Le nostre giornate a casa di Eco a discutere dei temi più attuali

Gillo Dorfles c’è sempre stato, nelle università, nelle gallerie, nei caffè letterari (una volta c’erano), nelle case in cui si discuteva d’arte contemporanea (c’erano. E poiché Gillo era sempre contemporaneo, e spesso un po’ più avanti, di ciò che accadeva nella cultura e nell’arte, nell’insegnamento e nella critica, avevi la strana impressione di contemporaneità permanente fra lui, il momento storico e gli eventi. È raro e quasi mai accaduto restare annunciatori del nuovo mentre si diventa vecchi, sempre più vecchi. E sempre più protagonisti del nuovo. Due cose ti vengono in mente subito, mentre apprendi la notizia della scomparsa di Gillo Dorfles: la vastità del suo attivismo intellettuale e la vastità della sua vita. Si tratta di due meraviglie, come si dice, dei fatti della natura. Non è il tentativo di un complimento, è una constatazione. Certo molto dipende dallo strano tipo di emozione che colpisce quelli di noi che non ricordano tempi senza Gillo Dorfles. Molto dipende dalla qualità, viva, scattante, persino iperattiva del suo pensare, scrivere, sperimentare, partecipare. E molto dal livello. Durare molto e durare alto in uno spazio intellettuale critico e inventivo quasi senza confini, è qualcosa che ti meravigliava allora e ti meraviglia adesso.

“Allora” (Gillo, uomo ben portante di mezza età, docente attivo, presenza simpatica nei gruppi, persona cercata dai nuovi giovani) Gillo potevi trovarlo al “Giamaica”, uno sboccato caffè-birreria di Milano (con Umberto Eco), al caffè “Verri” (un locale sottovoce dove Luciano Erba si incontrava con Balestrini, dove è nata la rivista di Anceschi, con la partecipazione di Eco e di molti di noi che sarebbero diventati Gruppo 63), nelle due case di Eco a Milano. E Gillo Dorfles c’era spesso, seduto sul bracciolo di un divano a discutere con Umberto di un evento, una forma, un oggetto, un concetto. Io venivo dalla fabbrica di Ivrea ed ero condizionato dalle forme del bello imparate accanto a Olivetti. Dorfles era il teorico, il punto di riferimento critico di tutto il nuovo (moltissimo) che Milano produceva per il mondo, da Munari a Vignelli (che trionfava a New York, inseguito dalla conversazione mai finita con Dorfles) da Gae Aulenti a Gregotti. Gillo aveva passato i cento anni e arrivava da solo da Trieste a Milano, a casa di Eco, riusciva a non fare il vecchio, spostando subito la conversazione su un fatto nuovo o su una polemica di quei giorni. E tutti, senza mai confidarcelo, aspettavamo il momento in cui si alzava, mani sulle ginocchia, senza esitazione e senza aiuto, diceva “forse è un po’ tardi” e se ne andava da solo verso la porta, voltandosi per precisare la risposta a un’ultima argomentazione. Mancava totalmente in lui sia la meraviglia per essere, come dire, “un po’ avanti negli anni” e un po’ più agile dei suoi “vecchi amici” ottuagenari, sia l’orgoglio o il compiacimento di dire “ma lo sai quanti anni ho?”. È una frase mai sentita da Dorfles. Lo legava a Eco, oltre alla rara estensione del campo di interessi, interventi, presenza e scrittura, prima di tutto la vocazione all’estetica, che era sempre rimasto il centro, attraverso una sequenza di vita e di avventure intellettuali diverse. Tutti e due disegnavano bene e scarabocchiavano fogli. Un carico sempre nuovo di umorismo ha spinto Eco a riempire interi quaderni di vignette che gli avrebbero dato da vivere nei migliori giornali. Dorfles è diventato pittore, e il dipingere è stato importante a un certo punto della sua vita, anche perché in questo modo continuava il suo lungo dialogo con il mutare delle forme. Era una intelligenza limpida, un maestro ma anche, fatto raro, un creatore, nella sua opera critica. Per forza ci mancherà. Prima d’ora non c’è mai stato un tempo senza Gillo Dorfles.

