La XVIII legislatura nasce con una mezza rivoluzione nelle urne. Non ci si riferisce al nuovo primato negativo dell’affluenza (73%), ma a un cambiamento di magnitudo tale da poter essere paragonabile al 1994, quando Silvio Berlusconi e Forza Italia rivoluzionarono il sistema politico italiano. Non si sa se questo è l’inizio di una Terza Repubblica, ammesso che ce ne sia stata una Seconda, ma di certo le mappe elettorali escono da questa tornata elettorale sconvolte. Quel che si può dire fin d’ora è: 1) l’Italia è divisa politicamente in due e non per caso (al Nord il centrodestra “leghista” e al Sud i 5 Stelle); 2) l’area che sui media mainstream viene indicata come a vario titolo “populista” è largamente maggioranza nel Paese; 3) il centrosinistra non esiste più analogamente a quanto successo in altri Paesi europei (Grecia, Olanda, Francia…) e riesce a perdere anche nelle ex Regioni rosse.
Va detto che questa rivoluzione nelle urne potrebbe non riuscire a produrre una soluzione istituzionale che la renda forza di governo. I numeri nel prossimo Parlamento (oggi il dato definitivo sugli eletti) e il gioco dei veti reciproci al momento non sembrano poter creare maggioranze. Le proiezioni sui seggi realizzati da Youtrend per Skytg24 dicono questo (il dettaglio nell’infografica): alla Camera, dove la maggioranza è 316, il M5S avrà 228 deputati; la coalizione di centrodestra 267 con la Lega primo partito con 124 onorevoli; il centrosinistra 118 e gli sparuti adepti di LeU 14. Al Senato – maggioranza a 161 – situazione analoga: M5S 113 eletti; centrodestra 136; centrosinistra 59 e LeU 5. Come si vede, esistono varie opzioni per formare un governo (M5S+Lega; M5S+Pd+LeU; centrodestra+Pd fino, ovviamente, all’ammucchiata totale), ma non è detto che esistano le condizioni politiche perché questo avvenga.
Tanto i 5 Stelle che il centrodestra guidato dalla Lega sono, peraltro, troppo distanti dalla maggioranza assoluta degli eletti per tentare di conquistare i voti che mancano con una classica “compravendita” porta a porta: a Salvini & C. mancano 50 voti alla Camera e 25 in Senato; ai grillini 88 deputati e 48 alla Camera. La numerologia parlamentare, però, è tema del futuro (la prima riunione delle Camere è fissata al 23 marzo), mentre i numeri delle schede li abbiamo sotto gli occhi ora e sono già significativi di per sé.
Quel che accade nel centrodestra, ad esempio, è epocale. Il sorpasso della Lega (17,4%) su Forza Italia (14%) sancisce la fine della centralità politica di Silvio Berlusconi, ma anche una mutazione genetica del partito di Matteo Salvini, ormai di fatto partito nazionale: la Lega triplica i voti del 2013 (mentre Forza Italia cala) e lo fa crescendo al Nord e conquistando percentuali rilevanti al Centro (alla Camera 19,2% in Emilia Romagna, 17,4% in Toscana, 14% nel Lazio) e più che dignitose al Sud (5,2% in Sicilia, 5,7% in Calabria, 6,2% in Puglia, 6,3% in Basilicata, 8,9% in Molise e 10,8% in Sardegna). I voti di Salvini, ci dice l’Istituto Cattaneo, oggi pesano per oltre il 50% nell’intera coalizione di centrodestra mentre nei momenti migliori di Umberto Bossi il Carroccio non era mani andato oltre il 30%.
Il primo partito è invece, per distacco, il Movimento 5 Stelle: 32,6% nazionale alla Camera; 32,2 al Senato. Un risultato clamoroso anche rispetto ai sondaggi grazie alla sorta di monocolore grillino uscito dalle urne nel Mezzogiorno: al Nord, infatti, il M5S cresce poco fermandosi tra il 21% della Lombardia e il 29% della Liguria (passando per il lusinghiero 25% circa di Veneto e Friuli Venezia Giulia e il 26% del Piemonte). Il Movimento non paga neanche il presunto “effetto Raggi” nel Lazio, si conferma primo partito nelle Marche e, da lì in giù, sbaraglia la concorrenza fino al 50% sfiorato in Sicilia.
Infine c’è il Pd (18,7%), che scende a percentuali nemmeno preventivabili perdendo 2.613.891 voti rispetto alle ultime Politiche, mentre la raffazzonata coalizione di centrosinistra si ferma al 22,8%, vale a dire sette punti in meno rispetto alla sventurata “Italia bene comune” di Pier Luigi Bersani. Non si sa se “è la fine della sinistra socialdemocratica”, come dice Nicola Fratoianni, pure membro di una lista socialdemocratica, ma di sicuro è la fine del centrosinistra di governo come era stato pensato dai tempi di Romano Prodi in poi.
Le prime analisi sui flussi – ad esempio quella dell’Istituto Cattaneo su alcune città (Brescia, Parma, Firenze, Livorno e Napoli) – dicono alcune cose interessanti: il Pd ovviamente, rispetto alle Politiche 2013, riversa voti un po’ in tutti i partiti, compresa la Lega; il Movimento 5 Stelle, invece, per la sua crescita attinge soprattutto dal voto democratico; se i grillini non sfondano nel Centro Nord è perché, mentre guadagnano elettori dal Pd, ne perdono comunque qualcuno in direzione della Lega di Salvini, la quale – dal canto suo – prende consensi da tutti, anche dal gran bacino dell’astensione. Scrive l’Istituto Cattaneo: “È un processo congruente con dinamiche che negli anni scorsi si sono osservate in occasione di elezioni comunali e che potrebbero far parlare del Movimento 5 Stelle come un ‘traghettatore’ di voti dal centrosinistra al centrodestra”.
Così fosse, l’interesse di Salvini e soci in questa fase iniziale della XVIII legislatura sarebbe quella di accomodarsi all’opposizione per giorcarsi la mano decisiva nel prossimo, probabilmente non lontano, turno elettorale. Con un’incognita: finita la centralità di Silvio Berlusconi, ci sarà ancora un elettorato di Forza Italia?