Tutti lontani dal quorum: inutile la “compravendita”

La XVIII legislatura nasce con una mezza rivoluzione nelle urne. Non ci si riferisce al nuovo primato negativo dell’affluenza (73%), ma a un cambiamento di magnitudo tale da poter essere paragonabile al 1994, quando Silvio Berlusconi e Forza Italia rivoluzionarono il sistema politico italiano. Non si sa se questo è l’inizio di una Terza Repubblica, ammesso che ce ne sia stata una Seconda, ma di certo le mappe elettorali escono da questa tornata elettorale sconvolte. Quel che si può dire fin d’ora è: 1) l’Italia è divisa politicamente in due e non per caso (al Nord il centrodestra “leghista” e al Sud i 5 Stelle); 2) l’area che sui media mainstream viene indicata come a vario titolo “populista” è largamente maggioranza nel Paese; 3) il centrosinistra non esiste più analogamente a quanto successo in altri Paesi europei (Grecia, Olanda, Francia…) e riesce a perdere anche nelle ex Regioni rosse.

Va detto che questa rivoluzione nelle urne potrebbe non riuscire a produrre una soluzione istituzionale che la renda forza di governo. I numeri nel prossimo Parlamento (oggi il dato definitivo sugli eletti) e il gioco dei veti reciproci al momento non sembrano poter creare maggioranze. Le proiezioni sui seggi realizzati da Youtrend per Skytg24 dicono questo (il dettaglio nell’infografica): alla Camera, dove la maggioranza è 316, il M5S avrà 228 deputati; la coalizione di centrodestra 267 con la Lega primo partito con 124 onorevoli; il centrosinistra 118 e gli sparuti adepti di LeU 14. Al Senato – maggioranza a 161 – situazione analoga: M5S 113 eletti; centrodestra 136; centrosinistra 59 e LeU 5. Come si vede, esistono varie opzioni per formare un governo (M5S+Lega; M5S+Pd+LeU; centrodestra+Pd fino, ovviamente, all’ammucchiata totale), ma non è detto che esistano le condizioni politiche perché questo avvenga.

Tanto i 5 Stelle che il centrodestra guidato dalla Lega sono, peraltro, troppo distanti dalla maggioranza assoluta degli eletti per tentare di conquistare i voti che mancano con una classica “compravendita” porta a porta: a Salvini & C. mancano 50 voti alla Camera e 25 in Senato; ai grillini 88 deputati e 48 alla Camera. La numerologia parlamentare, però, è tema del futuro (la prima riunione delle Camere è fissata al 23 marzo), mentre i numeri delle schede li abbiamo sotto gli occhi ora e sono già significativi di per sé.

Quel che accade nel centrodestra, ad esempio, è epocale. Il sorpasso della Lega (17,4%) su Forza Italia (14%) sancisce la fine della centralità politica di Silvio Berlusconi, ma anche una mutazione genetica del partito di Matteo Salvini, ormai di fatto partito nazionale: la Lega triplica i voti del 2013 (mentre Forza Italia cala) e lo fa crescendo al Nord e conquistando percentuali rilevanti al Centro (alla Camera 19,2% in Emilia Romagna, 17,4% in Toscana, 14% nel Lazio) e più che dignitose al Sud (5,2% in Sicilia, 5,7% in Calabria, 6,2% in Puglia, 6,3% in Basilicata, 8,9% in Molise e 10,8% in Sardegna). I voti di Salvini, ci dice l’Istituto Cattaneo, oggi pesano per oltre il 50% nell’intera coalizione di centrodestra mentre nei momenti migliori di Umberto Bossi il Carroccio non era mani andato oltre il 30%.

Il primo partito è invece, per distacco, il Movimento 5 Stelle: 32,6% nazionale alla Camera; 32,2 al Senato. Un risultato clamoroso anche rispetto ai sondaggi grazie alla sorta di monocolore grillino uscito dalle urne nel Mezzogiorno: al Nord, infatti, il M5S cresce poco fermandosi tra il 21% della Lombardia e il 29% della Liguria (passando per il lusinghiero 25% circa di Veneto e Friuli Venezia Giulia e il 26% del Piemonte). Il Movimento non paga neanche il presunto “effetto Raggi” nel Lazio, si conferma primo partito nelle Marche e, da lì in giù, sbaraglia la concorrenza fino al 50% sfiorato in Sicilia.

Infine c’è il Pd (18,7%), che scende a percentuali nemmeno preventivabili perdendo 2.613.891 voti rispetto alle ultime Politiche, mentre la raffazzonata coalizione di centrosinistra si ferma al 22,8%, vale a dire sette punti in meno rispetto alla sventurata “Italia bene comune” di Pier Luigi Bersani. Non si sa se “è la fine della sinistra socialdemocratica”, come dice Nicola Fratoianni, pure membro di una lista socialdemocratica, ma di sicuro è la fine del centrosinistra di governo come era stato pensato dai tempi di Romano Prodi in poi.

Le prime analisi sui flussi – ad esempio quella dell’Istituto Cattaneo su alcune città (Brescia, Parma, Firenze, Livorno e Napoli) – dicono alcune cose interessanti: il Pd ovviamente, rispetto alle Politiche 2013, riversa voti un po’ in tutti i partiti, compresa la Lega; il Movimento 5 Stelle, invece, per la sua crescita attinge soprattutto dal voto democratico; se i grillini non sfondano nel Centro Nord è perché, mentre guadagnano elettori dal Pd, ne perdono comunque qualcuno in direzione della Lega di Salvini, la quale – dal canto suo – prende consensi da tutti, anche dal gran bacino dell’astensione. Scrive l’Istituto Cattaneo: “È un processo congruente con dinamiche che negli anni scorsi si sono osservate in occasione di elezioni comunali e che potrebbero far parlare del Movimento 5 Stelle come un ‘traghettatore’ di voti dal centrosinistra al centrodestra”.

