“Niente sogni, ma solide realtà”. Renzi prova a farsi dimenticare

“Io il Pd non lo voto!”. Alla fine l’estenuato padre, alla guida della macchina di famiglia, reagisce così alle pressioni di moglie e figli. Il tempo di dirlo, e si trova accanto Matteo in persona, in bici: “Pensaci, dai!”. Sguardo attonito del protagonista, lo spot (targato Proforma) finisce sospeso. Qualche giorno dopo, arriva il secondo. Stessa famiglia, stessa pressione. Con l’annuncio finale del protagonista: “Il 4 marzo, pensaci. Io voto Partito democratico”. L’evoluzione dello spot in forma di mini serie tv è istruttiva: Renzi nella prima puntata è un personaggio chiave (ma con apparizione fugace), nella seconda sparisce del tutto.

La campagna elettorale del Pd è stata tutta un equilibrismo. Per Renzi, ma anche no. In sostegno di Gentiloni, ma anche no. Visibile, ma non troppo. Con qualche promessa, ma senza esagerare. “Mi è pesato non mettere un’idea strabiliante nel programma”, ammetteva il segretario, presentando le 100 cose fatte e le 100 da fare, il primo febbraio, a Bologna. Un sobrio “volantone” al posto delle fantasiose slide che furono, da portarsi dietro in ogni trasmissione, tipo copertina di Linus. Tangibile il disagio, nei panni di un novello Roberto Carlino (“non vendo sogni ma solide realtà”). Meglio rischiare di dire poco, che di dire troppo. Vaghezza contro radicalità. È il voto “ragionevole” (più che utile) quello che chiede Renzi. Ruolo ingrato per il personaggio. Che “spersonalizza” il più possibile e tematizza poco anche il “ce l’hanno tutti con me”. Fino al paradossale “se perdo, resto”, memore del 4 dicembre.

In quanto a disagio, Renzi è in buona compagnia. Alla presentazione delle liste, Paolo Siani, fratello del giornalista Giancarlo, ucciso dalla camorra, che nella vita fa il pediatra, alla domanda: “Ma lei come fa a essere candidato in Campania, insieme a gente come Franco Alfieri e Pietro De Luca?”, mostrava uno sguardo disarmato. Battagliera Lisa Noja, avvocato, esperta di antitrust, affetta fin da bambina da atrofia muscolare spinale, alla quale tocca chiarire: “Non mi candido per fare la quota disabili, ma per i diritti di tutti”. Nei giorni dopo la sparatoria di Macerata, in cui andava la linea: “Antifascisti sì, anti razzisti pure, ma dalla parte degli immigrati fino a un certo punto”, il candidato all’uninominale in città, Flavio Corradini, ex rettore dell’università di Camerino, si teneva lontano dalla questione. E per fare campagna elettorale, ma anche no, presentava il suo libro. Tommaso Cerno, chiamato a coprire la casella “autorevoli giornalisti”, in mancanza di meglio, negli ultimi giorni non s’è risparmiato il tweet con foto dal letto d’ospedale. “Beata a te”, dice Matteo Orfini all’anziana signora che racconta di aver conservato la tessera di Togliatti. La stagione dei rimpianti. Candidato, ma anche portavoce di Gentiloni e consulente all’occorrenza di Renzi e Maria Elena Boschi, Filippo Sensi gioca multiple parti in commedia. Un’opportunità.

La parola va scritta con l’apostrofo, come ha imparato Francesca Barra, dopo aver sbagliato su un manifesto. Ma la colpa è del grafico, ha chiarito: la classe non è acqua.

“Vota il Pd, scegli la squadra”: lo slogan Renzi ce l’aveva in testa dalle primarie. Peccato che squadra e Partito democratico il più delle volte siano un ossimoro. Fin dalle medesime primarie, infatti, gli altri “big” guardavano alle Politiche come a una sconfitta certa, sulla quale stampare la faccia del segretario. Una foto collettiva con Renzi di Gentiloni, Minniti, Delrio, Richetti in questa corsa elettorale non esiste. I padri nobili, da Prodi a Letta, ci tengono a chiarire che loro voteranno “la coalizione”. L’alleata di +Europa, Emma Bonino, chiarisce che lei sta con il premier e non con il segretario. Chi vuole Gentiloni ma non Renzi viene invitato a scegliere lei. Una competizione parallela. Fiore all’occhiello di premier e segretario? Pier Carlo Padoan, che ricambia con l’entusiasmo della prima candidatura. Desaparecida illustre? La Boschi. Nascosta a Bolzano. Dove il Pd è in rivolta, come in molti territori. Intanto, un giorno dopo l’altro, Renzi moltiplica le sue iniziative. Sempre più solo. Non l’hanno voluto incontrare in tv manco i nemici veri, gli avversari. I compagni di squadra giocano la loro partita, anche se la “resa dei conti” è tormentone talmente abusato che sarebbe da mettere in dubbio pure mentre accade. E lui gioca la sua. Comunque vada, venderà cara la pelle: è un combattente. Venerdì mattina, ospite a Omnibus, guardava il video di un suo dibattito del 2009, contro Matteo Salvini. Capelli squadrati modello nerd e vistosa cravatta rossa annodata troppo stretta, snocciolava la sua parlantina agli esordi. Lo seguiva in studio con l’aria incoraggiante del fratello maggiore e una certa nostalgia. Il meglio doveva ancora venire.

