La Cop26 della finanza: è pulita soltanto a parole

Il clima ora è nel mainstream della finanza” ha detto ieri durante la terza giornata della Cop26 di Glasgow (il summit sul clima delle Nazioni Unite) il presidente Alok Sharma. “C’è una grande spinta del settore privato per perseguire la crescita green” ha aggiunto. Ancora una volta, nelle narrazioni serali sulle giornate di lavoro (lasciate ai delegati dopo la partenza dei Capi di Stato) sembra che tutto sia pronto alla rivoluzione. “A questa Cop26 ho visto un grande cambiamento nel sistema finanziario, che ha capito che il cambiamento climatico è un grande rischio e che gli investimenti vanno fatti in un modo sostenibile” ha rincarato Patricia Espinosa, la Segretaria generale dell’Unfccc, la convenzione dell’Onu sul clima. Dopo la fase “è colpa della Cina” ora è il turno dei privati che salveranno la Terra, di “Greta arrivata a Wall Street”. Ma le premesse non sono allineate a questa narrazione.

Larry Shapiro, di Blackrock, ha detto ad esempio che “la comunità finanziaria internazionale è ben intenzionata ad andare avanti”. Ma parla da amministratore delegato dello stesso fondo d’investimenti che, scelto della Commissione Ue per vigilare sull’integrazione tra sostenibilità ambientale e strategie del sistema bancario, secondo Reclaim Finance a fine ottobre 2020 aveva ancora investiti nelle compagnie di carbone almeno 85 miliardi di dollari e altri 24 in quelle con piani di espansione. O che nella sua green policy escludeva solo aziende con più del 25% dei ricavi dal carbone, non contando il resto e lasciando così fuori solo aziende pari al 13% del mercato globale. E mentre la Climate Bonds Initiative stima che servano 5mila miliardi di green bond al 2025 per finanziare la transizione globale e che siamo solo a 1.400, secondo gli analisti di Ener2Crowd, 7 su 10 oggi non sono in linea con gli Accordi di Parigi. “Nella maggior parte dei casi – sottolineano – si tratta di greenwashing”.Secondo il rapporto “Fare banca sul caos climatico” dal 2016 al 2020 tra prestiti e collocamenti di azioni e bond le 60 maggiori banche mondiali hanno investito nel carbonio 3.300 miliardi di euro. L’anno scorso il finanziamento è calato del 9% (seppur superiore al 2016). Ai vertici di questo business ci sono quattro banche Usa – JPMorgan Chase, Citi, Wells Fargo e Bank of America – seguite da Royal Bank of Canada e dalla giapponese Mitsubishi UFJ Financial Group. Barclays è la peggiore in Europa. L’italiana UniCredit ha il credito più “verde” al mondo, ma è ancora a metà strada dall’uscita dalle fonti fossili.

Inoltre, come spiega la Ong Reclaim Finance, le banche “nascondono” la maggior parte dei finanziamenti alle emissioni. L’Alleanza per il credito a zero emissioni nette riunisce 87 banche mondiali, ma le linee guida del gruppo obbligano gli aderenti a fissare obiettivi di decarbonizzazione solo per gli investimenti e i prestiti a bilancio, mentre per quelli non consolidati nei conti l’impegno è facoltativo. Ciò consente agli istituti di sorvolare su una parte sostanziale del loro finanziamento alle fonti fossili. Ancora, secondo l’indagine “Dividendi della deforestazione”, le maggiori banche mondiali negli ultimi cinque anni hanno dato 157 miliardi di dollari a gruppi implicati nella distruzione dell’ambiente ricavandone 1,74 miliardi di dollari tra interessi, commissioni e dividendi. In questo scenario, la proposta dell’inviato dell’Onu per il clima e la finanza Mark Carney sulla possibilità che i finanziamenti dei governi garantiscano gli investimenti delle imprese per la transizione, coprendone i rischi con “nuove strutture di finanza mista” e “fondi pubblici e privati” diventa, con queste premesse e senza forti garanzie, quanto meno scivolosa.

Whirlpool. Partite le prime lettere di licenziamento: esodo o trasferimento

Ora è scritto nero su bianco: ieri la Whirlpool ha inviato le prime lettere di licenziamento ai lavoratori di Napoli. Ne sono partite già a decine, nonostante si attenda la pronuncia del Tribunale di Napoli sul ricorso presentato dai sindacati e sia in corso una trattativa fiume con il ministero dello Sviluppo economico.

