Nazareno milanese. L’incontro segreto tra Silvio e Matteo

Il nuovo Nazareno è nato a Milano domenica 25 febbraio 2018. Quel giorno si sono incontrati Silvio Berlusconi e Matteo Renzi. Un colloquio di mezz’ora, faccia a faccia, in piena campagna elettorale, mentre entrambi si sgolavano a ribadire che tra loro, dopo il voto, non ci sarebbe stata possibilità d’accordo. Questo, almeno, è lo scenario raccontato dal giornale online Lettera 43 diretto da Paolo Madron. Seguono smentite e correzioni di rotta che hanno l’effetto di non smentire e non correggere, come già era successo per il primo “patto del Nazareno”, quello 2014.

È davvero avvenuto, l’incontro tra Silvio e Matteo? Renzi smentisce. Madron conferma. Ma sposta il luogo dove sarebbe avvenuto e la persona che lo avrebbe ospitato. La prima location indicata è via Fratelli Gabba. Ospite indicato: Francesco Micheli, finanziere fin dai tempi in cui la Borsa aveva ancora le grida, uomo che ama la buona musica e intrattiene ottime relazioni. Qualcosa non torna, in questo scenario. Perché Micheli in via Fratelli Gabba non ha mai avuto né uffici né abitazione. Ecco allora che Lettera 43 sposta il luogo dell’incontro in via De Grassi, dove Micheli ha gli uffici, in una palazzina con giardino e una piccola sala da concerto che ha chiamato “Sala dell’Ermellino”. Effettivamente almeno uno dei due – Renzi – quel 25 febbraio è stato ospite di Micheli che per lui aveva organizzato una cena con 300 invitati. In quell’occasione, l’ex presidente del Consiglio era stato insolitamente sobrio e misurato, aveva parlato senza enfasi (“Con il freno tirato”) facendo la spola, come lo sposo a un matrimonio, tra la sala interna e quella approntata sotto un tendone nel giardino. Impossibile, però, incontrare segretamente Berlusconi con attorno 300 invitati. Difficile anche trovare il tempo, in quella domenica iniziata per Renzi con una manifestazione elettorale al teatro Franco Parenti e poi proseguita con l’intervista televisiva a Fabio Fazio, a Che tempo che fa. Uscito dagli studi della Rai, Renzi è subito andato alla cena di Micheli dove è arrivato alle 21.30. A quella cena, Berlusconi non c’era, twitta il giornalista Christian Rocca. Madron risponde, indirettamente, in un tweet che conferma l’incontro e aggiunge un nuovo elemento: “Un giornalista deve tutelare le fonti. E lo fa anche con qualche voluto errore. Non rivelo il nome dell’ospite titolare di una catena di noti supermercati: ma Berlusconi e Renzi si sono visti a casa sua in via De Grassi. Altro che bufala”. Chissà se via De Grassi, a Milano, sarà ricordata come il nuovo Nazareno. È una via privata, chiusa ai due lati da alti cancelli che si aprono solo per i residenti, e la palazzina di Micheli è proprio di fronte all’ultima abitazione di Giorgio Bocca. Accanto, abita, è vero, il “titolare di una catena di noti supermercati”: Enzo Ratti, il fondatore della catena Bennet. Di origini comasche, molto riservato, cinque figli, poco esposto politicamente.

Possibile che Renzi, uscito verso mezzanotte dalla palazzina di Micheli, abbia attraversato la strada e sia entrato in casa Ratti? Possibile. Ma difficile, visto che avrebbe dovuto farlo davanti ai 300 ospiti della serata. Salito sull’auto blu, il segretario del Pd, che aveva un appuntamento riservato, si è diretto verso l’hotel dove scende quando dorme a Milano: il Mandarin, cinque stelle molto chic in via Andegari, con ingresso anche su via Monte di Pietà. Proprio davanti a via Fratelli Gabba, la prima location indicata da Lettera 43 come sede del Nuovo Nazareno, dove oltretutto c’è un altro hotel che può accogliere incontri riservati, il Bulgari. Il Nazareno milanese resterà, come si conviene per queste cose, avvolto in un’aura di mistero. Anche se, dice uno degli ospiti della cena di Micheli, “l’incontro Renzi-Berlusconi ci può essere stato oppure no, tanto i due sono già d’accordo, hanno entrambi i loro sherpa che si parlano e che preparano gli scenari politici futuri”.

