Vincono i 5 Stelle e la Lega. Nessuno ha la maggioranza

Mentre andiamo in stampa, nella notte, lo spoglio delle schede che circa 34 milioni di italiani hanno infilato nell’urna è ancora in corso, ma i dati reali e ancor più le proiezioni realizzate con criteri scientifici dai sondaggisti parlano di una mezza rivoluzione nelle mappe elettorali. Detto in parole povere, le elezioni le hanno “vinte” il Movimento 5 Stelle e la Lega: il primo supera la soglia del 30%, con un incredibile exploit nel Sud Italia, e il Carroccio, che raggiunge il suo massimo storico in percentuale, supera Forza Italia divenendo il primo partito del centrodestra con risultati ottimi nel Centro e buoni persino al Sud (in questo senso queste elezioni segnano anche la fine politica di Silvio Berlusconi). Italia divisa in due, dicevamo, perché il traino della Lega ha reso il Settentrione un monocolore di centrodestra.

Per l’area di sinistra o centro-sinistra o sinistra-centro, invece, è un disastro totale: in sostanza, il renzismo termina la sua corsa facendo tabula rasa di un’intera area politica. Il Pd in zona 20%, probabilmente sotto, sostanzialmente non ha più ragione di esistere per come è nato (la famigerata “vocazione maggioritaria”). I “Liberi e Uguali” – dopo una campagna elettorale tanto piatta quanto autolesionista – entrano in Parlamento per il rotto della cuffia (3,3%) dopo aver sognato percentuali a doppia cifra e accarezzato sondaggi che per settimane li davano tra il 6 e il 7% (che possa nascere l’annunciato partito a sinistra del Pd, alla luce di questi numeri, è una pia illusione). Pure la sinistra di Potere al popolo (Pap), radicale ma con relativa buona stampa, non sfonda e resta fuori dal Parlamento, anche se mette insieme una buona percentuale (tra l’1 e l’1,5%) per essere appena nata e ignorata dai media mainstream.

In sostanza le liste a sinistra del Pd – da LeU fino a Rifondazione comunista che sta in Pap – mettono assieme in totale un 5%, più o meno il tradizionale voto d’area. Notevole pure il fatto che la somma tra Pd e LeU (che ingloba Sel di Nichi Vendola) si fermi persino sotto il 25,5% della tanto sbeffeggiata “non vittoria” di Pier Luigi Bersani del 2013.

Tornando più specificamente al Pd, invece, pure la coalizione messa in piedi da Matteo Renzi si rivela un flop di proporzioni storiche: le tre liste (+Europa, Insieme e Civica Popolare) non mettono assieme neanche il 4% dei voti. Non solo: perché il meccanismo truffaldino del Rosatellum funzionasse portando “acqua” alla borraccia mezza vuota del Pd dovevano tutte essere sopra l’1% e tutte sotto al 3%. Insieme (Santagata e soci) e Civica Popolare (Lorenzin e Casini) dovrebbero fermarsi più o meno allo 0,6%, dunque i loro voti andranno persi, mentre il colpo (per Renzi) dovrebbe riuscire con la lista di Emma Bonino, che nelle proiezioni è attorno al 2,5%: manna per i listini proporzionali democratici.

Siccome la legge elettorale le prevede, anche se sono sostanzialmente finte, bisogna dare conto dei risultati delle coalizioni: ovviamente i 5 Stelle si tengono il loro risultato (il 32% circa) e dunque sono, oltre che il primo partito, la seconda “coalizione” dietro al centrodestra, che comunque si ferma attorno al 36 per cento (Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia, peraltro, potranno spartirsi l’1% e dispari della cosiddetta “quarta gamba”, cioè Noi con l’Italia). Com’è intuibile dai primi due risultati va molto male il centrosinistra: poco sopra il 23% mentre andiamo in stampa. Persino sommando LeU si arriva al 26,5%, cioè oltre tre punti in meno della coalizione Pd-Sel che nel 2013 sfiorò il 30% alla Camera. Matteo Renzi, insomma, non solo perde l’ennesima elezione, ma riesce anche a piazzarsi terzo tra tre.