Così fosse, l’interesse di Salvini e soci in questa fase iniziale della XVIII legislatura sarebbe quella di accomodarsi all’opposizione per giorcarsi la mano decisiva nel prossimo, probabilmente non lontano, turno elettorale. Con un’incognita: finita la centralità di Silvio Berlusconi, ci sarà ancora un elettorato di Forza Italia?

“Il più grave danno dopo l’Aventino: Matteo ha offeso 11 milioni di elettori, ora lasci”

“Renzi rischia di provocare una catastrofe democratica all’Italia e di far esplodere il Pd. Vuole impedire che il partito sostenga i 5Stelle, perché per sopravvivere a se stesso è disposto anche a provocare lo stallo del sistema politico”. Il segretario dimissionario ma non troppo del Pd ha da poco finito di parlare, quando il governatore della Puglia Michele Emiliano spiega al Fatto tutte le ragioni per cui dovrebbe farsi da parte, “e in fretta”.

Renzi ha attaccato duramente anche il Quirinale. E vuole gestire questa fase, “per impedire l’inciucio tra il partito e gli estremisti”. Il suo discorso potrebbe anche essere coerente, no?

Renzi offende 11 milioni di cittadini, molti dei quali prima votavano per il Pd. E mentalmente non è affatto dimissionario. La sua tesi è che nelle urne è stato un disastro solo perché gli italiani non lo hanno capito, non per i suoi errori. E uno così non lo convinci neppure se lo fai parlare con Mosè.

La botta è stata forte, può essere anche una reazione di pancia, comprensibile.

No, è la struttura di un giovane che ha provocato alla sinistra il più grave danno dopo l’Aventino. Con il suo no al cambiamento democratico può portare il Paese alla catastrofe.

Dice no ai principali avversari del partito. Ha un senso.

Lo fa solo perché non vengano intaccati certi interessi dello status quo. Si conferma come quello che doveva garantire tutto il vecchio, perché nulla cambiasse: questo è stato il renzismo. Ma il voto degli italiani lo ha travolto.

Il Pd è andato malissimo anche in Puglia, sotto la media nazionale. Non si sente corresponsabile?

In tutta sincerità no. Ho avuto difficoltà a convincere perfino i miei parenti a votare per il Pd, e le assicuro che mi ritengono un bravo amministratore. Tutto questo accade per colpa di Renzi: la gente gli ha votato contro.

Ma lei pensa che la gente voglia un governo con Di Maio e il Pd?

Io penso che sia l’unica strada per ripartire. Dobbiamo dare l’appoggio esterno a un governo dei 5Stelle, che con questa vittoria hanno diritto di governare. E dobbiamo esercitare la funzione di controllo sul programma. Altrimenti si salderanno alle destre. Proposi la stessa cosa nel 2013. Ma ai tempi il M5S non era maturo.

E ora invece lo è?

Nel discorso di Di Maio ho visto una piena apertura, una consapevolezza.

Ma il Pd non dovrebbe comunque avere ministri in un governo del M5S?

No, assolutamente, sarebbe un errore. La responsabilità di governare è loro.

I numeri sono strettissimi. E poi crede davvero che tutto il Pd sia propenso a questa soluzione?

Non lo so. Però sono convinto che tutti i parlamentari faranno di tutto per garantire un governo al Paese (sorride, ndr).

Per capirci: lei in queste ore ha parlato con i 5Stelle?

Assolutamente no. Ma farò di tutto perché riescano a formare un governo, a patto naturalmente che il presidente della Repubblica lo ritenga opportuno.

Prima ci sarebbe da rimuovere Renzi…

Lui si è dimesso, quindi non può più decidere. Come non è più legittimata a farlo la direzione. Ora spetta all’assemblea esercitare la direzione politica, nominando un organo direttivo che ci porti al congresso e alle primarie, da svolgersi dopo le amministrative.

Il segretario dimissionario potrebbe anche barricarsi.

Così potrebbe far esplodere il Pd. E renderlo un partito ancora più piccolo.

Pensa che stia preparando un suo partito?

Dipende da quanto amore avrà per il Pd. Veltroni e Bersani lo dimostrarono dimettendosi. Non so se lui saprà farlo.

 

La minoranza Pd lo chiama, Di Maio già lusinga il Colle

La vittoria ha il suono della calca e dei flash. Ma la strada verso il governo è fatta di numeri che per ora non ci sono: e chissà se e come si troveranno. Perché i 5Stelle ci proveranno con la sinistra, o con quel che ne rimane. Ma il Renzi che in serata annuncia l’addio alla segreteria, si tiene il timone e sbarra la porta al “governo con gli estremisti”: ed è un altro ostacolo da scavalcare.

Benvenuti “nella terza Repubblica”, come la celebra il M5S sul blog. Benvenuti alla passerella di Luigi Di Maio, candidato premier che in un lussuoso albergo romano viene assalito da fotografi e telecamere, perché il primissimo è lui, che ha preso 11 milioni di voti e il Sud, tutto intero. Un tempo lì era tutta Dc, ora dal Lazio in giù è monocolore M5S, partendo dalla Sicilia dove il Movimento sfiora il 50 per cento, e continuando con il 40 per cento in tutte le altre regioni, dalla Sardegna alla Campania di Di Maio e Fico, fino alla Puglia. Ma va più che bene anche in Abruzzo (quasi il 40 per cento), nel Lazio (30 e più) e nell’Emilia Romagna un tempo solo rossa, dove i 5Stelle sono primi.

