Orfini: “In caso di stallo, proroga di Gentiloni poi voto”

“In caso di stallo, il governo del presidente non è per noi un’opzione, c’è un governo in carica che può continuare a lavorare per una nuova legge elettorale”. Si parla di una proroga del governo Gentiloni per poi andare al voto? “Sì”. Così dice Matteo Orfini ieri all’Huffington post. Il Pd, per la fine della campagna elettorale, si aggrappa alla proroga di Gentiloni. Nel frattempo, Matteo Renzi comincia a inserire nel suo vocabolario la parola “opposizione”: “L’obiettivo rimane quello di tagliare il traguardo come primo partito, ma adesso, questo obiettivo è “a rischio”. Ecco perché in questo momento “serve uno sforzo” corale, e la discussione sul futuro premier “è lunare”, quando alle porte “l’alternativa è un governo degli estremisti, che tiene insieme Grillo e la Lega”. E comincia a inserire tra gli scenari quello dell’opposizione. La realtà è che dopo il 5 marzo, gli scenari sia per il governo sia per il Pd sono tutti aperti. Renzi punta sugli indecisi. In chiusura della campagna, stasera va Firenze all’Obihall. Poi, si aspetterà il verdetto delle urne.

Pil e lavoro, perché i dati non premiano il Pd

Ieri il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha potuto esultare, e con lui il Pd, per i dati diffusi dall’Istat su occupazione e crescita. Il Pil nel 2017 è cresciuto dell’1,5%, l’aumento “più alto dal 2010”, confermando la previsione del governo inserita nei documenti ufficiali. Dopo il calo del mese scorso a gennaio 2018 la stima degli occupati torna a crescere (+0,1%, pari a +25 mila rispetto a dicembre). “Sono dati frutto del lavoro fatto in questi anni”, ha commentato Padoan. Un punto a favore dei dem a due giorni dalle elezioni, eppure già le stime provvisorie del Pil comunicate due settimane fa, prima del silenzio elettorale sui sondaggi, non avevano premiato la maggioranza di governo, così come i dati sul lavoro. Un fenomeno che potrebbe avere diverse spiegazioni dalla lettura dei dati.

La prima è nel terreno perso rispetto al periodo pre-crisi e nel divario con il resto dell’Eurozona. Dal 2007 al 2013, il Pil italiano s’è contratto di quasi il 10%. Da allora l’economia è in ripresa, ma ancora del 5,4% sotto i livelli pre-crisi. Dal 2008 il divario rispetto all’Eurozona si è ampliato a 13 punti percentuali. La disoccupazione è invece passata dal 5,7% di aprile 2007 al 13,0% di novembre 2014. Da allora è “scesa” all’11,1% di gennaio scorso. Se la crescita “è frutto delle riforme fatte”, come sostiene il governo, non è chiaro perché resti la più bassa dell’Ue. L’Italia, come gli altri Paesi dell’Unione, sembra andare a rimorchio di una congiuntura economica favorevole.

Anche i dati sul lavoro sono in chiaroscuro. Il tasso di occupazione sale al 58,1% e in un anno gli occupati crescono di 156 mila unità (grazie alle donne) ma salgono solo quelli a termine (precari): +409 mila, mentre quelli a tempo indeterminato – che il Jobs act doveva spingere con il contratto a tutele crescenti (ma senza articolo 18) – calano di 62 mila unità.

La seconda spiegazione è nella stretta fiscale che gli ultimi governi hanno portato avanti (seppure con margini di flessibilità ottenuti in sede europea). L’avanzo primario (il saldo positivo tra entrate e uscite dello Stato al netto del costo del debito) è passato dall’1,5% del Pil del 2015 all’1,9% del 2017. L’austerità fiscale deprime la crescita e politicamente presenta sempre il suo conto. La stretta ha permesso al governo di centrare – per la prima volta – la previsione di un calo del rapporto debito/Pil, che passa dal 132% del 2016 al 131,5 del 2017. Per centrarlo il Tesoro è ricorso alla liquidità di cassa per ridurre lo stock di debito, una mossa che rischia di lasciare il Paese con poche munizioni in caso di turbolenze finanziarie.

