Mentre andiamo in stampa, nella notte, lo spoglio delle schede che circa 34 milioni di italiani hanno infilato nell’urna è ancora in corso, ma i dati reali e ancor più le proiezioni realizzate con criteri scientifici dai sondaggisti parlano di una mezza rivoluzione nelle mappe elettorali. Detto in parole povere, le elezioni le hanno “vinte” il Movimento 5 Stelle e la Lega: il primo supera la soglia del 30%, con un incredibile exploit nel Sud Italia, e il Carroccio, che raggiunge il suo massimo storico in percentuale, supera Forza Italia divenendo il primo partito del centrodestra con risultati ottimi nel Centro e buoni persino al Sud (in questo senso queste elezioni segnano anche la fine politica di Silvio Berlusconi). Italia divisa in due, dicevamo, perché il traino della Lega ha reso il Settentrione un monocolore di centrodestra.
Per l’area di sinistra o centro-sinistra o sinistra-centro, invece, è un disastro totale: in sostanza, il renzismo termina la sua corsa facendo tabula rasa di un’intera area politica. Il Pd in zona 20%, probabilmente sotto, sostanzialmente non ha più ragione di esistere per come è nato (la famigerata “vocazione maggioritaria”). I “Liberi e Uguali” – dopo una campagna elettorale tanto piatta quanto autolesionista – entrano in Parlamento per il rotto della cuffia (3,3%) dopo aver sognato percentuali a doppia cifra e accarezzato sondaggi che per settimane li davano tra il 6 e il 7% (che possa nascere l’annunciato partito a sinistra del Pd, alla luce di questi numeri, è una pia illusione). Pure la sinistra di Potere al popolo (Pap), radicale ma con relativa buona stampa, non sfonda e resta fuori dal Parlamento, anche se mette insieme una buona percentuale (tra l’1 e l’1,5%) per essere appena nata e ignorata dai media mainstream.
In sostanza le liste a sinistra del Pd – da LeU fino a Rifondazione comunista che sta in Pap – mettono assieme in totale un 5%, più o meno il tradizionale voto d’area. Notevole pure il fatto che la somma tra Pd e LeU (che ingloba Sel di Nichi Vendola) si fermi persino sotto il 25,5% della tanto sbeffeggiata “non vittoria” di Pier Luigi Bersani del 2013.
Tornando più specificamente al Pd, invece, pure la coalizione messa in piedi da Matteo Renzi si rivela un flop di proporzioni storiche: le tre liste (+Europa, Insieme e Civica Popolare) non mettono assieme neanche il 4% dei voti. Non solo: perché il meccanismo truffaldino del Rosatellum funzionasse portando “acqua” alla borraccia mezza vuota del Pd dovevano tutte essere sopra l’1% e tutte sotto al 3%. Insieme (Santagata e soci) e Civica Popolare (Lorenzin e Casini) dovrebbero fermarsi più o meno allo 0,6%, dunque i loro voti andranno persi, mentre il colpo (per Renzi) dovrebbe riuscire con la lista di Emma Bonino, che nelle proiezioni è attorno al 2,5%: manna per i listini proporzionali democratici.
Siccome la legge elettorale le prevede, anche se sono sostanzialmente finte, bisogna dare conto dei risultati delle coalizioni: ovviamente i 5 Stelle si tengono il loro risultato (il 32% circa) e dunque sono, oltre che il primo partito, la seconda “coalizione” dietro al centrodestra, che comunque si ferma attorno al 36 per cento (Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia, peraltro, potranno spartirsi l’1% e dispari della cosiddetta “quarta gamba”, cioè Noi con l’Italia). Com’è intuibile dai primi due risultati va molto male il centrosinistra: poco sopra il 23% mentre andiamo in stampa. Persino sommando LeU si arriva al 26,5%, cioè oltre tre punti in meno della coalizione Pd-Sel che nel 2013 sfiorò il 30% alla Camera. Matteo Renzi, insomma, non solo perde l’ennesima elezione, ma riesce anche a piazzarsi terzo tra tre.
L’affluenza, infine, è l’ennesima brutta notizia, anche se va meglio rispetto alle previsioni che la vedevano tra il 65 e il 68%. Alla fine i votanti si fermano al 73% degli aventi diritto stabilendo un nuovo primato negativo nella storia della partecipazione al voto in Italia: quello precedente apparteneva alle Politiche del 2013, quando l’affluenza si fermò poco sopra il 75%; oggi si scende di altri due punti. Il non voto, in buona sostanza, si conferma – e adesso con ancora più forza – il partito più “votato” dagli italiani, che ancora nel 2006 per le Politiche facevano registrare un’affluenza dell’83,6% sul territorio nazionale. In persone significano circa cinque milioni di cittadini in meno alle urne in un decennio: non proprio qualcosa di cui andare fieri.
Resta inevasa una questione: con questi risultati quale possibile maggioranza potrà essere formata? A stare alle dichiarazioni della vigilia nessuna: il centrodestra è molto lontano dall’autosufficienza e i 5 Stelle ancora di più della coalizione raffazzonata di Salvini e Berlusconi.
La prima opzione, se i voti reali confermeranno le proiezioni, è che Paolo Gentiloni resti ancora un po’ a Palazzo Chigi per gestire gli affari correnti in attesa che si trovi una soluzione: per capire quali saranno le manovre bisognerà aspettare probabilmente martedì, quando sarà chiaro chi è stato effettivamente eletto in Parlamento: questo sì un regalo del Rosatellum. Domattina probabilmente inizierà, però, il cosiddetto “voto dei mercati”, che guardando i numeri vedranno quel che è ovvio: i governi davvero possibili sono solo quelli a cui fa da perno il Movimento 5 Stelle. Quello che terrorizza le cancellerie di mezza Europa è quello con la Lega, l’alleanza “populista” che avrebbe numeri larghissimi. Poi esiste l’opzione M5S+Pd “derenzizzato”. Ora la palla passerà a Mattarella: il primo segnale chiaro lo avremo il 23 marzo con l’elezione dei presidenti delle Camere.