Conti alla mano, il Movimento avrà ben oltre i 300 parlamentari, a fronte dei 163 del 2013. Però ora il M5S dovrebbe mettere assieme una maggioranza di governo. E qui iniziano i tornanti. Così ecco Di Maio che rivendica: “Il Movimento rappresenta l’intera nazione. Non posso dire lo stesso di altri, che sono delle forze politiche territoriali. E questo ci proietta verso il governo”.

E la frecciata è tutta per Matteo Salvini, l’altro vincitore, che già rivendica Palazzo Chigi per il centrodestra. Di Maio si frappone, con un breve discorso limato per ore, perché “ora non si possono sbagliare neppure le virgole”. E mette le carte sul tavolo: “Siamo aperti al confronto con tutte le forze politiche, a partire dall’individuazione delle figure per le presidenze delle Camere”. Perché si tratta con tutti, e l’offerta è una delle due presidenze. Poi si discuterà anche dei ministri, perché il capo politico è pronto a cambiare la lista e a concedere nomi: tecnici, terzi. Però non può ancora dirlo. È un passaggio che arriverà, magari con la supervisione del Colle, a cui Di Maio rivolge parole devote: “Il presidente della Repubblica saprà guidare questo momento con autorevolezza e sensibilità”.

Saluto, sorrisi, ancora flash. Poi Di Maio torna a chiudersi in una stanza dell’hotel romano che è la base del M5S, a discutere con gli altri maggiorenti, Davide Casaleggio e Beppe Grillo. Il fondatore è arrivato a Roma, per fare il punto. E la linea è evidente: dettare le prime condizioni, e aspettare che gli altri arrivino a bussare. E le telefonate arrivano, a Di Maio. Sono democratici delle varie minoranze, che cercano di capire i margini di trattativa. Il candidato del M5S ascolta e rassicura, ma non si sbilancia. Però pensa a un accordo con il centrosinistra. Partendo con i resti di LeU, che con Pietro Grasso già suonano alla porta: “Saremo aperti al confronto in Parlamento”. Ma la chiave ovviamente è l’intesa con il Pd, con un appoggio esterno da parte dei dem. A patto che liquidino in fretta il segretario. Il tweet di domenica notte di Alessandro Di Battista, “quel che è certo è che a 43 anni Renzi è già un ex”, era un segnale: mettetelo da parte. Per questo il rottamatore ieri sera ha fatto muro. Per avvelenare i pozzi avversari. Però la pronta reazione di Luigi Zanda è piaciuta ai 5Stelle. E così ecco ancora Di Battista: “La linea non cambia, il Pd è già senza Renzi”. Ergo, si va avanti. Con Grillo che con il fattoquotidiano.it scherza: “Dice no all’alleanza? Mi dispiace un po’…”. Però la strada resta ripida per il Di Maio, che pure prepara i nomi su cui puntare per le Camere. Vorrebbe la presidenza del Senato, e la prima scelta è Paola Taverna. Ma è in gioco anche Vito Crimi. Invece pare difficile dare lo scranno di Montecitorio a Roberto Fico. Più facile trattare su Emilio Carelli, eletto alla Camera, noto a livello trasversale come giornalista. Mentre sembrano delineati i nomi dei due capigruppo. Per il Senato è pronto Danilo Toninelli, dimaiano doc non a caso spostato a Palazzo Madama. Mentre alla Camera dovrebbe guidare Giulia Grillo. E saranno incarichi di peso, perché dovranno gestire gruppi vasti come eserciti, per almeno 18 mesi. E a nominarli da regolamento sarà Di Maio. Tema delicato, e infatti si è parlato soprattutto di questo nelle riunioni, di come gestire gli eletti.

Ma in diversi già borbottano, nel Movimento. Perché temono la “militarizzazione” dei gruppi. E Salvini? Con lui l’accordo pare lontanissimo. Perché il discorso di ieri, con il leghista che già parlava da premier di centrodestra, è “la mossa più sbagliata”. E poi “il 70 per cento dei nostri eletti è del Sud, come riusciremmo a tenere un’intesa del genere?”. Però è presto, per tutto. E Palazzo Chigi è ancora un puntino all’orizzonte.

Renzi se ne va al ralenti: “Prima si faccia il governo”

“È ovvio che io lasci la guida del Pd”. Le dimissioni di Matteo Renzi, che rimbalzano per tutto il giorno tra il Nazareno e fuori, vengono annunciate dall’interessato quasi come un dettaglio, una pratica da sbrigare il più rapidamente possibile, prima di ricominciare a tessere le sue trame politiche. “Come previsto dallo Statuto, ho già chiesto al presidente del Pd, Matteo Orfini di convocare un’assemblea nazionale per aprire la fase congressuale al termine dell’insediamento del Parlamento e della formazione del governo”. Insomma, il segretario annuncia che se ne andrà, ma solo dopo aver gestito e condizionato la fase della formazione del governo. Su questo, la linea è nettissima: “Abbiamo detto in campagna elettorale no a un governo con gli estremisti e noi non abbiamo cambiato idea, non stavamo scherzando”. E ricorda “i tre elementi” che “ci separano da Salvini e di Maio: il loro antieuropeismo, l’ antipolitica e l’utilizzo dell’odio verbale. Se siamo mafiosi, corrotti, impresentabili, con le mani sporche di sangue, sapete che c’è? Fate il governo senza di noi, il nostro posto è all’opposizione”.

