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Prodi: “Stimo Colombo, al di là delle omissioni”

Furio Colombo ha giustamente rilevato, sulle colonne di questo giornale, una omissione nella bibliografia del mio libro, Strana vita la mia, scritto con Marco Ascione ed edito da Solferino. Manca infatti la citazione di Ci sarà un’Italia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana, scritto insieme, da lui e da me, e uscito nel 2006 per l’editore Feltrinelli. Ma questa involontaria omissione, in un elenco bibliografico che non aveva le pretese di essere esaustivo, mi dà l’opportunità per ringraziare pubblicamente Furio Colombo per il grande contributo intellettuale che mi ha dato in quella occasione e non solo. Contributo che certamente non ho dimenticato nel corso di questi anni. Può esserci sfuggita la citazione del libro, ma ricordo benissimo il tavolino attorno al quale per ore, sotto al portico della casa che anche lui menziona, abbiamo chiacchierato, ci siamo scambiate idee e analisi. È stato un lavoro utilissimo, un’occasione per conoscere le sue profonde riflessioni sulle quali, anche in seguito, ho molto meditato. Se quindi mi spiace della dimenticanza di un libro per il quale abbiamo insieme lavorato con tanta passione, sono tuttavia contento dell’occasione che Furio Colombo mi offre per ribadire non solo la stima, ma anche l’amicizia e l’affetto che mi legano a lui.

Romano Prodi

 

I reparti neonazisti e la democrazia ucraina

Risoluzione Onu del 18 novembre 2021: “Combattere la glorificazione del nazismo, del neonazismo e di altre pratiche che contribuiscono ad alimentare forme contemporanee di razzismo, discriminazione razziale, xenofobia e intolleranza correlata”: Risoluzione accolta, ma con l’astensione dei Paesi Nato e il voto contrario di Stati Uniti e Ucraina. Che coincidenza! Il problema principale sul tema della presenza di reparti neonazisti in Ucraina non riguarda principalmente la loro entità, ma il fatto che un Paese che si dichiara democratico non solo non combatta per sradicare questa malapianta, ma accolga i nipotini di Hitler nella sua Guardia Nazionale, conferendo loro un riconoscimento istituzionale. Quale altro Paese democratico al mondo può permettersi una libertà simile senza divenire il giusto bersaglio di fortissime critiche internazionali? Il motivo è ovvio: l’importanza strategica dell’Ucraina è superiore a qualsiasi altra valutazione. Quanta ipocrisia in questo mondo che si professa democratico!

Daniele Meneghini

 

Draghi sarebbe pronto ad accogliere Assange?

Signor Presidente Draghi, stando alle Sue affermazioni Lei non concederebbe mai l’estradizione di un giornalista in un Paese in cui non c’è libertà di stampa. Quindi si adopererebbe subito per offrire asilo politico a Julian Assange?

Giancarlo Miglio

 

Non c’è giustificazione per un conflitto armato

Ho un piccolissimo giardino nella città di Firenze, piccolo piccolo. Ma pieno di piante e con tre alberi. Tutti, in questo bell’inizio di primavera, cominciano a produrre gemme e fiori. Se penso che questa esplosione della natura potrebbe essere facilmente rasa al suolo e desertificata, mi confermo nell’idea che non ci sia una sola ragione al mondo che giustifichi qualsiasi guerra e secondo me (nonna del ’44 che ha solo respirato il post-bellum) ne sono complici e colpevoli tutti gli attori e gli istigatori “senza se e senza ma”. È semplicismo buon senso, troppo spesso perduto come il senno dell’Orlando Furioso.

Lauretta Bigazzi

 

I media di regime dalla parte dei potenti

Anche io, pur non condividendo totalmente le tesi del Prof. Orsini (a proposito, sono estremamente contento che ora collabori col Fatto Quotidiano, in quanto almeno avremo un punto di vista diverso sulla guerra in Ucraina con cui confrontarci), sono schifato e disgustato per l’accanimento nei suoi confronti da parte di quella informazione di regime, sempre prostrata davanti ai padroni. Sono convinto che, se questi eroi da avanspettacolo si trovassero in Russia, avrebbero lo stesso atteggiamento critico anche contro la giornalista Marina Ovsyannikova per aver mostrato sulla tv russa il cartello “fermate la guerra”. Questo fa capire di che pasta sono fatti.

Michele Lent

Non ne dubito. Stanno sempre con il potere. Sono nati genuflessi.

M. Trav.

Una figlia “Ciao mamma, ovunque tu sia: sei stata un modello di vita”

La Seyne sur mer (Francia), 30 marzo 1933: Enzo, un ferroviere antifascista che era stato licenziato dal suo posto di lavoro di macchinista perché si era rifiutato di prendere la tessera del fascio, con sua moglie Marianna, emigra in Francia, a Tolone, dove festeggiano l’arrivo di una bella bambina di nome Mireille.