L’affluenza, infine, è l’ennesima brutta notizia, anche se va meglio rispetto alle previsioni che la vedevano tra il 65 e il 68%. Alla fine i votanti si fermano al 73% degli aventi diritto stabilendo un nuovo primato negativo nella storia della partecipazione al voto in Italia: quello precedente apparteneva alle Politiche del 2013, quando l’affluenza si fermò poco sopra il 75%; oggi si scende di altri due punti. Il non voto, in buona sostanza, si conferma – e adesso con ancora più forza – il partito più “votato” dagli italiani, che ancora nel 2006 per le Politiche facevano registrare un’affluenza dell’83,6% sul territorio nazionale. In persone significano circa cinque milioni di cittadini in meno alle urne in un decennio: non proprio qualcosa di cui andare fieri.

Resta inevasa una questione: con questi risultati quale possibile maggioranza potrà essere formata? A stare alle dichiarazioni della vigilia nessuna: il centrodestra è molto lontano dall’autosufficienza e i 5 Stelle ancora di più della coalizione raffazzonata di Salvini e Berlusconi.

La prima opzione, se i voti reali confermeranno le proiezioni, è che Paolo Gentiloni resti ancora un po’ a Palazzo Chigi per gestire gli affari correnti in attesa che si trovi una soluzione: per capire quali saranno le manovre bisognerà aspettare probabilmente martedì, quando sarà chiaro chi è stato effettivamente eletto in Parlamento: questo sì un regalo del Rosatellum. Domattina probabilmente inizierà, però, il cosiddetto “voto dei mercati”, che guardando i numeri vedranno quel che è ovvio: i governi davvero possibili sono solo quelli a cui fa da perno il Movimento 5 Stelle. Quello che terrorizza le cancellerie di mezza Europa è quello con la Lega, l’alleanza “populista” che avrebbe numeri larghissimi. Poi esiste l’opzione M5S+Pd “derenzizzato”. Ora la palla passerà a Mattarella: il primo segnale chiaro lo avremo il 23 marzo con l’elezione dei presidenti delle Camere.

Di Maio fa il pienone e già parte la caccia ai voti per il governo

Hanno stravinto loro. Gli ex barbari che ora hanno la giacca e la cravatta, quelli che ieri notte a ogni proiezione esultavano come per un gol. Con i social colmi di foto di sorrisi, abbracci e cori. E quel messaggio che è già un trofeo esibito, ma anche la linea, scandita da Alessandro Di Battista: “Ora dovranno venire tutti a parlare con noi, questa è la nostra apoteosi”. Dovranno andare dai Cinque Stelle e dal candidato premier Luigi Di Maio, che nella notte elettorale sfondano il 30 per cento, e oscillano tra il 32 e il 33. Con i primi dati reali che al Sud raccontano un plebiscito: oltre il 40 per cento in Puglia, Basilicata e Sardegna, addirittura il 50 in Sicilia. E in tante altre regioni sono sopra il 30 per cento.

Così ora i 5Stelle possono parlare dritto di governo, possono pretendere di dare le carte. Perché sono primissimi, mentre il Pd sprofonda e l’unico altro partito che sorride è la Lega di Matteo Salvini. L’alleato più semplice, a leggere le cifre delle prime proiezioni sul Senato, perfino migliori di sondaggi e exit poll. Favorito da tanti punti in comune sul programma, e da un elettorato che al Nord è sovrapponibile. Complicato dai nodi interni nel M5S, perché per Roberto Fico e diversi (ri)eletti Salvini è il demonio. Però c’è pure un’altra strada, che porta a una (impervia) intesa con LeU e ciò che resta del Pd, a patto che Matteo Renzi si faccia da parte, e in fretta. È quello a cui pensa da settimane anche Di Maio, che non a caso ha presentato una lista di aspiranti ministri sbilanciata a sinistra. Ma sono ipotesi. La certezza è il M5S che trabocca, quasi ovunque. “Saremo il perno della prossima legislatura” scandisce il dimaiano doc Alfonso Bonafede, che predica cautela ma trasuda festa nel suo vestito in blu ministeriale.