C’è poi un altro problema: il debito potrebbe salire di 5-6 miliardi, vanificando l’obiettivo di iniziare la discesa, se l’Eurostat richiedesse l’inclusione nel debito delle garanzie pubbliche stanziate dal governo per i salvataggi bancari (se accadesse, salirebbe anche il deficit/Pil). Per fortuna del Pd la decisione arriverà comunque dopo le elezioni.

Statali, la mancia elettorale è arrivata sul filo di lana

Il governo Gentiloni ci è riuscito, seppure sul filo di lana. Sono stati finalmente accreditati sui conti correnti dei 250 mila dipendenti delle funzioni centrali dello Stato gli arretrati per il 2016, il 2017 e due mesi del 2018 degli aumenti ottenuti con il nuovo contratto di lavoro. Erano stati promessi con la busta paga di febbraio, ma l’importante è che siano arrivati in tempo per far provare ai 2 milioni e 700 mila dipendenti pubblici e alle loro famiglie il morso della riconoscenza verso il Pd, anche se solo tre giorni prima delle elezioni. Per pagare questi soldi fuori dalla busta paga ordinaria – che avrebbe avuto il grosso difetto di arrivare a urne chiuse – la Pubblica amministrazione ha dovuto emettere un “cedolino speciale”. Ma per allungare l’effetto sorpresa sui magri salari dei ministeriali, la somma da incassare era già visibile online dal 27 febbraio.

Mancano ancora all’appello i comparti della Sanità, della Scuola, degli Enti locali e i dipendenti della Presidenza del Consiglio: i confederali hanno raggiunto un’intesa con il governo ma formalmente non è stato ancora firmato il contratto. Per loro probabilmente gli arretrati arriveranno tra un mese.

La legge di Stabilità ha stanziato per il rinnovo contrattuale degli statali 300 milioni di euro per il 2016, 900 per il 2017 e 2,85 miliardi per il 2018. Se si prende come riferimento lo stipendio medio, intorno ai 30 mila euro, i fondi messi a disposizione corrispondono ad aumenti dello 0,36% per il 2016, 1,09% nel 2017 e 3,48% nel 2018, al lordo della trattenuta statale, tassazione Irpef e dei contributi. In media gli arretrati ammontano a poco più di 600 euro, che scendono a circa 430 euro al netto della quota decurtata dallo Stato-padrone. Se si sottraggono ancora le trattenute Irpef, nelle tasche degli statali dovrebbero rimanere 250 euro di arretrati e 49 di aumento mensile. “Noi l’abbiamo ribattezzato il contratto della vergogna, il paradosso è che sarebbe stato più conveniente non firmarlo”, dice al Fatto Marcello Pacifico, segretario confederale della Cisal e presidente dell’Anief, il sindacato della scuola.

I conti sono presto fatti. Insieme al blocco del contratto per dieci anni, spiega Pacifico, è stata congelata dal 2010 al 2015 – con un provvedimento del ministro dell’Economia del governo Berlusconi Giulio Tremonti poi confermato dai governi Letta e Renzi – anche “l’indennità di vacanza contrattuale”, che deve essere erogata per legge al dipendente come acconto in attesa del rinnovo contrattuale e che è pari al 50% dell’inflazione programmata. “Se avessimo recuperato con il contratto l’intera inflazione programmata perduta tra il 2008 e il 2017 gli stipendi degli statali avrebbero dovuto essere rivalutati del 9,32%, al quale andrebbe aggiunto l’1,7% del 2018, altro che il 3,48% concordato tra governo e sindacati – argomenta Pacifico –. Se ce ne avessero dato anche solo la metà, applicando semplicemente l’indennità di vacanza contrattuale, ci avremmo comunque guadagnato”.

Il comparto privato è riuscito a spuntare in questi anni rivalutazioni che superano il 20%. Tuttavia i contratti della Pa che si stanno firmando in questi giorni sembrano la prova generale della nuova contrattazione depotenziata delineata in un accordo sottoscritto l’altro ieri tra una Confindustria e un sindacato confederale entrambi in crisi profonda di rappresentatività. I capisaldi sono: rappresentanza riconosciute per legge, salario minimo collettivo deflazionato al massimo e contrattazione decentrata dove si fa avanti il cosiddetto “welfare aziendale”. Si tratta di un modo esentasse per governare una parte sempre più consistente delle retribuzioni dei dipendenti, obbligandoli a consumare prodotti e servizi al prezzo stabilito dalle piattaforme e-commerce scelte dalle aziende. Una torta che vale già oggi 21 miliardi di euro.