Trasporti in difficoltà: autisti-scrutatori in massa ai seggi

L’Atac, l’azienda comunale dei trasporti di Roma, ha annunciato “rimodulazioni e riduzioni” del numero delle corse di autobus e metropolitane effettuate tra il 3 e il 6 marzo prossimo, in concomitanza con le giornate elettorali. La causa del disservizio è il massiccio impegno – circa un decimo del personale – nei seggi elettorali nelle vesti di presidenti, segretari, scrutatori e rappresentanti di lista. Dall’azienda fanno sapere che non c’è nulla di nuovo, la quantità di personale coinvolta nelle operazioni di voto “è coerente con le scorse tornate elettorali” e il permesso è riconosciuto “ai sensi di legge a favore di coloro i quali ne fanno richiesta”. Inoltre i dipendenti hanno diritto a recuperare un giorno di riposo. Nelle Comunali del 2016 il personale operativo Atac impegnato nelle operazioni di voto fu pari a circa 850 persone su circa 11mila dipendenti. Anche altre città hanno avuto gli stessi problemi, come Napoli, dove sono 150 gli autisti scrutatori o rappresentanti di lista, e Modena con 110 autisti bus assenti su 408. A Venezia, invece, sono oltre 300 i lavoratori sui vaporetti che hanno chiesto il permesso per seguire le elezioni.

Lettera di Renzi ai fiorentini: “Ecco perché votarmi”

“Caro amico,cara amica mi rivolgo a te e alla tua famiglia per chiedere il vostro voto alle elezioni del 4 marzo”. Comincia così la lettera spedita nell’ultima settimana di campagna elettorale dal segretario del Pd Matteo Renzi alle 180 mila famiglie fiorentine per convincerle a votarlo nel collegio uninominaleToscana 1. E le spese postali schizzano alle stelle. Su ciascuna delle lettere si legge il nome del cittadino destinatario e il suo indirizzo di residenza. “Ogni consigliere comunale, per motivi istituzionali, può chiedere copia dell’elenco degli elettori residenti a Firenze e lo può fare anche qualunque privato cittadino specificando il motivo della richiesta”, ha chiarito l’ufficio dei Servizi demografici fiorentini. La missiva non è la prima rivolta dall’ex premier ai suoi concittadini. Lo aveva fatto già nel marzo del 2014, dopo i cinque anni passati da sindaco di Firenze. Allora era una lettera di commiato ed era stata diffusa semplicemente via Twitter. Ma anche alla vigilia del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 Renzi aveva spedito ai 4 milioni di italiani residenti all’estero una lettera-spot per invitarli a votare “Sì”. Questa volta le Poste ringraziano.

Paese che vai, tempi che cambiano: dal trionfo di Trump ai 5 giorni di Putin

Paese che vai, sistema elettorale che trovi. E, di conseguenza, oltre al tipo di rappresentanza della volontà popolare, a cambiare sono anche i tempi necessari allo spoglio delle schede. Negli Stati Uniti il problema maggiore arriva dal fuso orario: lo scorso novembre – nelle elezioni che hanno visto trionfare Donald Trump contro Hillary Clinton – le urne del Kentucky chiudevano alla mezzanotte italiana, mentre in Alaska si sarebbe continuato a votare per altre sei ore. In ogni caso, già dalle 4 di notte il sistema winner takes all aveva fatto capire che il tycoon sarebbe stato il nuovo presidente, ben prima dell’annuncio ufficiale delle otto del mattino: con il maggioritario secco in vigore in tutti gli Stati (esclusi Nebraska e Maine) anche un solo voto di vantaggio in uno Stato, infatti, comporta l’assegnazione al candidato vincitore di tutti i grandi elettori di quello Stato.

