Oggi 4 marzo, sentiamoci come Cenerentola al ballo

Ma questo famigerato “popolo” è davvero il faro per guidare il Paese? A me non pare. Ascoltando in giro un po’ di gente, temo che l’orientamento non sia così oculato. Anzi, ho il sospetto fondato, che se davvero facessimo decidere tutto al “popolo” rischieremmo di eleggere presidente della Repubblica Maria De Filippi, presidente del Consiglio Barbara D’Urso, ministro delle Finanze Fabrizio Corona e ministro della Salute Lapo Elkann. Cordiali saluti.

Marino Capurso

 

Beh, credo anch’io che se si fossero davvero candidate Maria De Filippi e Barbara D’Urso avrebbero preso parecchi voti (gli altri due non so) e certamente non avrebbero sfigurato in Parlamento, soprattutto a confronto con taluni “impresentabili”. Ma il problema forse è un altro: quanto conta davvero, nella realtà delle cose, il “popolo” la cui “sovranità” rappresenta la pietra angolare su cui poggia la nostra Costituzione (articolo 1)?

Sicuramente, oggi domenica 4 marzo, la sovranità popolare potrà dispiegarsi dalle ore 7 alle ore 23, dall’apertura alla chiusura dei seggi elettorali. In questo breve spazio temporale i cittadini elettori avranno tutto il potere e la libertà di esprimersi. Di riempire, cioè, con le loro scelte politiche quella “pagina bianca” di cui ha parlato il presidente Mattarella. Tuttavia appena un secondo dopo le 23 di quella “sovranità” non potranno più fare un uso diretto. Essa passerà nelle mani dei partiti degli eletti che, come sempre, dopo un po’ di conti in tasca cominceranno a leggere la pagina scritta secondo le rispettive convenienze. Alcune promesse saranno subito dimenticate, altre accantonate, altre ancora interpretate secondo le opportunità del momento. Passo dopo passo, formule e alleanze rigettate con sdegno nel corso della campagna elettorale saranno attentamente riconsiderate. Dopo il voto, quelli che erano considerati i peggiori nemici potrebbero non apparire poi così brutti. Mentre, come sempre, dagli amici mi guardi Iddio. Degli elettori si parlerà sempre di meno finché, lunedì mattina, la sovranità passerà dal Popolo direttamente alle sacre Borse e ai Mercati. I cui indici saranno compulsati con la stessa religiosa trepidazione delle profezie della Sibilla. Naturalmente, anche in questo caso, ciascuno vi leggerà ciò che più gli conviene. Quindi, giorno dopo giorno, il ricordo degli elettori sfumerà nel silenzio come accade per certi innamoramenti estivi. E in ogni dove riecheggerà il verbo delle consultazioni al Quirinale. Quindi care elettrici e cari elettori sbrighiamoci ad approfittare di questa straordinaria occasione. Per un giorno sentiamoci come Cenerentola al ballo del Principe (anche se a lei fu concessa un’ora in più).

Chiunque vinca sarà difficile fare peggio di così

Entro il 23 marzo si insedierà il Parlamento composto sulla base del voto di oggi. Non sappiamo chi avrà la maggioranza. Ma chiunque sarà al potere difficilmente potrà fare peggio di chi ha governato tra 2013 e 2018. Ecco una rassegna del meglio del peggio.

 

Riforme col buco

Non solo Costituzione

1. Riforma costituzionale. Niente voto per un Senato dalle competenze incerte, più potere al governo, grande confusione sulle competenze delle Regioni. Bocciata al referendum del 2016.

2. Riforma Madia. La legge delega viene giudicata incostituzionale nel novembre 2016.

3. Italicum. La legge elettorale voluta da Renzi viene smontata dalla Corte costituzionale.

4. Rosatellum.

Una legge elettorale pensata per dare ai leader di partito il massimo controllo sulle liste, approvata con un voto di fiducia e che non garantisce la governabilità.

5. Riforma Forestale. Forestali accorpati all’Arma dei Carabinieri, diventano così militari per legge. I risparmi sono nulli. Finisce davanti alla Corte costituzionale.

6. Riforma musei. Nuovi criteri di nomina dei direttori bocciati dal Tar, guerra giudiziaria sui criteri di valutazione.

7. Riforma prescrizione. Prescrizione sospesa soltanto tra la sentenza di primo grado e quella di appello e fra quella di appello e di Cassazione. Rischia di incentivare l’ostruzionismo.

8. Legge sul conflitto d’interessi. Riforma del 2016 che colpisce solo i conflitti di tipo patrimoniale. Ha maglie così larghe da non toccare Berlusconi.

 

Come sprecare soldi

Imu, bonus, casta

9. Imu sulla prima casa. Su richiesta di Berlusconi, il governo Letta cancella l’Imu sulla prima casa anche per chi ha redditi elevati.

10. Bonus 80 euro. 10 miliardi all’anno di sconto sull’Irpef per la parte bassa del ceto medio, senza correzioni per nucleo familiare.

11. Condono (voluntary disclosure). Permette agli evasori di mettersi in regola, ma non al fisco di sapere come sono stati generati i capitali.

12. Rottamazione cartelle Equitalia. L’ennesimo provvedimento che premia chi ha conti in sospeso con il fisco.

13. Contanti a 3.000 euro. Padoan cambia idea: nessun legame tra contanti ed evasione. Alzato il limite per le operazioni (era 1.000 euro).

