Le relazioni pericolose dei leghisti di Calabria

Dalle leghe meridionali alle relazioni pericolose della Lega Nord che in Calabria punta su Domenico Furgiuele, Tilde Minasi e Francesca Anastasia Porpiglia. Il primo è genero di un imprenditore ritenuto espressione della ’ndrangheta, la seconda fu assessore del Comune di Reggio Calabria sciolto per contiguità con le cosche, la terza figlia di un soggetto che avrebbe tentato di avvicinare il magistrato che doveva giudicare una delle teste pensanti della ’ndrangheta.

“Voglio parlare a tutto il Paese”. A Reggio, Matteo Salvini parla di apertura della Lega nel Mezzogiorno. Ma lo sdoganamento del Carroccio nel Sud ha radici più profonde. Nell’inchiesta “Sistemi Criminali” del procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato, poi archiviata, pentiti ritenuti attendibili e informative della Dia affermavano che, all’inizio degli anni 90, su input del boss corleonese Leoluca Bagarella, Cosa nostra aveva pensato alla Lega prima di dirottare i voti sulla neonata Forza Italia di Berlusconi. Le “leghe meridionali” spuntarono pure in Calabria dove i loro obiettivi si intrecciarono con quelli di clan come i De Stefano.

Erano gli anni di Gianfranco Miglio, l’ideologo della Lega che si diceva “per il mantenimento anche della mafia e della ’ndrangheta” definite “potere personale, spinto fino al delitto”. Al suo fianco c’era Gian Mario Ferramonti, il tesoriere che aveva relazioni con esponenti della massoneria e dei Servizi italiani ed esteri. Prima un incontro a Catania, poi un altro a Lamezia Terme e infine a Napoli. Quelle informative, oggi, sono agli atti del processo “’Ndrangheta stragista” (imputati i boss Giuseppe Graviano e Rocco Filippone) e il procuratore aggiunto di Reggio Giuseppe Lombardo le sta intrecciando con l’inchiesta “Breakfast” in cui sono emersi i più recenti contatti tra le cosche calabresi e alcuni dirigenti della Lega Nord come l’ex tesoriere Francesco Belsito, che l’estate scorsa ha rimediato due condanne per l’utilizzo illecito dei fondi pubblici della Lega. In rapporti con l’ex Nar Lino Guaglianone, Belsito era un frequentatore dello studio Mgim Srl si vedeva pure con Bruno Mafrici.

Amico di Paolo Martino, il rappresentante della cosca De Stefano in Lombardia, secondo la Dia Mafrici curava i rapporti tra imprenditori, lobbisti e politici. Tra i suoi contatti c’era pure l’ex governatore calabrese Giuseppe Scopelliti che, dopo la condanna d’appello a 5 anni per i disastri lasciati nelle casse del Comune di Reggio, è riuscito a candidare Tilde Minasi, assessore della giunta mandata a casa nel 2012 con lo scioglimento per mafia. È al secondo posto nel listino della Lega al Senato, sostenuta dai reduci dei “boia chi molla” che, poche settimane fa, si sono spellati per Salvini a Reggio.

C’era pure il capolista alla Camera Domenico Furgiuele, di Lamezia Terme, che nel 2007 aveva ricevuto un “daspo” per fatti di stadio. È il genero dell’imprenditore Salvatore Mazzei, in carcere perché vicino alla ’ndrangheta. Pochi giorni fa, i carabinieri del Noe hanno notificato alla moglie di Furgiele la confisca di due società e un palazzo rientranti nell’impero da 200 milioni di euro confiscato al padre.

Dietro Furgiuele, la Lega schiera Francesca Anastasia Porpiglia. Assessore del Comune di Villa San Giovanni (commissariato), è figlia di Enzo Porpiglia, il funzionario part-time del Tribunale di Reggio che è stato segnalato in Procura dal giudice Ornella Pastore perché l’avrebbe avvicinata per “perorare le ragioni di Paolo Romeo”, principale imputato del processo “Gotha” contro il direttorio delle cosche, già condannato per concorso esterno con la ’ndrangheta.

