Illusione startup: oltre la metà non produce reddito in più

Un mondo che vive tra l’illusione dell’autoimprenditorialità di successo, con un impatto sensibile sul reddito, e la disillusione di un miglioramento che non arriva mai e che genera addirittura una perdita: è la fotografia delle startup italiane, del mondo delle neoimprese, scattata da Istat e ministero dello Sviluppo economico e presentata pochi giorni fa. Un rapporto basato su un migliaio di startup che hanno volontariamente aderito al questionario e che ha analizzato come e perché nasce una startup, ma soprattutto ciò di cui si occupa e chi la finanzia. Risultato: quello che in uno Stato imprenditore sarebbe considerato un fiore all’occhiello, è costretto ad arrancare e riadattarsi, assumendosi i rischi di un investimento che, se darà i suoi frutti, nel migliore dei casi sarà assorbito da chi non ha voluto assumersi quel rischio.

I numeri. Nel 62,9 per cento dei casi analizzati, ad esempio, la scelta di fondare una startup da parte dei neoimprenditori è motivata dalla volontà di creare un’azienda di successo ad alta redditività. Nel 77 per cento la motivazione riguarda la creazione di prodotti innovativi mentre il 10 per cento dei partecipanti ammette di aver ripiegato su questa attività per trovare lavoro. Eppure, la speranza di alti redditi pare infrangersi contro la realtà: rispetto al momento dell’avvio della startup, per metà dei partecipanti al sondaggio il reddito è rimasto invariato. Anzi, nel 29,3 per cento dei casi è addirittura peggiorato, anche di molto per il 13 per cento.

Alla nascita, nel 73,2 per cento dei casi il finanziamento della startup avviene tramite risorse stanziate dai soci fondatori mentre in meno del 10 per cento dei casi ci si rifà a finanziamenti pubblici (regionali o nazionali). In pratica, le startup vengono avviate se ce lo si può permettere. Il supporto del finanziamento pubblico aumenta e arriva solo in un secondo momento (e soprattutto per le imprese che svolgono ricerca e sviluppo).

Difficile anche l’accesso al credito bancario, che, se non avviene all’avvio dell’attività pare essere una condizione rilevante nella fase di crescita: “Il 49,7 per cento delle startup con produzione superiore a 500 mila euro – si legge nell’ indagine – ha ricevuto prestiti bancari, contro il 21 per cento di quelle che si attestano sotto i 100 mila euro”. Un quarto degli intervistati dichiara poi di aver scelto la strada della startup per mettere in pratica ricerche universitarie, ma non è specificato se si tratti di una scelta spontanea o di una necessità dovuta all’impossibilità di continuare a fare ricerca all’interno del sistema universitario.

A guardare il background dei soci operativi si direbbe che quello delle startup è un mondo per soggetti con meno di 45 anni nel 60 per cento casi e di dimensioni molto piccole: nel 99,5 per cento dei casi i soci operativi sono meno di dieci. I meno giovani preferiscono le tradizioni e chiamare la propria attività piccola o microimpresa.

Il divario di genere è ampio: solo il 18 per cento dei soci operativi è donna, nonostante queste siano in media più giovani dei soci. Il livello di istruzione cambia notevolmente a seconda del settore in cui opera la startup, a conferma che quelli più produttivi e con capacità innovativa necessitano di alti livelli di qualificazione.

In particolare, il tasso più basso di istruzione si presenta nei settori del trasporto, commercio, ristorazione e alloggi dove per il 42 per cento dei casi si tratta di soci con diploma, percentuale simile (36 per cento) per il settore dei macchinari a prevalenza di capacità tecniche professionali, dove contrariamente al primo caso le possibilità produttive sono sicuramente più elevate.

All’opposto della scala, le startup che si occupano di Ricerca e Sviluppo con un 36 per cento di dottorati a cui si aggiunge un 25 per cento di soci che hanno una laurea di secondo livello. Valori simili anche per architetti e ingegneri.

Martina Dell’Ombra non finge più: “Il corpo della donna non si salva mai”

Martina Dell’Ombra e Berlinguer, insieme: in effetti, non poteva che essere un trip. Il personaggio ideato da Federica Cacciola, “corpo in prestito” della pariolina da villa e autista (e “kissini”) creata ormai quattro anni fa e diventato una star del web, è protagonista e firma di “Fake – Una storia vera”, libro in uscita per Mondadori domani.

Lei, che difende i confini di Roma Nord come neanche Salvini quelli del Po, si perde nei meandri di Roma Sud (che, chiarisce una volta per tutte, “è un concetto”, quindi comprende anche la parte Est e Ovest). Ma lo smarrimento è un mancamento, un’allucinazione, la scusa per un viaggio psichedelico in giro per pianeti (quelli intorno a Trappist-1), con nomi come “Gaio” o “Influence”. Un romanzo satirico in cui finiscono tutti, vivi e morti della politica italiana, vis à vis con la giovane cresciuta a pane e Berlusconi: “Ci sono tutti per onestà intellettuale, perché sono criticabili e col fianco esposto, senza più sacralità”. E infatti, per quella si è dovuta rivolgere a Enrico Berlinguer, Virgilio all’occorrenza: “Dovevo trovare una figura di una certa caratura, al di là del colore, per contrapporlo al profano”.

Il tempismo della pubblicazione è calcolato, in un post-elezioni che vede la Dell’Ombra “pronta a schierarsi dalla parte di chi vince” e Federica preoccupata di una sinistra che, “ne uscirà comunque con la ossa rotte”. Il gioco, che poi non è un gioco, è questo: Federica è la custodia di Martina, più volte definita troll della rete, cioè la disturbatrice scomoda di professione. Non è Martina, ma le ha dato vita, in un sistema di specchi che ancora il pubblico confonde per realtà, dopo anni di onorata carriera purché contro gli ultimi. Un fraintendimento che qualcuno ha cercato di cavalcare: “All’inizio, un partito mi chiese di sostenere le tesi degli avversari in un video, al fine di ridicolizzarli. Ovviamente non lo feci, ma neanche Martina l’avrebbe fatto. È ricca, si venderebbe solo per una carica politica”.