“Ennesimo atto di tracotanza della Whirlpool – denuncia la Fiom Cgil – oltre a fare carta straccia degli accordi con il governo, non rispetta nemmeno la magistratura”. Nelle raccomandate, l’azienda conferma le offerte di accordo con i dipendenti: si potrà accettare un incentivo all’esodo di 85 mila euro o il trasferimento nella fabbrica in provincia di Varese. In tal caso, va firmato un accordo di rinuncia a eventuali ricorsi. Che il colosso degli elettrodomestici volesse accelerare sulla chiusura di Napoli era noto, ma nessuno si aspettava di ricevere il benservito già in questi giorni. L’ultimo incontro con la viceministra de Mise Alessandra Todde si è tenuto martedì. I sindacati si sono detti preoccupati: il consorzio di imprese pronte a subentrare ha manifestato la disponibilità a riassorbire i lavoratori sei mesi dopo il 15 dicembre, data in cui sarà perfezionato il piano di investimenti. Nei prossimi giorni ci sarà una nuova riunione coi ministri Giancarlo Giorgetti e Andrea Orlando. “L’esecutivo non ha fatto niente per scongiurarlo”, ha detto Gianluca Ficco della Uilm.

L’obiettivo era far coincidere la data di licenziamento con quella di assunzione con la nuova cordata di imprese. La Whirlpool non è stata disposta a concedere ulteriori proroghe.

La vera “ripresa”: i precari superano il ivello pre-Covid

La pandemia non è ancora terminata, ma l’ondata di lavoro a tempo determinato è già tornata. Anzi, essendo l’unica tipologia che sta accompagnando la ripresa economica, ha già superato i livelli raggiunti prima dell’arrivo del Covid. Insomma, oggi l’Italia è più precaria di quanto non fosse tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020, ultimi momenti di “normalità”. I dati Istat di settembre 2021, diffusi ieri, dicono che gli occupati a termine sono aumentati di 97 mila in un mese e hanno così sfondato la soglia dei tre milioni totali, cosa che non accadeva da novembre 2019. Mentre gli occupati a tempo indeterminato e gli autonomi sono scesi rispetto ad agosto, rispettivamente di 11 mila e 28 mila, quelli a termine hanno visto una salita con quasi cinque zeri. Una dinamica cui si assiste da diverso tempo, esattamente da quando gli indicatori macroeconomici sono tornati ad avere il segno più: le imprese stanno assumendo perlopiù precari. Una scelta che dipende dalle incertezze del momento e dalle deroghe al decreto Dignità; il provvedimento che a luglio 2018 ha imposto una stretta sul dilagare di contratti a termine è stato annacquato dalla componente della maggioranza più sensibile al volere della Confindustria.

In pratica, siamo ora di fronte a uno scenario identico a quello visto tra il 2014 e il 2018, quando i rapporti a scadenza vissero un boom continuo anche perché incentivati dalle liberalizzazioni del decreto Poletti. Il Jobs Act, che pure si poneva l’obiettivo di favorire le stabilizzazioni con ricchi incentivi, non ne arrestò l’ascesa, tanto che i tempi determinati passarono dai 2,3 milioni di marzo 2015 – data di approvazione della riforma che ha cancellato l’articolo 18 – ai 3 milioni di aprile 2018. Nell’estate 2018, dopo il cambio di governo è arrivato il decreto Dignità, con la reintroduzione delle causali e la riduzione dei tetti massimi di utilizzo. La legge voluta dall’allora ministro del Lavoro Luigi Di Maio prima ha rallentato la crescita dei precari e poi ha contribuito a una riduzione: a fine 2019 i dipendenti a termine sono tornati sotto i tre milioni. A febbraio 2020 erano 2 milioni e 928 mila; poi è arrivato il virus che ha falcidiato i precari per due ragioni: sia perché ha colpito maggiormente i settori più avvezzi all’uso dei contrattini – come il piccolo commercio e il turismo – sia perché da marzo 2020 è stato introdotto il blocco dei licenziamenti economici. Appena l’economia ha ricominciato a ingranare, i lavoratori a termine hanno ripreso il volo: a settembre 2021 risultano aumentati di 353 mila rispetto a un anno prima, mentre i permanenti segnano una crescita di 69 mila, dovuta probabilmente alla diminuzione di quelli che sono in cassa integrazione a zero ore. Gli indipendenti, segnano un crollo di 150 mila.

