Ecco in che modo le schede nell’urna poi diventano seggi

Dalle 23 di domani inizierà lo spoglio delle schede. Spiegare, all’ingrosso, come i voti fisici si trasformeranno in seggi nel prossimo Parlamento è l’intenzione di questo articolo. Intanto va tenuto conto che il Rosatellum è un sistema misto (e un po’ farraginoso), nel senso che circa un terzo dei prossimi onorevoli saranno eletti col maggioritario e due terzi col proporzionale. Che significa? Partiamo da qui.

Maggioritario (uninominale). È un sistema di voto per cui, in un determinato territorio (collegio), viene eletto il candidato che prende il maggior numero di voti, foss’anche uno solo in più del secondo classificato. Col Rosatellum l’Italia è stata divisa in 232 collegi uninominali per eleggere la Camera e 116 per eleggere il Senato: nella scheda il nome del candidato uninominale è quello che sovrasta i simboli dei partiti.

Proporzionale. Con questo meccanismo si eleggono i restanti membri delle Camere: 386 a Montecitorio e 193 a Palazzo Madama. In buona sostanza, le varie liste che hanno preso più del 3% di voti in tutta Italia (sotto questa soglia non si ha diritto ad avere parlamentari) si dividono gli eletti in proporzione ai consensi ricevuti: se il partito X ha avuto il 10%, ha diritto a quella percentuale dei 386 deputati e 193 senatori da eleggere (in realtà qualcosa di più visto che vanno detratti appunto i voti di chi non raggiunge la soglia del tre per cento). L’effetto è ulteriormente complicato dal fatto che esistono anche le coalizioni: i partiti coalizzati che superano il 3% potranno dividersi anche i voti di quelle liste che, pur non avendo superato lo sbarramento, hanno preso l’1% dei voti (meccanismo che incentiva la creazione di cosiddette “liste civetta”, create cioè solo per attrarre voti).

I listini. Anche per la quota proporzionale l’Italia è stata divisa geograficamente in 27 circoscrizioni che comprendono 63 collegi plurinominali per la Camera e in 19 circoscrizioni e 33 collegi per il Senato: i territori più popolosi, ovviamente, hanno diritto a più parlamentari (la Lombardia è la regione che ne avrà di più: 96 in tutto). I futuri eletti “proporzionali” corrono in brevi listini (quattro nomi, da cui plurinominali) che nella scheda si trovano a destra del simbolo di partito. Questi listini vengono detti “bloccati” perché l’elettore non può esprimere una preferenza: l’ordine di elezione va dal primo – il “capolista”, che ha più probabilità di ottenere un seggio – all’ultimo.

L’effetto flipper. Capire chi viene eletto nell’uninominale è facile, un po’ meno nella quota proporzionale. Funziona così: la Commissione elettorale nazionale calcolerà – risultati alla mano e tenendo conto di chi è sotto al 3% e di chi ha superato l’1% in una coalizione – a quanti parlamentari “proporzionali” hanno diritto i singoli partiti; a quel punto gli eletti “scatteranno” nei collegi in cui il risultato della lista è migliore. Questo sarebbe il principio generale, ma il sistema dei “resti” (voti non utilizzati per eleggere nessuno) e dei cosiddetti “aggiustamenti nazionali” per assicurare a ciascuna lista la sua quota proporzionale di eletti ingenera quello che viene definito “effetto flipper”. In sostanza non è scontato che una lista elegga i parlamentari nei territori in cui è andata meglio: il sistema è così complesso che per avere i risultati definitivi potremmo dover attendere martedì.

Voto frazionario. Debutta col Rosatellum il voto con la virgola, che deriva dalle schede di quanti decidono di “barrare” solo il candidato uninominale di una coalizione (ve lo spieghiamo meglio nella scheda a centro pagina).

Quote rosa. Sia nei collegi uninominali che tra i capilista proporzionali va garantita l’alternanza di genere tra uomini e donne nella quota 60 a 40: nessun genere può avere meno del 40% di candidati uninominali e capilista. Anche i listini proporzionali, poi, devono alternare un uomo e una donna. Quando sarà convocato il nuovo Parlamento, però, si scoprirà che gli uomini sono più del 60%: molte donne sono in lista in più collegi (il massimo è: 1 uninominale e 5 proporzionali), ma saranno elette solo in uno lasciando spazio al maschio che le segue.

