Timbro sulla Grosse Koalition. L’Spd sceglie convinta il potere

E GroKo sia. Il nuovo governo della Germania sarà formato dagli stessi partiti di quello vecchio, clamorosamente bocciato alle elezioni del 24 settembre scorso. Ieri, 161 giorni dopo il voto e, soprattutto, dopo il disastroso fallimento delle trattative per una coalizione Giamaica (Unione, Liberali e Verdi), gli iscritti alla Spd hanno approvato con una larghissima maggioranza la riproposizione della grande coalizione. Il 66,02% (contro il 76% del 2013) dei tesserati con diritto di voto hanno dato il via libera all’intesa con Cdu e Csu. La partecipazione alla consultazione (dal 22 febbraio al 2 marzo) è stata importante: oltre il 78%. I tempi del più lungo negoziato tedesco per la formazione di un esecutivo hanno ignorato nella sostanza l’esito del voto. Gli elettori avevano sfilato alla GroKo il 15% dei consensi. Avevano lasciato comunque ad Angela Merkel e alla sua Unione il compito di continuare a guidare il Paese.

Il voto e i sondaggi lasciano intendere che i tedeschi percepiscono le contraddizioni del loro Paese. Sanno di stare meglio che altrove, ma hanno fatto capire che non vogliono andare avanti così. In gennaio la quota di disoccupazione era del 3,6%, meno della metà della media europea: in alcune regioni del Paese il numero dei senza lavoro era il più basso da oltre 25 anni. Ma secondo i numeri del 2016 dell’Eurostat, la Germania era il Paese del Vecchio continente con il più alto rischio di povertà per chi perde il posto: il 70,8%.

L’economia è effervescente, ma la ricchezza viene distribuita sempre meno. E sempre peggio. Il dibattito sulla sanità è incandescente: le assicurazioni hanno le casse piene di soldi, ma i lavoratori del comparto sono pagati male e la qualità dell’assistenza a doppio binario (senza troppo problemi quella privata, a differenza di quella pubblica) ne risente. La Alternative für Deutschland ha interpretato il malessere cavalcando l’onda xenofoba legata all’accoglienza dei profughi. L’equazione sulla quale il movimento ha fatto il pieno di consensi è tra la massiccia spesa destinata all’operazione umanitaria a favore degli stranieri e i mancati investimenti a beneficio dei tedeschi: dalla formazione alla salute, dalla difesa alle infrastrutture. “Al massimo nel 2021 arriverà il conto”, ha twittato la AfD. “Sarà il governo più debole guidato dalla cancelliera”, ha tagliato corto Dietmar Bartsch, esponente di spicco della Linke. “Non sarà un governo stabile”, ha aggiunto ricordando come solo 239 mila aderenti alla Spd su quasi 464 mila abbiano avallato il nuovo governo.

Fra i delusi del referendum c’è Kevin Kühnert, il leader dei giovani socialdemocratici che si era speso per il “no”: “Le critiche alla GroKo rimangono”, ha commentato. “La Spd deve essere più quelle delle ultime settimane che quella degli ultimi anni”, ha ammonito. Almeno in parte, la cancelliera ha fatto tesoro delle recenti “contestazioni” interne, come dimostrano i nomi dei ministri. Non solo ha parzialmente ringiovanito la compagine di governo, ma ha premiato l’ala più critica e conservatrice mandando il 37enne Jens Spahn alla Sanità. Spahn (19 anni più giovane del predecessore Hermann Gröhe), che lo scorso dicembre ha sposato il suo compagno, un giornalista della rivista Bunte, ha posizioni molto estreme, soprattutto sull’immigrazione. La Spd non ha ancora ufficializzato i nomi dei ministri, ma il reggente Olaf Scholz, che dovrebbe diventare vicecancelliere e prendere il posto di Wolfgang Schäuble nello strategico ministero delle Finanze, ha fatto sapere che saranno 3 maschi e 3 femmine, destinati anche a Esteri, Lavoro, Giustizia, Famiglia e Ambiente.

Trump “imperiale” invidia Xi Jimping: “Presidente a vita? È un grande”

Xi Jinping presidente a vita? “Un grande”, secondo Donald Trump, che ammette di pensarci anche lui: “Perché no… forse un giorno”. Una delle tante battute con il quale il presidente ha intrattenuto la platea del Gridiron Club Dinner, il gala del più antico e prestigioso club di giornalisti di Washington. Quello di Trump, accompagnato dalla first lady Melania, è stato uno show davanti a un pubblico che considera in gran parte ostile, quei rappresentanti dei media che accusa di essere “nemici del popolo americano” e fabbrica di “fake news”.