Anche il sistema proporzionale tedesco consente tempi rapidi: in Germania il 24 settembre 2017 si è votato fino alle 18; nella notte i risultati erano già quelli definitivi (il negoziato per la Grosse Koalition, però, si è chiuso 4 mesi dopo).

In Francia, il primo turno delle presidenziali dello scorso aprile ha restituito i dati definitivi qualche ora dopo la chiusura dei seggi delle ore 19. Sistema diverso nel Regno Unito – dove vige il maggioritario a turno unico – ma scrutinio rapido per le elezioni del 2017: chiusura dei seggi alle 23 italiane e risultati definitivi circa sette ore più tardi. Da record lo spoglio in Spagna, dove il 26 giugno 2016 si è votato fino alle ore 20 e già alle 2 di notte erano disponibili le percentuali definitive sul sito del ministero. A tanta rapidità, però, non è corrisposta altrettanta facilità nel dare un governo al Paese: Mariano Rajoy, con fatica, è tornato premier solo alla fine di ottobre.

Va peggio se ci si sposta a est. In Russia, da quando c’è Vladimir Putin, il conteggio è scontato negli esiti, ma ancora lungo negli aspetti burocratici. Se già la sera stesse delle ultime elezioni, nel settembre 2016, l’attuale Presidente poteva già esultare per la vittoria, per i risultati definitivi si è dovuto attendere cinque giorni.

Attesa ancora più lunga di quella in Albania: lo scorso giugno si è votato fino alle ore 19 di domenica 25, ma il conteggio è stato ultimato soltanto il martedì sera, 48 ore dopo. E se in Asia l’eccellenza giapponese funziona anche alle urne, che a ottobre hanno restituito risultati definitivi nella notte del voto, restano difficoltà nei Paesi in cui il processo democratico è ancora in fase di costruzione. In Afghanistan, per esempio, il ballottaggio per le elezioni presidenziali si è tenuto il 14 giugno 2014. Tre settimane più tardi sono arrivati i risultati, contestati dallo sconfitto Abdullah Abdullah. Il periodo di Ramadan ha tardato il riconteggio, ripreso soltanto ad agosto. Il 21 settembre i dati definitivi della Commissione elettorale indipendente: gli 8 milioni di afghani hanno scelto Ashraf Ghani Ahmadzai come presidente, proclamato più di tre mesi dopo il giorno del ballottaggio.

Al Mise porte girevoli: l’ultima poltrona d’oro è targata Pd

La fondazione Ugo Bordoni, in passato prestigioso tempio del sapere nel settore telefonico e televisivo, vigilata (e finanziata) dal ministero dello Sviluppo economico, ha assunto come dirigente a tempo indeterminato Alessio Beltrame, di fatto un suo vigilante perché proviene dal ministero per lo Sviluppo economico. Per l’esattezza, il pratese Beltrame fino all’altro ieri era il capo della segreteria politica di Antonello Giacomelli, anch’egli toscano di Prato, sottosegretario Pd al Mise con delega alle Comunicazioni e dunque con un’influenza diretta sulla cosiddetta “istituzione di alta cultura” intitolata al fisico Ugo Bordoni, per vent’anni fino alla morte nel ‘52 presidente di Stet, l’antesignana di Telecom.

Questa vicenda è una perfetta epitome dei conflitti d’interesse italiani e del tradizionale sforzo dei politici, alla vigilia delle urne, di assicurare un lavoro ai principali collaboratori.

Il Mise nomina pure i due consiglieri del Cda della fondazione Bordoni (in sigla Fub), mentre il presidente è indicato dal premier. Paolo Gentiloni, l’estate scorsa, ha spedito il professor Antonio Sassano, rinomato esperto di frequenze, a bonificare la Fub afflitta da sperperi e inefficienze. Sassano era cosciente del potenziale conflitto di interesse di Beltrame e allora, fin dall’autunno, ha chiesto un parere all’Autorità nazionale anticorruzione di Raffaele Cantone.

I tecnici dell’Anac hanno studiato per oltre due mesi il caso di Beltrame – ex impiegato di Infogroup di Intesa Sanpaolo e assessore provinciale di centrosinistra a Prato – e sono giunti a una sofferta conclusione: la Fub può affidare una direzione generale all’ex capo della segreteria dell’onorevole Giacomelli, ma soltanto perché la legge numero 39 del 2013 che disciplina le incompatibilità per gli incarichi pubblici è difettosa. Tant’è che l’Autorità, ormai tre anni fa, ha inviato al Parlamento e al governo Renzi una segnalazione per suggerire una modifica del testo che includa anche i divieti per i responsabili degli uffici di “diretta collaborazione dei politici” come Beltrame. L’indifferenza del governo Renzi e dell’intero Parlamento consente al braccio operativo di Giacomelli al Mise di ottenere in piena legittimità l’agognato posto alla fondazione Bordoni.

