Putin si incorona “zar” a due settimane dal voto

Il 18 marzo in Russia si vota e mai come ora il risultato appare scontato: Vladimir Putin viaggia verso il quarto mandato che lo incoronerà “presidentissimo”. Lui lo sa e centellina le forze. Nessun dibattito in tv, eventi elettorali ridotti al lumicino. Ecco perché oggi allo stadio Luzhniki di Mosca è andato in scena un incontro piuttosto raro tra lo ‘zar’ e il suo popolo, tappa clou di una campagna elettorale altrimenti esangue e sottotono.

Putin, naturalmente, batte il tasto della “stabilità” e della “continuità” e sbandiera tutte le cose buone fatte per la Russia a partire da quell’ormai lontano 2000, quando sostituì Boris Eltsin al Cremlino.

Così, davanti alle 130 mila persone (dati del ministero dell’Interno) accorse in una freddissima giornata di sole abbondantemente sotto zero per ascoltarlo, il presidente ha promesso “un Paese prospero, che sappia guardare al futuro”. “Noi – ha detto – faremo tutto il possibile per rendere felici i nostri figli e nipoti: nessun altro lo farà per noi e se lo faremo il prossimo decennio e l’intero 21° secolo saranno contrassegnati dalle nostre brillanti vittorie”.

Insomma, il sol dell’avvenire è dietro l’angolo. Un Putin di lotta e di governo che, archiviati i toni bellicosi del discorso alle Camere riunite, punta – tra inno e bandiere – a incassare la ‘benedizione’ del popolo.

“Insieme siamo una squadra: siamo una squadra vero?”, ha chiesto alla folla, che ha prontamente risposto con un fragoroso “Sì!”. L’adunata, d’altra parte, è avvenuta sotto lo slogan “Per una Russia forte” e questo è ciò che Putin promette, dall’alto di un’offerta politica ormai di stampo cesarista.

A sfilare, sul palco, volti noti della cultura, dello sport, e del jet-set russo. “Non vedo nessun altro candidato che possa essere il nostro comandante in capo: Putin è l’unico, è il nostro presidente”, ha detto il regista premio-Oscar Nikita Mikhalkov, ormai aedo ufficiale del putinismo. I sondaggi stilati dagli istituti demoscopici pubblici – l’indipendente Centro Levada non ha potuto pubblicarli poiché bollato come ‘agente straniero’ – certificano uno zar solo al comando, circondato da candidati ‘alternativi’ – sette in tutto – ridotti al ruolo di belle statuine.

Gli occhi a questo punto sono puntati sull’affluenza – lo sciopero delle urne chiamato da Alexei Navalny riuscirà a mettere in difficoltà i tecnici del Cremlino? – e sul dopo elezioni, sulla squadra di governo che Putin sceglierà, chiarendo così quale fazione avrà avuto la meglio nel plasmare le scelte del capo supremo. Ma siamo già alle perversioni degli addetti ai lavori

Il programma elettorale Al Sisi: più retate per tutti

Vivere e sopravvivere al Cairo, tra il rischio di arresti e scomparse. Attivisti, giornalisti avvocati, professionisti, adesso anche cantanti e attori. Il regime di Abdel Fattah Al-Sisi non fa sconti a nessuno e appiccica addosso alle vittime del repulisti accuse gravissime, tra cui l’attentato alla sicurezza del Paese. Il 2018, l’anno delle elezioni, fissate tra il 26 e il 28 marzo, è partito all’insegna della follia maniacale che trasforma molti in potenziali nemici del regime. Una sorta di fotocopia della sindrome da gulenismo che ha colpito il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Gli episodi, ormai, non si contano più. Da giovedì pomeriggio non si hanno più tracce di Ezzat Ghonim, avvocato per i diritti umani e direttore della ong Coordinamento egiziano per i diritti e la libertà. Era atteso a casa dalla moglie quella sera. Inutili, al momento, le ricerche dell’uomo tra stazioni di polizia, centri di detenzione e ospedali della capitale egiziana. Di Ahmad el-Ghary invece si sa qualcosa in più. Ad esempio del suo arresto, avvenuto da parte degli apparati di sicurezza nel pomeriggio di venerdì, e della sua presunta comparsa ieri mattina davanti alla Procura militare.

La storia di el-Ghary è diversa dalle altre e sembra arrivare dalla penna visionaria di uno sceneggiatore di trame spionistiche. El-Ghary è un famoso attore teatrale e in questi giorni stava portando in scena la pièce ‘Suleiman Khater’: la storia vera di un soldato egiziano che nel lontano 1985, irruppe al di là della frontiera settentrionale del Sinai uccidendo 25 soldati israeliani. Considerato un eroe, ma anche un traditore, Khater fu rinchiuso in carcere dove morì poco dopo in circostanze misteriose. Lo spettacolo portato in scena da el-Ghary racconta questa pagina di storia molto nota in Medio Oriente. In un periodo dove il governo del Cairo vede nemici e simpatizzanti della Fratellanza Musulmana ovunque, l’arresto dell’attore si inserisce proprio in un ampio scenario geopolitico che coinvolge Tel Aviv.