Come si vota: una sola crocetta e si va sul sicuro

L’articolo che vi apprestate a leggere si rende necessario perché – dopo averci fracassato i camilleriani cabasisi per anni con la formuletta “la sera delle elezioni si deve sapere chi governa” – il Parlamento ha sfornato una legge elettorale complicatissima, sia per come macina i voti trasformandoli in seggi, sia per le modalità stesse del voto. Giusto per arginare l’astensione, i partiti hanno ideato una scheda piuttosto spaventevole che è riportata qui a fianco.

Dove come quando
Un solo giorno (ricordatevi la tessera)

Questioni preliminari: si vota solo nella giornata di domenica, dalle 7 alle 23. Per esercitare il diritto di voto bisogna avere 18 anni per la Camera, 25 per il Senato. È necessario essere muniti di tessera elettorale, da presentare al seggio con un documento di identità valido: in caso di smarrimento o furto della tessera bisogna andare all’Ufficio elettorale del proprio Comune di residenza per ottenere un duplicato (lo stesso dicasi in caso di esaurimento dei 18 spazi disponibili). I Municipi restano aperti anche nella giornata di domenica (meglio controllare comunque con una telefonata preventiva) per garantire il servizio anche nel giorno delle elezioni. Se non vivete nello stesso Comune dove votate, sul sito di Trenitalia trovate le istruzioni per lo sconto del biglietto ferroviario di andata e ritorno.

La novità
Il tagliando antifrodeNon staccatelo

In questa tornata elettorale debutta una misura contro la compravendita di voti. Uno dei brogli elettorali più utilizzati dalla criminalità organizzata è quello della cosiddetta “scheda ballerina”, dove all’elettore viene consegnata una scheda regolarmente timbrata e già votata che viene inserita nell’urna al posto di quella regolare da restituire intatta come prova. Ecco allora che quest’anno la scheda sarà dotata di un tagliandino antifrode con un codice alfanumerico seriale. Il tagliando rende la scheda “unica” e identificabile, naturalmente senza rendere riconoscibile il voto espresso (che secondo la Costituzione è “libero e segreto”). All’uscita dalla cabina, la scheda va consegnata al presidente di seggio che strappa il bollino e poi la infila (lui, non voi) nell’urna, dove torna anonima, con la sicurezza che sia la scheda effettivamente consegnata al cittadino prima dell’ingresso nella cabina elettorale. È vietato farsi selfie e foto con la scheda votata (recentemente un cittadino di Firenze che aveva fatto una foto nella cabina elettorale è stato condannato al pagamento di 15 mila euro).

La scheda
Un complicato sistema misto

Vi verranno consegnate due schede: una rosa per la Camera dei deputati e una gialla per il Senato. Il sistema di voto è uguale per entrambi i rami del Parlamento che viene rinnovato con un sistema misto, maggioritario e proporzionale. Solo un terzo dei parlamentari sarà eletto con il criterio maggioritario nel collegio uninominale (dove vince chi ottiene un voto in più degli altri), mentre gli altri due terzi di deputati e senatori saranno eletti nei listini bloccati con il criterio proporzionale: più la lista ottiene voti, più eletti scattano, a partire dal capolista a scendere. In ogni listino ci sono da 2 a 4 nomi (a seconda della grandezza dei collegi). In pratica troverete un nome scritto in grande, che indica il candidato del collegio uninominale e sotto i partiti che lo sostengono e i relativi candidati nei listini del proporzionale.

Le trappole
Divieto di voto disgiunto Come non buttare il voto

Il metodo più semplice, seguendo la ratio della legge, è barrare la lista della quota proporzionale (Esempio 1 nella grafica): il voto poi si estende al relativo candidato dell’uninominale. Se barrate solo il nome del candidato all’uninominale (Esempio 2), il voto si propaga alla lista o liste collegate in misura proporzionale alle preferenze ottenute nel collegio da ogni singola lista. Se invece barrate sia il nome sia una lista collegata (Esempio 3), il voto della quota proporzionale va alla lista scelta. Non è previsto (come accade invece per il rinnovo dei Consigli regionali di Lombardia e Lazio) il voto disgiunto: quindi non si può (Esempio 4) votare un candidato all’uninominale e, poi, per la quota proporzionale un partito che non sostenga quel candidato. Esempio: si può votare il candidato dell’uninominale del Pd e poi la lista della Bonino, ma non si può invece barrare il simbolo di Lega, 5Stelle o LeU. Cosa succede (Esempio 5) se barrate solo uno dei nomi piccoli delle liste proporzionali? È un voto non corretto, potrebbe essere annullato anche se è chiara la volontà dell’elettore: su questo punto potrebbero sorgere divergenze nell’interpretazione nel collegio degli scrutatori.