Luigi Capasso ha lasciato un assegno di 5.000 per l’amante

Non solo i soldi per il funerale. Luigi Capasso ha lasciato anche un assegno da 5 mila euro per la sua amante prima di uccidere le figlie, ridurre in fin di vita la moglie e togliersi la vita nella casa di Cisterna di Latina. È quanto emerge – scrive il Corriere della Sera – dal materiale repertato e sequestrato nella casa del residence Collina dei Pini, dove si è consumata la tragedia. La mattina di mercoledì scorso Capasso ha sparato alla compagna, Antonietta Gargiulo, nel garage di casa intorno alle 5.30 del mattino mentre la donna stava andando al lavoro. Poi è salito in casa e ha ucciso le due bambine, Alessia e Martina, di 13 e 7 anni. Ma l’assegno per la donna con cui aveva una relazione, non è l’unico elemento che emerge sulla premeditazione della strage. Il carabiniere, che era stato segnalato dalla moglie alla polizia, ha anche lasciato tre buste destinate al padre, alla madre e al fratello e cinque assegni. Tre per loro, uno per l’amante e gli altri per la sorella e il cognato. Nessun riferimento invece, a differenza di quanto emerso nei giorni scorsi, a soldi lasciati per il funerale della bambine. Per la moglie un biglietto sul letto con poche parole: “Non dovevi farlo”, riferito alla separazione chiesta dalla donna.

Pontedera, 97enne uccide la moglie e si getta dal balcone

Ha approfittato dell’assenza della figlia e della badante per uccidere la moglie inferma e togliersi la vita, ponendo così fine alle loro sofferenze. È questa l’ipotesi principale, secondo gli inquirenti, del dramma che si è consumato nel centro di Pontedera (Pisa), dove un uomo di 97 anni ha prima ferito la donna, 81 anni, e poi si è lanciato dal balcone della loro abitazione al terzo piano.

Sono stati alcuni passanti a dare l’allarme quando hanno visto precipitare a terra l’anziano. È stata rintracciata anche la figlia della coppia che ha aperto la casa e ha fatto la terribile scoperta della madre a letto in una pozza di sangue ma ancora viva. I due anziani coniugi sono deceduti poco dopo il loro arrivo in ospedale, a Pisa, in seguito alle gravissime ferite riportate. La coppia viveva nella casa insieme alla figlia e alla badante, ma il marito potrebbe avere approfittato proprio della loro temporanea assenza per mettere in atto il suo piano. Con un cacciavite ha ferito alla nuca la moglie inferma da molto tempo e poi si è lanciato nel vuoto dal balcone. Chi lo conosceva lo ha descritto come una persona ancora lucida, ma molto probabilmente provata dai lunghi anni della malattia della moglie.

“Decesso assurdo, ma la diagnosi preventiva resta l’unica arma”

Come può un atleta di 30 anni morire improvvisamente? Davide aveva 31 anni, da calciatore professionista si era sottoposto a visite annuali medico-sportive approfondite e non aveva denunciato alcun sintomo, tanto che il giorno dopo sarebbe sceso in campo. Questo è quello che sappiamo al momento. Da qui solo diagnosi presuntive: arresto cardiaco.

