Un mondo che vive tra l’illusione dell’autoimprenditorialità di successo, con un impatto sensibile sul reddito, e la disillusione di un miglioramento che non arriva mai e che genera addirittura una perdita: è la fotografia delle startup italiane, del mondo delle neoimprese, scattata da Istat e ministero dello Sviluppo economico e presentata pochi giorni fa. Un rapporto basato su un migliaio di startup che hanno volontariamente aderito al questionario e che ha analizzato come e perché nasce una startup, ma soprattutto ciò di cui si occupa e chi la finanzia. Risultato: quello che in uno Stato imprenditore sarebbe considerato un fiore all’occhiello, è costretto ad arrancare e riadattarsi, assumendosi i rischi di un investimento che, se darà i suoi frutti, nel migliore dei casi sarà assorbito da chi non ha voluto assumersi quel rischio.
I numeri. Nel 62,9 per cento dei casi analizzati, ad esempio, la scelta di fondare una startup da parte dei neoimprenditori è motivata dalla volontà di creare un’azienda di successo ad alta redditività. Nel 77 per cento la motivazione riguarda la creazione di prodotti innovativi mentre il 10 per cento dei partecipanti ammette di aver ripiegato su questa attività per trovare lavoro. Eppure, la speranza di alti redditi pare infrangersi contro la realtà: rispetto al momento dell’avvio della startup, per metà dei partecipanti al sondaggio il reddito è rimasto invariato. Anzi, nel 29,3 per cento dei casi è addirittura peggiorato, anche di molto per il 13 per cento.
Alla nascita, nel 73,2 per cento dei casi il finanziamento della startup avviene tramite risorse stanziate dai soci fondatori mentre in meno del 10 per cento dei casi ci si rifà a finanziamenti pubblici (regionali o nazionali). In pratica, le startup vengono avviate se ce lo si può permettere. Il supporto del finanziamento pubblico aumenta e arriva solo in un secondo momento (e soprattutto per le imprese che svolgono ricerca e sviluppo).
Difficile anche l’accesso al credito bancario, che, se non avviene all’avvio dell’attività pare essere una condizione rilevante nella fase di crescita: “Il 49,7 per cento delle startup con produzione superiore a 500 mila euro – si legge nell’ indagine – ha ricevuto prestiti bancari, contro il 21 per cento di quelle che si attestano sotto i 100 mila euro”. Un quarto degli intervistati dichiara poi di aver scelto la strada della startup per mettere in pratica ricerche universitarie, ma non è specificato se si tratti di una scelta spontanea o di una necessità dovuta all’impossibilità di continuare a fare ricerca all’interno del sistema universitario.
A guardare il background dei soci operativi si direbbe che quello delle startup è un mondo per soggetti con meno di 45 anni nel 60 per cento casi e di dimensioni molto piccole: nel 99,5 per cento dei casi i soci operativi sono meno di dieci. I meno giovani preferiscono le tradizioni e chiamare la propria attività piccola o microimpresa.
Il divario di genere è ampio: solo il 18 per cento dei soci operativi è donna, nonostante queste siano in media più giovani dei soci. Il livello di istruzione cambia notevolmente a seconda del settore in cui opera la startup, a conferma che quelli più produttivi e con capacità innovativa necessitano di alti livelli di qualificazione.
In particolare, il tasso più basso di istruzione si presenta nei settori del trasporto, commercio, ristorazione e alloggi dove per il 42 per cento dei casi si tratta di soci con diploma, percentuale simile (36 per cento) per il settore dei macchinari a prevalenza di capacità tecniche professionali, dove contrariamente al primo caso le possibilità produttive sono sicuramente più elevate.
All’opposto della scala, le startup che si occupano di Ricerca e Sviluppo con un 36 per cento di dottorati a cui si aggiunge un 25 per cento di soci che hanno una laurea di secondo livello. Valori simili anche per architetti e ingegneri.