Sono contento di essere venuto qui a rovinarvi di persona la serata”, ha esordito Trump. La gran confusione che regna alla Casa Bianca? “È stata una settimana tranquilla…. ma il caos mi piace, è divertente. Chi sarà il prossimo a lasciare? Steve Miller o Melania?”, ha scherzato il tycoon, alludendo alle voci dei dissapori con la first lady. Poi, tra il serio e il faceto, la mano tesa al dittatore nordcoreano Kim Yong-un, ma senza rinunciare a definirlo nuovamente “un pazzo”. “Ci hanno chiamato per dire che ci vogliono parlare. Io ho detto “anche noi, ma dovete denuclearizzarvi, dovete farlo. (…) Per quanto riguarda il rischio di trattare con un pazzo, questo è un suo problema, non mio”. Quindi ha preso di mira il New York Times: “Io sono un’icona di New York. Voi siete un’icona di New York. La sola differenza è che io possiedo ancora il mio edificio”. Non è mancata la battuta sul genero Jared Kushner (presente con la moglie Ivanka) a cui la Casa Bianca ha vietato l’accesso ai documenti top secret: “Siamo arrivati tardi perché Jared non ha passato i controlli di sicurezza”. Ultima stoccata al ministro della Giustizia Jeff Sessions, cui non ha perdonato di essersi tirato indietro dalla supervisione delle indagini sul Russiagate: “Lo sapete, è strano… gli ho offerto un passaggio per venire qui ma si è ritirato”.

La Thang, il PetroComunista che ha corrotto il Vietnam

Dinh La Thang era uno degli uomini più potenti del Vietnam. Basta scorrere gli incarichi ricoperti a partire dall’inizio di questo secolo, quando non aveva ancora 40 anni: amministratore delegato di PetroVietnam, la società statale che si occupa di idrocarburi; ministro dei Trasporti; segretario del Partito comunista a Ho Chi Minh City, un incarico che significa poter decidere i destini della metropoli; deputato del Parlamento; membro del Politburo, l’élite dei comunisti vietnamiti dove sono ammessi solo 18 tra uomini e donne e che tutto dispone sulla vita e sul futuro del Paese. Dinh La Thang era un uomo potente. Quella corsa al successo si è improvvisamente interrotta a partire dalla scorsa estate quando è stato protagonista di una rapidissima quanto rovinosa caduta. Licenziato da numero uno di Ho Chi Minh City, espulso dal Parlamento e dal Politburo, radiato dal partito. Quindi arrestato. E lunedì 22 gennaio è stato condannato a 13 anni di carcere in un processo dove gli imputati erano 23 e tutti, ciascuno con il suo ruolo e le sue responsabilità personali, chiamati a rispondere di mala gestione e di appropriazione di fondi di una mega società di costruzione (Pvc) che è controllata da PetroVietnam.

Quello che si è concluso lunedì 22 gennaio è stato sicuramente il momento più appariscente della lotta alla corruzione decisa dal segretario del Partito comunista del Vietnam, Nguyen Phu Trong, all’indomani della sua rielezione all’inizio del 2016. È stata una marcia lenta ma inesorabile quella di Trong: da una parte il martellamento ideologico, dall’altra le attività dell’ispettorato del partito e della polizia. E i primi a cadere sono stati gli uomini legati al gruppo dirigente che fu sconfitto nel congresso del 2015, a cominciare da quelli più vicini all’ex premier Nguyen Tan Dung. Che in Vietnam ci sia corruzione in ogni settore della vita pubblica e privata è indiscutibile. E non è solo questione di appartenenza a una fazione del partito piuttosto che a un’altra. Transparency International mette il Vietnam al 112esimo posto su 176 nazioni esaminate (in leggero miglioramento visto che nel 2012 era al 123esimo posto).

Eppure, a detta di politologi e di giuristi, le norme anticorruzione messe a punto dalla leadership di Hanoi sono tra le migliori del continente asiatico. Quello che manca (ed è uno dei problemi che affligge il Paese in ogni settore) è la capacità e la volontà applicare leggi e regolamenti. Esemplare è la storia di due responsabili dell’Ispettorato del governo, l’organo di controllo dei comportamenti pubblici. Tran van Truyen, a capo dell’Ispettorato dal 2007 al 2011 fu licenziato (e anche cacciato dal comitato centrale del Partito, dove siedono in 170) perché aveva accumulato decine di proprietà immobiliari intestate a prestanome o membri della famiglia e in casa aveva decine di migliaia di dollari cash, anche se il suo stipendio annuale superava di poco i 9 mila dollari. Il suo successore fu messo alla porta quando divenne il bersaglio preferito del web e della satira perché aveva dichiarato pomposamente: “In Vietnam, la corruzione ha raggiunto un livello di stabilità”.

Adesso le trombe del partito che suonano la carica contro i corrotti. Il processo a Dinh La Thang è stato preparato e presentato come un esempio del potere socialista che sconfigge la corruzione con lo strumento della legge.

