittura terzo: a Pesaro vince Andrea Cecconi dei 5 Stelle, uno degli ex parlamentari coinvolti nella figuraccia dei rimborsi non restituiti. Un “non candidato”, in pratica: dopo le elezioni sarà allontanato dal Movimento.

Anche De Vincenti e Pinotti arrivano terzi. Rispettivamente a Sassuolo (dove vince il centrodestra) e Genova (dove vincono i grillini): altri due territori una volta rossi.

Nazareno. Cadono in molti, tra i dirigenti renziani: perde Matteo Orfini a Roma, al terzo posto nel collegio periferico di Torre Angela. E perde con oltre 16 punti percentuali di distacco da Lorenzo Fioramonti (36,6%), il professore di Economia indicato da Di Maio come ministro dello Sviluppo Economico in un eventuale governo dei 5 Stelle. Perdono Debora Serracchiani e Stefano Illy a Trieste, la prima alla Camera e il secondo al Senato; perde Stefano Esposito a Torino (e annuncia l’addio alla politica), perde Andrea Marcucci nel collegio Toscana 5, surclassato dal forzista Massimo Mallegni, ex sindaco di Pietrasanta: oltre 12 punti di distacco, 38,6% a 25,9. Clamoroso il tracollo di Gianni Pittella, capogruppo dei socialisti all’Europarlamento. Crolla nella sua Basilicata, nel collegio senatoriale di Potenza, dove stravince il Movimento 5 Stelle con Saverio De Bonis (43%). Pittella è addirittura terzo con il 21,3%. Niente da fare per Lucia Annibali, l’avvocatessa simbolo della lotta alla violenza di genere, sconfitta a Parma dalla candidata di centrodestra Laura Cavandoli. Cadono, tra gli altri, anche gli ex ministri Cesare Damiano e Giuseppe Fioroni.

Superstiti. L’ha riconosciuto lo stesso Matteo Renzi nella conferenza stampa di ieri pomeriggio: ora gli resta solo il seggio da senatore, e il voto dei concittadini. A Firenze ha vinto con ampio margine (43,9 a 24,6%) la sfida con l’economista euro critico Alberto Bagnai, candidato della Lega. Vince agilmente nel suo collegio anche Paolo Gentiloni, piazzato nel collegio più centrale (e più congeniale al Pd) di Roma: il premier raccoglie il 42% contro il 30,8 di Luciano Ciocchetti (centrodestra). Nessuna sorpresa, nei rispettivi seggi blindati, per Maria Elena Boschi (domina a Bolzano su Michaela Biancofiore) e Graziano Delrio (vince in casa a Reggio Emilia con 7 punti di vantaggio su Maria Edera Spadoni, M5S). Un’altra sfida simbolica era quella di Pier Carlo Padoan nella Siena del Monte dei Paschi. Il ministro dell’Economia ha rischiato una sconfitta clamorosa contro il responsabile economico della Lega Claudio Borghi, ma alla fine ha retto: vince 36,1% a 32,2. Avanti nel collegio di Roma 2 anche Marianna Madia. Era blindato pure Luca Lotti ad Empoli, dove è stato eletto senza patemi. Poi c’è qualche dato paradossale. Entrano con agio in Parlamento due dei candidati più discussi del centrosinistra. Pier Ferdinando Casini e Beatrice Lorenzin. La loro lista – Civica e popolare – è stata un disastro, la loro presenza ha spostato a destra la barra della coalizione (chissà a quale costo) ma loro vanno avanti. Erano stati blindati in due collegi sicuri: Bologna e Modena.

L’eterno Bruno Tabacci è uno dei grandi superstiti di Montecitorio. Si è guadagnato la sopravvivenza sul campo, in uno dei collegi di Milano, uno dei pochi territori in cui il Pd ha salvato la faccia (eletti anche Mattia Mor – che ha sconfitto il fedelissimo di Salvini Alessandro Morelli – Lia Quartapelle e Tommaso Cerno). Poi c’è +Europa che resta fuori dal Parlamento come lista, ma elegge Emma Bonino e Riccardo Magi. L’ex ministra ha capitalizzato la sua onerosa campagna elettorale nel seggio del Senato di Roma 1 (centro), battendo di 6 punti (38 a 32) il candidato di centrodestra Federico Iadicicco. Magi si è imposto sempre nella Capitale (nel collegio Gianicolense) sconfiggendo di misura Olimpia Tarzia (centrodestra) e l’ex “Iena” Dino Giarrusso (5Stelle).

