Bancarotta fraudolenta: guai per Ben Ammar

Tarak Ben Ammar rischia di non poter più gestire i suoi affari per il fallimento della società cinematografica Quinta Communication. Il franco-tunisino dalle mille risorse – è, infatti, consigliere di Telecom Italia, della Weinstein Co. (l’ex società del produttore americano dello scandalo abusi), ex di Mediobanca, nonché ex manager di Michael Jackson – è accusato dal tribunale francese di Nanterre di bancarotta fraudolenta, il che comporterebbe fino a 5 anni di carcere, una multa di 75.000 euro e altre pene accessorie come l’interdizione dai diritti civili e il divieto a emettere assegni. I guai sono cominciati già nel 2011: fallisce Quinta Industries, società che raggruppa in sé altre società di post-produzione cinematografica, tra le quali Quinta Communication che è anche azionista di maggioranza di Quinta Industries e il cui presidente è Ben Ammar. Nel 2015, sempre per il fallimento della stessa azienda, a Ben Ammar viene pignorato lo chalet in Val d’Isère, valore stimato: 3 milioni. Inoltre, viene chiesto al manager, alla società e ai dirigenti un risarcimento di 45 milioni di euro. A oggi, però, la Corte ha condannato Ben Ammar, la sua società e un suo dirigente a un risarcimento di 3,5 milioni di euro.

La chiamata, gli incontri e i rilievi dell’Authority

Questa storia si svolge a inizio del 2015. Il 16 gennaio Carlo De Benedetti chiama il suo broker Gianluca Bolengo chiedendogli di comprare titoli di alcune banche popolari. Sostiene di aver saputo che il governo farà un provvedimento “entro due-tre settimane” dal premier Matteo Renzi in persona il giorno prima (l’incontro avviene a Palazzo Chigi). Sembra sapere anche che avverrà per decreto legge. Chiede a Bolengo: “Quindi volevo capire una cosa… salgono le Popolari?”. Risposta: “Sì, su questo se passa un decreto fatto bene salgono”. “Passa, ho parlato con Renzi ieri, passa”, replica l’Ingegnere (solo con un decreto i titoli possono schizzare in Borsa). La riforma verrà approvata proprio per decreto quattro giorni dopo, il 20 gennaio. Il 16, Bolengo acquista 5 milioni di euro di titoli di sei Popolari, alla fine l’editore guadagna 600 mila euro. Secondo la divisione Abusi di mercato della Consob, De Benedetti e Bolengo avevano sicuramente commesso un insider trading, l’abuso commeso da chi, in possesso di notizie in grado di influenzare l’andamento di un titolo in Borsa ne approfitta per guadagnarci. L’authority trasmette le carte alla procura capitolina, ravvisando ipotesi di reato, ma alla fine – proprio per effetto delle valutazioni dei pm di Roma, che non ipotizzano mai l’insider – ha deciso di archiviare la cosa.

Alla Conosb De Benedetti ha spiegato che era solito fare “breakfast a Palazzo Chigi” con Renzi, che gli aveva espresso “il piacere di poter ricorrere” a lui “per chiedere pareri e consigli” e di essere “molto amico” di Maria Elena Boschi, ma di non aver avuto dritte sulle Popolari. Nel giugno 2016, i pm romani hanno chiesto l’archiviazione per Bolengo, l’unico indagato e per “ostacolo alla vigilanza”. A fine marzo scorso la procura di Perugia ha aperto un fascicolo, dopo un esposto del presidente emerito di Adusbef Elio Lannutti (candidato M5s) che chiedeva di verificare se i pm romani abbiano commesso dei reati nella gestione dell’indagine.

Caso Renzi-De Benedetti: il gip non archivia ancora

Il caso sulla presunta soffiata dell’ex premier Matteo Renzi che consentì all’ingegnere Carlo De Benedetti di guadagnare 600 mila euro in Borsa, non soltanto non è chiuso ma, nei fatti, è stato appena riaperto.

Il Fatto Quotidiano è in grado di rivelare che il gip Gaspare Sturzo – che dal giugno 2016 ha sulla scrivania la richiesta d’archiviazione per l’unico indagato, il broker di fiducia dell’ingegnere, Gianluca Bolengo, iscritto per reato di ostacolo alla vigilanza – ha deciso di approfondire l’indagine. Sturzo ha fissato un’udienza nel mese di marzo, coperta dal segreto della camera di consiglio, per la quale ha convocato le parti in causa, ovvero Bolengo e il pubblico ministero titolare dell’inchiesta Stefano Pesci.

