“La grande commedia ci salva. È la scuola di Steno e Sordi”

Cinema, realtà, letteratura e ancora cinema, personaggi, macchina da scrivere prima, computer poi. Recitazione. Ciak, buona la prima. La vita di Enrico Vanzina è tutto un equilibrio dentro a piani spesso paralleli, altri sovrapposti, altri ancora divergenti, strutture pronte a contaminarsi con il rischio di confondersi. Da poco ha pubblicato un bel giallo, La sera a Roma, dove proprio questi piani giocano un ruolo centrale; lui è il protagonista (“Ci ho lavorato in segreto per cinque anni; quando ho capito che ero io il personaggio principale, tutto è cambiato”); lui attraversa la Capitale, racconta segreti e bugie, sesso e nobiltà; sesso e ricatti, il timore di affogare dentro certe logiche, la paura di cadere vittima delle proprie fantasie. È lui. È Roma.

Un traghettatore…

Ho avuto la fortuna e il piacere di vivere molte situazioni. E soprattutto me le ricordo.

Scritto in segreto.

Altrimenti mi avrebbero piazzato dei freni, mia moglie soprattutto; perché sono io il giornalista che cade nell’infedeltà. In parte mi sono rovinato la vita per le donne.

Racconta vicende di molti personaggi reali…

E ne he ho tagliati tanti, erano troppi, secondo Mondadori sembrava il giallo di uno che voleva mostrare quante conoscenze ha.

I protagonisti non riconoscibili rappresentano però un topos del generone romano. Non teme di offendere alcune delle sue conoscenze.

Impossibile.

Prego?

Me lo ha insegnato il più grande genio della comicità: Paolo Villaggio. Secondo lui, Fantozzi erano tutti e nessuno. Tutti ritrovavano il ragioniere nel vicino di casa, il collega in ufficio; nessuno si guardava allo specchio: questo è il potere della commedia.

Un terreno franco.

Nel quale puoi toccare chirurgicamente dei soggetti, senza che i soggetti stessi si possano riconoscere. Quando abbiamo girato Le finte bionde, nessuna ‘rappresentante’ femminile dei Parioli ha protestato.

Fuga dalla realtà.

Oltre a Paolo, questa peculiarità me la spiegavano anche mio padre (Steno) e Mario Monicelli. Poi c’è un dato: la vera commedia si realizza solo osservando, ed è naturale osservare soprattutto le persone che si conoscono, con le quali si entra in contatto.

Con un passo indietro per vedere meglio.

Attenzione: i personaggi non si giudicano, a loro si dà un salvacondotto, altrimenti si cade nella satira o nel dramma.

È necessario schermarsi.

Sì, perché ciò può condurre su un terreno pericoloso, farti credere che la vita è come un film e spesso mi sono infilato dentro a dei guai, ma solo perché non li reputavo tali; senza valutare il giusto peso morale ed etico.

Una buona chiave per giustificarsi.

Esattamente. Solo che nel cinema si possono tagliare le scene, cambiare i finali, correggere delle sfumature.

Esce molto?

Pochissimo. Qualche cena, il cinema, e la partita della Roma. Basta. Non mi va.

Il pubblico vi immagina sempre come in “Vacanze di Natale” o “Sapore di sale”.

In quei film c’è del materiale autobiografico, ma sono passati trenta e passa anni.

Autobiografico, in particolare…

Il personaggio di Jerry Calà in Vacanze di Natale: a 19 anni ho suonato per due mesi il piano a Cortina per mantenermi e seguire un amore.

Lei e suo fratello avete iniziato presto con il cinema.

Carlo anche prima di me: la sua carriera è partita come assistente di Mario Monicelli, poi di Alberto Sordi e di mio padre. E fin da giovanissimo venne chiamato dai grandi produttori come regista. Fu lui a tirarmi dentro.

Lei non voleva?

Pensavo a una carriera da scrittore e basta. Poi il successo è arrivato presto, tra i 27 e i 30 anni abbiamo infilato una serie di colpi micidiali.

Gli altri cosa si aspettano dai Vanzina?