“Solitario senza essere solo. Ha portato le scienze nell’arte”

“Avolte scherzavamo sulla sua età: ‘Non esiste l’immortalità dell’arte, Gillo – gli dicevo –. Esiste l’immortalità della critica’. Lui sorrideva, viveva con molto pudore questa sua straordinaria longevità, 107 anni, un’età da record. Mai un’ombra di atteggiamento muscolare, sempre un grande rispetto. Mi colpisce molto la sua morte”. Così Achille Bonito Oliva, “collega” e amico, poco dopo aver appreso la notizia della morte di Gillo Dorfles.

Bonito Oliva, che cosa abbiamo perso?

Un intellettuale di profonda umanità. E se permette, non è affatto poco. Gillo Dorfles ha avuto il merito di portare nell’ambito della critica d’arte altre scienze, come la psicanalisi, lo studio del colore e della percezione visiva. Il tutto con un’apertura intellettuale inedita per l’epoca. Ha attraversato tutti i movimenti senza mai identificarsi con nessuno di questi, incarnando alla perfezione il disincanto dell’intellettuale mitteleuropeo nato a Trieste e medico.

Dorfles è stato una specie di irregolare?

Non era un irregolare, era assolutamente individuale, solitario. Non che rifiutasse il dialogo, per carità, aveva però una profonda autonomia intellettuale e politica e soprattutto aveva molte altre passioni, la musica per esempio.

Meglio il Dorfles critico o il Dorfles artista?

Nel suo lavoro di artista Dorfles riversava il suo furore creativo, con l’emotività dipingeva, scolpiva e lavorava la ceramica. Il sentimento che da critico teneva sottotraccia, partecipando però sempre al dibattito del proprio tempo. Un cosiddetto artista pensante. Ho avuto l’onore di curare la mostra a lui dedicata al Macro di Roma su tutto il suo itinerario creativo. Una mostra da cui si desumeva tutto il suo felice strabismo nell’essere creativo e riflessivo allo stesso tempo, con il riserbo tipico di un uomo schivo felicemente sottoposto ai colpi dell’arte.

Nel 1948, Dorfles fu tra i fondatori del Movimento per l’arte concreta. Quale eredità ci ha lasciato il MAC?

Ha ribadito il valore dell’autonomia dell’arte in anni in cui si identificavano fatalmente arte e politica. L’arte concreta ribadisce il valore della creazione che afferma se stessa con l’opera senza essere ancella di nessun altro pensiero. Un pensiero che si è tradotto in opera, la teoria non è mai rimasta sulla carta.

Dorfles viene spesso anche definito come “lo sdoganatore del kitsch”…

Sapeva passare agevolmente dal momento sintetico artistico a quello concettuale. Grazie al suo disincanto mitteleuropeo si fece lettore di una realtà storica che non si poteva ignorare: il cattivo gusto apparteneva ormai alla società di massa e lui, senza disprezzo e paternalismo, ha saputo analizzarlo in maniera profonda, senza il terrore di chi teme da questo la caduta o la perdita dell’aura.

Gillo Dorfles, il centenario con la voglia di futuro

Lo straordinario e cosmopolita Gillo Dorfles – il Grande Testimone, il Maestro dell’Estetica, il Teorico dell’arte: fu tutto e di più – ci ha lasciato ieri mattina: i 108 anni lo aspettavano il 12 aprile. Era nato nel 1910. Il suo cuore ha smesso di battere, per usura del tempo. È morto come avrebbe voluto, nella sua abitazione milanese, bella, un piccolo museo di libri, quadri e oggetti che gli ricordavano luoghi e memorie della famiglia altoborghese, che aveva radici triestine, ma anche genovesi e lombarde. In una recente intervista al Corriere della Sera, ricordava ad Aldo Cazzullo d’aver giocato a bocce con Italo Svevo, di aver frequentato la libreria antiquaria di Umberto Saba. Suo padre, irredentista, era stato confinato a Vienna. La madre lo portò a Genova, non vide l’ingresso degli italiani a liberare la città. Tornò a Trieste e lì frequentò il liceo: fece amicizia con Linuccia, la figlia di Saba, che si fidanzò con Bobi Bazlen: sarebbe diventato il suo Virgilio letterario, gli fece scoprire Kafka, Proust, Joyce. E Freud. Però non fu per questo che si laureò in Medicina e Psichiatria: “Nonostante la passione per l’arte, mi sentivo obbligato a prendere una laurea seria…”. Iniziò a collaborare col Corriere, chiamato da Dino Buzzati. Frequentò il salotto di Olga Veneziani, proprietaria di una fabbrica di vernici sottomarine, dove conobbe il genero Ettore Schmitz (cioè Italo Svevo) e la giovane eccentrica pittrice Leonor Fini. La sua vita fu un continuo incontrare geni e grandi intellettuali. Quando sposò Lalla Gallignani – il cui tutore, dopo la morte del padre Giuseppe, un faentino legato a Verdi, fu Arturo Toscanini – il ricevimento di nozze venne fatto in via Durini, a casa del Maestro, e il viaggio di nozze all’Isolino, l’isola nel Lago Maggiore di sua proprietà.