Parla dalla base del M5S, un elegante hotel romano nel borghesissimo quartiere dei Parioli, affollato da 450 giornalisti (88 stranieri). Si cammina a malapena, nelle sale che si affacciano su Villa Borghese, presidiate da addetti alla sicurezza nervosetti. Uno scenario che è lo specchio fedele del Movimento 2.0, quello professionale e moderato di Di Maio. Il capo politico che ha plasmato le liste a sua immagine e che già in mattinata, nella sua Pomigliano d’Arco, si era issato sul predellino della sua auto per salutare una folla festante. Euforico e forse smemorato, perché il predellino è sempre stato un cardine della narrazione di Silvio Berlusconi, il luogo fisico da cui il Caimano aveva annunciato il fu Pdl. Molti anni dopo Di Maio saluta da vincitore, perché in tasca ha già sondaggi da trionfo. Con dentro l’obiettivo raggiunto, il superamento del 30 per cento, la chiave per l’assalto al cielo, per guidare il gioco da oggi, 5 marzo. Ecco perché il candidato diffonde subito video in cui abbraccia i suoi dopo i primi exit poll, e salta come un ragazzino a ogni schermata. “Ecco le proiezioni, a voi i commenti” maramaldeggia con post a ripetizione. Attorno a sé ha la guardia pretoriana, Bonafede, Danilo Toninelli e Riccardo Fraccaro. E i vertici della casa madre di Milano, Davide Casaleggio e Max Bugani. Ma ci sono anche candidati vari, aspiranti ministri, gli immancabili imbucati. E soprattutto c’è Di Battista, con la compagna.

A mezzanotte e mezza si presenta lui di fronte ai microfoni, e dice la frase che è il senso della nottata: “Dovranno venire a parlare con noi”. E Fraccaro conferma e rilancia: “Non si farà un governo senza il M5S, ci prendiamo la responsabilità di farlo”.

E sembra un messaggio anche al Quirinale, più secco dei toni felpati usati da mesi verso il Quirinale. Perché con queste cifre dovranno tutti tenere conto del M5S. E magari bussare alla porta di Di Maio, che chiederà un accordo di programma, un contratto scritto su pochi punti. Il foglio lo porgerà lui, pronto anche a variare la squadra di ministri, a togliere e inserire, perché il 31enne è pragmatico, altro che storie. Tanto diverso dal Beppe Grillo che è rimasto a Genova, a guardare da lontano il suo Movimento mutato geneticamente. In mattinata si era presentato nel suo seggio con un pass del M5S, con sopra scritto la definizione che ormai ama darsi, “l’elevato”. “La gente va a votare, buon segno” ha sorriso. Poi se ne è tornato nella sua villa. In nottata chiama più volte la comunicazione e Di Maio. Si complimenta, e chiede aggiornamenti sui dati. In giro per l’Italia, i suoi parlamentari. Con Laura Castelli, la deputata che ha suggerito i ministri economici, che già guarda al futuro prossimo: “Ora abbiamo i numeri per costruire, per realizzare le nostre idee”. Se qualcun altro ci starà.

“Salvini premier”, B. sorpassato

Se le immagini dell’attesa hanno un senso, allora significa tanto che la Lega si è ritrovata a festeggiare il suo quasi 16 per cento, probabile 17, nella sede storica di via Bellerio, a Milano, mentre Silvio Berlusconi è rimasto rinchiuso nella sua residenza di Arcore, facendo trapelare un commento secco e denso d’amarezza: “Più di così non potevo fare”.

Ché il centrodestra potrà anche avere i numeri per governare, almeno al Senato, ma il terremoto elettorale di ieri ha ribaltato la geografia della coalizione formata da Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia e Noi con l’Italia (i centristi). Dopo un quarto di secolo, a far data dalla fatidica discesa in campo del 1994, l’ex Cavaliere Ottuagenario non sarà più il padre padrone del centrodestra. Un evento epocale, che riserva a Berlusconi la sconosciuta, sinora, posizione di secondo.

I dati diffusi dalle proiezioni dei sondaggisti Rai per Camera e Senato confermano la tendenza del sorpasso leghista sugli azzurri. A Palazzo Madama, il Carroccio vanta il 15,8 per cento contro il 14,5 di Forza Italia. Più largo il divario alla Camera: 17 contro 13,9. Completano il quadro dell’alleanza il 4,1 di Fratelli d’Italia e l’1,2 dei centristi di Noi con l’Italia. Insieme la coalizione sfiora la maggioranza. Possibile al Senato, col 35,6 per cento, anche se bisognerà aspettare i risultati definitivi del complesso sistema del Rosatellum, due terzi di proporzionale e un terzo di maggioritario.