Oltre a Beltrame incardinato alla direzione organizzazione e pianificazione, Sassano ha ingaggiato Fabrizio Dalle Nogare, professore universitario che ha conosciuto all’Organo di vigilanza per la parità di accesso alla rete di Telecom. A Dalle Nogare ha affidato la struttura affari generali.

Sassano dichiara di investire per salvare la Fub dal tracollo: “Ho tagliato gli sprechi per prendere la coppia di dirigenti e i loro compensi sono legati al risanamento dei conti”. Non è semplice. Perché la fondazione non produce pentole e non può aumentare i volumi di vendita, ma sopravvive con precise commesse pubbliche: rapporti di consulenza fissa con il Mise o mirata con altri enti o con i privati su spinta dei ministeri. Anni fa l’argomento più complesso e remunerativo era il digitale terrestre, adesso è l’evoluzione di Internet e il passaggio completo alla tecnologia veloce 5G. Sassano si professa ottimista, ma il bilancio è apocalittico. La fondazione ha chiuso l’esercizio 2016 con una perdita di 1,68 milioni di euro: in realtà, il buco è stato di 3 milioni, in parte occultato attingendo dalle riserve patrimoniali vincolate 1,38 milioni.

I ricavi superano di poco i 10 milioni di euro e la voce personale impegna quasi 9 milioni con 139 dipendenti di cui 127 a tempo indeterminato, come gli ultimi arrivati Dalle Nogare e Beltrame.

Oggi si vota, i risultati arrivano solo martedì

Èil giorno del voto ma – complici i meccanismi e i difetti del Rosatellum – i risultati definitivi e ufficiali, cioè la ripartizione e l’assegnazione dei seggi, si sapranno molto probabilmente martedì. Oggi, però, di sicuro si aprono le urne. Al termine di quella che è stata definita unanimemente come una delle più spente campagne che si ricordino, la parola passa agli elettori. I seggi sono aperti solo oggi, dalle 7 di mattina alle 23. Si vota per il rinnovo di Camera e Senato ma anche in Lombardia e Lazio per l’elezione dei rispettivi consigli regionali.

In Lombardia la sfida dovrebbe essere tra il leghista Attilio Fontana e il renziano Giorgio Gori (più lontano, negli ultimi sondaggi prima del silenzio elettorale, il 5 Stelle Dario Violi). Nel Lazio è invece sfida a tre, tra la grillina Roberta Lombardi, il candidato di centrodestra Stefano Parisi e il governatore uscente del Pd Nicola Zingaretti.

Sono chiamati alle urne circa 46 milioni di italiani. Si dovranno confrontare per la prima volta – e forse già l’ultima – con il famigerato Rosatellum, il nuovo sistema elettorale misto. Un terzo dei parlamentari (232 deputati e 116 senatori) sarà eletto con il criterio maggioritario in altrettanti collegi uninominali (molto semplice: vince chi ottiene anche un solo voto in più degli altri). Gli altri due terzi (386 deputati e 193 senatori) saranno eletti con criterio proporzionale in listini bloccati (da 2 a 4 candidati): le liste si dividono i seggi in proporzione ai voti ottenuti. La soglia di sbarramento è fissata al 3%. Nelle coalizioni, le liste che non raggiungono questa soglia ma superano l’1% “devolvono” i propri voti agli altri partiti coalizzati.

Le caratteristiche diaboliche della legge elettorale renderanno molto complesso determinare i deputati e i senatori eletti nel riparto proporzionale.

I candidati nei collegi infatti possono essere collegati a una sola lista (e in quel caso il loro voto si trasmette automaticamente a essa anche nel proporzionale) oppure a una coalizione (e in quel caso i voti che non vengono attribuiti esplicitamente a una delle liste coalizzate, vengono ripartiti proporzionalmente tra di esse). L’attribuzione di due terzi dei seggi diventa un autentico rompicapo. Prima la Commissione elettorale deve calcolare il risultato nazionale nel proporzionale delle singole liste: ovvero a quanti senatori e deputati “proporzionali” avrà diritto ogni partito. Per ogni partito gli eletti scattano nei collegi in cui il risultato della lista è migliore, ma poi il sistema viene complicato terribilmente dai “resti” (i voti che non servono a eleggere nessuno) e dagli “aggiustamenti nazionali” che garantiscono a ciascuna lista la sua quota proporzionale di eletti. Insomma, il cervellotico meccanismo del Rosatellum impedirà agli elettori di conoscere in tempi rapidi l’esatta composizione del Parlamento. E anche diversi dei candidati nei listini dovranno attendere oltre 24 ore per conoscere il proprio destino.

