Il Ministero dell’Interno ha rigettato la domanda presentata da Augusto Di Meo, testimone oculare dell’omicidio di don Peppe Diana (in foto), ucciso a Casal di Principe nel 1994, per il riconoscimento di vittima innocente della criminalità. L’istanza è stata bocciata perché ritenuta tardiva. La decisione fa insorgere il Comitato don Peppe Diana, associazione che a Casal di Principe (Caserta) e nei comuni limitrofi una volta roccaforte dei Casalesi, gestisce numerosi beni confiscati e attua progetti di riscatto sociale. Di Meo vide in faccia il killer del prete, l’esponente dei Casalesi Giuseppe Quadrano, lo denunciò e lo fece condannare. Allora, era il 19 marzo di 24 anni fa, aveva 34 anni ed un laboratorio fotografico avviato. La sua testimonianza ritenuta fondamentale dalla Dda di Napoli per la condanna degli autori dell’omicidio così come confermato anche dalla Cassazione del 2004, gli ha cambiato la vita; Di Meo ha affrontato problemi di salute ed economici; è stato costretto a lasciare Casal di Principe per poi farvi ritorno dopo tanti anni. Nel 2010 chiese di essere riconosciuto come “testimone di giustizia”, ma la domanda fu bocciata perché quella figura non esisteva nell’ordinamento italiano.
Torna il processo Dell’Utri, monito prima del voto
“Vittorio Mangano faceva il guardiano ad Arcore solo per dare un segnale ai clan. Arrivammo in Lombardia per sequestrare i figli di Berlusconi, ma poi arrivò l’ordine che questa cosa non si doveva più fare…”. Le parole di Gaspare Mutolo, pentito di mafia, riecheggiano assieme a quelle di Salvatore Cucuzza, Francesco Di Carlo, Filippo Rapisarda, Pietro Cozzolino, Antonino Giuffrè, dello stesso Mangano e di altri testimoni al processo che ha portato alla condanna di Marcello Dell’Utri a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Non siamo in tribunale, ma sul palcoscenico del Teatro di Documenti, a Roma, dove, a pochi giorni dal voto, è stato rimesso in scena Il processo Dell’Utri, ovvero “la lettura scenica delle testimonianze”. “L’abbiamo fatto per ricordare chi sono stati Berlusconi e Dell’Utri. In qualsiasi Paese civile un personaggio che ha pagato la mafia per farsi proteggere e ha utilizzato soldi dei clan per mettere in piedi i suoi affari non sarebbe più sulla scena pubblica”, afferma Paolo Orlandelli, regista dello spettacolo che ha esordito nel 2015. La ritmica del susseguirsi dei testimoni diventa così una sorta di orazione civile che racconta i rapporti di Berlusconi e Dell’Utri con i clan, in particolare quello di Stefano Bontate. “Ogni testimone aggiunge un tassello in più al mosaico”, spiega il regista. Orlandelli è specializzato in teatro civile: a maggio metterà in scena Verità sulla strage in Vaticano, sul caso del triplice omicidio tra le guardie svizzere nel 1998: una petizione su Change.org chiede alla Santa Sede la riapertura del caso.
Garanti ai colloqui coi 41-bis. “È la fine del carcere duro”
Per gli alfieri dei diritti dei detenuti è un grande passo avanti. Per alcuni magistrati dell’Antimafia è una sentenza che rischia di modificare il regime di isolamento previsto dal 41-bis.
Il Tribunale di Perugia, il 21 febbraio, ha stabilito che anche i garanti locali dei detenuti, non solo quello nazionale, possono intrattenersi a colloquio con i detenuti sottoposti al regime di isolamento senza autorizzazione, senza il vetro divisorio fino al soffitto e senza la registrazione audio-video. La notizia ieri ha fatto il giro delle carceri e delle Procure antimafia italiane suscitando preoccupazioni che, sotto garanzia di anonimato, più magistrati hanno confidato al Fatto. Quali saranno le conseguenze della decisione del Tribunale umbro? Se diverrà definitiva (se la Procura generale non farà appello o se la Cassazione confermerà la sentenza) la conseguenza sarà che i detenuti al 41-bis potranno incontrare i garanti degli enti locali senza che nessuno ascolti le loro conversazioni. Finora il colloquio non monitorato era ritenuto una prerogativa solo del garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma. Per il Dipartimento amministrazione penitenziaria i garanti locali, come i parlamentari, potevano verificare la condizione dei detenuti con semplici visite e non con un colloquio individuale.