In ogni caso, semmai dovesse aprirsi sul serio l’opzione del governo, la prima scelta per la premiership diventa Matteo Salvini, il vero vincitore di queste elezioni insieme con Luigi Di Maio. Sono ore in cui scenari e ipotesi si moltiplicano col passare dei minuti e le elezioni sanciscono pure una maggioranza assoluta tra Cinquestelle e Lega, ma adesso è tutto decisamente prematuro. Ed è per questo che stanotte, nonostante il trionfo personale e di partito – perché il 17 per cento è un risultato che sa di miracolo – che lo stesso Salvini non si è concesso alle domande dei giornalisti. Per lui solo un eloquente tweet: “Grazie”. In via Bellerio, il primo a essere mandato avanti è stato Giancarlo Giorgetti, che ha messo subito il cappello sulla questione del premier: “Parleremo prima con i nostri alleati, ma abbiamo già idee su cosa fare”.

Un messaggio chiarissimo. Indirizzato ovviamente ad Arcore, dove la rabbia e l’umiliazione per il secondo posto sono un’onta di portata storica. Chiamato a commentare i primi dati, da una solitaria e triste postazione alla Camera, Renato Brunetta è stato più che restio ad ammettere la sconfitta: “Aspettiamo di vedere la ripartizione dei seggi, solo allora si saprà chi è primo”. Il capogruppo uscente di Fi alla Camera si trova più a suo agio parlando del dato complessivo del centrodestra. Al punto da fare lo spavaldo. “Cosa succederà se vi mancheranno 40-45 seggi alla Camera?”, gli chiedono. Risponde: “C’è già la fila per venire da noi”.

La strategia è chiara, Forza Italia tenta di nascondere la sua pesante sconfitta nel dato generale del centrodestra al 36 o 37 per cento: una condizione simile a quella di Pier Luigi Bersani nel 2013. Quella di primo non vincitore.

Blindato nella sua villa di Arcore, Berlusconi ha seguito la notte elettorale senza un solo sorriso. Chi ha parlato con lui in queste ore, riferisce che il sorpasso della Lega sarebbe stato vissuto come un vero incubo. Anche perché cambia totalmente la prospettiva di un centrodestra di governo. L’ex Cavaliere ha investito Antonio Tajani, moderato sbiadito oggi presidente del Parlamento europeo. Insomma una garanzia filoeuropeista. Con Salvini a Palazzo Chigi tutto cambia. Sarebbe la vittoria del centrodestra a guida populista, con un po’ di posti di governo e sottogoverno ai sempre affamati azzurri. E senza dimenticare che l’asse Salvini-Meloni esce più forte di quello popolare tra Berlusconi e il rassemblement centrista di Cesa.

Da oggi comincia una nuova storia e tutto è possibile.

Sinistra LeU verso il naufragio

Semplicemente un disastro. Liberi e Uguali rischia di non andare oltre il 3,5%. I risultati che prendono forma nella notte – proiezione dopo proiezione – somigliano a una pietra tombale su quel che resta della sinistra italiana e su un’intera classe dirigente. Quella di Massimo D’Alema e Pier Luigi Bersani: la prova d’appello degli ex Pci si sta trasformando in un fallimento oltre ogni previsione. Nel giorno del crollo del Pd, si materializza il naufragio anche di coloro che scelsero la scissione: la lista affidata a Pietro Grasso vale addirittura meno della somma dei piccoli partiti che l’hanno composta (Mdp, Sinistra italiana e Possibile). “Siamo disintegrati” si sussurra nel comitato elettorale di Roma, quartiere Trastevere. Nessuno dei leader ci mette la faccia, il primo a parlare è il bersaniano Nico Stumpo: “I risultati finora riscontrati dalle proiezioni sono al di sotto delle nostre aspettative: quando ci saranno i dati definitivi faremo le nostre valutazioni politiche”. “Al di sotto delle aspettative” è un pallido eufemismo: la lista unitaria della sinistra si era data l’obiettivo – scriverlo adesso è quasi ingeneroso – di avvicinarsi alla doppia cifra, il 10%. Nei sondaggi era lentamente declinata dopo l’investitura di Grasso: dal 7 al 6 fino al 5%. La sceneggiatura che prende forma nella notte è invece un horror in stile “Sinistra Arcobaleno”: Liberi e Uguali nelle proiezioni è appena al di sopra dello sbarramento, il 3%, la soglia di sopravvivenza parlamentare. Se anche lo spoglio dovesse confermare questo scenario, quel che rimane della lista di Grasso sarebbe destinata a una probabile, immediata implosione in Parlamento. Dove peraltro la pattuglia di LeU sarà ridotta al lumicino: con questi numeri resterebbero fuori da Camera e Senato gran parte dei suoi dirigenti (per D’Alema oltretutto si profila una sconfitta pesantissima nel collegio salentino di Nardò). Tutt’altra atmosfera a Napoli nel comitato elettorale di Potere al Popolo. La lista di estrema sinistra resta ben al di sotto della soglia di sbarramento ma con pochi mezzi e pochissima esposizione mediatica potrebbe festeggiare una percentuale vicina all’1,5%. Nel prossimo Parlamento, in ogni caso, la sinistra sarà ridotta a una rappresentanza numericamente quasi insignificante.