Salvini, Meloni e B. sullo stesso palco: “Patto anti inciucio”

Il giovane Cavaliere ottuagenario vuole portare gli anziani al voto: “Siate missionari. Andate tutti a votare. Andate a prelevare pure le vostre zie vecchiette e portatele a votare”, arringa Silvio Berlusconi dal palco del Tempio di Adriano di Roma, dove ieri si è riunito per la prima volta tutto il centrodestra. Insieme al leader di Forza Italia ci sono Matteo Salvini, Giorgia Meloni (che la definisce la manifestazione “anti inciucio”) e il titolare della “quarta gamba” Raffaele Fitto. La coalizione chiude la campagna elettorale laziale del candidato governatore Stefano Parisi e lancia la corsa pure per le Politiche. Anche se non mancano le scintille tra Berlusconi e Salvini. Quando l’ex premier mette in cima ai provvedimenti del futuro governo di centrodestra le agevolazioni fiscali per i giovani, il leghista lo corregge: viene prima l’abolizione della legge Fornero. Quando Salvini parla di legittima difesa, invece, Berlusconi lo interrompe più volte per raccontare barzellette sul tema. Meloni invece è in versione diplomatica: “In Sicilia l’abbiamo chiamato ‘patto dell’arancino’ e ha portato bene. Oggi siamo a Piazza di Pietra e sarà così: questa coalizione avrà la stessa forza della pietra”.

“Conosco e parlo con tutti”. Il candidato Renzusconiano

Denis Verdini? “Lo conosco, è toscano come me, era consigliere regionale con mio fratello. Ci parlo, certo”. E Silvio Berlusconi? “Conosco anche lui. Io parlo con tutti”. Matteo Renzi? “Ho accettato la candidatura, perché me l’ha chiesto personalmente. La prima a parlarmi di lui fu mia zia, che era insegnante di suo fratello al liceo classico Dante. Mi raccontava dei fratelli Renzi come ragazzi molto svegli”. Cosimo Ferri, classe 1971, è nato a Pontremoli, in Lunigiana. E nel collegio uninominale di Massa Carrara è candidato Pd alla Camera, oltre a essere capolista nel plurinominale di Siena e Arezzo.

Incarnazione di quel partito di confine tra centrosinistra e centrodestra che è diventato il Pd, nella sua declinazione più renziana, ovvero la Toscana. Ferri entrò nel governo Letta come sottosegretario alla Giustizia, in quota FI, ma è stato riconfermato sia da Renzi che da Gentiloni. È il leader ombra della corrente di destra del Csm, Magistratura indipendente: “Mi candido con il Pd per portare avanti il lavoro che ho fatto come sottosegretario tecnico”, spiega. La descrizione di sé che ritorna nel suo discorso: “Ho rapporti con tutti. Sono dialogante”. Amici e nemici lo descrivono come un “paraculo”.

Per capire l’ascesa di Ferri, detto “Cosimino”, la figura chiave è suo padre, per tutti il “ministro 110”: Enrico Ferri, giudice, ministro dei Lavori pubblici con il Psdi nel 1988 e 1989 (introdusse il limite di velocità in automobile), ma anche membro del Csm ed europarlamentare berlusconiano. Una potenza in Lunigiana e non solo. In politica, peraltro, c’è anche il fratello di Cosimo, Jacopo, consigliere di FI in Toscana (al suo attivo anche una condanna per tentata truffa). Condannato anche l’altro fratello, Filippo, per falso aggravato nella mattanza alla Diaz di Genova: all’epoca era capo della Squadra mobile di Firenze.