Quel ferroviere viene cooptato nel gruppo dei muratori antifascisti esuli e diventa amico di Pietro Nenni.

A Tolone vissero in pace per un periodo limitato di tempo perché all’orizzonte europeo si andavano addensando nubi profonde. Nel 1940 Hitler invade e sottomette la Francia, così agli inizi del 1942, la famiglia Mosca ripercorre a ritroso il suo cammino, ma l’Italia che ritrovano, martoriata dalla guerra e impoverita, è ben diversa da quella lasciata. Mirella e i suoi fratelli non conoscono una sola parola d’italiano e nella Fabriano di allora, chiusa e provinciale, vengono additati con disprezzo come “i francesi” e a lungo emarginati.

Un giorno due nazisti ubriachi entrano in casa giocherellando con due bombe a mano. Marianna sa perfettamente cosa sta rischiando, ma gioca il tutto per tutto: nasconde i tre bambini sotto il letto e cerca di ammansire i nazisti offrendo loro le povere cose che aveva in casa. Lo stratagemma riesce, Mirella ne resterà traumatizzata per tutta la vita.

Ma quella bambina timidissima e orgogliosa, bella e delicata ha un carattere d’acciaio: a scuola si appassiona allo studio, diventa la migliore della classe. In terza media dovrà però ritirarsi perché, a causa degli scarsi mezzi, la famiglia è obbligata a una dolorosa scelta: sarà l’unico maschio a proseguire gli studi. La ragazza però non si arrende, legge moltissimo e, da autodidatta appassionata, si attrezza con solide basi culturali.

È questo amore per il sapere, e per la cultura in genere, che cerca di trasmettere, fin dalla prima infanzia, a sua figlia. Questa figlia che desiderava ambiziosa, competitiva, dalle aspirazioni sempre più elevate negli studi, nel lavoro, nella vita privata.

Saresti contenta di me oggi, di ciò che sono diventata?

Spero di non averti delusa e di corrispondere, almeno un po’, alle tue aspettative.

Buon compleanno mamma, ovunque tu sia.

Fabiana Pastuglia, Ancona, 30 marzo 2022

Con questa guerra viene uccisa la verità (e l’ipotesi di pace)

Mosca, 22 febbraio 2017, in una stanza del ministero della Difesa prende la parola il generale Yuri Balyevsky, ex capo di Stato maggiore. “Dobbiamo smettere di giustificarci”, afferma, ripreso dall’agenzia di Stato Novosti. È in atto “una lotta per il controllo della mente e della coscienza di massa. La vittoria nella lotta dell’informazione, nel mondo attuale, acquisisce più significato di una vittoria militare”. Il ministro della Difesa, Sergey Shoigu, è sulla stessa lunghezza d’onda: “La propaganda deve essere intelligente, competente ed efficace”. Segue una riunione in cui si discutono i metodi da seguire: post sui social in diverse lingue, siti Internet, articoli su Sputnik, servizi su Russia Today e molto altro.

In questi giorni di guerra vera ho ripensato spesso a quell’incontro moscovita. E mi sono chiesto se sapere da anni come Vladimir Putin si sia scientificamente mosso per inquinare i pozzi dell’informazione, spingendo un numero sempre maggiore di cittadini a considerare il suo modello sociale un’alternativa credibile al nostro, non ci fa sbagliare qualcosa nel modo in cui noi, come giornalisti, seguiamo l’aggressione russa all’Ucraina. Sul campo i media occidentali hanno schierato centinaia di coraggiosi inviati. Nella maggioranza dei casi si tratta di colleghi che guardano bombardamenti, massacri, battaglie dalle retrovie del fronte ucraino. I loro articoli e reportage ci restituiscono fedelmente quello che accade. Ma, giocoforza, ci fanno vedere solo un pezzo della guerra. Quello che succede oltre le linee, e tra le linee, ci è invece quasi ignoto. Dall’altra parte del fronte ci sono invece i soldati russi e giornalisti di Russia Today. Ma quella tv, proprio perché fa parte della dichiarata macchina putiniana della propaganda, non arriva più nelle nostre case. L’Unione europea, con una decisione discutibile in democrazia, l’ha bandita dai bouquet satellitari. E così chi segue per lavoro la guerra vede fotografie e video pubblicati dai canali Telegram russi, ucraini, ceceni. Alcuni contengono presunte sconvolgenti atrocità commesse da chi si difende: una donna stuprata con una svastica scritta col sangue sul corpo; un soldato ucraino che chiama col telefonino (appena trovato in una tasca di un russo) la fidanzata del morto e gli spiega ridendo come lo ha scannato; dieci prigionieri delle forze di Mosca gambizzati dopo la cattura con colpi sparati al ginocchio, in modo che restino zoppi per sempre; un combattente vivo a terra a cui viene ficcato nell’occhio un pugnale. Stabilire se siano veri o falsi è difficile. Spesso impossibile. E così, salvo nel caso in cui sugli accadimenti sia stata aperta un’indagine (i prigionieri gambizzati), di questi presunti orrori i media ufficiali occidentali non mostrano nulla. Il pericolo che i video e le foto facciano parte “della guerra per il controllo delle menti” è troppo alto. Ma, se siamo onesti, dobbiamo ammettere, come ci ha magistralmente raccontato Domenico Quirico su La Stampa, che al di là del dibattito sul singolo video, la guerra, anzi le guerre, sono questo. Atrocità indicibili da entrambe le parti. Che si moltiplicano se, come accade in Ucraina, sul campo di battaglia ci sono mercenari, milizie, squadroni nazisti e combattenti stranieri. Così, in fondo, il dubbio che quelle immagini siano fake e che quindi non vadano giustamente pubblicate, fa comodo a molti. Perché non poter raccontare a generazioni di cittadini che non l’hanno mai vissuta, cosa sia davvero una guerra, rende più facile per chi decide continuare a ripetere: armiamoci e partite.