Spoglio esterocaos e seggi chiusi

Pesanti ritardi e polemiche a Castelnuovo di Porto, in provincia di Roma, dove si trova il centro polifunzionale della Protezione civile in cui hanno sede i 700 seggi che compongono il collegio per l’estero e dove sono arrivati i pacchi con le schede votate nei cinque continenti dai circa 5 milioni di italiani iscritti all’Aire. Centinaia di scrutatori non si sono presentati e dunque non si è riuscito a sostiturli e così almeno 200 seggi non sono stati aperti alle 23 quando è iniziato lo spoglio come nel resto dell’Italia. Secondo quanto riferisce un presidente di sezione, alcuni presidenti sostituti sono riusciti ad arrivare solo intorno alle 18 e oltre. “Io ne ho due su quattro – riferisce il presidente di seggio – e l’ultimo è arrivato alle 16 per il traffico. Ma altri sono ancora bloccati.” “Molti presidenti – questi sono i racconti che arrivano da Castelnuovo di Porto – non si sono presentati stamani e questo ha causato molti disagi. Adesso speriamo che, essendosi presentati molti volontari, vengano chiamati. Per ora sono tutti nell’Aula Magna”. A questo punto è presumibile ipotizzare un forte ritardo sui risultato del voto estero che contribuisce a eleggere dodici deputati e sei senatori, in passato anche decisivi per formare le maggioranze di governo. Ansa

Lombardia, exit poll netti: Fontana domina su Gori

Milano

Ci hanno provato per tutta la campagna elettorale, i sostenitori del Pd e di Giorgio Gori, a cercare di convincere gli elettori che si poteva fare. Che il candidato del centrosinistra avrebbe potuto battere Attilio Fontana, l’avvocato di Varese catapultato da Roberto Maroni a fare il candidato presidente della Regione Lombardia per la Lega e il centrodestra. I sondaggi e il buon senso dicevano invece che non c’era partita. I primi risultati lo confermano.

Sono risultati del tutto parziali e forse inattendibili, gli exit poll raccolti da Consorzio Opinio Italia per la Rai alla chiusura dei seggi, ma dicono che Fontana è saldamente al primo posto con una forchetta che va dal 38 al 42 per cento. Gori è nettamente staccato, con consensi che vanno dal 31 al 35 per cento. Il Cinquestelle Dario Violi è fermo al 17-21 per cento, comunque un buon risultato per il Movimento che in Lombardia fa fatica a farsi largo tra i due schieramenti maggiori (alle ultime elezioni regionali, nel 2013, la candidata cinquestelle Silvana Carcano si era fermata sotto il 14 per cento).