Per la prima volta gli imputati non sono stati chiusi in una gabbia, ma sedevano in aula, anche se le fotografie li mostravano ognuno con due poliziotti al fianco (i giornalisti stranieri accreditati non sono stati ammessi). Hanno potuto fare libere dichiarazioni dopo l’interrogatorio ed erano assistiti da decine di avvocati. L’ex membro del politburo Dinh la Thang non ha avuto la pena più pesante, anzi i giudici hanno diminuito i 15 anni richiesti dall’accusa perché lui si è scusato per gli errori fatti che, a suo dire, erano il risultato della voglia sua e dei suoi collaboratori “di far crescere le società che dirigeva”. Protagonista insieme a La Thang è stato Trinh Xuan Thanh, ex amministratore delegato della società di costruzioni Pvc e imputato oltre che si malagestione di essersi messo in tasca in fondi pubblici. Lui è stato condannato all’ergastolo e il giudice, alla lettura della sentenza, gli ha ricordato che sarebbe stato condannato a morte se la sua famiglia non avesse restituito “volontariamente” 4 miliardi di dong vietnamiti, più o meno 200 mila euro (e a febbraio è stato condannato a un secondo ergastolo in un altro processo).

In realtà, è assai probabile che non ci sia stata la pena capitale per evitare una crisi diplomatica con la Germania, e indirettamente con l’Unione Europea. Trinh Xuan Thanh era fuggito dal Vietnam rifugiandosi a Berlino dove aveva chiesto asilo politico. Poi, una mattina della estate 2017, era sparito e riapparso 48 ore dopo sul canale principale della tv del Vietnam dicendo che era tornato perché gli mancava la famiglia. Secondo i tedeschi era stato vittima di una rendition organizzata dall’intelligence di Hanoi e per questo il governo tedesco aveva espulso immediatamente il rappresentante dei servizi segreti vietnamiti accreditato presso l’ambasciata e i rapporti tra i due Paesi si sono molto raffreddati.

Che in questa fase di lotta alla corruzione il partito abbia deciso di usare la mano pesante, lo si ricava da altri processi. A settembre 2015 è stato condannato a morte in un processo per appropriazione di fondi pubblici Nguyen Xuan Son, ex presidente di PetroVietnam e amministratore delegato di Ocean Bank, un istituto acquisito dalla società petrolifera, poi fallito avendo dilapidato il capitale. È stato salvato dal governo che ha ripianato i debiti pagando Ocean Bank 1 solo dong vietnamita.

Il rapporto tra musica e Lutero: il cantore Händel

Continua con questo articolo la trattazione da me promessa del rapporto fra la musica e la Riforma di Lutero, nel cinquecentesimo anniversario.

Il distacco dell’Inghilterra dal Cattolicesimo avvenne per cause contingenti, legate alle vicende personali di Enrico VIII. Era stato nondimeno da lunga pezza preparato dall’aspirazione nazionalistica insulare. E mise capo a quella Chiesa inglese la quale non ha in tutto caratteri protestanti ma di certo, senza la Riforma luterana, non avrebbe potuto prefiggersi una prospettiva politica. Il vero e proprio protestantesimo inglese, quello puritano, è di matrice calvinista e non ama la musica. Al nostro effetto, interessa anche la liturgia della nuova Chiesa d’Inghilterra, non più in latino ma in inglese. La Bibbia di re Giacomo rappresenta il completamento culturale del processo. E anche la nuova confessione mette al centro mitico l’Antico Testamento, con una identificazione della nazione insulare con Sion e Israele che riporta all’indietro la coscienza storica e culturale. Si credeva alla lettera al Vecchio Testamento, persino alla Genesi – e ci crede ancora la gran parte degli statunitensi.

Se nel Quattrocento e nel Cinquecento l’isola aveva avuto una grande scuola di polifonia cattolica, nel Seicento la musica sacra ha rilievo soprattutto quanto a cerimonie di Corte. Il più grande compositore inglese del Seicento, nonché il più grande in assoluto, morì a trentasei anni: e la fine precoce di Henry Purcell nel 1695 è stata una delle somme sventure della musica. Egli sarebbe stato degno di sostenere il confronto con Scarlatti e Händel. La sua musica sacra è sgargiante e sontuosa; per il suo sfarzo, congiunto però a finitura stilistica impareggiabile, è parente più di quella romana e di quella della Corte del Re Sole che non sia prossima all’ascetismo protestante. La musica per le esequie della regina Maria, del 1695, possiede, oltre una celebra marcia funebre, tre Mottetti polifonici intrisi di un tale pathos e dolore che lo stesso Bach non riesce a superarli.