È stato un cittadino della Mitteleuropa asburgica e dell’Italia che divenne fascista, che varò le leggi razziali, che si avviava al disastro della guerra e alla guerra civile. La modernità fu l’assillo di Dorfles. Spesso scherzava sul fatto che era coetaneo della Rivoluzione d’Ottobre, “ha aperto le porte a una nuova considerazione del rapporto tra uomo e nazione”, era amico di Lelio Basso, ma non “ho mai sognato che l’Europa divenisse comunista”. Quanto alla libertà d’espressione artistica, “oggi la relazione tra politica e arte è molto meno importante, l’arte ha raggiunto una propria autonomia, ed è un bene”. Il destino gli ha risparmiato il voto di domani, il cui esito probabilmente l’avrebbe addolorato: ha sempre disprezzato gli “ismi” e i suoi ignoranti condottieri, diceva che erano il male dei popoli. Figuriamoci uno come Salvini.

Odiava le frontiere, i muri. Amava vivere nel mondo: gli piacevano le grandi metropoli, “fucine del futuro”: visse a Roma, Parigi, New York, andava spesso a Tokyo, gli piaceva Chicago che preferiva all’insulsa Los Angeles. Lo videro a Mosca, a Istanbul, a Bilbao (museo Guggenheim), a Barcellona. Non perdeva i convegni se riguardavano i suoi infiniti interessi, un tempo voleva diventare anche pittore ma da critico severo si giudicò solo un velleitario dilettante. All’inizio degli anni Cinquanta, depose il pennello e si dedicò agli studi sull’estetica, la filosofia e la critica d’arte. Studiò “le oscillazioni del gusto”. Era pure un fior di polemista. L’analisi del costume contemporaneo, secondo Dorfles, poteva suscitare “irritazioni” (intitolò così un suo sapido saggio del 2010). Chi ha visto Dorfles negli ultimi giorni lo descrive ancora molto attivo, dedito ai suoi studi, ai suoi appunti, ai suoi progetti. Sì, progetti. Ne aveva, e appena poteva ne parlava in pubblico: l’ha fatto, l’ultima volta, all’inaugurazione di una mostra della Triennale, meno di due mesi fa. Certo, l’udito era un problema, ma gli riusciva lo stesso di continuare a essere un esploratore dell’arte e delle sue tendenze, dei suoi riti e quindi dei nuovi miti. Estetica e filosofia da Vico a Wittgenstein. Il made in Italy che ha in Milano la sua capitale, gli deve molto. La sua lunghissima vita ha accompagnato il divenire delle arti, del gusto, della moda. Fu lo sdoganatore del kitsch che pose dapprima in relazione alla cultura (1963) e poi, non a caso in pieno Sessantotto, con il saggio che fu una sorta di manifesto, Kitsch: antologia del cattivo gusto (Gabriele Mazzotta editore, 1968). Dieci anni dopo, con ironia, scrisse Le buone maniere (Mondadori). Il 5 aprile uscirà il suo ultimo libro: La mia America (Skyra), dove racconta gli incontri con i più noti studiosi di problemi estetici e critici d’arte. Una sorta di baedeker sulla società, la pittura, l’architettura, il design e l’estetica d’Oltreoceano. Ci mancherà, accidenti, l’avremmo voluto immortale.

