E GroKo sia. Il nuovo governo della Germania sarà formato dagli stessi partiti di quello vecchio, clamorosamente bocciato alle elezioni del 24 settembre scorso. Ieri, 161 giorni dopo il voto e, soprattutto, dopo il disastroso fallimento delle trattative per una coalizione Giamaica (Unione, Liberali e Verdi), gli iscritti alla Spd hanno approvato con una larghissima maggioranza la riproposizione della grande coalizione. Il 66,02% (contro il 76% del 2013) dei tesserati con diritto di voto hanno dato il via libera all’intesa con Cdu e Csu. La partecipazione alla consultazione (dal 22 febbraio al 2 marzo) è stata importante: oltre il 78%. I tempi del più lungo negoziato tedesco per la formazione di un esecutivo hanno ignorato nella sostanza l’esito del voto. Gli elettori avevano sfilato alla GroKo il 15% dei consensi. Avevano lasciato comunque ad Angela Merkel e alla sua Unione il compito di continuare a guidare il Paese.
Il voto e i sondaggi lasciano intendere che i tedeschi percepiscono le contraddizioni del loro Paese. Sanno di stare meglio che altrove, ma hanno fatto capire che non vogliono andare avanti così. In gennaio la quota di disoccupazione era del 3,6%, meno della metà della media europea: in alcune regioni del Paese il numero dei senza lavoro era il più basso da oltre 25 anni. Ma secondo i numeri del 2016 dell’Eurostat, la Germania era il Paese del Vecchio continente con il più alto rischio di povertà per chi perde il posto: il 70,8%.
L’economia è effervescente, ma la ricchezza viene distribuita sempre meno. E sempre peggio. Il dibattito sulla sanità è incandescente: le assicurazioni hanno le casse piene di soldi, ma i lavoratori del comparto sono pagati male e la qualità dell’assistenza a doppio binario (senza troppo problemi quella privata, a differenza di quella pubblica) ne risente. La Alternative für Deutschland ha interpretato il malessere cavalcando l’onda xenofoba legata all’accoglienza dei profughi. L’equazione sulla quale il movimento ha fatto il pieno di consensi è tra la massiccia spesa destinata all’operazione umanitaria a favore degli stranieri e i mancati investimenti a beneficio dei tedeschi: dalla formazione alla salute, dalla difesa alle infrastrutture. “Al massimo nel 2021 arriverà il conto”, ha twittato la AfD. “Sarà il governo più debole guidato dalla cancelliera”, ha tagliato corto Dietmar Bartsch, esponente di spicco della Linke. “Non sarà un governo stabile”, ha aggiunto ricordando come solo 239 mila aderenti alla Spd su quasi 464 mila abbiano avallato il nuovo governo.
Fra i delusi del referendum c’è Kevin Kühnert, il leader dei giovani socialdemocratici che si era speso per il “no”: “Le critiche alla GroKo rimangono”, ha commentato. “La Spd deve essere più quelle delle ultime settimane che quella degli ultimi anni”, ha ammonito. Almeno in parte, la cancelliera ha fatto tesoro delle recenti “contestazioni” interne, come dimostrano i nomi dei ministri. Non solo ha parzialmente ringiovanito la compagine di governo, ma ha premiato l’ala più critica e conservatrice mandando il 37enne Jens Spahn alla Sanità. Spahn (19 anni più giovane del predecessore Hermann Gröhe), che lo scorso dicembre ha sposato il suo compagno, un giornalista della rivista Bunte, ha posizioni molto estreme, soprattutto sull’immigrazione. La Spd non ha ancora ufficializzato i nomi dei ministri, ma il reggente Olaf Scholz, che dovrebbe diventare vicecancelliere e prendere il posto di Wolfgang Schäuble nello strategico ministero delle Finanze, ha fatto sapere che saranno 3 maschi e 3 femmine, destinati anche a Esteri, Lavoro, Giustizia, Famiglia e Ambiente.