In origine FI avrebbe dovuto candidare a Massa Carrara proprio Jacopo. Si è ritirato dalla corsa: la famiglia viene prima. Al fratello non ha fatto mancare l’endorsement, anche se ha detto che in Senato voterà FI. Contro Cosimo corre una big azzurra come Deborah Bergamini, che però si è fatta vedere molto poco in campagna elettorale (è “ri-protetta” in ben tre listini plurinominali), a differenza della candidata di LeU, Chiara Geloni, bersaniana di ferro, senza chance. Ferri, dal canto suo, ha esordito a Sant’Anna di Stazzema, e poi è andato ovunque, sempre accompagnato da fotografo e addetto stampa: iniziative su iniziative, inaugurazioni su inaugurazioni. A Marina di Carrara l’hanno pure ringraziato per gli elettrodomestici che fece arrivare in occasione dell’alluvione del 2014.

A caldeggiare la discesa in campo di Ferri è stato anche Andrea Marcucci, renzianissimo, candidato al Senato. Forte a Lucca, a Massa aveva bisogno di traino. “Indifendibile”: così Renzi definì Ferri sorpreso a spedire dal suo ufficio di sottosegretario sms di campagna elettorale per i suoi candidati al Csm nel 2014. Qualche anno dopo nella memoria deve aver pesato di più il fatto che quei candidati, il pm Forteleoni e il giudice Pontecorvo, stravinsero. Il Csm si rinnova dopo l’estate. Che fa Ferri, ricomincia? “No, non lo rifarò”, assicura lui. E poi: “Gli organi mediatici hanno esagerato. Di sms ne avevo mandati pochi”. Magistratura indipendente però avrà un autorevole rappresentante in Parlamento. “Io eserciterò il mio diritto di voto. Ma non vado a rappresentare quella corrente”. Sosterrà un governo di larghe o larghissime intese?: “Sono un uomo del dialogo. Penso che il paese abbia bisogno di stabilità e responsabilità”.

Tra Renzi e Gentiloni premier chi preferirebbe? “Ho lavorato bene con entrambi, ma ho più confidenza con Renzi”. Molti lo vedono come ministro della Giustizia in vari possibili governi. Ma intanto, il suo nome è tornato in ben tre scandali negli ultimi anni: Calciopoli, Rai-Agcom-Annozero e P3. Nelle intercettazioni, lo si sente ringraziare il vicepresidente Figc, Innocenzo Mazzini, a nome del presidente della Lazio, Claudio Lotito (oggi candidato con FI) per aver fatto designare un arbitro a lui gradito. In un’altra, il commissario dell’Autorità sulle comunicazioni Giancarlo Innocenzi magnifica a Berlusconi i consigli di Ferri sul modo di bloccare Annozero di Michele Santoro. “Non è vero, non ho fatto niente di scorretto”. E però: “Le intercettazioni vanno lette tutte. Il mio nome magari torna indirettamente perché ho un carattere molto aperto, conosco tanta gente, sono disponibile all’ascolto”. Servono voti, meglio chiarirlo.

I Radicali contro Bonino: “Il 4 marzo scioperiamo”

Radicali contro. Gli eredi di Marco Pannella, ancora sotto le insegne del “Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito”, invitano pubblicamente all’astensione. Anzi allo “sciopero del voto”. E dunque – indirettamente ma non troppo – chiedono di non votare la lista radicale di Emma Bonino e Riccardo Magi, candidati nel centrosinistra sotto il simbolo di +Europa (con la complicità dell’ex democristiano Bruno Tabacci che ha consentito loro di saltare la raccolta firme).

La frattura tra pannelliani ortodossi e boniniani è ormai un grande classico nella famiglia radicale. Il vecchio leader sbottò pubblicamente già nel 2015: “Emma è fuori dal partito, a lei interessa solo il jet set”. Le cause sono più antiche e chiaramente più profonde, e hanno a che fare soprattutto con la gestione del patrimonio e della Radio. L’ultimo capitolo, a febbraio, è stato lo “sfratto” di Bonino, Gianfranco Spadaccia e Marco Cappato dalla sede del partito, dove conservavano i loro uffici.