Le operazioni di spoglio infatti si articolano in tre fasi. La prima: il conteggio dei voti dell’uninominale e del proporzionale. La seconda: le corti d’appello procedono al riparto dei voti tra le liste nel proporzionale in ogni collegio. La terza fase coinvolge l’ufficio circoscrizionale della Cassazione: è qui che viene stabilito in quale collegio sono eletti i candidati piazzati in più collegi. È insomma questo l’ufficio che dovrà comporre il mosaico per cui chi è pluricandidato viene eletto in un collegio piuttosto che in un altro, liberando a sua volta il posto a chi viene in lista dopo di lui.

Se il lettore è arrivato fino a questo punto e si sente afflitto da un inconsolabile sconforto, non lo si può biasimare. Riassumiamo: prima di martedì difficilmente si avranno i risultati definitivi di queste elezioni. E anche allora, con ogni probabilità, sarà molto difficile immaginare una maggioranza coerente.

Il Fattore L

Stasera, mentre tutti commenteranno i risultati delle elezioni, sarebbe interessante immaginare il “voto netto” di ciascun partito, detraendo dal lordo la tara del Fattore L (come lingua). Cioè l’effetto dopante delle tv (la Rai di Renzi e la Mediaset di B.) e dei giornaloni renzusconiani. Negli ultimi giorni questo conflitto d’interessi, impensabile pure nello Zimbabwe, è esploso in una doppia apoteosi.

1) Mercoledì B. si faceva intervistare (si fa per dire) da tutti i settimanali della Mondadori (da lui scippata a De Benedetti nel 1991 con la celebre sentenza comprata da Previti), Panorama, Chi e Grazia, che sparavano in copertina tre suoi bucolici manifesti elettorali. Cosa che non potrebbe mai accadere ai suoi alleati Salvini e Meloni né al suo avversario Di Maio, che non posseggono giornali né hanno mai pensato di rubarne qualcuno.

2) Venerdì il Tg1 chiudeva la campagna elettorale dei suoi mandanti Pd con un’intervista (si fa sempre per dire) a Paolo Gentiloni. Col consueto piglio aggressivo del Servizio Pubblico, il feroce Roberto Chinzari aggrediva il premier uscente con una gragnuola di domande scomode. Già la prima era da kappaò: “Presidente, domenica si vota. Qual è la posta in gioco?”. Il povero Paolo, pur barcollando, teneva botta. Ma ecco Chinzari incalzarlo con un altro uppercut da brivido: “I dati economici confermano la ripresa e il calo del debito, ma la percezione dell’opinione pubblica è diversa. Perché?”. Costretto alle corde dal proditorio attacco, Gentiloni cedeva un po’ sulle gambe, ma poi ritrovava miracolosamente l’equilibrio. Implacabile, però, l’intervistatore lo lavorava ai fianchi da par suo: “Il nostro resta un Paese con un solco profondo tra Nord e Sud, è stato fatto abbastanza per colmarlo?”. Lì il premier finiva per la prima volta al tappeto e stava per confessare di non aver fatto per il Sud una beneamata cippa, poi però un agile colpo di reni lo rimetteva in piedi. Ma l’impietoso intervistatore lo finiva con un gancio destro alla Clay: “Lei ha avuto l’endorsement dell’Economist che sottolinea le riforme dei governi a guida Pd. Quali sono le prossime riforme che servono?”. Colpito e affondato dall’inatteso interrogativo, il capo del governo balbettava qualcosa in stato confusionale, poi riprecipitava al tappeto per non alzarsene mai più. E lì, con la coda dell’occhio, notava il suo aggressore intento a massaggiarsi le sbucciature alle ginocchia. Seguivano, sempre sul Pd1, i consueti servizietti sulla Bonino tra folle oceaniche, su Renzi a Firenzi, sulle liste clandestine Insieme e Lorenzin.