Giornalisti. Giarrusso non è l’unico giornalista caduto sul campo. Nei 5Stelle non ce l’ha fatta nemmeno Gianluigi Paragone (che però ha il paracadute del listino bloccato): è stato battuto a Varese dal leghista Stefano Candiani. Praticamente un plebiscito: 49 a 23%. Disastrosa la performance della renziana Francesca Barra a Matera: ha raccolto appena il 17,5%, è terza nel collegio dominato dal 5 Stelle Gianluca Rospi.

Diversi altri giornalisti invece ce l’hanno fatta: il già citato Tommaso Cerno, ex condirettore di Repubblica con il Pd a Milano; Giorgio Mulè, ex direttore di Panorama, col centrodestra a Sanremo; Primo Di Nicola (ex direttore de il Centro) ed Emilio Carelli (Sky Tg24) con i Cinque Stelle, rispettivamente nei collegi Abruzzo 1 e Roma Fiumicino di Senato e Camera.

Esclusi e vincenti. I grillini vincono anche quando non dovrebbero correre. Alcuni dei candidati scomunicati dal Movimento hanno dominato i propri collegi: il già citato Cecconi, il presidene del Potenza calcio Salvatore Caiata (fuori dal Movimento perché indagato, ma dominatore nel collegio della sua città), l’ex massone Catello Vitiello (primo a Castellammare di Stabia) e Antonio Tasso, cacciato a causa di una vecchia condanna, ma vincitore nel collegio di Cerignola.

Disastro Leu. Nel “cappotto” dei 5 Stelle al Sud spicca la vittoria di Barbara Lezzi nel collegio senatoriale di Nardò, in Salento. La grillina (39,8%) ha messo in fila l’ex sindaco di Otranto Luciano Cariddi (centrodestra, 35,1%), la viceministra renziana Teresa Bellanova (17,3%) e soprattutto Massimo D’Alema, malinconico quarto con il 3,9% e lo straccio di 10.552 voti. Per l’ex premier di Gallipoli è una delusione tremenda nel collegio di casa. Non che gli altri leader di Liberi e Uguali abbiano fatto tanto meglio. Deludenti Pietro Grasso a Palermo (5,8%), Laura Boldrini a Milano (4,5%) e Pier Luigi Bersani a Verona (4%). Un po’ meglio Vasco Errani e Anna Falcone nella rossa Bologna (8,6%) e Roberto Speranza a Potenza (6,8%).

I “mercati” si aggirano in tv ma Cerasa teme Lega-M5S

Si capisce che è successo qualcosa di grosso quando uno del Sole 24 Ore in collegamento con Porta a Porta lacera l’immacolata immagine di un governo di continuità: “Aspetterei la reazione vera dei mercati”. La democrazia, questo fastidioso ostacolo tra i ricchi e i soldi, ha messo in moto la sua dialettica. Ai desk degli studi Tv i commentatori schierati con tablet e calcolatrice affrontano la notte con baldanzosa freschezza. Sono girati degli exit-poll nel pomeriggio che davano il M5S e la Lega in testa, ma per fortuna erano falsi.

Alle prime proiezioni, quelli che fino a poco prima avevano creduto agli instant-poll (affidabili quanto un rilevamento dal fornaio) improvvisamente non credono al conteggio di schede vere nel 12% dei seggi.

D’Alimonte, politologo fautore del Sì al referendum renzistissimo, su Sky Tg24 è il primo a pronunciare l’impensabile: “Dobbiamo calcolare maggioranze che comprendano i 5stelle”. Deve essere una specie di segnale perché da questo momento una cappa di gelo scende negli studi Tv dove da 4 anni si celebra il renzismo di sfondamento.

Alla maratona de La7, Claudio Cerasa, che sul Foglio ha pubblicato appelli a votare Pd o Bonino firmati dai più grandi intellettuali ex berlusconiani viventi, è tramortito. Prospetta un’alleanza 5Stelle-Lega per tentare un terrorismo da esprit d’escalier: “Ipotesi veramente impressionante”, continua a ripetere, inebetito, digitando a caso sull’abaco digitale.