Non è un mistero che i rapporti tra i due stati un tempo acerrimi nemici, e tra i due leader, non siano mai stati così buoni. Questioni di priorità e di necessità. Se al-Sisi sta facendo piazza pulita dei Fratelli Musulmani in Egitto, a nord-est Benjamin Netanyahu deve fronteggiare Hamas. Le radici militari e religiose sono praticamente le stesse. Per l’attore teatrale arriverà quasi certamente una condanna, mentre la notissima cantante Sherine Abdel Wahab ha già preso conoscenza sull’esito del suo processo-lampo. Per lei il tribunale del Cairo martedì scorso ha stabilito una pena di sei mesi di reclusione, sospesi con la condizionale. La sua colpa? A novembre, durante un concerto nella capitale, dal palco si era lasciata scappare una battuta, rivelatasi infelice: “Hai mai bevuto l’acqua del Nilo – aveva intonato l’inno patriottico al microfono – No, ti becchi la schistosomiasi. Bevi Evian, è meglio”. Nella condanna sono inclusi il divieto di tenere concerti per due mesi da parte del sindacato dei musicisti e un’ammenda da 230 euro. Nel mirino delle autorità egiziane ci sono anche i giornalisti e in particolare i media britannici.

La settimana scorsa la corrispondente per il Nordafrica del Times, Bel Trew, sarebbe stata fermata al Cairo ed espulsa, mentre il suo fixer, un giornalista egiziano, arrestato e poi rilasciato. La nota e apprezzata giornalista inglese, laureata a Cambridge, in passato ha scritto anche del caso di Giulio Regeni. Al-Sisi di recente ha attaccato la Bbc, chiedendo ai suoi connazionali di boicottare il canale ufficiale britannico. Una sorta di ‘editto bulgaro’ scoppiato dopo che la Bbc aveva mandato in onda l’intervista alla madre di una ragazza che ha denunciato come la figlia, tempo prima, fosse stata sequestrata e torturata da apparati statali egiziani. La ragazza aveva smentito di essere stata sequestrata, ma secondo la madre era stata costretta sotto minaccia.

L’arresto era avvenuto per ‘presunta diffusione di false informazioni che potrebbero danneggiare interessi nazionali’ e ‘alto tradimento’ in caso di diffamazione di polizia e forze armate. La Gran Bretagna è il primo partner economico e commerciale dell’Egitto e i rapporti tra Londra e il Cairo non sono mai stati così difficili. L’Italia segue nella classifica dei rapporti di scambio e le relazioni con al-Sisi sono buone. Forse anche per questo il caso del rapimento, delle torture e della morte di Giulio Regeni non fa passi in avanti.

Addio Mimmo Càndito, signore dei reporter di guerra

È morto Mimmo Càndito, storico reporter e corrispondente di guerra del quotidiano La Stampa. Aveva 77 anni ed era malato da tempo. È stato inviato in Medioriente, Asia, Africa e Sudamerica, e seguendo, fra l’altro, l’invasione sovietica dell’Afghanistan, la guerra Iran-Iraq, le due guerre del Golfo e quella di Libia. Era presidente italiano di Reporter senza frontiere e all’Università di Torino insegnava giornalismo. “Qualcosa è cambiato. I reporter di guerra sono la storia di un lavoro che ha rappresentato il cuore stesso del giornalismo. Oggi questo mestiere è in crisi”, disse nel 2016.

Nel 2011 spiegò ai colleghi Fatto cosa significa essere reporter al fronte: “Alla fine questa traversata nel corridoio della morte lascia segni incisi di profondità. Per alcuni, sarà l’impronta indelebile d’un cinismo autoprotettivo, una sorta di scudo psicologico che respinge le forme d’identificazione della realtà. Per altri, invece, è quella empatia solidaristica che Kapuscinski assegna come compagna duratura d’ogni esperienza che verrà dopo il viaggio nel racconto della morte”.

La verità di Berta: in cella il mandante della eco-paladina

Adue anni esatti dall’omicidio di Berta Caceres, l’ambientalista e attivista per i diritti delle minoranze indigene e dei campesinos dell’Honduras, la polizia ha arrestato il presidente dell’azienda Desarrollos Energetico (Desa), Roberto Castillo Mejia. Mentre a Tegucigalpa – la capitale del paese centroamericano più povero e violento di tutta l’America Latina – centinaia di persone scendevano in strada per chiedere giustizia e protestare contro i depistaggi messi in atto dalle autorità honduregne fin dal giorno successivo l’assassinio dell’attivista 45enne nota in tutto il mondo per le sue battaglie a favore della salvaguardia della biodiversità e delle risorse naturali del Paese, le forze dell’ordine rendevano noto obtorto collo il nome del presunto mandante. Mejia, arrestato con l’accusa di essere la mente dell’assassinio della ambientalista (premiata con il riconoscimento internazionale più prestigioso del mondo ambientalista nel 2015) è un ex ufficiale dell’intelligence militare, con trascorsi negli Stati Uniti.

