Trump, Nra nel mirino (almeno a parole)

Va a finire che Donald Trump, il presidente eletto con 30 milioni di dollari di contributi della Nra, la lobby della armi, e che si proclamava paladino del II emendamento della Costituzione – quello che dà ad ogni cittadino il diritto di essere armato – farà quello che Barack Obama e tutti i liberals prima di lui alla Casa Bianca non sono mai riusciti a fare: porre limiti alle vendite delle armi, dare un giro di vite ai controlli, impedirne l’acquisto almeno ai malati di mente, oltre che ai delinquenti. Per il momento, nulla del genere è successo. Ma le ultime dichiarazioni del presidente Trump vanno in questa direzione, anche se, dopo la strage nel liceo di Parkland in Florida, il magnate ha detto tutto e il contrario di tutto: fare una legge per maggiori controlli; armare i professori e i bidelli; proibire i congegni che trasformano un fucile in un mitragliatore; sempre elogiando il patriottismo della Nra.

Il massacro di Parkland – 17 vittime, a opera di un ragazzo espulso da scuola, violento e instabile – ha incrinato, più che altre volte in casi simili, la scorza dell’America ‘pro gun’, forse pure per la determinazione degli studenti e l’ampiezza del loro movimento Never again, ‘Mai più’. D’ora in poi, Walmart, colosso delle vendite al dettaglio americano, non venderà armi e munizioni a chi ha meno di 21 anni. La società s’è anche impegnata a rimuovere i fucili giocattolo che sembrano veri dai suoi scaffali.

Incontrando alla Casa Bianca un gruppo bipartisan di deputati e senatori che vogliono meglio regolamentare la vendita delle armi, Trump s’è detto “ben deciso a trasformare il dolore in azione”: “Scriverò io” , ha detto, un ordine esecutivo per mettere al bando il bump stock, congegno che permette di aumentare la velocità di tiro dei fucili semi-automatici “così voi non dovrete preoccuparvene”.

Il presidente ha poi esortato il Congresso a valutare seriamente la possibilità di “alzare i limiti d’età per l’accesso alle armi”, fissandoli a 21 anni: attualmente, in alcuni Stati un ragazzo di 18 anni non può bere una birra al bar, ma può comprarsi una pistola. “Pensateci! – ha detto Trump, quasi sfidando deputati e senatori – avete paura della Nra?”. La Casa Bianca chiede una legge bipartisan: un progetto già esiste e ha pure l’avallo dell’Nra. Resta da vedere se Trump persisterà su queste posizioni, che possono alienargli il sostegno di parte dei suoi elettori. E c’è pure da chiedersi se il ritorno di fiamma delle armi non serva e fare passare in secondo piano le grane interne alla Casa Bianca, dove il capo della comunicazione, Hope Hicks, 29 anni, una delle poche superstiti della campagna presidenziale, lascerà presto l’incarico. Hicks, una ex modella per taglie forti che non passava inosservata, è il terzo capo della comunicazione ‘bruciato’ in un anno, dopo Sean Spicer e la meteora estiva Anthony Scaramucci.

Paga, la Hicks, l’irritazione del presidente nei suoi confronti: chiamata dal Congresso a testimoniare sul Russiagate, Hope ha ammesso di avere mentito per non danneggiare Trump, che di conseguenza sarebbe “andato su tutte le furie” – lo riferisce la Cnn -. Ma contro Hicks c’è pure l’onda lunga delle vicende #Metoo: lei era la partner di Robert Porter, il segretario dello staff della Casa Bianca dimessosi per le accuse di violenze sessuali nei confronti delle due ex mogli.

Il posto di Hicks potrebbe andare a un’altra donna, Mercedes Schlapp, 45 anni, origini cubane e un marito ‘pezzo grosso’ conservatore.

La Ue: “La legge anti-Shoah è contro lo Stato di diritto”

In Polonia è legge. In Europa è “opzione nucleare”. Nessun odwilz, disgelo tra Bruxelles e Varsavia, dove ieri è entrata in vigore la controversa “legge sull’Olocausto”. Per chi parla o scrive di “campi di concentramento polacchi”, per chi associa “la nazione polacca ai crimini nazisti”, la Polonia all’Olocausto, la pena è il carcere. Fino a tre anni. Votata dal Sejm, la Camera Bassa, la legge è stata ratificata nei giorni scorsi dal presidente Andrej Duda, che prima l’ha firmata, poi inviata, per i diffusi dubbi sulla sua legittimità giuridica, alla Corte costituzionale, che non si è ancora pronunciata. La storia riscritta più di un quarto di secolo dopo, sotto bandiera bianca e rossa, nel 2018, si riassume così: fu colpa tedesca, di nessun altro, la responsabilità dei nazisti, in nessun caso polacca.