Gori cerca voti a sinistra e multa i senzatetto in strada

Quanto è poco di sinistra multare un senzatetto che dorme in strada al freddo? Questa volta le polemiche fanno tappa a Bergamo, città guidata dall’aspirante governatore del Pd in Lombardia, Giorgio Gori. Il suo Comune è stato uno dei primi a recepire le novità volute un anno fa dal ministro Minniti in tema di sicurezza e decoro urbano. Tanto che il regolamento di Polizia urbana comunale è stato modificato lo scorso aprile, ancora prima che il decreto del governo fosse convertito in legge dal Senato. Da allora ai vigili bergamaschi è stata data facoltà di sanzionare chi dorme sotto un mucchio di coperte in luoghi come stazioni e aeroporti, per poi allontanarlo da lì per 48 ore, con il cosiddetto “mini daspo”.

E ora multe da 100 euro e allontanamenti sono arrivati di prima mattina, per sei persone senza fissa dimora che erano sdraiate nel piazzale antistante la stazione degli autobus. Ecco la loro colpa, come da verbale ispirato al decreto Minniti: “In qualità di pedone si intratteneva in giaciglio di fortuna limitando la libera fruizione ed accessibilità delle infrastrutture fisse e mobili del trasporto pubblico locale e delle relative pertinenze”. La vicenda, portata alla luce in questi giorni da alcuni esponenti di Potere al popolo, risale allo scorso 22 febbraio. E segue i casi accaduti in altre città. Come Bologna, dove sotto l’amministrazione di centrosinistra di Virginio Merola a novembre sono stati multati dieci homeless che dormivano sotto i portici vicino alla stazione ferroviaria. O come Como, dove poco prima di Natale il sindaco di centrodestra Mario Landriscina ha firmato un’ordinanza temporanea anti clochard che una mattina ha portato addirittura alcuni vigili a impedire ai volontari di offrire la colazione a un gruppo di senza fissa dimora.

Tornando a Bergamo, a scagliarsi contro la giunta Gori è Rocco Gargano, candidato di Potere al popolo alle elezioni regionali della Lombardia: “Mandare i vigili a fare multe che dei senzatetto non potranno mai pagare è una misura repressiva contro persone in difficoltà. Una di queste era persino in carrozzina. Gori dice di essere di centrosinistra, ma scimmiotta i leghisti”.

Con il sindaco impegnato nell’ultimo giorno di campagna elettorale, la replica della giunta arriva per voce di Sergio Gandi, vicesindaco e assessore alla Sicurezza: “Siamo consapevoli che queste sanzioni non saranno mai pagate, ma spesso funzionano per far accettare a queste persone di essere aiutate in strutture organizzate. In molti casi, dopo la sanzione, gli operatori che tutte le notti rimangono fino all’1.30 nell’area riescono a convincere i senzatetto a farsi aiutare. Nostro dovere è quello di assistere queste persone ed evitare che possano verificarsi vittime con il freddo di questi giorni: se per farlo c’è bisogno di un provvedimento di allontanamento, si fa anche quello”.

Una misura dunque che per il vicesindaco non è repressiva, ma ha l’obiettivo di spingere i multati a passare la notte in quei dormitori che alcuni senzatetto preferiscono evitare, magari per le regole a cui dovrebbero sottostare, magari per paura di essere segnalati. Ma tali giustificazioni non convincono per nulla Gargano: “Se vuoi affrontare un disagio o convincere una persona ad andare in dormitorio non mandi i vigili, ma gli assistenti sociali. Queste non sono misure per aiutare i poveretti, ma per toglierli dalla vista grazie a una norma sul decoro urbano quale è il decreto Minniti”. Intanto la polemica un primo risultato l’ha già ottenuto. In seguito alla richiesta di alcuni esponenti di Potere al popolo, questa settimana l’amministrazione ha deciso di lasciare aperta di notte la biglietteria della stazione degli autobus, per offrire un riparo migliore contro il freddo.

