Nuova Zelanda 1981: Elisabetta doveva finire come Kennedy

Il 14 ottobre 1981, durante una visita ufficiale in Nuova Zelanda, la regina Elisabetta d’Inghilterra si trova a Dunedin, una città nell’isola del Sud. Si sta avvicinando alla piccola folla di sostenitori – circa 3500 persone – quando si sente un rumore che somiglia a un colpo d’arma da fuoco. La polizia minimizza: è caduto un segnale stradale. Poi cambia versione: qualcuno ha voluto celebrare la visita reale facendo esplodere dei fuochi d’artificio.

Ma la recente pubblicazione di documenti finora classificati racconta una storia decisamente più imbarazzante per il governo neozelandese: tanto che le autorità per 36 anni hanno insabbiato la verità. Il rumore era quello di un colpo d’arma da fuoco esploso da Christoper Lewis, 17 anni ossessionato dai reali, anti-monarchico e deciso a eliminare Elisabetta con il suo fucile calibro 22. Lewis viene individuato e arrestato assieme a due presunti complici; nel suo appartamento la polizia troverà ritagli di giornale e una mappa dell’itinerario della visita reale a Dunedin. Interrogato, il minorenne sostiene di aver ricevuto l’ordine di uccidere da un uomo soprannominato the Snowman, (pupazzo di neve), che avrebbe tentato di arruolare Lewis nelle fila del gruppo inglese neonazista National Front.

Qualunque sia la verità sul tentato omicidio, le autorità fecero di tutto per coprirla: mai indagato per terrorismo o tentato omicidio. Lewis fu ricoverato in una clinica psichiatrica. Morì suicida alcuni anni dopo in prigione, dove era finito per l’omicidio di una donna. Accanto al cadavere, una autobiografia in cui descriveva così gli interrogatori successivi all’attentato: “Mi dissero che se avessi parlato di quello che era successo avrei sofferto un destino peggiore della morte”.

Weinstein Company venduta ma Harvey resta a Hollywood

AHollywood c’è chi, per scherno, a 72 ore dalla Notte degli Oscar, gli dedica una grande statua dorata dal titolo evocativo, ‘Il divano delle audizioni’. E, intanto, a New York, una donna gli sfila la sua azienda: la Weinstein Company è salva, ma passa nelle mani d’un gruppo d’investitori guidato da Maria Contreras-Sweet, 62 anni, che fece parte dell’Amministrazione Obama.

Gli artisti di Hollywood, Plastic Jesus e Joshua ‘Ginger’ Monroe, già autore di un ‘Trump nudo’, raffigurano il produttore Harvey Weinstein, travolto dallo scandalo sulle molestie sessuali, seduto su un divano in vestaglia – così riceveva le sue vittime – con in mano una statuetta dell’Academy.

Se la statua lo ritrae nella ‘tenuta da predatore’, non si può dire che l’operazione finanziaria fatta dalla Contreras Sweet lo lasci in brache di tela: gran parte delle attività dello studio cinematografico finito sull’orlo della bancarotta dopo lo scandalo che ha travolto Harvey, co-fondatore con il fratello Robert, sono state valutate circa 500 milioni di dollari, di cui quasi la metà – 22 – andranno a coprire i debiti.

Della cordata di investitori guidata da Maria Contreras-Sweet fa pure parte Ron Burckle, un magnate dei supermercati. Il salvataggio dello studio cinematografico è arrivato un po’ a sorpresa dopo che, nei giorni scorsi, le trattative sembravano definitivamente saltate, inducendo la Weinstein Company ad avviare le procedure fallimentari previste dal cosiddetto Capitolo 11, una sorta di bancarotta ‘controllata’.

Contreras-Sweet s’è impegnata a salvare 150 posti di lavoro, a istituire un consiglio d’amministrazione a maggioranza femminile e a creare un fondo per risarcire le vittime degli abusi che si aggirerebbe tra 80 e 90 milioni di dollari – pure questo compreso nei 500 milioni globali -.

L’intesa sventa l’istanza di fallimento. “Il nostro team – ha confermato la Contreras-Sweet – è lieto d’annunciare di avere compiuto un importante passo avanti nell’acquisto della Weinstein Company per lanciare una nuova società, con una nuova visione”.