Ma il cantore dell’epopea nazionalistica e veterotestamentaria inglese è Händel. Luterano, aveva scritto sia musica per questa confessione, sia, durante il soggiorno romano da ventisettenne, musica sacra cattolica. Trasferitosi a Londra nel 1711, fu fino al 1741 impresario e compositore di Opere italiane. Sin dal secondo decennio del secolo scrisse musica sacra anglicana, che ha gli stessi caratteri di quella di Purcell. E, soprattutto, compone solenni Drammi Musicali, in gran parte di argomento biblico, denominati “Oratorî”. Il più celebra è il Messia, uno dei pochi suoi affreschi dedicati al Nuovo Testamento. Li affianca a grandiosi Drammi di fonte tragica: Aci e Galatea, Semele, Ercole, derivanti da Teocrito, Ovidio e Sofocle.

Il pubblico della recente borghesia, che faceva tutt’uno di Antico Testamento e imperialismo inglese, considerò Händel il cantore dell’epopea nazionale. Per gl’Inglesi, di qualsiasi confessione, la religione è una funzione dello Stato. Händel era, tuttavia, un antico romano di sangue germanico vissuto nel Settecento. A Roma il paganesimo cattolico l’aveva rivelato a se stesso, mostrandogli la natura panteista della sua religione. Il suo possente sentimento della Natura non è biblico. Il contatto con il grande umanesimo inglese, che nasce con Marlowe e Shakespeare e Donne, lo aiutò all’ideale della Tragedia Greca. Il Messia è una grandiosa rappresentazione drammatica; Saul, Sansone, Atalia, Giuda Maccabeo, Israele in Egitto sono materia biblica cantata al modo di Eschilo e Sofocle, nella lingua di Marlowe, Shakespeare, Dryden, Milton e Congreve.

Nuovo governo: che deve fare sulle 4 piaghe

La gran parte dei politici, in perfetta malafede, fa finta di ignorare che i nemici sono gli evasori fiscali, i corrotti, i mafiosi e gli speculatori. Se ne parlano, lo fanno solo se serve per colpire l’avversario, ma sostanzialmente ignorano le più gravi patologie che ostacolano il progresso dell’Italia, ed è per questo che nessuno dei programmi elettorali dedica una sezione specifica alla lotta all’evasione fiscale, alla corruzione, alla mafia, all’abusivismo edilizio. Qualche intervento, abbastanza incisivo, è stato fatto da Pietro Grasso e, in tema di tutela dell’ambiente, dalla senatrice, sempre di LeU, Loredana De Petris, mentre Alessandro Di Battista in alcuni interventi televisivi, si è soffermato sulla necessità di una effettiva lotta alla corruzione.

Ma vediamo nel dettaglio qual è la situazione e quali provvedimenti andrebbero adottati.

In Italia – maglia nera in Europa – ogni 12 mesi, 100 miliardi di euro sfuggono al fisco e vengono sottratti alla collettività da un esercito di evasori. Lo scandalo maggiore è l’evasione dell’Irpef da parte dei lavoratori autonomi che ha raggiunto un impressionante 60% (e, per alcune categorie, anche l’80%). Ora, la lotta all’evasione dovrebbe essere l’obiettivo primario di ogni forza politica perché essa crea danni etico-morali ai contribuenti onesti. Crea, inoltre, un danno macro-economico allo Stato, alla collettività con effetti negativi anche gravi quali il peggioramento della qualità dei servizi pubblici come Sanità, Istruzione, Trasporti e Welfare. E allora, una seria ed effettiva politica di lotta all’evasione fiscale deve prevedere: a) un severo inasprimento delle attuali pene, (che oggi vanno da 1 e sei mesi a 6 anni di reclusione, con breve termine di prescrizione), con un minimo di 4 anni a un massimo di 12 anni; b) un consistente aumento degli organici dell’agenzia delle entrate e della Guardia di finanza che renda possibile sistematiche, periodiche verifiche, oltre che su imprenditori e commercianti, su studi professionali (avvocati, medici, commercialisti, ingegneri, architetti, ecc.), anche mediante l’utilizzo di agenti in borghese per accertare l’avvenuta emissione (o meno) di ricevute fiscali e fatture.

Due sono gli strumenti indispensabili – che i politici fermamente non vogliono – per sradicare la corruzione: il primo è lo strumento intercettivo “Trojan horse”, che il Parlamento ha bocciato nell’approvare la recente riforma del c.p.p., circoscrivendolo, irrazionalmente, alle sole indagini per i delitti di associazione mafiosa e terrorismo; il secondo è la figura dell’ “agente provocatore” da infiltrare nella P.A. il falso corruttore, analogamente a quanto già avviene in tema di droga ove è, appunto, previsto il falso acquirente di stupefacenti.