Tutto parte dal reclamo di Umberto Onda, 46 anni, boss di Torre Annunziata, arrestato nel 2010 e accusato di far parte del clan Gionta, recentemente condannato all’ergastolo per alcuni omicidi. Onda, che in passato ha protestato e che nel 2016 nel carcere di Opera è stato protagonista di un tentativo di suicidio, aveva chiesto al carcere di Terni di non computare tra i colloqui coi familiari quelli chiesti al garante dei detenuti dell’Umbria. Inoltre si era lamentato del controllo audio e video. Il 27 giugno 2017 il magistrato di sorveglianza di Spoleto, Fabio Gianfilippi, aveva dato ragione al boss disponendo che fosse disapplicata la circolare del Dap: i colloqui non vanno computati e sono consentiti senza vetro e senza controllo audio-video anche se il garante è regionale.
Qualcuno potrebbe storcere il naso ricordando che, per fare un esempio, nella Regione Lazio il garante era Angiolo Marroni, personalità della sinistra impegnata sul fronte dei diritti dei detenuti ma anche amico di Salvatore Buzzi. Oppure che, oltre ai garanti regionali, si stanno diffondendo i garanti nominati con una semplice delibera del consiglio comunale dalle città e dai paesi. La sentenza non cita i Comuni ma si potrebbe immaginare un garante dei detenuti nominato dal consiglio di Corleone o di Casal di Principe che vanta gli stessi diritti del garante dell’Umbria, del Lazio o della Calabria. Una tesi che il direttore generale dei detenuti e del trattamento del Dap, Roberto Piscitello, aveva impugnato, forte del precedente di Salvatore Madonia. Il boss di Resuttana è in cella al 41-bis dal 1992. La moglie è stata arrestata a dicembre 2017 e per i pm di Palermo veicolava i suoi ordini dal carcere di Viterbo. Il killer di Libero Grassi, condannato in primo grado nel Borsellino quater, ha chiesto di incontrare senza controlli i garanti nominati dagli enti locali. In quel caso però il magistrato di sorveglianza di Viterbo, Maria Raffaella Falcone, nel 2017 ha respinto le sue richieste chiarendo che questa facoltà è prevista solo per il garante nazionale Mauro Palma, secondo la legge del 2013 “proprio in considerazione del ruolo del garante nazionale, organo nominato previa delibera del Consiglio dei ministri, con decreto del presidente del Consiglio dei ministri, sentite le competenti commissioni parlamentari e dei poteri allo stesso conferiti con legge dello Stato”.
Ora la sentenza perugina del 21 febbraio scorso sul caso del boss Onda ribalta quella linea. Il collegio presieduto da Nicla Flavia Restivo eleva i garanti locali al rango di quello nazionale perché “avendo avuto un ruolo e un riconoscimento molto prima del garante nazionale i garanti regionali si sono già trovati ad esercitare quei poteri di verifica delle situazioni detentive del ristretto ad affrontare le problematiche connesse alla tutela dei diritti fondamentali”. La sentenza conclude che “qualunque detenuto ha diritto a svolgere un colloquio riservato (ovvero privo di controllo auditivo) con l’autorità garante territoriale senza che sia necessaria alcuna autorizzazione a svolgerlo da parte della Amministrazione”, compreso il detenuto al 41 bis. Anzi: “Trattandosi di persone ristretta in regime differenziato in peius, in realtà era necessaria una presenza e un monitoraggio di tale regime detentivo superiore”.
La sentenza potrà ora essere invocata da tutti i boss detenuti che vogliono parlare con i garanti locali. Il pm di Perugia aveva fatto notare al Tribunale “il pericolo attraverso il garante territoriale di collegamenti all’esterno con il sodalizio di appartenenza”. Ma quella tesi del pm per i giudici “appare fondata su immotivati quanto apodittici indici di sospetto privi di riscontri obiettivi”. Non è vero per il Tribunale di Perugia “che il garante regionale (…) possa essere più facilmente ‘avvicinato’ e quindi ‘strumentalizzato’ dal detenuto e dai suoi sodali rimasti in libertà e possa veicolare all’esterno comunicazioni”. Per il Tribunale già oggi ci sono le dovute garanzie in questo senso: i detenuti sono posti in carceri lontani dal luogo di operatività del loro clan e anche per gli avvocati dei boss la Corte costituzionale ha permesso i colloqui senza controllo “superando il sospetto”.