La trattativa è durata diverse settimane ed ha coinvolto una trentina di avvocati e banchieri. Harvey Weinstein era stato licenziato dalla società lo scorso anno dopo lo scoppio dello scandalo delle molestie sessuali. Da allora, decine di cause civili sono state aperte nei suoi confronti; ed è nato, nella scia delle accuse, il movimento anti-molestie #MeToo, ormai divenuto mondiale. L’ex produttore, che ha sempre negato di aver avuto rapporti non consensuali, è sotto indagine negli Usa e in Gran Bretagna ma finora non è stato incriminato.

Chi è la nemesi delle donne d’America? Nata a Guadalajara in Messico e trasferitasi con la madre e cinque fratelli in California, laureatasi al San Antonio College, la Contreras-Sweet è alternativamente donna d’affari e amministratrice pubblica: ha creato proprie aziende, è stata fondatrice e presidente esecutiva della ‘ProAmerica Bank’, una banca commerciale specializzata nelle piccole e medie imprese e concentrata sui ‘latinos’.

Ma negli Anni Novanta ha pure lavorato nell’ufficio dell’assessore della California agli Affari, ai Trasporti, alla Casa, quand’era governatore il democratico Grey Davis (1999/ 2003).

All’inizio del 2014, Barack Obama la mise a capo della Small Business Administration e col rango di membro del Gabinetto. Confermata nell’incarico dal Senato a marzo, entrò in carica ad aprile. Tornata agli affari dopo l’elezione di Donald Trump, la Contreras-Sweet vuole adesso trasformare la Weinstein Company in un’azienda a trazione femminile.

Jihadisti contro gli 007 mandati da Parigi

Il primo attacco è stato lanciato poco prima delle 10 di ieri mattina, ora locale, all’ambasciata di Francia nel centro di Ouagadougou, la capitale del Burkina Faso.

Cinque uomini armati di kalashnikov sono scesi da un’auto e hanno cominciato a fare fuoco sull’edificio e contro le guardiole dei gendarmi, uccidendone due. Secondo alcuni testimoni gli assalitori erano a volto scoperto.

Altri li hanno sentiti gridare “Allah Akbar”. Quasi allo stesso tempo, un altro commando lanciava un secondo attacco a circa un chilometro da lì, davanti alla sede dello Stato maggiore del Burkina, un edificio sotto strettissima sorveglianza, e dell’Istituto francese di cultura. C’è stata una violenta esplosione e delle foto postate su Twitter hanno mostrato alte colonne di fumo nero salire dai palazzi. “Si sono sentiti spari per almeno un’ora e mezza.

Nessun assalitore è riuscito a entrare ma l’attacco era molto, molto vicino”, ha raccontato l’addetta stampa dell’istituto culturale ai media francesi mentre era ancora confinata al sicuro nell’edificio. Il numero di vittime non era ancora chiaro ieri sera. Un bilancio dell’agenzia France Presse indica almeno 28 morti, tra cui 6 assalitori e 7 agenti. L’AFP cita anche fonti dell’esercito del Burkina Faso che parlano di più di 80 feriti. Ieri sera l’attentato non era stato ancora rivendicato.

Dalla caduta dell’ex presidente Blaise Compaoré, nell’ottobre 2014, dopo 27 anni di governo e giorni di proteste nella capitale, il Burkina Faso vive in situazione di instabilità. Il processo di due generali vicini a Compaoré, proprio in questi giorni, provoca delle tensioni. Il Paese è regolarmente bersaglio del jihadismo islamista.

Un bilancio del ministero degli Esteri parla di 80 attacchi e 133 morti dal 2015 ad oggi, soprattutto nella provincia del Soum, nel nord. Scuole e caserme sono già state prese di mira. Solo nella capitale si tratta del terzo attentato in due anni. L’ultimo risale all’agosto del 2017.

Due jihadisti avevano fatto 18 vittime sparando contro le persone che cenevano nel patio del ristorante Aziz Istanbul, in centro, un locale molto frequentato dagli stranieri. L’anno prima, nel gennaio 2016, erano stati colpiti l’Hotel Splendid e il caffé Cappuccino. Nell’attacco, rivendicato dal gruppo di Al Qaeda nel Maghreb Islamico, molto attivo nel vicino Mali, erano morte 30 persone, tra cui un bimbo italiano, Michel Santomenna, 9 anni, figlio di Gaetano, il proprietario del caffé. Ieri il governo del Burkina ha parlato di un “attacco terrorista perpetrato da uomini pesantemente armati e non identificati”.