Poi sul centrodestra con la “novità Tajani” (che è lì dal ’94). E alla fine, non potendo proprio farne a meno, sui 5Stelle. È la par condicio del Pd1: i primi saranno gli ultimi. Che fa scuola anche nei giornaloni, inclusi quelli che un tempo si sdegnavano per gli scendiletto ai piedi di B. Sentite Repubblica come scortica vivo il povero Franceschini: “Pensa che il Pd sia ancora in gioco, insomma?”, “Crede davvero che si lavori a un accordo tra Salvini, Di Maio e Meloni?”, “Prevede il caos istituzionale dopo il voto? C’è il rischio di uno stallo?”, “Dica”, “Intanto lei chiude la campagna a Pompei”. E ho detto tutto. Stesso trattamento per quel bocciuolo di rosa di Galliani, quello di Calciopoli e dei fondi neri (prescritti) per Lentini, ma è tutto dimenticato. Non su il Giornale, su Repubblica: “Nell’ufficio di Fininvest Adriano Galliani inforca gli occhiali come quando leggeva il bilancio (solitamente falso, ndr) del Milan agli azionisti. Ma ha in mano il programma elettorale e la nostalgia resta nella foto. Lui è il ragazzo con i capelli corti”. Apperò. Poi la tipica raffica da giornalismo anglosassone: “Lei è spesso a San Siro”, “Berlusconi le ha chiesto la pace con Barbara?”, “Più facile il Milan in Champions o il governissimo con Renzi?”, “Ultimo messaggio?”. Si faccia una domanda e si dia una risposta. Con la stessa ruvidezza, Repubblica parla di Tajani: “Una domenica a Fiuggi. Per esprimere un voto. E chissà, per tornare a Roma da premier in pectore

… Ciociaro da capo a piedi, sarà a Fiuggi con la moglie Brunella”. E sono belle cose. “Lo spoglio lo seguirà forse a Roma nella sua casa, ironia della sorte, in via Salvini”. Ah ah, battutona. Indovinate dove tiene i piedi Tajani? “Per terra”. E la testa? “A Bruxelles”. Non sia mai che uno lo cerchi e non lo trovi. “In tanti lo chiamano per sapere che governo immagini, ma Tajani con calma risponde: non me ne sono ancora occupato”. Però “approderebbe col sorriso a Palazzo Chigi” e tutti vivremmo felici e contenti: “Eviterebbe preoccupanti salti nel buio”. Sono soddisfazioni.

La guerra delle lingue la vince ai punti Il Messaggero, che strapazza sia B. sia Tajani in un colpo solo. Corpo a corpo col Caimano: “Si aspettava la rimonta di Parisi nel Lazio?”, “È vero che, se strappate al M5S un piccolo gruzzolo di collegi al Sud, per il centrodestra è vittoria sicura?”, “Non crede che, in nome del bene comune e del realismo patriottico, possiate partecipare a un Governo di unità nazionale?”. Poi la lingua di velluto si posa sul bell’Antonio: “I primi applausi da candidato premier. Da una platea, quella dell’hotel Parco dei Principi, molto tajanea. E lui, Antonio Tajani, per la prima volta, pur parlando sempre di Europa, parla anche di Italia”. Perbacco. “Il format tajaneo da candidato premier si basa su una serie di caratteristiche. Il pragmatismo è una di queste… e l’inclusività è il suo tratto, del resto”. Mecojoni. “Un po’ è un player che si è saputo subito calare nella gara e un po’ Tajani mantiene un profilo da riserva della Repubblica. L’accordo con B. – senza nessuna smania di succedere a B., sennò Tajani non sarebbe Tajani – questo è”. Torna a risplendere il sole sui colli fatali di Roma. Eja eja alalà.

“Lucio mi fece ridere a 19 anni e da allora non ha più smesso”

Gesù era allergico alla famiglia tradizionale: “Il senso sta nel trovare la famiglia fuori”. E questo, di Gesù, lo diceva Lucio Dalla, uno che la “famiglia fuori” l’ha trovata (anche) in Rosalino Cellamare, alias Ron, nome d’arte cucitogli addosso proprio dal cantautore bolognese morto 6 anni fa.

All’amico e mentore, che il 4 marzo avrebbe compiuto 75 anni, Ron dedica ora un commosso omaggio: Lucio! (Sony Music), una raccolta di 12 brani di Dalla, riarrangiati e reinterpretati. Fu proprio Lucio a scoprire il sedicenne Rosalino durante un provino alla Rca. “Ci andai con mio padre”, ha raccontato ieri in conferenza stampa Ron. “Lucio arrivò con 4 o 5 ore di ritardo, ingessato dalla testa ai piedi, su una carrozzina: aveva appena fatto un incidente con la Porsche. Non ricordo esattamente cosa mi disse, ma ricordo che mi fece ridere subito, e poi non ha più smesso. Prima di lui entrò in sala Renato Zero, con un vestito leopardato e un paio di baffi finti. Salutò mio padre e lui rimase pietrificato. E io: ‘Dai, papà, non saranno tutti uguali’”.

