Cisterna, per l’Arma Capasso era idoneo e rifiutò lo psicologo

Ci sarebbero stati almeno tre o quattro colloqui informali negli ultimi mesi fra Antonietta Gargiulo e il comandante della compagnia dei carabinieri di Velletri. Tutti con oggetto gli esposti che la moglie di Luigi Capasso aveva presentato al commissariato di polizia di Cisterna di Latina. Ora toccherà alla procura militare, che ieri ha aperto un’inchiesta, valutare se ci sono responsabilità da parte di dirigenti o funzionari dell’Arma. Nel frattempo emerge un nuovo, non trascurabile, particolare: l’omicida fu sottoposto a una visita medica in caserma, di fronte a una commissione di esperti, e fu dichiarato “idoneo”.

Si concentrano dunque sul ruolo delle forze dell’ordine e su quei tanti appelli non ascoltati, le indagini sulla strage avvenuta mercoledì in provincia di Latina, dove Capasso, 44enne appuntato dei Carabinieri, ha prima ferito gravemente la moglie Antonietta di 39 anni, ora ricoverata al San Camillo di Roma, poi è salito in casa ed ha ucciso le figlie Martina e Alessia, di 14 e 7 anni. Al termine di una lunga trattativa con le forze dell’ordine, l’uomo si è quindi suicidato.

Il sospetto più che fondato è che almeno i vertici della compagnia di Velletri – dove il militare era di stanza in virtù di un trasferimento disciplinare – conoscessero bene la situazione e fossero stati informati ampiamente dalla 39enne riguardo le minacce e i comportamenti ossessivi e violenti del marito. Non solo. La donna aveva provveduto esposti alla polizia di Stato, ma non ci sono al momento evidenze, fra l’altro, che le due segnalazioni fossero state trasmesse ai magistrati. Tanto che Antonietta aveva pensato fosse meglio andare ad esporre direttamente la questione al comandante dei carabinieri di Velletri. Sull’argomento, vi è al momento il più assoluto silenzio da parte dell’Arma. Come mai non è stato fatto nulla? Perché Capasso è rimasto in servizio con la pistola d’ordinanza nella fontina? Ecco allora emergere un altro particolare importante. In seguito alla separazione, lo scorso settembre l’omicida richiese un alloggio in caserma a Velletri e l’Arma gli offrì come da prassi, un sostegno psicologico. Un aiuto che, a quanto si è potuto apprendere, egli rifiutò sostenendo di avere già il supporto di un professionista tramite Asl. A quel punto fu obbligato a sottoporsi a una visita medica davanti a un commissione: il risultato furono otto giorni di riposo e la dichiarazione di idoneità al servizio. Nessuno dei commissari, dunque, ritenne che l’appuntato non fosse idoneo per svolgere la sua professione e quindi a possedere un’arma.

La vicenda ha suscitato anche l’indignazione del ministro dell’Interno, Marco Minniti: “È tutto drammaticamente inaccettabile. Su queste cose ci sono troppe sottovalutazioni. Dobbiamo prendere un impegno d’onore: non possiamo discutere di tragedie simili pensando che si sarebbero potute evitare”.

Antonietta Gargiulo non ha mai presentato una denuncia, pare, per non inguaiare il marito, visto che era già stato sottoposto a procedimento disciplinare in passato. “Le figlie erano terrorizzate da lui”, spiega l’avvocato Maria Concetta Belli. Eppure a tutti l’uomo diceva di voler salvare il suo matrimonio.