Federica è un’attrice e un’autrice. Prima di Martina, faceva teatro. Dopo un periodo di perdite su ogni fronte, reagisce ideando il grottesco personaggio che ancora oggi qualcuno scambia per vero. Martina conquista la rete (“lavora più di me”), poi la tv, e inizia con il cinema. Gli insulti sono un prezzo da pagare: “Ho studiato per fare delle maschere, ero preparata al distacco necessario verso quelle che chiamo ‘ondate d’odio’, quando escono video che dividono particolarmente”. Quello che la ferisce, semmai, è l’effetto che i detrattori hanno sulle persone vicine e gli attacchi sul piano fisico. “Il corpo di una donna non si salva mai”, dice Federica, mentre Martina si lamenta, nei video, di trascorse serate con i potenti, che poi non le hanno dato in cambio niente. Una distanza che forse, da qualche parte, pesa: “Rientra tra le opportunità che mi dà lei, di portare attenzione su temi complessi. Martina ha ragione su un sacco di cose, è in linea col pensiero comune. Quello che mi pesa davvero sono le Martine vere, frutto della società e la semplificazione”. Anche per questo, Martina non morirà.

Sogna il cinema: “I Vanzina, dici? Immagino un linguaggio alla fratelli Coen”. Ma questo è il sogno di Federica.

Perché leggere Omero a vent’anni può essere davvero meraviglioso

“I ragazzi dovrebbero leggere i classici. I ragazzi dovrebbero leggere Omero”. Sono frasi che si sentono dire, qualche volta, da professori di liceo. Motivarle non è semplice, però, perché non è semplice spiegare in che modo un ragazzo, di solito preso da tutt’altre cose, dovrebbe confrontarsi con testi che hanno più di 2500 anni e sono forse quanto di più distante dalla nostra realtà quotidiana si possa immaginare.

Allora perché leggere Omero? Uno studioso, interessato al “vero” significato del libro, ci direbbe che i suoi poemi sono pieni di tesori. Che possono illuminarci sulla cultura di un mondo lontano dal nostro, sui meccanismi segreti di una letteratura agli albori, su tutti i miti, le storie, le vite che si sono sedimentate e cristallizzate come fossili nel greco omerico. Uno studioso ci direbbe tutto questo, e non avrebbe torto.

È vero: le opere di Omero, come quelle di Platone e altri giganti della letteratura classica sono labirinti magnifici in cui vale la pena di perdersi e che a ogni svolta d’angolo regalano rivelazioni.

Ma non tutti siamo studiosi e quasi nessuno lo è già a vent’anni. Non tutti vogliamo approcciare un libro con riletture multiple, cimentarci in studi linguistici e confrontarci con esperti per estrarne qualcosa di nuovo e rilevante per il mondo.

Anzi, normalmente non è così che leggiamo la maggior parte dei libri. Chi apre libri per passatempo e per piacere, senza scopi necessariamente edificanti, sa che con la letteratura c’è prima di tutto un rapporto personale. Non si legge per estrarre dai romanzi verità universali, né per imparare qualcosa nel senso in cui si impara un teorema di geometria.

Si legge alla ricerca di qualcos’altro, di qualcosa che forse non è neanche necessariamente all’interno del libro e che emerge piuttosto dalla nostra interazione con esso, dal gioco di risonanze fra la parola scritta, fissa, immobile, e la mente viva del lettore, col suo carico di ricordi. In questo modo la letteratura parla con noi, di noi, attraverso il tempo.

Già doveva essere chiaro a Omero – o a chiunque sia l’autore, o gli autori, delle sue opere – quando vi leggiamo che Odisseo pianse “come piange donna riversa sul caro sposo che cadde davanti alla sua città” (Odissea VIII, 521) ascoltando la storia del cavallo di Troia cantata dal poeta Demodoco tra i Feaci.

L’eroe ascolta una storia a cui ha preso parte egli stesso, molti anni prima, e questo lo commuove. Non ci viene detto, di preciso, che cosa lo commuova, se il pensiero del passato, dei compagni perduti o di qualcos’altro ancora. Ma possiamo immaginarlo: qualcosa, nell’esperienza narrata, rispecchia un aspetto dell’esperienza reale.

E, come Odisseo, anche noi non incontriamo davvero esperienze diverse dalle nostre, quando ripetiamo nella mente parole scritte da qualcun’altro: sono le nostre stesse esperienze che ci vengono descritte. Con altre parole, certo, e con immagini differenti. Ma se le storie hanno il potere di muoverci è perché, in una certa misura, sono composte di ciò di cui la vita è composta.

Non importa se raccontano di guerre passate o di epoche dove si credeva che gli dei camminassero a fianco degli uomini, finché l’esperienza umana conserva nelle parole la stessa vividezza che ha nella realtà. L’Iliade e l’Odissea sono poemi che non illudono sulla crudeltà della vita, che toglie “da sotto i piedi la terra” (Iliade XXI, 271), come il fiume Scamandro che ostacola Achille nella sua vendetta, e non illudono sulle difficoltà del ritorno per chi decide di rimanere in piedi e navigare ancora fino alla sua Itaca, come Odisseo.