Pressioni sull’Ad di Ama, M5s: “Bene denunciare Aracri”

“Per Forza Italia, Ama, la municipalizzata di gestione rifiuti di Roma è ‘cosa loro’. Quanto raccontato dal Fatto Quotidiano è di una gravità inaudita. Bene ha fatto Bagnacani a denunciare il senatore Aracri”. I capigruppo del M5S di Camera e Senato, Matteo Mantero e Vilma Moronese, applaudono Lorenzo Bagnacani, l’ad della municipalizzata romana, voluto da Virginia Raggi. Il riferimento è alla telefonata, rivelata dal Fatto, che Bagnacani riceve dal senatore forzista Francesco Aracri, accusato in un’altra vicenda da un ex dirigente dell’azienda Astral di aver intascato una mazzetta anni fa. Aracri, l’8 febbraio, contatta l’Ad di Ama per parlare del procedimento disciplinare di Fabio Fiesole, “rappresentante di FI in azienda”, che diffondeva notizie false sulla società. “La mia telefonata – dice Aracri – non deve aizzare chissà che”, ma se il procedimento disciplinare non si fermasse “si andrebbe su un percorso che, non per mia scelta, assumerebbe tonalità e caratteristiche diverse”. L’ad ha sporto denuncia per minacce.

“Danni neurologici al feto con la dieta vegana”

D al 2015 al 2016 i casi di deficit di vitamina B12 in gravidanza – una malattia rara che può comportare danni neurologici anche molto gravi per il bambino – sono triplicati, passando da 42 casi a 126. E una delle cause è la scelta delle mamme di continuare a seguire, anche in gravidanza, una dieta vegetariana o vegana, senza mettere in conto i possibili pericoli. “Numeri bassi, in valore assoluto, ma la cui crescita desta molta preoccupazione”, lanciano l’allarme i dottori Carlo Dionisi Vici dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma e Giancarlo La Marca del Meyer di Firenze, che hanno studiato il fenomeno attraverso lo screening neonatale, procedura per la prevenzione della malattie metaboliche ereditarie, diventata obbligatorio in Italia dal 2016.

“La vitamina B12, o cobalamina, è contenuta principalmente negli alimenti di origine animale. Ha un importante ruolo nello sviluppo del sistema nervoso centrale e il suo fabbisogno aumenta in gravidanza. Ma se la madre non ne assume abbastanza, o peggio non ne assume affatto, può creare al neonato dei danni neurologici già in utero, che proseguono e peggiorano nei mesi successivi con l’allattamento”, spiega Dionisi Vici. Che aggiunge: “Il deficit materno di vitamina B12 oggi colpisce circa un neonato su 4.000, quindi più di 100 casi l’anno in Italia e che, più spesso, si riscontra nei figli degli immigrati da Paesi come Pakistan, Bangladesh o India, che per tradizione hanno una dieta prevalentemente vegetariana”.

Che si tratti di moda o meno (secondo l’Eurispes, gli italiani vegetariani sono il 4,6%, mentre i vegani si fermano allo 0,9% della popolazione), per il dottor La Marca “i mezzi di comunicazione e quelli istituzionali dovrebbero segnalare subito e con forza la pericolosità di queste diete”, seguite senza un’adeguata informazione dalle madri durante la gravidanza e l’allattamento, perché i loro figli sono gravemente a rischio di malattia”.

Basta, insomma, poco per prevenire danni neurologici al feto: una corretta alimentazione. “La scelta migliore è quella che prevede il consumo prevalente di alimenti vegetali, ma anche l’uso, seppur limitato, di prodotti animali. Latte, uova e alimenti ricchi di vitamina B12, ferro e omega 3, devono trovare posto in tavola”, sottolinea la dottoressa Margherita Caroli, tra i massimi esperti di nutrizione pediatrica in Europa e coordinatrice di un documento – il Position Paper – sulle diete vegetariane in gravidanza.

Un allarme che, tuttavia, non convince del tutto Luciana Baroni, presidente della Società scientifica di nutrizione vegetariana (Ssnv): “Continuare a indicare i vegani come unici possibili soggetti a rischio di carenza di B12 è sbagliato”. Secondo il medico anche “gli onnivori che consumano proteine animali, non sono immuni dalla rara malattia. È arcinoto a tutti che se si segue una dieta vegetariana o vegana, in gravidanza o meno, bisogna sempre integrare la vitamina B12”.

Human Technopole nel caos: il direttore preso a sua insaputa

Neanche il tempo di partire e già per Human Technopole (Ht) iniziano i problemi. Il centro di ricerca su genoma e big data voluto dal governo Renzi, per l’area Expo di Milano, ha individuato quello che sarà il direttore generale e assunto i primi 8 ricercatori. Ma c’è poco di chiaro in queste nomine: il direttore, per dire, non ha mai ricevuto l’offerta per la posizione. E per i ricercatori, a fronte di 117 domande, 7 su 8 dei neo assunti provengono da un unico istituto: il Politecnico di Milano.