Da Parigi il ministro degli Esteri, Jean-Yves Le Drian, ha confermato che il bersaglio dei terroristi era proprio l’ambasciata di Francia. Un bersaglio simbolico, probabilmente, per i jihadisti. Proprio a Ouagadougou sono basate le forze francesi dell’operazione “Sabre”. Si tratta di militari d’élite attivi da quattro anni nel Sahel per dare la caccia ai fedeli di Al Qaida e dell’Isis. Un’operazione di intelligence discreta, complementare alla missione “Barkhane”, che interviene in Mali.

Alcuni uomini del “Sabre” sono intervenuti ieri a supporto dei militari locali. “La situazione è stata rapidamente controllata”, ha detto il ministro Le Drian. Un’inchiesta per tentato omicidio a sfondo terrorista è stata aperta a Parigi.

“L’omicidio del giornalista, passo falso della ’ndrangheta”

“Èun omicidio orrendo che per la ’ndrangheta avrà le stesse ripercussioni della strage di Duisburg”. Con il professor Federico Varese, criminologo e Professor of Criminology all’Università di Oxford parliamo dell’uccisione del giornalista slovacco Jan Kuciak e della sua fidanzata.

Professore cosa significa questo assassinio?

È un omicidio di altissimo livello per la persona uccisa che sta avendo un rilievo mediatico mondiale. Un attacco molto grave allo Stato slovacco.

Il procuratore Gratteri afferma che si tratta di un errore da parte della ‘ndrangheta, così come lo fu Duisburg.

Sono d’accordo, la ’ndrangheta era famosa per essere il lato oscuro della luna, il loro successo è sempre stato legato al fatto di non aver mai attaccato magistrati, forze dell’ordine e giornalisti, a differenza della mafia siciliana. Questo è un omicidio che mette la ’ndrangheta sulla mappa dei governi europei. Un errore strategico, ma se l’hanno fatto è perché pensano che le inchieste di Kuciak andavano a toccare interessi molto forti.

Perché la ‘ndrangheta sceglie di mettere radici in uno Stato così piccolo come la Slovacchia, poco più di 5 milioni di abitanti?

In Italia ci sono controlli, indagini della magistratura, le frodi sui fondi europei sono diventate difficili da fare. In Slovacchia, dove non c’è questa attenzione sulla mafia, il terreno è tutto da arare. Più piccolo è lo Stato, più facile è controllare politica e livelli istituzionali. Nel Nord Italia la ‘ndrangheta ha scelto le piccole città come luoghi dove insediarsi. La Slovacchia è un caso simile, la famiglia Cuntrera negli anni Novanta cercò di radicarsi ad Aruba, una piccola isola nel mar dei Caraibi, proprio perché i Paesi piccoli sono più facili da penetrare.

Lei è d’accordo con la tesi che la ‘ndrangheta è tra le mafie più forti al mondo?

Sì, è la mafia che ha una maggiore dimensione globale, perché ha il controllo del porto di Gioia Tauro ed è inserita nel traffico internazionale di droga, soprattutto cocaina. Questo le dà una proiezione mondiale, soprattutto in America Latina. La ‘ndrangheta ha anche sfruttato l’emigrazione, in Paesi come Australia, Canada Usa ed Europa c’è una presenza delle ‘ndrine che si raccordano alla casa madre. La ‘ndrangheta ha una struttura flessibile e allo stesso tempo molto efficace.

Se lei dovesse fare un calcolo della potenza economica della ‘ndrangheta nel mondo, quale cifra indicherebbe?

Uno studio sostiene che la potenza finanziaria della ‘ndrangheta è l’equivalente della McDonald’s e della Deutsche Bank messi assieme, un giro d’affari di 53 miliardi di euro l’anno, ma è difficile fare stime precise. Controllo del territorio in Calabria, riciclaggio di denaro e investimenti puliti, commercio della droga: tutto concorre a costruire la potenza economica della ‘ndrangheta. Le sembrerà fuori dalle analisi correnti, ma insisto: la forza della ‘ndrangheta sta nel fatto che controlla buona parte della Calabria, tutto il resto viene dopo. La grande holding si basa su radici molto solide. Le proiezioni all’esterno sono per riciclare il danaro accumulato a partire dalla loro base. Investono in Russia, ma non controllano quel territorio. Il problema della politica italiana è che deve riconquistare la Calabria.

Sa che c’è una forte compenetrazione della ‘ndrangheta nelle istituzioni e nella politica.