A Porta a Porta c’è Rosato; proprio lui, quello che ha inventato la legge elettorale con cui il suo partito ha perso. Col Pd sotto il 20%, pronuncia tetragono: “Non siamo interessati a fare un governo coi 5S”, nemmeno se come accadrà questi non glielo proporranno. Parapiglia in studio. Non avendo niente da dire, tutti si interrogano su che fine faranno i voti dei partiti sotto il 3%. Ignazio La Russa, che già si vedeva al governo con Minniti (sconfitto a Pesaro) in una riedizione di Vogliamo i colonnelli, spiega a Rosato cosa prevede il Rosatellum, la legge che prende il nome da Rosato. Il quale inopinatamente sorride. All’apparir del vero del 19%, entra nella fase freudiana della negazione: “Io non sono così pessimista”. Forse non lo hanno informato. Forse stanno cercando il modo di dirglielo mentre i paramedici dietro la poltrona gli iniettano Valium nell’ago cannula.

Intanto “l’esperto di sistemi elettorali” spiega come gli italiani abbiano votato in modo errato rispetto alle sue previsioni. Su Rai3 un politologo dà la colpa a Leu per il crollo del Pd, dal che si evince che il politologo è il mestiere più difficile del mondo: si rischia continuamente il surmenage cerebrale.

Alle 2 di notte compare una cartina dell’Italia. Vespa urla: “La Boschi dove sta??”. Qualcuno risponde “a Bolzano, è passata” (proveranno a vendercela come una strepitosa affermazione personale e non come il frutto di un accordo tra col Svp per accollarsi la miracolata). Vespa si rincuora e perde due costole nell’inchino impercettibile che le dedica. Mario Lavia della trucidata Unità sfida i 5S a fare un governo, se ne sono capaci. Un po’ come Fassino aveva sfidato Grillo a fondare un partito per “vedere quanto prende” (ah: il 32,6%).

Ora il Pd è al 18,3%, un punto in più della Lega. Ricordiamo, lontane, le parole del leader della Leopolda: “Non lasceremo il partito a quelli che vogliono riportarlo al 25%”.

Cazzullo ha lasciato la canasta per venirci a riferire che Gentiloni “piaceva perché non era Renzi”, il che ha già cominciato a costituire un pregio di per sé per un essere umano. Zucconi a RepTv dice che “Renzi va sostituito”. Beato cinismo. Circola una foto di Renzi sul sedile posteriore di un’auto: ha la camicia bianca dei giorni gloriosi aperta sul petto fino al terzo bottone, come se avesse già preparato il collo per la forca.

Al mattino, Lavia ha la forza di parlare su Sky: “Mattarella è preoccupato”, rivela; traccia “uno scenario terribile di ingovernabilità”, avvisa che “il Paese si è messo in mano a forze incontrollabili”. Insomma poteva andar peggio. Concede: “Il Pd riconosce la legittimità di questa vittoria”; del resto l’alternativa sarebbero i carri armati, e non ce li vediamo Lotti e Bonifazi a scegliere brani di musica classica da mandare in onda al posto delle trasmissioni.

L’elettore comincia ad avere davvero paura, ma non per i mercati: per i post strappalacrime di Renzi che dovrà sorbirsi da qui a quando l’ex statista deciderà finalmente a quale disciplina dedicare i suoi talenti.

Addio al partito di Mediaset

Il partito Mediaset è defunto la scorsa notte con il sorpasso leghista su Forza Italia e la dissoluzione del renzismo. Già lunedì mattina, la Borsa ha certificato l’addio a un’epoca di larghe intese e di influenza diretta di Silvio Berlusconi in politica: il titolo del Biscione ha ruzzolato nei listini per l’intera giornata e si è fermato a -5,5 per cento.