La vicenda risale al 16 gennaio 2015, quando De Benedetti chiama Bolengo, per chiedergli di acquistare i titoli di alcune banche popolari. Nella conversazione, finita agli atti, lo storico patron del Gruppo Espresso sostiene d’aver saputo che il governo emanerà un provvedimento “entro una o due settimane”. De Benedetti aggiunge: “Salgono le popolari?” “Sì”, risponde Bolengo, “su questo se passa un decreto fatto bene salgono”. E De Benedetti replica: “Passa, ho parlato con Renzi ieri, passa”. La riforma, in effetti, verrà approvata proprio per decreto. E appena quattro giorni dopo: il 20 gennaio. Ma torniamo al giorno 16: Bolengo acquista cinque milioni di euro di titoli di sei banche Popolari e, su questa sola operazione, l’editore guadagna 600 mila euro.

A quel punto interviene la Consob, per la precisione la divisione Abusi di mercato, sostenendo che De Benedetti e Bolengo hanno commesso un insider trading. L’authority trasmette gli atti alla Procura di Roma, che però non ravvisa ipotesi di reato a carico di Renzi e De Benedetti, e per l’unico indagato, il broker Bolengo, chiede al gip l’archiviazione. E proprio per effetto delle valutazioni dei pm di Roma, di lì a poco, anche la Consob decide di archiviare.

A tutto questo si aggiunge un nuovo fascicolo, aperto dalla Procura di Perugia poche settimane fa, dopo l’esposto presentato dal candidato del M5S, Elio Lannutti, che dell’intera vicenda s’era occupato già nel 2015, da presidente dell’Adusbef.

Lannutti ha chiesto alla procura guidata da Luigi De Ficchy di verificare se, nell’istruire il fascicolo, la procura di Roma abbia seguito correttamente la procedura. L’esposto viene presentato dopo che la notizia della richiesta di archiviazione, datata ormai giugno 2016, nei confronti del broker di De Benedetti, Gianluca Bolengo, amministratore delegato della Intermonte Sim, diventa pubblica. La procura di Roma l’ha da poco comunicata alla Commissione parlamentare che si occupa degli ultimi scandali bancari e, benché riservata, finisce comunque su tutti i giornali.

Al punto da innescare un’ulteriore indagine, avviata dalla procura capitolina, per individuare l’autore della fuga di notizie.

Nell’esposto Lannutti chiede alla Procura di Perugia di valutare – in quanto competente a indagare sui colleghi di Roma – se, dopo aver ricevuto l’informativa Consob, fu legittimo aprire, a detta del denunciante, un fascicolo d’indagine con un “modello 45”, ovvero quello destinato alle notizie che non costituiscono reato. Sostiene l’Adusbef che la prassi è vietata sia dal codice di procedura penale, sia da una circolare del ministero della Giustizia: “Secondo la circolare – si legge nell’esposto – il ‘modello 45’ è destinato dal legislatore all’iscrizione delle sole notizie prive di qualsiasi rilevanza penale”.

La Procura di Perugia, dopo aver aperto un fascicolo (senza indagati nè reati), ha iniziato a verificare se la strada seguita dai colleghi di Roma sia stata corretta. E ha già avviato due atti formali. Ha chiesto e ottenuto dall’authority che vigila sulla Borsa tutta la documentazione sul caso. E – per quanto risulta al Fatto Quotidiano – ha formalizzato la stessa richiesta anche al gip Gaspare Sturzo. E se per la procura di Perugia l’indagine è tuttora in corso, anche per la procura di Roma, adesso, si scopre che l’inchiesta è tutt’altro che chiusa.

Il pm Pesci aveva stabilito, ormai 21 mesi fa, che non v’era alcun reato: né per Renzi, né per De Benedetti (entrambi mai iscritti), né per Bolengo per il quale, appunto, nel giugno 2016, ha chiesto l’archiviazione. Dopo quasi due anni, il gip non ha accolto la richiesta, né l’ha rigettata. Piuttosto, ha deciso di approfondire elementi che, evidentemente, dal fascicolo istruito, non risultano sufficientemente chiari. E così, il caso sulle presunte soffiate arrivate allo storico patron del gruppo Espresso, alla vigilia delle riforma degli istituti di credito popolari, non è affatto concluso.

Bisognerà aspettare l’udienza della camera di consiglio, le domande del gip ai pm titolari dell’inchiesta e all’indagato Bolengo, le risposte ai quesiti e, soltanto dopo, il gip prenderà una decisione.