Il 17 febbraio, Ht rende noto che è stato individuato il direttore. Al momento la funzione è svolta da Roberto Cingolani, da 12 anni direttore dell’Istituto italiano di tecnologia di Genova, incaricato dal governo di progettare e seguire la fase di avviamento. “Il candidato preferito (su 5, ndr)… è risultato il professor Iain Mattaj, attuale dg dello European Molecular Biology Laboratory (Embl) di Heidelberg in Germania”, recita una nota. I giornali rilanciano: “È Mattaj il nuovo direttore del Technopole”. Ma in una email al Fatto, Mattaj spiega: “Non ho ricevuto alcuna offerta ufficiale e non ho discusso il progetto a sufficienza per dire se accetterò o meno, la situazione è molto meno avanzata di quanto è stato riportato”. L’ufficio stampa di Ht replica che “Mattaj è stato avvisato contestualmente alla pubblicazione del comunicato”. Lo scienziato non conferma. Tant’è che il 18 febbraio ha inviato una email ai centri Embl europei sotto la sua direzione: “Trovo Ht promettente e interessante, e sono dunque interessato alla posizione. Ma non ho ricevuto alcuna offerta formale (…) so troppo poco su molti aspetti del progetto per essere pronto ad accettare un’eventuale nomina”. Il Fatto ha chiesto inutilmente un chiarimento a Stefano Paleari, presidente del comitato di coordinamento di Ht – nominato dal governo a novembre 2016 – che ha diretto la selezione.

Poi c’è la questione dei primi assunti. Ht spiega che l’8 gennaio 2018 sono stati assunti i primi otto ricercatori per i sette centri di cui sarà composto Ht. Tutte posizioni – chiarisce – di post-doc, cioè ricercatori che hanno concluso il dottorato. Sono stati presi al Cads, il laboratorio di Analisi decisioni e società a metà tra Ht e Politecnico di Milano, il primo dei sette centri. In attesa che venga selezionato un direttore, il Cads è al momento coordinato da Piercesare Secchi, ordinario di Statistica al Politecnico (scelto dal Senato accademico) e da Fabio Pammolli, professore di Economia sempre al Politecnico (Scelto dall’Iit di Genova). Pammolli è l’ex rettore dell’Imt di Lucca, al centro dello scandalo sul potenziale plagio nella tesi di dottorato del ministro della Pubblica amministrazione Marianna Madia (di cui Pammolli è stato co-relatore).

Cinque degli otto posti da post doc sono stati banditi da Ht e tre dal Politecnico, spiega l’ufficio stampa. Ma risulta che i tre banditi dal Politecnico siano in realtà dottorati, peraltro banditi ben prima che Ht fosse in condizione di assumere personale, cioè nel maggio 2017. Dottorati che quindi continueranno a svolgersi al Politecnico visto che Ht non è accreditata per questo. Mentre i 5 post doc al momento non hanno nessun capo progetto a seguirli, esclusi Secchi e Pammolli, visto che non sono state assunte altre figure al Cads. Ht spiega che i bandi per i ricercatori post doc sono stati ampiamente pubblicizzati in tutto il mondo, in riviste di settore come Nature, New Scientist e Science magazine, e che sono pervenute 117 domande. Ma alla fine, su 5 vincitori, ben 4 provengono dal Politecnico di Milano (uno risulta essere stato tesista del professor Secchi). La commissione esaminatrice era composta da Pammolli, da Secchi e da Fabrizio Lillo, Ordinario di Metodi matematici per l’economia. Secchi e Pammolli non hanno voluto rilasciare chiarimenti.

Ora Ht si avvia a diventare una fondazione privata (come l’Iit di Genova e l’Imt di Lucca) ma finanziata con fondi pubblici stanziati direttamente dai ministeri dello Sviluppo economico e dell’Istruzione. In pratica non dovranno concorrere con il resto degli enti di ricerca e università pubbliche per l’assegnazione delle risorse. “Ht si sta sviluppando sotto il segno della stessa ideologia che propiziò la nascita dell’Iit”, spiega Giuseppe De Nicolao, ordinario di Ingegneria dell’Università di Pavia. “Mentre si lascia inaridire il sistema universitario e della ricerca si creano canali preferenziali per irrigare abbondantemente oasi riservate a chi, più che l’eccellenza, può vantare stretti addentellati con i centri di potere politico ed economico. Così, mentre la siccità di fondi devasta il settore pubblico, altrove si può persino sprecare l’acqua”.

