Netflix e Sky si alleano in Europa e lanciano un ‘pacchetto unico’

L’annuncio della partnership tra Sky e Netlix in Europa è stato dato ieri: dal 2019 gli abbonati Sky in Europa potranno sottoscrivere abbonamenti con i quali accedere anche a tutti i contenuti Netflix attraverso la piattaforma Sky Q. La notizia arriva nel momento in cui Sky è contesa da Comcast (proprietario di Nbc e Universal Pictures) e da Disney (attraverso Fox) . “Sky – spiega una nota – renderà disponibile la vastità dell’offerta Netflix ai clienti nuovi ed esistenti creando un pacchetto TV di intrattenimento ad hoc”. In pratica, la App Netflix sarà integrata in Sky Q e gli abbonati Sky potranno accedere ai contenuti all’interno del menu Sky Q. Ai clienti Netflix, viceversa, verrà offerta la possibilità di migrare il proprio account nel nuovo pacchetto Sky TV. I primi paesi saranno Gran Bretagna e Irlanda. poi Italia, Germania e Austria. Nessuna notizia sui prezzi. L’alleanza conviene: Sky evita la concorrenza, Netflix si allea con un operatore di peso che ha ricavi sicuri. Jeremy Darroch, ceo di Sky, ha aggiunto: “Riunendo i contenuti Sky e Netflix sotto lo stesso tetto, al fianco dei programmi targati HBO, Showtime, Fox e Disney, stiamo rendendo l’esperienza di intrattenimento ancora più semplice e immediata”.

“Agente provocatore utile contro le mazzette”

Gianrico Carofiglio è stato fino a pochi anni fa un pm antimafia e anticorruzione, il 7 marzo esce per il gruppo Abele Con i piedi nel fango, conversazioni su politica e verità; un suo romanzo del 2011, Il silenzio dell’onda ha come protagonista un agente sotto copertura, molto d’attualità: la scelta di Fanpage di utilizzare un’esca per un’inchiesta giornalistica sulla corruzione, infatti, ha provocato un dibattito proprio sull’uso del cosiddetto “agente provocatore”.

Carofiglio, cosa ne pensa del possibile utilizzo?

Ho molte perplessità di ordine deontologico sull’iniziativa di Fanpage. Sono invece del tutto favorevole all’introduzione nel nostro ordinamento di operazioni sotto copertura per combattere la corruzione.

All’interno della magistratura ci sono posizioni contrastanti: chi parla di strumento fondamentale, chi di istigazione a delinquere…

È legittimo avere opinioni diverse, ma è bene chiarire che nel nostro ordinamento le operazioni sotto copertura esistono già per il contrasto di diversi reati (criminalità organizzata, traffico di armi e droga, pedopornografia) e nessuno ha niente da obiettare. La figura dell’agente sotto copertura non è prevista per il reato che più di tutti la richiederebbe, cioè appunto la corruzione.

Perché è così importante?

La corruzione è, quasi sempre, un reato senza testimoni. Quando il fatto viene commesso, quando i soldi cambiano mano o viene fatta la promessa corruttiva, sono presenti solo il corrotto e il corruttore ma nessuno dei due ha alcun interesse a raccontare l’accaduto agli investigatori. Questo, anche perché manca ogni norma per incentivare la collaborazione con la giustizia, come nelle indagini per mafia. Quando le denunce arrivano sono inevitabilmente imprecise o congetturali e richiedono l’avvio di lunghi e faticosi accertamenti. Fra questi le intercettazioni, che possono costare fra i 500 e i 1.000 euro al giorno. A fronte delle enormi spese di queste indagini, il numero di persone per le quali si arriva a una sentenza di condanna definitiva (causa prescrizione, ndr) è semplicemente ridicolo e l’effetto dissuasivo è praticamente nullo. La capacità che ha una pena di prevenire non è legata alla sua eventuale durezza ma all’elevata probabilità e rapidità della sua applicazione.

Chi è favorevole cita la convenzione Onu di Merida contro la corruzione, ratificata dall’Italia e mai applicata; chi è contrario ricorda le condanne della Cedu contro Paesi che hanno usato l’agente provocatore. Come stanno le cose?

Dipende dal tipo di disciplina. Si tratta di uno strumento molto delicato che presenta il rischio di usi impropri e a quelli si riferiscono le condanne della Corte, ma al tempo stesso, come dice appunto la Convenzione dell’Onu, è indispensabile per il contrasto efficace di certi reati. Per ridurre il rischio di abusi e per superare le legittime perplessità di chi è contrario è bene fissare alcuni concetti. Le operazioni sotto copertura devono essere ammesse solo in presenza di concreti indizi di colpevolezza e non in base al mero sospetto. Ogni singolo passaggio di queste operazioni va ricondotto al diretto controllo dell’autorità giudiziaria. È necessario prevedere una documentazione integrale di tutte le attività e anche limiti alla possibilità di arresto in flagranza da parte della polizia giudiziaria: solo il magistrato deve valutare se sussistano gli elementi e se tutte le procedure siano state correttamente seguite. Su queste basi credo che sia possibile dotarci di uno strumento che potrebbe trasformare la lotta giudiziaria alla corruzione nel nostro Paese.