Apre l’album l’inedito Almeno Pensami, che a Sanremo ha vinto il Premio della Critica: “Del brano esisteva una demo di Lucio, ma per sentirlo mio l’ho dovuto rivisitare. È stato il mio primo Sanremo tranquillo, senza la paura che ‘oddio, mi cacciano fuori anche stavolta!’. Baglioni sa cosa significhi, è uno di noi: perciò ha eliminato questa regola da corsa dei cavalli”. Sanremo, nel 2012, fu anche una delle ultime esibizioni di Dalla, ma “era abbattuto, si sentiva fuori posto. Io cercavo di tranquillizzarlo al telefono”.

Dedicato a un altro amico recentemente scomparso, Michele Mondella, Lucio! è registrato in presa diretta con Elio Rivagli (batteria), Roberto Gallinelli (basso) e Giuseppe Barbera (pianoforte): qui Ron (voce e chitarra acustica) fa rivivere alcuni dei più grandi successi di Dalla – tre dei quali scritti insieme –, da 4/3/1943 a Tu non mi basti mai, da Futura a Cara, più due duetti, Piazza Grande e Chissà se lo sai, e una versione “molto libera” di Come è profondo il mare con la voce originale di Lucio. “Il primo arrangiamento era mio; qui però ho scelto di essere meno delicato, più sporco, per valorizzare la voce. Ne è uscita una canzone ruvida, che sa di cantina, con chitarre elettriche scordate, ma decisamente più forte… In generale, mi sono divertito con le contaminazioni: in Attenti al lupo c’è un tocco mozartiano, in Canzone un’eco napoletana, ricreata con i mandolinari”.

“Ai brani mi sono avvicinato con passione, ma in punta di piedi: è facile strabordare quando si incontra un grande, si fa presto a esagerare! Ma io ho cercato di essere più semplice possibile, il più trasparente possibile. D’altronde anche Lucio, pur essendo un musicista geniale, suonava il pianoforte come poteva suonarlo un bambino, in modo semplice e trasparente, ma in quel poco c’era una magia unica”.

Mercoledì Ron partirà per un “instore tour” a Milano, Bologna (9 marzo), Roma (10) e Napoli (12), per incontrare il pubblico e presentare l’album: “Se non ci fosse stato Lucio io non sarei qua… Di lui mi sono sempre fidato: non teneva nulla per sé, amava che gli altri ce la facessero. Era un atto di amore forte il suo: non solo nei miei confronti, ma di tanti altri musicisti che lui ha scoperto e cresciuto. Siamo tutti figli di Lucio”.

Le date e le piazze dei concerti sono ancora da definire, a parte le due anteprime di maggio a Milano (7) e Roma (8): “Sarà uno spettacolo pensato, teatrale. I brani dell’album sono stati scelti d’istinto: qualcosa è rimasto fuori, Le rondini, ad esempio, ma recupereremo dal vivo. Lucio ha una storia musicale lunghissima: questa è solo una parte del progetto. C’è ancora tanto da tirare fuori: Lucio era distratto, lasciava foglietti ovunque, tra i libri, in mezzo alla polvere…”.

Giordana e la rivoluzione delle donne: “Fate i nomi”

“Non si può pretendere di cambiare il mondo con le buone maniere. I rivoluzionari sono sempre po’ maleducati, no?”. Così Marco Tullio Giordana a celebrare “chi ha avuto e sta avendo – con ogni mezzo a disposizione – il coraggio di denunciare molestie sessuali, subdole ingiustizie, abusi di potere. E di fare i nomi dei responsabili di tali soprusi”. Coinvolto nella regia del film Nome di donna, in uscita l’8 marzo, il cineasta milanese va ben oltre il ruolo di regista, decidendo di scendere in campo in prima persona a favore di chi ha scelto di “resistere”.

Proprio come la sua eroina Nina, una semplice ragazza della campagna pavese aspirante restauratrice, che viene molestata dal direttore della lussuosa struttura per anziani dove è di recente assunzione. La giovane non ci sta e lo porta in tribunale, perché “ho il diritto di lavorare senza farmi mettere le mani addosso. Non hanno ragione loro, ho ragione io”, proclama a gran voce in una scena forte del film. Scritto con Cristiana Mainardi, che firma anche il soggetto, e interpretato da Cristiana Capotondi – l’attrice che aveva difeso il regista amico Fausto Brizzi dall’accusa di molestie – nel ruolo della pasionaria protagonista, Nome di donna offre l’identikit del padrone monstre che esercita il suo potere sui sottoposti, fragili e facilmente ricattabili. Ma l’esemplificazione della natura sessuale del ricatto è comunque al centro della vicenda, e benché ideato, scritto e girato prima dello scandalo Weinstein e co., il film sembra la fotocopia in cinema di una cronaca ormai, purtroppo, quotidiana.