14. Niente norme anti-papà Boschi. A luglio 2017 il governo Gentiloni blocca alla Camera la norma che avrebbe previsto l’interdizione perpetua dai pubblici uffici per gli amministratori di banche fallite. Avrebbe colpito papà Boschi.

15. Riforma Bankitalia. Nel 2013 consegna l’istituto di vigilanza alle banche vigilate, sale la quota di dividendi che queste incassano ogni anno.

16. Bail-in. L’Italia prima subisce le nuove regole sui salvataggi bancari a spese di azionisti e obbligazionisti, poi le recepisce solo due settimane prima di doverle usare su risparmiatori inconsapevoli.

17. Regali a Confindustria. Secondo le stime della Uil, i governi Renzi e Gentiloni approvano sgravi fiscali e incentivi in risposta alle richieste di Confindustria che, dal 2014, valgono 80 miliardi.

18. Sanatoria ai partiti. Nel 2015 un emendamento Pd sblocca 45,5 milioni di euro per i partiti i cui bilanci non hanno superato i controlli dell’apposita commissione.

19. Province zombi. Abolite con la legge Delrio ma le loro competenze non sono state ripartite tra altri enti, quindi continuano a esistere.

20. Aerei F-35. Nonostante i problemi tecnici dei Caccia e i tentativi del Parlamento di dimezzare la commessa, l’ordine prosegue e raddoppia il costo unitario degli aerei: da 69 a 130,6 milioni di euro.

21. Vitalizi. La riforma Richetti delle pensioni dei parlamentari viene approvata alla Camera ma il Senato non la mette mai al voto.

22. Auto blu. Renzi promette di ridurre le auto di servizio della Pubblica amministrazione vendendole online. Ne piazza solo 151 per meno di 900.000 euro.

 

I favori agli amici

Lobby e Giglio magico

23. Regali alle autostrade. Il ministro dei Trasporti Graziano Delrio (Pd) concede aumenti record ai concessionari (+2,74 per cento medio con inflazione piatta) in cambio di investimenti virtuali. Miliardi di euro a Benetton & C. pagati dagli automobilisti.

24. Air Force Renzi. Nel 2016 Renzi prende in leasing da Etihad, che aveva rilevato Alitalia, un AirBus 340-500 per i voli di Stato. Costo: 150 milioni di euro.

25. Palestre for profit. La legge di Stabilità 2018 legittima lo scopo di lucro per le attività sportive dilettantistiche. Una riforma che serve alla catena di palestre del renziano Giorgio Moretti, socio di Marco Carrai.

26. Pro Mediaset. Rinviato di 18 mesi il cambio di tecnologia digitale. Nel 2014, governo Renzi spende 2,4 milioni (su 4,9) di pubblicità istituzionale su reti Mediaset sottraendoli al web.

27. Anti-slot? Niente decreti attuativi alla legge che le limita: 30 mila slot in più nel 2016, bandite dal governo 22 mila nuove sale giochi in stabilità 2015, una circolare governo 2016 ne autorizza
40 mila in più.

28. Rc Auto. 2014, riforma bloccata per le pressioni di Unipol Sai che si opponeva e consegna emendamenti ai deputati amici del Pd.

29. Salva-Coop. Il senatore Ugo Sposetti (Pd) riesce a far passare un emendamento che rende lecita (o quasi) l’attività bancaria non autorizzata e non vigilata svolta dalle coop attraverso la formula del prestito soci.

30. Sacchetti Bio. Il governo Gentiloni recepisce la parte non obbligatoria della direttiva Ue sui sacchetti biodegradabili nei supermercati (pagano i clienti). Ne beneficia l’impresa Novamont, della renziana Catia Bastioli.

31. Cinema. Approvata la legge nel 2016, non arrivano mai i decreti attuativi, bloccato l’aumento dei fondi del 60% atteso dal settore.

 

Scuola e lavoro

Precari e scontenti

32. Buona Scuola. Caos sui trasferimenti degli insegnanti da stabilizzare, bonus per merito distribuiti con criteri oscuri. La chiamata diretta dei prof è quasi impossibile.

33. Alternanza scuola lavoro. Gli stage brevi degli studenti finiscono per diventare mano d’opera gratuita.

34. Bonus 18enni. 500 euro ai neo-maggiorenni dal 2017 da spendere in cultura: vanno anche ai ragazzi più ricchi, molti ostacoli burocratici.

35. Jobs Act. Addio all’articolo 18, nuovi strumenti contro la disoccupazione, possibili più controlli a distanza sui lavoratori, quasi 30 miliardi di euro di incentivi alle assunzioni (finiti i quali si esaurisce l’effetto Jobs Act sull’occupazione).

36. Voucher. Prima il governo Renzi liberalizza l’uso dei buoni lavoro poi, dopo la rivolta popolare, il governo Gentiloni li cancella per evitare un referendum. Salvo reintrodurli subito dopo.

37. Garanzia giovani. Il budget è di 1,5 miliardi, ma le misure (2014-1015) per ricollocare i giovani sono praticamente a impatto zero: il 54 per cento delle offerte tramite la piattaforma sono solo tirocini formativi.