Ama, il senatore di FI ordina: “Non licenziate il mio uomo”

“La mia telefonata è in linea con un antico adagio: meglio prevenire che curare”, esordisce dall’altro capo del filo, accento romanesco e modi affettati, per mettere subito in chiaro il tono della conversazione. È accaduto qualcosa di spiacevole a uno dei suoi e quando l’8 febbraio compone il numero di Lorenzo Bagnacani, il senatore Francesco Aracri confida di mettere a posto le cose. L’Ama, la municipalizzata dei rifiuti di Roma Capitale, ha aperto un procedimento disciplinare nei confronti di Fabio Fiesole, “rappresentante di Forza Italia” in azienda, che ora rischia il licenziamento. Così l’onorevole forzista, senza avere alcun titolo per farlo, chiama l’amministratore delegato nominato dai 5Stelle e lo avverte: interrompa la procedura altrimenti “si andrebbe su un percorso che inevitabilmente assumerebbe tonalità e caratteristiche diverse”.

Tutto inizia il 21 dicembre scorso quando Fiesole, in qualità di “delegato Ama del coordinamento romano di Forza Italia”, firma una nota con Davide Bordoni, capogruppo azzurro in Campidoglio: “È impensabile che venerdì, per quattro giorni, chiuderanno le officine esterne per la riparazione dei mezzi di Ama, già siamo in piena emergenza rifiuti, i mezzi sono rotti e non si riesce a smaltire il lavoro quotidiano”.

Le officine “sono pienamente operative e lo saranno anche nei prossimi giorni, compresi i festivi”, replica l’azienda, che affronta giorni difficili: i giornali battono sul rischio caos, la giunta Raggi è sotto attacco dopo che la Regione Lazio chiede a Toscana ed Emilia Romagna di gestire i rifiuti della Capitale, e l’Ama considera quello di Fiesole l’ennesimo colpo. I vertici giudicano le sue parole “gravemente lesive dell’immagine aziendale” e avviano un iter disciplinare. L’accusa: il dipendente – che secondo l’Ama non è delegato ma solo iscritto alla Fiadel, la Federazione italiana dipendenti enti locali – ha detto il falso.

Il 29 gennaio 2018, Fiesole viene ascoltato in sede disciplinare e l’8 febbraio, Aracri – accusato, come rivelato dal Fatto, da un ex dirigente dell’Azienda Strade della Regione Lazio di aver preso tangenti per 65 mila euro – chiama Bagnacani. “Mi arrivano voci che il nostro rappresentante di Forza Italia sarebbe in odore di licenziamento – premette – anche quando abbiamo governato noi i responsabili delle varie aziende hanno espresso valutazioni e critiche, ma a noi non c’è passato per la testa de andà a licenzià ’sti cristiani”. Quindi arriva al punto: “Siamo anche uomini di mondo. La mia telefonata non deve aizzare chissà che cosa”, ma se il procedimento disciplinare non si fermasse “si andrebbe su un percorso che, non per mia scelta ovviamente, assumerebbe tonalità e caratteristiche diverse”.

Il messaggio è lanciato, Bagnacani lo coglie e risponde che Fiesole non aveva espresso opinioni ma “denunciato fatti palesemente falsi che danneggiano l’azienda”. Poi traduce le parole di Aracri: “Lei mi consiglia di non proseguire”. “No, no, io non consiglio niente, ce mancherebbe er Signore”, replica il senatore, ma “se dovremo cominciare a parlare di Ama, laddove costretti, parleremo di Ama”. Ovviamente, specifica, “il mio non è un consiglio né una mina… ma è evidente che ci si deve difendere”. “Intendo che il messaggio è molto chiaro”, ribadisce netto Bagnacani. “Intende esattamente quello che le ho detto”, chiude Aracri.

L’ad di Ama sporge denuncia in Procura per minacce mentre l’iter disciplinare fa il suo corso: il 20 febbraio parte la lettera di licenziamento “per giusta causa”. Lo stesso giorno si concretizza l’avvertimento del senatore Aracri: parte il fuoco di fila. Bordoni e il consigliere regionale Adriano Palozzi attaccano sul Messaggero.it chiedendo le dimissioni “dell’inefficiente e cialtronesco Bagnacani”. Replicano il 21 febbraio sulle colonne de Il Tempo e dell’edizione cartacea del quotidiano del gruppo Caltagirone. Chiude la batteria la nota che condanna “l’atteggiamento dittatoriale messo in atto dai dirigenti Ama”, firmata da Aracri e Maurizio Gasparri. Così funziona a Roma.

Il catalogo di reati, i numeri delle sentenze

Una condanna definitiva (frode fiscale Mediaset); 2 amnistie (falsa testimonianza P2 e fondi neri Macherio); 8 prescrizioni (corruzione Mondadori, finanziamenti illeciti a Craxi, falsi in bilancio Lentini, Fininvest e consolidato, rivelazione telefonata segreta Fassino-Consorte, corruzioni di De Gregorio e Mills);
2 proscioglimenti per aver depenalizzato il suo reato (falsi in bilancio All Iberian e Sme-Ariosto); 3 assoluzioni dubitative (corruzione Gdf, fondi neri Medusa, corruzione Sme-Ariosto); 1 assoluzione piena (concussione e prostituzione minorile Ruby); 1 proscioglimento a Roma (frode fiscale Mediatrade); 1 archiviazione a Milano (traffico di droga); 3 archiviazioni per stragi mafiose (2 Firenze, 1 Caltanissetta); 5 archiviazioni a Roma (voli di Stato per olgettine, corruzione Razzi e Scilipoti, casi Saccà, Sanjust e Agcom-Annozero); 5 archiviazioni a Palermo (mafia e riciclaggio); 2 processi in corso (induzione a mentire Tarantini e corruzione di testi Ruby-ter); 1 indagine a Firenze (stragi mafiose del 1993 a Firenze, Milano e Roma).

B. “delinquente naturale” che si compra tutti

Ecco un riepilogo sintetico delle principali sentenze su Silvio Berlusconi, più ampiamente raccontate nel libro “B. come basta!” (ed. PaperFirst).