Se però è vero che con la letteratura abbiamo prima di tutto rapporto personale, è anche vero che l’esperienza di amare un libro non può essere indotta. Tutto quello che si può proporre a un ragazzo che voglia leggere Omero è una scommessa: mettere in gioco qualche ora di vita in cambio di un’epifania possibile.

Al massimo, si può dare qualche consiglio pratico: leggere lentamente, con pazienza, come meritano i classici. E non perché Omero “debba” essere letto – nessun libro “deve” essere letto – ma per piacere, prima di tutto, e forse con la speranza di incontrare se stessi in qualche vecchia parola. Dico solo questo: vale la pena tentare. A vent’anni, quando si ha fame di verità e si è meno disposti ai compromessi, un’epifania da Omero può essere un regalo prezioso, da custodire in vista di quello che verrà – sia esso la furia dello Scamandro o un faticoso ritorno a casa.

Il welfare aziendale, ovvero come si arricchisce il datore di lavoro

Alcuni lettori segnalano pressioni dalle loro aziende perché rinuncino al premio di produttività in busta paga e lo destinino al cosiddetto welfare aziendale. Si chiama così un coacervo di beni e servizi (buoni pasto, sanità integrativa, trasporti casa-lavoro, ecc…) che dovrebbero appunto accrescere il benessere del lavoratore. In realtà esso degenera nel caso migliore in una forma di elusione fiscale, affogata in rapporti concertativi fra sindacati e aziende, e comunque non è affatto conveniente come raccontano.

Per la stragrande maggioranza dei dipendenti privati il fisco è generoso coi premi o incentivi di produttività, di risultato ecc. fino al limite di 3.000 euro (e in certi casi 4.000) euro l’anno. Chi li incassa direttamente paga il 9,19% di contributi previdenziali e poi solo il 10% d’imposta invece che dal 23 al 43% dell’Irpef. Chi, invece, li destina al welfare, evita addirittura ogni contributo o imposta. Quindi apparentemente questa seconda opzione gli conviene (e per carità di patria non infieriremo sulla terza possibile destinazione, ovvero alla previdenza integrativa).

In realtà la faccenda è più complessa per una normativa perversa, sancita dalla legge di bilancio 2017, che dà i suoi frutti indigesti con qualche ritardo, cioè solo dopo essere stata recepita nei contratti collettivi di lavoro.

Infatti col premio di produzione nel welfare, il datore di lavoro non versa più la sua parte di contributi previdenziali. Ecco perché tante pressioni sui dipendenti! È vero che essi così risparmiano il 10% d’imposta, ma perdono versamenti previdenziali dell’azienda a loro favore in misura di regola superiore al 20%. Quindi la convenienza non c’è o, meglio, non c’è per loro. Per l’azienda certo che c’è!

Per concludere, se l’ottica è “pochi, maledetti e subito”, allora meglio il premio in busta paga, perché comunque i soldi nel welfare non si recuperano mica subito. Anzi, diventa spesso difficile utilizzarli tutti. Ma pure con un orizzonte di lungo termine è meglio in busta paga, perché è molto probabile ottenere nel complesso di più. Infatti i contributi previdenziali, del lavoratore o dell’azienda, non sono mica soldi persi. Fanno maturare una pensione più alta.

Non sarebbe però giusto gettare la croce solo addosso alle aziende per i consigli viziati da un conflitto di interessi. Come quasi sempre, la colpa prima è del legislatore e a monte dell’esecutivo, nella fattispecie il governo Renzi. La legge di Bilancio 2017 reca la sua firma.

 

Tfr in busta, part time e Ape: storia di un flop annunciato

Nel silenzio più assordante e senza che nessuno protesti per la mancata proroga, il prossimo 30 giugno scadrà il terzo anno di sperimentazione del Tfr (la liquidazione) in busta paga. La misura – voluta nel 2014 dall’allora premier Renzi e che rientra negli slogan-hashtag-tormentoni nati e morti settimana dopo settimana – sarebbe dovuta servire per “rilanciare i consumi” consentendo a 12 milioni di lavoratori del settore privato di ricevere ogni mese sul cedolino una quota del Tfr invece che prenderli tutti insieme alla fine della carriera. “Fino a settembre 2017, solo 205 mila lavoratori (meno dell’1% degli interessati) hanno richiesto alla propria azienda di anticipare la liquidazione. Una misura flop, sbagliata in partenza”, spiega Vincenzo Silvestri, consigliere della Fondazione dei Consulenti del lavoro. L’imposizione fiscale è troppo penalizzante per il lavoratore. In soldoni, chi ha un reddito di 18 mila euro lordi può ottenere in busta 957 euro in più all’anno, ma al posto dell’aliquota Irpef al 23% deve pagare quella del 27% (la stessa di chi guadagna 23mila euro). Una misura che, già criticata da Confindustria, sindacati e Consiglio di Stato, ha rischiato anche di compromettere il futuro previdenziale degli italiani e aggravare l’economia chiedendo alle aziende di anticipare soldi che, negli anni di crisi maggiore e con i rubinetti delle banche chiuse, non avevano in cassa. “Alla fine è prevalso il buon senso dei lavoratori che hanno preferito continuare a utilizzare il Tfr come forma previdenziale lasciandolo in azienda o destinandolo a un fondo pensionistico”.