La presunzione è d’obbligo, non abbiamo dati di autopsia, ma sappiamo che le patologie cardiovascolari sono le cause più frequenti di morte improvvisa (più dell’80%). Sappiamo anche che la morte improvvisa coinvolge gli atleti 2,5 volte più che i non atleti (2,3 volte per 100.000 atleti l’anno nel mondo) ed è 10 volte più frequente negli uomini rispetto alle donne. La morte improvvisa di un giovane atleta può quindi accadere, ma di sicuro resta un evento drammatico per la famiglia e per tutto il mondo dello sport che ne percepisce il dolore e la “assurdità”. E si prosegue poi con le domande: Davide non era stato sottoposto a controlli medici? Sì, controlli che lo hanno reso “idoneo” alla sua professione di calciatore. Davide giocava in Italia, e noi italiani possiamo essere orgogliosi che l’eccellenza nella ricerca nel settore della medicina sportiva abbia portato a una legislazione tutelativa della salute degli atleti (ai sensi della Legge del 23 marzo 1981, n. 91, e successive integrazioni, in particolare il DM 13.03.95), capace di ridurre la morte improvvisa sui campi di gara a 1/1-1.500.000 in Italia contro 1/100.000 media mondiale e di rilevare quelle piccole patologie non causali la non idoneità, ma che con una diagnosi tempestiva e una cura efficace, consentono di assicurare un guadagno in salute e un risparmio per la Sanità. La legislazione italiana ha ridotto la morte improvvisa degli atleti del 90%, e così l’incidenza resta uguale a quella dei giovani non atleti. I medici dello sport italiani fanno quotidianamente un lavoro eccelso per mantenere in salute la macchina perfetta che è il corpo di un atleta, ma quando accadono queste vicende bisogna trovare la giusta sinergia per “giocare d’anticipo” e spendersi tutti insieme per la prevenzione, come da sempre noi italiani siamo abituati a fare.

 

Da Ponte San Pietro fino alla Nazionale, la storia di quel difensore gentiluomo

Davide Astori era nato a San Giovanni Bianco, in provincia di Bergamo, il 7 gennaio 1987. Difensore centrale mancino, è cresciuto nel Ponte San Pietro, squadra satellite del Milan, e poi è entrato a parte delle giovanili rossonere fino ad arrivare alla Primavera, fino alla stagione 2005-2006. La stagione successiva ha giocato in prestito in Serie C1, nel Pizzighettone. Rientrato nel Milan, è passato poi di nuovo in prestito, questa volta alla Cremonese, sempre in C1.

Il calciatore ha esordito in Serie A nel 2008, quando è stato acquistato dal Cagliari. Resterà nel club sardo fino al 2014, collezionando 174 presenze e 3 gol. Nella stagione 2014-2015 è passato alla Roma, e l’estate successiva si è trasferito alla Fiorentina, di cui è poi diventato capitano; nella forma e nella sostanza. Anche prima di avere la fascia al braccio, lui in campo era quello che lottava fino alla fine, il difensore che saliva su a dare una mano, a cercare il lancio perfetto, il colpo di testa risolutivo. Con i viola ha collezionato 88 presenze e 3 gol. Astori ha disputato anche 14 partite, segnando anche una rete, con la maglia della Nazionale. Aveva esordito in azzurro il 29 marzo 2011, a 24 anni, nell’amichevole Ucraina-Italia. L’ultima partita in Nazionale, lo scorso 5 settembre, nella vittoria per 1-0 contro Israele.

Ieri pomeriggio 500 tifosi della Fiorentina hanno accolto la squadra di ritorno da Udine con la morte nel cuore per l’improvvisa morte di Astori, applaudendo sommessamente uno ad uno i calciatori, lo staff tecnico e il medico del club gigliato, mano a mano che scendevano dal pullman, dopo aver fatto ingresso nel centro sportivo viola in zona stadio Franchi. Presente anche il patron gigliato, Andrea Della Valle, apparso stravolto: “Doveva rinnovare lunedì, voleva chiudere la carriera a Firenze Era un punto di riferimento per tutta la squadra”.

