Una figura d’uomo completamente nera su sfondo dorato è seduta su una poltrona di stoffa glicine gallonata, elegantemente vestita ha le gambe accavallate e il corpo in tre quarti mentre il viso è sfuggente e rivolge lo sguardo altrove: si tratta di Renato e poltrona (1965), opera di Cesare Tacchi (1940-2014), che è possibile ammirare fino al 6 maggio al Palazzo delle Esposizioni a Roma, che ospita “Cesare Tacchi. Una retrospettiva” (a cura di Daniela Lancioni e Ilaria Bernardi).
Una dichiarazione di poetica da parte di Tacchi, quest’opera. Non è un caso, infatti, se nella foto che lo vede accanto al quadro, anche Cesare è vestito di tutto punto e – proprio come il Renato della foto (il sodale Renato Mambor) –, il suo volto sfugge l’inquadratura e suggerisce disinteresse per la realtà coeva: lui guarda altrove. Negli anni 60, i critici d’arte lo definivano “scontroso e solitario” perché a differenza di Schifano, Angeli e Festa, non affollava i tavolini di Rosati a Piazza del Popolo.
Ma la distanza dalla mondanità e per certi versi dalla Nuova Scuola Romana consente a Tacchi di approfondire un percorso di ricerca coerente e originale, come ben rappresenta questa irrinunciabile mostra che richiama 100 opere a testimoniare la profonda indagine dell’artista sulla realtà e sull’uomo. Le figure da lui immaginate si situano, come sostiene Lancioni, “in bilico tra persona e individuo comune” e mentre sono sedute in poltrona, mentre si baciano come succede in Quadro per una coppia felice o semplicemente si guardano adoranti in I fidanzati, “immaginano come si possa vivere in un modo migliore”. La ricerca dell’ideale è la poetica di Tacchi – per la verità dei fatti esiste la cronaca – ed è per questo che la sua produzione subisce una continua rinegoziazione: abbandona “il già fatto per rovesciarlo in qualcosa di diverso”.
Sfilano così gli smalti su tela degli anni ‘60 quali Super n.3 o Poltrona gialla o le stoffe delle celebri “tappezzerie” raffiguranti scene di vita quotidiana o tratte dalla storia dell’arte come La Primavera allegra fino all’acrilico in Lo spirito dell’arte, le sperimentazioni degli anni 90.
I materiali per Tacchi (smalti, pastelli, pennarelli, stoffe, chiodi, capoc, legno) sono una sfida e insieme un’intuizione: come nella sua opera essi coesistono, connettendosi uno all’altro, allo stesso modo la sola salvezza per l’uomo moderno – anticipa Tacchi cinquant’anni fa –, resiste nella connessione, la capacità di annodare il mondo interno con l’universo attorno.