Le Regionali
Si rinnovano i consigli di Lazio e Lombardia

I cittadini di Lazio e Lombardia, che riceveranno anche la scheda per le Regionali (vedi sopra), dovranno fare attenzione perché il sistema di voto è diverso. Sulla scheda regionale sono stampati i nomi dei candidati governatori (in Lombardia 7, nel Lazio 9), con le rispettive liste che li sostengono. Accanto a ogni simbolo ci sono due righe che possono essere riempite a mano con uno o due cognomi di candidati di quel partito (che devono essere di sessi diversi). Si può votare solo il candidato governatore senza alcuna lista (l’elezione è diretta); oppure si può votare il candidato governatore e una lista a lui collegata (con, appunto, un massimo di due preferenze). Ma si può anche dare un voto non coerente, perché appunto è previsto il voto disgiunto, cioè a un candidato e a una lista a lui non collegata. Se si vota invece solo una lista, il voto si intende dato anche al candidato governatore che quella lista sostiene.

Le strane indicazioni del patronato Uil in Belgio: “Votate Pd”

Può un patronatodella Uil all’estero fornire indicazioni di voto? Se lo chiedono Cesare Antetomaso e Maurizio Acerbo, candidati di Potere al popolo, che in questi giorni hanno denunciato il comportamento del patronato Uil di Liegi, in Belgio, rèo di aver indirizzato gli elettori verso il Pd. “Che le modalità dell’esercizio del diritto di voto delle italiane e degli italiani all’estero fossero un’autentica porcheria – dichiarano Antetomaso e Acerbo – lo sapevamo. Non potevamo però immaginare che anche il ruolo dei patronati potesse aggiungersi ed aggravasse la situazione”. Sul profilo Facebook di Potere al popolo è stato pubblicato l’audio di un telefonata che sembra dar ragione a Antetomaso e Acerbo. Si sente un uomo chiamare il patronato Uil di Liegi, chiedendo se avessero qualche candidato da consigliare. “Sì, Laura Garavini del Pd”, è la risposta del funzionario, che poi si rende disponibile a raccogliere le schede elettorali una volta che il voto è stato espresso. “Queste sono condotte che rendono il quadro talmente torbido da rendere improcrastinabile un intervento legislativo sulla materia”, concludono i candidati di PaP.

Cosa può succedere dal 5 marzo: tutti gli scenari possibili

Dire cosa accadrà da lunedì in poi non è ovviamente possibile. Le elezioni sono d’altronde, ha detto il capo dello Stato, “una pagina bianca”. Quel che si può fare fin d’ora, però, è indicare gli scenari possibili che tengano conto del tipo di legge elettorale, dei programmi reali dei singoli partiti e dei trend dei consensi per come li conosciamo dalle ultime settimane. Il giochino del candidato premier, in questo senso, è irrilevante: con un sistema a base proporzionale il governo si costruisce dopo il voto. Non solo: con un sistema proporzionale, in un contesto con almeno tre poli, è quasi impossibile che qualcuno ottenga nelle urne la maggioranza dei seggi nel prossimo Parlamento. Per comodità, in ogni caso, partiremo da questa ipotesi del terzo tipo che, in buona sostanza, è a disposizione del solo centrodestra.

Governo B, Salvini e soci, anche detto “del gatto in autostrada”. Per avere questa opzione si dovrebbe immaginare un (a oggi impensabile) trionfo del centrodestra anche nei collegi del Sud: Raffaele Fitto, nel suo “fuorionda” con Salvini e Meloni, teme anzi il tracollo. Se pure, però, la coalizione di Berlusconi si aggiudicasse il 40% dei voti proporzionali e due terzi abbondanti dei collegi uninominali produrrebbe al massimo un governo la cui durata si misurerebbe in mesi. La distanza tra i punti qualificanti dei vari partiti è davvero enorme e, per capirci, basti ricordare il primo governo Berlusconi, quello del 1994: nato da un’alleanza a geometria variabile (Forza Italia con la Lega al Nord e con Alleanza Nazionale al Sud) resse pochi mesi finendo per cadere sul no della Lega alla riforma delle pensioni e su altri dissidi interni. Istruttivo anche il seguito: Berlusconi indicò il suo ministro Dini come premier di un governo di larghe intese (FI alla fine decise di astenersi); la riforma delle pensioni poi la fece Dini.