Così l’ultima replica della Guerra dei Roses di Torre Argentina va in onda a tre giorni dal voto che potrebbe riportare in Parlamento alcuni esponenti storici di quella famiglia (a cominciare dall’ex ministra, di recente molto accreditata tra colonnisti e altri interpreti del pensiero democratico mainstream). Dalla sede del partito viene scandita l’indicazione di non votare. La ripetono Maurizio Turco, Rita Bernardini, Antonio Cerrone, Elisabetta Zamparutti e Sergio D’Elia. Quest’ultimo apre la conferenza stampa – che peraltro la stampa, persino le agenzie, diserta in modo unanime – con queste parole: “Per la prima volta la Lista Pannella non presenta proposte elettorali”. Il sottotesto: +Europa con noi non c’entra niente.

La ragione principale per cui i Radicali – quelli transnazionali e non violenti – chiedono di disertare le urne è il Rosatellum: una legge elettorale che – sostengono – manipola la volontà del cittadino e la cancella con metodi sostanzialmente truffaldini. Queste elezioni pertanto non vanno legittimate: la loro “non democraticità” ha raggiunto vette inesplorate, persino per la storia poco gloriosa del “regime partitocratico” che i radicali ortodossi denunciano dalla nascita. E dunque “sciopero del voto”, come ripete Rita Bernardini. Seguendo pure l’interpretazione autentica dello Statuto del partito (quello transnazionale, etc.) che non contempla la possibilità di sostenere o presentare liste alle elezioni. E per quanto riguarda i compagni radicali che si sono candidati lo stesso, aggiunge un po’ beffardamente Bernardini, “gli auguro senz’altro di essere tutti eletti”.

Insulti ai poliziotti, la maestra (indagata) ora rischia il posto

Ieri era in prima fila al corteo dei centri sociali di Torino contro Forza Nuova, nonostante l’inchiesta e il procedimento disciplinare che potrebbe portare al suo licenziamento. Lavinia Flavia Cassaro, maestra di una scuola elementare di periferia e militante anarchica, non si è fatta intimorire dalle conseguenze delle sua urla ai poliziotti: “Dovete morire”, aveva gridato giovedì scorso alla manifestazione contro Casapound. Per quelle frasi la Procura l’ha indagata di istigazione a delinquere, oltraggio a pubblico ufficiale e minacce. Ieri mattina l’Ufficio scolastico regionale le ha notificato il procedimento disciplinare: “La sanzione prospettata – spiega il direttore Fabrizio Manca – è il licenziamento”. Il procedimento era stato avviato mercoledì per la “gravità della condotta tenuta dalla docente che, seppure non avvenuta all’interno dell’istituzione scolastica, contrasta in maniera evidente con i doveri inerenti la funzione educativa”. Il primo a chiederne il licenziamento era stato Matteo Renzi.

Ascesa e declino del “furbetto” di Zagarolo

Se non fosse per lui, non ci ricorderemmo nemmeno più le scalate dell’estate 2005: è stato Stefano Ricucci a immortalare gli scalatori (sé compreso) definendoli “furbetti del quartierino”. Il grande pubblico allora scoprì l’odontotecnico di Zagarolo diventato immobiliarista di successo che aveva affiancato i più noti Gianpiero Fiorani (banchiere della Popolare di Lodi) e Gianni Consorte (zar di Unipol) nelle scalate ad Antonveneta e Bnl, aggiungendoci pure il Corriere della sera di cui era diventato in poche settimane il primo azionista.

Finì male. Inchieste giudiziarie, arresti, processi. Lui, figlio di un autista Atac partito da San Cesareo, non mancava di senso pratico: le cose vanno fatte dritte, “p’annà a Napoli tocca piglià l’autostrada del Sole, nun è che tocca annà sulla Casilina, no?”, dunque non capiva perché i sapientoni gli insegnavano che bisogna fare una “lista propria” per scalare Antonveneta: “A lista, famo tutte ’ste cazzate, stamo a fa’ i furbetti del quartierino”. Ai magistrati che lo accusavano di aver fatto “il concerto”, cioè un accordo sotterraneo per scalare la banca, rispondeva: “Ma che, uno ha rubbato? È ’na roba incredibbile… no, dice, er concerto. Ma che è, ’sto concerto? ’na cosa penale?”. I sapientoni, grandi banchieri e sottili giuristi, li metteva a posto così: “Ahò, ma che volete fa’ i froci col culo degli altri?”. E ai magistrati spiegava in una sola frase la “bicamerale della finanza” che nel 2005 aveva unito destra e sinistra all’assalto di due banche e del maggior giornale italiano: “Era un sistema moggiano”.