Renzi prende tempo. E si pone centrale nel momento delle elezioni dei presidenti di Camera e Senato, dei capigruppo. E delle consultazioni. Tanto è vero che non ha neanche finito di parlare e Luigi Zanda, capogruppo dem in Senato della legislatura appena terminata, detta alle agenzie una dichiarazione durissima: “La decisione di Renzi di dimettersi e contemporaneamente rinviare la data non è comprensibile. Le dimissioni di un leader sono una cosa seria, o si danno o non si danno. E quando si decide, si danno senza manovre”. Renzi ha chiarito: “Nessun caminetto”, che poi vuol dire nessuna gestione collettiva del partito. E allora Zanda ribatte: serve “collegialità che è l’opposto dei caminetti”.

Parla Zanda, ma questa mossa è stata decisa insieme a Dario Franceschini (che ha perso nel collegio), Graziano Delrio e Maurizio Martina. E soprattutto, Paolo Gentiloni, ormai ufficialmente in guerra con Renzi. Sulla stessa linea anche Marco Minniti (pure lui perdente nel collegio). Insomma, i big della stessa maggioranza renziana. Mentre dalla minoranza, Gianni Cuperlo e Andrea Orlando contestano modi e tempi indicati dal segretario e chiedono una direzione. Michele Emiliano e Francesco Boccia lavorano per un appoggio esterno a un governo M5s stelle. La manovra a tenaglia dello stato generale del Pd è iniziata.

Le parole di Renzi arrivano dopo 18 ore e mezza dalla chiusura dei seggi. Il segretario resta al Pd tutta la notte di domenica. E quasi tutta la giornata di lunedì. Altalenante l’umore, oscillante la strategia. Pensa di mollare davvero, ma non ha la decisione necessaria. Soprattutto, non ha un piano B. Troppo tardi o troppo presto per un partito suo, tipo novello Macron. Dunque, cerca garanzie per il futuro suo e dei suoi. In riunione con lui al Nazareno ci sono Martina, Orfini, Lorenzo Guerini: loro sono per il passo indietro. Matteo Richetti anche, ma a un certo punto si ritira nella sua stanza. Restano con Renzi, Maria Elena Boschi, Luca Lotti, Francesco Bonifazi. Loro sono assolutamente contro l’addio. Assenti, Franceschini e Delrio.

Alla fine, Renzi fa la sua mossa. E in una conferenza stampa che non prevede domande attacca Mattarella: “È stato un errore non votare in una delle due finestre del 2017 in cui si sarebbe potuta imporre una campagna sull’agenda europea”. Lo schema è simile a quello del 4 dicembre, quando lasciò Palazzo Chigi, ma restò al Pd e condizionò la formazione del governo. Ma va oltre: sono dimissioni “congelate”. Intanto, Orfini convoca una direzione per lunedì. Il segretario ha la maggioranza, anche di soli renziani, sia nell’Assemblea, che nella direzione e nei gruppi parlamentari. Si vedrà quanto dura, quanto ci metteranno i fedelissimi a scendere dal carro. I big si aspettano che tragga “le conseguenze politiche” dalla sconfitta e dalla sfiducia di fatto del gruppo dirigente. Dimettendosi subito in Assemblea e formando una delegazione plurale per le consultazioni. Renzi è convinto che la strategia migliore per la sua sopravvivenza sia spingere i 5 Stelle a un governo con la Lega o in alternativa dimostrare che non c’è governabilità senza il Pd. Il resto del partito, invece, riflette sull’appoggio esterno a Di Maio. I Dem possono spaccarsi nelle prossime settimane: o Renzi cede il Pd o gli altri se ne vanno. Lo schema è pieno di variabili ed è tutto da verificare se reggerà alla prova dei fatti. Ma la posta in gioco è questa.

Quelli che…

Quelli che è fatta. “Grillini ridimensionati, Salvini dietro Berlusconi… per sfangarla domenica e ripartire da lunedì con una certa tranquillità” (Claudio Velardi, Twitter, 1.3). Dormi tranquillo, Vela’.

Quelli che l’Apocalisse. “Dopo sei mesi di un governo 5Stelle-Lega, magari con reddito di cittadinanza e aliquota unica, rischiamo che arrivi il Fondo Monetario” (Aldo Cazzullo, Corriere della Sera, 7.2). “Un governo fatto da amministratori inadeguati quali si sono dimostrate le sindache Raggi e Appendino sarebbe una catastrofe” (Corrado Augias, Repubblica, 17.2). “Il polo grillino è affetto da una patologia bipolare sempre più evidente… Lo sgomento di fronte all’ipotesi Di Maio premier non è per me tanto relativo alla sua incompetenza tecnica, quanto al gesto personalissimo dell’aver accettato questa investitura… È il polo chiaramente maniacale… Mi chiedo: ma avrà avuto o avrà almeno una crisi di panico, un momento di vertigine o di angoscia? Glielo auguro” (Massimo Recalcati, Repubblica, 20.2). “Siamo a una svolta… L’Italia è ripartita, ci sono aree del Paese tornate a crescere con forza, ma il miglioramento non è ancora percepito… Da una parte c’è il ritorno al passato con B. e Salvini, dall’altra il salto nel buio con Di Maio. Illudersi che esistano uomini della provvidenza è pericoloso. Il risveglio sarà ancora più amaro e pieno di rancore” (Mario Calabresi, Repubblica, 3.3). “Argine ai grillini. Solo il voto può fermare gli incapaci” (Alessandro Sallusti, il Giornale, 2.3). E niente, è andata così. Come dice Renzi, è tutta colpa degli elettori. Aboliamoli.

