Il clima ora è nel mainstream della finanza” ha detto ieri durante la terza giornata della Cop26 di Glasgow (il summit sul clima delle Nazioni Unite) il presidente Alok Sharma. “C’è una grande spinta del settore privato per perseguire la crescita green” ha aggiunto. Ancora una volta, nelle narrazioni serali sulle giornate di lavoro (lasciate ai delegati dopo la partenza dei Capi di Stato) sembra che tutto sia pronto alla rivoluzione. “A questa Cop26 ho visto un grande cambiamento nel sistema finanziario, che ha capito che il cambiamento climatico è un grande rischio e che gli investimenti vanno fatti in un modo sostenibile” ha rincarato Patricia Espinosa, la Segretaria generale dell’Unfccc, la convenzione dell’Onu sul clima. Dopo la fase “è colpa della Cina” ora è il turno dei privati che salveranno la Terra, di “Greta arrivata a Wall Street”. Ma le premesse non sono allineate a questa narrazione.
Larry Shapiro, di Blackrock, ha detto ad esempio che “la comunità finanziaria internazionale è ben intenzionata ad andare avanti”. Ma parla da amministratore delegato dello stesso fondo d’investimenti che, scelto della Commissione Ue per vigilare sull’integrazione tra sostenibilità ambientale e strategie del sistema bancario, secondo Reclaim Finance a fine ottobre 2020 aveva ancora investiti nelle compagnie di carbone almeno 85 miliardi di dollari e altri 24 in quelle con piani di espansione. O che nella sua green policy escludeva solo aziende con più del 25% dei ricavi dal carbone, non contando il resto e lasciando così fuori solo aziende pari al 13% del mercato globale. E mentre la Climate Bonds Initiative stima che servano 5mila miliardi di green bond al 2025 per finanziare la transizione globale e che siamo solo a 1.400, secondo gli analisti di Ener2Crowd, 7 su 10 oggi non sono in linea con gli Accordi di Parigi. “Nella maggior parte dei casi – sottolineano – si tratta di greenwashing”.Secondo il rapporto “Fare banca sul caos climatico” dal 2016 al 2020 tra prestiti e collocamenti di azioni e bond le 60 maggiori banche mondiali hanno investito nel carbonio 3.300 miliardi di euro. L’anno scorso il finanziamento è calato del 9% (seppur superiore al 2016). Ai vertici di questo business ci sono quattro banche Usa – JPMorgan Chase, Citi, Wells Fargo e Bank of America – seguite da Royal Bank of Canada e dalla giapponese Mitsubishi UFJ Financial Group. Barclays è la peggiore in Europa. L’italiana UniCredit ha il credito più “verde” al mondo, ma è ancora a metà strada dall’uscita dalle fonti fossili.
Inoltre, come spiega la Ong Reclaim Finance, le banche “nascondono” la maggior parte dei finanziamenti alle emissioni. L’Alleanza per il credito a zero emissioni nette riunisce 87 banche mondiali, ma le linee guida del gruppo obbligano gli aderenti a fissare obiettivi di decarbonizzazione solo per gli investimenti e i prestiti a bilancio, mentre per quelli non consolidati nei conti l’impegno è facoltativo. Ciò consente agli istituti di sorvolare su una parte sostanziale del loro finanziamento alle fonti fossili. Ancora, secondo l’indagine “Dividendi della deforestazione”, le maggiori banche mondiali negli ultimi cinque anni hanno dato 157 miliardi di dollari a gruppi implicati nella distruzione dell’ambiente ricavandone 1,74 miliardi di dollari tra interessi, commissioni e dividendi. In questo scenario, la proposta dell’inviato dell’Onu per il clima e la finanza Mark Carney sulla possibilità che i finanziamenti dei governi garantiscano gli investimenti delle imprese per la transizione, coprendone i rischi con “nuove strutture di finanza mista” e “fondi pubblici e privati” diventa, con queste premesse e senza forti garanzie, quanto meno scivolosa.