Giovedì sciopero dei controllori di volo e dei trasporti
In terra e in cielo. Potrebbe essere un giovedì nero il prossimo. L’8 marzo, giorno della festa della donna, incroceranno le braccia gli assistenti di volo, il personale dell’aeroporto romano di Fiumicino e i lavoratori dell’azienda pubblica dei trasporti milanese, l’Atm.
L’Enav comunica che l’8 marzo è previsto uno sciopero nazionale dalle 13 alle ore 17, indetto dalle organizzazioni sindacali Filt-Cgil, Fit-Cisl, Uiltrasporti, Ugl-Ta e Unica. Lo comunica la società nazionale per l’assistenza volo in una nota. È inoltre previsto uno sciopero locale presso l’aeroporto di Roma-Fiumicino, dalle ore 10 alle ore 18, indetto dalle organizzazioni sindacali Ugl-Ta e Unica. L’Ente assicura che saranno garantite le prestazioni indispensabili, secondo le regole in materia di sciopero.
Nello stesso giorno sciopero generale nazionale di 24 ore proclamato dall’Unione Sindacale di Base. Lo comunica l’Atm, l’Azienda dei trasporti pubblici di Milano: qui, “l’agitazione del personale viaggiante e di esercizio, sia di superficie sia della metropolitana, è prevista dalle 8,45 alle 15 e dalle 18 fino al termine del servizio”.
Ripa di Meana, addio all’uomo delle mille arti
Nelle grandi coppie capita. Insieme nella vita. E poi nella morte. E ieri se n’è andato Carlo Ripa di Meana, a 88 anni. Appena due mesi fa, l’addio alla moglie Marina, donna esplosiva e di talento che ha sorpreso fino all’ultimo, con il videotestamento sul fine vita. Lui, il marito, anch’egli malato e isolato nella sua stanza, aveva saputo della morte della moglie da un tg, alla tv.
Comunista, poi socialista e ambientalista, ministro e commissario europeo, uomo di tante arti (compresa quella della seduzione femminile, il suo soprannome era “Orgasmo da Rotterdam”), Carlo Ripa di Meana era figlio di marchesi e il nonno materno era stato un esponente di governo giolittiano. La passione politica lo prese da giovane, negli anni Cinquanta. Il Pci e la redazione dell’Unità: Pietro Ingrao, Alfredo Reichlin, Luigi Pintor, Maurizio Ferrara. E fu Ingrao, un giorno, a chiedergli di andare a Praga, nella Cecoslovacchia sovietica, per dirigere il mensile in otto lingue degli studenti comunisti. Ripa di Meana accettò. Praga era il centro dei “compagni” di tutto il mondo. E fu in questo frangente che conobbe uno studente milanese socialista. Si chiamava Bettino Craxi, quello studente, e tra i due nacque una lunga amicizia.
Craxi e Ripa di Meana discettavano sul comunismo reale, intriso di cupezza e miseria, e questo fu il preludio alla rottura di “Carlo” con il Pci. Dopo i fatti d’Ungheria del 1956, quando entrò nel Psi da sinistra. Da socialista, fu consigliere regionale in Lombardia, parlamentare e commissario europeo alla Cultura e all’Ambiente. Ma uno dei suoi progetti più noti fu legato all’arte, quando da presidente della Biennale di Venezia organizzò la Biennale del dissenso, con gli intellettuali dell’Est sovietico in esilio.
Negli anni del rampantismo craxiano, Ripa di Meana sposò Marina Punturieri già Lante della Rovere. Testimoni per lei furono Alberto Moravia e Goffredo Parise, per lui Craxi. Erano entrambi libertini e libertari e forse anche per questo la gelosia di lei, Marina, fu protagonista di episodi memorabili. Rivelò “Carlo”: “Eravamo a Parigi, all’inaugurazione del centro Pompidou. Io ero presidente della Biennale, in compagnia di Michel Guy ministro della cultura e con Chirac, allora sindaco di Parigi. Al mio fianco Gae Aulenti, a cui ero legato. Arrivò Marina, gelosissima, e senza una parola mi inflisse un calcio alla gamba sinistra: mi spaccò la tibia. Sotto gli occhi di tutti”.