Il governissimo ovvero “tutti dentro”. Ci si riferisce al “governo del presidente” di cui ha parlato per primo Massimo D’Alema e su una cui variante è inciampato ultimamente anche Pietro Grasso (LeU è disponibile a un esecutivo “di scopo” per fare la legge elettorale, che peraltro non è materia del governo, “se ce lo chiede il capo dello Stato”). Per far nascere un dicastero di questo genere serve una maggioranza amplissima, in genere raccolta attorno a un programma minimo che riporti il Paese al voto entro pochi mesi: come si sa, però, non c’è niente di più duraturo del provvisorio e le maggioranze del presidente fanno presto a diventare politiche.

Larghe intese vale a dire “il ritorno di Renzusconi”. È il progetto attorno a cui è nata questa legge elettorale, il Rosatellum, progetto messo però in crisi dal tracollo nei sondaggi del Partito democratico. Si tratterebbe di formare una maggioranza “moderata”, “europeista”, “responsabile” per “non lasciare il Paese nell’emergenza”, onorare “i nostri impegni coi partner Ue” e ovviamente “continuare il percorso di riforme”. Per fare questo, però, c’è bisogno che i due partiti perno – cioè il Pd e Forza Italia – ottengano buoni risultati alle urne e che lo stesso facciano le liste di contorno (tipo Noi con l’Italia – cioè Fitto, Cesa e soci – che però non pare destinata a superare la soglia di sbarramento del 3%). Un modello di coalizione che potrebbe essere alimentato, nel tempo, anche da transfughi dei partiti che ne resteranno fuori: attenzionati sono gli eventuali eletti al Sud di Salvini e i cosiddetti “maroniani” oltre ovviamente ai nuovi eletti 5Stelle (il Movimento, peraltro, ha già “cacciato” una quindicina di candidati, alcuni dei quali sicuramente eletti).

L’alleanza populista, cioè il governo M5S, Lega, FdI. Anche questa è un’ipotesi del terzo tipo anche se, a stare alle intenzioni di voto di questi mesi, con più chance numeriche dell’eventuale Renzusconi. Questo tipo di governo è l’incubo di un gran pezzo dell’establishment italiano, eppure tanto le liste dei 5Stelle che i ministri presentati da Luigi Di Maio spingono il Movimento più in direzione di un asse con la sinistra moderata che verso un’intesa, pure di massima, con partiti euroscettici come la Lega. Non è un caso che molti – dentro LeU e persino dentro al Pd (sponda Michele Emiliano) – parlino di appoggio a un governo dei 5Stelle in opposizione alla destra e al ritorno del Caimano.

Il governo Di Maio di minoranza, ovvero “Giggino a bagnomaria”. Con questa legge, come forse si sarà capito, il Movimento 5 Stelle non ha speranza di ottenere la maggioranza dei seggi, anche se facesse “il botto”: avrà comunque bisogno di trovare altri voti in Parlamento. D’altra parte se i grillini saranno abbondantemente sopra il 30% le altre coalizioni ne saranno indebolite e Luigi Di Maio potrebbe trovarsi a ricevere un incarico esplorativo da Sergio Mattarella. Rimanendo fedele ai principi enunciati (nessuna trattativa sulle poltrone, ma un programma di pochi punti da sottoporre agli altri gruppi), il candidato premier dei 5Stelle potrebbe dar vita a un esecutivo di minoranza con l’appoggio esterno di qualcuno (più probabile, come detto, che il soccorso arrivi da sinistra): anche lui durerebbe “come un gatto in autostrada”, ma nel frattempo i grillini perderebbero la verginità politica, che a oggi è il loro principale atout.

Gentiloni ovvero “la stabilità del coma”. È uno scenario non improbabile quello di una completa impasse in cui il nuovo Parlamento non riesce a formare alcun governo: andasse così resterebbero al suo posto Paolo Gentiloni e soci, in carica per l’ordinaria amministrazione, mentre le Camere potrebbero tentare di modificare la legge elettorale prima di riconvocare le elezioni. Vale anche per il lentissimo passaggio del “moviola” quanto detto per il governissimo: si inizia per stare qualche mese e poi si vede, tenendo presente che – come da nota citazione di Victor Hugo – “c’è gente che pagherebbe per vendersi”.

Tocca a Napolitano presiedere l’aula del nuovo Senato

È nato nel giugno del 1925 Giorgio Napolitano e sarà quindi lui, a norma del regolamento di Palazzo Madama, a dover presiedere la prima seduta dell’aula senatoriale della XVIII legislatura, quella che uscirà dalle urne del 4 marzo e che si insedierà venerdì 23 marzo.