Italia penalizzata dalla stretta sui dazi di Trump. Borse giù

La volontà del presidente Usa, Donald Trump, di imporre un dazio del 25% sulle importazioni di acciaio colpirebbe quasi 5 milioni di tonnellate di prodotti europei, di cui 3,4 milioni rappresentati da prodotti finiti e 1,5 milioni di prodotti semi-finiti e altri prodotti, come cavi e tubi. A tanto infatti è ammontato, secondo Bloomberg, l’export dei Paesi dell’Unione Europa verso gli Usa nel 2017. I Paesi più colpiti saranno la Germania e l’Olanda che con 951 mila e 632 mila tonnellate di prodotti finiti esportati sono in testa all’interscambio commerciale con gli Usa. Un prezzo salato lo pagherà anche l’Italia, quinto esportatore verso gli Usa, con 212 mila tonnellate di prodotti finiti lo scorso anno. Intanto l’Europa passa al contrattacco: “Non restiamo inattivi mentre vengono minacciati l’industria europea e il lavoro”. L’Ue sta preparando dazi sull’importazione dei prodotti Usa, inclusi Harley-Davidson, Bourbon e jeans Levìs”. Lo ha detto la portavoce di Jean Claude Juncker, Mina Andreeva. La guerra commerciale ha affossato le Borse mondiali: i mercati asiatici hanno reagito negativamente, tutta l’Europa ha chiuso con ribassi superiori ai due punti percentuali (tranne Londra), mentre per Wall Street apertura in forte calo.

Un’antica caserma romana sotto la Metro C

Due edifici di epoca Romana, che comprendono un’area di servizio e 14 ambienti disposti attorno a un cortile con fontana e vasche. Risalgono al Secondo secolo dopo Cristo e sono venuti alla luce nei mesi scorsi durante gli scavi per la stazione di via Amba Aradam della Metro C, a Roma.

Ieri la Soprintendenza speciale di Roma Archeologia, Belle arti Paesaggio ha svelato le nuove scoperte alla stampa, in attesa che i ritrovamenti vengano messi in sicurezza e riproposti al pubblico quando saranno ultimati i lavori per la metropolitana. “Si tratta di edifici risalenti all’Età Adrianea – commenta Rossella Rea, funzionario archeologico del ministero dei Beni culturali – adiacenti al dormitorio della caserma romana emersa nella primavera del 2016. È una scoperta eccezionale, a Roma non è mai stata trovata una domus collegata alla caserma”.

Gli scavi, avvenuti a dodici metri di profondità, hanno riportato alla luce l’antica residenza del comandante della caserma, con pavimenti “di buona fattura in opus sectile (una tecnica che utilizza il taglio dei marmi, ndr) a quadrati di marmo bianco e ardesia grigia, a mosaico o in cocciopesto”, come racconta Simona Morretta, direttore scientifico dello scavo.

Al centro di uno dei pavimenti si trova il mosaico più suggestivo, in cui un satiro e un amorino lottano (o forse danzano) sotto a un tralcio d’uva. Appena più in là, un ambiente riscaldato – probabilmente termale – e un ampio cortile con una fontana al centro.

Non è la prima volta che gli scavi della metropolitana di Roma consentono scoperte del genere: “La Metro C – ricorda Francesco Prosperetti, direttore della Soprintendenza – fin dalla sua prima stazione a Pantano, nei pressi dell’antica città di Gabii, si è dimostrata uno strabiliante cantiere archeologico”. Due anni fa emersero i dormitori dei militari, ma negli anni scorsi gli scavi avevano permesso il ritrovamento, tra gli altri, di un grande bacino idrico a San Giovanni e dell’antico Auditorium di Adriano vicino a Piazza Venezia.

Accanto all’importanza archeologica delle scoperte c’è però la questione dei lavori per la Metro C, attiva in 21 stazioni ma ancora in attesa di completamento nell’ultimo tratto, dopo continui rinvii. L’ultimo è arrivato poche settimane fa, quando il Comune, la società Roma Metropolitane e il consorzio Metro C hanno dovuto rimandare l’inaugurazione della stazione di San Giovanni – punto di snodo con la linea della Metro A – inizialmente prevista per marzo.