Nel secolo scorso, Washington ha stabilito in Honduras la propria base militare più importante del Centroamerica ed è ormai acclarato che il golpe militare del 2009 fu organizzato dalla Cia per deporre l’allora presidente Manuel Zelaya reo, agli occhi dell’allora segretario di Stato Hillary Clinton, di aver stretto un patto politico-economico con Hugo Chavez, a quei tempi ancora presidente del Venezuela e leader della Sinistra sudamericana.

Il presunto mandante della Caceres, da poco tornato dagli Usa dove era stato invitato a un convegno sulle energie alternative, all’interno della Desa gestiva il progetto di costruzione di una centrale idroelettrica (progetto a cui partecipava anche il gigante cinese delle costruzioni Sinohydro) a cui si opponevano Caceres e il suo Consiglio civico di organizzazioni popolari ed indigene (Copinh) che lo denunciavano come una violazione del fiume Gualcarque, considerato sacro dall’etnia dei Lenca, alla quale apparteneva l’attivista.

Secondo la Procura honduregna, Castillo Mejia ha fornito appoggio logistico e assistenza a uno dei responsabili materiali dell’uccisione di Caceres. Altre 8 persone sono state arrestate lo scorso anno in proposito: la maggior parte ex membri a vario titolo dell’esercito honduregno.

Castillo Mejia è stato catturato nell’aeroporto di San Piedro Sula, mentre cercava di fuggire all’estero.

A portare avanti le lotte della coraggiosa Berta, alla quale le autorità avevano sempre negato la scorta nonostante decine di minacce di morte, sono oggi le tre figlie.

Quando durante la notte tra il 2 e il 3 marzo del 2016 Berta fu uccisa a colpi di pistola da due gemelli noti per essere sicari dei narcotrafficanti, non era sola. Nella sua casa del villaggio La Esperanza, nel sud del Paese, c’era anche un collega messicano e amico, Gustavo Castro Soto, che, colpito di striscio, si finse morto.

“La vita dei contadini e dei più poveri in Honduras è peggiorata dopo il golpe militare che mi costrinse per mesi all’esilio e che mise ancor più in pericolo la vita di Berta che lottava con noi contro lo sfruttamento delle risorse naturali da parte delle multinazionali americane e cinesi”, disse al Fatto l’ex presidente Zelaya nella sua casa di Tegucigalpa tre mesi dopo la brutale esecuzione di Berta. Intanto la dinamica del conteggio dei voti dopo le elezioni presidenziali dello scorso dicembre ha evidenziato il disprezzo per le regole democratiche e l’instaurazione nel Paese di una “Democratura”, anziché il ritorno della Democrazia. Il candidato dell’Alleanza di Opposizione contro la Dittatura, Salvador Nasralla, e l’ex presidente Manuel Zelaya che lo sosteneva, dopo essere stati defraudati di un’elezione praticamente vinta, adesso vengono accusati dal Partito Nazionale dell’Honduras (Pnh) di “incitamento alla violenza con l’ausilio di agenti internazionali estremisti”. Nasralla ha ribattuto così alle accuse: “Il crimine organizzato in Honduras è controllato dal leader del Pnh nonché capo dello Stato, Juan Orlando Hernandez. Il signor Hernandez e la sua banda se perdono il potere sono uomini morti”. E infatti non l’hanno perso, a costo di brogli più che palesi.

L’aquila bianca della Polonia: orgoglio per negare il passato

La Polonia si interroga sotto le ali spiegate dell’aquila bianca. Lo stemma nazionale, vietato fino agli anni ’90 dalle autorità comuniste, è pallido sullo sfondo rosso patinato della Gazeta polska in edicola. In copertina sull’ultimo numero c’è una domanda e le macerie del Tu-154, l’aereo precipitato in Russia nel 2010. Morì Lech Kaczynski, presidente polacco, insieme ai capi delle forze armate, membri del Parlamento, della Chiesa e parenti delle vittime del massacro di Katyn, avvenuto per ordine di Stalin 70 anni prima. Sulla rivista ci sono gli ultimi aggiornamenti dell’indagine sulla catastrofe per trovare la verità, perché alcune ai polacchi interessano più delle altre.