Anche i dati Inps, testimoniano quanto i datori stiano preferendo dotarsi di occupazione precaria: a luglio sono stati attivati 310 mila contratti a tempo determinato, cifra molto vicina ai 323 mila di luglio 2019. Siamo ora a 3 milioni e 28 mila, esatti centomila in più rispetto all’ultimo mese pre-pandemico. “Preoccupa l’aumento sostenuto dell’occupazione a termine, a fronte di un difficoltoso cammino di crescita di quella a tempo indeterminato”, dice Ivana Veronese, segretaria nazionale Uil. Per i prossimi tempi c’è la possibilità di un’ulteriore impennata sostenuta dalla manovra che prevede incentivi fiscali per le imprese che prenderanno anche per pochi mesi – e anche come part time – beneficiari del Reddito di cittadinanza, purché passino attraverso i centri per l’impiego. Inoltre, vanno verificati gli effetti dello sblocco generalizzato dei licenziamenti: dal 31 ottobre è di nuovo possibile mettere alla porta dipendenti dell’industria tessile e dei servizi. Ora capiremo se vi sarà un effetto di sostituzione del personale stabile con addetti precari.

Ossessione reddito, ma le imprese hanno il decuplo di ‘furbi’

Da quando è partito, nel marzo del 2019, il Reddito di cittadinanza è l’ossessione principale di quel vasto mondo padronale, che va dalla Confindustria ai suoi addentellati nella grande stampa e in politica. Lo stesso che ha appena ottenuto nella legge di Bilancio una stretta notevole alla misura, che pure viene rifinanziata. L’ossessione ha i suoi topoi narrativi nei “furbetti” della misura e in quelli che furbetti non sono, ma che preferiscono stare sul “divano” invece che lavorare. I secondi vivono nelle doglianze degli imprenditori a cui una misura anti-povertà da 570 euro in media a nucleo familiare beneficiario avrebbe sottratto manodopera; i primi invece sono, per così dire, quantificabili nelle operazioni di controllo, che hanno una vastissima eco sui giornali, superiore a qualsiasi truffa sui fondi pubblici.

Non stupisce quindi che ieri l’operazione “Ogaden” dei carabinieri in cinque Regioni del Sud abbia scatenato l’ennesimo attacco concentrico. “Ancora uno scandalo oggi: il Rdc anche a chi aveva la Ferrari. L’ennesimo capolavoro dei Cinque Stelle”, twitta Matteo Renzi. Giorgia Meloni chiede a Mario Draghi di abolirlo (“è stata una follia”). Matteo Salvini fa sapere che porterà oggi al consiglio federale della Lega gli emendamenti per sopprimere la misura. I 5Stelle sono costretti sulla difensiva. “Truffatori e delinquenti danno voce agli irresponsabili che vogliono eliminare una misura fondamentale”, dice Giuseppe Conte. In Parlamento sarà battaglia.

La narrazione dei furbetti è, come detto, più quantificabile di quella dei “divanisti”, ma non per questo meno equivoca. L’operazione Ogaden ha riguardato da maggio a ottobre Campania, Puglia, Abruzzo, Molise e Basilicata e ha scovato beneficiari del Rdc che percepivano il sussidio senza possederne i requisiti avendo aziende, auto, immobili o precedenti penali. In totale sono state riscontrate 4.839 irregolarità, il 12% delle 38.450 famiglie controllate per un totale di 87.198 persone (il 5,5%). Di questi, si legge nella nota, “1.338 erano già noti alle forze di polizia e 90 hanno condanne o precedenti per reati gravi di tipo associativo”. In Campania la percentuale di irregolarità (2.806) sul campione controllato è del 29%. In totale il danno è di quasi 20 milioni.