Sui migranti i partiti si smentiscono da soli

Ironia: bugie e omissioni dei partiti sull’immigrazione sono svelate dai partiti stessi. Nella passata legislatura i lavori della commissione parlamentare sul sistema d’accoglienza hanno prodotto una relazione finale documentata e preziosa. Che infatti non è mai stata approvata definitivamente, forse perché smonta alcune delle parole d’ordine della propaganda elettorale degli stessi partiti che l’hanno scritta.

“Oggi in Italia si contano almeno 630 mila migranti. Solo 30 mila hanno diritto di restare” (Silvio Berlusconi, 4 febbraio) – “Rimpatrio di tutti i clandestini” (programma elettorale del centrodestra)

La cifra di Berlusconi sui migranti irregolari è bizzarra, la promessa di rimpatriarli tutti è inattuabile. Lo dicono i numeri. Il Viminale ha fornito quelli degli stranieri irregolari rintracciati negli ultimi tre anni: sono 114.632. Nel 2015 sono stati individuati 34.107 irregolari e ne sono stati espulsi 15.979 (di cui solo 5.505 rimpatriati). Nel 2016 su 41.473 irregolari ne sono stati espulsi 18.664 (di cui rimpatriati 5.817); nel 2017, su 39.052 clandestini ne sono stati allontanati 17.163 (di cui rimpatriati 5.278). Le percentuali delle espulsioni sono basse: il 46% nel 2015, il 45% nel 2016 e il 43,9% nel 2017. Quelle dei rimpatri sono infime: 16%, 14% e 13,5%.

“L’emergenza migranti è colpa della sinistra che ha firmato il trattato di Dublino” (Silvio Berlusconi, 14 gennaio)

L’ex Cavaliere si riferisce all’ultima versione del regolamento (Dublino III), firmata dal governo italiano nel 2013, quando il presidente del Consiglio era Enrico Letta. Per gli accordi di Dublino lo Stato membro che si deve fare carico dell’esame di una domanda d’asilo è il primo Stato d’ingresso del richiedente. Una norma che penalizza l’Italia. Il meccanismo però è stato ereditato nella precedente versione del regolamento (Dublino II), firmato nel 2002. Il premier era proprio Silvio Berlusconi.

Il superamento di Dublino è nei programmi di Pd, centrodestra e M5S. A novembre il Parlamento europeo ha dato il suo via libera all’apertura dei negoziati con Consiglio e Commissione sulla revisione di Dublino III. Gli eurodeputati della Lega si sono astenuti, M5S ha votato contro.

“I nuovi Cie non avranno nulla a che fare con quelli del passato. Punto” (Marco Minniti, 5 gennaio)

La riforma Minniti sulla carta ha cancellato i Cie, centri di identificazione ed espulsione (“luoghi orribili, in cui si violano con frequenza i diritti della persona”, secondo la Commissione diritti umani del Senato). Sono sostituiti dai Cpr, “Centri di permanenza per i rimpatri”. La legge prevede un “ampliamento della rete dei centri in modo da garantirne una distribuzione omogenea sul territorio nazionale”. Minniti le ha presentate così: strutture “più piccole”, “lontane dai centri abitati”, “una in ogni Regione”, che avrebbero ospitato circa 1600 persone in tutto. Nulla di tutto ciò è stato realizzato. Scrive la Commissione: “Alla funzione di Cpr, nonostante la previsione legislativa, non sono stati adibiti nuovi centri ma solo riconvertiti ex Cie (…). Quelli di Brindisi, Caltanissetta, Roma e Torino, per una capienza effettiva di 374 posti e presenze pari a 376”. Briciole.

“Le Commissioni territoriali devono essere potenziate (…). Al fine di velocizzare le procedure per il riconoscimento e ridurne i costi, riteniamo fondamentale​ la videoregistrazione dei colloqui con i richiedenti asilo” (programma elettorale del M5S)

Le Commissioni territoriali (che giudicano le richieste di protezione internazionale) sono già state potenziate dalla riforma Minniti con le “assunzioni di 250 unità di personale specializzato”. La stessa riforma ha già introdotto anche la videoregistrazione dei colloqui. Sulla cui utilità la Commissione è scettica: “È del tutto da verificare (…) che comporti un effettivo risparmio di tempo rispetto alla celebrazione di un’udienza in cui il giudice formula al ricorrente specifiche e mirate domande”.