Questo dimostra che i boss controllano una parte della classe dirigente. Quando c’è questo salto tra pura criminalità e politica, allora la mafia diventa un gruppo di potere che governa e decide.

Non è un delitto andare a votare scheda bianca

“C’è un’azione peggiore che quella di togliere il diritto di voto al cittadino, e consiste nel togliergli la voglia di votare”
(Robert Savatier, Parigi 1923-Boulogne-Billancourt 2012)

Abbiamo dovuto assistere in questa campagna elettorale, certamente la più brutta nella storia della Repubblica, alla sarabanda delle promesse mirabolanti; al festival delle candidature improponibili o impresentabili; alla presentazione di coalizioni fittizie o posticce. E da ultimo, con tutto il rispetto che si deve alla persona e al ruolo istituzionale, abbiamo dovuto sentire anche l’anatema del presidente della Corte costituzionale, il quale ha sentenziato nella sua relazione annuale che “l’astensione è eticamente inaccettabile” e che “andare a votare è un dovere morale”. Una dichiarazione tanto più discutibile perché il voto è un diritto e come tale può essere esercitato o meno.

Se non vogliamo parlare di astensione in senso stretto, cioè di assenza o di rifiuto, parliamo allora di scheda bianca. Vale a dire una forma di partecipazione al voto che presuppone l’impegno a uscire di casa per recarsi al seggio, ritirare la scheda e lasciarla vuota, o meglio ancora annullarla con una croce per evitare brogli o manipolazioni. Una scelta consapevole e volontaria, quindi, che può servire a esprimere disagio e protesta in termini di responsabilità.

C’è infatti una differenza sostanziale fra l’astensione e la scheda bianca. L’astensione, anche questa lecita, è una rinuncia a votare; la scheda bianca, invece, è un’esplicita manifestazione di dissenso, in un preciso momento politico e rispetto a un determinato ceto politico. Basti pensare a che cosa accadrebbe se le schede bianche, anziché essere diluite nel calderone delle astensioni ai fini del calcolo delle percentuali di voto, fossero conteggiate a parte: ove raggiungessero il 51%, sarebbe una chiara delegittimazione del nuovo Parlamento.

Ha un bel dire Matteo Renzi che “chi non vota per il Pd di fatto aiuta solo il M5S”, come ha dichiarato con l’abituale sicumera in un’intervista al Messaggero che rischia di trasformarsi per lui in un altro boomerang. Farebbe meglio piuttosto a interrogarsi su se stesso, sui propri errori di strategia e di comunicazione, sulle candidature-civetta che ha proposto o imposto, riuscendo a deludere perfino chi aveva investito sulla sua “scossa” riformatrice e coltivato iniziali simpatie nei suoi confronti. La scheda bianca può essere, dunque, anche un voto contro l’autolesionismo di quella “sinistra masochista”, come la battezzò Massimo D’Alema, una sinistra storicamente incline a litigare e a dividersi, incapace di superare gli steccati ideologici e di elaborare una moderna cultura di governo.

Ma al di là del PdR, il partito di Renzi, per il resto l’astensione consapevole è il rigetto di una politica autoreferenziale, cinica e utilitaristica, avara di slanci e di passioni. Una politica che, da una parte, propugna l’ideologia del “conflitto d’interessi” incarnato a vita da Silvio Berlusconi e, dall’altra, vagheggia un cambio di sistema all’insegna dell’impreparazione, dell’improvvisazione e del velleitarismo, come dimostra il flop della giunta Raggi a Roma, insieme alla rimborsopoli grillina e al tourbillon delle candidature pentastellate.

La scheda bianca infine non è irreversibile, al contrario della delega in bianco che un’infausta legge elettorale ci costringe ad affidare alle “coalizioni invisibili”, destinate verosimilmente a formarsi dopo il voto. E perciò può essere anche una sollecitazione o uno stimolo a cambiarla, per tornare quanto prima alle urne.

Liste senza star: tanto i politici si sentono divi

Questa volta la politica vuol far tutto da sola. Niente, o pochi, magistrati, nelle liste elettorali, e nemmeno divi dello spettacolo: le star in lizza con le varie formazioni politiche, infatti, sono tutt’altro che di prima grandezza. Le Barra, i Carelli o i Paragone che corrono con il Pd o il M5S, con tutto il rispetto, possiedono solo una loro dignitosa visibilità. Non abbiamo visto quest’anno nessuna caccia al divo da mettere in lista, nessuna star importante del cinema o della tv da schierare come fiore all’occhiello (in compenso ci sono una bella sfilza di indagati).