 

Da Superenalotto Oplà, di colpo abbiamo 13 miliardi (per le armi)

Niente, mannaggia, niente da fare. Gli italiani in stragrande maggioranza restano contrari all’aumento delle spese militari fino al 2 per cento del Pil, cioè un po’ restii a spendere 13 miliardi in più (ogni anno!) in sistemi d’arma, gerarchie militari, missili e quant’altro. Resistono, insomma, all’offensiva dei corsivisti-generali più accreditati dai media, dai giornali e dai talk show, quasi tutti maschi, quasi tutti anziani, boomer burbanzosi e predicanti, autori di sermoni edificanti e patriottici, disposti a chiudere un occhio persino sui nazisti in campo. Fedeli insomma, al vecchio adagio americano applicato a dittatori, macellai e golpisti vari: “È un figlio di puttana, ma è il nostro figlio di puttana”.

Il sondaggio è canaglia, insomma, e un po’ canaglia anche chi lo disegna. Non ci eravamo ancora ripresi dal grafico diffuso da Agorà (Rai3), dove nella torta colorata i contrari all’invio di armi all’Ucraina sembravano meno della metà pur essendo il 55 per cento, che ecco un altro strabiliante sondaggio, questa volta Swg per il Tg de La7. Capolavoro, perché il titolo in maiuscolo dice “L’aumento delle spese militari” e sotto con tanto di colonne colorate dice “D’accordo” 54 per cento. Urca! Poi, uno pignolo va a leggere la domanda fatta al campione rilevato, e trasecola: “Lei è d’accordo con la seguente affermazione: Non è giusto che l’Italia aumenti le spese militari…”. È la prima volta che si vede un sondaggio con la negazione incorporata. È d’accordo che non sia giusto… davvero bizzarro. Forse chiedere direttamente “Secondo lei è giusto?” esponeva a qualche rischio in più. Trucchetti.

Qualcuno – temerario – spiega che questo benedetto aumento delle spese militari non c’entra nulla con l’invasione russa dell’Ucraina, che se ne parla da tempo, che gli americani ce lo chiedono da anni, e ora – vedi a volte le coincidenze – è venuto il momento. Per inciso, i dati Sipri (Stockholm International Peace Research Institute, uno degli osservatori più qualificati sul mercato degli armamenti) dicono che la Nato spende ogni anno circa 17 volte quello che spende la Russia, e anche togliendo le cifre spaventose degli Stati Uniti, calcolando soltanto le spese militari attuali di Italia, Francia, Germania e Regno Unito, si ha quasi il triplo della spesa militare russa. Pare che non basti.

Non è detto che gli italiani che rispondono ai sondaggi conoscano queste cifre (anche perché nessuno gliele dice), eppure si registra una resistenza ultra-maggioritaria nel voler spendere 13 miliardi in più all’anno in cannoni. C’è da capirli. Forse ricordano le solenni parole di Mario Draghi pronunciate quasi un anno fa: “Non è il momento di prendere soldi ai cittadini, ma di darli”. Bel programma. Peccato che in questi undici mesi (Draghi lo disse nel maggio del 2021 con grande plauso di tutti) non risulti agli italiani di aver migliorato sensibilmente le proprie condizioni di vita: tra inflazione al cinque per cento coi salari fermi, le bollette, la benzina e gli alimentari che aumentano. Ora si vedrà dove prendere tutti questi soldi, ma sotto sotto la notizia è buona: dopo anni passati a dire che “non ci sono i soldi” per scuole, sanità, servizi, oplà, ecco 13 miliardi che escono dal cilindro, magia e mesmerismo. Urge nuovo sondaggio: “Lei è d’accordo con la seguente affermazione: non è giusto dire che non è giusto rifare i tetti delle scuole o i Pronto soccorso invece di comprare missili? È giusto dire che è sbagliato?”. Vediamo come disegnano il grafico.