Fatto sta che oggi tutta l’Italia si trova a piangere le piccole Martina e Alessia, e a sperare per la vita di mamma Antonietta. Quest’ultima, ricoverata nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale San Camillo Forlanini di Roma, non ha mai ripreso conoscenza dall’aggressione subita mercoledì mattina: ieri ha subito un intervento maxillofacciale di riduzione della frattura al lato sinistro della mandibola dove è stata raggiunto da un colpo di pistola. Nel frattempo, il commissario straordinario di Cisterna, Monica Ferrara Minolfi, ha proclamato un giorno di lutto cittadino in occasione dei funerali delle due bambine. Ieri mattina, i loro compagni di scuola hanno lasciato rose bianche e rosse e pupazzetti sui banchi delle due sfortunate ragazzine, in loro omaggio: le insegnanti della scuola Antonio Bellardini hanno cercato in questa maniera di provare a far superare agli altri bambini lo choc per un fatto di sangue di tale portata e a loro così vicino.

E oggi si terranno, a Napoli, nella chiesa Missionari dei Sacri Cuori di Secondigliano, i funerali del carabiniere Luigi Capasso, carnefice della propria famiglia.

Stragi naziste: i 7 condannati rimasti sempre impuniti e liberi

Condannati per alcune delle più gravi stragi di guerra compiute in Italia, eppure quasi mai finiti in carcere. É la denuncia della magistratura militare, che ieri ha inaugurato l’anno giudiziario evidenziando come quasi nessuno dei criminali di guerra nazisti abbia scontato la pena cui la giustizia italiana li ha condannati. Sono sette, ormai tutti ultranovantenni, gli ergastolani ancora a piede libero. Per loro le autorità tedesche non hanno concesso l’estradizione o hanno negato la possibilità di esecuzione della pena in Germania. Ma se per ragioni anagrafiche sarà difficile vedere eseguite queste condanne, è ancora possibile per gli eredi delle vittime delle stragi ottenere giustizia attraverso un risarcimento in sede civile, e su questo ha posto l’attenzione la magistratura militare nell’appuntamento di ieri.

“In varie occasioni lo Stato italiano si è costituito in giudizio non per sostenere, ma per opporsi alle legittime istanze risarcitorie dei cittadini”, ha commentato Antonio Sabino, procuratore generale militare presso la Corte militare d’Appello. “Una decisione dettata da ragioni politico-istituzionali – ha aggiunto Sabino – dalla quale mi sento di dissentire. Ritengo che la memoria delle vittime della barbarie nazista vada onorata, anche attraverso il riconoscimento dei diritti degli eredi”.

Tra i criminali di guerra nazisti per i quali l’Italia ancora attende giustizia, dopo oltre settant’anni, ci sono ex militari coinvolti nelle stragi di Monchio, Vallucciole, Monte Morello, San Terenzo, Vinca e Sant’Anna di Stazzema, oltre che nell’eccidio di Marzabotto.

Stragi in cui vennero trucidate migliaia di persone – in gran parte donne, anziani e bambini – a cavallo tra la fine del 1943 e l’aprile del ‘45.

Le “suore pizza” sfruttate in Vaticano

La donna sia sottomessa all’uomo, prescriveva l’apostolo Paolo, che un po’ misogino lo era. Figuriamoci le suore, dunque.
Solo che nessuno immaginava che potessero essere sfruttate come schiave.
E nessuno immaginava, soprattutto, che la drammatica questione potesse essere sollevata addirittura dal quotidiano più autorevole della Santa Sede: L’Osservatore Romano.
Sono i miracoli della rivoluzione francescana di Jorge Mario Bergoglio.

Sull’ultimo numero del mensile Donne chiesa mondo pubblicato dal giornale vaticano alla vigilia della festa della donne c’è infatti la storia di alcune religiose consacrate al servizio di cardinali e vescovi: suore in piedi dall’alba fino a sera tardi per preparare colazione e cena, stirare, lavare, tenere in ordine la casa. Suore umiliate perché costrette a consumare il loro pasto da sole in cucina. Suore frustrate e sottopagate, cui la fede non basta più e devono ricorrere agli ansiolitici. Il loro nomignolo è questo “Suore pizza”.