“Va costruito un sistema di accoglienza rigoroso, diffuso e integrato, sulla base del modello Sprar” (programma elettorale di Liberi e Uguali)

Il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) dovrebbe garantire un’accoglienza “di qualità”, caratterizzata da progetti di inserimento e integrazione, contrapposta alla gestione emergenziale dei centri temporanei. I numeri però sanciscono il fallimento di questo modello. “A fronte di ben 31.270 posti finanziati – scrive la Commissione – gli enti locali aderenti sono stati 661 con 775 progetti presentati per un totale di 24.972 posti.” Tradotto: Comuni e Regioni non partecipano ai bandi. Così si sprecano oltre 6mila posti Sprar per i quali erano già stati stanziati fondi pubblici.

Tajani fa il patriota: “In campo con Silvio per amore dell’Italia”

In campoper amor di patria. Dopo il lungo corteggiamento di Silvio Berlusconi, che lo ha a lungo indicato come il presidente del Consiglio ideale di un governo di centrodestra, Tajani ha sciolto la riserva, accettando la proposta dell’ex Cav. “Sono figlio di un militare, – ha detto ieri l’attuale presidente del Parlamento europeo, intervenendo a un incontro con il Canova club al Parco dei Principi di Roma – il primo disegno che ho imparato a fare è stato quello della bandiera tricolore. Tutto quello che ho fatto da quando ho l’età della ragione l’ho fatto perché amo la mia Patria”. E ancora: “Sono italiano e ne vado fiero. Ho sempre fatto tutto per amore della mia patria. Se la mia patria dovesse avere bisogno di me io sono disponibile”. Tajani ha anche chiarito il perché della sua retromarcia, dato che solo poche settimane fa aveva escluso di poter essere candidato premier: “Sono cambiate molte cose: il candidato premier di Forza Italia e del centrodestra era Berlusconi, ma la decisione della Corte di Strasburgo non è arrivata per tempo”.

Ventimila firme erano troppe, ma ora la campagna è faraonica

Ieri i lettori dei più grandi quotidiani italiani hanno potuto ammirare una paginata di pubblicità della lista +Europa con una sorridente Emma Bonino. La stessa figura che gli sorrideva, ieri e nei giorni scorsi, dai banner presenti sui principali siti e nei video promozionali su Youtube e altri social. Sempre rassicuranti, in questi giorni i sorrisi scendevano sui passanti pure dai maxi-schermi luminosi delle grandi stazioni e dalle fiancate dei bus, mentre chi ascolta la radio ha avuto il bene della voce, ma ha dovuto immaginarsi il sorriso. Un po’ di elettori, infine, hanno potuto vedere dal vivo la Diva Emma o i suoi compagni di avventura in una delle decine di incontri organizzati lungo la penisola. Una campagna elettorale da partito strutturato (e ricco) che fa un po’ a pugni coi pianti a cui abbiamo assistito quando +Europa sosteneva di non riuscire a raccogliere poco più di ventimila firme per presentarsi alle elezioni (problema poi risolto dal gentile patrocinio di Bruno Tabacci, portatore sano di esenzione, che di suo ci ha guadagnato un seggio). Quanto costa tutto questo e come può permetterselo +Europa? La tesoriera Silvja Manzi, contattata dal Fatto, non dà cifre per non essere “imprecisa”, parla a spanne di un costo di circa 230 mila euro per la sola campagna nelle stazioni e spiega che, da Bonino in giù, molti radicali hanno concesso un prestito alla lista che riavranno indietro solo in caso di superamento del 3%. Un po’ dei soldi del gruppetto di Tabacci (che ha avuto 200 mila euro dal 2xmille) e le singole donazioni difficilmente pagano una campagna di questo genere: per avere lumi basterà aspettare il deposito obbligatorio delle spese elettorali.