Sono lontani i tempi in cui Santoro o Dalla Chiesa, la Gruber o la Zanicchi si candidavano nelle liste dei partiti, con questi ultimi a contendersi agguerriti le loro presenze. Oramai la politica gioca in autonomia la sua sfida elettorale, e delle star essa ha molto meno bisogno. Fino a qualche tempo fa, un bel nome tratto dal mondo patinato dei media era sempre un obiettivo ambito per chi cercasse il consenso dei cittadini: nella speranza che la popolarità del vip si riversasse automaticamente sul partito che lo candidava. Adesso non accade più, o accade di rado. Sarebbe interessante chiedersene le ragioni. Una prima motivazione è che sono gli stessi divi a rinunciare a prestarsi alla politica, così avvolta quest’ultima com’è da un clima di sfiducia e di rifiuto (e non è un caso che alcuni di quelli più noti come Carelli o Paragone stiano con i cinquestelle). Una seconda invece, e ci pare questa la ragione principale, è che i politici sono diventati essi stessi delle star mediatiche, o almeno ci provano. Con le loro quotidiane comparse in video, offrendosi senza pudore ai media anche nella loro dimensione privata, hanno fatto cadere ogni residuo diaframma tra divismo e potere politico, tentando di dotarsi di quell’aura dorata e impalpabile che è la materia di cui sono fatti i personaggi dello star system.

Forse l’ultimo grande divo dello spettacolo a cimentarsi in una campagna elettorale è stato proprio Beppe Grillo nel 2013, uno che però da molti anni, facendo il percorso inverso, aveva trasformato lo spettacolo, il “suo” spettacolo, in politica: riempiendo le sue performances di temi impegnati e civili come l’ambiente, la difesa dei beni pubblici, l’economia sostenibile, ecc. Lo stesso, per un altro verso, aveva fatto Santoro dieci anni prima, candidandosi alle Europee, ma anche lui avendo dalla sua la medesima caratteristica: cioè di avere trasformato lo spettacolo (anche qui il “suo” spettacolo) in politica.

Nell’era della democrazia del pubblico il politico gioca in proprio la partita. Non ha bisogno del nome di grido, della star di successo, del divo famoso. La politica si fa spettacolo, il politico si muta in teatrante, attore, lascia i ragionamenti e cerca il colpo a effetto, l’urlo, il corpo a corpo. I risultati però finora sono apparsi abbastanza scadenti. L’impressione è che, insomma, la sfida per incassare il dividendo mediatico si stia rivelando perdente. Soprattutto per la democrazia. Prova ne sia il fatto che da quando il fenomeno ha messo piede in Italia i cittadini che vanno alle urne sono di parecchio diminuiti, e non viceversa, mentre la fiducia verso i partiti e i loro leader, per quanto divizzati, è drammaticamente calata.

Alle urne con quello che passa il convento

Quello che ha passato il convento, anzi le conventicole partitiche e movimentiste, nella campagna elettorale, non è stato granché e, tuttavia, dal punto di vista delle offerte di programmi e di persone, è stato abbastanza variegato, più di un passato che molti hanno dimenticato o non vissuto. Abbiamo rivisto un po’ di usato, nient’affatto sicuro, ma ripetitivo e costantemente mendace (Berlusconi); abbiamo ascoltato molte promesse che non potranno essere mantenute, talvolta condite con persistente, incomprimibile arroganza; abbiamo notato pochissimo nuovo che avanza con passo di gambero (il Movimento 5 Stelle); abbiamo sentito una sgradevole insistita richiesta di voto utile (Renzi).

Difficile dire se tutto questo è risultato attraente per l’elettorato. Neppure il mal posto paragone con le elezioni del 1948 che si svolsero in condizioni irripetibili: in piena Guerra fredda e con una vera competizione bipolare per il governo del Paese, può essere mobilitante.