Le prime denunce se l’era beccate a Zagarolo perché faceva il dentista essendo solo odontotecnico. Non era l’ultimo tango, perché poi sono arrivate altre denunce e arresti, fino all’ultimo, ieri. Per la scalata al Corriere lo portano a Regina Coeli nel 2006. Per quella ad Antonveneta nel 2008 patteggia 1 anno di carcere. Gli contestano aggiotaggio, bancarotta fraudolenta, false fatturazioni. Gli sequestrano decine di milioni di euro. Dalla galera allora lo salva l’indulto, ma la Consob gli appioppa la sanzione più alta di sempre, 10,4 milioni di euro. Poi viene assolto per la scalata a Bnl e per il crac della sua holding, la lussemburghese Magiste (teneramente dedicata ai genitori: Matteo+Gina+Stefano).

“In Italia non si può lavorare, basta, ora faccio affari solo all’estero”, disse a chi scrive in una telefonata qualche tempo fa. Affari immobilari a Londra e Montecarlo. Ma lo beccano anche per quelli: viene di nuovo arrestato nel luglio 2016 per un giro di fatture false da 1 milione di euro: “Ma mi portate in galera per un paio di fatture?”, chiede sconsolato quando la Guardia di finanza lo porta via. Segue rapida condanna (3 anni e 4 mesi).

Le fatture per operazioni inesistenti erano lo strumento per ottenere soldi dalle banche, la sua grande specialità. È diventato immobiliarista proprio vendendo sulla carta case che ancora non aveva, sventolando progetti che servivano a ottenere fidi, scambiando immobili con gli altri parvenu della “razza mattona” (Danilo Coppola, Giuseppe Statuto…) come fossero figurine, e aumentando a ogni scambio il valore a bilancio. Di affari veri, pochi. Ma soldi, tanti.

Generoso con se stesso e con i suoi metodi fin troppo dritti, vede però bene le falle degli altri e lo dice chiaro quando il re è nudo. Dopo un’intervista di Marco Tronchetti Provera che faceva la lezione ai nuovi fenomeni della “razza mattona”, commenta: “Seee, che loro sono il Salotto sano… C’ha 45 mijardi de debbiti, c’ha, il Salotto sano…”.

Cene e belle donne per il giudice: Ricucci arrestato

C’è la serata del 7 marzo all’Art Café costata 1.850 euro o la cena nel noto ristorante romano di pesce “Assunta Madre” da 300 euro. Le nuove accuse all’immobiliarista Stefano Ricucci, sono una guida nella vita notturna della Capitale. È il secondo capitolo dell’indagine della Procura di Roma che a inizio febbraio entrò nel cuore del cuore del Consiglio di Stato e che ora ha messo nel mirino un altro giudice, Nicola Russo, finito ai domiciliari.

Nella sua qualità di componente della commissione tributaria regionale del Lazio, secondo i pm Paolo Ielo e Giuseppe Cascini, ha ricevuto da Stefano Ricucci e Liberato Lo Conte (entrambi da ieri in carcere) “utilità consistite nell’organizzazione di serate in compagnia di alcune donne, nella consegna di un regalo non meglio specificato e nel pagamento, anche per mezzo di intermediari, di cene e consumazioni in locali notturni”. Sono 17 le serate contestate (costate in totale 7.890 euro), organizzate tra il 22 gennaio e il 23 ottobre del 2015. Nel mezzo cade il 24 aprile, giorno i cui viene depositata la sentenza d’appello sulla controversia tra la Magiste Real Estate Property e l’Agenzia delle Entrate per un credito d’Iva da 20 milioni. È questo per l’accusa il do ut des: in cambio delle utilità Russo ha ribaltato in favore dell’immobiliarista il precedente provvedimento emesso dalla commissione tributaria provinciale. Il gip parla di una “comune frequentazione” tra Russo, Ricucci e Lo Conte “almeno dall’autunno 2014”, quindi prima della sentenza, e – oltre una serie di serate nei locali romani saldate da Lo Conte o da una persona a lui riconducibile –, elenca anche un incontro la sera del 20 aprile 2015, data di decisione della sentenza, depositata il 24: “Le conversazioni tra Russo e Lo Conte, e tra questi e Ricucci portano a ritenere logicamente (…) che in modo riservato Ricucci e Russo si siano incontrati a casa del Lo Conte”. E poi c’è il capitolo donne: nell’ordinanza si fa anche riferimento a “episodi presso l’Hotel Hasler, dove Russo e Ricucci si recano, separatamente, per fruire di ragazze messe a disposizione da Lo Conte”.