Fontana, ex sindaco di Varese, era stato estratto dal cilindro da Maroni quando il presidente uscente della Lombardia aveva annunciato la sua volontà di non ricandidarsi a Milano. Forse per farsi trovare pronto a Roma – aveva interpretato qualche commentatore – in caso dopo le elezioni politiche fosse stato necessario trovare un ministro (o addirittura un candidato presidente del Consiglio) leghista ma non della Lega di Matteo Salvini, un leghista in doppio petto. Era stato Maroni in persona, come fosse il granduca di Milano, a indicare il suo successore: Fontana, maroniano e non salviniano, si è presentato come un buon amministratore, lasciando da parte le ruspe che tanto piacciono a Salvini. Poi si era fatto voler bene anche dagli ultrà del suo partito con la gaffe sulla “razza” (“Non aprire a tutti gli immigrati, o la razza bianca è a rischio”). Le scuse erano servite giusto per addolcire, almeno un po’, l’opinione pubblica generalista. Certo la gaffe non gli ha fatto perdere consensi tra gli elettori del centrodestra, a quanto si può vedere da questi primi dati.

Non ha funzionato, invece, il tentativo di Gori di farsi accettare come la grande forza tranquilla che si candidava a governare la Lombardia mandando a casa Lega e Forza Italia, blandendo però gli elettori di centro e ripetendo più volte addirittura i complimenti alla gestione di Roberto Formigoni (“Nei 18 anni in cui ha governato la Lombardia, Formigoni ha espresso una idea forte della politica: lo Stato non deve soffocare la società ma deve favorire il suo fiorire”).

Onorio Rosati, candidato di Liberi e Uguali, che in Lombardia a differenza che in Lazio non si è coalizzata con il Pd, secondo gli exit poll non è andato oltre al 2-4 per cento: Leu non potrà essere accusata di aver fatto perdere Gori, perché anche sommando i suoi voti a quelli del candidato Pd non si raggiungono i consensi di Fontana. L’affluenza alle urne è stata del 74 per cento (era stata sopra il 76 per cento nel 2013).

Dai dati virtuali degli exit poll si passerà ai dati reali solo con lo spoglio delle schede che inizierà oggi alle 14.

 

Lazio, Zingaretti verso la riconferma

Nicola Zingaretti, con una forbice di voti tra il 30 e il 34%, è in testa negli exit poll commissionati agli istituti di sondaggio dalla Rai per individuare la tendenza del voto nella competizione per la presidenza della Regione Lazio. Segue il candidato schierato dal centrodestra, Stefano Parisi: per lui il risultato oscillerebbe tra il 26 e il 30%. Terza classificata si piazzerebbe, sempre secondo questi primi rilevamenti, Roberta Lombardi dei 5stelle che si attesterebbe tra il 25 e il 29%. Sergio Pirozzi, il sindaco di Amatrice vicino alla destra e che correva con una sua lista, non sarebbe andato oltre un range tra il 2 e il 4%.

Un rammarico in più per Parisi che, senza la concorrenza di Pirozzi, sarebbe pienamente testa a testa con il governatore uscente. Per quanto riguarda l’affluenza, nel Lazio ha votato il 70% degli aventi diritto, al di sotto della media nazionale di circa 3 punti. “I primi exit poll danno un testa a testa tra me e Zingaretti, se sono veri i risultati che vediamo anche a livello nazionale il centrosinistra è molto basso, sia la coalizione che LeU, quindi probabilmente i dati reali saranno a noi più favorevoli” ha detto il candidato del centrodestra alla presidenza della Regione. Ma è un’analisi che potrebbe far ben sperare anche la candidata dei Cinque stelle. Stefano Parisi, diventato candidato “unitario” del centrodestra al termine di una trattativa durata mesi, sembrava quasi una candidatura a perdere, l’escamotage per sbrogliare il groviglio di gelosie e di dispetti personali fra le correnti ex missine e i forzisti che ha portato in corsa per la Pisana anche l’outsider, Sergio Pirozzi.

Prima capogruppo nella storia dei pentastellati a Montecitorio, Roberta Lombardi è soprannominata “La Faraona” per il piglio decisionista che l’ha portata anche in rotta di collisione con l’altra “zarina” dei cinquestelle, la sindaca di Roma Virginia Raggi. L’ex designer di interni laureata in Giurisprudenza è entrata nel Movimento 5 Stelle alla sua fondazione. Per le Regionali è appoggiata unicamente dalla lista M5S. La candidata pentastellata è stata criticata per alcune dichiarazioni in cui ha contrapposto i flussi turistici nella regione a quelli degli immigrati.