 

Bugie sulla P2 (falsa testimonianza). Nel 1988, nel processo di Verona nato dalla sua querela ai recensori del libro Inchiesta sul Signor Tv di Ruggeri e Guarino, B. dichiara: “Non ricordo la data esatta della mia iscrizione alla P2, ricordo comunque che è di poco anteriore allo scandalo… Non ho mai pagato una quota di iscrizione, né mai mi è stata richiesta”. Ma lo scandalo è del 1981 e la sua iscrizione del 26.1.1978, con pagamento della quota associativa di 100 mila lire. Così, da parte lesa, B. diventa imputato per falsa testimonianza. La Corte d’Appello di Venezia, nel 1990, sentenzia: “Ritiene il Collegio che le dichiarazioni dell’imputato non rispondano a verità … smentite dalle risultanze della commissione Anselmi e dalle stesse dichiarazioni rese del prevenuto avanti al giudice istruttore di Milano, e mai contestate… Ne consegue che il Berlusconi ha dichiarato il falso”, rilasciato “dichiarazioni menzognere e compiutamente realizzato gli estremi obiettivi e subiettivi del delitto di falsa testimonianza”. Ma “il reato va dichiarato estinto per intervenuta amnistia” (del 1990).

 

Tangenti alla Guardia di Finanza (corruzione). Condannato per corruzione in primo grado per quattro tangenti a 12 ufficiali delle Fiamme Gialle, poi prescritto in appello per tre mazzette e assolto per insufficienza di prove sulla quarta, nel 2001 B. viene assolto in Cassazione per insufficienza di prove per tutti e quattro gli episodi, mentre i manager Fininvest e i finanzieri vengono tutti condannati. Per la Suprema Corte non si è riusciti a sciogliere il nodo di chi fra Silvio e Paolo B. autorizzò le mazzette. Ma è dimostrata la “predisposizione della Fininvest” a corrompere la Gdf, cioè a “gestire in modo programmato le situazioni oggetto di causa, anche con la formazione di fondi per pagamenti extrabilancio” comprando “la deliberata sommarietà e compiacenza delle verifiche fiscali” con “consistenti dazioni” e “favori”.

 

All Iberian-1 (finanziamento illecito ai partiti). Condannato in Tribunale insieme a Bettino Craxi per avergli versato nel 1991 estero su estero (in Svizzera) dai conti All Iberian mazzette per 23 miliardi di lire, B. si salva col suo complice in appello per prescrizione. Ricorre in Cassazione per essere assolto, ma la Suprema Corte nel 2000 conferma: è un colpevole che l’ha fatta franca. “Le operazioni societarie e finanziarie prodromiche ai finanziamenti estero su estero dal conto intestato alla All Iberian al conto Northern Holding (uno dei tre di Craxi in Svizzera, ndr) furono realizzate in Italia dai vertici del gruppo Fininvest Spa, con il rilevante concorso di Silvio Berlusconi quale proprietario e presidente” e da altri manager del gruppo. Dunque niente assoluzione. “Non emerge negli atti processuali l’estraneità dell’imputato”. Infatti è condannato a pagare le spese di giudizio.

 

All Iberian-2 (falso in bilancio). B. è imputato per centinaia di miliardi di lire di fondi neri nascosti ai bilanci Fininvest, accantonati all’estero nelle società offshore della tesoreria occulta All Iberian e usati negli anni 80-90 per fini inconfessabili: corrompere politici (come Craxi), giudici romani, prestanome (in Tele+ e Telecinco), scalare occultamente società (da Standa a Mondadori) in barba alle leggi e ai controlli di Borsa. Nel 2005 il Tribunale lo assolve con i suoi manager perché “il fatto non è più previsto dalla legge come reato” (l’ha depenalizzato lui nel 2001 con la riforma del falso in bilancio).

 

Medusa Cinema (falso in bilancio). Condannato per 10 miliardi di lire di fondi neri ricavati dalla compravendita della casa di produzione Medusa e nascosti su libretti al portatore intestati a prestanome, B. viene assolto in appello e in Cassazione per insufficienza di prove. Condannato invece il manager Carlo Bernasconi che gestì materialmente l’operazione. Motivo: “La molteplicità dei libretti riconducibili alla famiglia Berlusconi e le notorie rilevanti dimensioni del patrimonio di Berlusconi postulano l’impossibilità di conoscenza sia dell’incremento sia soprattutto dell’origine dello stesso”. Troppo ricco per accorgersi che il suo uomo gli ha versato 10 miliardi.

 

Terreni di Macherio (appropriazione indebita, frode fiscale e falso in bilancio). B. è imputato per 4,4 miliardi di lire pagati in nero all’ex proprietario dei terreni della villa di Macherio, dove vivono la moglie Veronica e i tre figli di secondo letto. In Tribunale è assolto dall’appropriazione indebita e dalla frode fiscale e prescritto per i falsi in bilancio di due società a cui “indubbiamente ha concorso”. In appello è assolto anche sul primo falso in bilancio, mentre il secondo rimane, ma è coperto dall’amnistia del 1990.

 

Caso Lentini (falso in bilancio). L’accusa riguarda 10 miliardi versati in nero dal Milan al Torino per l’acquisto del giocatore Gianluigi Lentini. I fatti sono tutti straprovati, ma B. (presidente del Milan) e il suo vice Adriano Galliani si salvano in Tribunale per prescrizione, grazie alle attenuanti generiche e alla riduzione dei termini introdotta dalla legge B. sul falso in bilancio.