Bruxelles non è rimasta in silenzio. Al Parlamento europeo con 422 voti favorevoli, 147 contrari, 48 astensioni, cioè più dei due terzi dei voti necessari, è stata approvata la risoluzione per l’applicazione dell’articolo 7 del Trattato di Lisbona, per “rischio palese della violazione dello Stato di diritto” nel più grande dei Paesi dell’ex blocco sovietico. La Polonia ora rischia la sospensione del diritto di voto nelle istituzioni europee, un’azione punitiva mai adottata in precedenza, quella che in gergo nei corridoi dell’Unione chiamano “opzione nucleare”.

La questione “nucleare” europea è pallida nei titoli d’apertura dei giornali polacchi e ancor più nell’opinione pubblica, ma non lo è la fusione atomica russa e il nuovo missile di Putin, che troneggia verticale al suo posto sulle prime pagine.

Il quotidiano Rzeczpospolita ha invece scelto di pubblicare un report del 1946 appena apparso sul Jerusalem Post, un rapporto segreto e dettagliato degli americani “sul terribile trattamento riservato agli ebrei in Polonia prima, dopo, durante la Seconda guerra mondiale”.

Per la nuova legge voci irate si sono levate per ricordare le responsabilità di chi tra i polacchi favorì il Terzo Reich durante l’occupazione, ma sono state quelle delle comunità ebraiche, da Varsavia fino a Gerusalemme, non molte quelle della società civile polacca.

Non vecchie memorie di antisemitismo, ma nuove di anti-polonialismo. Chi definì i campi di concentramento “polacchi” fu nel 2012 Barack Obama, durante una commemorazione. “Se proprio il presidente degli Stati Uniti fa cose come questa, è un allarme che le cose vanno cambiate, l’anti-polonialismo nel mondo diventa potente per mancanza di reazioni dalla Polonia.

Chi critica la legge, lo fa per sentimenti “anti-polacchi”, ha detto il premier Mateusz Morawiecki che proprio cinque giorni fa, per le continue proteste del governo Netanyahu, aveva congelato la procedura.

Nel Paese dove sono già a rischio libertà dell’informazione, delle donne, delle minoranze, indipendenza delle autorità giudiziarie, per fermare l’“opzione nucleare”, effettiva solo se votata da tutti i 27 Stati membri, rimane un solo alleato, quello che ha detto di star “volutamente costruendo uno Stato illiberale” in Europa, il primo ministro d’Ungheria, Viktor Orban. Pochi giorni fa, il vicepresidente della Commissione europea, Frans Timmermans, ha ricordato che “tanti eroi hanno resistito ai nazisti, ma tanti hanno collaborato ai loro piani”.

Il primo allarme di Timmermans per l’applicazione dell’articolo 7 risale allo scorso dicembre: “Negli ultimi due anni il governo polacco ha messo a rischio la democrazia con almeno 13 leggi, it’s not about Poland, but about EU as a whole, non si tratta della Polonia, ma dell’Europa intera”.

“Compare Nino”, l’ambasciatore delle ’ndrine

La Slovacchia, gli affari con le biomasse da 70 milioni di euro e i rapporti con l’ex finalista di Miss Mondo 2007, Maria Troskova, sono solo la seconda vita di Antonino Vadalà, 43 anni, arrestato ieri mattina, assieme al fratello Bruno e al cugino Pietro Catroppa per l’omicidio del giornalista Jan Kuciak.

In Calabria, Antonino Vadalà era per tutti “compare Nino”, il figlio di Giovanni Vadalà conosciuto con il soprannome Cappiddazzu e definito dagli inquirenti un soggetto “di sicuro spessore criminale considerata la vicinanza alle più grosse famiglie di ’ndrangheta del Reggino”.

Cresciuto nel paese del boss Domenico Vadalà Micu ’u lupu, poco più che ventenne “compare Nino” si è ritagliato il ruolo di collante tra la cosca Zindato di Reggio Calabria (legata alla famiglia mafiosa dei Libri) e i clan di Bova Marina.

All’inizio degli anni Duemila, Nino Vadalà e i fratelli Bruno e Sebastiano erano stati coinvolti nell’inchiesta “Casco” con l’accusa di aver favorito la latitanza di Domenico Ventura, oggi condannato all’ergastolo per omicidio. Nelle intercettazioni telefoniche e ambientali si faceva continuamente riferimento a “compare Nino”. Per gli inquirenti, si trattava del futuro uomo d’affari “slovacco” che, alla richiesta della cosca Libri, si sarebbe messo a disposizione per trovare un alloggio a Bova Marina in modo da far trascorrere un “tranquillo soggiorno all’ospite” latitante. Con l’inchiesta “Casco”, la Procura di Reggio Calabria ha dimostrato il rapporto tra Vadalà e il boss Checco Zindato per conto del quale, secondo gli investigatori, “compare Nino” avrebbe partecipato, assieme a un pezzo da novanta della cosca Libri, Filippo Chirico, a “una spedizione punitiva consumata per conto dell’organizzazione, ai danni di un soggetto, rimasto sconosciuto, che risiede presumibilmente a Roma”.