Nicola Zingaretti era considerato in partenza il favorito nella competizione elettorale. Intorno al suo nome si è coagulata una coalizione che voleva essere una laboratorio dove sperimentare nuove aggregazioni ed equilibri di una futura sinistra di governo per il dopo Renzi. A sostegno di Zingaretti si sono così ritrovati il Pd, +Europa di Emma Bonino, LeU e due liste civiche. Il governatore uscente è in testa, ma rischia di non avere la maggioranza dei seggi necessaria a governare: secondo il sistema elettorale in vigore nel Lazio, il primo classificato prende 10 seggi in più, ma il probabile disastro del Pd potrebbe renderlo un’anatra zoppa.

 

Salone del Libro di Torino, due milioni di debiti in più. E il marchio si svaluta ancora

Uno spettro si aggira, poco marxianamente, per Torino. È quello dei debiti, stimati in 8 e rotti milioni di euro, della Fondazione per il Libro, che fino allo scorso anno, prima di essere messa in liquidazione, aveva organizzato il Salone del Libro. Nata nel 1994, la Fondazione vedeva sedere nell’assemblea dei soci fondatori i rappresentanti del Comune di Torino, della Città Metropolitana, della Regione Piemonte, del ministero dei Beni Culturali, del ministero dell’Istruzione (poi defilatosi) e di Intesa Sanpaolo.

Lo spettro dei conti in rosso non è una novità. Tuttavia, secondo quanto trapela all’interno dello staff dirigenziale della kermesse del Lingotto, il passivo si aggirerebbe ora sugli 8 milioni di euro. Circa un paio di milioni in più, insomma, rispetto al passivo di 6 milioni che era emerso alla fine del 2017. Un bilancio disastroso, dunque, determinato dalle esposizioni con le banche, almeno 3,3 milioni, che avevano anticipato i fondi all’ente organizzatore di Librolandia, e poi dai 2,8 milioni da pagare ai fornitori delle ultime edizioni del Salone del Libro. Se si aggiungono, però, gli effetti sul bilancio derivanti dalle perdite del 2017, dalla individuazione di nuovi debiti con i fornitori e soprattutto dalla drastica riduzione del valore effettivo del marchio del Salone, allora, si può arrivare tranquillamente a toccare gli 8 milioni, e forse di più. E proprio di 8 milioni parlava qualche giorno fa un dirigente del Salone, conversando con alcuni addetti ai lavori alla Mole Antonelliana, durante la presentazione della fiera di quest’anno.

Ad avere aggravato i conti, in ogni caso, è stata anche la questione del marchio. In base alla perizia che era stata commissionata a Icm Advisor nel 2009 da Rolando Picchioni, per quindici anni alla guida di Librolandia, valeva quasi 2 milioni di euro. Uscito di scena Picchioni, la valutazione è stata riesaminata di recente dallo Studio Jacobacci & Partners, che lo ha ridotto di dieci volte, attestandolo fra i 160 mila e i 200 mila euro. Provocando così una nuova voragine nei conti dell’ente. Accantonato oltre due anni fa dal vertice della manifestazione, e indagato, con una trentina di persone, dalla Procura torinese che cerca di fare chiarezza sui presunti falsi in bilancio del Salone, Picchioni non nasconde l’amarezza e avanza qualche sospetto. “Evidentemente”, dice, “si vuole affossare il Salone. Mi domando come sia stato possibile che il marchio sia passato da una valutazione di due milioni a quella attuale di 200 mila ero.

Chi ha voluto tutto ciò? In giro per Torino se ne sentono tante, non so che cosa pensare. Si mormora, per esempio, che qualcuno abbia deciso di fare svalutare il marchio per prendersi il Salone quasi a costo zero”. Quel marchio, aggiunge l’ex timoniere della fiera libraria, “per cui GL Events, la società francese proprietaria del Lingotto, nel 2014 era disposta a versare 300 mila euro per acquisirne una quota del 20-25 per cento”. Ironia della sorte, ma non troppo, GL Events è tra i maggiori creditori della vecchia Fondazione, con 900 mila euro. Con quali fondi il liquidatore della Fondazione per il Libro potrà pagare i debiti? La sola speranza è che gli stessi soci fondatori, come Comune, Regione e ministeri, aprano i proverbiali cordoni della borsa, ovvero rispettino gli impegni.