Quella tragedia, secondo molti figlia del sabotaggio del Cremlino, otto anni dopo rimane in prima pagina. Alla nuova legge sull’Olocausto, che vieta di parlare della complicità con i nazisti di alcuni strati della popolazione polacca, che punisce con il carcere, fino a tre anni, chi parla di “campi di concentramento polacchi”, è riservato un editoriale alla fine. A nord, per gli slavi europei, la storia è in fase di riscrittura e reinterpretazione. La legge che ha scatenato le ire di Israele, Stati Uniti, Europa da nord a sud, comunità ebraiche nel mondo, non ha esagitato giovani polacchi nei bar, vecchi nelle sale da the, adulti nei negozi.

Mentre Bruxelles si mobilitava per fare ricorso all’articolo 7 del Trattato di Lisbona, che priverà Varsavia del diritto di voto nelle istituzioni europee, il giorno in cui la legge entrava in vigore il primo marzo, la neve continua a coprire marciapiedi e strade a via Josefa, Kazimierz, quartiere ebraico, Cracovia. Alla fine della strada, girando a destra e poi ancora a destra, c’è il JCC, il centro culturale della comunità ebraica, dove “non sanno che bisogno c’era di questa legge proprio adesso, ma non ne sono preoccupati, la Polonia è un posto sicuro per gli ebrei”. In frange ristrette della società attuale l’antisemitismo rimane, anche se i membri della comunità ebraica, una tra le più grandi d’Europa prima di Hitler, non ci sono più. Gli antisemiti polacchi “si limitano a parlare, ma non agiscono”, dice con più di 80 anni e capelli rossi Sofia, una sopravvissuta dell’Olocausto, che mangia biscotti in attesa del suo corso di ebraico moderno al JCC. Prima che venisse deportata nei campi, la popolazione ebraica della zona raggiungeva quasi le 70mila persone. Oggi mancano censimenti certi, ma si crede ne siano rimasti qualche centinaio.

Ebrei oggi sono alcuni visitatori in fila o nei camioncini multilingua dei tour della memoria, che percorrono le stesse rotte a tutte le ore, si fermano qualche istante e ripartono per pochi sloty. Lungo la strada Lwowska 25 e la Limanowskiego 62 qualcuno lascia ancora i fiori in ricordo del ghetto. Il quartiere è il vecchio set del film di Steven Spielberg degli Anni 90, Schindler’s list, poi archivi e il cimitero rinascimentale ebraico, una foresta grigia di lapidi monumentali, marmo e muschio, coperte di pietre e silenzio. La presenza ebraica aleggia negli ultimi due negozi kosher rimasti, nei motivi della carta da parati dei ristoranti chic, dove prenoti prima o è digiuno.

C’è la “Stara”, vecchia sinagoga, quella di Isacco, di Kupa, la Tempel. In tutto sono 7, ma quasi nessuno ci prega più dentro. Sono musei a pagamento, torah sotto vetro, etichette con riferimenti storici di un mondo che fuori dalla finestra non esiste più, cimeli spolverati dalle guardiane delle sale, invecchiate sulle sedie negli angoli. Kazimierz è un mausoleo per turisti, un piedistallo ai resti di quello che fu. Fuori da Cracovia, la Polonia soffre di amnesia o ha comunque problemi di memoria.

Due ore. Il treno che fa capolinea ad Oswiecim, la città intorno al campo di concentramento di Auschwitz, è rosso e lento. Dietro i vetri opachi del bus verso Birkenau i volti guardano di sbieco. Maria è una turista venuta qui da Varsavia per la seconda volta con il suo fidanzato. Un chiosco degli hot dog fuori, un’aquila bianca su qualche manifesto, candida come la neve che cala su Birkenau. Di quella fame, tortura e morte per gas e forni è rimasto uguale il gelo bianco che cade a fiocchi sotto zero, intorno ai pali di cemento, filo spinato elettrificato, tra montagne di occhiali, scarpe, valigie di chi è entrato qui per non uscirne mai più. Le guide del Memoriale del campo non hanno dichiarazioni ufficiali da rilasciare sul presente e sulla legge che li riguarda, loro compito “è preservare il passato, il mosaico dei ricordi, le vite di chi – non solo ebrei, ma rom, russi, polacchi – è morto qui”. Selfie vicino al teschio nero e la scritta Halt!, cinesi a flotte. Scolaresche distratte e rumorose. Qualcuno passato di qui ha lasciato una rosa rossa sul vagone fermo sui binari, qualcun altro, dito nel ghiaccio, ha disegnato una stella di Davide nella neve. Una delle poche rimaste in giro qui intorno, prima che il freddo si porti vi tutto.

