La “carneficina” dei russi, ma la foto è di Donetsk

In primo piano c’è un cadavere steso, ai suoi piedi un uomo anziano si copre il volto per disperazione, sullo sfondo altri corpi esanimi, tra le macerie e i soccorritori. Indubbiamente una carneficina, ma non quella che si crede. La Stampa non spiega la foto con una didascalia, ma in cima all’immagine c’è un occhiello rosso: “I russi tengono in ostaggio 400 persone all’ospedale di Mariupol. Nuova offensiva sulla capitale. Zelensky: non entreremo nella Nato. Uccisi altri due reporter”. In basso altri due titoli: “Così Kiev affronta l’assalto finale”, “I traumi dei bimbi in fuga a Leopoli”. Per i lettori quindi è facile dedurre che quei cadaveri nella foto siano vittime di bombe russe. Invece la città non è né Mariupol, né Kiev, né Leopoli: l’istantanea è stata scattata il 14 marzo a Donetsk, capitale dell’autoproclamata “Repubblica popolare”, controllata dal 2014 dai separatisti filorussi. Stavolta la strage che ha tolto la vita a più di 25 persone, con ogni probabilità, è di mano ucraina.

Di sicuro La Stampa ha pubblicato l’immagine di una strage di due giorni prima lasciando intendere che si trattasse dell’ennesimo scempio compiuto dalle armate di Putin martedì. Un errore clamoroso, magari in buona fede, ma che si inserisce nel contesto già delicato di una narrazione del conflitto, comune a molti media italiani, che non contempla difformità dall’unica possibile versione dei fatti. Mentre scriviamo, dalla Stampa non è arrivata alcuna rettifica, né la fake news è stata citata o corretta su altre testate.

A denunciarla è stato invece Angelo d’Orsi, storico torinese, comunista, ex candidato sindaco nel capoluogo piemontese e per molti anni collaboratore del quotidiano. “Con la prima pagina di oggi – scrive d’Orsi al direttore della Stampa, Massimo Giannini – il giornale da Lei diretto ha toccato il fondo della disonestà giornalistica: una immagine relativa alla strage compiuta due giorni fa dalle truppe governative di Kiev ai danni dei civili di Donetsk, viene presentata in modo che il pubblico pensi che siano stati i russi cattivi”.

In assenza di fonti indipendenti, non è possibile stabilire con assoluta certezza chi abbia sparato il missile – un Tochka-U, che dovrebbe essere in dotazione a entrambi gli eserciti – ma è chiaro che tutti gli indizi portino ai militari ucraini, visto che il territorio è controllato dai filorussi. E pare debole la contro accusa del ministero della Difesa di Kiev, secondo cui si tratterebbe di un depistaggio – una false flag operation – dei soldati di Putin: secondo questa versione, si sarebbero bombardati da soli. “La falsificazione è oggettiva – sostiene d’Orsi con il Fatto Quotidiano – e lo riportano varie fonti sul campo. Ma la foto è solo la ciliegia sulla torta, basta vedere com’è costruita quella prima pagina. Una serie di pezzi tremendi e a senso unico, conclusi degnamente dallo sberleffo di Mattia Feltri nei confronti di Luciano Canfora, il quale si è permesso addirittura di esprimere un punto di vista un po’ diverso sulla guerra, rivendicando la complessità di quello che sta succedendo in Ucraina. Questa copertina della Stampa ci mostra in maniera violenta e volgare come l’informazione, con poche eccezioni, non esista più. È diventata comunicazione: è venuto meno il principio etico del giornalismo”.

La vicenda ha un’appendice imbarazzante e un po’ paradossale. La fotografia pubblicata sul quotidiano torinese infatti non riporta alcun credit: non c’è scritto, come è d’obbligo, il nome del fotografo o dell’agenzia per cui lavora. In origine era stata divulgata su un organo di comunicazione del Cremlino, Ria Novosti. La Stampa l’avrebbe presa, senza dirlo a nessuno: da un agenzia di propaganda di Putin. Il professionista che ha scattato quell’istantanea incredibile si chiama Eduard Korniyenko, russo di Stavropol. Lavora per l’agenzia russa Ura ed è fotografo appaltatore della Reuters. La Stampa – dice lui – non l’ha mai contattato, né ha pagato la foto che ha piazzato in prima pagina.

Il giornale degli studenti della Luiss sta con Orsini

Le posizioni del professor Alessandro Orsini non danneggiano l’immagina della Luiss, ma anzi “arricchiscono il patrimonio culturale dell’ateneo e ne aumentano il prestigio”. A scriverlo è Michelangelo Mecchia, direttore di Globetrotter, uno dei giornali curati dagli studenti della Luiss. E la difesa del professore su un giornale dell’Università di Confindustria non è affatto scontata.

Alla Luiss, Orsini è Direttore dell’Osservatorio sulla Sicurezza, ma nelle scorse settimane l’Ateneo ha sconfessato pubblicamente il professore, che da lì in poi ha dovuto presenziare nei talk show a titolo personale per la sola colpa di avere avanzato critiche alla Nato in tema di politica estera. Mecchia è romano, ha 21 anni ed è al terzo anno di Scienze Politiche. Del “suo” Globetrotter parla con orgoglio: “Alla Luiss ci sono diversi giornali studenteschi, ma il nostro è uno dei più antichi. Fino a qualche anno fa distribuivamo anche una versione cartacea, adesso siamo attivi online e soprattutto su Instagram”. Globetrotter è “un giornale interdipartimentale”, perciò coinvolge studenti delle diverse facoltà: “La Luiss ci aiuta mettendoci a disposizione un budget. Ci ha sempre garantito grande indipendenza”.