È vero ma non ci credo

Signori, sia chiaro, non può finire così. Non è bello ingolosire milioni di italiani con preannunci di rivelazioni mirabolanti sulle fake news russe destinate a truccare l’esito delle elezioni italiane, come già di quelle americane, della Brexit e del referendum costituzionale, con tanto di testimonianze di Biden, Cia, Fbi, Ue, Esercito della salvezza, task force italiane ed europee, e poi lasciar perdere proprio sul più bello. Domenica si vota e Putin e la sua Armata Rossa di hacker legati a filo doppio ai 5Stelle e alla Lega battono la fiacca. Gli acchiappabufale Pd si rilassano e si distraggono: dei rapporti quindicinali sulle fake news promessi da Renzi alla Leopolda a fine novembre (“Cari leghisti e 5Stelle, vi abbiamo sgamati!”), il sito clandestino Democratica ne ha prodotti solo quattro in tre mesi. E i cacciatori di fake news dei giornaloni, La Stampa in testa col commissario Iacoboni e il vicequestore Riotta, mollano la presa proprio sul filo di lana. Così, ancora una volta, tocca fare tutto a noi. Ecco un rapporto dettagliato e aggiornato, tradotto per comodità dal cirillico all’italiano, sulle 10 fake news più insidiose della campagna elettorale.

1. Renzi e B. lamentano i guasti devastanti della legge elettorale Rosatellum, scritta da Renzi e da B.

2. Emma Bonino contesta le politiche sull’immigrazione del ministro Pd Minniti e annuncia il ripristino dell’Imu sulle prime case, sospesa dal governo Letta (Pd) e cancellata dal governo Renzi (Pd), però rimane alleata del Pd e candidata del Pd (anche se in tv dice di non ricordare esattamente dov’è candidata e fatica a rammentare financo il nome del suo partito, che si chiama “+Europa” e lei chiama “Forza Europa”).

3. B. è ineleggibile e incandidabile a qualsiasi carica pubblica in base a una legge (la Severino) votata anche da lui, ma sulla scheda elettorale compare un simbolo con la scritta “Forza Italia Berlusconi Presidente”. Minniti, Bonino, Lorenzin, Padoan, Maroni, Calenda e Napolitano si dicono favorevoli a un governo di larghe intese. Ma non col primo partito nei sondaggi (il M5S), bensì col secondo e col terzo guidato da un pregiudicato per frode, 9 volte prescritto per corruzione e falso in bilancio, indagato per stragi mafiose, definito dal Tribunale di Milano “delinquente naturale” e dalla Cassazione corruttore di testimoni, di giudici e di senatori, nonché puttaniere conclamato, e per giunta autore e beneficiario di un “patto con Cosa Nostra”, che “finanziò per vent’anni”.

4. Tutti escludono convergenze con i 5Stelle, primo partito in tutti i sondaggi e in tutte le elezioni dopo il 2014.

Motivo: i 5Stelle sono “incompetenti”. Intanto il governo dei competenti guidato da Gentiloni conferma per altri tre anni i vertici di Ferrovie dello Stato e Rete ferroviaria italiana, responsabili del deragliamento di un treno a Pioltello (3 morti e 46 feriti) e della paralisi nazionale delle ferrovie per 20 cm di neve a Roma. Poi pubblica sul sito della Presidenza del Consiglio il rapporto del suo Osservatorio sulla Torino-Lione: “Non c’è dubbio che molte previsioni fatte quasi 10 anni fa… siano state smentite dai fatti”. Infatti si prevedeva un aumento esponenziale del traffico merci su rotaia fra Italia e Francia, che invece sono crollati, rendendo totalmente inutile il Tav. Ma il governo dei competenti dice che il Tav Torino-Lione si farà lo stesso: tanto costa solo 20 miliardi.

5. Piero Grasso, leader della sinistra di Liberi e Uguali, nata per marcare l’incompatibilità col Pd renziano filo-B., si dice disponibile a un “governo di scopo” col Pd renziano e con B.

6. Il M5S, col candidato premier Di Maio, presenta in anticipo i ministri del suo eventuale governo. Polemiche furibonde da centrodestra e centrosinistra, che non hanno mai detto agli elettori quali ministri nomineranno. Anche perché non hanno neanche un candidato premier.

7. Renzi abolisce le elezioni primarie con cui il suo partito aveva sempre scelto i candidati al Parlamento e se li nomina da solo. Poi, completate le liste con decine di impresentabili (29 per motivi penali, 5 in più di FI), avverte una puzza terrificante. “Cos’è ’sto tanfo? Ah, già, le mie liste”. E si appella agli elettori: “Turatevi il naso e votate Pd”.

8. I giornali registrano l’“ira” e l’“irritazione” di Renzi perché la lista Bonino, sua alleata, minaccia di superare il 3%, anziché fermarsi tra l’1 e il 3 e regalare i suoi voti al Pd.