 

Finalmente si saprà quale governo abbiamo evitato

È finita, oggi si vota. Per avvicinarsi al seggio con perfetta consapevolezza è utile dunque un riepilogo. Renzi dice che se votate LeU favorite Salvini e se votate Berlusconi favorite Salvini e se votate Di Maio favorite l’accordo tra i grillini e Salvini (insomma, se non votate il Pd favorite Salvini). Pietro Grasso, invece, dice che se votate LeU evitate l’inciucio tra Berlusconi e Renzi e fermate la destra. Silvio Berlusconi dice che bisogna votare lui per non avere un governo Di Maio e nemmeno un governo Salvini: lui il governo lo fa fare a Tajani che poi fa quello che dice lui, nel senso di Berlusconi. Matteo Salvini dice che bisogna votare lui per mandare a casa Renzi ed evitare un governo Tajani eccetera. Luigi Di Maio invece dice che bisogna votare per lui per evitare tutti gli altri governi possibili (che poi ci pensa lui a farlo strano) e comunque se non votate per lui o siete cretini o la casta vi dà da mangiare. Ora, qualunque sia il governo che alla fine eviteremo, si spera che dopo trent’anni e più il nostro programma comune torni a essere la Costituzione: dal lavoro le politiche, dalle politiche l’economia. Niente di più, niente di meno. C’è da dubitarne, certo, eppure ci tranquillizzano oggi le parole dello strano Inno di Leonard Cohen: There is a crack in everything / That’s how the light gets in (C’è una crepa in ogni cosa / È così che entra la luce). Qualunque sia l’inevitabile errore che avremo o non avremo – come singoli e come comunità – fatto oggi, c’è sempre una crepa da cui entra la luce, un anello che non tiene nella catena dell’errore. Buon voto.

Marcegaglia, lezioni di etica alla Polonia. Dal pulpito dell’Eni

La presidente dell’Eni Emma Marcegaglia forse non esiste, dev’essere un’invenzione letteraria, un mito cinematografico, l’industriale di Mantova come la tabaccaia di Fellini o la nana di Sorrentino. Due giorni fa, Il Sole 24 Ore l’ha intervistata come presidente di un misterioso oggetto chiamato Business Europe. Titolo: “Le imprese in prima fila sui valori e i codici etici”. Oh, pensa l’ingenuo, finalmente madame parlerà degli scandali Eni. Macché. Ecco la spietata domanda: “In alcuni Paesi europei – Polonia, Ungheria, Romania – a rischio è lo Stato di diritto. Quanto è forte il timore di Business Europe?”. Risposta misurata ma ferma: “C’è preoccupazione”. Poi l’annuncio choc: “In Polonia vogliamo organizzare un seminario di Business Europe per dimostrare quanto il tema stia noi (sic, ndr) a cuore”. E qui l’Italia rischia di passare alla storia come la prima nazione invasa dalla Polonia. I nostri eurofratelli polacchi avrebbero ragione di trovarsi assai incazzati (pran rabidi, in mantovano) per la lezione di etica da un pulpito simile. Sarebbe meglio che l’imprenditrice di Mantova parlasse di casa sua. Se “la certezza del diritto è indispensabile per una impresa”, sacrosanta intuizione, Marcegaglia ci intrattenga sull’Eni.

È in Italia, non in Polonia che Matteo Renzi ha nominato (e Paolo Gentiloni confermato) alla presidenza della maggiore società pubblica la proprietaria di una società privata fornitrice dell’Eni il cui amministratore delegato, Antonio Marcegaglia (fratello), ha patteggiato undici mesi di carcere per l’accusa di aver corrotto un manager dell’Eni “per dare spessore al desiderio della società dei Marcegaglia di essere ammessa all’agognata lista dei fornitori”. Accadeva il 28 marzo 2008. Cade giusto ora il decennale, si potrebbe festeggiare istituendo all’uopo la “Giornata dell’etica negli affari”, magari finanziata dal generoso ufficio sponsorizzazioni dell’Eni. E chiederle di rievocare proprio quei giorni, quando diventava presidente della Confindustria con lo slogan “espelliamo chi paga il pizzo alla mafia”, ma non chi paga tangenti all’Eni.

È in Italia, non in Polonia che la presidente dell’Eni conferma piena fiducia a un amministratore delegato, Claudio Descalzi, sotto processo per corruzione internazionale con il presidente della società controllata Versalis Roberto Casula. È in Italia che l’ex capo degli affari legali Massimo Mantovani – oggi promosso a più alti incarichi nel settore gas – è indagato come presunto capo di un’associazione a delinquere “finalizzata a intralciare l’attività giudiziaria”, cioè a far saltare il processo contro Descalzi e Casula, e la presidente dell’Eni non fiata. È in Italia che la procura di Milano individua ai piani alti dell’Eni la regia di un depistaggio per il quale è stato arrestato il pm di Siracusa Giancarlo Longo. È Longo che ha (senza querela, quindi illecitamente) indagato per diffamazione i consiglieri “scomodi” Karina Litvack e Luigi Zingales. È in Italia che Descalzi e Mantovani sporgono la surreale querela postuma “a sanatoria”, mentre la Marcegaglia prende al balzo l’inchiesta farlocca di Siracusa per far fuori la Litvack dal comitato di controllo dove fa troppe domande, mentre Descalzi, Casula e Mantovani restano al loro posto.

