Ci sono mille modi per mettere la parola fine a una carriera politica. Si può sbagliare, essere l’oggetto di critiche feroci, assaporare l’amaro della sconfitta. Ma l’umiliazione no. Chi, come Massimo D’Alema, ha esordito a 9 anni da “Pioniere” leggendo un breve discorso a un congresso del Partito comunista scrutato dallo sguardo di ghiaccio di Palmiro Togliatti, il Migliore, non può essere sconfitto col 3,9%. E nella “sua” Puglia, il Salento, la terra che lo elegge deputato da una trentina d’anni. A ventiquattr’ore dal giorno che ha terremotato la politica italiana, “il conte Max” sale in auto e abbandona Lecce. Direzione Roma. Per riflettere. Ha seguito la marea di exit poll, proiezioni e dati reali dalla sua stanza dell’Hotel Tiziano, un quattro stelle alle porte della città, insieme a sua moglie Linda Giuva. Una notte d’inferno ad assistere al trionfo dei cinquestelle, al tracollo del Pd e al miserevole flop di Liberi e Uguali. Alle due lo schermo della tv riflette un Enrico Mentana con lo stupore stampato sul volto: “Nel suo collegio D’Alema è al 3%”. Gelo in studio. E freddo polare il giorno dopo, a dati certi e ufficiali.
Collegio Nardò Casarano, la cinquestelle Barbara Lezzi sbanca col 39,8%, seguita da Luciano Cariddi, centrodestra, al 35,1, terzo posto, col 17,3%, a Teresa Bellanova, centrosinistra. Ex sindacalista, ex viceministro allo Sviluppo, ma soprattutto ex dalemiana, aver perso con lei è la parte più indigeribile della sconfitta. “Era una ultrà del dalemismo – ricorda il giornalista Peppino Caldarola – non potevi fare una critica, una battuta, una innocente ironia su Massimo, che lei andava su tutte le furie”. Ora, garantita da un posto sicuro in Emilia, l’ex viceministro maramaldeggia. “Mi pare evidente che alla sinistra del Pd non avanzi alcunché di messianico premiato dall’elettorato”. “L’ho detto mille volte a Massimo, ma chi te lo fa fare? Sei stato segretario del partito quando ancora lo scrivevamo con la maiuscola, da primo ministro hai stretto le mani dei potenti della Terra e ti vieni a infognare qui. Fatti dare almeno un paracadute in un collegio sicuro. Niente”. Il vecchio amico pugliese che non vuole essere nominato, ci offre un caffè e il ricordo dei suoi inutili accorati appelli. “Preferisco le sfide alle fughe. Che pena quei poveretti felici di essere già eletti dopo la nomina al tavolo delle candidature”, ha confidato D’Alema a Luca Telese in una intervista a Panorama. Quindi nessun collegio blindato a garanzia, ma non solo perché lui, l’ex presidente del Consiglio, adora le sfide (al punto da chiamare così alcune etichette dei vini prodotti nella sua tenuta in Umbria), ma per un motivo più antico. La fiducia nella Puglia e nei suoi elettori, al di là dei terremoti elettorali nazionali, al di là dei partiti e delle bandiere. Una volta, nel secolo passato, si chiamava legame del politico-notabile col territorio. Questa è la terra di Pinuccio Tatarella, il “ministro dell’armonia” ai tempi del primo Berlusconi, che tutti frequentava e tutti conosceva, dal barista di paese al barbiere. Anche Nichi Vendola lo stimava e cercò, inutilmente, di imitarlo. È terra di Aldo Moro, di Rino Formica, gente che a Roma contava molto, ma qui, tra masserie, uliveti, spiagge e paesi di pietre bianche, aveva le radici.
“Non ho paracadute né pluricandidature. Deciderete voi”. “Mi sono messo in gioco perché la richiesta è arrivata da questo territorio. È Lecce che ha chiesto a Roma”. Il cronista ha seguito più di un comizio di D’Alema nella sua terra e ha visto all’opera un personaggio molto diverso da come lo conosciamo tutti. “Metto a disposizione del Salento la mia esperienza. Qui mi candidai trent’anni fa e raccolsi più di 100 mila voti. Mi sono ripresentato sempre di fronte agli stessi elettori e sempre con la coscienza tranquilla. Non ho bisogno di andare al Tar perché mi ascoltino”. Insomma, sono uno di voi, vi conosco tutti, a Roma conto e sono ascoltato, posso proteggervi. Così parla un “notabile”. Ma di un secolo fa.