All’epoca gli investigatori, grazie a un’intercettazione ambientale, sospettarono il coinvolgimento di Nino Vadalà anche in un giro di droga. Ascoltando una conversazione tra Checco Zindato e “compare Nino”, infatti, i due parlavano di “una partita di roba buona arrivata dalla Svizzera”. A proposito di droga, il nome del calabrese arrestato in Slovacchia spunta anche in una recente informativa della Guardia di finanza di Firenze su alcune intercettazioni telefoniche tra calabresi che operavano nel Nord Italia e che discutevano di un traffico di sostanze stupefacenti. In particolare, le Fiamme Gialle nel 2014 avevano accertato che in provincia di Lodi, a San Floriano, ci sarebbe stato un incontro per discutere di una fornitura di cocaina.

“A tale summit – è scritto nell’informativa – avevano partecipato, quali possibili acquirenti e finanziatori dello stupefacente, anche Palamara Giovanni e tale Vadalà Antonino”. Quest’ultimo, al momento in cui la nota è stata depositata alla Procura di Firenze, risultava “non meglio identificato”.

Intrecciando, però, quanto sta emergendo dalle indagini della polizia slovacca sugli interessi del calabrese in quel Paese, si percepisce che potrebbe essere lo stesso personaggio arrestato ieri mattina per l’omicidio del giornalista.

Alcune telefonate, infatti, partivano dall’estero. Inoltre, “Nino Vadalà si è recato temporaneamente in Slovacchia” dove – hanno appurato i finanzieri – ha “importanti interessi economici”.

“Anche in quel Paese – è il commento del procuratore vicario di Reggio Calabria, Gaetano Paci – emerge preoccupante l’affermarsi del ‘modello ’ndrangheta’”.

Retata di italiani. Fico, solo una pezza all’omicidio Kuciak

La chiamano “la pista italiana”. Una pista comoda, che esclude così responsabilità letali per il governo del leader populista Robert Fico, già in fortissimo imbarazzo: nell’ultimo articolo di Jan Kuciak, il reporter ucciso, si accusa senza mezzi termini lo staff del premier, tanto che Maria Trotskova, l’avvenente consigliere capo del suo ufficio, e il segretario della Sicurezza, Vilem Jasan, si sono dovuti dimettere mercoledì 28 febbraio. Per stornare sospetti ulteriori, ecco ieri la grande svolta nelle indagini: un blitz a Mikhalovce e Trebisov, due cittadine dell’est slovacco, dove sono stati arrestati sette italiani tutti sospettati d’avere legami con la ‘ndrangheta. A cominciare dall’indiziato numero uno. Al secolo, l’imprenditore Antonino Vadalà, preso assieme al fratello Bruno e a Sebastiano Vadalà, al cugino Pietro Catroppa (56 anni), all’omonimo Pietro Catroppa (26 anni), a Diego e Antonio Roda. Gli inquirenti pensano di riuscire così ad identificare il mandante del duplice omicidio.

Il teorema degli inquirenti slovacchi è semplice: Kuciak, secondo i colleghi e la polizia, sarebbe stato ucciso per i suoi articoli che erano centrati sugli affari segreti di politici e mafiosi. In Slovacchia, mai un giornalista investigativo era stato ammazzato, ripetono polizia e primo ministro. Perciò, è nella direzione mafiosa che vanno stanati i colpevoli.

Ma Jan aveva ficcato il naso in quella zona grigia del potere, dove collusione, corruzione e affari s’intrecciano in modo pervasivo con amministratori e politici locali. È il modello della cosiddetta ‘ndrangheta export, sorta di colonizzazione morbida adottato, con successo, dalla mafia calabrese nel nord italiano, in Svizzera, in Germania, in Spagna. Negli ultimi anni, l’attenzione della ‘ndrangheta si è rivolta all’Est Europa post comunista, dove gli strumenti legislativi antimafia sono minimi. Riciclaggio di denaro (droga, armi), reinvestimenti legali in imprese, aziende agricole, import-export, settore immobiliare. Dapprima in Bulgaria e in Romania, poi nei Paesi del Gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia), assai critici con l’Unione Europea di cui fanno parte e dalla quale, però, chiedono ed ottengono miliardi di euro sotto forma di fondi strutturali. Ed è qui che interviene la ‘ndrangheta: si propone, con la complicità dei politici corrotti, come gestore di quei fondi, assicurando introiti a chi glielo permette. I soldi puliti europei “lavano” quelli sporchi della ‘ndrangheta (uno dei sette arrestati possiede uffici a Praga, in Na Prikope, una delle vie più prestigiose, lo segnala il giornale Mlada fronta Dnes).