Il servizio del mensile dell’Or s’intitola “Il lavoro (quasi) gratuito delle suore” ed è firmato da Marie-Lucile Kubacki. I nomi nell’articolo sono tutti di fantasia, per coprire le vere identità e impedire probabili ritorsioni o vendette dei maschi consacrati. Tutto inizia con Suor Marie: “È giunta a Roma dall’Africa nera una ventina di anni fa. Da allora accoglie religiose provenienti da tutto il mondo e da qualche tempo ha deciso di testimoniare ciò che vede e che ascolta sotto il sigillo della confidenza”. Rivela Suor Marie: “Ricevo spesso suore in situazione di servizio domestico decisamente poco riconosciuto. (…) Alcune di loro, impiegate al servizio di uomini di Chiesa, si alzano all’alba per preparare la colazione e vanno a dormire una volta che la cena è stata servita, la casa riordinata, la biancheria lavata e stirata”.

Sono donne che arrivano spesso da Paesi poveri. Dall’Africa, dall’Asia, dall’America Latina. E non possono contare neanche sulla solidarietà delle loro famiglie. Per la serie: “Di che cosa ti lamenti? Non fare la capricciosa”. Le suore lavapiatti sono anche teologhe intellettuali che a Roma non trovano che una collocazione da collaboratrici domestiche, senza orario e con pochi euro di guadagno. Col prete maschio non si può condividere nulla, compresa la mensa, simbolo centrale del Vangelo. Conclude Suor Marie: “Un ecclesiastico pensa di farsi servire un pasto dalla sua suora e poi di lasciarla mangiare sola in cucina una volta che è stato servito? È normale per un consacrato essere servito in questo modo da un’altra consacrata?”.

Suore sfruttate. E adesso ribelli, forse. Novelle Spartacus della Chiesa di Bergoglio..

Parà e militante fascista bastonato a Livorno

Aggredito nella notte mentre rimetteva a posto un manifesto elettorale di Casapound. È successo ieri a Livorno, città tradizionalmente rossa e ora governata dal Movimento 5 Stelle, a un 37enne, militare paracadutista della “Folgore”, una delle forze speciali dell’Esercito che è di stanza nella città toscana. L’uomo è anche un militante di Casapound, come lo stesso leader del movimento, Simone Di Stefano, ha dichiarato. Ai carabinieri del nucleo radiomobile, intervenuti dopo la telefonata ricevuta, l’uomo e la compagna hanno raccontato di un’aggressione subita da quattro persone col volto coperto da sciarpe e cappucci e armate di bastone.

Intorno a mezzanotte e mezza la coppia stava passando in macchina nella zona di via Garibaldi, vicino all’incrocio con via Galilei, quando hanno visto dei manifesti di Casapound strappati. Lui ha accostato l’auto e si è fermato per risistemarli. A quel punto sarebbero arrivati i quattro uomini incappucciati. “Prima lo hanno pestato e poi hanno sfondato i finestrini della sua auto, all’interno della quale era presente la compagna incinta, per fortuna rimasta illesa anche se sotto choc”, si legge sulla bacheca Facebook di Casapound. Nella tarda mattinata di ieri l’uomo è stato dimesso dal pronto soccorso con una prognosi di trenta giorni per la rottura del naso e una contusione maxillofacciale. Sulla vicenda indagano i carabinieri del comando provinciale, guidato dal comandante Alessandro Magro. I militari hanno raccolto le testimonianze del parà di Casapound e della compagna e cercano altri elementi. “È incredibile quello che sta accadendo in Italia – ha dichiarato il segretario nazionale di Casapound Italia Simone Di Stefano – Mentre le più alte cariche dello Stato vanno manifestando e lanciano allarmi sul sedicente pericolo fascista, gli antifascisti lanciano caccie all’uomo, rivendicano con orgoglio brutali pestaggi, aggrediscono e insultano le forze dell’ordine nella totale impunità”. Il candidato premier della formazione dichiaratamente fascista coglie la palla al balzo per rivolgersi al ministro dell’Interno Marco Minniti: “Non ha ritenuto di spendere una parola sulle minacce di chi ha promesso di mettere a ferro e fuoco Roma per impedirci di parlare al Pantheon – ha dichiarato – Chiediamo invece cosa si debba aspettare ancora per intervenire”. Un esponente del Pd, il deputato livornese Andrea Romano, ha fatto visita al militante di Casapound aggredito: “Il Partito democratico condanna con fermezza qualunque atto di violenza nei confronti di qualsivoglia partito o movimento politico, da qualunque parte provenga e contro chiunque sia rivolto”. “Questa non è Livorno – ha scritto su Facebook il sindaco M5s Filippo Nogarin – La violenza è sempre da condannare senza appello e, voglio essere molto chiaro in proposito, non fa parte del dna di questa città”.