 

Giustizia e potere

Salvate i colletti bianchi

38. Sblocca Italia. Il decreto del 2014 permette un iter semplificato per i permessi di ricerca ed estrazione, il rilancio dei termovalorizzatori e procedure accelerate per appalti nell’edilizia.

39. Falso in bilancio. La riforma del 2015 cancella la depenalizzazione del 2002, ma alle aziende restano molte possibilità di truccare i conti senza rischi.

40. Voto di scambio. La riforma 2014 doveva inasprire le pene, ma porta addirittura all’annullamento di alcune sentenze (se manca il “metodo mafioso”).

41. Segreto di Stato. Renzi lo toglie sui documenti che riguardano le stragi degli anni ‘70-‘80. Ma le carte non vengono digitalizzate e neppure ordinate, moto resta negli archivi: tutto inutile.

42. Intercettazioni. La riforma del 2017 attribuisce più discrezionalità alla polizia giudiziaria nel decidere cosa è rilevante. Il pm perde il controllo dell’indagine.

43. Polizia giudiziaria. Ogni poliziotto, carabiniere o finanziere che consegna l’esito di un accertamento alla magistratura, deve comunicarlo al suo superiore. Aumenta la possibilità di fuga di notizie e controllo politico.

44. Legittima difesa. Diventa legittima difesa la reazione a un’aggressione in casa, negozio o ufficio commessa di notte.

45. Responsabilità civile dei giudici. Nessun filtro ai ricorsi contro i giudici che rischiano fino alla metà dello stipendio.

46. Stalking. Depenalizzato per errore, niente pena ma risarcimento economico. Poi, a dicembre 2017, il governo Gentiloni deve correggere.

47. Riforma 41-bis. Una circolare attribuisce ai direttori degli istituti penitenziari discrezionalità su come interpretare il carcere duro.

48. Svuotacarceri. Più difficile la custodia cautelare prima del processo anche per chi è accusato di reati molto gravi.

49. Tortura. Passa nel 2017 la legge che introduce il reato ma non sarebbe applicabile a vicende come quella del G8 di Genova.

50. Equo compenso. La legge nasce per tutelare gli avvocati più deboli ma diventa un regalo per banche, assicurazioni e grandi imprese che possono tenersi le spese legali riconosciute ai loro avvocati.

51. Età pensionabile. Nel 2016 il governo Renzi deroga ai limiti di età per prorogare di un anno i vertici della Cassazione, il presidente Giovanni Canzio e il procuratore generale Pasquale Ciccolo.

52. Anti-Anac. Il governo Gentiloni prova a ridimensionare i poteri dell’Autorità anticorruzione. Tutti negano la paternità della norma, poi ritirata.

53. Codice appalti. Le norme per rendere più trasparenti e competitive le gare finiscono per paralizzare le commesse pubbliche.

54. Codice antimafia. Sequestro preventivo anche per i corrotti, ma solo se accusati anche di associazione per delinquere. L’inasprimento delle regole è solo virtuale

 

Incompiute & Pasticci

Ambiente, vaccini, Niger

55. Consumo del suolo. Mai approvata la legge contro la cementificazione ereditata dal governo Monti.

56. Casa Italia. Il piano di messa in sicurezza del territorio dopo il sisma di Amatrice (2016) resta sulla carta.

57. Legge Fiano. La Costituzione già vieta la ricostituzione del partito fascista, ma vengono introdotte pene da sei mesi a due anni per chi fa saluti romani o vende gadget di Mussolini.

58. Decreto Vaccini.

Il decreto Lorenzin del 2017 prevede 10 vaccini obbligatori altrimenti i bambini non entrano in classe. Ma basta un’autocertificazione e molte Regioni non sono in grado di gestire l’aumento di vaccini da somministrare.

59. Missione in Niger.

Dopo averlo smentito a maggio 2017, a dicembre, a Camere sciolte, il governo Gentiloni decide di spostare 500 soldati italiani in Niger contro terroristi e trafficanti. Ma comanda la Francia.

60. Salerno-Reggio. Accorciata l’autostrada per inaugurarla prima del referendum 2016.

Tajani, lo sbiadito di B. che faceva dediche SS e tradì pure il Caimano

Antonio lo Sbiadito, dalla biografia senza colori. Un quarto di secolo in politica, perlopiù da parlamentare europeo (1994, 1999, 2004, 2009, 2014), e nulla che faccia ricordare di lui. Forse non è un caso che l’immenso Ego berlusconiano abbia scelto Antonio Tajani come formale successore a Palazzo Chigi, qualora il centrodestra dovesse riuscire nella difficilissima impresa di vincere le elezioni. I capi forti o carismatici sono sempre dorotei: il loro delfino promosso non deve mai oscurare il vero Sole da cui irradia la luce. E non è un caso che Tajani venga definito il gemello berlusconiano di Paolo Gentiloni, al punto da aver condiviso qualche scaramuccia studentesca, su fronti opposti, al liceo Tasso di Roma.