 

Bilanci Fininvest 1988-92 (falso in bilancio e appropriazione indebita). B., il fratello Paolo e vari manager sono indagati per aver falsificato i bilanci Fininvest dal 1988 al ’92 per i fondi neri creati con l’acquisto a prezzi gonfiati di film tramite società offshore. Nel 2004 sono tutti archiviati dal gup per la solita prescrizione, grazie anche ai termini abbreviati dalla legge B. sul falso in bilancio.

 

Consolidato Fininvest (falso in bilancio). Nel 2003 il Gup dichiara prescritti, sempre grazie alle nuove regole sul falso in bilancio, i presunti fondi neri per circa 1.500 miliardi di lire accantonati da B. e dai 25 suoi coimputati su 64 società del “comparto B” della Fininvest, sconosciute al bilancio consolidato. Motivo: “La lettura degli atti… non permette certo di ritenere palese e chiara l’estraneità dei soggetti” ai reati. I legali ricorrono in Cassazione, reclamando un’assoluzione nel merito. Ma nel 2004 la Suprema Corte la nega: i reati sono estinti “in base alla nuova legge sul falso in bilancio” imposta dall’imputato principale.

 

Lodo Mondadori (corruzione giudiziaria). B. è imputato insieme ai suoi avvocati Cesare Previti, Giovanni Acampora, Attilio Pacifico e al giudice Vittorio Metta per la sentenza comprata, firmata da quest’ultimo nel 1991, che ribaltava il lodo Mondadori e sfilava il primo gruppo editoriale italiano a Carlo De Benedetti per regalarlo al Cavaliere. Ribaltando il proscioglimento per insufficienza di prove deciso dal gup, la Corte d’appello di Milano rinvia a giudizio tutti gli imputati per corruzione giudiziaria, tranne uno: B., che beneficia della prescrizione grazie alle solite attenuanti generiche (che ne dimezzano il termine) e alla derubricazione del reato (per lui solo) da corruzione giudiziaria a corruzione semplice. I suoi tre avvocati corruttori e il giudice corrotto verranno condannati fino in Cassazione. I giudici accerteranno che Metta fu corrotto con 400 milioni in contanti provenienti dai fondi neri Fininvest-All Iberian e versati dai tre avvocati “nell’interesse e su incarico del corruttore”, cioè del “privato interessato”, cioè di B., che puntava al “controllo di noti e influenti mezzi di informazione”. Ed è rimasto impunito, almeno penalmente. Nella causa civile, nel 2013 dovrà risarcire De Benedetti con 540 milioni.

 

Sme-Ariosto (corruzione e falso in bilancio). I processi per le tangenti al capo dei gip romani Renato Squillante, pagate dai soliti avvocati con fondi neri Fininvest, finiscono in un nulla di fatto. Previti, Pacifico, Acampora e Squillante vengono condannati in primo grado e in appello. Ma la Cassazione manda gli atti per competenza al Tribunale di Perugia perché riparta da zero, quando ormai è scattata la prescrizione. B. invece, processato separatamente, viene in parte assolto e in parte prescritto (solite attenuanti generiche). In appello scatta l’assoluzione totale per insufficienza di prove, confermata nel 2007 dalla Cassazione. Per i relativi falsi in bilancio dal 1986 al 1989, il Tribunale lo assolve nel 2008 perché “il fatto non è più previsto dalla legge come reato”. L’ha depenalizzato l’imputato.

 

Mazzette a Mills (corruzione giudiziaria del testimone). Il processo riguarda la tangente da 600 mila dollari versata nel 1999-2000 da Carlo Bernasconi (defunto) per conto di Silvio B. all’avvocato inglese David Mills, ex consulente delle società estere Fininvest, in cambio delle sue testimonianze false o reticenti nei processi Guardia di Finanza e All Iberian. Reato confessato dallo stesso Mills in una lettera al suo commercialista Bob Drennan: “La mia testimonianza aveva tenuto Mr B. fuori da un mare di guai in cui l’avrei gettato se solo avessi detto tutto quello che sapevo. Alla fine del 1999 mi fu detto che avrei ricevuto dei soldi… 600.000 dollari furono messi in un hedge fund… a mia disposizione”. Mills viene condannato in primo e secondo grado, poi in Cassazione si salva per prescrizione, anche se deve risarcire il governo italiano con 250 mila euro; e anche se i giudici scrivono che fu corrotto “nell’interesse di Silvio Berlusconi”. Invece B., grazie alle meline dei suoi avvocati e alla lentezza dei giudici di Milano, si salva nel 2012 per prescrizione già in Tribunale. Due prescrizioni, la sua e quella di Mills, propiziate dalla legge ex-Cirielli del governo B., che ne ha ridotto i termini.

 

Diritti Mediaset (falso in bilancio, frode fiscale, appropriazione indebita). L’inchiesta sui fondi neri accumulati da B. gonfiando i costi dei film acquistati da Mediaset presso le major americane, con vari passaggi su una miriade di società offshore nei paradisi fiscali, accerta una mega-frode per 368,5 milioni di dollari. Poi gli ostruzionismi degli avvocati, le leggi blocca-processi varate dall’imputato e l’ex Cirielli taglia-prescrizione fanno evaporare in dibattimento le appropriazioni indebite, i falsi in bilancio e quasi tutte le frodi fiscali, lasciando in piedi soltanto quelle del 2002-2003 per 7,3 milioni. B. viene condannato in tutti e tre i gradi di giudizio a 4 anni di carcere (di cui 3 indultati) e interdetto dai pubblici uffici per 2. Il Tribunale di Milano lo descrive come un delinquente naturale, con una “naturale capacità a delinquere”. La Cassazione nel 2013 lo definisce “ideatore” e “beneficiario” del sistema fraudolento: “Il sistema organizzato da Silvio Berlusconi ha permesso di mantenere e alimentare illecitamente disponibilità patrimoniali estere, conti correnti intestati ad altre società che erano a loro volta intestate a fiduciarie di Berlusconi”. Anche dopo l’entrata in politica: “Tutti i suoi fidati collaboratori ma anche correi” furono “mantenuti nelle posizioni cruciali anche dopo la dismissione delle cariche sociali da parte di Berlusconi e in continuativo contatto diretto con lui… in modo da consentire la perdurante lievitazione dei costi di Mediaset a fini di evasione fiscale”. Così Mediaset pagò per anni e anni i film molto più di quanto costassero, per alimentare i fondi neri dell’utilizzatore finale. Che non esitò a truffare lo Stato e la sua società (quotata in Borsa dal 1996) per metterseli in tasca.