Altra annuncite, altro flop: la norma sul part time agevolato. Introdotto dalla Stabilità 2016, fino a fine del 2018 consente ai lavoratori dipendenti del settore privato che hanno versato almeno 20 anni di contributi e stanno per maturare 66 anni e 7 mesi di ridurre l’orario di lavoro tra il 40% e il 60% negli ultimi anni prima della pensione (“Tempo in più per stare con i nipotini”, spiegò Renzi) con una busta paga inferiore, ma con tutti i contributi figurativi versati all’Inps. Chiaro il motivo dello scarso appeal dello strumento: “La resistenza delle imprese, preoccupate dalla dinamica del rapporto costi/benefici non molto favorevole rispetto alle altre forme di incentivazione all’uscita del mercato del lavoro e l’aver escluso i lavoratori del pubblico impiego”, sottolinea Silvestri. Non è, infatti, sostenibile che lo Stato, alla perenne ricerca di liquidità per evitare che scattino le clausole di salvaguardia (per il biennio 2019-2020 servono 31,5 miliardi di euro), riesca a reperire ulteriori fondi per pagare i contributi figurativi. Già lo scorso anno il presidente dell’Inps, Tito Boeri, aveva messo in guardia su questo tipo di “interventi estemporanee e parziali con costi amministrativi superiori alle somme erogate” che, alla prova dei fatti, è risultato vantaggioso solo per chi è vicino alla pensione ma non per le aziende.

Secondo i calcoli dei Consulenti del lavoro, su redditi tra 25mila e 43mila euro, un lavoratore che firma un contratto di part time agevolato al 40% delle ore lavorate ha in busta paga il 28% in meno della retribuzione, mentre l’impresa ha una riduzione del costo del lavoro del 49%. Inoltre, di fatto, l’opzione è preclusa alle donne: chi può usarla deve essere nato prima del maggio 1952. E le lavoratrici nate prima di questa data sono in grandissima maggioranza già uscite dal lavoro nel 2016. Tanto che per i Consulenti del lavoro il numero di domande accolte è “praticamente irrisorio”, intorno a un centinaio. Lo scorso anno, il ministro del Lavoro Poletti ha cercato di spiegare il flop dicendo che era “colpa” dell’altra misura prevista dal governo, l’anticipo pensionistico (Ape), visto che le platee coinvolte sono sostanzialmente le stesse. Peccato che fino a un paio di settimane l’Ape esisteva unicamente su carta.

Solo dallo scorso 13 febbraio, dopo una faticosissima gestazione, è infatti possibile avviare la procedura per richiedere il prestito che consente a chi ha almeno 63 anni e 5 mesi d’età e 20 anni di contributi di anticipare una parte della pensione. Il prestito viene poi rimborsato con trattenute sulla pensione per 20 anni. La platea potenziale per quest’anno è di 300 mila lavoratori e di 155 mila nel 2019. “Per ora di certo c’è che sul sito dell’Inps in 90 mila hanno fatto la simulazione per capire quanto andrebbero a prendere di pensione e quanto pagherebbero di interessi”, spiega Silvestri. Che aggiunge: “Noi consigliamo l’Ape solo come forma alternativa di credito al consumo, visto che per ora il costo totale (il Taeg) è circa il 3,4% annuo di interessi. E tale rimarrà per 20 anni, come se fosse un mutuo. Ma non può rappresentare un strumento di aiuto per calmierare il mercato del lavoro alle prese con la legge Fornero. È chiaro che si tratta di un incentivo all’esodo che il lavoratore si paga sa solo a caro prezzo”, conclude Silvestri.

Valanghe e fuoripista in Piemonte: morto uno snowboarder

Valanghe e fuoripista hanno provocato incidenti in montagna con feriti e anche una vittima. Il bilancio poteva essere ancora più grave perché sotto una slavina era rimasta una intera comitiva di sciatori che, per fortuna, è riuscita a uscirne fuori senza troppe complicazioni. Tra le valanghe in Piemonte la più grave si è registrata a Pian Benot, nel Comune di Usseglio (Torino) dove uno sciatore fuoripista, 36 anni, di Torino, è stato travolto e rimasto completamente sommerso. I soccorritori sono riusciti a individuarlo da uno sci che spuntava dalla neve e l’hanno rianimato, ma le sue condizioni sono gravissime. Altre due valanghe, senza feriti, in Valsesia (Vercelli) e Val Maira (Cuneo). In Val Maira, a quota 2.400, una valanga ha travolto una dozzina di sci-alpinisti: tutti sono usciti indenni. Sulle Alpi Lepontine, uno snowborder è precipitato da un salto di roccia durante una discesa in fuoripista in località San Domenico di Varzo, stazione sciistica dell’Ossola al confine con la Svizzera. Il corpo è stato recuperato da una eliambulanza. La vittima è un 27enne di Buccinasco (Milano). Il giovane è finito fuori pista durante una discesa con lo snowboard sotto gli occhi di un amico che era con lui.

Fuga da Agrigento: “Non è una città per archeologi”

Solo nel 2016 ad Agrigento è stata fatta una delle più grandi scoperte della storia recente: dopo anni di ricerche, l’antica Akragas ha offerto agli archeologi il suo teatro ellenistico. Oggi a due anni da quella scoperta e con i lavori ancora in corso, Agrigento – la città che ha al proprio interno il sito archeologico più grande al mondo, la Valle dei Templi – è rimasta orfana di un corso di laurea triennale in archeologia, mentre a collaborare agli scavi per portare alla luce il grande teatro sono state le Università di Catania e Bari.

All’Università di Agrigento sta invece per concludersi il corso di studi triennale in Beni culturali e archeologici inaugurato soltanto pochi anni fa, quando la facoltà agrigentina era frequentata da più di cinquemila studenti. Oggi, quando se ne contano appena trecento, rimane salvo, almeno per un altro anno, il corso magistrale in Archeologia (17 studenti iscritti) il cui futuro rimane però in forte dubbio.

A minare quella che era una attività iniziata con i migliori auspici, è il sempre più insistente allontanamento dell’Università di Palermo dall’Ateneo agrigentino, un tempo sua principale succursale.