Quelli che non cambia niente. “Nessuno mi ha mai mostrato preoccupazione per la possibilità, a cui nessuno crede, che il M5S possa arrivare al governo dell’Italia” (Paolo Gentiloni, Il Foglio, 21.1). “Al momento certe rilevazioni demoscopiche indicano la possibilità di un’Italia divisa in tre: centrodestra al Nord, Pd al Centro, M5S al Sud. Grazie al cielo i pronostici, con una certa frequenza, non colgono nel segno” (Angelo Panebianco, Corriere della Sera, 28.2). “Questo Paese non apprezza gli estremisti, mai: non si consegnerà al leghismo, non si consegnerà al grillismo” (Matteo Renzi, Repubblica, 9.2). Dài, ragazzi, non è successo nulla.

Quelli che portano buono/1. “Facciamo come la Germania. La campagna elettorale è deludente, ma il suo esito prevedibile. Possiamo passare 5 mesi a fare una Grande coalizione… e Marco Travaglio lo chiudiamo in gattabuia” (Giuliano Ferrara, Il Foglio, 9.2).

“Domenica voterò Gentiloni e la Emma” (Ferrara, ibidem, 27.2). Diciamo la verità: dopo il bacio della morte di Ferrara, non ce la poteva fare nemmeno Churchill. Figurarsi il Pd e la Emma.

Quelli che portano buono/2. “Il partito del premier Gentiloni potrebbe ottenere un buon risultato, sorretto dall’alleanza con Bonino e con Casini… Gentiloni avrebbe la facoltà di cambiare alcuni ministri, mantenendo… Minniti, Calenda e Franceschini. Renzi avrebbe ancora la guida del suo partito, che potrebbe rafforzare nominando presidente Veltroni… La nuova legislatura durerebbe fino al 2023” (Eugenio Scalfari, la Repubblica, 4.3). Matteo e Paolo gliel’avevan chiesto in ginocchio: “Eugenio, pietà, attaccaci almeno una volta”. Ma lui niente.

Quelli che portano buono/3.“Ho come l’impressione che Grillo, con Dibba, si stia preparando ad arrivare al 5 marzo nella posizione di chi potrà dire: scusate, Di Maio chi?” (rag. Claudio Cerasa, il Foglio, 25.1). “Un movimento nato per sostituire la democrazia rappresentativa che non sa tenere in vita un albero di Natale, che non sa organizzare una votazione online e che non sa cercare nemmeno i nomi dei candidati su Google. Non fermatevi, vi prego” (rag. Cerasa, 30.1). “Siamo pronti a tutto, ma il governo Travaglio-Paragone-Davigo-Salvini anche no, grazie” (rag. Cerasa, 27.2). “Il mostro da evitare il 4 marzo. Salvini e Di Maio… Un mostro atroce e pericoloso” (rag. Cerasa, 3.3). “Solo le larghe intese ci possono salvare da un pericoloso governicchio sfascista” (rag. Cerasa, 4.3). Ormai, quando incontrano il rag. Cerasa, i gatti neri si grattano.

Quelli che Di Maio è una pippa. “Esplosivo: i 5Stelle crollano sotto il 15%” (Giuseppe Turani, Uomini e Business, 5.1). “Il 4 marzo il M5S può implodere” (Matteo Renzi, Il Foglio, 30.1). “Impresentabili, ricorsi e dimissioni è caos M5S” (Messaggero, 3.2). “Senza Grillo, M5S nel caos” (Repubblica, 3.2). “Pd e M5S ai minimi. Grillo arretra” (Repubblica, 4.2). “Alle primarie M5S non vota nessuno” (Libero, 5.2). “Caso rimborsi, fuga da M5S” (Messaggero, 14.2). “È come se Di Maio si stesse consumando e per lui fosse iniziato il conto alla rovescia verso una vittoria che lo seppellirà… Rimpicciolisce nella solitudine, abbandonato da Grillo, Casaleggio e Di Battista” (F. Merlo, Repubblica, 24.2). “Grillo è scappato vergognandosi come un ladro” (Paolo Guzzanti, il Giornale, 3.3). “Ma vaffa… Più tecnici con Di Maio che con Monti. Grillo: sono disperato” (Libero, 2.3). Ancora piange.

Quelli che B. è grande. “Brunetta: ‘Arriviamo al 51%” (Libero, 16.10). “Tra Di Maio e Berlusconi scelgo Berlusconi” (Eugenio Scalfari, Dimartedì, 22.11). “Berlusconi accelera e fissa l’obiettivo: ‘FI al 30%’” (il Giornale, 7.12). “Senato, centrodestra verso la maggioranza assoluta” (La Stampa, 6.1). “Berlusconi accarezza l’idea del Colle nel 2022” (Repubblica, 20.2). “Berlusconi, un anno per fare il premier” (il Giornale, 28.2). “Silvio non si ferma più” (Libero, 26.2). “Sul web Berlusconi ha già vinto: Internet parla solo di lui” (Libero, 1.3). “Napoli acclama Berlusconi: ‘Basta tasse, ora salvaci tu’” (il Giornale, 4.3). Gli sia lieve la terra. Una prece.

Quelli che Renzi c’è. “Centrodestra lieve calo, il Pd recupera” (Messaggero, 26.1). “Renzi vuole recuperare il 2-3%: ‘Tè e aperitivi, convincete la gente’” (Corriere, 6.2). “Renzi, la carta antifascista per recuperare a sinistra” (Messaggero, 16.2). “Noi sopra il M5S” (Gentiloni, Corriere, 2.3). “Matteo ora fa squadra, la Lombardia darà sorprese” (Giorgio Gori, 3.3). Non fiori, ma opere di bene.