Astori aveva compiuto 31 anni a gennaio, e viveva con la moglie Francesca e la piccola Vittoria in un attico sui lungarni. Nel 2013 aveva conosciuto la compagna – nota per aver partecipato al Grande Fratello e a Pechino Express con un passato da modella – al compleanno di un amico comune. Hanno parlato di viaggi, e poi è scoccata la scintilla. Da allora non si erano più lasciati. Poi, la gravidanza e la nascita di Vittoria. “Siamo felicissimi”, aveva detto lei in un’intervista. Francesca aveva sempre scelto di seguire Davide nei suoi spostamenti, seguiti ai cambi di maglia: “Il mio sole sei tu”, scriveva sui social parlando di Astori.

La maledizione sul campo: tutti gli altri Morosini & C.

Dovrebbero essere atleti super controllati, invece muoiono sul campo e soltanto dopo si scopre che erano soggetti a rischio. Cardiomiopatia congenita. Asistolia. Ipertrofia. Collasso del ventricolo. Sono le patologie che negli ultimi decenni sono costate la vita, sul campo di gioco, a tanti giovani calciatori: patologie delle quali nessun medico, incredibilmente, si era accorto prima. In Italia il primo a morire, il 16 marzo 1969, fu Giuliano Taccola, l’attaccante della Roma di Helenio Herrera che scese in campo con qualche linea di febbre per giocare Cagliari-Roma e a fine partita, negli spogliatoi dello stadio Amsicora, si sentì male. All’Ospedale Civile di Cagliari un’ora più tardi giunse privo di vita.

Otto anni dopo a morire sul campo, letteralmente, fu Renato Curi, che al minuto 50 di Perugia-Juventus stramazzò in corsa a metà campo, rincorrendo il pallone, per un arresto cardiaco che gli sarebbe stato fatale. L’identico dramma rivissuto in Italia, sei anni fa, durante Livorno-Pescara di Serie B quando fu Piermario Morosini, 25enne centrocampista cresciuto nell’Atalanta, ad accasciarsi a terra. Cardiomiopatia aritmogena: si scoprì che sarebbe bastato un defibrillatore a bordo campo per salvarlo.

Noi ci ricordiamo di Taccola, di Curi, di Morosini e purtroppo, da ieri, ci ricorderemo anche di Astori: ma non si contano i calciatori morti all’improvviso sui campi di calcio di tutta Europa e di tutto il mondo. Alcuni dei quali in circostanze a dir poco agghiaccianti. Come Phil O’Donnell, 35enne attaccante scozzese del Motherwell, che morì esultando: il 29 dicembre 2007 mise a segno un gol contro il Dundee e nei secondi successivi, gli attimi di pura e totale gioia che ogni calciatore assapora dopo ogni gol segnato, stramazzò a terra per un collasso del ventricolo sinistro.

In Croazia, tre anni dopo, una morte ancor più beffarda toccò a Goran Tunjic, 32enne difensore del Mladost, che durante la partita contro lo Hrvatski Sokola si accasciò sul prato davanti agli occhi dell’arbitro, che pensando a una simulazione lo ammonì e perse tempo a redarguirlo, senza capire quel che in realtà gli stava succedendo. A dir poco tremenda la morte toccata in campo a Micael Favre, giocatore argentino di 24 anni del San Jorge de Vila Elisa: ucciso, addirittura, da due calciatori avversari che gli diedero in mischia prima una ginocchiata al volto, poi un pugno al costato, colpi che determinarono arresto cardiaco e morte di Favre. In diretta televisiva, aggiungendo dramma a dramma, morì Miklos Feher, 24enne centrocampista ungherese del Benfica, appena entrato in campo, il 25 gennaio 2004, contro il Guimaraes. Commise un fallo, l’arbitro lo ammonì, lui si chinò, quasi a scusarsi, poi invece stramazzò a terra senza mai più riprendersi; e in diretta-tv morì sul campo anche il 27enne centrocampista del Manchester City, e nazionale del Camerun, Marc-Vivien Foé: che durante la semifinale della Confederations Cup giocata a Lione tra Camerun e Colombia, il 26 giugno 2003, collassò nel cerchio di centrocampo al minuto 72. L’autopsia parlò di attacco cardiaco causato da uno sproporzionato ventricolo sinistro (cardiomiopatia ipertrofica) di cui nessuno si era mai accorto.