 

L’idiozia di Biden e la via d’uscita da dare a Putin

Il presidente americano Joe Biden ripete che il presidente russo Vladimir Putin è un criminale che deve essere abbattuto, e intanto Usa e Inghilterra perseguitano Julian Assange per aver documentato sistematici crimini di guerra americani nel mondo. Ma soprattutto Biden lascia intendere che il suo obiettivo è abbattere Putin mentre l’interesse di Europa e Ucraina è di far finire la guerra. Per la qual cosa sarebbe utile l’iniziativa diplomatica e la trattativa mentre l’imputazione di “criminale” (anche se del tutto fondata) è specificamente dannosa. Gli americani approfittano degli errori di Putin per riproporci il loro giogo. Anche sull’energia.

Sarebbe l’ora che l’Ue, o qualche governo tra cui il nostro, cercasse di frenare Biden e prendesse l’iniziativa di proposte diplomatiche offrendo a Putin vie di uscita dal pantano sanguinoso in cui si è cacciato, pericolosissimo per tutti. Dalla guerra in Iraq di Bush junior, gli americani non fanno altro che abbattere dittatori per sostituirli col caos ingovernabile e sanguinoso. Il rischio è che vogliano strumentalizzare la giusta resistenza ucraina per far la stessa cosa con la Russia: abbattere Putin col sangue ucraino, e ridurre la Russia nel caos e magari nella guerra civile. Bisogna prendere le distanze dagli Usa, aumentare l’autonomia e forzare iniziative diplomatiche europee, che accompagnino la resistenza ucraina e ne favoriscano uno sbocco di trattativa e compromesso.

Continuo a ritenere giusto mandare strumenti militari alla resistenza; ma sbagliatissimo l’improvviso aumento delle spese militari, per vassallaggio a Usa e Nato, invece di elaborare un piano Ue per un’autonomia di difesa.

In un mio primo articolo sul Fatto Quotidiano, sostenevo non si dovesse ripetere l’errore della pace dopo la Prima guerra mondiale.

All’epoca non il vincere, ma la pretesa di stravincere, aveva imposto alla Germania la più profonda umiliazione, favorendo l’ascesa del nazismo e del suo consenso di massa. Così, ora, un’umiliazione più profonda possibile certo Putin se la merita, ma sarebbe un errore molto grave. La fine dell’Urss e dell’impero è già stata una sconfitta della Russia, sul piano geopolitico, economico, tecnologico e culturale.

In Ucraina, Putin sembra ora politicamente sconfitto, forse persino militarmente (ma su questo esistono versioni discordanti). La sua aggressione è uno spasimo, un sanguinoso tentativo di recupero, col fine di reagire alla competizione e alla pressione che viene da Occidente.

Certo non ci divide il giudizio intransigente sul regime e sull’ideologia di Putin, ma di per sé la sua sconfitta o il suo fallimento rendono questa situazione terribilmente pericolosa: troppe armi catastrofiche sono all’erta. Si tratta di puntare sullo sviluppo di un’opposizione e di un’alternativa in Russia (molti sintomi ce ne sono) e occorre tempo perché si sviluppino.

Gli americani hanno invece la fretta idiota di abbattere regimi per sostituirli con il caos. Senza via di uscita tramite trattativa, la guerra non può che incrudirsi fino a pericoli estremi. La repressione non può che accentuarsi, il nazionalismo a sostegno del regime non può che infiammarsi. E tutto ciò ritarda per un lungo periodo la possibilità di sviluppo di un’alternativa, non di importazione ma dall’interno e per necessità.

La prospettiva auspicabile non è che la Russia si chiuda a lungo, sconfitta, in un risentito nazionalismo, ma che si apra invece a rapporti positivi con il resto d’Europa e del mondo. Meglio dunque che il regime di Putin sobbolla nel suo fallimento e vi si logori piuttosto che la Russia incancrenisca in un risentimento umiliato e xenofobo, magari puntando a farsi riferimento ideologico (secondo le dottrine del filosofo Aleksandr Dugin e del patriarca russo ortodosso Kirill) delle tendenze autocratiche e reazionarie che assediano quel che resta delle democrazie nel mondo.

Per tutte queste ragioni, sostengo la necessità di un’iniziativa diplomatica che proponga a Putin qualche via di uscita, che gli permetta di vantare nel fallimento qualche risultato, che allontani il pericolo estremo, dia il tempo al suo regime di logorarsi senza esasperati colpi di testa atomici o chimici, e dia il tempo a un’alternativa di svilupparsi dall’interno in Russia. Credo che la Cina possa essere seriamente interessata a farsi mediatrice di un simile processo, il cui esito non è assicurato, ma che sarebbe irresponsabile non perseguire.