Se fosse confermato quanto sostiene Casapound, cioè che l’aggressione avvenuta ieri a Livorno fosse motivata da ragioni politiche, l’episodio andrebbe iscritto in una sequenza che comincia con l’aggressione avvenuta a Palermo il 20 febbraio contro il segretario provinciale di Forza nuova Massimiliano Ursino e seguita il giorno successivo dall’accoltellamento a Perugia di un militante di Potere al popolo che stava attaccando i manifesti.

Di Stefano, leader di movimento i cui militanti non hanno disdegnato l’uso della violenza e dell’intimidazione, giudica come “gesti vigliacchi” quello avvenuto a Livorno, ma anche a Palermo, con il pestaggio dell’esponente di Forza nuova, a Piacenza e a Torino, dove i cortei dei centri sociali hanno cercato di avvicinarsi agli eventi elettorali di Casapound scontrandosi con le forze dell’ordine. “Non fanno altro che rendere plasticamente evidente qual è la verità storica del periodo in cui viviamo – scrive Di Stefano –: un movimento come CasaPound che si organizza, si impegna, si presenta alle elezioni e cerca di cambiare il mondo facendo politica e una massa di vecchi partiti che, pur di mantenere il loro posto alla guida del paese, cedono ai ricatti dei violenti”.

Intanto stasera a Genova si terrà l’evento conclusivo della campagna elettorale di Casapound: 120 poliziotti schierati e barriere mobili a chiudere le quattro vie di accesso alla discoteca Richmond dove alle 20 arriverà Di Stefano.

Coppia di coniugi uccisa a sprangate dopo rapina in casa

Uccisi a colpi di spranga e coltello e lasciati morenti sul prato dietro casa. É successo ieri a due coniugi di Cison di Valmarino (Treviso), vittime probabilmente di un agguato dopo una rapina. Loris Nicolasi e Anna Maria Niola, lui pensionato di 72 anni, lei casalinga di 69 vivevano con la figlia 45enne in una vecchia casa rurale. Ieri la figlia, impiegata, era uscita al mattino per recarsi al lavoro, dopo aver salutato i genitori. Nel primo pomeriggio, verso le 14.30, ha fatto ritorno a casa, ma i suoi non c’erano e le stanze apparivano tutte in disordine, come rovistate da qualcuno. La donna è uscita sul retro per cercare i familiari e lì ha visto prima il padre, in fondo al prato, pieno di lesioni su tutto il corpo, e poi la madre, anche lei già senza vita. L’uomo presentava lesioni multiple al capo e al collo, come se l’assassino avesse infierito su di lui con un corpo contundente, una spranga, o un tondino con un lato appuntito. La donna aveva anche lei i segni di colpi portati con un’arma da taglio, anche alla schiena. Gli investigatori, dopo aver escluso l’ipotesi di un omicidio-suicidio, stanno ora cercando tracce utili per ricostruire quello che sembra essere un duplice omicidio.