Ma come capitato ad Astori, scomparso nel letto della sua camera d’albergo, ci sono calciatori morti non sul campo (come anche Puerta e Serginho del Sao Caetano), bensì nell’imminenza della partita e nelle circostanze all’apparenza più tranquille. Daniel Jarque, 26enne difensore dell’Espanyol, l’8 agosto del 2009 era in ritiro precampionato in Italia, a Coverciano, e stava parlando al telefono con la fidanzata: iniziò a farfugliare, poi smise di parlare e crollò a terra. A ucciderlo era stata una asistolia. Si stava invece allenando in palestra, l’8 luglio di due anni fa, il capitano del Deportivo Linares (serie C spagnola) Fran Carlos: ma un movimento scomposto fece sì che un manubrio gli perforasse la coscia causandogli un’emorragia interna che rese vano l’intervento chirurgico d’urgenza compiuto dai medici nell’intento di salvargli la vita.

Addio a Davide Astori. Tutto il calcio si è fermato

Una domenica all’improvviso è morto Davide Astori. Aveva 31 anni, era il capitano della Fiorentina. È successo a Udine, al “Là di Moret”, l’albergo che ospitava la squadra. L’hanno trovato esanime nella sua camera, dove dormiva solo. Per le 9,30 era prevista la colazione, il capitano era sempre il primo a presentarsi. Visto che tardava, Stefano Pioli, l’allenatore, ha cominciato a preoccuparsi. Gli hanno telefonato: non rispondeva. Allora il massaggiatore ha fatto un salto su e, sconvolto, ha dato l’allarme. Troppo tardi. Il corpo di Astori è stato trasportato all’obitorio dell’ospedale Santa Maria della Misericordia in attesa dell’autopsia che avrà luogo oggi o, al massimo, domani. Il motivo più probabile del decesso, avvenuto nel sonno, sarebbe l’arresto cardiocircolatorio, come ha confermato il procuratore capo di Udine, Antonio De Nicolo: “L’idea è che il giocatore sia deceduto per cause naturali. Ipotesi molto strana, se pensiamo alla mancanza di segni premonitori e a quanto vengano monitorati i calciatori professionisti”. Non si esclude neppure “una possibile anomalia genetica”. Aperto un fascicolo verso ignoti, come impone la prassi, De Nicolo ha affidato l’indagine al pm Barbara Loffredo.

Proprio mercoledì scorso, Astori e tutta la squadra erano stati sottoposti a visite di routine, elettrocardiogramma incluso, analisi dalle quali non era emerso nulla di irregolare.

L’ultima persona a vederlo e a parlargli era stato un collega, il portiere Marco Sportiello, intorno alle undici e mezza di sabato notte. Insieme, avevano giochicchiato alla Playstation. Poi più nessuno. Poi più nulla. Il buio e i sogni di tante vigilie. Fino alla scoperta, fino all’annuncio. Udinese-Fiorentina, in programma alle 15, è stata subito rinviata. Come Genoa-Cagliari, fissata per l’ora di pranzo, e tutte le altre partite pendenti di quella 27° giornata che si sarebbe chiusa, la sera, con il derby tra Milan e Inter. L’hanno deciso Giovanni Malagò, presidente del Coni nonché commissario della Lega di Serie A, e Roberto Fabbricini, commissario straordinario della Federazione. Anche la Serie B si è accodata, mesta: Avellino-Bari, Carpi-Venezia, Foggia-Empoli, tutte saltate.