Se prima dunque l’Unipa aveva attivato nella città dei Templi corsi in Architettura, Servizi sociali, Informatica e Giurisprudenza e Beni culturali, pian piano si è tirata indietro, inaugurando un’operazione di accentramento e dislocamento che ha favorito la succursale di Trapani.

La città dei Templi si trova così sguarnita del corso triennale, negli anni in cui la Valle dei Templi vanta numeri da record e nuove scoperte: “Siamo riusciti a congelare per un altro anno il corso di laurea in Archeologia – spiega Giovanni Di Maida, vicepresidente del Cua, consorzio universitario di Agrigento – ma oggi non ci sono le possibilità che il corso di Architettura o quello in Beni culturali e archeologici ritorni qui. Per noi l’Università di Palermo rimane l’interlocutore privilegiato per rilanciare il polo di Agrigento però il capoluogo si deve impegnare ad attivare corsi di laurea, non bastano le chiacchiere. In questi ultimi tempi, nonostante i numeri, Palermo si sta impegnando invece sul versante Trapani, abbandonando Agrigento. Per questo motivo noi ci rivolgiamo anche ad altre università, ottenendo grandi successi come il corso di laurea in mediazione linguistica”.

Tra queste anche un ateneo rumeno, con la quale è stato raggiunto l’accordo per aprire il corso di laurea in Ingegneria Agroalimentare.

La via intrapresa dall’Università di Palermo sembra però segnata, mentre gli studenti di Agrigento che desiderano intraprendere gli studi archeologici sono costretti sempre più ad emigrare verso le università del Nord. “Molti ragazzi di Agrigento non frequenterebbero l’Università e non si trasferirebbero a Palermo”, spiega il presidente del Cua, Pietro Busetta, succeduto a Gaetano Armao a fine 2017. Che aggiunge: “Noi abbiamo bisogno invece di persone colte e mature, e questo si può ottenere solo grazie al rilancio. Non possiamo perdere l’Università, è impensabile che qui non esista più una facoltà di Architettura e un corso di laurea triennale in Beni culturali”.

Intanto il Consorzio deve fare i conti con una situazione debitoria di non poco conto nei confronti dell’Università di Palermo sulla quale sta lavorando il nuovo presidente, non senza problemi.

No Tav: “Più costi a nostro carico, favorita la Francia”

Un tunnel di 57,2 chilometri tra Italia e Francia che, nonostante insista maggiormente nel territorio transalpino, sarà pagato soprattutto dai contribuenti italiani. È uno degli aspetti della ripartizione dei costi della Torino-Lione contestati da alcuni No Tav che denunciano un atteggiamento di favore di Roma verso Parigi. La critica arriva dal “Presidio Europa” del movimento della Val di Susa, che definisce la questione come una “assurda asimmetria”. Anche se l’origine di questa ripartizione risale all’accordo siglato a Roma nel 2012, per gli oppositori della grande opera è diventata una materia su cui battersi ora che la Francia sta mettendo in discussione molti progetti infrastrutturali, ma non ancora quelli legati alla Torino-Lione.

Andiamo con ordine. Stiamo parlando del tunnel di base del Moncenisio, attraverso il quale dovranno passare i treni merci ad alta capacità del corridoio europeo Ten-T (Trans European Network-Transport). Da un documento del Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe) sull’autorizzazione dei primi due lotti del cantiere del tunnel italo-francese, un atto approvato dal governo il 7 agosto scorso, vagliato dalla Corte dei conti il 20 dicembre e pubblicato nella Gazzetta ufficiale il 24 gennaio, si apprende che il costo attualizzato della galleria è di 9,63 miliardi di euro: equivale al costo certificato (8,3 miliardi di euro “in valuta 2012”) a cui si aggiungono circa 300 milioni di euro per l’acquisto dei terreni e altre operazioni, aggiornato con un tasso dell’1,5 per cento l’anno fino al 2029.

In particolare, l’accordo di Roma prevede che il costo sia ripartito così: 57,9 per cento per l’Italia e 42,1 per la Francia. Quindi l’Italia dovrà spendere 5,57 miliardi di euro e la Francia 4,06 miliardi di euro. “Oltre tale importo i costi saranno ripartiti in parti uguali”, si legge ancora. A queste cifre bisognerà poi togliere il contributo dell’Unione europea che, se i tempi dei lavori saranno rispettati, potrà coprire fino al 40 per cento del costo certificato, cioè circa 3,4 miliardi di euro. Così, spiega Paolo Prieri del “Presidio Europa”, l’Italia dovrà pagare 3,6 miliardi di euro e la Francia 2,6 miliardi in valuta corrente.

Ma, a questo punto, i “tecnici” No Tav notano una cosa: sul territorio italiano ci sono 12,2 dei 57,2 chilometri, mentre su quello transalpino sono 45. Mettendo in rapporto i costi e la lunghezza, ogni chilometro di galleria italiana vale 293,5 milioni di euro contro i 57,9 milioni per ogni chilometro nella parte francese. “Quasi cinque volte di più”, afferma Prieri.

Perché una divisione con queste percentuali? Una nota informativa dell’Osservatorio del governo per la Torino-Lione spiega che, data la copertura del 40 per cento dei costi da parte dell’Europa, Italia e Francia dovranno dividersi il rimanente 60 per cento così: 25 per cento a carico di Parigi (pari al 42,1 per cento di cui sopra) e il 35 per cento di Roma (cioè il 57,9 per cento). “Al netto del contributo europeo, la logica di un’opera tra due Stati è la ripartizione dei costi in maniera equa, non importa quanto l’opera insista su un territorio o l’altro – ha spiegato l’ex presidente dell’Osservatorio Mario Virano lo scorso mercoledì a margine di una conferenza stampa -. In questo caso l’Italia si è accollata il 10 per cento in più”, cioè la differenza tra il 25 per cento francese e il 35 per cento italiano. “Fa questo perché la tratta francese, da Saint Jean de Maurienne a Lione, costa quasi tre volte in più di quella italiana”, continua Virano. Ma il suo successore Paolo Foietta ritiene errata la lettura dei costi per ogni chilometro: “Dobbiamo valutare invece che per 270 chilometri totali si spenderanno circa 16 miliardi.