Al netto del pregiudizio ideologico di voler abolire una misura sociale per i suoi truffatori, sono numeri enormi? Non pare. In primo luogo nelle 5 Regioni le famiglie beneficiarie del Rdc, ad aprile, erano 387 mila (per quasi un milione di persone), solo il 9,9% è stato controllato. Questo campione però non è casuale, è stato selezionato usando degli “indicatori di rischio”. I carabinieri hanno controllato le persone con precedenti o già attenzionate per vari motivi; hanno monitorato i social per vedere chi postava foto con macchine o case di lusso e percepiva il Reddito; hanno controllato se nei periodi di detenzione alcuni soggetti erano parte di nuclei beneficiari (i detenuti devono essere tolti dal computo dei componenti). Hanno poi chiesto all’Inps i dati sulla distribuzione dei percettori e si sono concentrati sulle anomalie. Se per esempio è normale che i percettori siano tanti in aree disagiate, lo è meno nei quartieri benestanti di Napoli. Stessa cosa è stata fatta nelle aree a maggior presenza criminale. Insomma, è un campione di beneficiari già a rischio e questo rende la percentuale di irregolarità assai bassa. Anche i controlli della Guardia di finanza e dei carabinieri dell’Ispettorato nazionale del lavoro (Inl) seguono un criterio simile. In quel caso è l’Inps ad attivarli: seleziona dei campioni presumibilmente irregolari in base a indicatori di rischio e li segnala a Gdf e carabinieri, che fanno a gara a chi ne scova di più. I controlli si sono rafforzati. Nel 2021 in tutta Italia i carabinieri hanno controllato 156mila persone, di cui 9mila deferite all’autorità giudiziaria (4.124 già note alle forze dell’ordine). In totale, dal 2019, i controlli hanno riguardato 185 mila persone e scovato 11 mila irregolarità, per un danno di 47 milioni. Quelli della Gdf hanno riguardato 5.868 soggetti per un danno di 50 milioni. Sono percentuali basse e non solo perché in totale la misura vale 9 miliardi nel 2020 e altrettanti nel 2021 (3,6 milioni le persone che ne hanno beneficiato almeno una volta al mese nel 2021).

Per dare l’idea, nel 2019, l’Ispettorato nazionale ha ispezionato 142 mila aziende, un campione selezionato perché a rischio, trovandone irregolari 99 mila, il 70%, per un danno di 1 miliardo 270 milioni di euro. La percentuale di irregolarità non è cambiata nemmeno nel 2020, nonostante il disastro del Covid e l’attività di controllo dimezzata (900 milioni i contributi e i premi Inail evasi). Difficilmente però sentirete Renzi, Salvini o Meloni sbandierare questi dati, o quelli delle migliaia di furbetti del fisco scovati dalla Gdf ogni anno.

I dati Ocse mostrano che il Rdc è la misura anti-povertà con l’impianto sanzionatorio più severo d’Europa. I paletti all’ingresso sono moltissimi, da quelli reddituali (Isee a 9.360 euro; proprietà immobiliare, eccetto la prima casa, a 30mila euro, mobiliare a 6mila per nucleo di una persona etc.) fino a quelli materiali, a tratti cervellotici. Non si può, per dire, aver immatricolato un veicolo per la prima volta nei 6 mesi precedenti o possederne di cilindrata superiore a 1600 (250 cc per i motoveicoli immatricolati nei 2 anni precedenti). Un sistema complesso che schiaccia gli operatori col suo peso amministrativo e diviene inapplicabile per intero.

In un Paese con un elevato livello di evasione e lavoro nero (l’economia sommersa vale 190 miliardi, dati Istat) è fisiologico aspettarsi che una fetta del Rdc finisca a beneficiari non poveri, specie al Sud, ma questo è un problema che l’impianto normativo del Rdc non può risolvere da solo. Tutti gli esperti concordano che oggi il vero problema è che a causa dei meccanismi di calcolo, il Rdc penalizza le famiglie numerose, gli stranieri e le famiglie del Nord, finendo per coprire solo una parte dei poveri effettivi. Un difetto che si può correggere e che non ha nulla a che fare con le truffe. Ma questo ai suoi nemici non interessa affatto. E infatti in manovra è arrivato solo un’ulteriore stretta alle sanzioni e l’apertura alle agenzie private del lavoro.

Cannabis, Lega e FdI contro il referendum

Il blitz alla fine è fallito. Ma Lega e FdI ci riproveranno quando il provvedimento arriverà in Aula. Ieri in commissione Affari costituzionali il Carroccio ha presentato un emendamento soppressivo per eliminare l’allungamento dei tempi dal 30 settembre al 31 ottobre per raccogliere le firme che riguardano i quesiti presentati dopo il primo luglio. Obiettivo: bloccare il referendum sulla Cannabis. Emendamento che ha raccolto il parere favorevole di FdI. “Una porcata”, attacca Marco Cappato. Ma Forza Italia si è astenuta perchè, in caso di voto favorevole, avrebbe sconfessato i suoi ministri. Il centrodestra si è spaccato e l’emendamento è stato bocciato.