Quando Emma a Strasburgo era alleata con Le Pen e la destra

La camaleontica carriera di Emma Bonino è stata ampiamente documentata durante questa campagna elettorale. Undici legislature dal 1976: 8 in Italia e 3 in Europa. Innumerevoli incarichi di governo, alleanze variabili (da Berlusconi a Prodi) e soluzioni ardite: ora per saltare la raccolta firme si è appoggiata all’ex Dc Bruno Tabacci. C’è però un episodio rimasto fuori dai ritratti politici. Nel 1999 nel Parlamento di Strasburgo Bonino e i suoi hanno seduto a fianco dei 5 eletti del Front National di Le Pen. Non la “moderata” Marine, ma l’assai più radicale (non in senso boniniano) papà Jean-Marie. La madrina di +Europa con gli euroscettici post fascisti. La collaborazione col Front National nasceva da un’esigenza tecnica: riuscire a formare un gruppo parlamentare autonomo. Il “Gruppo tecnico dei deputati indipendenti” in cui confluirono i 7 eletti della Lista Bonino (tra cui, oltre Emma, il promotore di +Europa Benedetto Della Vedova) ha ospitato anche 3 eurodeputati della Lega Nord e uno del Msi-Fiamma Tricolore. Dal Belgio, inoltre, vennero a dare manforte due parlamentari del Vlaams Blok, il Blocco Fiammingo, un movimento di estrema destra sciolto pochi anni dopo (nel 2004) a causa di alcune condanne per violazione della legge sul razzismo e per xenofobia. Il “gruppo tecnico” – ribattezzato dai giornali “Bonino-Le Pen” è stato sciolto dopo pochi mesi perché illegittimo (non c’era “affinità politica”), primo e unico caso nella storia del Parlamento europeo. L’assemblea era presieduta da Giorgio Napolitano.

Cronache dal caos da urne: mille nodi, ma zero risposte

Idieci lettori di questo diario mi chiedono cosa può succedere il 5 marzo, ma uno in particolare sostiene di saperlo già. E mi manda “i probabili dati delle elezioni che è stato possibile simulare con nuovi algoritmi e software di terza generazione (metodo Wedelmann-Luschke)” (?). Questi: “M5S 26,3. Pd 20,9. Forza Italia 17,17. Lega 16,64. FdI 6,05. LeU 7,6. Seguono formazioni con valori oscillanti tra lo 0,8 e l’1,9”. Poiché sono cifre che non si discostano troppo dagli ultimi sondaggi pubblicati a metà febbraio (anche se non è escluso che, in extremis, il M5S possa toccare e perfino superare la soglia del 30% mentre il Pd potrebbe scendere ancora a vantaggio della lista +Europa di Emma Bonino) proviamo a considerarli sufficientemente credibili (consapevole di espormi alle legittime pernacchie nel caso fossero stravolti dai dati ufficiali: incerti del mestiere). Dopodiché, ecco le possibili conseguenze.

Primo. Con questo demenziale Rosatellum i voti in percentuale sono una cosa, i seggi attribuiti un’altra. Infatti, per avere il risultato complessivo delle elezioni politiche 2018 bisognerà prima stabilire chi ha vinto nei 232 collegi uninominali della Camera e nei 116 del Senato dove, per essere eletti potrebbe teoricamente essere sufficiente un solo voto in più rispetto agli avversari. Poiché i collegi cosiddetti “contendibili” sarebbero 113 (78 alla Camera e 35 al Senato) ecco che anche con un possibile complessivo 40% il cartello del centrodestra potrebbe non ottenere la maggioranza assoluta, se non conquistasse nel contempo circa il 70% dei seggi dell’uninominale. Non impossibile ma complicato.

Secondo. Nel bombardamento di numeri e percentuali che scatterà alle ore 23 di domenica 4 marzo, potremmo trovarci di fronte a due possibili autodichiarati vincitori. Il M5S, come partito di maggioranza relativa. E la coalizione del centrodestra. Senza escludere l’ipotesi di un Pd che, sommandosi ai cespugli del centrosinistra, possa reclamare un posto sul podio.