Gli italiani che conosciamo sanno che il loro voto è sempre utile sia quando premia un partito o un candidato sia quando intende punire candidati e partiti (e molti la punizione se la meritano, eccome). Sanno che il loro voto serve anche a esprimere chi sono, con quali amici si rapportano, che società e che politica desidererebbero. Sono consapevoli che non otterranno tutto questo, ma saranno contenti di averci provato, di avere rinsaldato i loro legami con chi ha votato in maniera simile, di essersi riconquistato il diritto di criticare che cosa i politici, i parlamentari, i partiti, i governi faranno, non faranno, faranno male. Gli elettori italiani sanno che non hanno praticamente nessuna influenza diretta sulla formazione del governo, e se ne dolgono. Non servirà a nulla ascoltare e/o leggere le parole di un pur autorevole professore, anche emerito, di scienza politica, che spiega loro che nelle democrazie parlamentari i governi si fanno, si disfanno, si rifanno in Parlamento.

Gli elettori che andranno a votare vorrebbero che almeno fosse detto loro con chiarezza e senza sicumera per quali ragioni nascono quei governi e come formulano il programma della coalizione che dovrà impegnarsi a sostenerlo e ad attuarlo. Certo, quel professore di scienza politica continuerà imperterrito a sostenere, perché lo ha letto nella Costituzione (il cui impianto lui ha contribuito a salvare con un rotondissimo No al referendum), che il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio e, su proposta di questi, i ministri. Tuttavia, i partiti non fanno nessuno sbrego alla Costituzione quando mettono “in campo” i nomi dei loro candidati alla carica sia di capo del governo sia di ministro. È un’indicazione aggiuntiva che può servire all’elettorato a farsi un’idea di che cosa ci si può aspettare da quel partito poiché da tempo sappiamo che le idee camminano sulle gambe degli uomini e delle donne (abbiano ricevuto o no endorsement più o meno autorevoli). Un po’ di chiarezza su chi attuerà concretamente un programma concordato fra più protagonisti e su quali saranno le priorità è certamente utile.

Non viviamo nel migliore dei mondi, ma neanche nel peggiore. Quando avremo contato il numero dei seggi conquistati dai partiti e dalle coalizioni, avremo la certezza che alcune delle ipotesi accanitamente e noiosamente discusse non sono numericamente praticabili. Il centrodestra non avrà ottenuto la maggioranza assoluta di seggi e non sarà in grado da solo di conseguire il voto di fiducia. La somma dei seggi del Partito democratico più quelli di Forza Italia non supererà l’indispensabile soglia del 50%: addio alle non sufficientemente larghe intese. Forse, nonostante la generosità di Berlusconi, non ci saranno abbastanza parlamentari già insoddisfatti al momento del loro ingresso a Montecitorio e Palazzo Madama per “puntellare” in cambio di qualche carica una coalizione che contenga Berlusconi e tutto o parte del suo centrodestra.

Evitando gli ormai stucchevoli piagnistei sul referendum perduto e sull’Italicum caduto e le critiche, pur doverose, alla pessima legge Rosato (che, però, avrà probabilmente salvato il seggio del suo relatore, di un’indispensabile sottosegretaria, dell’ex presidente della Commissione Banche e della new entry Piero Fassino), smettendo di pettinare le bambole e rimboccandosi le maniche ai parlamentari spetterà il compito di dare vita a un governo, di scopo, per l’appunto lo scopo di governare una società frammentata, corporativa, egoista, ma talvolta anche capace di impennate di innovazione, di impegno, purché chi si pone alla guida sia competente e, soprattutto, credibile.

Con un po’ di fortuna e molta virtù, si può fare. The best is yet to come.

Mail box

 

Di Maio presenta i ministri e la stampa lo sbeffeggia

Difficile, in tempi così incerti e confusi, descrivere realtà e contesti politici nella sintesi di un titolo. È un lusso che si possono permettere solo le redazioni eleganti guidate da direttori di rango. L’ultimo emblematico esempio lo si trova nei tg Rai e in quelli parificati Mediaset, oltre che sui quotidiani cool, tra i quali spicca La Stampa, che piazza in prima pagina “Di Maio, la squadra dei prof sconosciuti”, come dire “parvenu che nulla hanno a che vedere con la fama e il prestigio delle donne e degli uomini scelti da Matteo Renzi: talmente rinomati da essere confermati, previa faticosa e severa cernita, anche da Paolo Gentiloni”.

Persone talmente note e autorevoli dalle quali era difficile, per non dire impossibile, prescindere, nel comporre un esecutivo di qualità. Chi poteva, infatti, raccattare esemplari migliori di Marianna Madia o di Maria Elena Boschi, di Valeria Fedeli o Luca Lotti, Giuliano Poletti e altra roba simile, la cui formidabile popolarità si è poi via via sposata con la specchiata reputazione e il rigoroso senso dello Stato dimostrati nel maneggiare istituzioni e potere? Ora la domanda è: riusciranno l’Italia e gli italiani a sopravvivere senza individui del genere? Sì. E sicuramente meglio.