La cosa strana è che Vadalà non se l’è filata appena è saltato fuori il suo nome, e cioè lunedì scorso: i media slovacchi hanno infatti cominciato a pubblicare stralci della sua inchiesta sulle frodi fiscali e i raggiri dei fondi Ue in cui erano svelati i suoi legami con il mondo politico slovacco.

Quando in Italia venne accusato di aver favorito la latitanza di un pericoloso boss – Domenico “Mico” Ventura, ricercato per omicidio – lui prese il volo, si fiondò in Slovacchia. Era il 2003: sul suo capo pendeva una condanna di un anno e sei mesi. Oggi, rischia assai di più. O forse no: difficilmente la ‘ndrangheta export si espone con un delitto così clamoroso come quello di un giornalista (semmai, i conti si regolano fra clan rivali, vedi la strage di Duisburg).

Questo spiegherebbe perché Vadalà e gli altri calabresi non siano scappati. Tempo fa, la Procura antimafia calabrese aveva segnalato alle autorità di Bratislava che nel territorio del loro paese vivevano persone legate alla ‘ndrangheta, tra le quali appunto Vadalà. Nonostante l’allerta italiana, nessuno intervenne. Protezioni altolocate, certamente. Di qualcuno che adesso trema.

Mail Box

 

Governabilità, le coalizioni non sono all’altezza

Il 4 marzo è vicino, la destra e la sinistra invocano la governabilità. Ognuno dice: “Votate per noi così è assicurata la governabilità”. Ma sia la destra che la sinistra partecipano alle elezioni in “coalizioni’’ tutt’altro che omogenee.

La coalizione dei parassiti di sinistra è in netta contrapposizione a quella dei parassiti di destra ad esempio sullo ius soli, sui matrimoni gay, sull’amnistia, quindi le due coalizioni contengono i germi della ingovernabilità.

Tranne una governabilità di basso profilo, frutto di continui compromessi al ribasso, l’unica forza politica che può assicurare una governabilità che governi senza compromessi al ribasso e stabilità è il Movimento 5 Stelle, non avendo “vincoli di coalizione’’. E vogliono abbattere i privilegi di cui godono le due coalizioni unite dagli stessi interessi.

Francesco Degni

 

Delrio come può difendere il disastro delle Ferrovie?

Certo non si può insegnare a qualcuno a vergognarsi e credo che il ministro Delrio, come tutta l’allegra compagnia del nuovo corso Pd, difetta di questa qualità.

Infatti, non parlo dei regali fatti ai concessionari autostradali – che si sono visti assegnare prolungamenti di licenze ed aumenti autostradali che incidono in negativo sulle nostra tasche ed in positivo sulle loro – trova così il coraggio o l’impudenza di dichiarare che anche nella situazione creatasi a seguito delle nevicate dei giorni scorsi le Fs si sono comportate egregiamente e che i vertici di quell’Azienda godono della sua totale fiducia.

Mi chiedo in che mondo viva Delrio! Non credo nel mondo reale perchè anche un alieno avrebbe registrato i disagi di questi giorni che si sono già verificati qualche tempo fa senza che nessuno, di quelli lautamente pagati e nominati da Delrio, abbia pensato a qualche soluzione.

È sempre così! Bastano 10 cm di neve ed il mondo in Italia si ferma. Mi chiedo come facciano Paesi come la Russia, gli Stati Uniti e tutti quei Paesi che per molti mesi hanno a che fare con la neve. Forse la risposta sta nel fatto che tali Paesi non hanno ministri competenti come Delrio. O no?

Leonardo Gentile

 

Una legge elettorale criticata anche da chi l’ha scritta

In ogni giornale si sprecano gli articoli sui numerosi difetti contenuti nella legge elettorale vigente. Il paradosso è che questi, sono salomonicamente riconosciuti anche da coloro che hanno scritto la legge stessa. Un aspetto che nessuno ha sottolineato, è quello che con l’impossibilità del voto disgiunto le schede elettorali saranno più facilmente taroccabili. Mi spiego: si presuppone che domenica prossima, molti elettori, per semplicità, esprimeranno il loro voto con una sola croce sul collegio plurinominale. Bene, basterà che qualcuno degli scrutati ponga un’altra croce su quello uninominale di un’altra coalizione per rendere nulla la scheda. Cosa che non sarebbe possibile con la possibilità del voto disgiunto o con l’obbligatorietà delle due croci.