“È gay, non può avere la patente”: risarcito dopo 15 anni dai ministeri Difesa e Trasporti

È giunta alla fine con il riconoscimento di un risarcimento di 100 mila euro in Cassazione, l’incredibile vicenda che 15 anni fa coinvolse Danilo Giuffrida, all’epoca 20enne. I ministeri della Difesa e dei Trasporti dovranno risarcire il giovane a cui non fu data la patente perché, dopo una visita di leva in cui si era dichiarato omosessuale, gli fu diagnosticato un “disturbo dell’identità sessuale”.

Il papocchio, che data al 2001, fu raccontato da lui stesso quattro anni più tardi in una conferenza stampa nello studio del suo legale, l’avvocato Giuseppe Lipera di Catania che ancora oggi lo assiste: “Poi mi arriva una lettera della Motorizzazione civile che avevo problemi psicofisici e che non ero adatto alla guida”. All’epoca c’era già stato un ricorso al Tar, vinto in breve, ma in quel giugno 2015 a Roma sotto al ministero dei Trasporti ci fu anche una manifestazione con migliaia di persone munite di finte patenti con le foto di Barbie e Ken e la scritta “ritirata: omosessuale”.

Adesso, dopo un iter interminabile arrivato oltre la Cassazione, la Corte d’appello civile di Palermo ha riformato la decisione dei giudici di secondo grado di Catania che, il 10 aprile 2011, aveva ridotto a 20 mila euro il risarcimento danni. Ai ministeri di Trasporti e della Difesa, ritenuti “omofobi” spetterà anche il pagamento delle spese legali.

Fs nella tempesta, “Stop treni merci”. Ma ripara Delrio

Dopo il lunedì nero dei treni e nei giorni successivi alla gestione affannosa dell’emergenza neve, tra mercoledì e giovedì le Fs di Renato Mazzoncini stavano procurandosi pure un clamoroso autogol che le avrebbe esposte a un’ulteriore figuraccia di dimensioni internazionali.

Nel giro di poche ore hanno prima decretato il blocco totale del traffico merci su tutto il territorio nazionale, poi hanno fatto dietrofront ammettendo implicitamente di aver sbagliato a prendere la decisione precedente, senza calibrare bene le conseguenze che essa avrebbe potuto avere. Senza rendersi conto cioè, che non solo la circolazione nazionale dei merci sarebbe stata eccessivamente e inutilmente sconvolta, ma i convogli già in viaggio da mezza Europa verso l’Italia avrebbero inevitabilmente proseguito la loro corsa fino alle frontiere dove si sarebbero dovuti fermare. Creando a quel punto giganteschi tappi alla circolazione e aggiungendo un carico da novanta alle condizioni precarie del traffico ferroviario nazionale.

Il peggio è stato evitato in extremis, non perché Mazzoncini sia stato colto da un operoso ravvedimento, ma perché, incalzato da più parti, è intervenuto il ministro dei Trasporti, Graziano Delrio, per fargli cambiare idea. Il quale ministro, dopo aver praticamente commissariato Mazzoncini la sera, la mattina del giorno successivo, giovedì, ha soavemente dichiarato che “le Fs italiane sono tra le più efficienti d’Europa”.

Anche ieri, però, a cinque giorni dalla nevicata di Roma, un treno ad Alta velocità su 5 non ha circolato e per il guasto di tre convogli sulla Milano-Roma ci sono stati in mattinata ritardi in media di un’ora circa. Anche in Toscana sulla Firenze-Prato e sulla Firenze-Empoli ci sono stati ritardi. Ieri sera sono stati bloccati alcuni treni intorno a Trieste e oggi in Piemonte, Liguria, Emilia e Veneto la circolazione sarà ridotta del 20 per cento.