Il valore medio dell’opera è di circa 60 milioni di euro al chilometro, valori compatibili con la media europea”.

Spiegazioni, però, che non soddisfano i No Tav più attenti ai costi pubblici: “Siamo contrari all’opera ma, se proprio si deve fare, allora si faccia equamente, come si fa in un condominio con i millesimi. Se dicessimo alla Francia di pagare il tunnel in proporzione alla sua quota, dovrebbe aggiungere 2,3 miliardi ai 2,6 attuali, arrivando a quasi 4,9 miliardi di euro. A quel punto cosa deciderà il presidente francese Emmanuel Macron?”, si chiede Prieri.

 

 

Rifiuti, mazzette e Mafia: Gomorra arriva a Marghera

Più permeabile delle ecoballe. Questa è l’impressione che lascia il sistema dello smaltimento dei rifiuti in Italia alla luce dell’inchiesta di Fanpage, qualunque cosa si pensi dei metodi con cui è stata realizzata.

La quarta puntata ha abbandonato la Campania dei De Luca per dedicarsi al Veneto, regione in cui da molti anni si moltiplicano i capannoni misteriosamente bruciati, le speculazioni sospette, i palesi atti di intimidazione, soprattutto nel settore dei rifiuti ma non solo: nonostante le molte inchieste sulla ’ndrangheta a Nord-est, nonostante i recenti allarmi della Commissione parlamentare antimafia, i veneti, più ancora dei lombardi e degli emiliani, faticano a riconoscere – a fronte della retorica, anche referendaria, del “padroni a casa nostra” – che il famoso “territorio” è sempre più in mano a consorterie armate di altra provenienza.

Nel video di Fanpage rimane sconcertante e controverso il ruolo della principale interlocutrice dell’agente provocatore, ovvero l’architetto 56enne Maria Grazia Canuto, Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana (2002), già componente del Comitato Tecnico-Scientifico dell’Osservatorio Nazionale sull’Amianto, già candidata alle comunali di Treviso con una lista civica di centrodestra (2013), vicepresidente (ora sospesa) dei Centri per l’Ascolto del Disagio, nonché presentata in diversi dibattiti pubblici come docente di Criminologia ambientale dell’Università di Padova (dove non risulta però aver avuto alcun incarico) e come consulente del ministero dell’Ambiente, dove pure smentiscono l’affiliazione. Resta allora da spiegare come mai nell’inchiesta ella venga indicata da più soggetti come il vero legame con la politica nazionale dei rifiuti e come mai tratti con familiarità tanto imprenditori di dubbia onestà quanto il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro quanto lo stesso ministro dell’Ambiente Galletti.

Uno dei momenti-clou del filmato di Fanpage è proprio il breve colloquio con Galletti, propiziato dalla Canuto e avvenuto il 26 gennaio scorso a margine della presentazione del nuovo piano di bonifica del sito di Porto Marghera. In quell’incontro l’agente provocatore e l’imprenditore coinvolto nell’affare, proprietario di un’area presso Fusina, limitrofa a quella del Comune, presentano al ministro – ovviamente inconsapevole – un sistema “tombale” e innovativo per bonificare un milione di metri cubi di terreno, seppellendo tutto entro calcestruzzo munito di apposite guaine: dagli accordi presi in precedenza, si comprende che si tratta in realtà di un sistema per riciclare denaro di provenienza camorristica. La Canuto sostiene ora, sbandierando pregresse battaglie contro le ecomafie nella Terra dei Fuochi, di aver seguito il consiglio dei suoi avvocati e di aver dato corda alla proposta nell’attesa di denunciarla, anche quando ella garantiva apertamente il “lavaggio” dei soldi camorristici senza mostrare disagio verso i metodi spicci della criminalità, e anche quando riceveva una valigetta che pensava piena di contanti per 2,8 milioni di euro (in realtà c’erano dentro paccheri napoletani). Se è davvero così (lo stabilirà la magistratura), si può dire che la sua recita è stata estremamente credibile.

Ma al di là del caso singolo, rimane la realtà di Porto Marghera, un sito tutt’oggi gravemente inquinato, per il quale proprio nell’incontro di gennaio è stata costituita una “cabina di regia” tra il governo (un governo in scadenza, le cui promesse – molti temono – rischiano di essere scritte sull’acqua), la Regione e la Città metropolitana: si sono sbandierate le consuete agevolazioni alle imprese che vengano a investire in questa “area di crisi complessa”. In verità nessuno sa di preciso come verrano usati gli ingenti investimenti pubblici promessi (80 milioni stanziati; nel 2015 la Commissione ecomafie aveva denunciato lo sperpero di ben 785 milioni in bonifiche rivelatesi poi inutili, anzi dannose). Secondo alcuni sindacati (anzitutto Filctem) nella gestione privatistica che viene disegnata si annida il rischio di infiltrazioni criminose e di affari incontrollati mossi da società opache. I comitati civici di Marghera denunciano il rischio che tutta l’area diventi pian piano – tentativi in tal senso sono stati già sventati negli ultimi anni – un territorio di inceneritori e trattamento rifiuti, in mano al business delle ecomafie.