Giuliano Bagnoli

 

DIRITTO DI REPLICA

Con riferimento all’articolo apparso ieri sul Fatto Quotidiano relativamente ai servizi di assistenza sanitaria alle autorità istituzionali presenti all’interno delle sedi della Presidenza del Consiglio, si precisa quanto segue. Il presidio sanitario a supporto del presidente del Consiglio e delle altre autorità di Governo è in funzione sin dal 2002. Fino al 2012 il servizio è stato assicurato da 8 medici, poi ridotti a 3 a seguito degli interventi di spending review adottati negli ultimi anni. Gli stessi medici sono responsabili anche di ogni adempimento previsto in materia di medicina del lavoro per tutte le sedi e per la totalità del personale della Presidenza del Consiglio dei ministri.

In considerazione dell’esiguo numero di specialisti disponibili a fronte della consistente mole di compiti da svolgere, nel corso del 2017 è stata concordata con le Amministrazioni competenti, ministeri della Salute e della Difesa, una integrazione al decreto interministeriale che regola la materia. Pertanto, in analogia alla previsione già vigente, relativa alle forme di assistenza sanitaria per i componenti degli organi costituzionali da parte di personale medico militare, tale possibilità è stata estesa al presidente del Consiglio e alle autorità di governo, nelle sedi della Presidenza. Conseguentemente è stata definita una convenzione con il Ministero della difesa, che stabilisce le modalità più opportune per garantire il necessario livello di tutela sanitaria, regolando anche l’impiego operativo di una autoambulanza per i casi di emergenza e primo soccorso. Dunque, le misure adottate corrispondono esclusivamente a esigenze d’impiego razionale e appropriato delle risorse disponibili e non sono riferite ad alcun genere di particolare allarme.

Paolo Aquilanti, Segretario Generale di Palazzo Chigi

 

Prendiamo atto con piacere che le disposizioni non siano legate a uno specifico allarme. Nel confermare il contenuto del nostro articolo, però, il Segretario Generale Aquilanti ancora non spiega quali ragioni abbiano reso necessario incrementare la sorveglianza sanitaria per tutte le 24 ore.

pa.za.

Automazione. Non tutte le rivoluzioni vengono per migliorare il lavoro

 

La notizia che entro il 2020 la Levi’s sostituirà molti degli operai con i robot per aumentare la velocità di produzione e diminuire i costi non deve cogliere di sorpresa. Ormai tutti si riempiono la bocca con la robotizzazione e meccanizzazione del lavoro. La domanda che sorge però è: se questo è un trend globalizzato e mondiale è chiaro che saranno milioni i disoccupati, e dubito che questi ultimi si buttino a comprarsi nuovi jeans Levi’s, anche se costassero la metà perché robotizzati. I disoccupati non si fiondano a comprare una Ferrari solo perché da 200 mila euro è scesa a 90 mila. E c’è anche da dubitare fortemente che i licenziati trovino tutti lavoro nell’industria costruttrice di robot. A meno che i solerti proprietari della Levi’s non distribuiscano magnanimamente e saggiamente i risparmi ottenuti coi robot agli operai che i robot hanno di fatto licenziato. Ma poiché è più facile vedere Babbo Natale, credo che entro breve i grandi imprenditori dovranno chiedersi come mai non vendono più, anche con costi di produzione più bassi.

Enrico Costantini

 

Gentile Costantini, nel centro distribuzione di Amazon in provincia di Rieti, per la prima volta in Italia, sono stati introdotti i robot che trasportano gli scaffali fino all’operaio addetto allo stoccaggio. Un’innovazione venduta come positiva: raccontano che così i lavoratori non devono più percorrere chilometri stancandosi e affaticandosi. Usurandosi. È lo stesso principio decantato in parte da Levi’s: gli operai non dovranno più respirare le nubi tossiche che si sollevano dai prodotti per i trattamenti. Se si chiede conto dei posti che si perderanno, tutti hanno una sola versione: come è già successo con le altre rivoluzioni industriali, il lavoro non sparirà. Semplicemente cambierà. I dipendenti saranno formati nuovamente, ci sarà una nuova industria, nuova occupazione. Dimenticano però di specificare che per semplice aritmetica, e in virtù della agognata ottimizzazione del processo produttivo, non potranno garantire nuovo lavoro a tutti. Amazon portava come esempio l’assunzione di informatici incaricati di risolvere eventuali anomalie, di progettisti, sviluppatori, manutentori. Ma quanti lavoratori hanno queste competenze? Quanti sono in grado di acquisirle con la semplice formazione aziendale? Pochi. Il cambiamento è troppo grande e troppo veloce. Nell’attesa che si formino i lavoratori di domani, quelli di oggi – con le loro “competenze ordinarie” – restano indietro e nutrono la voce “perdita del potere d’acquisto” negli studi sull’impatto occupazionale dell’automazione.