“Il calcio ha dimostrato di avere dei valori – parole di Malagò – Nessuno voleva giocare. Abbiamo fatto la scelta più giusta”. La morte di Astori è stata onorata persino al Camp Nou, nell’ambito del minuto di silenzio che Barcellona e Atletico Madrid avevano dedicato alla memoria di Enrique Castro Gonzalez ‘Quini’, storico centravanti del Barça. Diego Simeone, tecnico dell’Atletico, aveva le lacrime agli occhi: Astori era compagno di suo figlio Giovanni, il ‘Cholito’. E nel Chelsea impegnato a Manchester contro il City, Antonio Conte è sceso in campo con il lutto al braccio.

Come se fosse mancato un amico, più che un compagno o un avversario. Mentre la Fiorentina rientrava alla base, a Udine sono arrivati i genitori e la compagna Francesca Fioretti (“Eri il mio sole”). Un amore sbocciato nel 2013 e dal quale, due anni fa, era nata Vittoria. Davanti al Franchi, intanto, cominciava la processione discreta, commossa, di un popolo letteralmente impietrito.

In questi casi, non si deve aver paura di piangere. O di lasciare un messaggio, un lumino, un fiore. “Una tragedia immensa, per tutti. Davide era un riferimento, oggi avrebbe rinnovato il contratto. Voleva restare con noi a vita, e noi ne eravamo orgogliosi”, ha detto Andrea Della Valle, presidente onorario della Fiorentina. Per il giorno dei funerali il sindaco di Firenze, Dario Nardella, ha proclamato il lutto cittadino.

O capitano! Mio capitano! Il suo mondo gli si stringe attorno.

Da Gigi Buffon (“Ciao caro Asto, eri una persona perbene, una grande persona perbene”) a Francesco Totti (“Scioccato, incredulo e senza parole”), da Radja Nainggolan (“Quante battaglie insieme”) a Sergio Ramos, bandiera del Real Madrid (“Riposa in pace, capitano”).

Ma dal momento che lo spettacolo deve andare avanti, già si parla di come e quando recuperare il turno sospeso: forse il 14 marzo, con Milan-Inter il 9 maggio previo slittamento della finale di Coppa Italia tra Milan e Juventus. Sinceramente: chi se ne frega.

Ho un sogno. Un bel Tripadvisor anche sui clienti

Partiamo dalle basi, dall’essenza, dalle radici. “Cos’è la cucina? Fantasia. Svegliarmi al mattino o andare a letto, e pensare a un abbinamento, un piatto da preparare, un profumo da ritrovare. Il bello, poi, è che non c’è un inizio né una fine”. È il buongiorno o la buonanotte di Alessandro Borghese, neanche 42 anni, uno dei primi, se non il primo chef della generazione televisiva post Gualtiero Marchesi: dal 2004 ha incrociato i forchettoni in una serie infinita di programmi, tutti di successo (Quattro ristoranti è alla quarta stagione ed è record su Sky, così come Kitchen and sound).

Quindi, oggi come si è alzato?

Visto il periodo, penso al bosco, al sottobosco, a una birra ambrata e al cervo; tutto entra in cucina, il piatto preparato diventa una summa di emozioni, esperienze e di ricordi.

Un artista.

No! Lo chef è un artigiano, non un artista: se dipingi un quadro, tra 50 anni l’opera è ancora lì. Il piatto no.

Per colpa o merito di voi chef televisivi, oramai il termine “gourmet” è ovunque.

(Risponde d’istinto, cambia tono alla voce) A me sta sui coglioni.

Prego?

Basta, è un’idea abusata. C’è una cucina cucinata, concreta, vera, e poi c’è quella assemblata, e direi improvvisata.

Assemblano senza neanche conoscere le basi.

Appunto. Per cucinare uno deve seguire un percorso, toccare le varie fasi e, prima di arrivare alla sottrazione, deve aver capito come, quando e quanto aggiungere.

Siamo sempre alle suggestioni televisive.

In parte è così, ma la questione non è troppo legata a noi in cucina, quanto piuttosto al cliente in sala: oramai si sentono degli esperti, si va al ristorante con il piglio di chi deve giudicare e stroncare, poi corrono a casa e pubblicare qualcosa sui social. Quasi quasi vorrei un Tripadvisor per i clienti.