Regionali: Italia Vasa Vasa in campo

Si vedranno domani in Palazzo dei Normanni, sede dell’Assemblea Regionale Siciliana, per iniziare il percorso che porterà la nuova alleanza a decidere il candidato alle Comunali di Palermo e poi il presidente della Sicilia del 2022. Ma stavolta Gianfranco Miccichè, proconsole di Silvio Berlusconi nell’isola, non si è fermato a invitare i renziani con cui una settimana fa ha ufficializzato il nuovo gruppo “Forza Italia-Italia Viva”.

Domani il viceré azzurro accoglierà nella sua casa anche Totò Cuffaro, ex presidente della Regione che ha scontato una condanna a 7 anni per favoreggiamento a Cosa Nostra, in grado di riesumare la Dc alle ultime elezioni comunali. Cuffaro doveva essere a Messina per inaugurare la sede provinciale del suo partito, ma fa sapere che farà di tutto per esserci. In caso contrario manderà il suo vice Pippo Enea. Ufficialmente il vertice di Palermo sarà il primo del centrodestra allargato in vista dei prossimi appuntamenti elettorali: se la Lega vede di buon grado la presenza di Cuffaro (“Non può stare nel centrosinistra”, dice il coordinatore palermitano Vincenzo Fugaccia), Fratelli d’Italia è irritata dall’attivismo di Miccichè che, puntando al centro, rischia di spaccare la coalizione e ostacolare la ricandidatura del governatore Nello Musumeci.

Tant’è che il nome che sta prendendo sempre più piede nel centrodestra allargato ai renziani è quello di Gaetano Miccichè, 71 anni e fratello di Gianfranco. Della sua candidatura si è parlato nella cena a Firenze tra Matteo Renzi e il presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana e servirebbe ai due per replicare il “modello Draghi” nell’isola: Miccichè, 71 anni, è uno stimato manager di Intesa Sanpaolo ed è la figura civica che potrebbe piacere al centro e ai moderati del centrodestra. A rivelare che il suo nome è in pole è stato L’Espresso e fonti di Intesa Sanpaolo hanno smentito a metà, facendo sapere che Miccichè “è impegnato nelle attività del gruppo e non è interessato a ruoli politici”. Ma fonti di Forza Italia e di Italia Viva confermano che quello di Miccichè sia il vero nome sul tavolo dei leader siciliani. Anche Salvini potrebbe dire di sì per isolare Meloni che rischia di finire col cerino in mano. Anche perché Musumeci, espressione di FdI, ha annunciato la sua volontà di ricandidarsi tra un anno ma deve ancora ottenere il sì di Giorgia Meloni. Nel frattempo cerca sponde, ha lanciato un suo fedelissimo, Alessandro Aricó, per il comune di Palermo e il 20 novembre farà partire ufficialmente la sua campagna elettorale con una kermesse del suo movimento “Diventerà bellissima”. Anche se non otterrà l’appoggio di Matteo Salvini o di Giorgia Meloni, Musumeci fa sapere che è disposto a correre anche da solo a costo di spaccare la coalizione.