 

La Scuola Radio Elettra, il canone della Rai e la propaganda sui media

Riassunto delle puntate precedenti: a causa di vecchie ruggini, i Tracchia stanno assediando con decine di migliaia di mercenari il centro commerciale delle gemelle Mastrocinque all’Eur. La propaganda mediatica filo-gemelle continua a bollare come cattivi e filo-Tracchia anche chi, come il prof. De Bellis, ordinario di Storia contemporanea alla Scuola Radio Elettra, è colpevole solo di conoscere fatti e antefatti, ignoti ai più: quando li raccontò in un programma di Rai3 scoppiò il finimondo, e la Rai gli cancellò il contratto. Nella strana inversione dei ruoli cui stiamo assistendo in Italia, dove partiti che si dicono di sinistra si scoprono più guerrafondai di Goebbels, e giornalisti pidini non disdegnano l’esaltazione dei neo-nazisti Azov con panegirici che neanche il Der Stürmer di Julius Streicher, non ha fatto notizia questo tweet del presidente pidino della regione Emilia Romagna (peraltro già in sintonia con i presidenti leghisti di Veneto e Lombardia sull’autonomia differenziata a scapito delle Regioni povere, e dunque dello Stato) sul professore: “È giusto esprima liberamente il suo pensiero, ci mancherebbe. Che io lo debba però anche pagare, anche no. Roba da matti”. Migliaia, per fortuna, le repliche intelligenti. In sintesi: 1) Potremmo dire lo stesso di te. Che vuoi farci, è la vita. 2) Io devo pagare anche se c’è Renzi. 3) Stai pagando anche per il Foglio. 5) Quindi la Maggioni, l’Annunziata e Gramellini vanno bene? Perché? 4) Ci faccia una lista delle cose giuste da pagare. 5) Bravo. Democrazia è pagare solo chi dice quello che piace a te. 6) Cioè la Rai non deve pagare professori universitari che esprimono concetti sgraditi al governo? 7) Sicuro di essere di sinistra? 8) Puoi sempre ascoltare Vespa. 9) Tu quando lavori lo fai gratis? 10) Anche il tuo stipendio è pagato con le tasse di tutti. 11) Se viene pagato Fazio, si può pagare chiunque. 12) Non mi spiegavo il motivo della vostra avversione a chiunque offra una chiave di lettura diversa da quella guerrafondaia. Poi ho letto del connubio @pdnetwork con Finmeccanica, Leonardo e gran parte dell’industria bellica italiana. 13) Vorrei politici che, invece di spendere in armi, investono in sanità e istruzione. 14) Titoli del prof. De Bellis: laurea, dottorato di ricerca, Research Affiliate al Mit di Boston, membro del comitato di analisi strategica dello Stato Maggiore della Difesa, libri pubblicati dalla Cornell University di New York, articoli pubblicati dalle più importanti riviste scientifiche specializzate in studi sul terrorismo. Titoli del presidente della Regione Emilia Romagna: diploma di liceo scientifico. 15) Il canone è una tassa sul possesso dell’apparecchio tv, non su ciò che trasmette. 16) Il canone va abolito. La Rai competa alla pari con gli altri, se ci riesce. 17) “L’Unità, pagati con soldi pubblici i 107 milioni di debito della vecchia gestione. È il risultato di una legge del 1998 che ha introdotto la garanzia statale sull’esposizione dei giornali di partito”. 18) Cioè se Putin reprime in Russia le posizioni non allineate è da condannare, ma se si applica lo stesso metodo in Italia va bene? 19) Foto di gruppo con Bush padre, Bush figlio, Clinton e Obama sorridenti. Didascalia: “10 guerre, milioni di morti, 0 sanzioni”. Corradino Mineo ha twittato: “Presidente, pagare il canone non le dà il diritto di decidere la politica culturale della Rai. Lei sta contestando l’idea stessa del servizio pubblico!”. Che Mineo onorò quando, da direttore di RaiNews24, intervenne con un pretesto per coprire il mio monologo durante la differita di Raiperunanotte, il programma di Michele Santoro contro le mordacchie Rai: bit.ly/3wNll72 (da 5’12’’). (22. Continua)

 

Sui profughi, la sbandata della lega è già terminata

AAA si accolgono profughi di certificata etnia europea, solo donne e bambini, religione cristiana, cucina internazionale, miti pretese, a condizione che se ne tornino a casa quanto prima. Astenersi profughi africani, afghani, pachistani che tolgono il lavoro agli italiani, no islamici, no cibi speziati, non c’è posto, raus, fuori dalle scatole. Da quando è iniziata la guerra in Ucraina ci aspettavamo dai leghisti reazioni del genere (magari meno esplicite). Poi, però, davanti ai titoloni sulla “straordinaria solidarietà” degli italiani, per un po’ ci siamo cascati con tutte le scarpe. Convinti che anche Matteo Salvini fosse cambiato, maturato che, finalmente in sintonia con i valori dell’Unione europea e dei Diritti dell’uomo, avesse gettato nel cassonetto le furiose politiche discriminatorie e xenofobe verso i rifugiati di ogni etnia e colore della pelle.