Nel bilancio della defunta (o quasi) Fondazione per il Libro, infatti, sono inseriti crediti attivi per oltre 5 milioni di euro. Tra questi ci sono 4,5 milioni, che dovrebbero arrivare dalla Regione Piemonte (con 1,7 milioni), dal Comune di Torino (1,5 milioni), dal ministero dell’Istruzione (300 mila euro), dalle fondazioni bancarie e da altri soggetti. Perché il paradosso di questo pasticciaccio brutto subalpino, come faceva notare Ernesto Ferrero, a lungo direttore culturale del Salone, è che “i crediti della politica sono ancora ben al di là da essere pagati, e mi chiedo dove fossero, se non seduti al nostro tavolo, i rappresentanti di Comune e Regione”.

Oscar: dalla messa anti-Weinstein ci salvino i vecchi Bonnie e Clyde

I primi Oscar senza Harvey Weinstein. Il produttore accusato di molestie e violenze da decine di donne marcherà visita ai 90esimi Academy Awards, in programma questa notte al Dolby Theater di Los Angeles. Ovvia e inevitabile, la sua assenza segna nondimeno un prima e un dopo a Hollywood, orfana inconfessa di quello che la recordwoman Meryl Streep – con The Post ha centrato la sua 21esima nomination – definì ai Golden Globes del 2012 “God”.

Insomma, Dio è morto, la sua Weinstein Company è stata appena rilevata da un gruppo di investimento per 500 milioni di dollari, la damnatio memoriae è in pieno svolgimento, eppure agli annali rimarrà, prepotente e formidabile, lo zampino produttivo che ha piazzato in venti film candidati all’Oscar, da Pulp Fiction del 1994 a Lion del 2016, di cui cinque vittoriosi: Il paziente inglese, Shakespeare in Love, Chicago, Il Signore degli Anelli – Il ritorno del re e Il discorso del re. In attesa di capire se spillette, rose bianche e vestiti neri dopo i Globes e i britannici Bafta calcheranno anche il red carpet degli Oscar a testimoniare plasticamente l’epoca del #MeToo, accanto a quello ineluttabile di Harvey Mani di Forbice va registrato un altro forfait maschile: Casey Affleck, già addebitato da due colleghe di molestie sul set di I’m Still Here del 2010, comunicò a gennaio che non avrebbe assegnato la statuetta alla migliore attrice protagonista. Tradizionalmente, Affleck se l’aggiudicò per Manchester by the Sea, l’attore vincitore l’anno addietro presenta la stessa categoria per il sesso opposto, ma a sottolineare la rottura della consuetudine questa notte l’incombenza toccherà a quattro donne: Jane Fonda ed Helen Mirren incoroneranno, con ogni probabilità, il Gary Oldman di Darkest Hour, mentre Casey verrà rimpiazzato da Jennifer Lawrence e Jodie Foster, che secondo i pronostici dovrebbero laureare la Frances McDormand di Three Billboards Outside Ebbing, Missouri. Non solo questo poker sul fronte attoriale, la prevalenza femminile non avrà soluzione di continuità: 22 donne, e la transgender – la prima dichiarata nella storia dei premi – Daniela Vega, su 37 presentatori. Ci sono tutte le premesse, dunque, perché comportamenti sessuali scorretti, diseguaglianze di genere e disequilibri di potere vengano debitamente stigmatizzati, ma a che prezzo? Un conto è tifare per Greta Gerwig, appena la quinta donna a essere candidata per la regia (Lady Bird), o per Rachel Morrison, la prima a ricevere una nomination per la fotografia (Mudbound), un altro doversi sorbire una messa cantata a maggior gloria del #MeToo.

Toccherà all’host Jimmy Kimmel, chiamato per il secondo anno consecutivo a fare gli onori di casa, levarci di dosso la noia del politicamente corretto, ma i cavalli su cui puntare per una sana dose di frizzi e lazzi crediamo siano altri due: dopo il pasticciaccio della busta scambiata l’anno scorso – vi ricordate La La Land declamato vincitore al posto di Moonlight? – ad annunciare il miglior film tornano Faye Dunaway e Warren Beatty. Per scongiurare sorprese, giovedì hanno fatto le prove, ma da Bonnie (77 anni) e Clyde (80 anni) è lecito, anzi, auspicabile aspettarsi un altro colpo grosso.