Politicamente, nel 1992, Ripa di Meana ruppe anche col Psi, per Mani Pulite. “Carlo” si dissociò dai corsivi contro il pool dei magistrati milanesi vergati dallo stesso Craxi sull’Avanti, il quotidiano ufficiale del Psi. Iniziò così, anche in politica, la sua fase ambientalista, da ministro nel primo governo presieduto da Giuliano Amato, il Dottor Sottile di matrice socialista. Ma non durò molto, dal 1992 al 1993. Poi Ripa di Meana si dimise in polemica contro il famigerato decreto Conso. Nello stesso anno, il 1993, divenne portavode dei Verdi. Eletto parlamentare europeo, votò contro l’adozione dell’euro.
L’impegno politico andò calando e nel 2005 fu presidente di Italia Nostra. Due anni dopo chiese perdono alla famiglia Calabresi per l’appello firmato dopo la morte dell’anarchico Pinelli. Nell’ultima intervista, dopo la morte della moglie, ha detto: “Mi sono reso conto di averla amata disperatamente”.
Nomine last minute. La Boschi in guerra contro Gentiloni
La campagna elettorale a Bolzano non ha distratto Maria Elena Boschi dagli interessi che cura con maggiore passione: l’occupazione dei posti. Ormai lo scontro fra Paolo Gentiloni e la sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio ha sfondato il muro del pudore: è fragoroso, e sempre più devastante per gli equilibri di Palazzo Chigi. Questa settimana, per partire dalla fine del duello, il premier ha bloccato le nomine interne all’amministrazione: Boschi ha tentanto (e non ha desistito ancora) di strappare la poltrona vacante da quasi un paio di anni del coordinatore della segreteria tecnica della commissione per le adozioni internazionali e anche quella di direttore dello staff del capo dipartimento per le riforme istituzionali.
Il rapporto fra il diplomatico Paolo e l’esuberante Maria Elena si è compromesso in maniera plastica agli inizi di febbraio. Quando Gentiloni ha risarcito il senatore Luigi Manconi della mancata candidatura nel Pd con l’incarico – a titolo gratuito – di capo dell’Ufficio nazionale contro le discriminazioni razziali (Unar), strettamente legato al Dipartimento per le Pari opportunità di cui è responsabile la sottosegretaria. Manconi ha scalzato Nadan Petrovic, che già da tempo – su mandato di Meb – si preparava a gestire la struttura. Nello stesso periodo, Gentiloni ha respinto la promozione di Annalisa Cipollone – già vicecapo gabinetto al ministero delle Riforme con Boschi – al vertice della segreteria generale del Cnel. Matteo Renzi voleva trasformare il Senato in un “museo” e si candida a senatore, mentre Boschi – che ha portato al referendum costituzionale l’abolizione del Cnel – ha sgomitato per recuperare un esilio sicuro a un’amica proprio al vituperato Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro. Il premier, invece, ha mandato al Cnel Paolo Peluffo, collaboratore di Carlo Azeglio Ciampi al Tesoro e al Quirinale, ex sottosegretario all’Editoria, proveniente dalla Corte dei Conti. E proprio per la magistratura contabile, a controllare e condannare sprechi o danni erariali, Boschi ha proposto la sua responsabile della segreteria tecnica, Daria Perrotta: bocciata, troppo giovane per il ruolo e con titoli scarni. Sul Consiglio di Stato, però, Boschi si è imposta e il Consiglio dei ministri ha indicato Carla Ciuffetti – ex capo dipartimento per le Riforme istituzionali, cioè la macchina che ha costruito la riforma costituzionale – per Palazzo Spada. Lì dove andrà a svernare Paolo Aquilanti, in teoria segretario generale di Palazzo Chigi, in pratica assistente personale nonché accompagnatore agli eventi mondani di Meb. Questo è un breve resoconto dei primi mesi dell’anno; finché resterà a Chigi – pur nella parentesi della transizioni verso un nuovo esecutivo – Boschi continuerà a proporre amici e amiche, a lavorare per garantire loro un futuro sereno.