Tre giorni fa, Mecchia ha pubblicato un editoriale dal titolo “Liberi di criticare”: “Anche se a volte ce lo scordiamo, finché non travalicano certi confini tracciati dalla legge, le opinioni sono sempre legittime. Inoltre, l’analisi del docente, seppur molto critica, poggia su premesse estremamente solide, ovvero la ferma condanna dell’aggressione. Ma è stato dimenticato anche questo, e il tribunale dei social si è pronunciato. La sentenza parla chiaro: filoputinismo e russofilia”.

E ancora: “L’Università non è un monolite, un mondo grigio e omogeneo. È una galassia plurale, multiculturale, dove convivono tante idealità, meravigliosamente diverse tra loro. Confrontandosi e interagendo, i portatori di queste idealità, studenti e professori, arricchiscono il patrimonio culturale dell’ateneo e ne aumentano il prestigio”. Mecchia premette di avere “rispetto per le decisioni dell’Università” e confessa che “solo alcune mie posizioni sono in linea con quelle di Orsini”, ma contesta “chi le delegittima o le censura”.

Del tema, come conferma il giovane direttore, si sta parlando parecchio in questi giorni dentro l’Ateneo. Curioso è però il fatto che a dirigere il Master di Giornalismo della Luiss sia Gianni Riotta, l’editorialista di Repubblica, che da settimane porta avanti una battaglia personale contro i “putiniani d’Italia”, categoria dentro la quale ha accomunato – giusto per dare l’idea – Gianluca Savoini e Barbara Spinelli. Senza accorgersi che – se si confonde la russofilia con il pensiero critico –, i putiniani sono molti di più.

“Mandare le armi è un atto di guerra formale della Nato”

Nel giro di pochi giorni, il professor Franco Cardini – emerito di Storia presso l’Istituto di Scienze Umane e Sociali di Firenze, oggi assorbito nella Scuola Normale di Pisa – è stato additato come filoputinano e filohitleriano. Al telefono ce la spiega così: “Una sera, dopo una conferenza al Rotary sui problemi dell’Europa e dell’Asia, una signora mi ha detto: professore non ho capito se lei è fascista o comunista. E io le ho risposto: signora, faccia lei. Al di là delle battute, sono stato nel Movimento sociale quando avevo i calzoni corti, poi sono passato al castro-guevarismo, poi ho cominciato a studiare. Oggi mi definisco cattolico, socialista ed europeista”.

Professore, è davvero un sostenitore di Putin?

Amo la Russia, dove ho studiato, amo la sua letteratura e la sua musica. Ma non ho nessuna simpatia per l’ex colonnello del Kgb: a suo tempo ne ho scritto molto male per quello che ha combinato in Cecenia. Mi sono reso conto, negli ultimi viaggi in Russia, che ha organizzato uno Stato autoritario e oligarchico, ripristinando però anche un po’ di Stato sociale.

Perché qualsiasi tentativo di problematizzare e spiegare viene criminalizzato?

È una vecchia sindrome occidentale, che in una certa misura l’umanesimo e l’illuminismo hanno radicato. Cioè l’idea che in fondo l’Occidente non sbaglia mai. È quella che Hegel chiamava “la sera senza tramonto della storia del mondo”: l’Occidente è il migliore dei mondi possibili, senza se e senza ma. Questo implica che non si possono ammettere errori e limiti: tutte le volte che c’è qualche falla – vedi Trump – viene liquidata come un caso isolato, il matto di turno e via dicendo. Le posizioni altre sono sempre maccartismo. Certo servirebbe un’opinione pubblica diversa, mediamente colta, razionale e intellettualmente onesta, che purtroppo non abbiamo.

Una volta si diceva che bisognerebbe capire la storia senza demonizzazioni. Non vale più?

Guardi, il fatto che ci siano dei fermenti nazionalisti e nazionalsocialisti in Ucraina, tanto per fare un esempio, è vero. Io ne capisco anche le ragioni storiche e mi guardo bene dal demonizzarli. I mali assoluti sono evocati in continuazione, ma mettere i baffetti di Hitler o i baffoni di Stalin addosso all’uno o all’altro cattivo di turno non serve a capire.

Dal punto di vista del diritto siamo di fronte all’aggressione di uno Stato sovrano.

Benissimo: la Corte dell’Aja può procedere contro la Federazione Russa. Però le chiedo: a quando i processi contro la Nato (posta sotto l’alto comando Usa) per gli interventi in Serbia, in Afghanistan, in Iraq, in Siria?

Zelensky ha detto: “Non possiamo entrare nella Nato, va ammesso”. È uno spiraglio per una fine della guerra che non implichi una resa dell’Ucraina?

Io non voglio una resa dell’Ucraina, per rispetto di un popolo e di una terra che amo. Se io fossi Putin, farei in modo di lasciare una via d’uscita dignitosa all’avversario. Penso che Putin abbia deciso l’invasione prima che l’Ucraina entrasse nella Nato, perché dopo – essendo la Nato un’alleanza difensiva – sarebbe stato scatenare di fatto una guerra mondiale. Nel documento del 15 dicembre 2021, il governo russo aveva proposto un compromesso al governo americano per una “finlandizzazione” dell’Ucraina, il non ingresso nella Nato dell’Ucraina e l’indipendenza delle Repubbliche del Donbass. Cose che erano negli accordi di Minsk e che non sono state rispettate. Di nuovo, sapere serve a capire e non a giustificare una o l’altra parte.