 

Telefonata Fassino-Consorte (rivelazione di segreto d’ufficio). B. viene condannato in Tribunale a 1 anno (e suo fratello Paolo a 2 anni e 3 mesi) e poi salvato dalla prescrizione in appello per la telefonata segretata e mai trascritta dai pm di Milano tra il patron di Unipol Giovanni Consorte e il segretario Ds Piero Fassino (“Allora, abbiamo una banca?”), intercettata nel 2005 durante la scalata alla Bnl e pubblicata dal Giornale il 1° gennaio 2006, in piena campagna elettorale. A rubarla e portarla al premier nella villa di Arcore alla vigilia di Natale 2005 fu un dipendente infedele della società che realizzava gli ascolti per la Procura. B. ricorre in Cassazione per essere assolto nel merito, ma nel 2015 viene respinto con perdite perché è colpevole: “Il Tribunale prima e la Corte d’Appello poi, con motivazione ineccepibile, hanno ritenuto accertato che Silvio Berlusconi nell’incontro di Arcore abbia ascoltato la registrazione audio e abbia, anche col suo atteggiamento compiaciuto e riconoscente, dato il suo placet alla pubblicazione del colloquio intercettato… Berlusconi, chiamato a decidere dopo avere ascoltato la registrazione coperta da segreto, ha sostanzialmente dato il via, con il solo assenso e con il suo beneplacito, alla pubblicazione della notizia, rendendosi responsabile di concorso nel delitto di rivelazione di segreto di ufficio”.

 

Scandalo Ruby (concussione e prostituzione minorile). B. è imputato per concussione (telefonò al capo di gabinetto della Questura di Milano Pietro Ostuni per far rilasciare la minorenne marocchina Karima el Mahroug in arte Ruby, fermata per furto, nelle mani di Nicole Minetti e di un’altra prostituta, raccontando che era nipote di Mubarak e si rischiava l’incidente diplomatico con l’Egitto) e prostituzione minorile (sesso in cambio di denaro con Ruby nei festini del “bunga bunga” ad Arcore). Il Tribunale lo condanna a 7 anni, ma in appello scatta l’assoluzione. La concussione è stata riformata, in pieno processo, dalla legge Severino: senza violenza o minaccia, è “induzione indebita” ed è punibile solo se anche l’indotto ha ricavato “vantaggi indebiti” e Ostuni non ne ha avuti. Quanto alla prostituzione minorile, non ci sono prove sufficienti che sapesse della minore età di Ruby, che sul punto ha detto tutto e il contrario di tutto, mentre le altre “Olgettine” (tutte sul libro paga dell’allora premier) hanno sempre negato. La Cassazione nel 2015 conferma la sentenza d’appello anche dove afferma che B. “abusò della sua qualità di presidente del Consiglio”, ma l’abuso di potere “non è sufficiente a integrare il reato” di concussione, senza la “costrizione” del funzionario e il “vantaggio patrimoniale” del premier. È pure “acquisita la prova certa che presso la residenza di Arcore di Silvio Berlusconi e nell’arco temporale… 14 febbraio-2 maggio 2010 vi fu esercizio di attività prostitutiva che coinvolse anche Karima el Mahroug”. Altro che “cene eleganti”: erano “serate disinvolte e spregiudicate”. Ma, per legge, il cliente di prostitute è punibile se queste non sono minorenni o non c’è prova che lui sappia che lo sono. Il processo Ruby ter ci dirà se quella prova fu negata ai giudici da testimoni corrotti (e soprattutto corrotte).

 

Compravendita del senatore (corruzione). Sergio De Gregorio, eletto nel 2006 senatore dell’IdV e subito passato a FI, sottraendo un voto alla risicatissima maggioranza del Prodi-2, confessa di essere stato corrotto da Berlusconi con 3 milioni di euro: 1 via bonifico alla sua associazione Italiani nel Mondo, 2 cash in nero tramite il faccendiere Valter Lavitola. Il Tribunale di Napoli condanna B. a 3 anni, poi nel 2017 scatta la solita prescrizione in appello. Ma i giudici confermano definitivamente che B. è un corruttore impunito: “L’iniziativa dell’offerta e della promessa del denaro è stata presa da Berlusconi e non da De Gregorio. L’incontro delle loro volontà è stato senza dubbio libero e consapevole… Berlusconi ha, pacificamente, agito come privato corruttore e non certo come parlamentare nell’esercizio delle sue funzioni” per far scatenare a De Gregorio “la guerriglia urbana” in Parlamento che, a lungo andare, provocò la caduta di Prodi. “Le dazioni di denaro effettuate da Berlusconi, tramite Lavitola, a De Gregorio sono state effettuate quale corrispettivo della messa a disposizione del senatore e, quindi, della sua rinuncia a determinarsi liberamente nelle attività parlamentari di sua competenza e non certo come mero finanziamento al movimento Italiani nel Mondo”. Conclusione: “È del tutto pacifico che Berlusconi abbia agito con assoluta coscienza e volontà di corrompere un senatore della Repubblica”.