È in Italia, non in Polonia che di questo Marcegaglia non parla e Il Sole 24 Ore del presidente della Confindustria Vincenzo Boccia, eletto con i voti decisivi dell’Eni, non chiede. Ai fratelli polacchi solo un euroconsiglio: se vi arrivano le lezioni di etica della Marcegaglia, dite sì con robusti cenni del capo (la presidenta è permalosa), poi fate il contrario, giusto per non rischiare che vi invada qualcuno più civile di noi. (A sorelle e fratelli italiani: buon voto, a tutti/e).

 

Nell’umanità di Cristo, il nuovo tempio purificato per il suo culto

Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori dal tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: “Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!”. I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: Lo zelo per la tua casa mi divorerà. Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: “Quale segno ci mostri per fare queste cose?”. Rispose loro Gesù: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere”. Gli dissero allora i Giudei: “Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?”. Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù. Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo.

Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo (Giovanni 2,13-25). Fino alla domenica delle Palme, leggeremo brani del vangelo di Giovanni, autore che fa del simbolismo evocativo un tratto essenziale del suo stile narrativo non sempre immediatamente perspicuo. Avvicinandosi la Pasqua, Gesù sale a Gerusalemme per celebrare i riti del memoriale della liberazione dalla schiavitù d’Egitto. In essa si trova il Tempio, luogo della tradizione e scenario della cacciata dei venditori che causa la discussione sull’autorità con cui viene compiuta quest’azione e lo stupore per l’annuncio della sua distruzione. Il gesto di Gesù non è nuovo: già gli antichi profeti condannavano le attività del tempio e i biechi interessi legati all’ingiusto commercio del culto. Per tutti, Zaccaria profeta parla dell’opera di purificazione del Messia: “In quel giorno non vi sarà neppure un mercante nel tempio del Signore degli eserciti” (14,21). Con in mano una frusta di cordicelle, Gesù si pone entro questa aspettativa messianica che vuole ripristinare il tempio come luogo di preghiera e d’incontro con Dio.

Rivelando la sua relazione col tempio – “e non fate della casa del Padre mio un mercato” – Gesù non solo richiama la coerenza autentica tra i gesti cultuali e l’adesione interiore della coscienza, ma si accredita un ruolo messianico. Con aspra criticità, i Giudei ne intendono il senso e subito lo interrogano: “Quale segno ci mostri per fare queste cose?”. Gesù non dà soddisfazione alla richiesta, ma abilmente porta l’attenzione sulla sua Persona: la purificazione del tempio prelude alla rivelazione del culto nuovo, in spirito e verità, fondato sulla risurrezione di Cristo.

I segni che Dio offre verranno riconosciuti solo più tardi: “Quest’uomo compie molti segni” (11,47). Qui, Gesù spiazza tutti: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere” e l’evangelista annota: “Ma egli parlava del tempio del suo corpo”.

Nei segni di Gesù si realizzano le promesse di Dio; non si vive più per la speranza dell’avvenire perché con Lui irrompe nel mondo e si compie la salvezza messianica. Il Cristo Risorto è il vero tempio, ma questa comprensione da parte dei discepoli avverrà solo dopo la sua risurrezione, evento sorgivo della Chiesa, del cristiano, dell’Eucaristia, del Samaritano capace di farsi prossimo.

Ho ricevuto da don Pascual Chavez Villanueva, Rettore Maggiore emerito dei Salesiani, la foto di una bambina che tiene al sicuro, in braccio, la sua bambola, mentre con una manina le copre la vista per risparmiarle la paura che si legge nei suoi occhioni. Non dimentichiamo che Gesù Cristo “dimora” anche in quella bimba indifesa, facendone il suo tempio!

*Arcivescovo di Camerino-San Severino Marche

I protocolli delle trame di Soros

Sappiamo tutto di Soros, da tempo e a fondo. Lo definiscono quattro parole: miliardario, speculatore, filantropo, ebreo. Alle prime due parole siamo abituati. Sappiamo ormai tutti che un certo numero (non tanto grande) di miliardari controlla il mondo, vita, morte e miracoli dal vertice alla base, della vita di tutti. Il miliardario è miliardario perché è speculatore, nel senso che solo grandi affari permettono grandi affari. Ma Soros è anche un filantropo al modo in cui la parola è servita, nei Paesi anglosassoni, per definire chi dà molto a chi non ha nulla (o ai meno fortunati della comunità in cui vive) in cambio di molto rispetto e molta buona reputazione.

