“Quella malta è una porcheria”. “Noi, al Morandi, con questo materiale l’abbiamo fatto, e casca tutto”. “Azichem l’ho già testato su una superficie pressoché liscia, ha fatto guai… si è staccato, a fogli”. Le intercettazioni registrate dalla Guardia di finanza sono inquietanti. Quando si parla di ponte Morandi, la mente vola subito alla tragedia di Genova e a quel maledetto 14 agosto 2018. Stavolta, però, a finire sotto inchiesta è l’altro “Morandi”, quello di Catanzaro, anche chiamato viadotto “Bisantis” e per il quale la Dda guidata dal procuratore Nicola Gratteri ha chiesto e ottenuto dal gip il sequestro, con facoltà d’uso, nell’ambito dell’operazione “Brooklyn”. Stando a quanto emerge dall’attività investigativa, non c’è un rischio crollo. Ma nelle carte della Dda si parla di malta scadente utilizzata nei lavori di manutenzione del ponte, della galleria Sansinato e di un tratto della strada statale 280 “Dei due mari”.
A crollare, invece, è il tentativo di sfuggire alle indagini dei due imprenditori Eugenio e Sebastiano Sgromo che si erano rivolti all’ispettore della Finanza Michele Marinaro, all’epoca in servizio alla Dia, per pilotare l’inchiesta a loro favore. Favori in cambio del suo trasferimento alla Presidenza del Consiglio dei ministri. Detto, fatto: grazie all’ex deputato del Pd, Ferdinando Aiello (non indagato), il sottufficiale già coinvolto nell’inchiesta “Rinascita-Scott” è transitato ai servizi segreti dopo essersi adoperato per alleggerire la posizione dei due amici imprenditori, informandoli dello sviluppo delle indagini nei loro confronti.
Gli “anticorpi” della Dda di Catanzaro, però, hanno funzionato e tutti e tre sono finiti in carcere. Il blitz è scattato ieri quando il Gip Paola Ciriaco ha emesso un’ordinanza di arresto, il sequestro preventivo di 3 società di costruzione e di oltre 200mila euro.
I pm contestano i reati di trasferimento fraudolento di valori, autoriciclaggio, corruzione in atti giudiziari, associazione a delinquere e frode nelle pubbliche forniture. Il tutto con l’aggravante di aver agevolato la ’ndrangheta. Per il pentito Gennaro Pulice, infatti, gli Sgromo (indagati nell’inchiesta “Basso profilo” e condannati in primo grado per favoreggiamento aggravato) sono “imprenditori di riferimento della famiglia Iannazzo”, la cosca di Lamezia Terme che, grazie ai due fratelli, era riuscita in passato a infiltrarsi nei lavori dell’aeroporto ma anche in quelli della caserma dei carabinieri. Il collaboratore di giustizia non ha dubbi: Eugenio e Sebastiano Sgromo sono “persone intranee alla cosca e non persone da sottoporre ai danneggiamenti”. Per un altro pentito, Francesco Michienzi, invece, “erano intermediari tra i piccoli imprenditori e la cosca Anello”.
Il rischio di vedersi sequestrare tutto era concreto. Per scongiurarlo, stando alla ricostruzione dei pm, gli Sgromo hanno costituito la società “Tank srl”, intestandola fittiziamente a una loro collaboratrice, Rosa Cavaliere, finita ai domiciliari. Una semplice impiegata diventata all’improvviso proprietaria dell’impresa che ha vinto l’appalto per la manutenzione del ponte Morandi. Di fatto era la “testa di legno” dei due imprenditori che, grazie alla cessione delle quote, avrebbero pure usufruito di un fondo di garanzia di Invitalia rientrante nelle misure di sostegno per le imprese colpite dall’emergenza Covid. Un fondo che ha garantito il 90% di un mutuo di 1,5 milioni acceso presso la Banca Progetto Spa.
Durante le indagini sono emersi i contatti telefonici tra Eugenio Sgromo e il giornalista Paolo Pollichieni, deceduto nel maggio 2019 ma allora direttore del Corriere della Calabria. Messaggi dai quali, scrivono i pm, “si evince chiaramente come lo Sgromo si rivolga al giornalista al fine di trovare qualche contatto interno all’autorità giudiziaria”. Nell’inchiesta sono coinvolti anche il geometra Gaetano Curcio, direttore dei lavori sul ponte e l’ingegnere dell’Anas Silvio Baudi, interdetti dal gip rispettivamente per 9 e 6 mesi. Con la loro complicità, infatti, gli imprenditori Sgromo avrebbero impiegato nelle lavorazioni un tipo di malta di qualità scadente.
Le intercettazioni del geometra Curcio sono disarmanti: “A me serve ’nu carico 488 urgente altrimenti devo vedere… devo mettere quella porcheria di Azichem qui sui muri”. Al suo fornitore che lo ha avvertito del rischio (“Fai una figura di merda perché quel prodotto non funziona”), il direttore dei lavori spiega le sue ragioni: “È una questione finanziaria, gli ho spiegato io, e come sono? Fanno cagare…”. E ancora: “Non abbiamo altri tipi di materiale… spiccona un po’ di più”.
“Tutti i soggetti coinvolti nella vicenda – scrive il gip – sono perfettamente consapevoli dello scarso rendimento del prodotto. Fondamentale si rivela l’avallo anche dell’ingegnere Baudi dell’Anas”. Secondo il giudice, il professionista ha dimostrato “una dolosa compiacenza nei confronti della Tank srl”. La malta era scadente e lo sapeva anche lui: “Non è che mi piaccia molto – dice – Mi preoccupo non solo per un discorso di faccia che ci… ci metto”.