Le persone del cinema di guadagnare molti soldi, mentre il pubblico di divertirsi. E per questo siamo un po’ prigionieri della commedia, quando in realtà abbiamo toccato tutti i generi: dal thriller al melò, mentre il nostro miglior film è un sentimentale come Il cielo in una stanza.

Prigionieri…

Di una commedia che non si è potuta avvalere dei grandi attori del momento, quasi tutti si sono dedicati alla regia.

Tipo Carlo Verdone.

Lui è uno dei miei miti, ma non ci ho mai lavorato. Ed è l’unica persona legata al cinema che realmente frequento, con la quale parlo quasi ogni giorno: siamo entrambi legati a un mondo antico che non abbiamo rinnegato e a uno stile di commedia tradizionale.

Spesso parla di suo fratello.

Perché gli devo moltissimo. Carlo a 13 anni, con il suo primo motorino, andava al cinema anche due volte al giorno, aveva dei libroni nei quali incollava la locandina e poi scriveva i giudizi. Voleva diventare critico cinematografico. Ancora oggi credo sia il più forte esperto di cinema statunitense che abbiamo in Italia

E come regista?

È il più bravo. Risi era pazzo di lui, lo voleva come protagonista ne Il giovane normale

Non se l’è sentita?

È timido.

Vi hanno mai stalkerizzato per ottenere una parte?

Di solito no, giusto qualche attrice.

Qui entriamo nel terreno Weinstein.

Questa storia delle molestie è molto delicata e difficile da districare, ma a fronte di quello che è successo, con le attrici che hanno ragione quando dicono che si sono trovate di fronte a uomini di merda, va detto che avviene anche il contrario, in maniera meno decisiva.

Vuol dire?

Posso raccontare di molte ragazze realmente pronte a tutto, nessuna mi ha stalkerizzato, ma sono entrate in camera, mi hanno aspettato sotto casa… insomma, qualche matta l’ho incontrata.

Complicato resistere.

Ho una fortuna: non mi piacciono le attrici.

Sicuro?

Amo le cassiere, amo la donna popolare.

Sua moglie non è una donna “popolare”.

Vero. Però se devo uscire dai sentimenti, giocare con la fantasia, combattere l’idea della morte, e grazie alle donne è possibile, mi sento attratto dalle persone semplici.

Mentre le attrici…

Mi sembrerebbe di andare a letto con il personaggio di un film, e l’idea non mi intriga.

Lo dice anche nel libro.

Quel passaggio è un outing.

Nonostante l’ambito commedia, il sesso non è molto presente nei vostri film…

È più affrontato in chiave ironica. In Sotto il vestito niente, il produttore (Achille Manzotti), alla fine delle riprese giudicò la pellicola troppo sobria, così senza dirci nulla piazzò una scena nella quale un guardone sbirciava una tipa dalla finestra.

Non vi siete ribellati?

Amen, durava dieci secondi, contento lui. Anche ne I miei primi quarant’anni…

Con Carol Alt celebre per non volersi mai spogliare.

Mai! Si incerottava tutta, neanche la troupe la doveva vedere, così pure Carole Bouquet; ma c’è un dato fondamentale: accade quando le attrici non sono sicure dei propri mezzi artistici.

Direttamente proporzionale.

Sono stato il produttore del primo film con la Bellucci, regista Dino Risi. In una scena lei doveva svegliarsi nel letto accanto a Giancarlo Giannini. Arriva sul set e domanda: ‘Come mi devo mettere, nuda?’. E io: ‘A volte capita quando si dorme con uno che si ama…’. Senza dire nulla si spoglia completamente, davanti a tutti. Incredibile.

E cosa ha capito?

Quella naturalezza è stata spiazzante, una gigante. Solo una predestinata al vero cinema si comporta in tale maniera, con questa forza di convivere, e bene, con se stessa.

Al contrario dei film, nel libro c’è molto sesso.

È una piccola e grande discesa nell’inferno, tutti hanno dei segreti, tutti sono dei mostri, tutti sono dei delatori, si sono venduti l’anima per qualcosa.