Per Soros però c’è un problema. Il suo impegno filantropico è andato a scontrarsi con un movimento di persuasione, di azione, di mobilitazione, di paura e, a un certo punto di azione, contro lo straniero. Si noti che straniero non vuol dire nemico o aggressore o minaccia incombente. Nessuno ha mai assaltato l’Ungheria o i confini dell’Austria, dove i governi, adesso, sono rigorosamente nazionalisti, con forti richiami al fascismo. Straniero vuol dire che non sei dei miei, ovvero della mia razza. Torna la parola che porta con sé una maledizione, perché richiede che la mia razza sia superiore alla tua. E torna l’ossessione dei confini, priva di senso o priva di memoria, fatalmente il problema si esprime in modo rozzo. I leader politici razzisti, spesso eletti a furor di popolo, dichiarano la loro propensione alla violenza, alle armi, ai confini sacri e inviolabili, che sono impossibili con il livello attuale dei commerci e della tecnologia. Ma anche Paesi come la Francia stanno negando se stessi e la loro storica tradizione di ospitalità, con la guerriglia continua di Calais e del confine italiano. In un punto, stranamente, la Francia combatte in nome e per conto dell’Inghilterra (perché dovrebbe toccare alla Francia bloccare il passaggio in un altro Paese?) e nell’altro a difesa di Paesi del Nord, che non rifiutano gli stranieri. Ma il conflitto è riesploso, lo stesso conflitto che ha provocato in Europa e tra europei i peggiori massacri nel mondo. I “bianchi”, è stato annunciato, ripetuto e dimostrato con dati che non hanno alcun riscontro o conferma al mondo, ma hanno ottenuto l’effetto voluto della paura incontrollata, sono in pericolo, minacciati da una invasione.

Se chiedi spiegazioni, ti raccontano che è in corso un complotto. Il complotto si chiama sostituzione dei popoli. Il complotto è opera di Soros. Ci sono due versioni del complotto, in apparenza diverse e incompatibili. Nella prima versione qualcuno sta riempiendo il tuo Paese all’impossibile, fino a esplodere, di esseri umani di razza inferiore, in modo che i padroni disporranno di schiavi per sostituire e buttare in strada i lavoratori bianchi (cosa che, come sta dimostrando la Whirlpool, si può fare benissimo senza il complotto). La seconda versione ti dice che il complotto punta al cambio dei popoli. Entrano i neri, prendono il comando, e la razza bianca perde il controllo di tutto. S’intende che, prima di tutto, perdi la tua religione, il cristianesimo, calpestato dall’islamismo.

La leggenda multipla che ho cercato di raccontare viene da un mondo di estrema destra americana (Steven Bannon ).

In Europa si estende dalla Slovacchia alla Repubblica Ceca, alla Polonia, all’Austria, all’Ungheria, ma raggiunge vaste zone di opinione pubblica in Germania e soprattutto in Italia. Per i credenti (che in Italia conteremo con lo spoglio delle schede, il 5 marzo) la discussione non è intorno alla plausibilità logica del complotto. La discussione è intorno all’autore, Soros. Ecco le due parole che lo inchiodano: “Filantropo” ed “ebreo”. L’affermazione (fatta insieme dal nazista Orban d’Ungheria e dalla giovane italiana Giorgia Meloni, che si definisce “patriota, come i suoi ragazzi”) ci dice che l’alta finanza ha le mani in pasta in questo “cambio di popoli” (destinato a obbedirci o a comandarci).

Ma chi, nell’alta finanza può essere colpevole se non un filantropo, che si immischia nei conflitti e dedica somme molto grandi al salvataggio dei profughi? A questo punto la parola ebreo acquista il suo senso (avete notato che per Soros viene sempre usata?). Vuol dire, seguendo lo schema dell’antisemitismo culturale di una parte dei gerarchi fascisti e nazisti, che la questione Soros è spiegata dalla sua estraneità alla razza che dobbiamo difendere.

E crea dunque una propensione, del miliardario e filantropo senza scrupoli, ad aiutare altre razze che potrebbero spodestarci. È il pensare inevitabile di una risorta cultura nazional-razzista. Incontra per forza vecchie, odiose idee che si chiamavano fascismo.

Mail box

 

Finalmente diremo addio a questo Parlamento

Dite per favore, al presidente della Repubblica, ai deputati, ai senatori uscenti, al presidente e ai membri della Corte costituzionale, a tutti i giudici d’Italia se è giusto che costoro che si sono permessi di legiferare fino a ieri su materie importanti, costoro che hanno avallato queste decisioni senza battere un ciglio sono complici del declino dell’Italia e sono causa dell’odio che monta nel Paese.

Vareno Boreatti

 

I 5Stelle fanno paura perché vogliono ribaltare il Paese

Le colpe principali del Movimento sono quelle di essere nato al di fuori del vecchio mondo politico e di proporre un modo di far politica destinato a rivoluzionare quel vecchio mondo per sempre.