E quando il curriculum è una pagina grigia, sovente c’è la tentazione di riscriverlo da eroe improbabile. Tajani fu cronista del Giornale di Montanelli e ieri il medesimo Giornale, oggi trucemente guidato Alessandro Sallusti, lo ha celebrato con un’apologia vergata da Giancarlo Mazzuca. Morale: il grande maestro di vita che tutto ha insegnato all’allora giovane “Antonio” fu Indro Montanelli, fondatore nel 1974 di quel quotidiano. Bugia, somma bugia. I testimoni della verità sono vari e tra questi spicca Guido Paglia, avanguardista e missino, uomo di accese passioni politiche e che al Giornale fu capo della redazione romana e vicedirettore. L’attendibilità di Paglia ha un fondamento miliare: “La cazzata di assumere Tajani l’ho fatta io, me lo raccomandò Gianfranco Finaldi (giornalista, ndr), mio testimone di nozze, come non potevo fidarmi di lui?”.

Tajani fu attore non protagonista nel brutto film delle dimissioni di Montanelli, suo presunto maestro di vita. Era il gennaio del 1994, l’anno della fatidica discesa in campo del Cavaliere, con Forza Italia. Montanelli era contrario e Berlusconi volle arruffianarsi la redazione. Accadde un paio di settimane prima del 26 gennaio, quando B. discese. Tajani era diventato suo portavoce e telefonò all’ex collega Novarro Montanari, del comitato di redazione del Giornale: “Sono qui con Berlusconi in Cordusio: che ne diresti se il Cavaliere salisse in assemblea?”. Montanari rispose di no, ma B. salì lo stesso. Era lui il Padrone. Il grande “Indro” andò via, fondò La Voce e venne seguito da decine di giornalisti del Giornale. Aggiunge Paglia: “Tajani portò Berlusconi su, ma poi non ebbe il coraggio di farsi vedere dentro, dai suoi ex colleghi. Rimase fuori, ecco il tipo”.

Di tradimenti, Antonio lo Sbiadito ne aveva commesso anche un altro. Stavolta fingendosi montanelliano e antiberlusconiano, verso la fine della Prima Repubblica. A muoverlo le piccole ambizioni tipiche degli opportunisti di redazione. La testimonianza, di tre lustri fa, è di Arturo Diaconale, oggi nel cda della Rai e altro ex del Giornale: “La redazione romana aveva strappato troppo potere a Montanelli. Era riuscita a condizionare la linea politica del Giornale. Noi eravamo vicini a Craxi e contro De Mita. Avevamo un piano: Paglia condirettore, io capo a Roma tenendo Montanelli come simulacro. Ma Montanelli era furbo come una faina. Noi della redazione romana venivamo vissuti come fascio-craxiani, e come berlusconiani. Non poteva sopportarlo. E nominò Federico Orlando condirettore. (…). Paglia se ne andò. E me ne andai anch’io. Tajani rimase. E divenne capo della redazione romana. Non fu un gran bel comportamento. Era berlusconiano. Si allineò e divenne antiberlusconiano. Salvo poi ridiventare berlusconiano. Insomma un voltagabbana. Io capisco le debolezze umane e non gliene facevo una colpa. Paglia invece lo insultò selvaggiamente”.

Del resto, era stato l’ex avanguardista nero ad assumerlo. Di quella stagione Paglia, tra le altre cose ex direttore della relazioni esterne e istituzionali della Rai, ha un perfido ricordo fotografico, decisamente imbarazzante: “Nel 1987 mi regalò una foto in cui noi due eravamo davanti al carcere di Porto Azzurro all’Elba (dove c’era stata una rivolta carceraria ad agosto, ndr). Mi fece una dedica con il motto delle SS naziste: ‘Il nostro onore si chiama fedeltà. A Guido’. Capito che personaggio era?”.

Prima di oscillare tra B. e Montanelli e fare dediche naziste, Tajani era stato monarchico in gioventù (ramo Amedeo d’Aosta, non Vittorio Emanuele). Indi s’innamorò del socialismo tricolore di Lelio Lagorio, già ministro della Difesa, morto l’anno scorso a 91 anni, di cui il giovane Tajani scrisse un’agiografia: “Il Granduca. Lagorio, un socialista Ministro della Difesa”. Forse l’intuizione berlusconiana di Forza Italia si deve proprio a Lagorio, che nel 1982 organizzò un convegno sull’identità italiana e intitolato appunto “Forza Italia”.

Tornando al Giornale. A presentarlo a Silvio Berlusconi fu il fratello Paolo. E fu così che Tajani diventò portavoce del Cavaliere. Per pochissimo. La cosa non funzionò e Berlusconi se ne sbarazzò spingendolo in politica con un seggio. Tentò alle Politiche del 1994, invano. Andò meglio in Europa, sempre nello stesso anno, dove poi è sempre rimasto. Per avere il primo lampo di notorietà ha aspettato ventitré anni: eletto nel gennaio 2017 presidente del Parlamento europeo.

Oggi passa per moderato e popolare, legato alla “Ditta” di Gianni Letta e anche Franco Frattini. Le colombe azzurre, insomma. Con una concezione mutevole e militante dell’etica. Ecco per esempio cosa scriveva Tajani sul Giornale ai tempi della nomina di Antonino Meli a capo dell’Ufficio istruzione di Palermo, al posto di Giovanni Falcone. Era il 1988 e le sedute del Csm furono molto vivaci sulla questione. Scriveva Tajani, prima della nomina di Meli: “Sono mesi, però, che si lavora dietro le quinte per trasformare la nomina in un processo di beatificazione. Il nome sul quale si sono mossi gli accordi sotterranei è quello di Giovanni Falcone (…) a parità di merito, tra Falcone e Meli ci sono ben 18 anni di anzianità. Può ancora sperare (Falcone, ndr) di giocare il ‘jolly delle attitudini’. Si tratta di quelle caratteristiche molto soggettive che Leonardo Sciascia bollò mesi fa, in una sua celebre polemica, come un sicuro mezzo per ‘far carriera all’ombra dell’antimafia’”.