Fastidiosissimi.

Anche per questo nel mio locale ho messo un taccuino sul quale ognuno può assegnare i suoi voti (accade anche nel programma Quattro ristoranti). Comunque oramai la questione è diventata troppo seria.

Troppo…

Sì, uno deve uscire per rilassarsi, divertirsi, sorridere e non con l’idea di andare e massacrare. La cucina è un atto di vero amore. Per me il pranzo della domenica in famiglia dovrebbe essere obbligatorio.

Aprire un ristorante è il rifugio classico di chi vuole cambiare vita.

Sì, ma poi lo attende un’altra vita, breve.

Senza “se” e senza “ma”.

Gestire un locale è complicatissimo, devi conoscere alla perfezione i costi e i ricavi, devi essere pronto a cambiare radicalmente lo stile di vita.

Lei oramai è più famoso di sua madre, Barbara Bouchet.

No, non è vero, siamo solo generazioni differenti, e tante persone che incontro, mi chiedono di lei.

Da adolescente ha dichiarato che non è sempre stato semplice essere suo figlio.

Alcuni ragazzini rompevano, provocavano, non sempre riuscivo a schermarmi come desideravo. Poi un giorno ne ho parlato con mia madre e lei, con una semplicità meravigliosa, mi ha risposto: ‘Prova a domandare a quei tipi se le loro mamme vengono fotografate su riviste internazionali. La tua sì…’. È stata una lezione di grande autostima.

Tra le attrici anni Settanta, quale era la sua preferita?

Se devo scegliere, dico la Fenech.

Lei, attore?

Ma io amo troppo il mio lavoro. E poi mi ricordo lo stress di quando mia mamma aveva terminato un film e doveva attendere un nuovo copione. Mesi d’attesa. Mentre da quando sono un ragazzo non sono mai stato fermo.

Con Quattro ristoranti entra nelle cucine e non sempre le immagini sono edificanti.

E qui c’è un aspetto incredibile: chi partecipa sa perfettamente che una fase del programma è su di me che entro e controllo lo stato d’igiene e come vengono conservati i prodotti…

Eppure?

Trovo delle situazioni raccapriccianti, vasche di recupero con l’olio vecchio di mesi, o prodotti surgelati oramai non commestibili.

Orrore.

A volte ho detto ai cameramen di spegnere ed evitare alcuni eccessi, altrimenti quel posto avrebbe dovuto chiudere.

Lei non ha una stella Michelin.

Sono anni che ci penso, adesso non è il mio obiettivo primario, però se dovesse arrivare non mi farebbe schifo (e scoppia a ridere).

Con la cucina si seduce.

Alt! Sono sposato e con due figlie.

Mica lo è stato sempre.

Questo è vero.

E per anni ha lavorato sulle navi da crociera.

Eh già, e lì ero un battitore libero e quando potevo mi buttavo sul buffet…

Twitter: @A_Ferrucci

Allo svizzero piace pubblico: il canone sopravvive

Netta sconfitta in Svizzera del referendum per la soppressione del canone radiotelevisivo. Al termine di una lunga e accesa campagna, il 71,6% dei votanti ha bocciato il testo promosso dalle sezioni giovanili di due partiti di destra (Unione democratica di centro e Partito liberale radicale) che volevano l’abolizione della tassa in nome del libero mercato. Se l’iniziativa fosse stata accettata, la Svizzera sarebbe stato il primo Paese in Europa ad abolire il servizio pubblico nel settore della radio e della televisione, come aveva sottolineato il governo, fortemente contrario alla proposta che minacciava “la sopravvivenza” della Società svizzera di radiotelevisione (Ssr), l’equivalente della nostra Rai in un mercato audiovisivo piccolo ma multilingue come quello elvetico.

Il responso delle urne è stato chiarissimo, con una valanga di ‘No’ superiore a quanto pronosticato dai sondaggi e una rara e totale unanimità dei cantoni, con percentuali di voti contrari al testo che hanno raggiunto il 78,3% a Neuchatel e il 78,1% nel Giura.