Cosa pensa dell’invio delle armi e delle sanzioni?

L’invio di armi all’Ucraina in un momento di conflitto rappresenta formalmente una atto di guerra della Nato contro la Russia. Dal 1914 al 1917 l’America mandava aiuti all’Inghilterra con la scusa della legge sugli affitti e i prestiti: il Kaiser affondava i convogli inglesi con i sottomarini. E alla fine sono entrati nel conflitto anche loro: cerchiamo di non arrivare a questo. Quanto alle sanzioni contro la Russia: paga la Russia, ma anche l’Europa mentre gli Usa e la Nato, che pagano pochissimo, se ne fregano.

Più soldi per bombe e soldati: tutti signorsì, tranne ex 5S e SI

La corsa alle armi, in Italia, sta per iniziare. Mario Draghi lo aveva anticipato nella sua informativa al Senato l’1 marzo spiegando che “la minaccia portata oggi dalla Russia è una spinta a investire nella difesa più di quanto abbiamo mai fatto finora”. E da ieri c’è anche il timbro ufficiale del Parlamento e del governo. La Camera a larga maggioranza ha approvato un ordine del giorno al decreto Ucraina che impegna l’esecutivo a incrementare le spese militari fino al 2% del Pil (oggi siamo all’1,4%) con un aumento di oltre 10 miliardi l’anno. Si passerà, secondo i dati dell’Osservatorio Milex, da una spesa di 26 miliardi (68 milioni al giorno) a 38 miliardi annui (104 milioni al giorno). Come ha raccontato il Fatto, l’aumento delle spese militari dovrebbe iniziare già dal 2023 gradualmente fino ad arrivare a quota 38 miliardi nel 2027-2028.

A Bruxelles per una riunione dei ministri della Difesa della Nato, Lorenzo Guerini ribadisce “la volontà di continuare a supportare le forze armate ucraine nella resistenza eroica, con l’invio di materiale di armamento”. Guerini può offrire all’Alleanza Atlantica le missioni “in via di valutazione” nel sud est della Nato. Ungheria e Bulgaria, in primis. Si partirà dall’Ungheria, dove il ministro è andato a stringere accordi la settimana scorsa. Luigi Di Maio, viceversa, in un’informativa alla Camera ha riportato la cifra di 500 milioni di euro, come “strumento europeo per la pace”, per la fornitura a Kiev di “equipaggiamenti letali e non letali”. Da notare che il titolare della Farnesina era stato prima di intervenire a tutto tondo sulla crisi ucraina (dal dossier energia alle questioni diplomatiche) a colloquio a Palazzo Chigi con Mario Draghi: il premier continua a mandare avanti il ministro degli Esteri. Mentre gestisce in prima persona i dossier economici e si ritaglia il ruolo di rappresentare gli interessi dell’Italia in Europa.

In ogni modo, l’odg di ieri è stato presentato dalla Lega a prima firma Roberto Ferrari, capogruppo del Carroccio in commissione Difesa, ma è stato sottoscritto da tutti i colleghi delle altre forze di maggioranza più Fratelli d’Italia. Il governo, per voce del sottosegretario alla Difesa Giorgio Mulè, ha dato parere favorevole ma il leghista Ferrari ha chiesto lo stesso il voto dell’assemblea per certificare l’unità del Parlamento: alla fine l’odg è passato a larga maggioranza con 391 i “sì”, 19 “no”. Anche il M5S, che del taglio alle spese militari aveva fatto uno dei cavalli di battaglia, ha ha votato a favore. Gli unici contrari, invece, sono stati i deputati di “Alternativa” (gli ex M5S) e Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana mentre quelli di LeU si sono astenuti. L’ordine del giorno della Lega chiedeva di alzare la spesa al 2% del Pil per “raggiungere un obiettivo che il nostro Paese si era dato, aderendo alle conclusioni del vertice dell’Alleanza atlantica nel 2014 in Galles”. Poi i deputati si dolgono del fatto che nelle ultime leggi di Bilancio ci siano stati dei tagli al settore della Difesa (tranne nell’ultimo del 22): “In questi anni la spesa per la Difesa ha subìto una costante contrazione che, nell’ultimo esercizio finanziario, ha finalmente visto una inversione di tendenza”.

Nel M5S è Gianluca Aresta a prendere le difese del “sì” spiegando che è stato in un’ottica di difesa europea: “Il 2% riguarda anche la spesa per il personale e le infrastrutture – spiega – oggi il M5S è maturato: siamo una forza di governo consapevole”. Posizione però che non trova d’accordo tutti nel M5S: “Sarebbe opportuno investire di più in energie rinnovabili, sanità e istruzione – dice il senatore Gianluca Ferrara – questo ci chiedono i cittadini”. Oggi, nel voto finale, si annunciano una decina di defezioni tra i 5S. Tra gli odg discussi ieri c’è stato anche quello di Christian Romaniello (ex 5S) che chiedeva al governo di vigilare sull’uso dei contractor per trasportare le armi italiane. Ma il governo ha dato parere contrario: Mulè ha bollato l’uso di mercenari come “ipotesi dell’irrealtà”. Bocciata anche la proposta di FdI di ricostruire gli arsenali militari.