Non male per chi si pregia di essere stato un fondatore di Forza Italia. Ossia il partito di Berlusconi finanziatore di boss e di Marcello Dell’Utri, oggi in carcere per mafia.

Adesivi sui portoni: “Qui ci abita un antifascista”

“Qui ci abita un antifascista”. È la scritta con cui sono state ‘marchiate’ le abitazioni di diversi attivisti di Pavia impegnati contro fascismo e razzismo. Nel corso del blitz, avvenuto nella notte tra venerdì e sabato, sono stati attaccati a portoni e citofoni adesivi che per i caratteri grafici utilizzati e il simbolo della Rete Antifascista barrato fanno pensare all’azione di esponenti di estrema destra. Tra le abitazioni dove è stato trovato il volantino, quelle di Giacomo Galazzo, assessore comunale alla Cultura ed esponente di LeU, e quelle di attivisti dell’Anpi locale e di alcuni indagati per una manifestazione antifascista non autorizzata che si è svolta in città nel novembre 2016. “Negli anni 30 fascisti e nazisti marchiavano i negozi degli ebrei – ha commentato su Facebook una delle persone che si è ritrovato l’adesivo sulla porta di casa -. Negli anni 2000 i neofascisti marchiano le case dei cittadini che si sono espressi pubblicamente contro il fascismo. Le cattive abitudini non passano”. Su quanto avvenuto sono in corso indagini della Digos.

Macho-Salvini contro Elsa e lo sfottò di papà Pascale

Non potevamo non stilare la classifica dei 10 migliori momenti social (e non) di questa indimenticabile campagna elettorale:

10) Rosario Pascale, padre di Francesca Pascale, utilizza la sua pagina Facebook per fare campagna elettorale in favore del Movimento 5 Stelle. Il suo perculare il genero 81enne con le foto di Di Maio e Di Battista accompagnate dalla scritta “Questi ragazzi sono il futuro!”, è la più grande provocazione politica fatta a Silvio Berlusconi dopo i selfie della Minetti che limonava con Gue Pequeno.

9) Giorgio Gori ha optato, come nel suo stile, per una campagna low profile. Mai uno scazzo con qualcuno, mai un inciampo, mai un post sgrammaticato, mai una citazione sbagliata, mai una patacca d’olio sul maglione in cachemire. Nulla. Poi guardo con attenzione il video auto-promozionale postato su fb e appaiono dei cartelli con su scritte le qualità per cui bisognerebbe votarlo presidente della regione. Tra queste, oltre “capace”, “preparato” e “indipendente” su un cartello più piccolo, quasi timido, appare l’aggettivo “Belloccio”. Come a dire: Attilio Fontana è simpatico. O, al massimo, un tipo.

8) Matteo Salvini, durante il suo comizio elettorale a Roma, ha detto che questa cosa di far diventare Elsa di Frozen lesbica è proprio brutta. Che è un mondo al contrario. Sulla scia di questa importante presa di posizione, tra le sue prime riforme, se va al governo, è prevista quella che obbligherà i libri di favole a modificare il titolo “Lilli e il vagabondo” in “Lilli e il Rom”.

7) Silvio Berlusconi, intervistato dall’emittente Telelombardia, spiega che i militari italiani, quando non sono impegnati in missioni internazionali, trascorrono il tempo in caserma a giocare a carte. Considerato che le forze armate sono buona parte dell’elettorato di centrodestra, è un guizzo a dir poco geniale. La Meloni si incazza, la Pinotti pure. Berlusconi propone alle due di riparare alla gaffe con un più sobrio “I militari italiani, quando non sono impegnati in missioni internazionali, vanno a figa”, ma poi per fortuna se ne dimentica per rispettare un altro impegno preso, piuttosto pressante: andare a figa.

6) Luigi Di Maio ama la trasparenza, si sa, e detesta nascondere gli errori sotto il tappeto. Fa bene quando si tratta di candidati impresentabili, un po’ meno bene quando mostra fiero un foglio con l’impegno a votare una legge che dimezzi le indennità parlamentari. In una manciata di righe, infatti, ci sono ben tre congiuntivi mancanti. Errori da matita blu, eh, che però evidenziano una reale problematica nella formulazione di una subordinata relativa abbastanza elementare. Errare humanum est, perseverare autem diabolicum, triplicare Di Maio. Scrivo così che magari in latino ha la media più alta.

5) Dall’italiano alla geografia, ma anche alla storia, il programma di terza media è ostile anche a Giorgia Meloni, che a Torino si offre volontaria all’interrogazione del prof. Greco, direttore del Museo Egizio. Argomento a piacere: l’ormai celebre promozione per soli arabi. Purtroppo Giorgia si incarta quasi su tutto, dal fatto che non sappia che l’arabo non è una religione ma una lingua all’ignoranza sulla proprietà delle opere esposte (egiziana, non italiana). Il prof. Christian Greco diventa un eroe nazionale, lei lo zimbello del Paese grazie al video dell’incontro da 4 in pagella che campeggia su tutti i siti, profili, telefoni della nazione.