Il primo ricordo davanti a una cinepresa…

Non so di preciso, forse sul set di Guardie e ladri, o per Mio figlio Nerone con Carlo che impazzì per Brigitte Bardot (ci riflette). Sì, siamo nati e cresciuti su un set, poi papà ha letteralmente storicizzato la nostra infanzia attraverso una di quelle telecamere in dote all’esercito statunitense; a un certo punto è arrivato a girare dei filmini e noi eravamo i suoi attori.

Suo fratello non è diventato attore per timidezza. Lei?

A me non l’ha mai chiesto nessuno, e non credo sarei stato in grado.

Davvero?

Sì. Però un giorno ho costruito il mio più bel ricordo su un set: eravamo nella Monument Valley per Sognando la California. Era l’alba. Dovevamo girare una scena con attori Navajo insieme ai loro cavalli. Nella mia testa immagino una scena, è un attimo. Mi avvicino a uno di loro: ‘Mi presti il cavallo?’. E lui: ‘Va bene, ma voglio 100 dollari’.

Poco poetico…

Per nulla. Accetto. Salgo in sella, e da solo cavalco verso il sole che sorgeva, come in Ombre rosse: l’emozione di sentirmi dentro al cinema, tra John Wayne e John Ford.

Ecco l’incrocio di piani.

Ricordo ancora quando abbiamo girato con Donald Pleasence, e come due semplici fan gli abbiamo chiesto qualcosa de La Grande Fuga (Pleasence è uno dei protagonisti), e lui ci ha raccontato una vicenda esemplare.

Siamo pronti.

Quando iniziano a girare, a un certo punto bloccano tutto. Mancava qualcosa. I produttori non erano convinti. Così da Hollywood arriva un altro sceneggiatore, il quale si chiude una settimana intera dentro una stanza d’albergo, l’intera troupe incredula e preoccupata: ‘Ora cambierà tutto’.

E invece?

Dopo sette giorni esce dalla stanza e consegna il copione: era uguale a quello precedente. In apparenza. In realtà aveva modificato una sola cosa: aveva dato a Steve McQueen un guantone da baseball con il quale doveva giocare ogni volta che veniva chiuso in cella d’isolamento.

Scena epica.

Da questo capisci cos’è il cinema: un fatto visivo impresso per tutta la vita.

Spesso avete ingaggiato star straniere.

Durante le riprese de La partita, una mattina mi chiama Faye Dunaway: ‘Vieni? Voglio fare una lettura del copione’. Bene. Proviamo. Alla fine le dico: ‘Perfetta la tua parte, va bene così’. E lei: ‘Aspetta, ho studiato altre quattro versioni del mio personaggio’.

Fuori dal comune.

Se parliamo di professionisti fuori dal comune, menzione speciale per Volonté: lui imparava tutto a memoria, non solo la sua parte. E con lui valeva la regola: buona la prima, sempre. Forse è stato il miglior attore con il quale abbiamo mai lavorato.

Eppure ne avete “testati” , come Gigi Proietti.

Conosciuto sul set di Febbre da cavallo (una delle poche locandine appese nel suo ufficio); un fuoriclasse assoluto: ogni attore accanto a lui sparisce. Solo che per me è complicato parlarci: si alza alle due del pomeriggio e va a letto in orari assurdi.

Nel suo studio c’è la foto di Alberto Sordi.

Quell’immagine è una condanna al cinema: quando hai un padre che ha girato Un americano a Roma, e Sordi che resta per sempre come un membro della famiglia, sei quasi obbligato al set.

Casa-Sordi è leggendaria perché inaccessibile. Voi la frequentavate?

Pochissimo. Era molto riservato. Quando è morto sento la notizia alla radio, giro la macchina e mi dirigo verso la sua villa. Arrivo e c’è la folla. Senza speranze citofono. Rispondono, dico chi sono, mi invitano a entrare e dopo il cancello trovo la sorella insieme ad alcune monache: ‘Quanto te voleva bene! Vieni che te faccio un regalo…’. Pensavo a una foto, un ricordo. Invece mi porta in una stanza, mi lascia solo e mi ritrovo con Alberto da morto.