Avevamo sorriso quando l’eurodeputata Susanna Ceccardi pretendeva “di verificare che i profughi dall’Ucraina stessero effettivamente scappando dalla guerra per evitare che arrivi in Europa chiunque sta scappando dall’Africa”. Non c’era talk che non disegnasse cartine canzonatorie con gli astuti clandestini che facevano il giro largo Africa, Turchia, Ucraina, Polonia, facendosi bombardare dai russi e mitragliare dai battaglioni Azov, per poi fregarci tutti quanti.

E invece, ammettiamolo, Ceccardi aveva lo sguardo lungo. Perché le stesse cose, ma espresse molto peggio, le ha dette quel Massimiliano Fedriga, presidente della Regione Friuli-Venezia Giulia, considerato il volto umano, moderato, accogliente, gentile, mansueto del Carroccio. Sentite qua: “Non possiamo certo immaginare di mischiare il flusso di profughi ucraini, composto al 90 per cento da donne e bambini con quello che giunge attraverso i Balcani, soprattutto da Afghanistan e Pakistan e che comprende in gran parte giovani uomini, con tanti sedicenti diciassettenni che in realtà sono maggiorenni”.

Era ora: con l’icastica definizione dei “sedicenti diciassettenni” (con cellulare e unghie curate) riscopriamo dopo tanto tempo il rude linguaggio delle osterie leghiste, pane al pane e negher al negher, che generò l’epopea del Capitano e l’impennata di voti che fece sognare i pieni poteri. Basta con le sbandate buoniste tipo viaggio di pace in Polonia con annessa figura di palta. Prima gli Italiani! Poi le badanti ucraine. Scusaci Susanna.

Tavares vede le autorità piemontesi mentre il governo resta a guardare

Ha radici in Europa e non nell’Italia di Draghi il vertice che, due giorni fa, ha messo assieme l’ad di Stellantis, Carlos Tavares, la Regione Piemonte e il Comune di Torino sul futuro del gruppo in quella che fu la culla della Fiat. Qualcosa che non accadeva dai tempi di Sergio Marchionne, e che è stato promosso da Alberto Cirio, presidente piemontese di centrodestra. Un’iniziativa alla quale si è poi aggiunto anche il sindaco Stefano Lorusso (Pd), decisivo soprattutto per il destino urbanistico di quel milione e mezzo di metri quadri, la metà di Mirafiori, rispetto ai quali si era sentito dire da John Elkann, presidente di Stellantis, che l’azienda non ha più interesse. Più volte Torino aveva sollecitato l’esecutivo affinché invitasse Tavares a incontrare le amministrazioni piemontesi (qui gli occupati sono ancora quasi 20 mila). Draghi e i suoi ministri, invece, si erano limitati a concordare nuovi incentivi. A quel punto Cirio, ex europarlamentare forzista, ha chiesto aiuto alle istituzioni europee, con i buoni uffici di Antonio Tajani, vicepresidente del Partito popolare europeo. Un lavorio diplomatico che è arrivato all’entourage del commissario europeo per il mercato interno, Thierry Breton, indicato da quello Stato francese azionista di Stellantis. Una scelta coerente, anche in prospettiva, visto che il nuovo colosso dell’auto ha il proprio baricentro a Parigi e una dimensione europea.

L’esito del confronto ha segnato risultati positivi, almeno sulla carta. Innanzitutto ha stabilito un contatto e ha registrato da parte di Tavares l’impegno, in attesa di vedere come si evolverà il mercato, a puntare ancora sull’area torinese. In particolare, assicurando lo sviluppo della produzione della 500 elettrica e disegnando per Mirafiori uno scenario come polo ingegneristico della filiera elettrica di tutta Stellantis. Può bastare tutto ciò per tranquillizzare Torino? È presto per dirlo, anche se il vertice di lunedì scorso ha già prodotto un effetto: domani, a Mirafiori, l’ad incontrerà i sindacati. Anche questo un evento che non accadeva da tempo. Un confronto nel quale si capirà se Tavares intende delineare meglio le sue rassicurazioni. A cominciare dalla possibilità di installare a Torino, dando concretezza al “polo ingegneristico”, la fabbrica per la rigenerazione delle batterie elettriche (la futura gigafactory per la loro costruzione è già stata assegnata a Termoli). Un progetto davvero futuribile, ma che incardinerebbe ciò che resterà di Mirafiori nelle strategie di Stellantis in vista dell’abbandono dei motori termici. Renault, per esempio, ha annunciato un progetto analogo entro il 2030: per rigenerare batterie, infatti, è necessario nel frattempo vendere molte auto elettriche, per poi sostituire nel tempo quelle originali. Ed è questo che si aspettano di sentire i sindacati: aumenti produttivi, investimenti, ore lavoro per occupati, nuovi modelli. Con l’incognita delle vendite, però, tenuto conto che Tavares – presentando il piano Dare Forward 2030 – aveva spiegato che “se il mercato continua a diminuire, il problema non è di Stellantis, è di tutti”. Prima del Covid, si vendevano in Europa 18 milioni di vetture, poi scese a 15 milioni. Il gruppo ha una quota del 22%: la proiezione sull’Italia dice che per mantenere in vita i 7 stabilimenti attuali del gruppo, Mirafiori compresa, serve un incremento di 450 mila vetture. Sempre più elettriche.