Virginia Della Sala

Incarico a Del Debbio e Porro al posto di Tajani

Agorà, L’aria che tira, Otto e mezzo, #cartabianca, DiMartedì, Quinta Colonna, Bersaglio Mobile, Piazza pulita, Matrix, Non è l’Arena, Porta a Porta… Politici e palinsesti sono una cosa sola, un’espansione di antimateria senza eguali nell’universo, una volta qui era tutta città, ora è solo campagna elettorale. Se avessero qualcosa da dire, non ne uscirebbero vivi; per loro fortuna non è così e la Tv dà l’idea di un’eterna convention di replicanti. Per ingannare la noia si può provare a invertire i ruoli. Che accadrebbe il 5 marzo se scendessero in campo i conduttori?

Larghe intese favorite più che mai. Se prevalesse il centrosinistra, incarico al falco Formigli o, meglio, alla colomba Floris. Due opzioni in contrasto anche a destra. Incarico al filosofo dal volto umano Paolo Del Debbio per compiacere Meloni, Salvini, ma anche il compagno (di merende) Renzi. Per un profilo più istituzionale pronto Nicola Porro, il Tajani del video, già a libro paga di B. Liberi e Uguali potrebbe fare al massimo i nomi di Bianca Berlinguer e Flavio Insinna, dunque certo il loro relegarsi all’opposizione, mentre i 5stelle potrebbero suggerire Massimo Giletti, a riprova che il Movimento ha qualche problema nella selezione. Per parte nostra l’incarico lo daremmo a Pif, l’unico a inseguire i leader all’aria aperta, come le uova biologiche (Il Testimone, Canale 8), producendo un briciolo di stupore in noi e in loro. Toh, esistono anche fuori dagli studi; chissà dove nascondono il microchip.

Se Di Maio non ce la fa, proviamo Carlin Petrini

È comune sentire, causa di non poca depressione pre-elettorale, una sindrome – che rischia di manifestarsi in alti tassi di astensionismo – che nel caso in cui la coalizione di destra non raggiungesse il 40% si andrebbe a un governo “di continuità” rispetto all’esperienza Gentiloni con FI nel ruolo che fu mutatis mutandis (ovviamente in una posizione di maggior forza) quello dello scomparso partito di Alfano. Tale governo, guidato da Gentiloni o Minniti o Calenda o Tajani, continuerebbe le politiche imposte dal 2011 dall’“Europa” (sineddoche per Asse atlantico in salsa clintoniana). Insomma, se il Pd non tracolla e la Lega non sfonda, gli estremismi (sic) sarebbero marginalizzati e un moderato patto del Nazareno manterrebbe la solita rotta.

La possibilità che la mancanza di vincitori autosufficienti produca qualcosa per cui valga la pena di spendersi, è assente dalla discussione pubblica. Nessuna alternativa sembra immaginabile. Ipotizzare invece che il M5S si confermi il primo partito e che questa volta riesca pure a essere il primo gruppo parlamentare non è cosa peregrina e infatti il “capo politico” si comporta già come presidente incaricato. E propone una squadra di governo che spera sia capace di convincere gli elettori (e forse anche Mattarella) che le accuse di incompetenza che vengono mosse ai 5Stelle sono infondate. Sulla fondatezza delle accuse di incompetenza non abbiamo titolo per pronunciarci. Sicuramente alcuni dei nomi proposti non sfigurano rispetto alle compagini precedenti (Conte invece di Madia). Tuttavia il “non è peggio di prima” non basta a produrre emozioni e che comunque l’idea che Di Maio non abbia titoli curriculari sufficienti per l’alto incarico ha preso piede, sicché difficilmente potrà andar oltre l’incarico esplorativo. Vorremmo perciò immaginare un’ipotesi emozionante e realistica, capace di attirare le persone alle urne, nella speranza di qualcosa che sia meglio e non meno peggio del prima. L’ipotesi si basa sul seguente scenario realistico: il centrodestra resta poco sotto il 40%. Il centrosinistra esce nettamente ridimensionato, sul 25%. Il M5S si attesta sul 28% mentre LeU non sfonda il 6% (i numeri di Grasso, Bonino e Potere al Popolo non sono in ogni caso decisivi). Se le cose andassero più o meno così, Di Maio non avrebbe alcuna possibilità di farcela personalmente e sarebbe stolto e narcisistico, come fu per Bersani nel 2013, se si ostinasse a provarci. Il capo politico per essere all’altezza del suo ruolo dovrebbe generosamente farsi da parte mantenendo per sé un dicastero importante e la vicepresidenza del Consiglio. E proponendo una figura paragonabile allo Stefano Rodotà del 2013, carta che Bersani non ebbe il coraggio e l’intelligenza di giocare. Serve un profilo alto, legato a una piattaforma fortemente ecologista, tradizionale e trasformativa al tempo stesso, laico ma gradito ai cattolici, equilibrato e prestigioso sul piano internazionale. Di Maio (ancora molto giovane) dovrebbe fare il vice di un Pepe Mujica italiano, capace di unire e di restituirci orgoglio internazionale con un governo competente e motivato sulla retta via democratica abbandonata dopo il referendum sull’acqua del 2011.