Il blocco dei treni merci è stato comunicato dalle Fs con una mail alle 14:38 di mercoledì “in previsione del peggioramento delle condizioni climatiche” e sarebbe dovuto scattare dalle 2 della notte del primo marzo e durare “fino al miglioramento delle condizioni meteorologiche”. Quattro ore dopo, alle 18:57, senza che dal punto di vista delle previsioni meteo ci fossero stati cambiamenti, le Fs hanno revocato il blocco con un’altra mail in cui si diceva che “diversamente da quanto comunicato, nelle prossime ore Rfi (Rete ferroviaria italiana del gruppo Fs, ndr) renderà disponibili tutte le tracce programmate”, cioè i treni potranno circolare liberamente.

Le mail erano indirizzate alle aziende del trasporto merci, mentre ai gestori delle reti dei paesi confinanti la decisione è stata ufficialmente trasmessa solo tre ore più tardi, praticamente poco prima che venisse revocata.

Le aziende merci hanno reagito malissimo. Fercargo, l’associazione che raggruppa una quindicina di queste imprese, si è scagliata contro il blocco ritenendolo “decisamente eccessivo sia per l’entità sia per l’estensione geografica”. Il presidente, Giancarlo Laguzzi, per decenni alto dirigente delle Ferrovie, commenta: “Il confronto con le nazioni confinanti ci fa arrossire di vergogna. Ovunque in Europa in questi giorni imperversa il maltempo, ma si scelgono proprio i treni perché affidabili anche con condizioni meteorologiche avverse. Qui succede il contrario: decisioni come quella del blocco che le Fs stavano adottando deludono e scoraggiano i clienti”.

Nereo Marcucci, il presidente di Confetra (Confederazione dei trasporti e della logistica, 22 mila imprese associate) è sulla stessa lunghezza d’onda: critica la manutenzione dei binari e ritiene “il blocco una decisione sproporzionata”. Sia Marcucci sia Fercargo sia i grandi trasportatori di Confindustria riuniti in Anita si sono fatti sentire da Delrio. Marcucci ha addirittura chiesto per iscritto l’intervento del ministro: “Chiediamo che intervenga su Rfi per ottenere la immediata revoca del provvedimento”. A quattro giorni dal voto, Delrio è scattato come una molla e il blocco delle Fs è finito nel cassetto.

Fitto: “Il M5S al Sud vince”. Salvini: “Spero che il Pd prenda il 22%”

“Il Pd spero che prenda il 22%”. Le parole che non ti aspetti le pronuncia Matteo Salvini a margine della manifestazione con Silvio Berlusconi, Giorgia Meloni e Raffale Fitto a Roma. Il leader leghista viene intercettato dalle telecamere del Corriere della Sera durante una chiacchierata confidenziale con Meloni e Fitto. Salvini spera che il Pd non crolli sotto quella soglia perché altrimenti – come pronostica Fitto – nei collegi del Sud farebbe il pieno il Movimento 5 Stelle. “Giù (al Sud, ndr) i Cinque Stelle volano” dice l’ex presidente della Regione Puglia al leghista. In un altro stralcio della conversazione, Meloni indica Salvini: “Lui arriva primo (nella coalizione di centrodestra, ndr)”. Ma Fitto insiste: “I grillini al sud fanno cappotto. Sai che può succedere? Che vincono tutti i collegi uninominali”. Il leghista sbotta: “Eh la madonna!”. Il problema è che il partito di Renzi è troppo debole nei collegi: “Perché dici che il Pd perde così tanto?” chiede Salvini a Fitto. Risposta: “Crollano, completamente”. A quel punto il leghista si augura che i dem tengano, almeno come argine al “cappotto” grillino: “Spero che il Pd prenda il 22%”,