Quello che arrivo uno. “Nei collegi Grillo non toccherà palla. Col 40% riuscirò a evitare le larghe intese” (Renzi, 17.10). “Renzi euforico per i sondaggi vuole una coalizione light” (La Stampa, 9.11). “Una coalizione ci sarà e varrà almeno il 30%” (Renzi, 10.11). “L’ottimismo di Renzi carica i democratici: ‘A Torino si può vincere quasi ovunque’” (Repubblica, 26.2). “Non posso dire in quale, ma il Pd è primo in un ramo del Parlamento: siamo a un passo dalla maggioranza assoluta, non credete a chi dice cose diverse” (Renzi, 27.2). “Siamo ancora in corsa come primo partito” (Renzi, 27.2). “Comunque vada, sarò segretario fino al 2021. All’opposizione ci andrai tu, Di Maio, principe degli impresentabili! Grillo, ci fai schifo!” (Renzi, 2.3). Nostradamus gli fa una pippa.

Quelli che Emma Superstar. “Bonino porta voti, Renzi se lo ricordi e trovi un’intesa” (Michele Serra, Il Venerdì, 26.1). “Gara di testimonial per lanciare Bonino. La sfida è superare il 3%. Da Calenda a Gentiloni. E arriva Staino: ‘Compagni delusi dal Pd, votate Emma’” (La Stampa, 4.2). “La campagna (indomita) di Emma” (Corriere, 11.2). “Voci di un’offerta di premierato da B. a Bonino” (La Stampa, 25.2). “Bonino guida del Senato. Il nuovo piano di FI” (Corriere, 26.2). “La Bonino è di sinistra” (Emanuele Macaluso, Il Dubbio, 28.2). Da quando all’Europarlamento stava con Le Pen. Non Marine: Jean-Marie.

Quelli che Gentiloni resta. “Prodi spinge Gentiloni: ‘Il centrosinistra è lui’” (Repubblica, 18.2). “Anche Napolitano tifa Gentiloni: ‘È essenziale per la stabilità’” (Repubblica, 22.2). “Con Gentiloni in squadra possiamo fare la differenza” (Maurizio Martina, 22.2). “Mattarella sa come assicurare la governabilità affidando a Gentiloni un governo di ordinaria amministrazione che andrà avanti sei mesi o anche di più” (Scalfari, Repubblica, 25.2). “Renzi-Gentiloni, sprint unitario: ‘Nel Pd tanti possibili premier’” (Repubblica, 28.2). Peccato, tanto bendidio alle ortiche.

Novità e Ritardi. Colpa del talloncino

È il famigerato bollino “antifrode” la causa delle lunghe code che si sono verificate nei seggi praticamente ovunque in Italia, e soprattutto nelle grandi città, a partire da Roma e Milano. Il bollino è una delle novità arrivate col Rosatellum: un talloncino apposto sulle schede che bisognava rimuovere prima di infilarle nell’urna. Una procedura che ha reso più lente e macchinose le operazioni di scrutatori e presidenti di seggio. Al punto che nel pomeriggio è stato deciso di autorizzare anche i vicepresidenti a supportare i presidenti proprio riguardo le operazioni connesse al bollino. Oltre alle file, la giornata è stata segnata anche da ritardi e sbagli nella distribuzione delle schede (in particolare a Palermo, Roma e in Piemonte). E poi il grande classico elettorale: le persone scoperte – e denunciate – a fotografare la scheda al momento del voto.

Ecco le preferenze vendute all’estero

Sul voto degli italiani all’estero si addensano forti sospetti di legittimità. A tornare sul tema stavolta è un’inchiesta de Le Iene firmata da Filippo Roma e Marco Occhipinti. Gli stessi autori già a ottobre avevano lanciato un pesante allarme sul voto all’estero con ben 5 puntate sui cosiddetti “cacciatori di plichi”, ovvero persone incaricate dai candidati di raccogliere a pagamento i plichi elettorali inviati dai consolati agli italiani residenti: nell’inchiesta emergeva che i plichi venivano ceduti a compratori organizzati al prezzo di 5 euro.

Stavolta l’inchiesta de Le Iene, andata in onda ieri sera, svela un nuovo meccanismo col quale si può manomettere il voto. La trasmissione di Italia 1 – “Ecco come stanno truccando le elezioni” – ha mostrato una trattativa – andata in porto – su ben tremila schede elettorali. In sostanza, un cacciatore di plichi si presenta dalla Svizzera a Colonia, in Germania, in una delle tipografie usate dal Consolato per stampare le schede: sostiene di lavorare per uno dei candidati nelle liste dedicate agli italiani all’estero (eleggono 12 deputati e 6 senatori e, a differenza che in Italia, hanno il voto di preferenza) e vuole comprare migliaia di schede “vergini” per così dire. La trattativa coronata dal successo si è svolta mercoledì notte, vale a dire 24 ore prima che scadesse il termine per i Consolati per raccogliere i plichi contenenti le schede dei nostri concittadini residenti all’estero (lo scrutinio avviene in un hangar vicino Roma ed è iniziato ieri sera alle 23).