Il debutto in Senato di Adriano Galliani, dal ‘79 fedelissimo collaboratore del Cavaliere, è un flebile deterrente al pessimismo che circonda l’azienda in un momento cruciale. Il principale argomento è sempre il rapporto con Vivendi, azionista di riferimento di Telecom e al 28,8 per cento di Mediaset. Il governo di Paolo Gentiloni – interlocutore apprezzato da Fedele Confalonieri, eterno presidente di Cologno Monzese e nostalgico al pari di Gianni Letta del patto che fu siglato con Renzi al Nazareno – ha affrontato (aggredito?) la società di Vincent Bolloré su più temi: il progetto per lo scorporo della rete di Telecom, la multa per la mancata notifica del controllo sempre in Telecom e la mannaia dell’Autorità per le comunicazione che ha ordinato a Bolloré di ridurre la presenza a Cologno Monzese o nel gruppo telefonico entro la metà di aprile. Mediaset pretende un risarcimento miliardario da Vivendi per la beffa sul contratto di acquisto di Premium, firmato e stracciato dai francesi, ma un accordo anziché una sentenza è più rassicurante per il futuro, soprattutto per sopravvivere in un mercato globale. Neanche Vivendi è insensibile agli equilibri di governo, tant’è che ha fissato per oggi – a urne ancora calde – il Cda per presentare i conti 2017 e il piano industriale, attende la sanzione da Palazzo Chigi (si parla di decine di milioni, non più centinaia) e prepara con ansia l’assemblea degli azionisti di aprile. Negli ultimi tempi, i dirigenti di Vivendi sono più prudenti e dunque più dialoganti col governo: temono assalti di fondi stranieri al fortino Telecom.

Galliani lascia la presidenza di Premium – la televisione a pagamento che genera perdite da un decennio – per un seggio a Palazzo Madama con il successo dei Mondiali scippati ai rivali della Rai e la questione irrisolta dei diritti tv del campionato di calcio.

Più debole e più scoperta, Mediaset dovrà trattare con gli amici spagnoli di MediaPro per ottenere un pezzo di serie A, necessaria per non spegnere Premium, dopo che l’esclusiva per la Champions League è tornata a Sky Italia. In Viale Mazzini, invece, è ancora bloccata la nomina dell’amministratore delegato di Rai Pubblicità, casella che interessa da vicino il Biscione e promessa al renziano Mauro Gaia. In sospeso c’è sempre la bozza di governo per l’operatore unico delle torri tv che include Rai Way, Ei Towers (Biscione) e anche denaro pubblico con la Cassa depositi e prestiti. Ieri a pranzo ad Arcore, Berlusconi non ha riunito i generali forzisti per esaminare il voto, ma i figli Pier Silvio e Marina, Confalonieri, Galliani e l’ad Danilo Pellegrino (Fininvest). Soltanto dopo, ha ricevuto l’alleato Matteo Salvini.

Salvini vede B. e si blinda: salirà lui al Colle

Sarà dunque Matteo Salvini la carta che il centrodestra si giocherà come premier. Colui che potrebbe ricevere l’incarico per tentare di far raggiungere al centrodestra la maggioranza parlamentare. Perché se è vero che il candidato premier del centrodestra “sarà espresso dal partito più votato dalla coalizione” (Berlusconi dixit), i numeri hanno parlato chiaro: la Lega, insieme al M5S, è la forza politica trionfatrice di queste elezioni.

Quando, poco dopo le undici di ieri mattina, scende nella sala stampa di Via Bellerio a Milano, Salvini è raggiante. Ma anche tranquillo. E mette subito paletti. “L’ho detto in campagna elettorale che avrei ascoltato tutti e che parlerò con tutti, ma la squadra è quella del centrodestra. È una vittoria straordinaria che ci carica di orgoglio, gioia e responsabilità”, afferma davanti ai cronisti. Tre i punti fermi messi dal segretario. Il primo è l’esclusione di un accordo con i 5 Stelle, perché considerati “inaffidabili”. Su questo, però, la porta non sembra chiusa del tutto. Secondo punto è no a governi di scopo, a tempo, tecnici o istituzionali. “A esecutivi minestrone non partecipiamo”. Terzo, sarà lui il premier in pectore del centrodestra. “L’accordo tra di noi era questo, la nostra squadra è pronta. Ma non ho mandato liste di ministri al Colle via mail…”, ha aggiunto, punzecchiando Luigi Di Maio. Azzerata, con questo risultato, la minoranza interna. Tanto che pure Roberto Maroni gli rende merito. Dopo la conferenza stampa, incontro rapido ad Arcore con Berlusconi. E qui, dopo i complimenti di rito, è il Cavaliere a rassicurarlo sulla premiership. Poco prima il leader leghista ha ricevuto anche la sponda di Giorgia Meloni. “Diremo a Mattarella che l’incarico spetta a Salvini”, dice la leader di Fdi, che ha incassato un 4,3% al di sotto delle aspettative.