L’assalto alle nomine, ovviamente, serve ancora più oggi di ieri. Chi lascia il governo, come chi l’ha preceduto, cerca di sistemare i fedelissimi. È sempre accaduto. E così tra fine gennaio e fine febbraio, a legislatura ampiamente scaduta, sono state avviate quattro “call” per altrettanti direttori generali. In due casi – commissione per le adozioni internazionali e Riforme istituzionali – si tratta di figure in carico allo staff del capo dipartimento. Difficile giustificare che servano adesso, quando il governo è in uscita. Non solo. I capi dipartimento sono soggetti allo spoils system, cioè decadono entro 45 giorni dall’insediamento del un nuovo esecutivo se non riconfermati. Chi arriva si troverà in staff figure che non ha chiesto. Sui due posti banditi ci sono le impronte di Meb che, però, ha incontrato la ferma opposizione di Gentiloni. Le procedure scadranno a brevissimo, e allora si conoscerà l’esito della diatriba. Palazzo Chigi, poi, ha avviato – cosa rara – un bando di mobilità per inquadrare in ruolo tre dirigenti distaccati da altre amministrazioni (cosiddetti “in comando”) che scadrà a fine marzo. In questo modo si libererebbero altrettanti posti per nuovi ingressi. La transizione dopo le urne sarà lunga. Nel frattempo, ci si porta avanti.
M5S, la candidata alla Difesa era consigliera dell’Udc
Un passato nell’Udc come consigliere comunale a Velletri, la sua città. Nel curriculum di Elisabetta Trenta, indicata da Luigi Di Maio come ministro alla Difesa in un governo a 5Stelle, in lista anche in collegio plurinominale del Lazio per il Senato (ma è quarta, quindi ineleggibile) c’è anche la militanza nell’ex partito di Pier Ferdinando Casini. Militanza attiva, visto che Trenta, ricercatrice esperta in sicurezza e difesa, fu uno dei quattro consiglieri comunali dell’Udc tra il 2004 e il 2007, all’epoca della giunta di centrodestra guidata da tale Bruno Cesaroni. Un’esperienza conclusasi con ampio anticipo rispetto alla fondazione del M5S, datata 4 ottobre 2009. Tradotto, stando al regolamento del Movimento non c’è nessuna controindicazione alla sua candidatura con il M5S. Perché le norme parlano chiaro, è vietato candidarsi a chi si sia presentato con altre forze politiche dopo la nascita del Movimento (ma per certi candidati negli uninominali si è chiuso un occhio). E non c’era alcuna restrizione per l’inclusione nella squadra di governo. Però colpisce, quell’esperienza nell’Udc. Molto prima di Grillo, e di Di Maio: comunque moderato, va detto.
“Non parlo con Di Maio: ha scelto bene”
“Io con Luigi Di Maio non ci ho mai parlato, glielo assicuro. Ma i Cinque Stelle possono dare una risposta a un risentimento diffuso, incanalarlo. E vanno messi alla prova prima di definirli incapaci”. Vincenzo Scotti, classe 1933, per decenni esponente di spicco della Dc, è stato varie volte ministro, fino a essere il titolare del Viminale dal 1990 al 1992. Attualmente è il presidente (e fondatore) dell’università privata romana Link Campus, da cui Luigi Di Maio ha “preso” tre nomi per la sua squadra di aspiranti ministri. Tra cui proprio il ministro all’Interno, la criminologa Paola Giannetakis, che alla Link Campus insegna.
Siete il bacino dei 5Stelle.
No, siamo una piccola realtà che punta all’eccellenza, con tante anime culturali e politiche (il presidente del corso di Giurisprudenza è Antonio Catricalà, ndr). In vista delle elezioni abbiamo chiamato tutti i partiti per degli incontri. È venuto Di Maio, ma due giorni fa abbiamo ospitato anche Antonio Tajani. La ministra Pinotti non è potuta esserci per la neve, e avevamo invitato anche Pietro Grasso.
Però ben tre donne indicate da Di Maio per ruoli chiave, Interni, Esteri e Difesa, (Giannetakis, Del Re e Trenta) collaborano con voi. Non può essere un caso, no?
Noi siamo esperti nella ricerca su intelligence e sicurezza. Facciamo ricerche centrate sul presente e sul contesto internazionale, quello dove si prendono le decisioni. Devono essere piaciute ai 5Stelle.
Sono di certo piaciute al deputato Angelo Tofalo, membro del Copasir, che da voi ha fatto un master. Dicono che Giannetakis l’abbia segnalata lui.