Qualunque sia la retorica governativa di Marghera come “esempio di rigenerazione complessiva del territorio all’insegna della sostenibilità ambientale”, a molti resta l’impressione, certificata dagli studiosi, di una notevole permeabilità al crimine organizzato. In questo contesto grida vendetta lo smantellamento, a opera dell’amministrazione Brugnaro, dell’Osservatorio ambiente e legalità creato in collaborazione con Legambiente dall’ex assessore Gianfranco Bettin: sin dal 2013 questo istituto diretto da Gianni Belloni ha redatto preziosi rapporti sulle infiltrazioni nell’edilizia, nella logistica, nelle rinnovabili, e ha mostrato come il Veneto si collochi al primo posto in Italia per il traffico illegale dei rifiuti, con particolare riferimento proprio al caso di Porto Marghera.

Sono i dettagli a essere rivelatori. L’incontro con Galletti e Brugnaro, il 26 gennaio scorso, si è tenuto in fondo al Padiglione Antares del Vega (lo si vede nel filmato di Fanpage). Il Vega è un grande parco scientifico e tecnologico, dalle alterne fortune, costruito 25 anni fa come prima prospettiva di rilancio di Porto Marghera (oggi, analoghe aspettative riguardano la bioraffineria “verde” dell’Eni, che però funziona con olio di palma, e il futuribile terminal delle Grandi navi, che comporterebbe però un’ulteriore devastazione della Laguna). Ebbene, nello stesso Padiglione Antares, in uno spazio adiacente alla sala convegni, è montata fino a maggio una mostra per il centenario di Porto Marghera (1917-2017), dal nome Industriae: non la mostra, magniloquente e un po’ pretenziosa, ospitata per poche settimane al Palazzo Ducale di Venezia, bensì una raccolta potente e curatissima degli strumenti di lavoro, delle tute degli operai, delle produzioni e delle materie prime trattate dalle tante industrie (chimiche, petrolchimiche, meccaniche, cantieristiche, cerealicole…) ospitate in cent’anni su questi terreni ora per lo più abbandonati al loro destino di morte.

I pannelli esplicativi chiariscono la nascita delle singole aziende, i loro momenti di gloria e di declino, le fusioni e i passaggi di proprietà: un pezzo, per lo più sconfortante, di storia industriale del nostro Paese, dal conte Volpi alla Montedison, dalla Vetrocoke all’Eni. In alto, degli schermi obliqui presentano interviste a operai e impiegati che ricordano le loro esperienze di fabbrica: manca la dimensione politica delle lotte operaie, ma quella è in fondo un’altra storia. Frutto di una ricerca che interessa l’appassionato di storia, di chimica e di scienza, questa piccola mostra schiude senza retorica il senso di un impegno umano che credeva nello sviluppo industriale del Paese, e che è stato travolto prima dai terribili veleni del petrolchimico e poi dalla crisi indotta dal mercato globale. C’è da sperare che le conferenze stampa e i più discreti pourparler che avvengono a pochi metri da quelle sacre reliquie, non abbiano a mostrarsi ancora troppo indegni di quel patrimonio di lavoro e di speranza cui sono chiamati a dare un futuro.

Il SuperVaffa

E meno male che Grillo aveva chiuso l’èra del Vaffa. Ieri gli italiani, eroicamente in fila al freddo, anche per ore, nel tentativo di votare con la legge elettorale più demenziale del mondo, hanno urlato un gigantesco, supersonico Vaffa all’Ancien Régime che per mesi aveva tentato di convincerli a restarsene a casa, tanto non sarebbe cambiato nulla e ci saremmo ritrovati il solito governo Gentiloni. Invece a votare gli elettori ci sono andati eccome, a dispetto di tutto e di tutti, come già al referendum costituzionale. Hanno ignorato la propaganda terroristica dei “mercati”, che ancora una volta volevano insegnarci come si vota e soprattutto per chi (i soliti). Hanno smascherato i doppiopesismi di chi per tre mesi è andato a cercare le pagliuzze nell’occhio dei “populisti” e intanto copriva le vergogne degli altri al punto da riabilitare un vecchio arnese come Berlusconi. E hanno affondato, si spera definitivamente, questo sistema marcio dalle fondamenta. Ma al contempo hanno preso in mano la bandiera della Costituzione, della democrazia e della sovranità popolare, da tempo ammainata da un establishment geneticamente golpista. E hanno scompaginato i giochetti che il sistema, con i suoi mandanti internazionali e i suoi media a rimorchio, credeva di aver già concluso nelle sue segrete stanze, all’insaputa degli elettori.

I numeri sono ancora scritti sull’acqua: non solo le percentuali, ancora affidate (mentre scriviamo) a proiezioni molto parziali; ma anche e soprattutto la loro traduzione in seggi. Ma la tendenza che pare emergere è chiara: il Vaffa si esprime nel boom dei 5Stelle un po’ in tutta Italia (ma soprattutto nel Centro-Sud) e nell’ascesa della Lega che sorpassa ampiamente il bollito sicuro Berlusconi (soprattutto al Nord). Ma il vero cadavere politico uscito dalle urne (funerarie) è quello di Renzi che, nel breve volgere di quattro anni scarsi, è riuscito a trascinare il centrosinistra dal suo massimo storico (il 40,8% delle Europee del 2014) a un minimo molto prossimo all’irrilevanza. Al posto suo, qualunque leader di qualsiasi paese del mondo si dimetterebbe all’istante per ritirarsi a vita privata – come peraltro s’era già impegnato a fare dopo la penultima débâcle, quella del 4 dicembre 2016 – e dissequestrare il suo partito, tenuto finora in ostaggio da una cricca di poltronisti metà incapaci e metà impresentabili.

Stavolta però il Vaffa, diversamente dal 2013, non è più un voto di protesta. È un voto costruttivo, di governo.