L’esercito dei “morituri”: sì a tutto tranne alle urne

La partita Quirinale è vicina e in Parlamento l’atmosfera si fa febbrile. Soprattutto a sinistra, c’è uno spauracchio: il voto. Le Camere non devono essere sciolte prima della scadenza naturale nel 2023. Anche perché ci vogliono 4 anni e 6 mesi di mandato per maturare la pensione: scattano il 24 settembre 2022. E il nome di Draghi continua a puzzare di bruciato e di elezioni anticipate (nonostante le rassicurazioni di Giorgetti). Tommaso Cerno, eretico senatore del Pd, riferisce il ragionamento dei colleghi: “A parole sono tutti draghiani, ma nei fatti…”. Quella dei parlamentari è una legione di morituri: dalla prossima legislatura gli scranni sono dimezzati. “400 li sega la legge – sintetizza Cerno – altri 400 li sega la gente alle elezioni. Spostare Draghi da Palazzo Chigi significa chiudere la legislatura in pochi mesi: non lo eleggeranno mai”. Il discorso pensione è cogente: “Dopo il voto per il Colle mi dimetto, voglio togliermi dall’equivoco del vitalizio”. Per Cerno c’è un’ipotesi fantapolitica che può salvare capra e cavoli: “Portare Draghi alla presidenza della Commissione Ue nel 2024. Dopo il G20 me ne hanno parlato già 10 colleghi”. Stefano Ceccanti, deputato Pd, ne fa una questione pratica: “Se Draghi va al Colle, non ha sostituti credibili. Il rischio che crolli tutto in poche settimane è reale. Ma anche eleggere un presidente della Repubblica con una maggioranza risicata avrebbe effetti negativi sulla stabilità. L’unica è convincere Mattarella al bis”. Il senatore dem Dario Stefàno è della stessa opinione: “Credo sia più utile il lavoro che Draghi sta facendo da premier”. Primum vivere, deinde Quirinale. Anche dentro i 5 Stelle: Draghi o non Draghi, bisogna scongiurare il voto. Sergio Battelli ci scherza su: “L’Italia è l’unico Paese in cui si tifa per far finire prima le legislature”. Invece, dice, “il voto è da scongiurare assolutamente, dobbiamo mettere a terra i progetti del Recovery, ci giochiamo la credibilità, non è uno scherzo”. Certo, qualche anno fa i 5Stelle sarebbero stati i primi a spingere per il voto, ma il contesto è cambiato: “Faccio mea culpa, stando in maggioranza ti rendi conto che è come un business plan, per cui ci vogliono anni: ora più che mai sarebbe imperdonabile fallire”. Se però i franchi tiratori affossassero un eventuale accordo su Draghi al Colle? Emanuele Scagliusi non si preoccupa: “Se Draghi dà disponibilità per il Quirinale, avrà un consenso ampissimo”. Ma, aggiunge, “avere continuità fino a fine legislatura aiuterebbe”. Poi c’è la senatrice Tiziana Ciprini, che in passato fu durissima con Draghi, citandolo in una denuncia in Procura contro il gruppo Bilderberg. Oggi ne riconosce l’ineluttabilità: “Ho sempre pensato che Draghi resterà premier e che Mattarella possa iniziare un secondo mandato, che come nel caso di Napolitano potrebbe interrompersi dopo le elezioni del 2023”. Un po’ sgarbato imporre una scadenza a Mattarella, no? “Nessuno lo impone, ma in politica tutto è possibile”. Figurarsi poi se si tratta di arrivare a fine legislatura.

“Semi-presidenzialismo è attentato alla Carta: il leghista va sfiduciato”

Il ministro Giorgetti, parlando con Bruno Vespa nel libro che uscirà oggi, fa due ipotesi per le prossime elezioni del Capo dello Stato. E sono una peggio dell’altra. La prima è un bis del mandato di Sergio Mattarella, che però sembra intenzionato a declinare per ragioni, presumiamo, di rispetto della Costituzione. La seconda è il trasloco di Mario Draghi da Palazzo Chigi al Colle: “Potrebbe guidare il convoglio anche dal Quirinale. Sarebbe un semipresidenzialismo de facto in cui il presidente della Repubblica allarga le sue funzioni approfittando di una politica debole”. Lorenza Carlassare, professore emerito di Diritto costituzionale a Padova, commenta così: “La posizione di qualunque presidente della Repubblica si espande quando la forza dei partiti diminuisce. È logico. Ma ci sono dei limiti e sono molto chiari”.

Professoressa, Giorgetti ha precisato: “Draghi baderebbe all’economia”.

Premessa: il presidente della Repubblica rappresenta l’unità nazionale, è evidente che deve essere super partes e non può in alcun modo intervenire sulle scelte politiche. Il presidente della Repubblica è l’alto garante del funzionamento del sistema democratico. Per questo si dice che deve essere un organo imparziale.

Può essere introdotto un semipresidenzialismo de facto?

No, assolutamente no. È inammissibile una prassi che stravolga i principi fondamentali del sistema costituzionale. È una tesi che non sta in piedi. Sono molti anni che si cerca di introdurre una modifica in senso autoritario della forma di governo, sia proponendo il semipresidenzialismo, sia il premierato cosiddetto forte. Ricordiamo che nel 2006, quando gli italiani furono chiamati a esprimersi sulla riforma Berlusconi che voleva introdurre il premierato, dalle urne uscì una inequivocabile bocciatura.

Il presidente della Repubblica ha potere politico?