Scafarto è sospeso ma colpisce ancora

La deriva della sospensione dall’Arma la puoi superare continuando a fare il carabiniere senza la divisa. Studiando le carte delle inchieste che hai fatto e che hai subìto. Il maggiore del Noe Gianpaolo Scafarto ha scelto questa strada. Seguendola, ieri è arrivato al Tribunale di Modena. “Vede quel malloppo? 5000 pagine di informative a firma del colonnello Fabio De Rosa, ma è tutto materiale redatto da me. Sono a Modena da un paio di giorni per rileggerle e deporre al processo Cpl. Sono qui a spese mie”. Bei soldini, per un ufficiale privato di due terzi dello stipendio. Scafarto non aveva copia degli atti Cpl. Il suo lavoro era custodito negli hard disk che la Procura di Roma gli ha sequestrato nel caso Consip con le accuse di aver invertito le voci di Alfredo Romeo e Italo Bocchino per aggravare la posizione di Tiziano Renzi, e di aver manomesso il whatsapp del colonnello Alessandro Sessa per depistare la controinchiesta. Mentre studia per difendersi al Riesame del 21 marzo, Scafarto si è ingegnato per essere utile anche al processo modenese al sistema Cpl Concordia di Casari e Simone per le metanizzazioni in Campania. La coop rossa è già uscita pulita da due sentenze di Napoli e Napoli Nord dopo le indagini degli uomini del capitano Ultimo, l’ex vice comandante del Noe che da poco ha rinunciato al titolo di Cavaliere perché si sente “un mendicante”. “Non lo vedo da aprile. Il capitano è una persona semplice, parla così”.

A Modena si trascina il filone dell’associazione a delinquere in Cpl. Più una corruzione per episodi dove i coindagati – tra cui l’ex sindaco di Ischia Giosi Ferrandino – sulla base delle stesse carte sono stati già assolti. Ha un’idea sul perché? “No. In genere, è più facile assolvere che condannare”.

Fu proprio a Napoli che esplose la polemica su un ‘finiamo tutti in galera’ che Scafarto attribuì a ‘Giosi’ Ferrandino (parole del fratello Massimo, ex consulente Cpl). Il perito corresse ‘Giosi’ con ‘incomprensibile’, c’è una bella differenza. Si consolidò il marchio di infamia del ‘Capitan Riscrivo’ manipolatore seriale di audio. Ma ieri è successo il contrario, Scafarto ha scoperto e fatto correggere un errore del perito su un ‘Giorgio’ al posto di ‘Giosi’. La versione giusta era la sua: in un’ambientale del febbraio 2014, Massimo Ferrandino dice “è perché Giosi, hai capito, è in fibrillazione….”. Per la metanizzazione, secondo l’accusa. Per candidarsi alle Europee, sostiene la difesa.

Si era discusso in Procura se fosse il caso convocare il maggiore dopo che il procuratore capo Lucia Musti, al Csm, aveva definito Scafarto e Ultimo due “esagitati”, rivelando che l’ufficiale del Noe le avrebbe detto in anteprima “scoppierà un asino, arriviamo a Renzi”. Nei pm Mazzei e Niccolini ha prevalso la riflessione che Scafarto è l’investigatore che conosce meglio l’indagine. Tornerà l’8. Con l’ombra della sospensione appiccicata pure qui. Un avvocato voleva farlo deporre da teste assistito: “Sappiamo dai giornali che è indagato per vicende Consip, forse c’è una connessione con Cpl”. Il presidente Di Bari ha rigettato.

De Luca jr. ha copiato pezzi del libro per diventare prof

Uno dei due volumi accademici di Piero De Luca, figlio del governatore della Campania, Vincenzo, ricercatore all’Università di Cassino e candidato alla Camera per il Pd, presenta ampi blocchi di testo identici a quelli presenti in un dossier degli Affari Internazionali del Senato, senza che siano presenti citazioni e virgolette, e senza che il dossier sia citato in bibliografia. Chi legge non è cioè in grado di distinguere se si tratti di frasi di De Luca o di altri.

Il volume è tra le pubblicazioni che De Luca ha presentato al ministero dell’Istruzione con le quali ha ottenuto l’abilitazione scientifica nazionale (Asn), la “patente” che il ministero rilascia, sulla base della qualità delle pubblicazioni presentate, ai ricercatori che superano certe soglie qualitative, per accedere ai concorsi per il ruolo di professore universitario.