Terzo. Per definire il quadro delle forze (e delle debolezze) in Parlamento bisognerà attendere la costituzione dei gruppi parlamentari. Per valutare, principalmente, la consistenza degli eletti che aderiranno al gruppo misto, possibile ago della bilancia per ogni maggioranza futura. Cosa faranno, per esempio, i candidati cinquestelle preventivamente espulsi dal Movimento, se risultassero eletti? E quanti saranno? E si può escludere che nella Lega di Matteo Salvini qualcuno (sulla scia di Roberto Maroni) si faccia prendere da improvviso mal di pancia, per dare manforte a una possibile grande coalizione (che rinnegata prima potrebbe spuntare fuori dopo)? E che qualcosa di simile possa accadere nella sinistra guidata da Pietro Grasso (ma non soltanto da lui)? E se a Silvio Berlusconi mancassero un pugno di voti per dare l’assalto a Palazzo Chigi (per interposto Antonio Tajani) siamo certi che non cederebbe al solito vizietto della solita campagna acquisti per rastrellare il solito manipolo di “Responsabili”? E se il Pd finisse davvero intorno a un disastroso 20% (cinque punti sotto la tanto derisa “non vittoria” del 2013 di Pier Luigi Bersani) si può davvero pensare che Matteo Renzi possa restarsene tranquillo e sereno al Nazareno come se niente fosse? E quanto durerà il regolamento di conti interno? E quale esito avrà?

Quarto. In questo possibile (probabile) gran casino, con quale criterio saranno attribuite le presidenze di Camera e Senato? Dice Alessandro Di Battista che sarebbe cosa buona e giusta se una andasse alla maggioranza e l’altra all’opposizione. Ma chi sarà maggioranza? E chi opposizione?

Quinto. Con questi chiari di luna è inutile illudersi. Nella migliore delle ipotesi non avremo un governo prima di un mese. O forse anche due. O forse anche mai nella 18ª legislatura che, nelle previsioni più cupe, potrebbe essere brevissima. In questo fermo immagine resterà comunque al suo posto per gli affari correnti Paolo Gentiloni: non a caso detto “er moviola”.

Basta. Mi scuso per aver ulteriormente confuso le idee ai poveri dieci lettori con troppe domande e poche risposte, ma non ne ho tutte le colpe. Buon voto.

Il medico legale: “Pamela uccisa con due coltellate”

“Due colpi di arma da punta e taglio penetrati alla base del torace a destra quando la vittima era ancora in vita”. E’ la causa della morte di Pamela Mastropietro, 18 anni di Roma, indicata nelle valutazioni medico legali preliminari e tossicologiche. Per l‘omicidio e per lo smembramento e l’occultamento del cadavere sono stati arrestati arrestati quattro nigeriani. È la vicenda che ha scatenato l’incredibile vendetta di Luca Traini, il 27enne fascioleghista che sabato 3 febbraio ha sparato a casaccio contro gli immigrati africani che trovava nelle strade di Macerata, ferendone sei in modo fortunatamente non grace, contro un circolo del Pd e contro bar e locali ritenuti ritrovo di militanti di sinistra. Ne sono seguite manifestazioni dell’estrema destra e una antifascista, il questore di Macerata è stato rimosso dal Viminale. La giovane Pamela, secondo gli accertamenti medico-legali, sarebbe stata uccisa nell’appartamento di via Spalato 124 a Macerata con un’arma “monotagliente” penetrata con “due distinti attingimenti” fino al fegato. Altra lesione sul corpo vitale è una contusione alla tempia sinistra che non ha contribuito però alla morte. Non si è dunque trattato di un’overdose, come era stato già chiarito.

L’ultimo, tragico Tg1: Tre minuti per Gentiloni

Qual è il servizio di apertura del Tg1 delle ore 20, a due giorni dalle elezioni? Un’intervista “esclusiva” al presidente del Consiglio Paolo Gentiloni. È il primo titolo, l’apertura del notiziario: “Il voto è una scelta di campo: no ad avventure estremiste e populiste, ma credibilità per non andare fuori strada”.