Dopo Gentiloni il diluvio

Se perde il Pd ci saranno conseguenze apocalittiche per il Paese. L’oscura profezia elettorale, pronunciata ieri in un auditorium di Misterbianco nel Catanese davanti a una platea sul momento per niente impressionata, è da prendere sul serio, perché a formularla è stato il presidente del Consiglio in persona durante il suo tour elettorale a sostegno del Partito democratico ma non del suo segretario. “La posta in gioco è troppo alta e ci sono solo voti al Pd e alla sua coalizione per continuare la stagione di riforma, anche Prodi e Veltroni si sono schierati perché hanno chiaro che se non vince la coalizione a guida Pd non è che cambiano di poco le ricette in campo” ha avvertito Paolo Gentiloni con voce bassa ma ferma, guardando tutti negli occhi. Pausa e poi l’affondo “si mettono a rischio le fondamenta della nostra società aperta ed europea che abbiamo conquistato negli ultimi 20 anni”. Ma come, non la scampiamo neanche con un altro governo con Berlusconi, che si sa se non è zuppa è ribollito? Ha pensato più di un figlio della terra dei gattopardi, mentre tra le prime file cominciava a serpeggiare lo sconcerto. “C’è il rischio – ha scandito il premier – che l’Italia diventi un Paese che non riconosciamo più: chiuso, egoista, ostile con i vicini e che limita i diritti e diffonde l’odio”. Poi dopo non dite che non ci aveva avvertiti.

Ora è ufficiale, B: “Tajani è il nostro candidato premier”

“Antonio Tajani ha sciolto la riserva, sarà il candidato premier del centrodestra”. Così ieri sera a Matrix Silvio Berlusconi ha annunciato il sì del presidente del parlamento europeo alla sua proposta. E pochi minuti dopo il forzista Tajani ha confermato su Twitter: “Ringrazio Berlusconi per la stima, ho dato a lui la disponibilità a servire l’Italia. Ora ogni ulteriore decisione spetta ai cittadini e al presidente della Repubblica”. Una decisione che era nell’aria da tempo, ma che il presidente dell’europarlamento e Berlusconi hanno formalizzato a un soffio dalle urne, non a caso nel giorno in cui Luigi Di Maio ha presentato i 17 ministri della sua ipotetica squadra di governo. Ma come la prenderà il segretario della Lega Nord Matteo Salvini, alleato ma anche rivale di Berlusconi per la guida della coalizione di centrodestra? Il capo di Forza Italia svicola: “Non lo so, però è così grande il ruolo che Tajani può espletare da presidente del Consiglio. Ma se Salvini arriva prima e vuole farlo lui noi comunque lo accettiamo perché abbiamo un patto di coalizione. In Europa tutti mi hanno detto di non portare via Tajani perchè è il miglior presidente del Parlamento che abbiano mai avuto”.

Il passato “renziano” di tre nomi: fan del Sì, della “Buona Scuola” e persino di Martina

Gaffe televisive, dichiarazioni inopportune, nomi con un passato filo renziano. Neanche il tempo di insediarsi – in astratto, s’intende – e il governo a Cinque Stelle ha i suoi primi problemi.

Si parte in mattinata, quando Luigi Di Maio presenta a L’aria che tira, su La7, i primi due nomi: si tratta di Armando Bartolazzi, scelto per la Sanità, e del preside pugliese Salvatore Giuliano per l’Istruzione. Proprio l’esordio di quest’ultimo, in diretta, non è dei migliori: “No, la Buona Scuola non va abolita, ma migliorata”. Un mezzo endorsement che somiglia a quello di Alessandra Pesce, ministro dell’Agricoltura in pectore, che mercoledì a Tagadà aveva definito Maurizio Martina “un buon ministro”. Un gradimento che forse ha a che fare col fatto che la dottoressa Pesce al ministero lavora già, visto che ha fatto parte della segreteria tecnica del viceministro Olivero.

Quando Giuliano prova a correggere il tiro sulla riforma – “è una legge da buttare” – lo scivolone sta già rimbalzando sui profili social dei rivali politici, corredato da un vecchio appello online in cui Giuliano invitava i professori e i sindacati a non scioperare contro la riforma renziana.

Il Pd gongola e Matteo Renzi arriva persino a dichiarare che Giuliano abbia avuto un ruolo operativo nella stesura della legge: “È un nostro amico, è un consulente di Stefania Giannini (ministra dal 2014 al 2016, ndr) e di Valeria Fedeli. È un preside, anche bravo, che ci ha aiutato a scrivere la riforma della Buona Scuola”.

“In bocca al lupo al candidato ministro dell’Istruzione Salvatore Giuliano, – segue a ruota l’ex ministra Giannini – ha l’esperienza per fare bene, l’ha dimostrato dando un contributo qualificante alla Buona Scuola”.

Versione rivista e corretta da Giuliano: “Ho appena scoperto di essere stato quello che ha scritto la Buona Scuola, ma non ho scritto un rigo. Scopro di avere amicizie importanti, ma io l’onorevole Matteo Renzi l’ho visto due volte in pubbliche occasioni. Ho una concezione di versa di amicizia”. In rete c’è un filmato del novembre 2015, pubblicato in serata sui profili social del segretario dem. È un intervento all’Italian Digital Day, organizzato a Venaria dal governo. In platea Renzi, sul palco l’aspirante ministro: “Noi siamo pronti a migliorare questo paese. La scuola è con lei, presidente. Vada avanti!”.