Niente di nuovo, si dirà, eppure per queste elezioni lo scorso 2 febbraio il Direttore generale per gli italiani all’estero, Luigi Vignali, aveva assicurato “un voto trasparente e sicuro” grazie a un portale per il voto all’estero realizzato dalla Dgit e dalla Direzione generale per l’informatica del ministero degli Esteri. Inoltre aveva annunciato la sua partenza per l’estero dove avrebbe “incontrato i responsabili delle tipografie e dei servizi postali”. L’auspicio dichiarato dall’alto dirigente in conclusione è stato: “Spero di tornare carico di ottimismo e buone notizie”. Non pare che la situazione sia cambiata, colpa del meccanismo scelto: il voto postale è assai vulnerabile.

Come ha mostrato ilfattoquotidiano.it, in alcune zone la sciatteria del sistema era evidente nell’abbandono dei plichi in cassette sotto la pioggia. Pietro M. dalla circoscrizione consolare di Zurigo ci riferisce: “Tanti connazionali non hanno ricevuto i plichi e molti che vivono lontani dal consolato non li hanno nemmeno richiesti prima del voto. Molti hanno anche deciso di non votare pur avendo ricevuto i plichi”. Non sono disfunzioni da prendere sotto gamba: in soli 15 anni di vita, il voto degli italiani all’estero (che eleggono 12 deputati e 6 senatori) è già risultato decisivo in una tornata elettorale: nel 2006, l’Unione guidata da Romano Prodi riuscì a ottenere la maggioranza anche al Senato grazie ai quattro eletti all’estero, cui si aggiunse poi il senatore indipendente argentino Luigi Pallaro portando in dote a Prodi cinque senatori e di conseguenza la maggioranza dei seggi.

Bollini, flash e tette per Silvio: voto stanco (e caos) in Italia

Ivecchi. Alle sette e mezza, nella scuola che si affaccia sul Colosseo e che dà le spalle a quella che fu la casa di Claudio Scajola, alias Sciaboletta, l’ex ministro dell’Interno di Berlusconi che ora ha candidato suo figlio perché così fan tutti, c’è una piccola coda di capelli bianchi e bastoni. Votano sempre per primi gli anziani, i primi a svegliarsi, e i primi – insieme ai netturbini – a scendere in strada. “Fermo, non si può più!”. Il presidente di seggio afferra la mano del signore che stava per imbucare la scheda. Manco una gioia e questa forse era l’unica per noi elettori: il gesto fisico, volersi contare e soprattutto farsi contare.

Questa volta sembra invece che il voto non conti più. “Tu che dici?” “Te devo di’ pure?”. Il colloquio si spegne prima di iniziare: due berretti, lui col manifesto sotto il braccio (cercavo il Fatto ma l’edicolante ha sbagliato, e oggi me tocca leggere er manifesto), l’altro con la busta di Conad: latte, pane, tre mele Melinda. Una signora di passaggio: “Non mi vergogno a di’ che ho votato Pd”. Sembra infatti dalla circospezione con la quale in tanti volgono lo sguardo sul simbolo del partito di Renzi alla parete, che il Pd si sia trasformato in una ridotta di viziosi e non fa chic farlo sapere in giro.

Si alza il sole e la via del voto si fa più densa, al centro di Roma anche più solenne. Via dei Giubbonari è il passaggio laterale per raggiungere piazza Farnese, ma è anche il luogo del dolore: questa via, che collega piazza Argentina a Campo de’ Fiori, era nota per ospitare la sede storica del Pci e sempre, finché è esistita, l’Unità affissa all’esterno. La sezione non c’è più, la gloriosa targa in marmo è stata rimossa e solo l’intonaco scrostato elenca i confini esatti di ciò che c’era ed è oggi defunto. Dietro Farnese la fila è lunga e più vitale. Il voto resta per tanti, e per fortuna, un esercizio felice. “Ammazza quanti siamo”, sibila disperata una nonna alla nipotina già esausta. Invece siamo gli stessi di sempre, perfino un pochino meno. La fila è provocata dalle regole nuove: il cosiddetto bollino antifrode, misura votata all’unanimità dal Parlamento, che obbliga gli scrutatori a rimuoverlo dalla scheda votata e trascriverne il numero identificativo.

Un sovrappiù di burocrazia che pesa, infastidisce e rallenta. Signora già in crisi di nervi: “Ma che davero?”. Davvero, e bisogna attendere. Sedie nei corridoi, i più stanchi sono gli anziani, qualcuno cede il posto, qualcun altro si arrende: “Torno a casa”. Una vecchina: “A 89 anni chi mi doveva dire che sarei ancora tornata a votare contro i fascisti?”.

I fascisti, anzi la destra sociale italiana, ha un luogo eletto nella Capitale: piazza Tuscolo, quartiere a est appena dietro le mura. “Un voto contro gli africani, li dobbiamo buttare fuori”, spiega lui a lei. Due trentenni, due voti che da quello che fu il Msi e poi An si spostano verso Salvini e la sua nuova Lega che diviene anche sotto la Padania il presidio dei valori fondanti della destra. A mezzogiorno la fila si fa insopportabile, il Campidoglio dirama un’allerta anti caos: non correte ai seggi all’ultimo minuto. Anche Milano fa così, anche Firenze: il bollino rallenta e infastidisce. Per il Pd è anche un pensiero in più: in questa già magra campagna elettorale ogni voto che si perde vale doppio. Arrivano in tv le foto dei leader che vanno al seggio. Tutti si fanno ritrarre al momento di imbucare il voto. È una pratica vietata dalla legge, cioè da loro stessi. Vige anche in questo caso il principio della deroga, che è il male endemico della politica: la legge è per tutti tranne che per chi la scrive. Flash su Maria Elena Boschi mentre impugna la scheda a due centimetri dalla buca. Così pure la ministra Fedeli. Così perfino Pier Luigi Bersani che nella distrazione imbuca la scheda senza attendere la sbollinatura. Dovrà essere considerata nulla. Metafora grandiosa delle ristrettezze in cui la sinistra si trova per sua colpa.