Non c’è mediazione giornalistica, il messaggio dell’inquilino di Palazzo Chigi – che legittimamente ambisce alla riconferma – viene presentato esattamente per quello che è: “Il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni al Tg1 lancia l’appello per il voto al centrosinistra”. Il Tg1 riceve e volentieri pubblica. Le domande, in questa intervista, servono in sostanza a rafforzare il concetto delle risposte che ci si aspetta di ricevere. Eccole qui, fanno tremare i polsi: “Presidente, domenica si vota. Qual è la posta in gioco?”; “I dati economici confermano la ripresa e il calo del debito, ma la percezione dell’opinione pubblica è diversa, perché?”; “Il nostro resta un Paese con un solco profondo tra Nord e Sud, è stato fatto abbastanza per colmarlo?”; “La destra parla di allarme sicurezza e di necessità di alzare barriere per proteggere il paese, voi dite che non servono, perché?”; “Lei ha ricevuto l’endorsement dell’Economist che sottolinea le riforme dei governi a guida Pd a partire dal Jobs Act (sic!). Quali sono le prossime riforme che servono?”. Traduciamo e riassumiamo per i lettori: “Presidente, l’economia va meglio e il Paese è in ripresa, lo dice pure la stampa internazionale, solo la gente non se n’è accorta, ma com’è possibile?”

L’intervista dura dal minuto 1:35 a 4:25. Sono 170 secondi di propaganda elettorale gratuita in prima serata sulla rete ammiraglia del servizio pubblico.

Commovente la chiusura del premier. Compassato, sobrio, avverte: “Per fare riforme ci vuole serietà e credibilità. Attenzione, perché di solito chi ti promette la luna ti porta in fondo al burrone”.

Terremotati, rabbia alle urne. “Dai politici solo promesse”

Antonella vorrebbe strappare a morsi le due schede elettorali che domenica, nel suo seggio di Castelsantangelo sul Nera (Macerata), lo scrutatore le consegnerà assieme alla matita speciale. La rabbia le fa tremare la voce, così come un anno e mezzo fa la terra sotto i piedi ha tremato, una, due, cento volte, cambiando per sempre la sua vita: “Arrabbiata? È poco – attacca Antonella Barbonari, 54 anni, titolare di un bar-edicola assieme a suo marito, Franco Brizi e ancora fuori dalle Sae, le casette –. Siamo persone perbene, commercianti onesti, non meritiamo di essere trattati così. Ogni tot. di tempo ci dicono che la casetta sarà pronta, ma la scadenza slitta. Oggi doveva essere la volta buona, invece no, forse a metà marzo. Per non parlare del bar nuovo, presto apriremo, ma senza giornali. L’attività parte già monca. Alla società che li distribuisce non conviene portarceli, dopo la chiusura dei punti vendita di Visso e Ussita. Io ho sempre votato e lo continuerò a fare, ma non servirà a nulla. Prima delle scosse avevo grande fiducia in Renzi, ora l’ho persa. Sarà difficile scegliere un altro partito”.

Il terremoto vota, lo fa in massa e con piena coscienza. Chi, nelle stanze della politica nazionale, si aspettava che tra i picchi e le valli dei Sibillini abitassero arretrati montanari, scarsi di senno e cultura sociale, si sbaglia di grosso. Da queste parti la gente ragiona, discute e si emoziona. Nelle Marche, così come nelle altre tre regioni interessate, il sisma ha colpito per la prima volta il 24 agosto 2016, l’area delle “3 A”: Amatrice e Accumoli nel Reatino e Arquata del Tronto nell’Ascolano. Due mesi esatti e sono arrivate le scosse durissime del 26 e 30 ottobre: epicentro l’ampio territorio maceratese. Mercoledì il Consiglio dei ministri ha deciso di prorogare per la terza volta, fino al 31 agosto, lo stato di emergenza. Per la ricostruzione e per la ripresa bisognerà aspettare.