Ma le polemiche rovinano la festa anche a Paola Giannetakis, la criminologa designata per il ministero degli Interni. Su di lei spunta una petizione del giugno 2016, ai tempi della campagna per il referendum costituzionale che da lì a qualche mese avrebbe bocciato la riforma Boschi-Renzi. Un appello firmato dalla Giannetakis, assieme a qualche decina di altri docenti universitari: “Dallo scorso giugno un gruppo di studiose e studiosi, scrittori e scrittrici, firme, voci e volti, che hanno fatto della scienza e del sapere, della ricerca e dell’arte, del diritto e dell’intrapresa la loro professione hanno lanciato un appello per votare Sì al referendum costituzionale di domenica 4 dicembre 2016”, si legge nel testo della petizione. “Un sì pacato – prosegue la lettera – che, sulla scorta delle considerazioni espresse in maggio dai giuristi e costituzionalisti che si sono pronunciati in materia, sente il dovere di esprimersi”. Una posizione quindi ben lontana da quella sostenuta allora dai 5 stelle, i prima linea nella campagna contro la riforma.

Adesso Giannetakis nega tutto, dice di non aver mai firmato nulla e di non sapere come il suo nome sia finito in calce all’appello. Ma il caso c’è, tanto che Di Maio, ospite in serata a Otto e mezzo, sceglie tutt’altra strategia difensiva: “Renzi aveva il 40% dei consensi. Tante persone hanno avuto fiducia in quell’uomo. Queste persone (Giuliano e Giannetakis, ndr) dimostrano il fatto che quando conosci Renzi cominci a evitarlo”.

Lo show col copione (che non prevede il simbolo 5 Stelle)

Otto tricolori, lo sfondo blu notte, il titolo sovrimpresso: “Squadra di governo. Italia 2018 – 2023”. E poi una sottile linea gialla. Unico, quasi impercettibile, segnale che consenta all’avventore di capire che quella al Salone delle Fontane è una kermesse del Movimento Cinque Stelle. L’aveva detto poche ore prima, il garante Beppe Grillo: “Forse è finita l’epoca del vaffa”. Eppure non si era capito quanto profondo fosse il cambiamento. Non c’è una bandiera, un simbolo, una scritta che riconduca questo evento alla creatura di Gianroberto Casaleggio. E perfino Alessandro Di Battista – ormai sempre più ologramma di se stesso: anche stavolta, come a Rimini, è apparso solo in video – invita gli elettori ad informarsi su www.luigidimaio.it e non più sul sacro blog.

Questa monumentale scenografia l’ha pensata e voluta lo staff della comunicazione che, oltre al noto Rocco Casalino, per l’occasione si è arricchito del contributo di Cristina Belotti (che aveva già ricoperto lo stesso incarico a Bruxelles) e dell’art director Giuseppe Dia, titolare di una società di comunicazione di Alcamo, entrato nella galassia dei Cinque Stelle durante la campagna per le regionali siciliane. Il format – spiace abusare della metafora, ma non esistono alternative altrettanto valide – è quello del Grande Fratello. Chiudete gli occhi: Luigi Di Maio è sul palco. In fila dietro le quinte ci sono i 17 aspiranti ministri del suo governo. Aspettano il loro turno e intanto, sbirciando, li vedi mordersi le labbra e alzare gli occhi al cielo per l’agitazione. Il candidato premier li chiama, uno alla volta: cenni biografici e sottolineature ad effetto dei momenti topici delle loro carriere (“Iraq!”, “Bellomo!”, “Pretoria!”, “Ricerca quaternaria!”), poi parte lo stacchetto musicale che accompagna la loro camminata nel corridoio alla destra del palco. Manca il pubblico dietro alle transenne, ma è come se ci fosse. Tre gradini per raggiungere le sedie bianche messe in fila, stretta di mano con “Luigi”, una manciata di secondi fermi per lo shooting fotografico e via con il prossimo concorrente. E a questo punto non stupisce che la cartellina blu che gira nelle mani di chi sta ai margini del palco si intitoli così: “Copione”.

Lo spettacolo, va detto, è riuscito: neanche un fuorionda, un inciampo. Lo sfiora solo Di Maio con un congiuntivo (“se fossimo…) subito abiurato. Ma hanno portato perfino le tv straniere al giuramento di un governo prima delle elezioni: applausi. Giacca e cravatta d’ordinanza (la indossa anche Nik il nero), nei capannelli dei candidati in Parlamento si narra di incontri con industriali e associazioni di categoria, target di riferimento privilegiato di questa campagna elettorale in cui è tutto un “aprirsi”, un “farsi conoscere”, un “diversificare”. Ci sono i tacchi a spillo e le borse Liu-jo, l’aspirante ministro dell’Interno Paola Giannetakis osa la giacca con strass sullo scollo. L’unica nelle prime file a rompere il dresscode è la sindaca Virginia Raggi, che si presenta in Dr. Martens: se al governo ci sei davvero, specie se a Roma, funzionano meglio gli anfibi. E poi ci sono i fantasmi, che inseguono e preoccupano: in platea, per dire, siedono i Tredicine, i famigli dei camion bar e delle bancarelle che nemmeno la giunta Cinque Stelle è riuscita a mettere all’angolo. E come loro ne verranno, Luigi Di Maio lo sa.