“Sul caro bollette fatto troppo poco. Ora subito scostamento di bilancio”

“È giusto che le imprese che hanno fatto extraprofitti contribuiscano ad aiutare la collettività. Ma non basta. La priorità è uno scostamento di bilancio affiancato dall’Energy fund. Bisogna intervenire immediatamente”. Questa è solo la premessa che fa Davide Crippa, capogruppo del M5S alla Camera, sul caro energia.

Il governo Draghi è corso ai ripari con un nuovo decreto. Ma il rischio è che con le risorse a disposizione ancora una volta le nuove misure si ridurranno al solito pannicello caldo.

Lo scostamento di bilancio lo abbiamo già chiesto di tempo. Ora la questione è persino più urgente: serve subito extra deficit. Bisogna trovare risorse immediate per tenere aperte le aziende e aiutare a pagare le bollette. Ma servano anche altri interventi.

Quali?

Misure straordinarie che coinvolgano non solo l’Italia, ma anche tutti gli Stati europei. Sulla linea di quanto già avvenuto con la pandemia, va adottato un Energy fund finanziato dal debito pubblico europeo comune. Nessun alibi ai Paesi frugali che non vogliono un percorso di indebitamento comune.

Intanto famiglie e imprese sono in pena, mentre qualcuno – per dirla con le parole del ministro Cingolani – fa il furbo.

Vanno chiarite subito quali sono le speculazioni e quali le azioni congiunturali per cui bisogna intervenire, non ci sono altre soluzioni. Sia sui carburanti che sulle fluttuazioni del gas parliamo di prezzi anomali perché non hanno risentito di cali di forniture del gas da parte della Russia in grado di giustificarli. C’è stato un gioco di prezzo a livello borsistico.

Anche per le bollette non va meglio.

Per quanto riguarda l’elettricità, noi abbiamo un mercato di maggior tutela con prezzi fissati dall’Autorità a un prezzo regolato dallo Stato. Ma in questa regolazione c’è un’anomalia del prezzo di riferimento: i contratti stipulati non si basano su prezzi spot, ma sono su base pluriennale, stipulati prima della crisi. Con questo campanello d’allarme mi auguro che l’Arera cambi il sistema di riferimento del prezzo almeno per il prossimo trimestre. Andiamo a vedere cosa hanno in pancia i grandi operatori. Non può essere prevista una marginalità eccessiva altrimenti non è un prezzo regolato. È inevitabile intervenire sugli extraprofitti.

Il governo si è mosso alla ricerca degli extraprofitti delle rinnovabili. Ma ci vuole tempo. Come si recuperano subito altre risorse?

Tutto il settore energetico ha fatto profitti rilevanti nel 2021. Nel decreto Bollette puntiamo a inserire un contributo di solidarietà pari al 30% del maggiore utile netto conseguito nel 2021 rispetto al triennio precedente. Questo andrà all’interno del fondo di solidarietà per il contratto della povertà energetica che andrà ad alimentare il bonus elettrico e del gas per i clienti economicamente più svantaggiati. Così si possono liberare altre risorse da usare in azioni concrete per limitare i rincari.

Per aggirare il gas di Mosca ci servono almeno tre anni

È arrivata la prima prospettiva temporale verosimile: serviranno almeno tre anni per slegare l’Italia dal gas russo, ammesso che tutto vada secondo il piano del governo illustrato ieri al Senato dal ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani. È il “periodo minimo” per l’indipendenza dai 30 miliardi di metri cubi annui di gas che arrivano da Mosca. Il ministro ha tracciato un quadro completo su come si pensa di agire, dai nuovi fornitori al potenziamento delle infrastrutture, passando per gli interventi per contenere i costi. Ha inoltre aperto alla proposta arrivata da Confindustria di destinare 25 tWh di energia prodotta da fonti rinnovabili alle imprese in difficoltà a prezzi calmierati, parallelamente all’aumento della produzione nazionale autorizzata.

La diversificazione delle forniture di gas è il punto più importante: vanno trovate nuove “rotte”. Al momento l’Italia importa 2 miliardi circa di metri cubi di gas dal Nord Europa (Norvegia, Olanda, Danimarca, Regno Unito) nonostante le corrispondenti infrastrutture permettano di importarne almeno 12.

Si tratterebbe della fornitura più difficile da potenziare per via della concorrenza a rifornirsi dallo stesso canale. Da sud (Tunisia via Mazara del Vallo) arriva il 29 per cento del fabbisogno italiano: 21 miliardi di metri cubi di gas che potrebbero, nei piani del governo, arrivare a 27. La portata del Greenstream, che collega Gela alla Libia con 3 miliardi di m3, è invece già al massimo. Infine il Tap, il gasdotto che prende il gas dall’Azerbaigian (il 10% del nostro fabbisogno): 7 miliardi di metri cubi, che potrebbe arrivare a 8 e mezzo “a patto di avere volumi aggiuntivi dall’Azerbaigian”. E poi andranno potenziate le forniture da Paesi come Congo e Angola e il Qatar per il Gas naturale liquefatto, per cui servono però i rigassificatori (come si intuisce, parliamo in molti casi di accordi con Paesi non proprio campioni nel rispetto dei diritti umani).