Senatore a vita, già due volte presidente della Repubblica, Napolitano succede così a Emilio Colombo (che aprì la XVII all’età di 93 anni compiuti) e a Giulio Andreotti (cui toccò la XVI quando contava 89 anni).

Due anni prima (nella XV legislatura) il ruolo sarebbe spettato di diritto alla senatrice a vita Rita Levi Montalcini (all’epoca 97enne), ma declinò in favore di Oscar Luigi Scalfaro che all’epoca aveva “appena” 88 anni.

Poiché il primo compito del Senato appena eletto sarà quello di darsi un presidente, toccherà a lui, se non vorrà declinare l’invito adducendo una qualche ragione, l’insediamento e lo spoglio dell’elezione del successore di Pietro Grasso alla seconda carica dello Stato.

Berlusconi e Salvini litigano su Tajani e attaccano i 5Stelle

Il virtuale candidato”presidente” incandidabile chiude la campagna elettorale nel luogo che gli è più proprio: la televisione. Da Porta a Porta su Rai1 a Bersaglio Mobile su La7 fino al suo Tg5, Silvio Berlusconi passa la giornata – come gli altri – in televisione. Lo schema del leader di Forza Italia, nelle ultime ore di propaganda, è stato quello di aumentare la potenza dell’attacco nei confronti dei Cinque Stelle e di rendere solida l’investitura a premier di Antonio Tajani, non proprio condivisa con entusiasmo all’interno della coalizione di centrodestra. Ieri mattina, dunque, Berlusconi ha ricevuto a Palazzo Grazioli a Roma il presidente del Parlamento europeo: “La scelta di Tajani è un mio successo personale, in Europa è la persona più apprezzata e più stimata da tutti”. Matteo Salvini sogna il sorpasso della Lega ai danni di Forza Italia e chiude la campagna col candidato del centrodestra (e del Carroccio) Attilio Fontana alla regione Lombardia: “Tajani? Chi lo vuole, voti Forza Italia. Il derby è tra me e Renzi. Lui è il passato, io sono il futuro. Ora tocca agli italiani”.

Grillo riappare: “Siamo l’unico partito rimasto, andremo a governare”

“L’unico partito vero ormai siamo noi, abbiamo un leader e un programma: gli altri si sono sciolti come diarrea”. Riecco Beppe Grillo, il fondatore e ormai ex capo dei 5Stelle, che chiude la campagna elettorale del Movimento a Roma, da ospite d’onore del comizio in piazza del Popolo. Piazza piccolina e piena a metà, ma i militanti sono entusiasti, mentre sentono i big declamare sillabe di trionfo. “Siamo a un passo dalla vittoria, ora inizia l’era del governo” assicura il candidato premier Luigi Di Maio. “Avremo sorprese inaudite dal voto” promette l’acclamatissimo Alessandro Di Battista, all’ultimo discorso da deputato. E c’è anche la sindaca di Roma Virginia Raggi: “Il 4 marzo sarà la nostra ultima chance”. In serata, Grillo: “Può darsi che il periodo del vaffa sia finito. Ma rimarrà un vaffino, perché la sfida della politica non è fare cose, ma non fare cazzate”. Però molto è cambiato: “Le piazze forse sono un po’ passate di moda, adesso dobbiamo applicare il programma, li abbiamo costretti a inseguirci sul nostro programma”. Perché la parola d’ordine è “andare lì a cambiare le cose”. La musica parte e Grillo saluta: “Siamo un movimento biodegradabile. Ci scioglieremo quando potremo fare un referendum da casa a settimana”. Chissà.

Ingroia chiude vicino a Grasso: “B. e la mafia? Lui voleva premiarlo”

“Pietro Grasso? È lo stesso che voleva dare un premio a Berlusconi per la lotta alla mafia, che non volle firmare l’appello all’assoluzione di Andreotti, lasciando da soli i magistrati che condussero quel processo e che da Presidente del Senato si è lasciato sfilare sotto il naso le peggiori leggi vergogna senza muovere un dito”. Antonio Ingroia denuncia la falsificazione di firme dei suoi sostenitori, a Ostia, ritrovatisi a sostenere Casapound e sceglie l’attacco frontale contro il suo ex collega della procura di Palermo nel chiudere la campagna elettorale di Lista del Popolo in un albergo del centro di Palermo, a pochi metri da piazza Verdi, dove, nello stesso momento, proprio il leader di Liberi e Uguali ha concluso il tour elettorale con un comizio davanti il teatro Massimo dopo una passeggiata per le vie del centro. Questo l’ultimo messaggio del presidente del Senato “Nessun governo con la destra – ha confermato Grasso – se non c’è una maggioranza siamo disponibili solo a fare una legge elettorale per fare tornare al voto gli italiani. La lista grillina dei ministri al presidente Sergio Mattarella? Una mossa propagandistica”.