Non può mai assumere decisioni politiche autonome, tutti i suoi atti sono controfirmati dal presidente del Consiglio o dal ministro proponente che ne assume la responsabilità. Il Capo dello stato non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni: in democrazia un organo irresponsabile non può assumere decisioni politiche. Verrebbe a mancare al suo ruolo di garanzia.

Si avrebbe il paradosso di un presidente della Repubblica garante del rispetto della Costituzione che sarebbe fuori dalla legalità costituzionale.

Esiste il reato di attentato alla Costituzione. Che nel caso invocato, cioè l’instaurarsi di una nuova forma di governo de facto, si configurerebbe perché non andrebbe contro una specifica norma, ma sovvertirebbe il sistema nei suoi principi fondamentali.

Molti dicono che già in passato altri presidenti – Cossiga, Scalfaro, Napolitano – hanno interpretato in maniera “espansiva” il loro mandato e dunque Draghi dal Colle potrebbe, come ha detto Giorgetti, “badare all’economia e guidare da fuori”.

Onestamente non ho memoria di presidenti della Repubblica che abbiano guidato le decisioni di politica economica. Quando i presidenti della Repubblica hanno esercitato le loro funzioni in modo troppo marcato, i costituzionalisti sono sempre intervenuti per stigmatizzare, anche violentemente, comportamenti eccessivi. Non si può dire che sia una prassi che si è consolidata, anzi i tentativi di valicare i limiti costituzionali del Capo dello stato sono stati sempre denunciati. Comunque nessuno tra quelli che ha citato ha guidato l’economia del Paese. La legittimazione del Capo dello Stato deriva dal fatto di essere eletto dal Parlamento in seduta comune: è chiaro che al centro c’è il Parlamento, che rappresenta il popolo.

Giorgetti è il ministro per lo Sviluppo economico: può dire una cosa così?

A me pare sia un attacco alla Costituzione. Il Parlamento dovrebbe reagire, presentando una mozione di sfiducia. Dopotutto i ministri giurano sulla Carta con una formula che qui non è superfluo ricordare: “Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della Nazione”.

Giorgetti-Di Maio: no B. al Colle e fermare Salvini sul voto 2022

La solitudine – relativa – dei numeri due è quella che ti porta a ragionare di Quirinale e Rai di fronte a una pizza. “Ma non è la prima volta, ci vediamo una volta al mese, quando io violo la dieta” sorride Luigi Di Maio. Non è un inedito, la cena tra lui e Giancarlo Giorgetti di martedì in una pizzeria sulla Flaminia, a Roma, immortalata sul sito del Corriere della Sera. Proprio nel giorno in cui tutti parlavano del Giorgetti che vorrebbe Mario Draghi al Colle “per un semi-presidenzialismo di fatto” (proposta che “non convince” Giorgia Meloni). D’altronde, il leghista e il 5Stelle hanno in comune alcuni obiettivi. Primo, schivare il voto anticipato, che a detta di entrambi è invece il sogno di Matteo Salvini. Secondo, evitare che al Quirinale vada Silvio Berlusconi. Ipotesi non così residuale, secondo Di Maio. E anche secondo altri big del M5S.

Così Giorgetti deve trovare sponde per arginare innanzitutto Salvini. Il titolare del Mise martedì aveva attaccato duramente il capo (“la sua svolta europeista è incompleta”) per poi provare a chiarirsi con lui via telefono, ricevendo una dura replica: “Ognuno stia al suo posto, se vuoi mi faccio da parte”. Ma Giorgetti insisterà, perché punta a Palazzo Chigi, nel 2023. Ma ha bisogno che si vada a votare a fine legislatura. Quindi serve un patto per far salire Draghi al Colle e fermare la voglia di urne di Salvini. Però il capo ha già risposto, con più mosse. Innanzitutto ha convocato per oggi il congresso federale a cui prenderanno parte, oltre a Giorgetti e ai vicesegretari, i 22 coordinatori regionali, i capigruppo e i governatori del Nord. L’occasione per sfidare i suoi avversari interni, a partire da Giorgetti. “Non puoi picconarmi ogni giorno, il segretario sono io” sarà il ragionamento di Salvini, che poi lancerà una “grande assemblea programmatica” entro la fine dell’anno. Un congresso dove contarsi, prima del Quirinale. Già oggi Salvini potrebbe chiedere un voto sulla sua linea. Durante il consiglio – ed è il secondo schiaffo a Giorgetti – il capo del Carroccio presenterà anche il progetto del nuovo gruppo sovranista nel Parlamento Ue. Ieri, dopo che Giorgetti lo aveva attaccato sulle alleanze europee, Salvini ha visto in videoconferenza il premier ungherese Viktor Orban e quello polacco Mateusz Morawiecki, sovranisti ed euroscettici. Il nuovo gruppo terrà fuori i tedeschi di Afd, ma imbarcherà Marine Le Pen. Non proprio la svolta europeista chiesta da Giorgetti. Un buon collega di Di Maio, la mette così: “Con Giancarlo c’è stima reciproca”. Non cela il rapporto, il grillino che ieri sera ha presentato il suo libro di fronte a una platea stracolma di big del M5S, da Virginia Raggi agli ex ministri Alfonso Bonafede e Riccardo Fraccaro, più una selva di parlamentari. Pochi minuti dopo l’inizio della presentazione, piove la notizia che Ettore Licheri, il capogruppo uscente in Senato sostenuto da Conte, ha pareggiato 36 a 36 nella prima votazione per il nuovo capogruppo contro Maria Domenica Castellone. Un’altra grana per l’avvocato, nella sera in cui Di Maio mostra il suo peso nel M5S. Mentre voci contiane da Palazzo Madama accusano: “Di Maio si è mosso per Castellone, ha fatto telefonate”. Versione respinta da fonti vicine al ministro.