Le è preso un colpo.

Non ho mai visto un morto, neanche mio padre, mi sento male.

E quindi?

Ho abbassato lo sguardo, non ho voluto vedere il volto. L’unica cosa che ho notato è che era diventato piccolo piccolo… ed ero chiuso lì dentro! Un incubo.

Ci ha parlato?

No, mi sono passati davanti una serie infinita di ricordi, di noi insieme: io, Carlo, papà, mamma e Alberto. Una famiglia.

Christian De Sica…

Attore formidabile. Forse si è lasciato imprigionare dai film di Natale e non è riuscito nel definitivo salto.

Vi conoscete da sempre…

Anche da prima di sempre, i nostri genitori si volevano molto bene, c’era affetto e rispetto. Quando papà è morto c’è stato un breve dubbio su dove seppellirlo, se nella tomba di famiglia sul Lago Maggiore, o nella sua città, la stessa che gli ha ispirato Un americano a Roma o Febbre da cavallo. Alla fine abbiamo deciso per Roma, ma non trovavamo una tomba, fino a quando la moglie di De Sica ci ha prestato la loro, e per anni papà è stato sepolto accanto a Vittorio.

Ha pianto il giorno dell’addio di Totti al calcio?

Tantissimo. Ho per lui una debolezza inspiegabile. Nella mia vita ho conosciuto chiunque, ma solo due volte mi sono emozionato: quando negli anni 70 mi sono trovato accanto a Pelé e la prima volta che ho parlato al capitano. Il calcio, forse, ancor più del cinema, tira fuori le origini, l’appartenenza, la fanciullezza. Lì il piano è uno e uno solo.

(Alla fine del libro la moglie urla al protagonista: “Piantala! Io tanti anni fa non mi sono innamorata del personaggio di un film, mi sono innamorata di te. Uno che semplicemente i film li scrive. Storie finte”. Questione di piani…)

 

“È stato pagato dalle cosche il killer dell’avv. Pagliuso”

Vittima di una vendetta trasversale, l’avvocato Francesco Pagliuso (in foto) sarebbe stato ucciso il 9 agosto del 2016 a Lamezia Terme per la sua vicinanza a Domenico Mezzatesta, l’ex vigile urbano responsabile insieme al figlio Giovanni del duplice omicidio avvenuto nel 2013 in un bar di Giovanni Vescio e Francesco Iannazzo, ritenuti vicini alla famiglia Scalise. Da qui si sarebbe innescata una spirale di sangue che avrebbe portato anche all’uccisione dell’avvocato Pagliuso, non solo legale di fiducia ma amico della famiglia Mezzatesta. Secondo la Dda di Catanzaro, il killer dell’avvocato è Marco Gallo, il quale avrebbe agito “con modalità mafiose al fine di agevolare il gruppo criminale ‘ndranghetistico Scalise”. Gallo, 32 anni, si trova già in carcere perchè accusato anche di un altro omicidio: quello di Gregorio Mezzatesta, il dipendente delle Ferrovie della Calabria ucciso a Catanzaro il 24 giugno dello scorso anno. Il sospetto degli investigatori é che Gallo, ufficialmente titolare di una società di consulenze, sia stato in realtà un killer a pagamento, al servizio di alcune cosche della ‘ndrangheta per l’esecuzione di omicidi.

Maestro di karate ha abusato allieva di 14 anni: arrestato

Ha abusato della sua allieva 14enne. Per questo un maestro di karate è stato arrestato ieri a Roma dagli agenti della squadra investigativa del commissariato San Giovanni. L’uomo, 47 anni, di professione analista-programmatore, nel tempo libero aiuto-maestro di karate in una palestra nel quartiere Appio, è finito ai domiciliari per “atti sessuali con minorenne aggravato dal fatto che la persona abusata, le era stata affidata per ragioni di istruzione”. Le indagini sono state avviate dopo che la madre della ragazza di appena 14 anni, avendo percepito nella figlia uno stato di ansia e letto alcuni messaggi dal contenuto alquanto sospetto che l’uomo aveva inviato alla ragazza, si era rivolta al commissariato San Giovanni, sporgendo denuncia. Gli investigatori hanno ascoltato la vittima in audizione protetta ed acquisito i molti messaggi intercorsi tra la ragazza e l’uomo che, abusando della sua funzione di istruttore di karate, ha approfittato di lei. Nel corso della perquisizione effettuata presso l’abitazione dell’indagato, gli agenti hanno proceduto al sequestro di materiale informatico. Le indagini vanno avanti per valutare tutte le responsabilità dell’arrestato.