Tutte le rivoluzioni generano una reazione da parte di chi appartiene al sistema precedente e così anche i farisei partitocratici italiani si attaccano con le unghie alle loro poltrone.

Lo sanno benissimo, la proposta del Movimento è così innovativa che se dovesse vincere, il sistema Italia dovrà cambiare per forza. Questo perché il Movimento non propone solo uomini e un programma politico nuovi, ma una diversa “cultura”, un diverso modo di fare ed intendere la politica. Contenuti molto più profondi. Basti pensare alla sobrietà, alla riduzione di stipendi e privilegi che permetterà al lavoro di parlamentare di tornare ad essere servizio verso il proprio paese e non meta di parassiti ed arrivisti senza scrupoli. Basti pensare alla fine del rapporto incestuoso tra lobby economiche e partiti politici, fiumi di soldi in cambio di leggi scritte su misura. Basti pensare all’introduzione di standard etici per cui i politici che sbagliano vengono cacciati dalle istituzioni perché la politica non è per tutti e per sempre. I farisei partitocratici continueranno a tentare di boicottare il Movimento anche se dovesse vincere le elezioni o addirittura formare un governo. E anzi – come successo con la Raggi – una volta sconfitti la loro reazione al cambiamento diverrà ancora più feroce e viscida. Ci vorrà del tempo. Ci vorrà pazienza.

Tommaso Merlo

 

Adesso la politica parla anche di cartoni animati

Siamo arrivati al punto che i nostri politici mettono becco su ogni argomento, adesso anche le critiche ai cartoni animati.

Salvini, tanto per far capire cosa ha in testa, vigila sulla sbagliata educazione che un film di animazione con una protagonista lesbica può dare ai nostri bambini.

Elsa con una fidanzata? Giammai, e dove siamo arrivati, i pargoli hanno bisogno di certezze e non di ambiguità!

Infatti il segretario della Lega a queste cose ci sta attento, i numerosi cartoni animati che girano indisturbati anche sul web dove si vedono violenze e stragi a go-go, grondanti sangue e odio invece possono andare, quelli ai bambini non li confondono, meglio la guerra degli omosessuali.

Certo deve essere un bel mondo quello che aspetta le nuove generazioni se a governare ci andrà Salvini.

Mauro Chiostri

 

Un flop di Renzi alle elezioni potrebbe favorire Zingaretti

Non bisogna dirlo, ma si potrebbe aprire un congresso ombra nel Pd. Se la Bonino fa il pieno (4-5%) e il Pd prende la botta (20-21%) Renzi di fatto diventa un segretario dimissionario. Non aspettiamoci ammissioni dell’interessato eclatanti e immediate, ma il suo declino iniziato dopo la sconfitta del referendum e nascosto da un compatto apparato, diverrebbe conclamato. E da risolvere velocemente per scongiurare la polverizzazione del partito. Renzi opporrà resistenza? Sì e il giglio gli farà quadrato, ma l’intendenza – quello che è rimasto dei circoli nei territori – non lo seguirà. Se poi vi fosse il concomitante successo di Zingaretti nel Lazio, la situazione potrebbe perfino accelerare. Magari sorvegliata da Prodi, Veltroni e altri padri nobili che già hanno mandato messaggi di garbata insofferenza. Difficilmente il neo governatore potrebbe ricusare una candidatura così vasta a nuovo segretario.

Ma è anche improbabile che l’accetti subito: sa che sommare due ruoli – governatore e segretario – con un partito che ribolle, può significare svolgerli male entrambi. Potrebbe invece usare il suo accresciuto prestigio per orientare la scelta del successore di Renzi. Salvo poi, calmate le acque al Nazareno e messa in sicurezza la fase 2 nella Regione, puntare alla segreteria, lavorando nel frattempo per riunire la sinistra e proporsi come premier.

Massimo Marnetto

 

Nuove speranze per Piombino e per le sue acciaierie

Con la firma del imprenditore indiano Jindal sulle acciaierie di Piombino si riapre un nuovo percorso per questo territorio e in particolare per i suoi operai. Sei settimane a disposizione del gruppo indiano per compiere le necessarie verifiche per valutare e preparare il nuovo piano industriale. Il percorso sarà ancora lungo. Si ritorna a parlare di fare ripartire l’Altoforno con le conseguenze del caso. Aspettiamo i prossimi eventi senza dare pregiudizi di natura tecnica .

Massimo Aurioso

 

Inserite nel paniere Istat i sacchetti di plastica

Potete chiedere all’Istat se hanno già messo nel paniere i famigerati sacchetti di nylon ecologico? Io li ho pagati da un centesimo a dieci centesimi (traducendo: da venti a duecento lire circa) a seconda del posto dove ho fatto la spesa. Prima i sacchetti erano a costo era zero. Mi spiegate cosa vuol dire questo drenaggio continuo dei miei soldi a favore di questo o quel lobbista?

Vareno Boreatti