Adesso, mentre la Procura contabile della Corte dei Conti chiede 221 milioni di euro di risarcimento a 25 ex dirigenti per l’aumento dei costi di costruzione della Metro C, la fine dei lavori tra San Giovanni e Fori Imperiali è prevista per il 2022. La data di consegna, promette Prosperetti, non verrà condizionata dai nuovi ritrovamenti: “Ne abbiamo parlato anche con Raffaele Cantone (presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, ndr) e abbiamo convenuto che il progetto può essere portato avanti senza significativi ritardi nella realizzazione dell’opera pubblica”.

Ancora pochi giorni e i ritrovamenti saranno infatti rimossi dal cantiere: “Tra un paio di settimane li metteremo in sicurezza dentro a container per conservarli al meglio, proprio come avvenuto per le caserme ritrovate due anni fa”. L’obiettivo è quello di restituire al pubblico tutte le scoperte: “Vogliamo che Amba Aradam ospiti questi ritrovamenti – assicura Prosperetti – che verranno riportati qui a gallerie completate. Sarà la stazione più bella del mondo”.

Embraco rimanda l’addio Lavoratori licenziati nel 2019

Arriva a quarantotto ore dalle elezioni l’accordo che mette per nove mesi nel congelatore i 500 licenziamenti annunciati l’11 gennaio dall’Embraco di Riva di Chieri (Torino). Non si tratta di un salvataggio vero e proprio, ma di una sospensione che dà il tempo, da oggi fino a fine anno, di trovare nuovi investitori per lo stabilimento piemontese dove vengono prodotti i compressori da frigoriferi forniti alla Whirlpool, casa madre del gruppo di cui fa parte Embraco. Quest’ultima, comunque vada, andrà via dall’Italia, puntando tutto sulla Slovacchia, dove potrà risparmiare sul costo degli stipendi.

La speranza è solo riuscire a far partire, in questo periodo, un nuovo progetto industriale, con l’aiuto del fondo per il sostegno a chi è interessato da delocalizzazioni, istituito presso il Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe). Se il primo gennaio gli occupati di Riva di Chieri non saranno stati tutti riassorbiti, di loro si farà carico direttamente Invitalia, l’agenzia pubblica per gli investimenti e lo sviluppo delle imprese. Nel frattempo, però, non è escluso che una parte degli operai coinvolti nella vertenza possa comunque lasciare l’azienda, incentivata da premi economici. Ciò che si è scongiurato è il licenziamento immediato di tutti.

È questo il risultato dell’incontro di ieri mattina al ministero dello Sviluppo. Culmine di una corsa contro il tempo che negli ultimi giorni ha visto protagonista il ministro Carlo Calenda. Ministro che ha puntato molto su questa vicenda anche sul piano mediatico. La scorsa settimana, infatti, aveva definito “gentaglia” i rappresentanti di Embraco, dichiarando di non volerli più incontrare. Il problema era che lui chiedeva di prorogare i licenziamenti e utilizzare la cassa integrazione fino a settembre, ma l’azienda insisteva nel voler cacciare tutti entro il 25 marzo per non subire scosse sui mercati finanziari. Subito dopo, però, Calenda ha avviato un confronto con i vertici di Whirlpool. Ieri, dunque, il verdetto: la fabbrica sarà aperta e operativa fino al 31 dicembre, probabilmente non a pieno carico ma in questi mesi i lavoratori riceveranno comunque il 100% dello stipendio. Insomma, un ribaltamento clamoroso: una settimana fa Embraco non era disponibile nemmeno a un posticipo dei licenziamenti grazie al ponte degli ammortizzatori sociali, ora è addirittura favorevole a pagare gli interi stipendi per tutto il 2018. Secondo fonti vicine al dossier, un ruolo decisivo lo ha giocato Whirlpool America e Italia, la quale – avendo altri stabilimenti nel nostro Paese nelle Marche e in Campania – ha preferito non compiere uno sgarbo al governo in carica.