L’allarme del procuratore Gratteri: “L’Europa è nuda contro i clan”

Gli affari delle famiglie mafiose all’estero sono facilitati dal “livello di corruttela molto più alto che in Italia. L’Europa non ha capito la lezione di Duisburg ed è nuda contro le organizzazioni criminali”. Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica di Catanzaro, parlando dell’uccisione del giornalista Jan Kuciak che indagava sugli affari della ‘ndrangheta in Slovacchia, pone l’accento sulla pericolosità dei clan calabresi anche all’estero. “È un fenomeno ancora sottovalutato da molti osservatori, anche istituzionali” gli fa eco il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, secondo cui “la ‘ndrangheta è testa pensante e struttura direzionale nel processo di espansione globale del crimine organizzato”. Sono infatti tante le operazioni che portano i magistrati fuori dai confini nazionali, deve le ‘ndrine trovano terreno fertile per i propri affari. Con l’operazione “Martingala”, per esempio, nei giorni scorsi la Dda di Reggio Calabria ha arrestato numerosi soggetti, funzionali alle cosche, che hanno messo in piedi un reticolo di società “cartiere” in Croazia, in Slovacchia, in Austria e in Romania. Società che, prima di essere trasferite in Inghilterra (al riparo dai controlli sulla contabilità), realizzavano operazioni commerciali inesistenti con l’obiettivo di schermare centinaia di migliaia di euro che ogni mese la ‘ndrangheta drenava dagli appalti pubblici in Italia. È proprio su questi fenomeni che stava lavorando il giornalista investigativo Jan Kuciak prima di morire.

Kuciak, la polizia slovacca: “Dall’Italia nessuna allerta”

Venerdì 2 marzo, 25 mila persone manifestano a Bratislava in memoria di Jan Kuciak, contro la corruzione e l’inerzia di polizia e istituzioni. Lo stesso succede in tutte le altre città slovacche. La mobilitazione è vasta, quanto l’indignazione per la barbara esecuzione del giornalista e della fidanzata Martina Kusnirova. Robert Fico, il premier populista, accusa l’opposizione di voler strumentalizzare gli omicidi “come un mezzo politico per far scendere la gente in strada”. Poco dopo mezzanotte, però, succede che alla spicciolata, sei dei sette calabresi fermati dalla polizia, vengono rilasciati perché sono scadute le 48 ore per la convalida del fermo. Sono Antonino Vadalà (42 anni), l’uomo al centro dell’inchiesta di Kuciak. Con Antonino, tornano liberi il fratello minore Bruno (40 anni), Diego Rodà (62 anni), Antonio Rodà (58 anni), gli omonimi Pietro Catroppa (56 anni) e Pietro Catroppa (26 anni). Il settimo fermato, Sebastiano Vadalà (45 anni), fratello maggiore di Antonino, si sente male in commissariato, una forte fitta al petto, così lo portano in ospedale. Viene dimesso poco dopo e rilasciato come gli altri compari. Insomma, tanto rumore per nulla?