Per ora si gode, con gli occhi che brillano, l’elogio del professor Giuseppe Conte, il vicepresidente del Consiglio di Presidenza della Giustizia amministrativa, che il Movimento vorrebbe alla guida della Pubblica amministrazione e che racconta alla platea che “mai” in questi anni ha ricevuto da un esponente dei Cinque Stelle “una telefonata” che potesse influenzarlo nel delicato lavoro che stava svolgendo. “Ragazzi”, li chiama. Giù dal palco, lo staff commenta: “Questo è bravo ma un po’ noioso, ce ne sono altri che dicono anche cose divertenti”.

 

Di Maio, tanti ministri “rossi”. E all’ultimo salta Roberto Fico

Una squadra per sedersi al tavolo, con il baricentro spostato a sinistra e qualche vuoto riempito all’ultimo momento. Piena di 40enni, con due soli parlamentari uscenti e cinque donne, in ruoli pesanti. E un grande assente, Roberto Fico. Era lui, il presidente della Vigilanza Rai, l’ortodosso per eccellenza, la grande carta coperta tra i 17 aspiranti ministri presentati ieri a Roma da Luigi Di Maio. Ma pochi giorni fa la sua entrata in squadra è saltata, pare di comune accordo.

E così a rappresentare i parlamentari ci sono solo due fedelissimi di Di Maio, Alfonso Bonafede alla Giustizia e Riccardo Fraccaro ai Rapporti con il Parlamento. Per il resto, tre candidati negli uninominali e tutti tecnici. Anche se il candidato a Palazzo Chigi e i suoi ripetono che “non sono tecnici, ma persone con testa e cuore”. Forma aulica che tradisce il timore di essere accostati a governi come quello di Mario Monti, per antonomasia l’esecutivo dei tecnici. Ma al di là dei contorcimenti verbali è evidente come Di Maio abbia puntato su docenti e dirigenti, molti già nell’orbita del M5S, come Pasquale Tridico e Andrea Roventini, rispettivamente al Lavoro e all’Economia. E sono loro due, celebratissimi dal microfono dal candidato premier, a dare la cifra politico-economica del possibile governo a 5Stelle.

Due keynesiani convinti, per i quali si deve ripartire dagli investimenti pubblici e da uno Stato centrale nell’economia. “Il modello liberista ha fallito, ora in tutto il mondo economico internazionale si torna a Keynes” sostiene Laura Castelli, deputata che collabora da tempo con entrambi. Tridico parte subito celebrando “il reddito di cittadinanza” e si sofferma “sullo spopolamento del Sud, dove non si investe”. E Di Maio batte forte le mani, perché è nel Mezzogiorno dove il Movimento ha il suo granaio di voti. Mentre Roventini, emozionatissimo, afferma che “il Mef deve tornare a privilegiare la crescita economica e ridurre la finanziarizzazione dell’economia”. Se diventasse ministro, lavorerebbe in simbiosi con Giovanni Dosi, direttore dell’istituto di Economia alla scuola Sant’Anna di Pisa. Intanto la certezza è che Tridico e Roventini parlano una lingua che potrebbe piacere molto a sinistra. Più o meno quella di Mauro Coltorti, indicato – a dispetto del suo curriculum – come ministro delle Infrastrutture e Trasporti: un geomorfologo, già candidato nell’uninominale, attivo anche nella cooperazione. Poi c’è Emanuela Del Re, docente universitaria messa agli Esteri, che tra le altre cose scrive Limes, rivista di geopolitica del gruppo editoriale Gedi (quello di Repubblica e Espresso). Mentre Alessandra Pesce, all’Agricoltura, è, raccontano, un’elettrice del Pd. Insomma, molti dei nomi dovrebbero favorire un accordo a sinistra dopo il 4 marzo, con LeU e magari un pezzo del Pd. “Ma è tutto da vedere, e chiaramente qualche nome dovrà essere sacrificato nelle trattative” ammettono nel M5S. Perché la squadra presentata davanti a un sorridente Davide Casaleggio ha i suoi punti deboli. I no sono stati tanti. E allora invece di un’ex prefetta, cercata per mesi, per l’Interno Di Maio ha indicato la criminologa Paola Giannetakis, già in lista a Roma nell’uninominale. “Collabora con le forze di Polizia ed è formatrice presso enti governativi” rivendicano i 5Stelle. Ma sulla sua scelta, grammaticalmente avventurosa, pesa uno sponsor di rilievo come l’ex ministro dell’Interno Vincenzo Scotti, il rettore dell’università di Link Campus, dove Giannetakis insegna. Perché Scotti per Di Maio è un consigliere. E più di un nome lo ha segnalato lui. Però non c’entra con l’aspirante ministro della Cultura.

Accennata e poi affannosamente ritentata la trattativa con lo storico dell’arte Tomaso Montanari, e incassati almeno un altro paio di no, alla fine il M5S ha ripiegato su Alberto Bonisoli, direttore della Nuova accademia delle Belle arti di Milano, esperto di moda e design. Di Maio lo aveva incontrato a Milano a inizio dicembre. E da quell’incontro nasce un’altra scelta quanto meno curiosa. Infine, c’è il potenziale ministro alla Salute Armando Bartolazzi che in tv si esercita sui vaccini: “Alcuni possono essere anche discussi. Se c’è un’emergenza sanitaria, è compito del ministero fare corretta informazione per convincere la gente”. È la linea del M5S, ma dagli altri partiti ovviamente cannoneggiano.

Il candidato premier però tira dritto e spara altissimo: “Avremo il 40 per cento”. Poi celebra Sergio Mattarella: “Siamo molto fortunati ad averlo in questo momento storico, gli riconosco il ruolo di garante e lo saprà esercitare”. Moderatissimo, Di Maio: che ha piazzato le sue carte, ma è pronto a spostarle. Perché l’importante è il governo.