4) Del resto con le antiche usanze e la tradizione, la Meloni ha un evidente problema. In uno dei suoi più celebri manifesti elettorali esclama ‘Difendi la famiglia tradizionale!’. Che detto da una con un figlio ma che non è sposata, alleata con quello del bunga bunga, due mogli e una fidanzata, alleata pure con quello che ha un figlio dalla prima moglie, una bimba da una compagna e ora convive con una terza donna, lo stesso che ha tra gli esponenti di spicco del suo partito un avvocato donna, madre, la cui composizione della famiglia è totalmente oscura ai più; ecco, detto da lei, rischia di rendere più credibile Berlusconi quando parla di lotta all’evasione fiscale.

3) Si posiziona altissimo il Pd grazie a ‘Matteo Renzi News’, pagina Facebook ufficialmente non-ufficiale ma notoriamente gestita da un collaboratore del buon Matteo, che si produce in almeno due capolavori formato post. Il primo, sul bonus cultura: ‘Grazie ai 500 euro di Renzi ho potuto comprare un biglietto per il concerto di Laura Pausini!”. Che uno dice “Fortuna che era un bonus cultura e non un bonus intrattenimento, altrimenti avrebbero riportato la testimonianza di quello che grazie a Renzi si era comprato 6 grammi di fumo. Qui siamo al capolavoro, e pertanto la foto del candidato Matteo Ricci, sempre sulla stessa pagina, a cui è associato il travolgente slogan ‘Rimbocchiamoci le MANI’ rischia di passare in secondo piano. Ma è una creazione linguistica degna del miglior Luca Giurato. Buongiollo a tutti!

2) Carla Franchini, candidata per il Movimento 5 Stelle nel collegio uninominale del Senato Rimini, scrive un post su fb in cui racconta che un gruppo di giornalisti incontrati per caso le ha chiesto di farsi intervistare e che lei, stoica, ha risposto di no perché non le pare corretto nei confronti dei competitor. Sotto al post appare poi un commento enfatico: “Brava, tu sì che sei una vera signora della politica!”. Peccato sia scritto dall’autrice del post Carla Franchini, che evidentemente si è dimenticata di fare logout e di complimentarsi con se stessa ma con un altro finto profilo. Morale: parla di attacco hacker, poi di attacco hater, poi di attacco alieno, poi le prende un attacco isterico e dice che sporgerà denuncia. In pratica, andrà a costituirsi.

1) Il primo posto, e senza bisogno di spiegazioni, va a Giuseppe Civati e al suo manifesto: “Ma vi rendete conto che ogni voto dato a Renzi è un voto a Renzi?”. Comunque vada, ha già vinto lui.

La lista “dal basso” nata tre mesi fa. La sinistra riparte dai centri sociali

Tre mesi fa, nemmeno esistevano: essere sulla scheda elettorale, per loro, è già un grande risultato. “Non abbiamo avuto bisogno dell’aiutino di Tabacci”, rivendicano quelli di Potere al Popolo, ricordando i giorni in cui Emma Bonino sosteneva fosse impossibile raccogliere le firme necessarie per presentare la lista. Loro ce l’hanno fatta “dal basso” con un percorso che è cominciato il 18 novembre scorso: in quella data – la stessa in cui al Brancaccio avrebbe dovuto riunirsi l’assemblea (poi annullata) di “quelli del No” – a Roma si sono ritrovate tante realtà della sinistra che si sentiva senza rappresentanza. Associazioni, centri sociali, sindacati di base, precari e disoccupati che hanno scelto come “capa” politica la ricercatrice Viola Carofalo, una delle anime dell’ex Opg di Napoli, il posto da cui tutto è partito. Oggi proveranno a vincere la sfida del 3%, anche se le previsioni li danno piuttosto lontani dalla soglia di sbarramento imposta dal Rosatellum. Vada come vada, loro già festeggiano: sono riusciti nell’impresa di mettere insieme candidature e idee, quasi senza litigare.

Altalena 5 Stelle: ok i ministri a rate, autogol sui collegi

Sono sprofondati con l’ammiraglio, sono risaliti con i ministri a rate. Sono i due poli della campagna elettorale del M5S, altalena di buone idee e autogol. E la caduta principale è stata la presentazione dei candidati nei collegi uninominali del 29 gennaio a Roma, dove Luigi Di Maio si è giocato come primo nome Rinaldo Veri, ammiraglio di squadra della Marina, già presidente del Centro alti studi per la difesa. Curriculum eccellente, a cui però andavano aggiunte la candidatura a sindaco di Ortona (Chieti) con una lista civica collegata al Pd, e la sua conseguente elezione a consigliere comunale.