La professoressa è stata uno dei suoi insegnanti. Tofalo non ha mai fatto un’assenza, e i giudizi dei docenti su di lui sono stati eccellenti. Deve aver raccontato della nostra realtà al Movimento.
Raccontano anche che lei sia un consigliere per Di Maio.
Totalmente falso. Non ci parlo mai. E non sono un elettore del M5S.
Però i 5Stelle prendono molti voti.
Sono l’espressione di un risentimento molto forte contro un uso arrogante della politica. E io mi interrogo su questo, a differenza di certi intellettuali.
Per chi voterà il 4 marzo?
Nelle Regionali sosterrò Nicola Zingaretti (il governatore uscente del Pd, ndr). Ma sul piano nazionale sono in difficoltà. I cosiddetti riformisti mi hanno deluso.
Le “sue” professoresse sono in grado fare le ministre?
Sono come tanti professori andati al governo. Hanno ottimi curriculum, ma poi dovranno dimostrare cosa sapranno fare. E questa è un’altra cosa.
Una criminologa all’Interno: azzardato, non pensa?
Rispetto ai miei tempi c’è stata una rivoluzione. E lei è preparata.
Però al Viminale…
È un incarico che mette a dura prova le persone, io lo so.
E Di Maio a Palazzo Chigi?
Quando è venuto da noi ha detto un paio di frasi che mi hanno interessato. Per esempio, ha detto che in politica estera serve continuità.
L’invio della lista ai ministri al Quirinale non è grammaticalmente sbagliato?
I 5Stelle sono stati abilissimi. Presentando la squadra prima, hanno costretto giornali e tv a parlare per giorni dei loro ministri. E così hanno fatto anche dimenticare quei loro problemi sulle restituzioni.
Che succede dopo il voto?
Temo una situazione di stallo, molto pericolosa. Se non hai una maggioranza di governo all’estero non esisti.
“Rai, destra in astinenza: ma dopo il voto c’è posto per tutti”
Alla fine della chiacchierata che ha scandito l’appuntamento a pranzo, il dirigente Rai estrae una penna e su un foglietto di bloc notes delinea tre scenari. Vittoria del centrodestra: Forza Italia e Lega tornano a mettere le mani su Viale Mazzini dove da anni non toccano palla; stallo istituzionale e inciucio Pd-Forza Italia: rafforzamento della coppia Orfeo-Maggioni e possibile proroga dell’intero vertice (in scadenza a luglio); governo Di Maio col centrosinistra: doppio punto interrogativo, buio totale. Anzi tripla: 1, X, 2. Siamo in zona Prati, a Roma, in uno dei bistrot più frequentati dal popolo Rai. È qui che dipendenti di ogni ordine e grado sciamano a pranzo e nelle chiacchiere, tra un menù bio e un’insalata, non si parla d’altro: cosa succederà dopo il 4 marzo? Perché è in Viale Mazzini che s’intuisce prima di qualsiasi altro posto dove tira il vento. Le previsioni si fanno annusando lo stato d’animo di giornalisti e dirigenti targati centrodestra o Pd. I primi, in queste ore, sono di ottimo umore, i secondi invece depressi. Attenzione, però. Non succederà come le altre volte, quando ci si preparava all’assalto alla diligenza e Piero Vigorelli, dopo la vittoria berlusconiana del ‘94, si aggirava per via Teulada con la bandiera di Forza Italia al collo. “Questa volta tutto avverrà in maniera soft, perché ora la situazione è più fluida e i nemici di oggi possono diventare in breve tempo gli amici di domani. Con questa legge elettorale, poi, si rischia l’ingovernabilità e tutti stanno parati, nessuno si sbilancia troppo. La sensazione però è che ci sarà posto per tutti”, racconta il dirigente.