Rodolfo Maida

 

Eliminare il Jobs Act si può ed è a costo zero per lo Stato

Tutti i programmi presentati dai partiti per il 4 marzo sono economicamente irrealizzabili, per via del “Ce lo chiede l’Europa”, o della austerità. Però almeno qualcosa a costo zero, o a basso costo, si potrebbe fare: ad esempio il Jobs Act, che ha reso il lavoro una precaria schiavitù, potrebbe essere eliminato con un tratto di penna a costo zero per lo Stato.

Enrico Costantini

 

DIRITTO DI REPLICA

Vi chiedo la rettifica della notizia scritta dalla signora Selvaggia Lucarelli il 28 febbraio, che potrete e potevate verificare direttamente con l’Ordine dei Giornalisti. Sono regolarmente iscritta e non sono mai stata radiata. Per tutte le altre inesattezze ne discuteremo in sedi opportune.

Francesca Barra

 

Gent.le Francesca Barra, la fonte della notizia ci era parsa piuttosto autorevole: un messaggio di Francesca Barra datato 9 aprile 2015 sulla pagina Facebook di Francesca Barra, poi cancellato, ma nel frattempo ripreso da Dagospia, che diceva testualmente così: “L’ordine dei giornalisti mi cancella dall’albo perché dice che dopo tanti solleciti non ho pagato l’iscrizione dal 2012.

Però i solleciti arrivavano a Roma, dove non abito più da quell’anno. Ma perché la notifica è arrivata a Milano, con data 2014?”.

Noi siamo felici che la notizia diramata da Francesca Barra nel 2015 si sia poi rivelata falsa, anche se Francesca Barra lo comunica soltanto tre anni dopo.

Ora rimane da avvertire Francesca Barra: ci pensa Francesca Barra o lo facciamo noi nelle “sedi opportune”?

Fq

 

In riferimento all’articolo “Caravaggio dimenticato da Sky e Comune” a firma Giuseppe Lo Bianco su Il Fatto Quotidiano del 27 febbraio 2018, si precisa che la nuova sede del MuMe, Museo Regionale di Messina, a seguito dell’apertura dei primi spazi da subito resi fruibili, il 9 dicembre del 2016, è stata inaugurata integralmente (4800 mq) il 17 giugno del 2017 con i suoi percorsi archeologico e medievale moderno. Impegnativi e complessi gli interventi di adeguamento tecnologico, impiantistica ed allestimento intrapresi dal 2013 (intercettati finanziamenti comunitari sul PO FESR 2007/2013 e acquisiti ultimi impegni sui capitoli ordinari del bilancio regionale), sebbene non si siano mai preclusi al pubblico i suoi capolavori, esposti nella sede storica ex Filanda (mq. 1100) funzionante, senza soluzione di continuità, dal 1914 ad oggi. Grazie all’implementazione delle superfici espositive l’offerta permanente è oggi commisurata all’effettiva entità del patrimonio custodito dalla struttura (oltre 750 le opere distribuite nelle sale e nel parco museale esterno, 17.200 mq, dove sono collocati elementi architettonici dell’antico impianto urbanistico della città). Il Polo, cui afferiscono anche alcuni importanti siti del territorio, conta 70 unità di personale, mentre al Museo di Messina si aggiungono 61 unità di Lavoratori Socialmente Utili assegnati dal Centro per l’impiego dell’Assessorato Regionale della Famiglia, delle Politiche sociali e del Lavoro. L’omissione della permanenza messinese del genio lombardo nel film “Caravaggio L’anima e il sangue”, scelta della produzione, non può con tutta evidenza essere addebitata alla gestione del sito, attestata all’Amministrazione Regionale dei Beni Culturali, riesumando addirittura episodi avvenuti in clima postbellico.

Caterina Di Giacomo Direttore MuMe

 

Alla gestione del sito museale non ho addebitato in alcun modo la scelta, compiuta dagli sceneggiatori del documentario, di non citare la permanenza messinese del pittore, ho solo voluto sottolineare le contraddizioni del sindaco che invece di chiedere il ritiro censorio del docufilm farebbe bene a preoccuparsi che i due capolavori di Caravaggio siano fruiti dal pubblico alle migliori condizioni nel museo gestito dalla Regione siciliana. In attesa poi di conoscere la “gravità e l’infondatezza” delle informazioni, confermo per il resto il contenuto dell’articolo.