Una storia che lo rendeva incandidabile a norma di regolamento, di cui c’era traccia evidente sul web. Eppure i 5Stelle l’hanno appreso solo pochi minuti dopo la discesa dal palco di Veri. Qualche ora dopo il militare ritirava la candidatura, ma l’infortunio era già incancellabile. E non finisce certo qui, perché in queste settimane dalla squadra presentata nel Tempio di Adriano sono spuntati pure massoni e un indagato, il presidente del Potenza calcio Salvatore Caiata, altro volto celebratissimo da Di Maio sotto i riflettori. Confermando che quella presentazione era stata preparata troppo in fretta. Proprio come la svolta varata a fine dicembre dal capo politico, l’apertura agli esterni nelle liste. Innovazione sensata, ma che non poteva essere messa in pratica in un mese senza infilare errori in serie. Forse memori degli scivoloni, i 5Stelle hanno cambiato tattica con gli aspiranti ministri. Niente presentazione di massa dei candidati, ma nomi diffusi solo in questi giorni a gruppi di due. Stratagemma semplice quanto produttivo. Perché giornali e tv, nel bene e nel male, ne hanno parlato a profusione.

E così il Movimento ha diluito il ricordo delle restituzioni mancate, una ferita per gli attivisti e un bel guaio per Di Maio e i suoi. Anche se i 5Stelle giurano (e in parte ci credono davvero) che il caso scoperto da Le Iene li abbia aiutati, perché “così tanta gente ha scoperto che i parlamentari restituivano parte degli stipendi e dei rimborsi”. Nell’incertezza il Pd e gli altri avversari hanno infierito, e si capisce, su quei soldi promessi e mai dati da 9 parlamentari. E il M5S si è difeso come poteva.

Ha fatto notare che i dem e tutti gli altri di soldi allo Stato non ne restituiscono. E ha ostentato la faccia feroce, promettendo l’espulsione per i colpevoli (legittimo) e pure la loro esclusione dal prossimo Parlamento: impossibile però in caso di elezione, e qui siamo ai fumogeni da propaganda. Poi c’è la campagna elettorale del candidato premier, Di Maio, che per mesi ha alternato incontri con imprenditori e associazioni a visite nelle fabbriche. Schema classico per un tour senza squilli nè sfondoni. Mentre riaffiorano lacune dalla trasferta negli Stati Uniti di novembre. Con quell’annuncio, “vogliamo riprodurre in Italia la riforma fiscale di Trump”, che suonava fosco. Il resto del Di Maio elettorale sono stati i suoi appelli ad accordi di programma dopo il voto, i toni da candidato istituzionale che rispetta e consulta il Quirinale e le solite incertezze sul congiuntivo, tara quasi psicologica per il 31enne che pure ha un buon eloquio.

L’ultimo mese però è stato anche nel segno di Alessandro Di Battista e del suo tour in camper. Più o meno lo stesso copione della campagna estiva di due anni fa contro la riforma costituzionale, con la differenza che in quel caso Di Battista scorrazzava in moto e questa volta invece aveva il camper con famiglia al seguito. Ma lo scopo era identico, riempire quelle piazze che sono freddine per Di Maio. A occhio ha funzionato. Però i voti sono un’altra cosa. E i conti si faranno alla fine: ossia domani.

La coalizione litiga su tutto: ma B. dà ancora le carte

Ambiguità. Questa è la parolina magica su cui si è giocata la campagna elettorale del centrodestra. Ambiguità che riguarda soprattutto Silvio Berlusconi, che ieri ha animato a modo suo il silenzio elettorale con una visita “privata” a Napoli: davvero l’ex Cavaliere vorrà governare con Matteo Salvini e Giorgia Meloni oppure preferirà accordarsi con Matteo Renzi, Emma Bonino e centristi vari per varare un esecutivo di larghe intese con la benedizione di Bruxelles? Nonostante i discorsi ufficiali e l’indicazione di Antonio Tajani come premier, l’arcano non si è svelato. Non è un caso che il leader di Forza Italia non abbia voluto sottoscrivere il patto anti-inciucio proposto da Meloni, lasciandola sola alla manifestazione a Roma, il 18 febbraio scorso.

In questa campagna elettorale i tre leader di FI, Lega e FdI, costretti a stare insieme, si sono divisi su tutto. Prima sull’asticella dove posizionare la flat tax, poi sull’abolizione della legge Fornero, sul parametro europeo del 3%, sui diritti civili e molto altro. Berlusconi sosteneva una cosa, Salvini il suo esatto contrario. Poi i due si sono parlati e hanno capito che, avanti così, le percentuali dei rispettivi partiti rischiavano la caduta libera. La distanza, però, è rimasta, tanto che per mettersi insieme a favor di telecamere, si è dovuti arrivare a tre giorni dal voto, al Tempio di Adriano a Roma. Dove, tra battute e mezze gaffe, c’è stato pure il fuorionda tra Fitto, Salvini e Meloni, in cui quest’ultima si è detta sicura del sorpasso leghista su Forza Italia, mentre il leader padano si è fatto scappare un “spero che il Pd prenda il 22%”, altrimenti il M5S fa il pieno al Sud.