Così nel centrodestra si scalpita, ma con juicio. Gennaro Sangiuliano, per esempio, è in pole position per diventare il prossimo direttore del Tg1; Susanna Petruni (vicedirettore Rai Parlamento) è tornata a tifare per Silvio; Antonio Preziosi già si vede sull’aereo di ritorno da Bruxelles a Roma; Francesco Giorgino scalpita per avere di più; Nicola Rao vorrebbe uscire dalla gabbia dorata dei Tg regionali; Angelo Mellone (capostruttura a Raiuno) coltiva le sue aspirazioni tenendo d’occhio il risultato di FdI. Poi c’è la Lega, che, numeri alla mano, potrebbe giocare la parte del leone, ma è senza uomini. “Vedrai quanti qui dentro si scopriranno leghisti il 5 di marzo, dal romanesco inizieranno a parlare in bergamasco…”, sorride il nostro interlocutore. L’unico dirigente targato Lega è sempre Antonio Marano, che ha preso l’interim di Rai pubblicità, stoppando il renziano Mauro Gaia, e lì vorrebbe restare. Ma su come siano i rapporti tra Marano (un tempo maroniano) e Salvini nessuno si sbilancia.
Queste sono le chiacchiere che si fanno dentro e fuori Viale Mazzini. Davanti alle macchinette del caffè o nelle pause pranzo. Ai tavoli di “Dante” o “Vanni”, di “Antonini” o “Settembrini”, di “Calembour” o “Sette Gradi Nord”. Ma pure quelli della new entry “Madeleine”. Attenzione, però, perché se fino a poco tempo fa Mario Orfeo sembrava destinato a un’indolore uscita di scena insieme a Monica Maggioni, ora non è più così. Perché un possibile stallo istituzionale, o un governo di larghe intese Pd-Forza Italia, potrebbe allungare la vita a entrambi. Infatti l’ex direttore del Tg1 in vista del 4 marzo viene descritto “di ottimo umore, con una buona parola per tutti”. “Dalla sua Orfeo può vantare i buoni risultati di Raiuno dove, oltre a Sanremo e Montalbano, un po’ tutto è in risalita, compreso Fazio, mentre l’unico neo resta Domenica in. Vanno male, invece, Raidue e Raitre, dove Andrea Fabiano e Stefano Coletta rischiano”, fa notare il nostro dirigente. In caso contrario, invece, per l’attuale dg si profilerebbe un ritorno a Repubblica (al posto di Calabresi?) o addirittura un ingresso a Mediaset (un po’ di cattivo gusto), mentre Maggioni si è tenuta come via d’uscita il canale Rai in inglese, di cui già si occupa. Chi sostituirà presidente e dg? Internamente scalpitano l’ad di Rai cinema, Paolo Del Brocco, e la direttrice di Raifiction, Eleonora Andreatta. In caso di vittoria del centrodestra, invece, è pronto Stefano Parisi: una ricompensa berlusconiana a fronte della candidatura “a perdere” nel Lazio. In casa renziana, invece, avanza il nome di Giorgio Gori nel caso di una sconfitta in Lombardia. Nel post voto conteranno molto i rapporti con gli uomini della comunicazione renziana: Filippo Sensi e Marco Agnoletti. La grande incognita, invece, è un governo M5S-Pd-Leu. “In quel caso l’esito è imprevedibile”, conclude il nostro interlocutore. Questa sarebbe tutta un’altra partita, dove un ruolo determinante potrebbe essere giocato dall’ex presidente della commissione di Vigilanza, Roberto Fico.
Niente funerali pubblici per il militare che ha ucciso le figlie
Niente funerali in chiesa a Secondigliano (Napoli) per Luigi Capasso, il carabiniere che ha ucciso le figlie, ferito la moglie e poi si è ucciso a Cisterna di Latina. La salma, accolta da urla e insulti, è stata benedetta nel cimitero napoletano di Poggioreale: tutto questo mentre diventa sempre più chiaro che Capasso aveva premeditato tutto, perché nell’appartamento sono state trovate lettere in cui il militare dava delle disposizioni per dopo la morte, sua e della famiglia. La Procura di Latina, quella militare, l’Arma dei carabinieri e la Questura, intanto, indagano per capire se la strage poteva essere evitata. Mentre Antonietta Gargiulo, l’unica superstite, ancora sedata in ospedale, non sa ancora della morte delle figlie. È stata la famiglia a scegliere la benedizione al cimitero, nessuna decisione sulle esequie è stata adottata dalla Questura di Napoli. Il procuratore aggiunto di Latina, Carlo Lasperanza, ha fatto sapere che l’inchiesta si estende alle eventuali sottovalutazioni e alle misure che potevano essere prese per evitare quanto accaduto. Diffuse in tv registrazioni di conversazioni tra Capasso, la moglie e la figlia più grande dalle quali emerge il clima di paura nel quale vivevano le tre donne della famiglia.