Di sicuro, Di Maio non vuole il voto anticipato, opzione che Conte aveva vagheggiato per settimane, ma che si è rassegnato a mettere nel cassetto, anche perché nel M5S tutti remano contro le urne. Su questo, il ministro e Conte sembrano allineati. E sul Colle? Di Maio vuole tenere le carte coperte. Ha qualche nome da giocarsi, e Draghi non è la sua prima opzione. Ma potrebbe adeguarsi, se la partita dovesse portare lì, al nome preferito di Giorgetti, con cui a cena Di Maio avrebbe anche parlato di Rai. Tema su cui il grillino, dicono, “è attivissimo”. E questo ai contiani non fa piacere. Ma tanto a cena con loro Di Maio ci va di rado.

Droga da stupro: un diplomatico brasiliano morì dopo il festino

Spunta anche un decesso nell’inchiesta romana sullo spaccio di Ghb e Glb, la cosiddetta “droga dello stupro” che ha portato, nei giorni scorsi, all’arresto (fra carcere e domiciliari) di 39 persone. Si tratta di un funzionario dell’ambasciata brasiliana a Roma, Alexandre Siqueira Gonçalves, trovato dalla moglie senza vita, nudo, riverso nel letto della sua casa di Monteverde, il 9 aprile del 2018. Sul decesso dell’uomo indaga separatamente il pm Maurizio Arcuri – tra gli indagati c’è anche un carabiniere milanese – ma gli atti sono finiti in un’informativa dei carabinieri del Nas inviata ai pm Giovanni Conzo e Giulia Guccione, nell’ambito dell’inchiesta “Earphones”. Inizialmente, infatti, si era ipotizzato che il brasiliano fosse morto per asfissia (conseguenza estrema della pratica sessuale del ‘bondage’) ma poi è stato accertato che a uccidere il diplomatico sia stato una overdose di Mec e Ghb. Al momento, spiegano fonti inquirenti, non ci sono prove che a fornire la sostanza sia stato il gruppo della “famiglia romana”, il cartello di spacciatori che deteneva il monopolio nella Capitale sulla sostanza. Nell’informativa, i carabinieri raccolto alcuni episodi avvenuti negli ultimi anni in tutto il territorio nazionale riconducibili all’utilizzo delle sostanze fentanili. In una intercettazione si capisce che anche i due spacciatori romani indagati, Danny Beccaria e la sua “assistente” Clarissa Capone, abbiano provato la sostanza. “Ti giuro – dice Clarissa – erano le dieci e quaranta (…) io sono salita (…) ho sentito Mirko che strillava… gli orgasmi…”. “Amò – risponde Danny -, ma non erano orgasmi… sono i versi del G (…)”. E ancora: “Ma io che cazzo ne so che una dose de più de G non mi fa addirittura rendere conto che ci sei tu in casa che mi dici Danny basta (…)… ma secondo te sono io quello o non sono io?”. Dove per “G”, si intende Ghb. Ieri intanto è stata sentita Claudia Rivelli, difesa dall’avvocata Teresa Mercurio: l’attrice si è avvalsa della facoltà di non rispondere.