Renzi: “Punto a un premier Pd, a partire da Gentiloni. Io? Resto fino al 2021”

“Comunque vada io sarò segretario del Pd fino al 2021. Lo hanno deciso le primarie”. Matteo Renzi ribadisce, in maniera ancora più netta, quello che aveva già detto lunedì: non si dimetterà, pure in caso di sconfitta. L’ultimo giorno di campagna elettorale è amaro per il segretario dem: l’aria che tira va da brutta a pessima. E l’operazione in corso è “spersonalizzazione”: memore del referendum, meglio cercare di evitare di attirarsi il voto contro, come è stato il 4 dicembre. “Il Pd ha una grande squadra, sono orgoglioso di esserne allenatore, non commetterò l’errore di personalizzare come l’altra volta”, chiarisce lui. Ma poi dice pure un’altra cosa: “Siamo in una posizione semplice e il candidato premier in questa legge non è previsto, rispettiamo il compito istituzionale del Presidente della Repubblica. Chiunque sia il candidato del Pd noi lo sosterremo a cominciare da Paolo Gentiloni e passando per tutti i nomi che sono stati fatti e che sono tanti, quasi quelli di una squadra di calcio. Chiunque del Pd avrà il sostegno del Pd”. Una dichiarazione netta fino a un certo punto, che ha il sapore di una resa a metà. In realtà, al Nazareno, nessuno sa davvero cosa succederà. Intanto, le asticelle sono tarate al ribasso: la speranza dei vertici del Pd, adesso, è di arrivare al 23% (il 25% di Bersani sembra un miraggio). Ma il timore di tutti è di scendere sotto il 20%.

Se il Pd dovesse andare benissimo (ipotesi che appare remota), Renzi si considererebbe ancora in lizza per fare il premier; se dovesse andare male, ma tenere, resterà lì dov’è e cercherà di “dare le carte”. Sostenendo un bis di Gentiloni, ove vi fossero i numeri per larghe o larghissime intese. Quindi, un governo con Forza Italia, centristi e magari qualche altro “pezzo” di gruppi parlamentari. Ma non con l’M5S. “Sarà importante capire se il primo gruppo parlamentare saremo noi o i 5Stelle. Io preferisco andare all’opposizione che allearmi con gli estremisti”, ha ribadito ieri.

La posizione espressa con amici e collaboratori è che il Pd può governare solo se è il primo gruppo. Per le ultime ore di campagna elettorale, Renzi punta sugli indecisi, che sono calcolati sul 20%. E prova ancora a esibire il voto utile, il male minore: “Credo che Di Maio stia puntando a un accordo con la Lega. E lo vorrei dire agli elettori del Sud: votate M5S e vi ritrovate i padani e chi vi insultava”.

E poi, c’è l’ipotesi che il Pd vada malissimo. A quel punto, anche chi gli è vicino, non è così convinto che Renzi non si dimetterà anche da segretario. Non fosse altro perché se non lo fa lui, saranno gli altri a tirarlo giù. Per fare che? Renzi ha di nuovo smentito l’ipotesi di farsi un partito alla Macron: “Io credo ai partiti. Il Pd ha mille difficoltà ma si discute e si vota”. Si vedrà. Il 5 marzo sarà tutta un’altra stagione.

Intanto, Gentiloni ha ricevuto anche l’endorsement dell’Economist. Tanto per chiarire quali sono i pesi in campo: da ricordare, però, che questo tipo di “apprezzamenti” non hanno portato molto bene in passato. A partire da Hillary Clinton. Ciliegina sulla torta, persino Denis Verdini, giovedì sera a Piazza pulita ha rimproverato il segretario, in extremis, per non averlo ricandidato.

Intanto, ieri il Pd ha chiuso la sua campagna elettorale in ordine sparso. Tante piccole iniziative. Anche una certa disorganizzazione. E un’aria, in generale, di smobilitazione. Renzi ha dovuto ripiegare sull’Obihall, a Firenze. Al chiuso. Era partito da piazzale Michelangelo, ma fa troppo freddo. E poi, meglio non sfidare la sorte: non è più il tempo di piazze piene. Per cambiare, il comizio non si fa sul palco, ma al centro della sala.