Quelli italiani vanno portati al loro massimo. Producono il 13% del gas, circa 9,8 miliardi di metri cubi, e potrebbero arrivare a 16 miliardi. Oltre ai tre già esistenti – uno onshore a Panigaglia, due offshore tra Rovigo e Livorno -in 12-18 mesi dovrebbe arrivarne un quarto “galleggiante” per il quale però ieri Cingolani ha introdotto una nota di difficoltà: “È partita una corsa a livello europeo per queste navi galleggianti. Non sono tante, costruirle richiede tempo e quindi vanno prese quelle che ci sono. I costi d’affitto sono elevati ma noi ci siamo mossi per primi e stiamo valutando due-tre opzioni”. In alternativa, si valuta anche una nuova capacita onshorecon progetti per terminali a terra che però richiedono tra i 36 e i 48 mesi. Poi c’è la possibilità di raddoppiare la capacità del Tap per incrementare i flussi fino a 20 miliardi di metri cubi (richiederebbe tra i 45-65 mesi e accordi esteri difficili).

Più complessa, invece la gestione degli stoccaggi. Nell’immediato ci si affida alla primavera, con la previsione di una riduzione dei consumi di gas di 40 milioni di metri cubi al giorno. I 18 miliardi di metri cubi che l’Italia “stiva” ogni anno prima dell’inverno per rispondere ai picchi di domanda devono essere nuovamente accumulati. I prezzi, però, sono al momento proibitivi. “Se dovessi stoccare 10 miliardi di metri cubi ora servirebbero 15 miliardi di euro – ha detto Cingolani –. Un anno fa ne sarebbero bastati tre”. Il ministro torna su un punto: i flussi di gas da Mosca non si sono ridotti. “Non voglio sollevare problemi senza proporre soluzioni. Ma siccome la quantità di gas è uguale, non è giustificato che si passi da 30 centesimi a 1,5 euro al metro cubo”. Dopo aver parlato di “speculazione” e “truffe” nei giorni scorsi, ieri ha detto che i picchi di prezzo si spiegano con “meccanismi di mercato”, come gli hub di scambio di certificati e future, il Ttf a livello europeo e il Psv italiano. Ha citato anche il problema del prezzo marginale dell’energia che di fatto lega tutto il costo dell’energia a quella prodotta dal gas. Sulla proposta italiana di porre però un price cap europeo ai prezzi del gas e di disaccoppiare i prezzi dell’energia da rinnovabili rispetto al termoelettrico non c’è ancora accordo.

Infine, il ministro annuncia un’“accisa mobile” (il maggior gettito Iva dai rincari utilizzato per ridurre le accise) e apre a una proposta che arriva da Confindustria: cedere circa 25 TWh di energia elettrica da fonti rinnovabili alle imprese energivore a prezzi equi a fronte dell’impegno ad autorizzare nuovi impianti di rinnovabili. Per capirci sull’entità delle cifre, nel 2019, secondo Terna, la richiesta totale italiana di energia da fonti rinnovabili è stata di 119 TWh (contro circa 200 da altre fonti). È la versione green delle autorizzazioni sull’aumento delle produzione di gas nazionale. L’Ad del Gestore dei servizi energetici (Gse), Andrea Ripa di Meana, ha fatto sapere di essere “pronto ad attuarla in tempi brevi”. La quota che Confindustria propone di mettere a un prezzo prestabilito di 50 euro/Mwh (a fronte dell’impegno dell’industria a sviluppare investimenti per 12 GW di fotovoltaicao e 5 di eolico) sarebbe quella in eccesso che in media ogni anno arriva dagli impianti rinnovabili a Gse e che non viene immessa in rete ma ritirata a prezzo di mercato e poi rivenduta per circa 1,2 miliardi di euro, utilizzati di solito per scontare incentivi finali in bolletta.

Embargo a chi? Per anni armi “proibite” alla Russia

“I nostri destini sono legati. L’Ucraina fa parte della famiglia europea”, ha detto Ursula von der Leyen venerdì al vertice di Versailles, mostrando come l’Unione europea stia cercando di compattarsi dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Eppure, fino a poche settimane fa, Vladimir Putin era ancora un buon cliente dell’industria europea delle armi. Un terzo degli Stati membri dell’Unione ha infatti esportato armi verso la Federazione russa, secondo i dati del gruppo di lavoro sulle esportazioni di armi convenzionali del Consiglio Ue (Coarm) analizzati da Investigate Europe. Tra il 2015 e il 2020, dieci Paesi hanno esportato 346 milioni di euro di armi, autorizzando più di mille nuove licenze di export. Francia, Germania, Italia, Austria, Bulgaria, Repubblica Ceca, Croazia, Finlandia, Slovacchia e Spagna hanno venduto “attrezzature militari” a Mosca inclusi missili, bombe, siluri, pistole e razzi, veicoli terrestri e navi. Nonostante dall’agosto 2014, dopo l’annessione della Crimea, gli allora 28 Paesi Ue si erano messi d’accordo per un embargo totale di export di armi alla Russia. Ma il commercio è continuato. Il governo Renzi, per esempio, ha autorizzato un anno dopo, nel 2015, la vendita di 25 milioni di veicoli blindati Iveco a Mosca.

La Francia, da sempre leader dell’industria bellica europea, ha inviato 152 milioni di armi alla Russia, “bombe, razzi, siluri, missili, cariche esplosive”, armi letali ma anche “apparecchiature di imaging, aerei con i loro componenti e ‘veicoli più leggeri dell’aria’”. Secondo il sito francese Disclose, le esportazioni francesi includono anche “termocamere per più di 1.000 carri armati russi, così come sistemi di navigazione e rilevatori a infrarossi per jet da combattimento ed elicotteri da combattimento. Il Cremlino li ha acquistati da Safran e Thales, il cui principale azionista è lo Stato francese. Interrogato venerdì 4 marzo, il ministero delle Difesa ha impiegato 11 giorni per rispondere che la Francia si impegna “ad applicare molto rigorosamente” l’embargo del 2014. Le armi vendute alla Russia negli ultimi cinque anni sono “un flusso residuo, risultante da contratti passati, che si è gradualmente estinto”, assicura Parigi.