“Ci vuole grande rivoluzione e uso il termine con cognizione di causa. Perché se la vergogna non porta i colpevoli a capire i loro atti criminali ci vuole una legge – giusta – che restituisca giustizia a chi li subisce. È un nervo scoperto, i media ne devono parlare perché i lettori vogliono capire, serve arrivare a un cambiamento radicale”. Ne è convinto Giordana, per questo plaude Asia Argento, “verso il cui coraggio bisogna essere riconoscenti. È stata lasciata da sola, priva della solidarietà che meritava. Io rispetto Asia sia come artista che come donna di coraggio, messa in discussione da una prudenza filistea incurante di approfondire i fatti che lei cercava di denunciare. Contro di lei comportamenti meschini e ipocriti persino dalle donne che le sono state ostili. L’ho invitata alla prima del film, vorrei davvero che partecipasse”, continua il regista di opere di acclamato valore civile come I cento passi e Romanzo di una strage.

Nina, ragazza madre, bisognosa di lavoro ma dotata di dignità, ha dunque la forza di ribellarsi al brutale e “pretestuoso dottor” Marco Maria Torri, il viscido direttore dell’ospizio deluxe di gestione ecclesiastica la cui governance è infatti condivisa col prelato don Roberto Ferrari, una sorta di Richelieu. Inciuci coi partiti, marchette a destra e manca, frodi infinite. Nel film nessuno meglio di Valerio Binasco e Bebo Storti potevano restituire la tragica eppur beffarda malvagità di questi individui, il cui modus agendi riconduce a personalità note della società e politica italiana.

Piccoli B. crescono? Ma Giordana a questo giro non si scompone. “Avevamo in mente un’infinità di personaggi pubblici che vediamo ammorbarci quotidianamente, ma evito nomi non per timore, bensì perché non erano loro il nostro bersaglio; a interessarci era infatti la deriva del loro modello, il piccolo carrierista dirigente, meschino in ogni senso, il grado zero della dignità e della vergogna”. Ma Nome di donna è anche un film sulla complicità colpevole, sull’omertà “quel termine che esiste solo nella lingua italiana”, denuncia il cineasta. In tal senso Nina diventa la portavoce che rompe il ghiaccio di un’incrostazione di stampo mafioso provinciale – nel caso del film – e nazionale nel caso reale. “Tu puoi fare qualcosa, bisogna iniziare e poi le altre ti seguono” le suggerisce Giovanna, l’attivista della Cgil a cui Nina si rivolge in prima istanza. E questo perché “bisogna intervenire da dove tutto comincia, dalla nostra soglia di tolleranza. Infatti, prima di combattere contro la mentalità degli uomini bisognerebbe lavorare su quella di noi donne”.

Ora è tra gli imperatori e la penna di Hugo Pratt

Non è morto Gillo Dorfles spirato ieri, impaziente di arrivare al giorno 12 aprile per i suoi 108 anni. Ad attenderlo – lui che nasce alla vita a Trieste nel 1910 – ci sono imperatori, re e i tanti protagonisti di un mondo intinto nella china di un Hugo Pratt più che nell’apnea della giornata di tutti.

Tutti noi, appunto, al più buoni per campare quel che basta per non saperne di arte, di antroposofia, di psichiatria perfino, e di viaggi, per quanto ne sapeva lui: il decano dei critici che nasce artista e pittore, innestato nel ghirigoro barocco, seguendo l’istinto già nel vagito.

Ovviamente non è morto ieri perché il suo profilo e l’immacolato concerto di bianco dell’abito, o giallo al limite, lo fanno speciale di materia tutta immateriale e nomade nel tempo, in ogni tempo.

Vegliardo più che vecchio, beato nella sordità, è sveglio e veggente nel suo essere Vitriol. È una locuzione che ci porta al 13 gennaio scorso – Vitriol, disegni – una mostra della Triennale di Milano e Vitriol significa Visita Interiore Terrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem.

La visita è viaggio, manco a dirlo, e Dorfles – gettato nel mondo – unico e solo nella comunità dei critici d’arte, replica ciò che nel finire dell’artificioso Settecento e nel secolo a seguire i Goethe e i sovrani in incognito faranno: il Grand Tour.

Tutto un viaggio nel globo, quello di Dorfles, da cui attinge segni e tonalità con cui sveglia il kitsch dal cattivo gusto e codifica, infine, l’abito “nel tempo”. È il neo-barocco, il nostro tempo. C’è solo una porcata nella squillante esistenza di Dofles: firmò il manifesto contro il commissario Calabresi.