Inutili, costosi e fuori tempo: la guerra resuscita i gasdotti

La bomba l’ha sganciata il 14 marzo un inviato del governo americano al Delphi Economic Forum a Washington, appuntamento dell’amicizia greco-americana: “Dopo gli ultimi sviluppi, daremo uno sguardo nuovo a tutto. Non si tratta solo della transizione verde, ma anche della transizione dalle forniture russe”. La guerra era iniziata da due settimane.

Il politico americano era Andrew Light, responsabile Affari esteri del dipartimento per l’energia Usa. Light ha spiegato come la guerra russa cambiava l’opinione americana sul gasdotto “EastMed”. L’amministrazione Biden aveva bocciato il progetto nuovamente a gennaio 2022, gelando le aspirazioni greche di far arrivare il gas estratto da Israele in Italia e nel resto d’Europa, attraverso Cipro e Grecia. “Abbiamo scelto di concentrarci su interconnettori di elettricità che possano sostenere sia il gas che le rinnovabili”, aveva detto il dipartimento di Stato americano. Persino la ministra dell’energia cipriota, Natasa Pilides, ancora il 7 marzo sosteneva che Cipro aspettava i risultati di uno studio di fattibilità, previsto entro la fine del 2022, per decidere “se Eastmed sia fattibile”.

Ora la svolta americana ridà vigore alla lobby del gas tra cui le americane Chevron ed Exxon, coinvolte nel mega-progetto anche se non è chiaro come gli Usa stiano risolvendo il diktat della Turchia, la grande esclusa dalla partita Eastmed. Due anni fa il ministro degli affari esteri di Ankara, Mevlüt Çavuosoglu, aveva minacciato il boicottaggio: “Qualsiasi progetto che miri a ignorare il Paese con la costa più lunga del Mediterraneo orientale – aveva detto – non avrà successo”. Gli attori in campo provano ad addolcire Ankara con promesse. Ieri, il Daily Sabah di Istanbul scriveva di nuovi negoziati tra le autorità israeliane e turche per un nuovo gasdotto sottomarino. A gennaio altri media europei parlavamo di una possibile alternativa per Eastmed, passando dalla Turchia. Intanto, il progetto originario ha ripreso vita.

Eastmed dovrebbe portare il gas da Israele all’Europa, passando da Otranto, a 20 km dal Tap, da poco in funzione, attraverso 1.900 km di gasdotto sottomarino, il più lungo mai costruito. Costerebbe 6 miliardi di euro per portare 11 miliardi di metri cubi di gas l’anno, contro i 170 che importiamo dalla Russia, ma è ancora inserito nella lista dei progetti “prioritari” della Commissione Ue. “Se un progetto non ha visto alcuno sviluppo per 3-4 anni, dovrebbe essere automaticamente tolto dalla lista. Ci resta solo perché i governi o i promotori lo vogliono”, ha detto in un’intervista a Investigate Europe l’ex direttore dell’esecutivo europeo, Klaus-Dieter Borchardt. Anche il mondo dell’industria ha qualche dubbio. Charles Ellinas, ex presidente della Cyprus Hydrocarbons Company, diceva nel 2021 che “EastMed potrebbe coprire solo una piccola frazione delle importazioni di gas europee. Sarà difficile trovare dai privati i miliardi necessari per costruirlo”.

È contrario anche il mondo delle associazioni. Secondo Global Witness il gasdotto genererà in un anno più gas serra di quanti ne emettano Francia, Spagna e Italia messi insieme. Questi progetti, oltre a essere poco utili nella crisi energetica in atto, visti i tempi lunghi di costruzione, sono anche antieconomici. Bruxelles, per dire, prevede un calo del consumo di gas del 71% entro il 2050.