Per quanto riguarda la lotta alla criminalità organizzata è necessaria una più incisiva azione repressiva con l’invio e la permanenza (non di breve durata, ma per anni) di un considerevole numero di appartenenti alle forze dell’ordine nelle zone ad altissima densità criminale per “riconquistare” il territorio oggi occupato dalla criminalità e per presidiare aziende ed imprese i cui titolari sono sottoposti a sistematiche estorsioni o, in caso di rifiuto, a gravi rappresaglie, anche a rischio della vita. Contestualmente bisogna riportare al centro – come suggerisce Giovanni Tizian (su l’Espresso del 25.2) – la “questione meridionale” e, quindi, “liberare le nuove generazioni dal ricatto del bisogno”.

Per quanto riguarda, infine, la lotta all’abusivismo edilizio, l’unica soluzione possibile, affinché non continui lo scempio del territorio, è quella di sottrarre ai Comuni la gestione del territorio, affidandola a organi statali, (ad esempio gli uffici tecnici provinciali delle Sovrintendenze e del Genio civile). Ma un siffatto intervento, che va a incidere su rilevanti interessi politici ed economici poco trasparenti, difficilmente sarà attuato.

Urne, la roadmap delle istituzioni

Le elezioni del Parlamento della XVIII legislatura si sono concluse: ha inizio la Roadmap per la formazione del nuovo governo, secondo i tempi e i modi scanditi dalla Costituzione.

L’elezione dei presidenti delle Camere. Il primo atto è stata la convocazione del Senato e della Camera (eletti per 5 anni) per la seduta del prossimo 23 marzo nella quale si procederà, a scrutinio segreto, all’elezione dei rispettivi presidenti. Nel Senato, se le prime tre votazioni andranno a vuoto, si ricorrerà al ballottaggio tra i due candidati più votati e sarà eletto chi avrà conseguito la maggioranza dei voti; indi si eleggeranno due vicepresidenti, 3 questori e 4 segretari d’aula. Nella Camera, andati a vuoto i primi due scrutini, si passerà al terzo, nel quale basterà la maggioranza assoluta dei voti; poi si procederà all’elezione di 4 vicepresidenti, 3 questori e 8 segretari.

I presidenti delle Camere sono gli organi di vertice delle Istituzioni parlamentari di cui assicurano il buon andamento e l’osservanza del Regolamento (art. 8 Reg. Camera) disciplinando l’attività di tutti gli organi interni (art. 8 Reg. Senato). Per l’art. 86 della Costituzione il presidente del Senato è chiamato ad assumere le funzioni del capo dello Stato in tutti i casi in cui questi non possa adempierle (impedimento temporaneo, viaggi ufficiali all’estero).

Le prerogative e i diritti dei parlamentari: indennità parlamentare. Deputati e senatori acquistano le prerogative della carica e tutti i diritti inerenti alle loro funzioni dal momento della proclamazione. Fra tali diritti spicca l’indennità parlamentare prevista dall’art. 69 della Costituzione che “spetta ai parlamentari per garantire il libero svolgimento del mandato” (art. 1 Legge n. 1261/1965).

La costituzione dei gruppi parlamentari. L’atto successivo all’elezione dei presidenti sarà la costituzione dei gruppi parlamentari, articolazioni interne delle Camere previsti dalla Costituzione (art. 72/3 e 82/2) che compongono la Conferenza dei presidenti (presieduta dal presidente dell’Assemblea), fondamentale organo delle decisioni politico-organizzative del Senato e della Camera che vengono assunte con la partecipazione del governo. I gruppi parlamentari, espressioni nelle Camere dei rispettivi partiti o movimenti, si costituiscono (o si ricostituiscono se erano già presenti nella precedente legislatura) all’inizio della nuova legislatura: nella Camera mediante una dichiarazione resa dai singoli parlamentari al segretario generale, nel Senato con l’indicazione di adesione resa al presidente. In mancanza di tali manifestazioni di volontà, costoro confluiscono nel gruppo Misto al quale si iscrivono tradizionalmente anche gli ex presidenti della Repubblica e i senatori a vita.