Ora viene la parte difficile, quella che dovrà individuare i nuovi partner industriali che reimpieghino i 497 operai comunque messi alla porta dalla multinazionale brasiliana. “Embraco – si legge sul documento firmato ieri – darà evidenza entro fine marzo 2018 ai sindacati, alle istituzioni e a Invitalia dei progetti in corso di valutazione che potranno dare prospettive occupazionali a una parte significativa di tutti i dipendenti”. Lo stesso accordo, nonostante circolino voci di tre soggetti già interessati a subentrare, esclude la possibilità di riuscire a reimpiegare tutti. Per questo, dovrà intervenire Invitalia, che “si farà carico dell’eventuale processo di reindustrializzazione – è scritto sull’accordo – non ancora completato qualora a fine 2018 dovessero residuare persone in attesa di nuova occupazione”.

Secondo Calenda, l’apertura di Embraco è stata “appena decorosa”. Se tutta la politica ha reagito con entusiasmo alla notizia, i sindacati sono molto più cauti. “Rispetto alle ipotesi iniziali – ha detto la leader Fiom Francesca Re David – la prospettiva è migliorata. Gli operai avranno lo stipendio pieno fino alla fine del 2018. Questo non significa che saremo disponibili ad approvare dopo questa scadenza i licenziamenti. Confidiamo che si possa trovare una soluzione”.

Contrordine Brexiteers: scordatevi l’Impero

Il terzo discorso su Brexit di Theresa May, dopo quelli di Lancaster House e di Firenze, inizia sotto cattivi auspici: doveva tenersi a Newcastle, ma il Regno Unito è spazzato da una tempesta di neve e il governo ripiega sulla Mansion House, nella City.

Nei primi 25 minuti la May non dice niente di utile, ma almeno sembra aver fatto un bagno di realtà: ammette finalmente che Brexit non sarà il ritorno ai fasti dell’Impero propagandato dai Brexiteers più fanatici. C’è poco da girarci attorno, ora che sul pesante impatto economico dell’uscita non ci sono più dubbi. “La vita sarà diversa. il nostro reciproco accesso ai mercati sarà inferiore a com’è ora”. Venti mesi per ammetterlo. Hard facts, quindi: la necessità di confrontarsi con una realtà complicata. Il difficile mandato è rispettare il risultato del referendum.

E il voto ha indicato che il Regno Unito vuole “riprendere il controllo delle sue leggi, del suo denaro e delle sue frontiere”, quindi uscirà dall’unione doganale, dal mercato comune e non sarà più soggetto alla giurisdizione della Corte di Giustizia europea. Così come: “La libertà di movimento con la Ue è destinata a finire”. Ma l’accordo deve anche proteggere lavoratori e sicurezza, ed essere coerente con un’idea di paese “moderno, aperto e tollerante”. E quindi è necessario trovare soluzioni che funzionino anche per Bruxelles, visto che “nessuno potrà ottenere esattamente quello che vuole”.

Non offre, ancora, soluzioni definitive al dilemma del confine nord-irlandese, ma suggerisce una partnership doganale, con reciprocità nelle tariffe fra Uk e Ue, e l’implementazione di tecnologie d’avanguardia per evitare il ritorno di un confine fisico che metterebbe in crisi gli accordi di pace fra Irlanda del Nord e Repubblica irlandese. Poi entra nei dettagli: esclude l’opzione norvegese e quella canadese e ripropone, per l’ennesima volta, una partnership inedita: Londra pagherebbe per una associate membership, cioè per la partecipazione esterna ad alcune agenzie europee e per accordi specifici in settori produttivi, visto che una rottura netta non è nell’interesse di nessuno. Quanto a eventuali dispute fra Londra e l’Unione, una volta decaduta l’autorità della Corte di Giustizia europea, la soluzione sarebbe quella di un meccanismo di arbitrato indipendente tutto da creare. Il capo negoziatore di Bruxelles, Michel Barnier dice che May “ha fatto chiarezza”. Più negativo il capo degli eurodeputati del Ppe, Manfred Weber: “Dopo quel che ho sentito sono ancor più preoccupato. Non vedo come potremo raggiungere un accordo”.

Un discorso salutato come “onesto” dalla City, ma che ha troppi compromessi per i Leavers e troppo pochi per i Remainers. E, al momento, sembra irricevibile per Bruxelles. La sintesi più efficace è di Beth Rigby, corrispondente politica di Sky News: “Sembra una soft Brexit – niente tariffe doganali, partecipazione alle agenzie europee ed accordi in molti settori – ma fuori dall’unione doganale e dal mercato unico. Posizione negoziale di partenza: chiede la luna”.