Tale figura potrebbe prendere voti su un programma di cura del territorio, conversione ecologica, piccola impresa, etica del bene comune. Esiste una tale figura nell’Italia di oggi? Noi pensiamo che Carlin Petrini, con il suo prestigio conquistato negli anni, la sua vicinanza ai temi della Laudato Si’, la sua rete eccezionale di contatti nel mondo della politica, della cultura e dell’economia sarebbe la persona adatta a costruire un tale governo di riconversione ecologica nazionale. Difficile per molti del Pd votargli contro; impossibile farlo per Bonino e Grasso, e qualche voto potrebbe prendere pure a destra. Il M5S ci sorprenda all’ultimo, dimostrando quella creatività che è stata la grande assente di questa campagna elettorale.

La nuova Lega del cachemirino punta sulla paura

Per capire che elezioni sono quelle di domenica prossima, basta leggere la lettera mandata agli elettori lombardi dal capolista della Lega in Regione, un tale Gianmarco Senna: “Caro cittadino, sembra impossibile pensare che la Regione Lombardia, una delle più evolute e avanzate d’Europa, si trovi oggi a non poter più assicurare benessere, sicurezza e futuro ai propri abitanti. Ti sembra accettabile”, chiede Senna, “non poterti muovere e vivere nella tua città senza temere per l’incolumità tua e dei tuoi cari? Ti sembra giusto che i nostri quartieri siano diventati insicuri, invivibili e irriconoscibili?”. Ora, mi chiedo, dove vive ’sto Senna? Che ambienti frequenta?

Vive a Milano, dove ha locali e ristoranti di un certo successo, quei posti fighetti dove conta più l’arredo e l’interior design che il cibo (il ristorante “Bianca” tutto bianco, il “Brando Bistrot”, il “Suri” nippo-meneghino, la catena “Fatto Bene Burger”). Nei suoi locali va spesso Matteo Salvini con i nuovi capataz della Lega senza più il Nord, gente che pensa più alla movida che alla politica.

La vecchia Lega (con il Nord) di Umberto Bossi preferiva le osterie e il vino rosso e soprattutto aveva passione per la politica, seppure una politica che a me non piaceva per niente. Ai “baluba” legaioli che giravano in Panda, ora si sono sostituiti i giovanotti con la camicia bianca e il cachemirino che scendono dalla Mini Countryman con ragazze che sembrano appena uscite da un casting. È gente che, di suo, non ha idee cattive, perché non ha proprio idee. Magari hanno un certo fiuto per gli affari e una grande voglia di portare a casa successo e soldi. Ma per la politica – come per le insegne dei loro locali – prendono in prestito le idee che girano, quelle che più servono per ottenere risultati.

Hanno capito che oggi la paura porta voti, così, mentre vivono in una città tra le più sicure d’Europa (lo dicono i dati sui crimini) e si divertono tra i locali della nuova Milano, da cui traggono pure dei bei redditi, cercano voti agitando cinicamente lo spettro della insicurezza e della paura. “Ti sembra accettabile non poterti muovere e vivere nella tua città senza temere per l’incolumità tua e dei tuoi cari?”. Esagera minga, gli avrebbe detto un tempo il vecchio Bossi, al quale pure piaceva esagerare.

Per non farsi mancare niente, ’sto Senna vuole Milano Città Stato: “Milano Città Stato è un progetto che in modo del tutto naturale fonde il mio percorso di imprenditore milanese con il mio progetto politico per Milano e per la Lombardia: immagino una Milano forte, moderna, innovativa e con i pieni poteri che una grande Città deve avere, in una Regione Lombardia finalmente libera, con l’autonomia, di scegliere e costruire il futuro delle proprie imprese e dei propri cittadini”. Parole in libertà, né giuste né sbagliate. Tanto, che importa? La politica è un hobby, per i brillanti affluenti della nuova Milano. Un hobby che può aiutare i loro business, dunque perché non provarci? “Ora, insieme a te, voglio portare la mia esperienza in Regione per migliorare la vita di tutti i cittadini lombardi. Individuare soluzioni concrete per dare risposte certe e rapide ai problemi”.

Questi oggi sono con la Lega (senza Nord) di Salvini, perché il vento della vittoria soffia da quella parte, ma potrebbero tranquillamente essere anche con il Pd efficiente e chic di Giorgio Gori. Cambierebbero il file, chiedendo al loro copywriter di togliere il richiamo alla paura per sostituirlo con una manciata di buoni sentimenti, di solidarietà e accoglienza. Tanto non credono né a quelli né a questi.