La formazione del nuovo governo: entra in scena il presidente della Repubblica. Con l’elezione dei presidenti delle Camere e la costituzione dei gruppi parlamentari ha inizio la fase preparatoria della formazione del nuovo governo. In questo momento entra in scena il presidente della Repubblica, il quale dà inizio alle rituali consultazioni ascoltando i presidenti di Camera e Senato, gli ex presidenti della Repubblica e le delegazioni dei partiti e dei gruppi parlamentari. Va sottolineato che il capo dello Stato persegue in questi colloqui un unico, essenziale scopo: verificare la possibilità che in Parlamento si formi una maggioranza, e individuare il leader politico cui conferire l’incarico di formare un governo che ottenga la fiducia di entrambe le Camere come impone l’art. 94 della Costituzione. Occorre inoltre precisare che l’incarico non necessariamente sarà conferito al leader del partito che ha ottenuto più voti, ma solo se questi potrà contare sulla maggioranza nel Senato e nella Camera espressa da una coalizione fondata su di un programma comune e su di una compagine di ministri chiamati ad attuarlo. In altri termini, Mattarella non manderà in Parlamento un leader in cerca di una futuribile maggioranza, essendo tramontata l’epoca dei governi che si presentavano alle Camere senza una maggioranza precostituita venendo poi battuti (De Gasperi VIII nel 1953; Fanfani I nel 1954; Andreotti I nel 1972; Fanfani VI nel 1987), e neppure di governi della “non sfiducia” (come quello di Andreotti III, sopravvissuto dal luglio 1976 al marzo 1978 grazie all’astensione del Pci di Enrico Berlinguer).

Ciascuno dei leader politici affermatisi con le elezioni può legittimamente ambire a guidare il primo governo della XVIII legislatura, ma per ottenere l’incarico dovrà esibire al capo dello Stato, scritta nero su bianco, la “mozione motivata di fiducia” prevista dall’art. 94 della Costituzione, sottoscritta dai presidenti dei gruppi suoi alleati nella coalizione, che rappresentino la maggioranza a Montecitorio e a Palazzo Madama.

Mail box

 

Con le ecomafie in Campania Cantone ha fallito

Sul sito di Fanpage c’è un’intervista a Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità Anticorruzione, a proposito dei famosi video che mostrano politici e funzionari della Regione Campania mentre discutono con sedicenti imprenditori di smaltimenti di rifiuti, appalti truccati e, soprattutto, di tangenti. Cantone, dopo aver dichiarato di essere “inquieto nel verificare che il meccanismo dello sversamento illecito dei rifiuti continua imperterrito”, dice testualmente: “Forse ci eravamo illusi che la fase più calda delle ecomafie si fosse fermata”. Non so cosa volesse dire, ma sembra proprio l’ammissione di un fallimento.

Domenico Forziati

 

Grazie al Fatto Quotidiano per la sua libera informazione

Vi ringrazio ogni giorno del piacere di informazione che date. E ancor di più per i libri che in questi giorni sono in edicola. Con cuore vi dico di andare avanti e non spostare di un millimetro l’informazione vera, chiara e sincera dei fatti.

Vito Materazzo

 

Certa gente non merita di essere paragonata al “bollito misto”

No caro Travaglio, non ci sto.

La tradizione culinaria di ogni Paese è anche cultura, e per quanto siano nobili i suoi intenti, non si può titolare “Bollito misto” un pezzo dedicato a un “delinquente naturale”, per di più pregiudicato, come Berlusconi.

Il bollito misto non merita di essere paragonato a Silvio, manco per scherzo.

Vittorio Melandri

 

Sul Tav neanche gli esperti hanno le idee chiare

Sempre a proposito di Tav e di confronti dei vari progetti. Ho letto qualche giorno fa sul Fatto una dichiarazione del solito esperto “Dovremo raggiungere modelli di efficiente di shift modale che già ci sono sul Brennero”. Ora non so se questo esperto sia mai stato al Brennero, abbia mai visto come funziona o abbia anche solo letto qualche bollettino di Trenitalia, sta di fatto che la supposta efficienza modale significa ad esempio che dalla parte austriaca, arrivano e partono ogni giorno 18 convogli che trasportano 770 autotreni. Questi vengono tolti dalla strada, ma solo su territorio austriaco, perchè sul versante italiano invece circolano regolarmente sull’autostrada: alla faccia dello “shift modale”.

Sergio Fratucello

 

L’abusivismo edilizio rovina la splendida Velletri

Velletri è la mia città e la amo a prescindere. È stata decantata per la sua bellezza da poeti e scrittori.

Dei circa 53 mila abitanti, il 40% vive nell’antichissimo centro urbano – morente – e il 60% nella miriade di contrade di campagna. Il territorio di campagna ha perso via via la sua inclinazione naturale alle attività agricole dei nostri avi. Credo che negli ultimi quarant’anni sia la città con più abusivismo edilizio e quella che si è mangiata più suolo. Tutti i politici che si sono succeduti hanno cavalcato l’onda dei voti provenienti dal permissivismo nel far costruire abitazioni con cubature che niente hanno a che fare con le necessità abitative. I tre condoni edilizia – nel 1985, nel ’94 e nel 2003 – sono ancora in essere e il comune cerca di far cassa attraverso gli introiti dei vari oneri ancora non riscossi. Forse proprio il centrosinistra, che amministra la città da dodici anni, è quello che più ha permesse l’espandersi senza criterio urbanistico di ville e villini che hanno deturpato il nostro territorio. E una grossa responsabilità ce l’ha avuta anche la Banca popolare del Lazio, con finanziamenti spregiudicati.