È la scappatoia prevista dai nostri governi all’interno dell’embargo stesso: la vendita è proibita, ma non ci sono sanzioni e sono fatti salvi i contratti precedenti e persino le trattative precedenti all’agosto 2014. “L’esportazione di armi è soprattutto una decisione politica, i nostri governi avrebbero potuto rifiutare e affrontare un legittimo processo con l’azienda di armi e un giudice avrebbe tenuto conto della situazione politica e della necessità di rispettare un accordo europeo”, spiega Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere (Opal).

Anche il governo Renzi si è coperto dietro la foglia di fico degli accordi preesistenti (c’era una trattativa dal 2011) e l’Ufficio export del ministero degli Esteri, Uama – con l’allora ministro Paolo Gentiloni – ha autorizzato la vendita di veicoli blindati terrestri per un valore di 25 milioni. Nel documento di export, visionato da Investigate Europe si legge che alla fine solo 22,5 milioni di euro di blindati Iveco sono stati spediti in Russia. È il modello Lince, assemblato in Russia in uno degli stabilimenti Iveco, con componenti italiani, filmato a inizio di marzo sul fronte ucraino, in un servizio della trasmissione Piazzapulita.

Dopo il 2015, non si registrano altre esportazioni dall’Italia fino all’anno scorso, quando c’è stata un’impennata. Secondo i dati Istat, tra gennaio e novembre 2021, Roma ha consegnato alla Russia 21,9 milioni di euro di armi e munizioni. Si tratta di armi comuni come fucili semiautomatici, pistole, munizioni e accessori, venduti al mercato civile russo che comprende però anche la sicurezza privata, i corpi paramilitari e gli organi speciali dello Stato. Nel computo Istat viene fornito il dettaglio preciso di 18 milioni di armi leggere, mancano quindi all’appello 3 milioni, per i quali i ministeri degli Esteri e dell’Interno non hanno saputo dare spiegazioni. “Temo che l’informazione sia stata secretata”, dice Beretta. Rimane il dato politico: l’anno scorso il nostro Paese ha inviato armi a un Paese che non ha neanche firmato il Trattato internazionale sull’export di armamenti.

Stessa zona grigia in Germania, dove 121,8 milioni di attrezzature militari sono state inviate in Russia durante l’embargo, tra cui navi rompighiaccio, fucili e veicoli di “protezione speciale”, usando anche l’escamotage del dual use, visto che in teoria parte del materiale si può usare anche per scopi civili. Hannah Neuman, eurodeputata verde tedesca, membro della sottocommissione per la sicurezza e la difesa, è sconvolta. “Ogni Paese esporta come vuole – spiega – abbiamo bisogno di una politica comune sull’export di armi, basata sulla trasparenza e il coinvolgimento del Parlamento europeo. Siamo stanchi di accordi sottobanco a beneficio dell’industria delle armi e a scapito della politica estera dell’Ue e della pace”.

* Investigate Europe

Belgrado ’99 quando noi eravamo Putin. La guerra e i suoi morti rimossi

Le bombe Nato su Belgrado iniziarono a essere scaricate il 24 marzo del 1999. Sembra una guerra d’altri tempi. Ma ricostruirne la genesi serve a darsi una visuale completa, in grado di capire che una volta Putin eravamo “noi”. Noi occidente, alleanza Nato che oggi qualcuno disegna come una coalizione “antimperialista”, buona per difendersi dalle mire espansioniste del cosiddetto (impropriamente) zar.

L’antefattoQuando iniziano le operazioni aeree contro la Federazione jugoslava (la ormai ridotta unione di Serbia, Montenegro e Kosovo) siamo all’ultima diramazione di un conflitto scoppiato nel 1991 con le secessioni delle Repubbliche slovena e croata e incarognito attorno alla tragica vicenda bosniaca.

La Serbia è costretta a firmare gli accordi di Dayton nel 1995 non solo perché è la responsabile principale delle bombe su Sarajevo, ma perché è la più invisa all’occidente.

Resta il KosovoLa maggioranza di lingua albanese in Kosovo vorrebbe l’indipendenza. La Serbia, che ha in quella provincia autonoma una comunità di circa 200 mila abitanti, non sente ragione. Inizia un conflitto strisciante, promosso dall’Esercito di liberazione del Kosovo, Uck, che gli Stati Uniti fino a quel punto avevano inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche e a cui i serbi rispondono con un volume di fuoco dieci volte superiore. Per tutto il 1998 ci sono vittime civili, centinaia di migliaia di sfollati. Anche i serbi sono costretti ad abbandonare le proprie case.

Il massacro di Račak La svolta avviene con il massacro di Racak dove il 15 gennaio 1999 sono rinvenuti i corpi di 45 albanesi. La Serbia contesterà subito che si tratti di civili, altre ricostruzioni affermano che la fossa comune sia stata allestita dall’Uck. Le contestazioni sono ancora in corso, ma il massacro costituirà l’elemento mediatico decisivo perché le principali potenze occidentali (il Gruppo di contatto) prenda in mano il dossier.