L’imbarazzo delle autorità è palpabile quando, ieri mattina, la polizia slovacca è costretta a rilasciare uno scarno comunicato in cui conferma il rilascio dei sette sospettati perché non sono state “individuate le prove per passare ad un’accusa formale”. Nulla sullo sviluppo delle indagini. Ma invece, spazio alla polemica. La polizia slovacca non accetta d’essere messa sotto accusa per non avere indagato sulle attività degli imprenditori calabresi segnalati dalla Dda di Reggio Calabria: “Dall’Italia in passato non abbiamo ricevuto nessuna allerta”, dice Tibor Gaspar, il responsabile della polizia slovacca. Smentisce quanto dichiarato da Gaetano Paci, il procuratore facente funzioni di Reggio Calabria: “Non è vero che la polizia slovacca non ha reagito agli avvertimenti da parte dei pm italiani. Non capisco perché si diffondono informazioni ingannevoli. Già da tempo abbiamo ufficialmente posto all’attenzione degli organi di polizia internazionale e della polizia nazionale slovacca la necessità di monitorare le attività del gruppo dei calabresi arrestati perché sospettati di essere coinvolti nell’omicidio del giovane giornalista Jan Kuciack e della sua compagna”. Persino la procura generale slovacca sostiene di non aver ricevuto alcun avvertimento: “Nel febbraio del 2014 abbiamo chiesto – per scritto e con urgenza – informazioni alla polizia italiana. L’investigatore ha perfino due volte sollecitato la risposta, ma l’abbiamo ricevuta solo nell’ottobre del 2015”, ha aggiunto Gaspar.

È il solito rimpallo delle responsabilità. In questo caso, chi ha omesso la necessaria vigilanza cerca disperatamente un appiglio per difendersi: peraltro, sia l’Europol, che l’Interpol, da tempo avevano avvisato le polizie dell’Est europeo sulle infiltrazioni mafiose, delineando uno scenario in cui le organizzazioni criminali, in particolare la ’ndrangheta, si stavano mimetizzando nel mondo dell’economia e delle professioni, imponendosi a danno dell’economia legale. Bisogna capirlo, Gaspar: l’opposizione reclama le sue dimissioni e quelle del ministro degli Interni, Roberto Kalinak. Si barcamena. Ammette che ci sono altre piste investigative, legate sempre alle inchieste svolte da Kuciak. Una, in particolare, riguarderebbe la corruzione nella Corte suprema slovacca. La seconda, il filone del riciclaggio di denaro derivato dal traffico di droga (cocaina). Nel mirino, quindi, affaristi, magistrati, politici slovacchi. Alle indagini collaborano l’Fbi, l’Europol, Scotland Yard e la polizia italiana.

Tanto la Calabria connection è palese – pare che Kuciak si sia recato in Italia poco prima d’essere ammazzato e che abbia preso informazioni sulle ’ndrine Bova-Palizzi, Talia, Vadalà-Scriva – quanto lo è quella di un regolamento di conti slovacco. Kuciak ha aperto la porta di casa sua a qualcuno che conosceva o che è stato mandato da chi conosceva. Forse è stato tradito da uno dei suoi informatori. Jan accusava denunciava il patto spartitorio ’ndrangheta-politici slovacchi per lucrare sulle tasse evase, sui soldi Ue (elargizioni a fondo perduto sino al 60 per cento di ogni progetto imprenditoriale). La sua inchiesta portava diritto al cuore del potere, cioè all’entourage del primo ministro. Lo scandalo ha provocato uno tsunami politico. Ieri si è dimesso Roman Sipos, dal 2015 capo di gabinetto del premier Fico, come hanno fatto Maria Troskova, consigliere capo di Fico e Vilem Jasan, segretario del Consiglio di sicurezza del governo. Pure il ministro della cultura, Marek Madaric (Smer. democratici sociali) ha lasciato la carica, imitato dal deputato Igor Janckulik, del partito della minoranza magiara Most-Hid. Quanto resisterà Fico?

Interpretando le parole dell’arcivescovo di Bratislava, monsignor Stanislav Zvolenski, non molto. Alla cerimonia funebre nella chiesetta di Stiavnik, per lo struggente funerale di Jan, è stato chiaro nella sua omelia: “Se l’assassino ha pensato di poter ridurre al silenzio Jan, ha ottenuto l’esatto opposto. Un attacco contro un giornalista è anche un attacco contro la libertà del nostro Paese: noi non dobbiamo permetterlo”.