Ermanno Castrichella

 

Forze dell’ordine e violenza: abusi troppo spesso impuniti

Sono nato nel 1950, nel ’68 ero appunto un diciottenne che ha cercato di contribuire, nel suo piccolo, a un mondo migliore, più giusto e più uguale. Ho partecipato a centinaia di manifestazioni e tante al grido di “celerini assassini”, soprattutto quando le vittime delle cariche di polizia erano numerose. Sono passati gli anni e ho visto quanto accaduto al G8 di Genova, alla caserma Diaz e in molte altre manifestazioni che si sono succedute fino a oggi. Ho visto agenti, ufficiali e funzionari di polizia e dei carabinieri trarre vantaggi e promozioni dai loro comportamenti fascisti. Ho inteso di carabinieri dediti a sopraffazioni di ogni tipo, protetti dai loro superiori.

Ennio Muccini

 

Elezioni: alla fine, quello che conta è fare il tifo per qualcuno

Duole ammetterlo, ma nonostante la passione per la politica nazionale sia notevolmente scemata nell’ultimo ventennio, mi ritrovo davanti allo schermo, addentrato nella famelica ricerca dei risultati elettorali provenienti dal Viminale. È il momento in cui metto da parte razionalità e spirito critico per diventare un vero tifoso. Poco importa quale sia il partito del cuore, ognuno di noi ha maturato una sua scelta che deve essere rispettata. Avanti sulla sinistra, recupera a destra e passa al centro, intercetta con la palla in movimento ma la perde sul settore d’estrema destra, traversone nella zona opposta del campo. Rigore! Chi batte?

Fabrizio Vinci

Strage di Latina. I controlli insufficienti sul personale abilitato a portare un’arma

Moltissimi anni fa, un agente penitenziario del carcere di Ferrara uccise la compagna che viveva con lui; la figlia della donna – nel corso del grave lutto – ebbe la forza di criticare la facile disponibilità dell’arma; da allora altri omicidi, analoghi, a volte plurimi, si sono verificati; l’ultimo pochi mesi fa in Puglia; personalmente ho posto un quesito, inascoltato dalle istituzioni: per quale motivo l’agente tiene con sé l’arma anche fuori dal suo orario e luogo di lavoro? Mille volte gli esperti hanno detto: la facile disponibilità non è certo la causa unica di questi orrendi crimini; sarebbe semplicistico anzi mistificante pensarlo. Ma la disponibilità di un mezzo altamente lesivo facilita le stragi; ovvio che le armi devono essere ritirate del tutto a chi non è in grado di gestirle; ma “portarle a casa” (salvo casi particolari di sicurezza) che senso ha?

La non risposta delle istituzioni è una forma di grave disinteresse e di incuria. Quel che è successo a Cisterna di Latina è una ferita inguaribile per tutti.

Per le due bambine e la mamma dolore e lacrime; ma saranno “inutili” anche questa volta?

Vito Totire

 

Carissimo Vito, lei ha ragione. I controlli all’interno dei corpi dello Stato sul personale abilitato a portare un’arma, sono insufficienti, sia nelle metodologie sia nella periodicità. La cronaca di queste ore sul terribile sterminio della sua famiglia da parte di un carabiniere, ci informa che anche la Procura militare ha aperto una inchiesta e che il Comando generale dell’Arma sta valutando tutta una serie di elementi. Quello che è certo è che sia la Polizia di Stato, sia la caserma dove il carabiniere prestava servizio erano a conoscenza del carattere violento del milite, delle frequenti liti in famiglia e delle aggressioni a sua moglie. Sempre le cronache ci informano che i comandi dell’Arma, avevano offerto la possibilità di una assistenza di carattere psicologico al loro dipendente. Lui, però, l’aveva rifiutata. La soluzione trovata dai suoi superiori, fu l’offerta di otto giorni di malattia, alla fine dei quali e dopo un’altra visita, il carabiniere fu ritenuto idoneo a svolgere il servizio, maneggiare armi e portare a casa la pistola d’ordinanza. Che qualcosa non abbia funzionato è chiaro anche alle pietre, che quell’uomo in divisa non fosse più in grado di governare le sue pulsioni violente e le sue ossessioni omicide, al punto da programmare tutti i particolari della strage, finanche l’organizzazione dei funerali suoi e della sua famiglia, era evidente. Ma non ai suoi superiori.

Enrico Fierro

“Giganti della Rete, Web Tax tra 2 e 6% del fatturato”

Arriverà nelle prossime settimane una direttiva Ue per una web tax tra il 2% e il 6% del fatturato per i giganti della Rete. Ad annunciarla in una intervista al Journal du Dimanche come riporta Bloomberg, il ministro francese dell’Economia Bruno Le Maire.