E in questa giornata poteva mancare Silvio Berlusconi? Due tette gli si fanno incontro, è una ragazza del movimento delle Femen, la protesta del seno nudo, che gli para dinanzi il cartello: scaduto. Imbarazza e strappa sorrisi questa manifestazione che è insieme protesta e nemesi. Le tette davanti a Berlusconi. Come dare all’assetato due fette di prosciutto. Intanto da Palermo la notizia: alle nove del mattino molti seggi erano ancora chiusi. Errori nella perimetrazione dei collegi. Nella notte hanno dovuto ristampare 200 mila schede. Caos sul caos. Il ministro dell’Interno Minniti, sempre sugli scudi, oggi che dirà?

Stampa estera. Così ci vedono

Per ora c’è solo Libération, il quotidiano della sinistra francese. Ma il titolo che ha scelto per la sua prima pagina, è indicativo di quello che potremo leggere oggi sulla stampa estera: “Mamma mia”, dice il giornale parigino, piuttosto preoccupato per l’arrivo dei “populisti” che sono “alle porte del potere” e ipotizza già un governo tra il Movimento Cinque Stelle e la Lega di Matteo Salvini. L’immagine è ancora più chiara: dallo Stivale spunta un braccio teso in un saluto romano. Ieri, fuori dal suo seggio di Milano, l’hanno fatta vedere a Matteo Salvini.

Il leader del Carroccio, di fronte alla prima pagina, ha reagito così: “Hasta siempre… Sono nostalgici. È una prima pagina triste, non perché quello che scrivono è vero, ma perché sono tristi loro”.

Così votò il “vip”: ma pochi si espongono

Un paio di mesi fa, quando Orietta Berti dichiarò in radio il proprio apprezzamento per i 5Stelle, non si sarebbe mai immaginata di finire al centro del dibattito politico per giorni con l’accusa di aver violato la par condicio. Eppure, nonostante siano molti meno delle precedenti tornate elettorali, ieri sono stati diversi i personaggi noti ad aver dato il loro apprezzamento pubblico a questo o a quel partito.

Pochi giorni fa i cronisti ci avevano provato con Gennaro Gattuso, allenatore del Milan: “Mister, ma lei chi vota?”. E lui, a denti stretti, aveva rassicurato il suo ex amministratore delegato, futuro senatore per Forza Italia: “Beh, Adriano Galliani è un amico”. Anni di lavoro insieme non si scordano in fretta, e per lo stesso motivo si definisce ancora oggi “berlusconiana convinta” Rita dalla Chiesa, storica conduttrice Mediaset che ieri ha confermato la sua “x” sul simbolo di Forza Italia: “So come lavora Silvio e, anche se non siamo d’accordo su tutto, è ancora quello che più si avvicina alle mie idee”.

Stessa coalizione, ma sponda leghista, per lo chef Gianfranco Vissani, che pure era diventato famoso cucinando in tv un risotto con Massimo D’Alema, e ora gran sostenitore di Matteo Salvini, “uno molto più a sinistra di Matteo Renzi – come ha dichiarato a La Zanzara – che si mette in mezzo tra Berlusconi e il segretario Pd”. Le critiche a Renzi hanno anche contribuito a spostare parte degli elettori dem verso i suoi alleati, soprattutto +Europa. “Emma Bonino è una donna tenace, lotta in difesa dei più deboli. Oggi l’Italia ha bisogno di lungimiranza, di scelte innovative ma non superficiali o improvvisate”: parole e musica di Paola Turci, che ha spiegato così il suo voto ai radical-tabacciani, non molto tempo dopo l’accorato appello di un’altra cantante, Ornella Vanoni, direttamente dalla conferenza stampa del Festival di Sanremo (“Emma Bonino è l’unica che seguo”).

Chi invece non ha ceduto agli alleati di coalizione – sostenuti anche dal giornalista Gad Lerner – è Corrado Augias, che scherza sull’età (“Come tutti i vecchietti sono un po’ pigro”) e conferma il suo voto al Pd: “Pur con cento difetti, mi dà garanzia di continuità sulle riforme e sul piano europeo, a differenza di tutti gli altri che fanno promesse lunatiche e inquietanti”. Nella frammentata sinistra prendono voti “vip” anche Liberi e Uguali – per cui aveva espresso simpatia Sabrina Ferilli – e Potere al Popolo, che nelle ultime settimane ha potuto contare sul supporto di Sabina Guzzanti. Un aiuto il Movimento 5 Stelle lo aveva chiesto invece a Claudio Gentile, ex calciatore che ha declinato l’invito per la lista dei ministri grillini, pur annunciando il proprio voto per il Movimento: “Trovo che Luigi Di Maio sia serio e preparato – ha detto – e penso che loro siano gli unici in grado di fermare la corruzione e cambiare il Paese”. Al fianco dei 5Stelle anche Vincenzo Imperatore, saggista e ex manager bancario: “Mentre a sinistra si guardavano bene dal parlare di banche, il Movimento ha posto l’attenzione sul tema e sui disastri degli ultimi anni”.

Ma c’è anche chi, come il direttore di TgLa7 Enrico Mentana, dalle urne si tiene ben lontano da tempo. “Sono a Roma tutto il giorno e il mio nome è scritto nelle liste elettorali di Milano. Faccia lei”, diceva ieri mentre preparava l’ennesima maratona tv.