Salvini e Meloni hanno mostrato spesso insofferenza verso l’ex Cavaliere. Ma la presenza di Berlusconi – con i suoi 81 anni e i soliti refrain, contratto da Vespa compreso – è stata anche la loro forza, perché, elettoralmente parlando, il nuovo contro il vecchio (Berlusconi) funziona e porta voti. Alle urne di oggi, comunque, il centrodestra è il grande favorito. Sui numeri, però, in quel di Arcore non stanno sereni, perché a mancare, secondo i sondaggi, è lo sfondamento di Forza Italia. L’iper-presenzialismo mediatico di Berlusconi non ha portato i risultati sperati: il partito pare inchiodato sempre alla stessa percentuale e il sorpasso della Lega è dietro l’angolo. Mentre Salvini ha battuto il territorio, l’ex Cav. si è concentrato su giornali, radio e tv. Niente comizi, né bagni di folla. Memorabile la sua intervista a Radio 105 prima di Natale dove, ignaro della diretta video, ha risposto alle domande leggendo pedissequamente le risposte. Premio trash ai servizi sui settimanali di famiglia, Chi e Grazia, circondato dai cagnolini e una Francesca Pascale rispolverata per l’occasione. Venerdì sera c’è scappato pure un colpo di nervi da Mentana. “Ma lei lo sa con chi sta parlando?!”, è sbottato l’ex Cav. dopo un’obiezione del conduttore. Mentre due settimane fa a sbottare era stata Meloni a Piazzapulita. “Mi sono rotta le palle delle domande sul fascismo!”, ha urlato a Formigli e Damilano.

Unica genialata di Berlusconi l’idea di formare una lista di centro, Noi con l’Italia, per pescare voti in libera uscita: un caravanserraglio assai variegato che però potrebbe raggiungere il 3%. Furba sembra poi la scelta di aver impostato la campagna tutta in chiave anti-M5S, parlando il meno possibile di Pd. Lo sconcertante dato politico, però, è che, nonostante l’età, i processi in corso, la condanna, l’esclusione dalla politica, i conflitti di interessi e il fallimento dei suoi governi passati, il Caimano sia ancora qui. E il 5 marzo sarà di nuovo pronto a dare le carte.

Gaffe e smentite, la corsa zoppa di Grasso

L’ultima perla di una campagna elettorale non proprio indimenticabile, per Liberi e Uguali, è la buccia di banana su cui scivola Pietro Grasso nel salotto di Porta a Porta mercoledì 28 febbraio. Domanda di Bruno Vespa: “Cosa ne pensa di un ipotetico governo di scopo con Movimento 5 Stelle, Pd e Forza Italia?”. Risposta di Grasso: “Siamo disponibili solamente per un governo di scopo, il cosiddetto governo del presidente che possa fare una nuova legge elettorale e andare nuovamente alle elezioni. Su questo posso garantire, su altri scopi no”. Traduzione immediata di siti e agenzie: “Grasso apre a un governo del presidente”. Lui più tardi smentirà, ma in modo goffo e tardivo. Persino Nicola Fratoianni, uno dei “tenenti” di Liberi e Uguali deve intervenire per smentirlo: “La legge elettorale si fa in Parlamento, senza alcun bisogno di partecipare a governi. Tantomeno di larghe intese”.

È stata la più pesante delle ingenuità di Grasso, scelto da Mdp, Sinistra Italiana e Possibile per dare un senso unitario a quella che rischiava di somigliare a una lista elettorale spuria, nata solo per permettere alle tre piccole scialuppe di salpare nel prossimo Parlamento. Il presidente del Senato non è un politico scafato, e questo si sapeva. Ma chi gli ha messo in mano il timone di Liberi e Uguali si aspettava di più. Il manifesto di Grasso è stata la convention del 3 dicembre a Roma, quella della sua investitura e del suo punto di consenso più alto. Tante novità: la figura di Rossella Muroni, presidente di Legambiente a cui viene affidata la responsabilità di scrivere il programma, il discorso commovente del medico di Lampedusa Pietro Bartolo, i grandi “vecchi” Bersani e D’Alema che accettano un ruolo qualche passo al di là della luce dei riflettori. È un fuoco fatuo.

I rapporti di forza in Liberi e Uguali escono fuori al momento delle candidature. Grasso assiste, le scrivono gli altri: le liste sono un “capolavoro” di equilibrismo partitico. Un solo esempio tra tanti: Nico Stumpo, uomo macchina di Bersani, catapultato in testa ai due listini proporzionali in Calabria, contro le indicazioni dei delegati locali. Oppure Bartolo: per privilegiare candidature gradite ai vertici in Sicilia, al medico viene proposto un posto al Nord, in un territorio che non c’entra nulla con il suo. Lui declina: “Resto a Lampedusa con i migranti”.

La campagna di Grasso – segnata dai sondaggi in calo – è “commissariata” dai vecchi leader. Bersani, d’altro canto, è ancora un animale televisivo. E D’Alema continua a rilasciare interviste pesanti. Come quella di gennaio ad Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera quando afferma – lui sì – che c’è bisogno di un governo di larghe intese per riscrivere la legge elettorale: “Un governo del presidente? Per forza: una convergenza di tanti partiti diversi attorno a obiettivi molto limitati. E noi, che siamo una forza radicata nei valori democratici della Costituzione della solidarietà, dell’uguaglianza, del lavoro, daremo il nostro contributo”.

Eccola qui, la campagna di Liberi e Uguali. Tesa tra questa risposta e quella di Grasso da Vespa. Una ragionato, l’altra no, ma entrambe con lo stesso contenuto. A lasciare un paio di dubbi: che nella formazione “radicalmente alternativa” rispetto al Pd di Renzi e Gentiloni le idee non siano così chiare. E che dal 5 marzo ognuno possa andarsene per la sua strada.