La tassa sarà più vicina al 2% che al 6%, precisa il ministro spiegando a chi riterrà che sia troppo bassa: “È un punto di partenza. Preferisco una tassa applicabile molto velocemente a trattative interminabili”. Maire ha spiegato che la Commissione sta valutando che tassare il fatturato realizzato in ciascun paese sia la strada più semplice da percorrere nei confronti delle over the top. La data segnata in agenda per l’annuncio è il 21 marzo 2018. Di sicuro, però, è l’opzione che, secondo le simulazioni, costa meno proprio ai giganti del web.

In Italia, con l’ultima legge di Bilancio è stata introdotta una imposta sui ricavi dei prestatori di servizi digitali del 3%, che secondo l’analisi dell’Ufficio parlamentare di bilancio (l’Autorità dei conti pubblici) “potrebbe determinare uno svantaggio competitivo delle imprese residenti”.

“Ecco perché la nostra impresa è fallita”

Una fiaba video per raccontare il fallimento della sua startup ai suoi due figli: Andrea Visconti, 30 anni, ha reso virale la fine della sua impresa e l’ha pubblicata online. “Cercavo un modo semplice per raccontarlo ai bambini”, spiega oggi che è direttore generale di una nuova impresa (BuyBoom) e autore di una serie di altri video sul fallimento che intende trasformare in un progetto editoriale.

La sua prima startup nasce nel 2013 e si chiama Sinba. L’obiettivo è sviluppare un’applicazione di mobile payment che permetta di non fare la fila alle casse. Andrea lascia il suo lavoro di brand manager per una casa di moda e con il suo socio inizia a cercare investimenti. Partecipa anche a un programma televisivo e vince 250 mila euro per Sinba. Quei soldi però non ci sono subito, ma arrivano dopo più di un anno, quando ormai non gli servono più. Trova quindi un acceleratore, una di quelle strutture che finanziano le startup e le aiutano a creare contatti e relazioni. Ma non basta: dopo pochi anni, Andrea deve chiudere. “Oggi – racconta – vedo tanti piccoli errori, ma nulla di eclatante”: il target troppo alto, i contatti poco efficaci, gli inconcludenti incontri con le multinazionali, la tanta formazione e l’esigua consulenza dell’acceleratore. “Forse sarebbe stato meglio puntare su un progetto meno ambizioso ma più vicino alle nostre forze”, aggiunge. In Italia l’ideale è riuscire a farcela da soli. “Le nostre aziende non comprano le startup innovative e i loro prodotti – spiega Andrea – preferiscono copiare. E se non c’è chi compra, non c’è chi investe”. Manca poi un ecosistema efficiente: “È vero, le startup aumentano ma dimininuiscono gli investimenti. Non siamo nella Silicon Valley: avrebbe più senso cercare gli investitori dopo aver sperimentato l’efficacia di un’idea sul mercato, anche su piccola scala”.

Fallire o scomparire, dunque. Come Jusp (mobile Pos) che nel 2013 ha raccolto oltre 6 milioni di dollari di finanziamenti e di cui non sembra esserci più traccia. Il suo fondatore attualmente risulta co-founder di un’altra startup specializzata in affitti brevi e benedetta da Airbnb. O come Sounday: è delle settimane scorse la notizia del concordato preventivo e della sua liquidazione. Per tre anni era sembrato che questa giovane azienda torinese dovesse rivoluzionare il settore della musica indipendente. Il suo fondatore aveva abbandonato il suo impiego in Intesa San Paolo: l’idea aveva avuto iniezioni per oltre 2,5 milioni di euro.

“Fare startup di solito si traduce nel realizzare e mettere sul mercato un nuovo prodotto o servizio – spiega Matteo Cassese, 41 anni, che tra il 2009 e il 2011 fonda Filmizer e brucia con la sua prima startup oltre 22 mila dollari –. Per farlo bisogna mettere in piedi un team di persone e usare delle risorse. In questo senso fare startup non è un modo efficiente di migliorare il proprio reddito nell’immediato”. Sacrifici oggi per un tornaconto futuro. Cassese oggi lavora a Berlino e ha una società di consulenza per le strategie di marketing (La fabbrica della realtà). “Non tutte le imprese devono nascere come startup – spiega -: la si può creare anche da soli, ma in questo caso il prodotto o servizio va molto semplificato”. La differenza a livello fiscale è che una startup nella sua fase di ricerca di solito non genera profitti e quindi in molti sistemi fiscali non paga tasse finché non ha successo. Ma ci vuole tempo e pazienza. E continui apporti di denaro. “Se l’obiettivo nel breve termine è aumentare il proprio reddito, meglio mettersi in proprio e offrire servizi ai privati. Un lavoro incerto, ma in alcuni casi remunerato molto meglio”.