Il lupo, l’agnello e il Grillo

Disse il lupo all’agnello: “Perché osi intorbidarmi l’acqua?”. Rispose l’agnello: “Come posso fare questo se l’acqua scorre da te a me?”. E il lupo: “È vero, ma tu sei mesi fa mi hai insultato”. E l’agnello: “Impossibile, sei mesi fa non ero ancora nato”. E il lupo: “Allora sarà stato certamente tuo padre”. E se lo mangiò. Dissero invece i partiti a Grillo: “Sai solo mandare tutti affanculo e comandi i 5Stelle come un dittatore”. Lui levò il suo nome dal simbolo dei 5Stelle, si riprese il suo blog, indisse le primarie online fra gli iscritti per eleggere il capo politico e candidato premier (fu scelto Di Maio) e annunciò la fine dell’èra del vaffanculo. Dissero allora i partiti a Di Maio: “Non hai mai lavorato, non hai esperienze istituzionali, sbagli i congiuntivi, sei il capo di una setta chiusa, non fai alleanze e ti circondi di incompetenti”. Di Maio ricordò che un po’ aveva lavorato e, in cinque anni di vicepresidenza della Camera, un po’ di esperienza nelle istituzioni l’aveva maturata, senz’altro superiore a quella di B. nel ’94, di Monti nel 2011 e di Renzi nel 2014.

Poi, pur continuando a sbagliare qualche congiuntivo, riempì le liste 5Stelle di un buon numero di professori e professionisti (oltre a una dozzina di impresentabili e furbastri, subito espulsi). Candidò nei collegi vari esponenti della società civile non iscritti al Movimento. Si disse pronto ad alleanze con i partiti su un programma condiviso dopo il voto. E mantenne la promessa di indicare prima del voto ai cittadini (e, per cortesia, anche al Quirinale) i 17 ministri che intende proporre al presidente della Repubblica in caso di incarico per formare il nuovo governo. Niente di eccezionale, per carità. Nessun premio Nobel né Oscar né Pulitzer. Ma nemmeno impresentabili, inquisiti, cialtroni, analfabeti, fascisti, leghisti, xenofobi, complottisti, rettiliani, putiniani, No Vax, No Euro, No Luna. Anzi, tutta gente piuttosto esperta, almeno per curriculum: una criminologa all’Interno, una studiosa di geopolitica e migrazioni agli Esteri, un generale dell’ex Forestale all’Ambiente, due economisti all’Economia e allo Sviluppo, una ricercatrice di intelligence alla Difesa, un giuslavorista al Welfare, un oncologo alla Salute, un preside all’Istruzione, una dirigente delle Risorse agricole all’Agricoltura, un dottore in Legge agli Affari regionali, un campione olimpionico allo Sport, un docente di Diritto alla PA, un geomorfologo alle Infrastrutture, il direttore di un’accademia di Belle Arti ai Beni culturali, una docente di Statistica alla Qualità della vita, un avvocato alla Giustizia. Certo, niente che scaldi i cuori.

E soprattutto nulla di paragonabile agli ultimi ministri supercompetenti e purtroppo uscenti del centrosinistra: la falsa laureata e manco diplomata Fedeli all’Istruzione, la dottoressa con tesi copiata Madia alla PA, la diplomata Lorenzin alla Sanità, il diplomato Orlando alla Giustizia, gli avvocaticchi Alfano agli Esteri e Boschi alle Riforme, l’esperto di calcetto & coop rosse Poletti al Welfare, il plurimedagliato alle Olimpiadi Consip Luca Lotti allo Sport, l’imprenditrice della moda Angela D’Onghia viceministra dell’Istruzione, il dermatologo Soro alla Privacy e altri con la faccia come il curriculum. Per non parlare degli ipercompetentissimi dei governi di centrodestra: l’ingegnere esperto in abbattimento di rumori Castelli alla Giustizia, il corruttore di giudici Previti alla Difesa, l’amico dei camorristi Cosentino al Cipe, l’intellettuale Gasparri alle Telecomunicazioni, la calippa Pascale candidata alle Provinciali di Napoli, l’igienista dentale Minetti consigliera regionale in Lombardia, la escort D’Addario candidata alle Comunali di Bari e via primeggiando. Poteva fare meglio, Di Maio? Certo che poteva. Avrebbe dovuto muoversi prima e preparare per tempo una classe dirigente omogenea, qualificata e fidata. O magari tenere qualche casella libera per il dopo-elezioni, quando la scelta dei possibili alleati sarà più chiara e scioglierà le perplessità di alcuni grossi nomi rimasti in stand by (per esempio nel settore cruciale della cultura, che merita molto più di un ministro esperto in moda e design). Ma le aspettative create dalla black propaganda contro i 5Stelle erano così terrificanti che ora finiscono col nobilitare anche oltre i meriti la lista dei loro “ministri preventivi”. Il solito boomerang, come per Spelacchio e per la campagna sui furbetti dello stipendio pieno.