Tutti a RambouilletLo fa portando le parti in Francia, al castello di Rambouillet dove si avvia una trattativa che sembra fallita in partenza. Gli Stati Uniti spalleggiano apertamente l’Uck e favoriscono la progressiva leadership di uno dei loro capi militari Hashim Thaci al posto del più moderato Rugova (Thaci, dopo essere divenuto presidente del Kosovo si dimetterà nel 2020 dopo che il Kosovo Specialist Prosecutor’s Office all’Aja lo rinvia a giudizio per crimini di guerra e contro l’umanità).

Il vero punto in discussione è la sovranità del Kosovo, da garantire con una missione Onu, ma che la Serbia non vuole riconoscere. La strada dei bombardamenti su cui gli Stati maggiori stanno già lavorando è spianata.

Bombe su bombe Gli aerei iniziano a decollare verso le ore 16 del 24 marzo. Belgrado rompe le relazioni diplomatiche con Usa, Gran Bretagna, Germania e Francia. Il 25 marzo iniziano le incursioni all’interno della Serbia, sugli aeroporti in Kosovo e nei dintorni di Belgrado.

Il 26 marzo inizia l’afflusso dei primi profughi kosovari presso le frontiere albanese e macedone. I serbi, per reazione alle bombe Nato, intensificano le rappresaglie e le azioni militari.

Il 5 aprile si verifica il primo “effetto collaterale”: una bomba da 250 kg cade in un’area abitata provocando 17 morti.

Il 12 aprile viene bombardato un ponte mentre sta transitando un treno: 55 vittime. Un’altra strage di civili albanesi sarà compiuta il 14 aprile a opera di un F-16 che colpisce tre veicoli. Secondo la ricostruzione Nato, che ammette “l’errore”, i veicoli avevano l’apparenza di camion militari.

Il 15 aprile Michele Santoro, alla guida della trasmissione Moby Dick, riesce a realizzare la diretta televisiva dal ponte Brankov di Belgrado dove i belgradesi ogni sera si recano per trascorrervi la notte come “scudi umani’” contro i bombardamenti. Ancora bombe il 21 aprile, sempre su Belgrado, dove il quartier generale del Partito socialista jugoslavo viene preso di mira con bombe incendiarie. E il 23 aprile, alcuni missili colpiscono la torre della televisione pubblica serba, causando 16 morti. Il 30 aprile, il bombardamento del ponte della piccola città di Murino, in Montenegro, causa la morte di sei persone.

Le stragi proseguono il 1º maggio, quando 47 civili vengono uccisi in un bus centrato mentre attraversava un ponte sotto bombardamento.

Il 7 maggio un errore durante un bombardamento nelle vicinanze di Nis (nel sud) causa la morte di 15 uomini. L’8 maggio viene colpita per un probabile errore anche l’ambasciata cinese a Belgrado. Altri 60 morti e 80 feriti sono causati dalla Nato in un villaggio kosovaro, Korisa.

Il 21 maggio circa cento carcerati muoiono durante il bombardamento di un carcere a Pristina.

Il 22 maggio sette guerriglieri dell’Uck rimangono uccisi per un errore della Nato.

Il 30 maggio, durante un bombardamento di un ponte autostradale, rimangono uccise undici persone che lo stavano attraversando.

Due stragi di civili si compiono il 31 maggio: 20 persone rimangono uccise in un ospedale a Surdulica, mentre una bomba colpisce il villaggio di Novi Pazar, causando 23 morti.

L’accordo di Kumanovo Il 17 maggio il presidente finlandese Martti Ahtisaari accetta l’incarico di mediatore dell’Unione europea e il 3 giugno, insieme al russo Viktor Cernoyrdin, già primo ministro della Federazione, si reca a Belgrado. La Federazione jugoslava accetta la proposta di pace.

L’intesa prevede il ritiro di tutte le forze di natura militare jugoslave dal Kosovo e la fine delle ostilità, un progressivo autogoverno sotto supervisione internazionale (le missioni UnMik e quella mista Onu-Nato Kfor).

L’indipendenza del Kosovo sarà dichiarata nel 2008 ed è riconosciuta solo da un centinaio di Stati, esclusa la Serbia. La missione Kfor è ancora attiva e l’Italia vi partecipa con 628 militari. Entrambi i Paesi vorrebbero entrare nell’Unione europea e su questo è in corso una complessa trattativa.

Lezioni Le bombe Nato hanno chiuso la fase acuta del conflitto a costo di numerose vittime civili stimate dallo Humanitarian Law centre in 454 più 300 membri delle forze armate. Secondo la stessa fonte le vittime complessive della guerra in Kosovo sarebbero 10.145 albanesi e 2.197 serbi (ricordare il rapporto tra le popolazioni) a cui si aggiungono 528 rom, bosniaci e altri non albanesi. Le vittime nel Donbass, dal 2014 in poi, sono stimate in 14 mila circa. Ma nessun intervento militare esterno è stato mai ipotizzato.

La Nato ha iniziato proprio nella ex Jugoslavia a mutare strategia. L’articolo 5 dell’Alleanza atlantica stabilisce che questa interviene a difesa di uno dei suoi membri. Ma in Kosovo si è andati oltre applicando per la prima volta il “nuovo concetto strategico” elaborato nel vertice per il 50° della Nato tenutosi a Washington il 23 e 24 aprile 1999.

Da strumento per “salvaguardare la libertà e la sicurezza di tutti i propri membri” ad Alleanza che può compiere azioni “non previste dall’articolo 5” condotte “in conformità al diritto internazionale e al mantenimento della pace”. Gran parte degli eventi successivi si spiega anche su come è stata condotta e conclusa quella guerra.