Vaticano, a giudizio l’ex presidente dello Ior Angelo Caloia

Il tribunaledel Vaticano, “su richiesta dell’ufficio del promotore di giustizia, ha rinviato a giudizio un ex presidente dello Ior nonché un legale di sua fiducia per i reati di peculato e autoriciclaggio”. Lo rende noto un comunicato dell’Istituto per le opere di religione riferendosi, senza nominarli, ad Angelo Caloia e al suo legale Gabriele Liuzzo. “Secondo l’ipotesi accusatoria, tali condotte illecite – contestate anche al direttore generale dell’epoca nel frattempo deceduto – sarebbero state poste in essere tra il 2001 ed il 2008 nell’ambito della dismissione di una parte considerevole del patrimonio immobiliare dell’Istituto per le opere di religione con un danno patrimoniale superiore ai 50 milioni di euro”, ragguaglia ancora la nota. Lo Ior fa sapere che “la decisione del rinvio a giudizio è stata adottata all’esito delle indagini avviate nel 2014 a seguito di una denuncia presentata dallo stesso Ior. ”L’Istituto per le opere di religione commenta: “È un importante passo che conferma, ancora una volta, l’impegno profuso negli ultimi quattro anni dal management dello Ior. Per tali ragioni l’Istituto ha deciso di costituirsi parte civile nel processo che inizierà il prossimo 15 marzo”.

L’Italia di Camilleri

“Non vorrei che qualcuno venisse sotto la mia finestra gridando di notte ‘Montalbano santo subito’”. Vorremmo rassicurare Andrea Camilleri: casomai il rischio santità riguarda proprio lui. Qualunque cosa tocchi diventa oro, da ultimo il film La mossa del cavallo ambientato nella Sicilia rusticana primo 900. Un arancino-western ibridato con echi del grande Sergio Leone (C’era una volta Vigata, ma con tutto il rispetto Michele Riondino non è Bob De Niro).

Di Camilleri ce n’è uno e la sua arte è un miracolo di equilibrio: tanto inconfondibile quanto popolare, letteraria e televisiva. In video, Montalbano ha detronizzato Maigret. In libreria, il giallo all’italiana non esisteva proprio; e ora, da quando c’è Montalbano, indagano tutti, dal generale all’esodato, da Livigno a Gallipoli. Eppure, direbbe Carlo Conti, Vigata è sempre Vigata: l’esatto contrario di Gomorra; questa è vera fino all’iperrealismo, quella il realismo lo fugge e lo trasfigura nella sensualità metafisica di un luogo senza tempo. C’era una volta Vigata, e forse anche l’Italia, l’Italia che dobbiamo accontentarci di sognare mentre Montalbano indaga. Camilleri santo subito.

“Il conto presentato dalla mafia allo Stato”

Signora Chelli, i detenuti mafiosi al 41-bis possono parlare con i garanti regionali senza essere ascoltati grazie a una sentenza del Tribunale di Perugia. Secondo le ricostruzioni dei magistrati la strage di via dei Georgofili fu fatta per abolire il 41-bis. Come ha preso la decisione?

A nessun altro sono stati uccisi i figli per far abolire il 41-bis. Cosa Nostra nel 1994 ha dato il voto a chi gli ha chiesto “una bella cosa”, la mafia in cambio dell’abolizione del carcere duro ha usato 277 chili di tritolo in via dei Georgofili. Oggi si è trovato il modo di consentire ai boss che hanno ammazzato i nostri figli di ridare ordini dal carcere. E adesso Giuseppe Graviano può chiedere di colloquiare con i garanti dei diritti del detenuti senza problemi.

Su Facebook lei scrive che un “segnale alla mafia dovevano darlo ed è arrivato puntuale la vigilia delle elezioni”. In questo caso però a pronunciarsi non è il governo, ma i giudici di un tribunale…

Il 27 maggio 1993 in via dei Georgofili è stato dato un segnale inequivocabile: il 41-bis va abolito. Venticinque anni dopo, chi promise di abolirlo in cambio di voti è sempre qui in mezzo a tutti noi, spadroneggia e imperversa e la mafia vuole il suo tornaconto. Mi chiedo chi c’era con i mafiosi la notte del 27 maggio di 25 anni fa in via dei Georgofili.

Come reagirete?