Siccome però il lupo perde il pelo (e i voti) ma non il vizio, eccolo passare alla fase tre: quella del “sarà stato certamente tuo padre”. Dopo mesi, anni passati a menarla con i grillini fascisti, leghisti, xenofobi, già d’accordo sottobanco con la Lega (ricordate il vertice Salvini-Casaleggio “svelato” da Repubblica?) per un governo populista e sovranista, i giornaloni non trovano nemmeno l’ombra di un destrorso in tutta la squadra dimaiana, fatta apposta per “tentare” LeU e almeno parte del Pd nel dopo-voto. E, dopo decine di titoli-bufala sul governo Di Maio-Davigo-Di Matteo, gli house organ berlusconiani e affini non ci trovano uno straccio di pm, ma nemmeno di cancelliere, nemmeno a pagarlo. Però qualcosa si inventa sempre.
Che dire contro il generale Costa della Forestale (annessa ai Carabinieri dalla sciagurata controriforma Madia), campione della lotta contro gli avvelenatori della Terra dei Fuochi? Repubblica si fa solerte portavoce della presunta “ira della Difesa” con un titolo memorabile: “Pd all’attacco: gravissima caduta di stile. L’imbarazzo del Comando e l’ira della Difesa: non conosce la storia dell’Arma, viene dalla Forestale”. E un bel chissenefrega, ammesso e non concesso che un soggetto inanimato come la Difesa possa provare sentimenti di “ira”, per giunta per così poco, non ce lo vogliamo aggiungere? E che dire del preside-modello brindisino Salvatore Giuliano, scelto per l’Istruzione? Che “scoppia il caso”, anzi “è bufera”, perché Renzi dice che è amico suo e quello è stato consulente (gratis) del ministero, collaborando inizialmente alla Buona Scuola, salvo poi prendere le distanze dal testo finale: peggio del suo omonimo bandito siciliano.

E come sputtanare l’aspirante ministra dell’Agricoltura Alessandra Pesce? Ha collaborato come tecnico al ministero sotto la gestione di Martina, dunque sarebbe “vicina al Pd” e allo stesso ministro, come se l’amministrazione fosse tutt’uno con i politici che pro tempore la guidano. Peggio che se avesse lavorato per Cosa Nostra. Poi c’è il tremendissimo professor Fioramonti, che insegna a Pretoria e una volta disertò un convegno con l’ambasciatore israeliano: dunque dev’essere di certo un antisemita nostalgico di Auschwitz (frequentava l’Amicizia ebraico-cristiana, ma fa niente).

Notevole anche l’attacco concentrico di Libero e del manifesto contro i “tecnici” di Di Maio, con comicissimi paragoni con quelli di Monti: come se i tecnici fossero tutti uguali, e se professori tipo Rodotà e Zagrebelsky non fossero tecnici fin sopra la punta dei capelli, eppure di orientamenti opposti a quelli dei montiani, tipo Fornero. La Stampa, non sapendo più che inventarsi (fake news putiniane a parte, negli ultimi due mesi è riuscita ad annunciare sia il governo 5Stelle-Lega Nord sia il governo 5Stelle-Pd-LeU), titola: “Di Maio, la squadra dei prof sconosciuti”. Avrebbe preferito i prof fin troppo conosciuti che scrivono su Stampubblica, lavorano per la Fiat o per De Benedetti o per qualche banca limitrofa, i famosi prof che, quando si tratta di difendere lorsignori e scaricare i costi delle crisi sui poveracci, mettono sempre una parola buona.

Anche Corrado Augias, su Repubblica, non l’ha presa affatto bene: “Se Di Maio forza le procedure istituzionali importunando la presidenza della Repubblica con offerte inammissibili (la famigerata email con la lista degli aspiranti ministri, ndr), perché una donna (la prof anti-Polizia, ndr) con evidenti problemi esistenziali non dovrebbe gridare il suo odio in mezzo a una piazza?”. In effetti, dalla mail di Di Maio alla P38, il passo è breve.