Gandhi e un secolo di non-violenza

Un secolo fa, nel marzo del 1922, il Mahatma Gandhi venne arrestato: era accusato di sovversione, a causa di tre articoli pubblicati sul suo settimanale Young India.

Nel primo aveva scritto: “L’impero inglese, sorto sullo sfruttamento sistematico delle razze fisicamente più deboli della terra e su uno spiegamento di forza bruta, non può durare, se esiste un Dio giusto che regge l’universo”. Nel terzo articolo proclamava apertamente: “Vogliamo rovesciare il governo, obbligarlo a sottomettersi alla volontà del popolo”.

Gandhi fu processato il 18 marzo. Di fronte al giudice si dichiarò “contadino e tessitore”, colpevole di aver istigato alla “non-collaborazione” verso il governo britannico e di averne fomentato la disaffezione, perché “il governo dell’India britannica, fondato sulla legge, opera per realizzare lo sfruttamento delle masse. […] Non ho alcun dubbio che l’Inghilterra dovrà rispondere, se c’è un Dio lassù, di questo crimine contro l’umanità. […] Io mi sto sforzando di dimostrare ai miei connazionali che la non-cooperazione violenta non fa che moltiplicare il male, e che come il male può sostenersi solo grazie alla violenza, così il rifiuto di sostenere il male richiede una completa astensione dalla violenza”. Perciò egli chiese al giudice il massimo della pena prevista per il delitto, oppure – qualora fosse d’accordo con lui – di dimettersi dalla carica.

Al magistrato non fu difficile dimostrare che gli avvenimenti sanguinosi dei mesi precedenti a Chauri Chaura e Bombay chiamavano in causa la responsabilità dell’imputato. Perciò lo condannò a sei anni di carcere. Tuttavia, aggiungeva di vedere in Gandhi “un uomo di ideali elevati e dalla nobile vita, dichiarandosi spiacente che un uomo siffatto avesse reso impossibile per il governo lasciarlo in libertà”. Fu l’ultimo processo di Gandhi. Dopo il 1922, fu arrestato molte altre volte, ma non seguì mai un processo. Questo fu “il grande processo”.

Gandhi aveva attuato nel novembre del 1921 la sua prima campagna per l’indipendenza, che chiamava, con un termine innovativo, la “forza della verità”, satyagraha, sinonimo della “resistenza nonviolenta”. La campagna era stata indetta sulla base di tre riforme sociali: l’unità tra indù e musulmani, l’abolizione della casta degli “intoccabili”, l’utilizzo delle materie prime locali, con la promozione del khadi, cioè l’invito ad ampio raggio a indossare abiti realizzati con tela di cotone tessuta a mano personalmente da ogni singolo individuo, per boicottare gli abiti inglesi.

Scriveva nel gennaio 1922: “Mi auguro di poter persuadere tutti che la disobbedienza civile è un diritto inalienabile di ogni cittadino. Rinunciare ad esso significa cessare di essere uomini. La disobbedienza civile non conduce mai all’anarchia. […] Devono essere prese tutte le misure possibili per evitare qualsiasi manifestazione di violenza”. Il 1° febbraio Gandhi indisse la disobbedienza civile, ma solo nel distretto di Bardoli, nella sua provincia. L’esito positivo gli avrebbe dato la possibilità di estenderla all’intera India.

Al viceré fu intimato di ripristinare “le libertà di parola, di associazione e stampa […] e rilasciare le persone innocenti che erano state incarcerate”, altrimenti sarebbe iniziata la disobbedienza civile. Accettare l’ingiunzione per il viceré era impossibile, poiché sembrava una resa del governo. Il rifiuto diede inizio alle proteste.

Una fu particolarmente drammatica, con 22 morti. Il 5 febbraio,­ a Chauri Chaura, una manifestazione si svolse ordinatamente, passando davanti alla stazione di polizia. Un gruppo di ritardatari, che raggiungeva il corteo, fu insultato dai poliziotti: ne nacque una rissa, tanto che questi spararono alcuni colpi e, terminate le poche pallottole, si rifugiarono in caserma. Per la rabbia, i manifestanti vi appiccarono fuoco. I pochi poliziotti che uscirono furono trucidati e risospinti nell’incendio, dove morirono. Appena informato dell’accaduto, Gandhi convocò il Congresso, cioè il Partito nazionalista indiano, e annullò la disobbedienza civile: a se stesso impose cinque giorni di digiuno per espiare la violenza dell’eccidio. Quando in tutta l’India fu criticato aspramente per l’annullamento della campagna, rispose: “Dio ha parlato chiaramente attraverso Chauri Chaura”. “Non possiamo accedere al regno della libertà per mezzo di un mero omaggio verbale alla verità e alla non-violenza”.

La condanna avrebbe potuto segnare la fine della lotta che Gandhi aveva sostenuto fino a quel momento per la liberazione dell’India. Ebbe invece un’altra conseguenza: rafforzò il valore della sua persona e la sua fama agli occhi degli indiani.

Vi furono altri risultati. L’arresto significò il suo riconoscimento, da parte del governo britannico, come leader principale del movimento nazionale per l’indipendenza, e il Congresso diventava un’organizzazione dagli ampi confini geografici e sociali. Concretamente, la sorpresa per l’arresto e la pubblica notizia della condanna aumentarono gli iscritti al partito e i fondi per sostenere la causa.