Bonino e l’elettore (finto) di sinistra

Salutiamo l’entrata (e la prevedibile imminente uscita) nell’antropologia politica italiana, già stravagante di suo, di una nuova eclettica figura: l’elettore di sinistra della lista +Europa di Emma Bonino. Il fenotipo è facilmente identificabile: non vota Pd perché “non riesce a dimenticare che il segretario è Renzi” (Michele Serra), anche se finora era riuscito a ignorarlo senza particolari remore morali; ciò nonostante, sostiene “la coalizione”; anzi, ad esser precisi “sostiene Gentiloni” (Enrico Letta), che però non è candidato e deve aver lasciato detto all’intellighenzia di citofonare a Bonino.

Non serve che dica, questo furbone machiavellico, che vuol fare dispetto a Renzi, raccontando a sé stesso che se Bonino supera il 3% si aggiudica i seggi in Parlamento che il Napoleonino di Pontassieve era già convinto di accaparrarsi come previsto dal Rosatellum.

Ora, a questo bizzarro animale elettorale non serve dire che Emma si è già dichiarata disponibilissima, nel caso, a sostenere un governo con B. (alleato della Lega anti-europeista), come del resto fece nel ’94, trovando fino al 2006 (due anni prima di allearsi col Pd di Veltroni) che di B. fosse da “apprezzare ciò che fa come premier” (non come palazzinaro, non come padrone televisivo, e nemmeno come utilizzatore finale: proprio come premier).

L’elettore +europeista, al caldo nel suo soggiorno pieno di prime edizioni Einaudi, non proverà alcuna dissonanza cognitiva nel sostenere i Radicali (da non confondere col Partito Radicale di Bernardini e Turco) che sostengono il Pd che ha distrutto lo Statuto dei lavoratori ed è alleato con la lista della berlusconian-alfaniana Lorenzin. Del resto si è fatto andare bene che non riuscendo a raccogliere le 25mila firme necessarie alla presentazione della lista, Emma abbia accettato l’ospitalità offertale dal cattolico antiabortista Tabacci nel proprio Centro democratico, aggirando la legge nel sollievo e persino nel tripudio generale. Posto che non c’è giornale che non si genufletta ogni volta che la nomina, Bonino da mesi si fa le sette chiese televisive chiedendo, come nella migliore tradizione radicale, non si capisce bene cosa (che i radicali non siano boicottati, che è ora di smetterla di non farli parlare, che bisogna accogliere gli immigrati che Minniti respinge etc.), e può contare su pannelli elettorali luminosi giganteschi nelle maggiori stazioni come nemmeno Ceausescu, e forse neanche Renzi, avrebbe potuto desiderare.

E sì che Emma non manca occasione di far capire dove batte il suo cuore. Dopo aver indicato la cura per la Nazione in una maggiore austerità e in una minore spesa pubblica (per le famiglie, i cittadini, la Sanità, la Scuola, insomma per quella cosa romantica e lontana chiamata popolo), e aver del resto chiamato la sua lista +Europa a scanso di equivoci, l’altro giorno ha detto che la “scuola deve preparare più e meglio al lavoro”. Quale tipo di lavoro, lo ha chiarito lei stessa: “Nei Paesi vicini alla piena occupazione come la Germania, cercano più ingegneri e operai specializzati che non dei latinisti“. È vero. Anche sotto Hitler la disoccupazione in Germania era pari a zero e il lavoro rendeva liberi i cittadini, specie quelli ebrei, nelle fabbriche del Reich; la cultura, davanti alla quale mettevano mano alla pistola i gerarchi nazisti, non era che uno strascico kitsch della passata grandezza o un lusso raffinato per pochi eletti. Latinisti non ne servivano, al regime, e anche oggi le nostre città sono piene di classicisti disoccupati, in tutta evidenza non talentuosi come la Lorenzin, che ha trovato lavoro come ministro (della Sanità!) con la sola maturità classica.

Per Bonino andrebbe anche “bene il boom del liceo classico”, purché provveda a irrobustire braccia per il lavoro, beninteso questo lavoro del 2018, che per chi ha il culo al caldo è un’ottima occasione di crescita e progresso e per gli altri schiavismo legalizzato a tutele crescenti.

Mancava Bonino, di cui non stiamo a ricordare le nobili battaglie civili del passato, a dare manforte alla dottrina neoliberista della scuola come allevamento di polli da batteria per ingrassare i padroni e non come educazione alla Storia, alla riflessione e all’uso critico dell’intelletto; non fossero bastate le dannose riforme della Scuola ad opera di ministri dipendenti di un miliardario milanese coi libri finti nel tinello, o l’ultima, renziana, detta Buona Scuola, con la incredibile idea dell’alternanza scuola-lavoro con la quale si sottraggono gli studenti alle ore di studio per fargli svolgere gratis mansioni manuali che altrimenti andrebbero pagate.