Oltre le più rosee, invece, quelle leghiste: 17,4% alla Camera e 17,6% in Senato, per un totale di circa 5 milioni e mezzo di voti, cui va aggiunto il trionfo di Attilio Fontana in Lombardia. Percentuali mai viste per la Lega, che sfonda nelle regioni rosse del centro e guadagna tanti voti al Sud. Basti dire che a Roma – proprio la “Roma ladrona” di un tempo – la Lega fa il 10%, addirittura il 13 a Tor Bella Monaca, superando Fratelli d’Italia.

“Salvini era sicuro del sorpasso. Ora andiamo a governare”, sono le voci che si alzano da Via Bellerio. Non sarà facile, però, trovare i seggi parlamentari che mancano al centrodestra. Per questo Salvini resta prudente. Sa di avere in mano il timone, ma vuole muoversi con estrema cautela, così da non irritare in alcun modo Sergio Mattarella.

Grasso schiera le poche truppe rimaste: “Dialogo con tutti, ma non con la destra”

Le ambizioni del “partito della riscossa” della sinistra si infrangono tristemente alla prima prova elettorale. L’asticella dello sbarramento del proporzionale viene superata di misura e tra le numerose glorie della sinistra solo l’ex procuratore Pietro Grasso non stenta nella sua Palermo. Pippo Civati, leader di Possibile, terza gamba della coalizione tripartita con Articolo Uno e Sel, ha perso la sfida impossibile nel tritacarne lombardo della Lega e resta fuori dal Parlamento.

Il risultato generale di LeU? “Nessuno si aspettava un cappotto del genere”, dice Civati a Radio Uno. Il segretario di Sel Nicola Fratoianni, strappa nel maggioritario in Toscana uno striminzito 6,2%, ma dovrebbe essere recuperato nel proporzionale, insieme a Laura Boldrini e Pierluigi Bersani. Massimo D’Alema si ferma a un avvilente 3,90% nel suo collegio storico di Nardò, battuto a casa sua da Barbara Lezzi, dei 5Stelle, Luciano Cariddi di Forza Italia, e Teresa Bellanova, candidata del Pd. Stop nell’uninominale anche per Boldrini. La presidente della Camera arriva solo quarta nel collegio Milano centro con il 4,6%, dietro a Bruno Tabacci, Cristina Rossello e Alberto Bonisoli. Va peggio a Pier Luigi Bersani, fermato al 4% a Verona. Pier Ferdinando Casini con il Pd, è stato eletto al Senato nel collegio uninominale di Bologna, con il 33,5%, molto avanti al l’ex governatore Vasco Errani, rimasto inchiodato intorno al 7%, ma recuperato nel proporzionale.

Il candidato di bandiera alle regionali lombarde, Onorio Rosati, paga la solitudine acquisendo solo il 2,4% dei consensi. L’ultimo baluardo per LeU è il poderoso traino di Zingaretti nelle regionali del Lazio: doveva essere un laboratorio della sinistra, potrebbe rimanere come un tentativo di ricomposizione con il Pd. A Roma ce la fa invece Stefano Fassina. Errori? “Quando si fallisce si fallisce tutti insieme e sulle liste non mi è piaciuto come sono state costruite” compita Civati. L’esperienza di LeU è finita? “Dovremo riflettere” commenta Fratoianni. Grasso pensa intanto a come far pesare l’esigua pattuglia parlamentare di LeU (14 deputati e 5 senatori) nel rompicapo della formazione del governo e si lascia le mani libere. “Con Di Maio c’è un confronto aperto e il luogo è il Parlamento” e anche con Pd e Matteo Renzi “noi non abbiamo problemi personali nei confronti di nessuno”. “Una cosa è certa – avverte Grasso – con la destra non siamo disponibili nemmeno a dialogare”.