Un altro incontro si registra il 26 aprile 2015, sei giorni dopo la sentenza, “tra Russo e Sangermano, eterodiretto Lo Conte”, quando avviene la “consegna di un regalo”: Lo Conte avrebbe spiegato che si trattava di gadget dei locali, Sangermano (non indagato) dice di non sapere cosa contenesse la busta. L’episodio non è contestato a nessuno dei tre. Russo, ora sospeso, però per i pm è inserito “in un contesto corruttivo ben più ampio di quello effettivamente accertato”.

A casa del giudice sono stati trovati “appunti riferibili a numerosi procedimenti pendenti sia in Cassazione che davanti ad altri organi giurisdizionali contenuti in una busta da consegnare” a un ex funzionario della Presidenza del Consiglio. Nell’appartamento di quest’ultimo sono stati trovati 250 mila euro e “un elenco di processi, pendenti in gradi e presso autorità differenti, accanto ai quali si rinveniva sia il nominativo di Russo, sia l’annotazione di cifre non meglio giustificate, tali da farne apparire (…) probabile la corrispondenza… di denaro”. Mai trovato. Per il gip c’è il “pericolo che Russo, anche avvalendosi della rete sommersa di cui fa parte (…) possa interferire o tentare di influenzare ancora il procedimento” della Magiste Real Estate Property contro il Fisco. Il processo ora pende in Cassazione.

Trattativa, la difesa di Mori: “Solo fango sui carabinieri”

Il papello? “Un documento partorito dalla fantasia di Massimo Ciancimino” (nella seconda foto). Il figlio del potente ex sindaco di Palermo, don Vito? “La sua attendibilità è stata gettata a mare dai giudici”. Il processo sulla Trattativa Stato-mafia? “Il tentativo di ricostruire la storia secondo un’impostazione politico-ideologica per mascariare (sporcare, ndr) gli ufficiali del Ros”. Nell’aula bunker di Palermo, l’avvocato Basilio Milio, difensore di Antonio Subranni e Mario Mori (nella prima foto), lo scandisce ad alta voce: “Se Salvatore Riina fosse vivo, avrebbe gioito della richiesta di condanna per il generale che lo ha fatto arrestare”. Nella requisitoria, il pool Stato-mafia ha invocato 15 anni per Mori e 12 anni per Subranni, ma il difensore, rivolgendosi alla Corte, ricorda: “Non siete preti, siete giudici. Vi chiedono giudizi morali per gettare fango, ma voi dovete giudicare sulle prove. E qui l’accusa non è fondata su alcuna prova”.

È solo l’avvio di un’arringa che proseguirà anche oggi per dimostrare che nel bunker dell’Ucciardone di Palermo si celebra un “processo matrioska” con gli stessi protagonisti del giudizio Mori-Obinu già concluso con un’assoluzione: “Ma i pm non ne parlano – ironizza Milio – come per una strana amnesia”. Il difensore cita il pittore Kandinskij per definire un quadro accusatorio “con tanti colori dai quali non si capisce niente”. Poi tira in ballo il giurista Giovanni Fiandaca, autore di un pamphlet contro il processo Trattativa, per demolire il capo di imputazione: “L’articolo 338 dice: è punibile chiunque usa violenza o minaccia a corpo politico dello Stato. Ma i carabinieri non hanno usato violenza, non hanno commesso alcun reato”. Infine contesta le aggravanti: l’articolo 7 (l’aver favorito Cosa Nostra), e l’articolo 339 (l’aver agito in più persone), spiegando che “servivano solo ad allungare i tempi della prescrizione”.

La conclusione? Per Milio, è che “senza le aggravanti, il reato sarebbe stato prescritto e questo processo neppure iniziato”.