Chi vota Di Maio (e la sua squadra di professori e tecnici in doppiopetto, che ha regalato al Movimento un clamoroso recupero sul filo di lana) sceglie un programma certamente esagerato, rispetto ai vincoli dei bilanci pubblici e dunque delle cose possibili; ma di forte rottura rispetto ai quattro governi senza maggioranza che ci hanno ammorbato dal 2011 a oggi, facendo pagare i costi della crisi a chi non ha nulla o ha poco, per salvare i pochi che hanno molto. E lo stesso messaggio, appesantito e intorbidato dalle paure che le guerre tra poveri trasformano in xenofobia, arriva dal Vaffa che premia Salvini e la Meloni. Cioè quella destra “protettiva” e antiliberista che Bersani, inascoltato, chiamava “la mucca nel corridoio”, ma non è poi riuscito a contrastare né dentro il Pd né fuori, con la sinistra mai nata di Liberi e Uguali (troppo Uguali al passato, grazie anche alla plateale inefficacia mediatica di Piero Grasso). Nessuno pensa che i 5Stelle (o la Lega) abbiano in tasca ricette miracolose: chi li vota lo fa per dire basta a chi c’era prima e aprire la strada a qualcosa di radicalmente nuovo. La voglia di cambiare, a lungo repressa sotto il coperchio della pentola a pressione, esplode tutta insieme. E travolge il regime miope e arrogante che pensava di esorcizzare i rappresentanti delle enormi periferie sociali in rivolta, continuando a ignorarli con i loro milioni di elettori, a mostrificarli come baluba incolti e pericolosi, ad additarli come causa di tutti i mali, a escogitare ammucchiate sempre più improbabili per tenerli fuori dal governo, nella speranza che si estinguessero da soli.

Se questi dati ancora provvisori fossero confermati, potremmo già salutare alcune patacche che hanno infestato la campagna elettorale: la pompatissima rimonta di B. era un bluff (che l’ex Caimano fosse bollito non lo diceva nessuno, ma lo vedevano tutti); il ritorno del governo Gentiloni, visti i numeretti del suo partito, sarebbe possibile solo con i carri armati, o col tris di Napolitano al Quirinale; le larghe intese Pd&FI con centrini e bonini vari non arrivano al 50% dei seggi nemmeno se comprano qualche leghista e qualche fuoruscito pentastellato; l’invincibile armata di centrodestra e il suo conducator atterrato da Bruxelles a Fiuggi Antonio Tajani è ben lontana dall’obiettivo del 40%; la finta sinistra di Emma Bonino, che un tempo si faceva eleggere con il partito di Dell’Utri e faceva gruppo in Europa con Jean Marie Le Pen, era una bolla mediatica.

Il quadro che sembra emergere è piuttosto chiaro. I 5Stelle sono oggi quello che fu la Dc nella Prima Repubblica, poi Forza Italia nei primi anni 2000 e infine il Pd nell’ultimo quinquennio: il partito-capotavola che dà le carte. Hanno, da soli, la somma dei voti del Pd e di FI. Quindi nessuna maggioranza di governo è possibile senza di loro. E questo li carica di una responsabilità forse eccessiva per le gracilissime gambe di quello che ancora appare un gigante dai piedi di argilla. Si spera che, smaltita la sbornia da festeggiamenti, si calino subito nella nuova parte che gli elettori hanno loro affidato. Cioè che evitino di crogiolarsi nel mare di voti che hanno preso. Rinuncino alla tentazione di pretendere da Mattarella l’incarico per fare un improbabile governo “con chi ci sta”, cioè al buio. E comincino a lavorare per rendere possibile un governo alla luce del sole con chi sentono più vicino alle loro sensibilità e a quelle dei loro elettori, ma soprattutto ai bisogni dell’Italia.

La soluzione più facile è un governo dei due vincitori: Di Maio e Salvini. Ma sarebbe anche un suicidio: il grosso del gruppo parlamentare pentastellato viene dal Centro-Sud, difficilmente compatibile con gli sfasciacarrozze nordisti. La soluzione più difficile, ma anche più auspicabile, è un governo 5Stelle-centrosinistra con la parte antirenziana del Pd e LeU (la stessa area culturale da cui provengono tutti gli aspiranti ministri annunciati da Di Maio). Si dirà: ormai il Pd è il PdR, il Partito di Renzi. Ma siamo certi che, dopo questa scoppola, lo sia ancora per molto?

Di Maio ha in tasca una carta formidabile, se sa giocarsela bene: senza di lui non si fanno governi; Mattarella tutto vuole fuorché tornare alle urne con la stessa legge elettorale; in Parlamento chi ha appena arraffato una poltrona tutto desidera fuorché rimetterla in discussione tornando al voto, col rischio di perderla al prossimo giro; se si ripiomba nelle urne per il no di tutti partiti a Di Maio, i 5Stelle la prossima volta possono arrivare al 40%.

Forse nel Pd gli Orlando, i Cuperlo, gli Zingaretti e magari anche Letta e Prodi potrebbero comprendere la convenienza di ciò che Emiliano e Bersani propongono da tempi non sospetti: rottamare il sedicente Rottamatore e lavorare a un nuovo centrosinistra insieme a LeU sulle macerie lasciate da Renzi e intanto dare il via libera a un governo di scopo e di cambiamento su pochi punti: legge elettorale, riforme sociali – dal reddito di cittadinanza per chi cerca lavoro alle maggiori tutele per chi lavora alla riforma della Fornero per chi va in pensione –, lotta all’evasione e alla corruzione, opere pubbliche utili ad alta occupazione al posto di quelle inutili, costose e a bassa occupazione. Cioè l’esatto contrario di quel che si è visto negli ultimi 25 anni. Che poi è ciò che chiede la stragrande maggioranza degli elettori. Di tutti i colori.