Pasqua di consultazioni. Tre ipotesi al Quirinale

Crollano le vecchie case del bipolarismo della Seconda Repubblica, Pd e Forza Italia, ma il terremoto elettorale e politico del 4 marzo non scalfisce le granitiche certezze del Colle. Impassibile e paziente, per riassumere in due aggettivi la posizione del capo dello Stato. E appena infastidito per l’attacco esplicito di Matteo Renzi di ieri, sulla querelle del voto anticipato nel 2017. Al Quirinale non si dimentica che il segretario del Pd provò più volte a chiedere le elezioni – anche con il ricorso ai sistemi elettorali riformati dalla Consulta – in modo disordinato e confusionario, al punto da barcamenarsi tra le tendenze socialiste del francese Macron e quelle democristiano-teutoniche di Merkel. Insomma, non c’è nulla da aggiungere, oltre a un silenzio esplicito ed eloquente.

Piuttosto, nel caos di queste ore, Sergio Mattarella ha tracciato il calendario di quella che si appresta a essere una crisi lunga e inedita. Ché se la Seconda Repubblica si aprì in modo netto con un vincitore (Silvio Berlusconi), la Terza comincia – come previsto più volte dal Colle – all’insegna della Prima Repubblica proporzionale. Seppur con una nuova anomalia: tre blocchi anziché due più l’incognita della coalizione di centrodestra in cui l’amarezza berlusconiana fa da contraltare all’euforia di Matteo Salvini. In ogni caso, il capo dello Stato punta innanzitutto su una decisa fase preliminare di decantazione, come del resto impone la Costituzione. Tutto passa per il 23 marzo, quando le nuove Camere si insedieranno e avranno come compito l’elezione dei rispettivi presidenti. Quel giorno, giova ribadirlo, il premier Paolo Gentiloni si dimetterà e il suo sarà un governo in carica solo per il disbrigo degli affari correnti.

Per i presidenti di Camera e Senato, il Quirinale si aspetta un “accordo istituzionale” tra due dei tre blocchi esistenti. Cioè: M5s e Pd; M5s e centrodestra; Pd e centrodestra. Prima ancora però ci sarà bisogno di votare il presidente della Giunta provvisoria delle elezioni per la proclamazione degli eletti. E questo sarà un ulteriore segnale perché di solito questa e altre presidenze di giunte e commissioni sono assegnate a quella che sarà l’opposizione. Preso atto, quindi, dei nuovi vertici del Parlamento, trascorrerà un’altra settimana e il Colle comincerà le consultazioni per la formazione del nuovo governo.

Ossia il lunedì dell’Angelo, il giorno della tradizionale Pasquetta: il 2 aprile. In mancanza di una maggioranza chiara, neanche di centrodestra (anche se bisognerà aspettare l’esatta ripartizione dei seggi in base al sistema misto del Rosatellum per capire quali margini potrà avere un tentativo Salvini), l’unica strada percorribile sarebbe quella di trasformare l’accordo istituzionale per le presidenze di Camera e Senato in una maggioranza di governo, magari per un esecutivo di scopo. È una delle ipotesi elaborate dal Quirinale prima del voto, sulla base del corposo dossier fatto preparare sulla prassi seguita dai predecessori di Mattarella in 70 anni di storia repubblicana.

In ogni caso il Quirinale non sarà promotore di accordi né vorrà fare dell’attivismo presidenziale, in netta discontinuità con i nove anni di Giorgio Napolitano. Questo potrebbe contemplare, accanto alle ipotesi di un preincarico oppure di un incarico pieno, anche “un passo di lato”, come l’ha chiamato il costituzionalista Marco Olivetti su Avvenire, per favorire un’esplorazione del presidente di uno dei due rami del Parlamento, eletto appunto in base a un accordo istituzionale. Tenendo presente, però, che fra le tre combinazioni possibili ce n’è una che difficilmente potrebbe trasformarsi in maggioranza di governo. E cioè un accordo tra M5s e centrodestra. In pratica si eleggerebbero i presidenti e basta. La situazione, ovviamente, è ingarbugliata e il no a intese di scopo già proclamato da Salvini e Renzi potrebbe anche non rivelarsi un tatticismo del momento. Solo che a quel punto non resterebbe che lo scioglimento anticipato.