Anche il Ticino ha votato contro con il 65,5% dei voti. Per i promotori del referendum – ribattezzato ‘No Billag’, dal nome della società che riscuote il canone – il sistema del canone è antiquato nell’era di Internet e delle tv a pagamento e i cittadini devono poter pagare solo quello che consumano. Ma di fronte alla sconfitta, hanno fatto buon viso a cattiva sorte: “Non ho mai pensato che l’iniziativa potesse essere accettata”, ha detto la deputata dell’Udc Natalie Rickli, citata dall’agenzia svizzera Ats. “Eravamo in anticipo sui tempi”, ha aggiunto, ritenendo comunque positivo il fatto che sia stata avviata una discussione sul tema. Tra i più soddisfatti per l’esito del voto, il direttore della Ssr Gilles Marchand che vede nel risultato odierno “un segnale forte per il servizio pubblico, per radio e tv regionali, nonché per l’insieme della Svizzera”. Anche in Italia l’Usigrai, il sindacato dei giornalisti di Viale Mazzini, ha parlato di “vittoria del servizio pubblico” e “sconfitta di populisti e qualunquisti”.

Oltre alla Ssr, che fornisce un servizio pubblico multimediale in tutte le regioni e le lingue nazionali (tedesco, francese, italiano e romancio), i proventi del canone sono destinati a radio locali e tv regionali che adempiono un mandato di servizio pubblico. Pari a 451 franchi annuali (circa 390 euro), il canone svizzero è tra i più cari in Europa. Dal 1° gennaio 2019 scenderà comunque a 365 franchi. Dovrà essere pagato indipendentemente dal possesso di apparecchi di ricezione e anche le aziende dovranno pagare un canone calcolato in funzione della cifra d’affari, se supera i 500.000 franchi.

Il direttore della Ssr ha comunque ribadito che l’ente prevede misure di risparmio. “Dovremo concentrarci meglio sulle nostre priorità: informazione, cultura e mondo digitale”, ha detto. La partecipazione al voto si è attestata al 54,1%.

Il premier si ribella al presidente Kiska: “Niente rimpasto”

Il premier slovacco Robert Fico (Smer, democratici sociali) ha respinto con forza gli scenari di un rimpasto di governo o di elezioni anticipate avanzati in un discorso alla tv dal presidente Andrej Kiska. “Le proposte del presidente sul rimpasto del governo connesso con il voto di fiducia a un governo nuovo negano i risultati delle elezioni parlamentari democratiche del 2016”, ha detto Fico sottolineando che Kiska si è messo dalla parte dell’opposizione che vuole un colpo di Stato.

“Il nostro obiettivo è risolvere l’omicidio (del giornalista Kuciak, ndr) e non ballare sulla tomba delle vittime come lo fa l’opposizione, i media e oggi anche il presidente”, ha dichiarato Fico.

In merito alla situazione creatasi in Slovacchia dopo l’omicidio del reporter Jan Kuciak e della sua fidanzata si è espresso oggi anche Andrej Danko, leader dei nazionalisti (Sns, al governo) e presidente del Parlamento. Non ha detto se condivide l’idea delle elezioni anticipate di Kiska ma si è detto disposto al dialogo con il presidente e con il premier per risolvere la crisi.

Gli inquirenti hanno intanto riaperto le indagini sulle minacce ricevute da Kuciak. Lo ha reso noto il procuratore generale Jaromir Ciznar. Lo scorso anno Kuciak aveva denunciato che l’uomo d’affari Marian Kocner, su cui aveva scritto, lo aveva minacciato. Ma la polizia non aveva indagato. Il procuratore Ciznar ha comunque puntualizzato di non credere che il caso abbia a fare con l’omicidio del reporter, che nel frattempo si stava occupando anche delle infiltrazioni della ’ndrangheta in Slovacchia e dei possibili legami tra la criminalità organizzata italiana e personalità vicine a Fico.