Jury Spitoni, 39 anni, si è innamorato di una ragazza americana di passaggio nelle Marche, si sono sposati e assieme hanno preparato piadine agli studenti dell’Università di Camerino. Ora servono altri clienti, a Porto Recanati, sulla costa, a 90 chilometri da casa: “Non è la stessa cosa, voglio tornare a Camerino e questo desiderio mi spinge a votare. L’ho sempre fatto e lo farò pure domenica. Di mezzo c’è anche il senso ampio di educazione civica. È chiaro, stavolta è diverso, bisogna cambiare, perché la faccenda è stata gestita malissimo. La Regione (a guida Pd, ndr) a parole ha fatto, ma senza atti concreti. Sono un uomo di destra, lo ero e adesso lo sarò ancora di più”.

Nella campagna elettorale, al centro del discorso sono stati soprattutto gli immigrati, oltre a promesse mirabolanti. Nessuna parola spesa sulle zone terremotate: “Questa politica non mi piace e io la faccio da vicesindaco di un paesino di 390 abitanti (Monteleone di Fermo, ndr). Rappresento una lista civica di centrodestra, sono un moderato e non ho apprezzato i toni e gli argomenti del mio schieramento, specie quelli della Lega”. Andrea Valori, 37 anni, al di là della carica istituzionale, è il titolare di uno dei 20 hotel che rendevano Sarnano (Macerata) una delle località di villeggiatura più apprezzate: “Sono uno dei pochi ad aver visto il terremoto – dice Valori –, al netto delle tragedie, certo, come una grande opportunità di rilancio. Un foglio bianco da riscrivere e invece questa occasione non la stiamo raccogliendo”.

Se non ripartono le attività commerciali, agricole e artigianali questo territorio muore: “Sono a terra – risponde Antonio Filotei, ancora ex macellaio di Pescara del Tronto, la frazione dove è morto il 90 per cento degli arquatani –. Non riesco a ripartire. È incredibile, devo dimostrare alla Regione di aver perso tutto, negozio e attrezzatura, ma i fatti parlano chiaro. Non dimenticherò i selfie che i politici sono venuti a farsi sulla nostra pelle. Sono sfiduciato, non so se andrò a votare domenica e comunque sceglierò la persona, non il colore”.

Patrizia Vita ha 48 anni, una lunga esperienza con Amnesty International. Ora gestisce una società di comunicazione. Per 480 giorni ha vissuto dentro un camper a due passi dalla sua casa crollata di Ussita, Comune commissariato nel cuore dei Sibillini: “Giovedì ho passato la prima notte nella mia Sae. Ne avevo bisogno, stare in una roulotte è dura, ma non dimentico le promesse: ‘Signora Vita le assegneremo la Sae ad aprile (2017, ndr) e poi a giugno’. Siamo stati strumentalizzati, adesso sono nauseata. Ora la politica cavalca i fatti di cronaca, vedi Macerata e l’odio dietro quelle violenze. Il voto resta un dovere, non solo un diritto. Sono sempre stata di sinistra, penso darò il mio voto a Potere al Popolo”.

Dal terremoto sono nate associazioni e comitati di cittadini. Compreso “La terra trema, noi no” a Muccia (Macerata). Il leader è Diego Camillozzi, 41 anni, rappresentante di imballaggi per alimenti: “Credo che pezzi di destra e di sinistra si metteranno d’accordo, il classico inciucio – dice –. All’80% andrò a votare, chi non lo so ancora. Sono stato vicino ai 5Stelle, ma dopo il terremoto sono scomparsi. Salvini e la Mussolini, e la loro strumentalizzazione di nonna Peppina, storia che io stesso ho seguito da vicino, rappresentano la politica di cui fare a meno. A prescindere dal vincitore, per noi non cambierà nulla. Per me conta entrare in una casa, lasciare la mia stanza d’albergo a Porto Sant’Elpidio e riprendere il lavoro perso, visto che il bacino di clienti era tutto nell’area del cratere”.

La speranza sono i giovani, come Emanuele Angelucci, 20 anni, gestore assieme alla famiglia di una pizzeria di Arquata. Da lui un messaggio di speranza finale: “Il post-terremoto andava gestito meglio, perché noi non siamo mica pupazzi da sbattere a destra e sinistra. Non andare a votare significa non esprimere un pensiero. Tengo molto al mio Paese, ne dobbiamo cambiare le sorti”.