Non c’è tempo per i permessi della questura e non possiamo andare in via dei Georgofili a Firenze in nome della giustizia verso i nostri morti e i nostri invalidi, ma lo faremo appena possibile. E se occorre chiederemo l’annullamento dei Tribunali di Sorveglianza. Credo sia inutile mandare migliaia di studenti in piazza il 23 maggio prossimo, per l’anniversario della strage di Capaci, a urlare legalità. Questo voleva Giovanni Falcone? La legalità è andata a farsi benedire e gli studenti vengono presi in giro.

Così si indebolisce il 41-bis: rischio messaggi all’esterno

“Così si indebolisce il 41-bis”. Franco Roberti, fino a pochi mesi fa Procuratore nazionale antimafia, non ha dubbi sugli effetti della sentenza emessa dal Tribunale di Perugia il 21 febbraio scorso e rivelata ieri dal Fatto. Dopo un reclamo del boss di Torre Annunziata, Umberto Onda, i giudici hanno stabilito che i garanti regionali dei detenuti, non solo quelli nazionali, possono colloquiare con i detenuti al 41-bis senza le consuete cautele, come il vetro divisorio fino al soffitto e la registrazione audiovisiva. È una sentenza che potrà essere invocata da tutti i boss e che preoccupa molti magistrati, compreso Roberti.

Dopo questa sentenza, che tipo di conseguenze potranno esserci sul regime del 41-bis?

Parlo con tutto il rispetto che si deve a un provvedimento giurisprudenziale. Ma credo che l’interpretazione fornita dai magistrati di Perugia non si corretta. Questa sentenza porterà all’indebolimento del 41-bis. C’è, infatti, il forte rischio che anche il garante regionale, seppur involontariamente, possa essere tramite di messaggi del detenuto.

I giudici, in questa sentenza, elevano i garanti locali al rango di quello nazionale perché, scrivono, “si sono già trovati a esercitare quei poteri di verifica delle situazioni detentive del ristretto ad affrontare le problematiche connesse alla tutela dei diritti fondamentali”. Perché per i garanti regionali, come dice lei, c’è il rischio che siano tramite di messaggi mandati all’esterno?

Perché sono collegati alle amministrazioni regionali, non dipendono direttamente dal garante nazionale. Io non vedo la ragione per la quale si deve consentire tutto ciò. Per tutelare quale diritto? Il boss può esprimere le proprie doglianze anche con un vetro che lo divide dal garante. Ripeto: è un indebolimento del 41-bis – che è uno strumento essenziale non per favorire la collaborazione ma per impedire di mandare messaggi all’esterno – senza un interesse particolare. Io ho difeso la circolare del Dap nel punto in cui consentiva ai detenuti al 41 bis di fare il colloquio senza vetro con i figli minorenni. Questo ha senso perchè si consente al minorenne di avere un contatto più ravvicinato con il padre. Stavolta non c’è alcuna ragione. Inoltre, è anche nell’interesse del garante locale non avere momenti di riservatezza con il detenuto.

Durante la sua carriera di magistrato lei ha incrociato, dal punto di vista investigativo, Umberto Onda, ossia il boss che ha fatto il reclamo da cui parte tutto e che ha portato alla sentenza del 21 febbraio.

Lo so bene chi è Umberto Onda: è un killer di un clan camorristico di Torre Annunziata, che è stato latitante per molti anni. È un soggetto molto pericoloso. Ma al di là del caso specifico, qui occorre affermare un principio: ai detenuti al carcere duro è consentito avere anche più colloqui con i garanti, di quelli che hanno con i familiari, ma bisogna che tutto sia controllato.

 

Il cerchione-nazista: imbarazzo della Opel per la svastica tra le ruote

Ha fatto il giro del web l’immagine dei cerchi in lega che la casa automobilistica tedesca ha presentato su alcuni modelli e che possono ricordare la svastica dei nazisti. Secondo molti il disegno dei cerchioni compone la croce uncinata (simbolo di origini ariane). Sui social network si punta il dito – tra il serio e il faceto – al cattivo gusto della Opel, tanto più in quanto produttore tedesco.