Il volume di De Luca Parlamenti nazionali e processo di costituzionalizzazione dell’Unione europea è pubblicato nel 2016 da Giappichelli per la collana “Comparazione e Diritto Civile” diretta da Gabriella Autorino e Pasquale Stanzione. Come si legge nell’introduzione del libro, il contenuto è stato sottoposto alla revisione tra pari anonima, cioè al controllo da parte di esperti del settore (che non sanno chi sia l’autore della pubblicazione) per valutare la qualità scientifica.

I software antiplagio usati dal Fatto rivelano che oltre il 40 per cento di un capitolo del libro di De Luca – “Dai primi passi della cooperazione interparlamentare nelle comunità al suo assestamento nell’unione: la conferenza degli organismi specializzati negli affari comunitari ed europei (Cosac)” – è ripreso, senza corretta citazione, dal primo capitolo del dossier del servizio degli Affari Internazionali del Senato 18 del luglio 2010 dal titolo “La Conferenza degli organi specializzati negli affari europei. Evoluzione e prospettive” di Davide A. Capuano e Cristina Fasone. Un successivo controllo qualitativo ha confermato la presenza di ampi blocchi di testo (a volte anche più di una pagina) identici, o con minime variazioni, presenti in entrambe le pubblicazioni. In molti casi, De Luca riprende dal documento del Senato parti di testo e le note che le accompagnano, trasmettendo così al lettore anche l’idea che De Luca abbia condotto un lavoro di ricerca sulle fonti svolto in realtà dagli autori del dossier.

“Sono alle prese con la campagna elettorale e non ho con me il volume”, ha spiegato De Luca in una mail al Fatto. “Posso però assicurare che, sulla scorta dei miei ricordi, nel testo ho indicato in nota a piè di pagina i riferimenti ai testi originali francesi della Cosac che ricostruiscono esattamente la storia di questa istituzione, gli stessi testi che probabilmente hanno ispirato anche il documento del Senato, ma su quelli, com’è ovvio, non c’è alcuna esclusiva scientifica”, spiega. “Allo stesso modo, ricordo di aver correttamente citato vari riferimenti agli altri lavori sul tema che sono stati elaborati dalla Dott.ssa Fasone”. Per plagio accademico, come ricorda anche il dizionario Treccani, si intende “il fatto di chi pubblica o dà per propria l’opera letteraria o scientifica o artistica di altri, anche con riferimento a parte di opera che venga inserita nella propria senza indicazione della fonte”. Dunque le fonti vanno tutte citate e i passaggi ripresi parola per parola, virgolettati e referenziati tra parentesi alla fine del testo ripreso.

La questione è rilevante perché l’opera è stata presentata anche per ottenere l’abilitazione scientifica nazionale per accedere ai concorsi da professore universitario. “Tra i requisiti fondamentali per la valutazione delle pubblicazioni scientifiche dei candidati (alla procedura di abilitazione, ndr) vi è la qualità elevata delle pubblicazioni che, per il livello di originalità e rigore metodologico, conseguano un impatto scientifico nella comunità scientifica di riferimento,” spiega al Fatto Michele Bonetti, avvocato esperto di università e diritto allo studio. “Nel momento in cui in una pubblicazione si fossero omessi riferimenti bibliografici, pur avendo contenuto analogo, se non identico, a opera altrui, verrebbero meno i requisiti prioritari della valutazione della produzione scientifica del candidato”, spiega l’avvocato Bonetti. In tal caso, “l’amministrazione, ai sensi del decreto direttoriale 29 luglio 2016, potrebbe essere investita del potere di rivedere, anche in via di autotutela, il giudizio di abilitazione, qualora non rinvenga la correttezza di quanto dichiarato nella domanda, giungendo all’esclusione del candidato o, nei casi più gravi, alla revoca dell’abilitazione precedentemente concessa”.