G.L.B.

Liguria Indagati e non, tutti candidati: lunedì la Regione rischia di svuotarsi

Carissimo Ferruccio Sansa, leggo quasi tutti i giorni il Fatto e visto che lei parla spesso di cose genovesi, cerco sempre i suoi articoli. Non so se mi è sfuggito qualcosa, ma non mi sembra di aver letto niente a proposito del fatto che Edoardo Rixi, assessore regionale per lo Sviluppo economico della Regione Liguria, indagato per spese pazze in Regione, è candidato alle elezioni del 4 marzo. Molto malignamente mi viene da pensare che gli faccia comodo l’immunità parlamentare. Lei che ne pensa?

Gianni Solari (Genova)

 

Caro signor Solari, ne abbiamo scritto eccome. Ma vista la mole di notizie negative sui candidati di tutta Italia, lei è più che giustificato se non ha visto. E poi, come dicevano i latini, repetita iuvant. L’assessore regionale leghista Edoardo Rixi non è più indagato, ma ormai imputato. Così come il suo collega di partito Francesco Bruzzone, presidente del Consiglio regionale che si è visto spostata un’udienza per impegni elettorali.

Nelle liste figurano anche due indagati (sempre per la vicenda delle spese pazze che ha toccato 62 consiglieri delle legislature 2005-2015): Sandro Biasotti (Forza Italia) e Vito Vattuone (Pd).

Ma la candidatura di Rixi e Bruzzone non pone solo una questione “giudiziaria”: qualora fossero eletti, lascerebbero a metà il mandato in Regione per cui si sono presi un impegno con gli elettori liguri. Non sono gli unici: lunedì, la Regione Liguria rischia di svuotarsi. Non si contano i consiglieri che si sono candidati al Parlamento sperando di ottenere una poltrona più sicura e prestigiosa.

C’è Angelo Vaccarezza, che guida il plotone di Forza Italia dopo essere stato presidente della Provincia di Savona (tra i consiglieri di centrodestra candidate anche Stefania Pucciarelli e Lilli Lauro). Stesso discorso vale per l’opposizione: a cominciare da Raffaella Paita, capogruppo Pd. Paita perse le elezioni regionali del 2015, lasciando la Liguria in mano al centrodestra. Non solo: il Partito democratico di cui era figura cardine in questi anni ha consegnato al centrodestra anche Savona, Genova e infine La Spezia. Una Caporetto, eppure il nome di Paita non è mai stato messo in discussione per la promozione in Parlamento. Per lei – prima bersaniana e poi renziana – elezione quasi sicura (in stile Boschi), e non importa se anche lei lascerà la Regione a metà mandato. Candidati nel Pd altri tre consiglieri: Juri Michelucci (alfiere di Paita), Luigi De Vincenzi e Giuseppe Rossetti.

Ferruccio Sansa 

Pagina Wikipedia, Previti perde la causa contro l’enciclopedia

La Corte d’Appello di Roma, prima sezione civile, ha respinto l’appello presentato dall’avvocato Cesare Previti (in foto) contro l’enciclopedia online Wikipedia, assistita in giudizio dallo studio Hogan Lovells con gli avvocati Marco Berliri e Massimiliano Masnada. L’ex ministro della Difesa chiedeva di riformare la decisione di primo grado, arrivata nel 2013, considerando Wikipedia corresponsabile per alcune affermazioni inesatte e diffamanti contenute nella voce italiana a lui dedicata sull’enciclopedia. La Corte di appello, in sostanza, ha riaffermando l’irresponsabilità di Wikipedia per le voci pubblicate dagli utenti sull’enciclopedia. I giudici, in tema di normativa sul ruolo degli Internet service provider, fanno riferimento “alla mancanza di responsabilità per i contenuti di terzi e sul dovere di rimozione derivante esclusivamente da un ordine dell’autorità competente ovvero dalla certezza del contenuto illecito, che, nel caso di diffamazione online, la Corte individua nell’utilizzo di espressioni ‘univocamente lesive’”. Per i magistrati “nessun obbligo preventivo di controllo poteva essere imputato a Wikipedia dal momento che l’illecito non risultava da nessun provvedimento della competente autorità”.