Questi dati non interessano alle imprese coinvolte. L’ad di Edison, Nicola Monti, pochi giorni fa ha ricordato come Eastmed vada “riportato al centro dell’attenzione perché è l’unico vero progetto di diversificazione su fonti di gas già scoperte”. Ha poi aggiunto che la sua costruzione potrebbero essere terminata “in quattro anni”, un tempo record visto che i lavori sul fronte israelo-cipriota non sono neanche cominciati.

La guerra e la corsa a sostituire il gas russo, insomma stanno resuscitando progetti che sembravano morti perché costosi, inutili e fuori tempo massimo. Vale anche per “MidCat”, il gasdotto tra Spagna e Francia, accantonato nel 2019 – dopo aver speso 1,3 miliardi di fondi europei – perché i regolatori dei due paesi lo trovavano inutile, visto che i gasdotti esistenti non lavorano alla massima capacità. Oggi il governo spagnolo potrebbe riesumarlo per far arrivare in Germania il gas di scisto americano che approda liquido via nave al porto di Barcellona per la rigassificazione. La presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, è favorevole: “La Spagna – ha detto – può giocare un ruolo importante nell’approvvigionamento energetico dell’Europa”, visto che ha il più alto numero di rigassificatori in grado di lavorare il Gnl americano per l’Unione (15 miliardi di metri cubi l’anno). I tempi, però, non collimano. L’analista di temi energetici del Financial Markets Institute (FMI), Álvaro Rodríguez, fa presente che il progetto richiederebbe così tanto tempo che “quando diventerà realtà non sarà più necessario”.

In Germania, l’importante think tank Agorà (il direttore è un nuovo membro del governo tedesco), ha pubblicato un rapporto secondo cui il risparmio energetico può sostituire l’80% del gas di Mosca. “Questi investimenti creeranno molti più posti di lavoro dei combustibili fossili”, ha detto Mattias Buck, autore del rapporto.

* Investigate Europe

Il Viminale va a curarsi da Alfano

C’è una nuova opportunità per i dirigenti e gli impiegati del ministero dell’Interno e delle Prefetture. Potranno ricoverarsi, fare analisi e ogni altra cosa, con il 15 per cento di sconto, al San Raffaele, al Policlinico San Donato e all’Istituto Galeazzi di Milano, come negli altri ospedali e nelle altre strutture del Gruppo San Donato in Lombardia o anche a Bologna. Il Viminale ha firmato venerdì scorso una convenzione con il gruppo lombardo, leader della sanità privata, che nel 2020 ha fatturato 1,6 miliardi di euro per oltre la metà provenienti dai rimborsi del Servizio sanitario nazionale.

L’ha firmata Giancarlo Dionisi, capo di gabinetto del Dipartimento dell’amministrazione generale dell’Interno, ma c’era anche la ministra Luciana Lamorgese e dall’altra parte del tavolo Kamel Ghribi e Paolo Rotelli, vice presidenti Gsd. Mancava solo il presidente della holding, che al Viminale sarebbe stato a suo agio: dall’ottobre scorso l’incarico di vertice tocca infatti all’avvocato Angelino Alfano, che fu proprio ministro dell’Interno tra l’aprile 2013 e il dicembre 2016 con Enrico Letta e Matteo Renzi.

Il ministero che si accorda con il gruppo privato guidato almeno formalmente dall’ex ministro non è il massimo dell’eleganza. E c’è senz’altro da riflettere nel Paese che è stato travolto dalla pandemia, non riesce a recuperare le cure rinviate per il Covid e però prepara nuovi tagli alla sanità pubblica, ma intanto si affretta a moltiplicare le spese militari sull’onda dell’invasione dell’Ucraina. Non c’è, tuttavia, da scandalizzarsi. Altre amministrazioni pubbliche hanno da tempo accordi simili o più complessi: fondi speciali per l’assistenza sanitaria privata ai dipendenti previsti da contratti integrativi, a volte con la partecipazione di compagnie assicuratrici. La convenzione del Viminale, invece, ha zero costi pubblici: è solo uno sconto, grazie al quale al San Donato arriveranno numerosi clienti (privati) tra i 17 mila dipendenti civili dell’Interno. Ha già un accordo simile con la Guardia di Finanza.

Certo, da Bologna in giù il Gsd non c’è. Ma del resto, specie per le malattie più gravi, gli ospedali del gruppo accolgono pazienti da tutta Italia e dal mondo, mettendo a loro disposizione ottimi pacchetti per i viaggi e gli hotel: sul sito ci sono tutte le indicazioni, al San Raffaele ti portano per mano. Il Viminale, peraltro, ha decine di convenzioni simili, proposte dai privati come è successo con il San Donato: centri diagnostici, ambulatori e studi medici che offrono sconti fino al 20-30 per cento, ma non sono ospedali a volte d’eccellenza come quelli del gruppo lombardo. Pagando solo un po’, i dipendenti dell’Interno saltano liste d’attesa del Servizio sanitario nazionale, che la pandemia ha ulteriormente allungato.