9. Gentiloni, mai candidato a premier e dunque premier da 14 mesi, prende impegni con l’Europa per un governo “di continuità”, cioè suo, mentre Napolitano, Prodi, Letta e Veltroni gli chiedono di restare a Palazzo Chigi anche se la sua maggioranza (si fa per dire) è data dai sondaggi al 25% dei prossimi votanti (astenuti esclusi), cioè rappresenta il 15-16% degli italiani.

10. B. comunica, nell’ordine: “Nel 2002 riuscii a far entrare la Federazione russa nella Nato”; “il Pil sommerso è di 800 mila euro”; “ho portato le pensioni di 1,8 milioni di italiani a mille lire al mese”, “ho aumentato le pensioni minime a un milione di euro al mese”; “ci saranno detrazioni dei carichi fiscali familiari perché è giusto che le famiglie con figli paghino più tasse di un single”; “l’anno scorso sono sbarcati 119 milioni di migranti”; “con noi gli italiani in povertà assoluta erano 3.415, con questo governo 4 milioni 598 mila”; “col nostro governo i poveri riceveranno dallo Stato un reddito di dignità di 12-13 mila euro al mese”. Le cancellerie europee, la grande stampa internazionale e italiana esaltano il suo ottimo stato di forma, la sua moderazione, la sua competenza e soprattutto la sua affidabilità.

Anzi no, scusate, contrordine: mi dicono che queste non sono fake news russe. Sono tutte notizie vere italiane.

“Non riesco a raccontare tutte le nuove guerre della Turchia”

Fatih Akin è il regista dell’acclamato La sposa turca (2004), il suo Oltre la notte, arriva il 15 marzo nelle nostre sale: miglior film straniero ai Golden Globes, il cineasta di origini turche nato nel 1973 ad Amburgo lo descrive come “il ritratto intimo di una madre devastata dalla perdita del figlio”. Non è morto di cause naturali, ma insieme al padre, anch’egli di ascendenze turche, è rimasto vittima di un attentato neonazista: il lutto di Katja (Diane Kruger, premiata a Cannes 2017) frustrato in tribunale trascende nella vendetta.

Akin, Oltre la notte si ispira agli assassinii perpetrati dalla Nsu, la Clandestinità Nazionalsocialista, tra il 2000 e il 2007.

Questo gruppuscolo neonazista, due uomini e una donna, ha ammazzato dieci persone, nove di origini turche, curde o greche e un poliziotto. Ma le indagini non si sono rivolte alla galassia neonazi, bensì alla mafia turca, agli ambienti dello spaccio e della prostituzione: uno scandalo, in cui il razzismo è la matrice. Una storia d’impronta thriller, e così ho deciso di farci un film.

Le sue origini hanno aiutato.

Sono turco, dunque, un bersaglio: avrebbero voluto uccidere anche me, e solo perché ho gli occhi marroni e i capelli neri. Avevo 10 anni quando ho sentito parlare per la prima volta di neonazisti in Germania: mi sentivo protetto e all’improvviso non più. Un trauma.

Akin, oggi ha paura?

No, vivo in una zona sicura di una grande città quale è Amburgo. Ma il rischio neonazista non va sottovalutato: solo l’anno scorso ci sono stati mille attacchi agli immigrati e dal 1990 a oggi un migliaio di morti.

Qual è stata l’evoluzione dei movimenti neonazisti?

Mölln, Solingen, Rostock, gli attacchi incendiari e assassini degli skinhead nei primi anni 90 hanno lasciato il passo a una situazione più infida. Quelli erano marginali, outsider facilmente riconoscibili a partire dal modo di vestire, e dunque nemici palesi: il neonazista odierno non lo riconosci, è diventato più intelligente, e più pericoloso.

In Germania è tempo di Große Koalition tra la Cdu di Angela Merkel e la Spd di Martin Schulz: come ci si è arrivati?

Tutti i partiti hanno perso consenso, eccetto l’ultradestra di Alternativa per la Germania. Lo chiamano voto di protesta, ma è sbagliato: rende i neonazi più normali, più accettabili.

Quali responsabilità ha la Merkel?

Non aver instaurato un dialogo con il popolo sulla questione dei rifugiati. I nostri politici, soprattutto i liberali, non hanno saputo comunicare alla gente semplice, all’uomo della strada: una grave mancanza di leadership, travestita di politicamente corretto. Dall’alto della loro cultura, anzi, istruzione, ci dicono che cosa pensare, mangiare, indossare, ma il popolo prima o poi ti gira le spalle.

Via d’uscita?

Tornare a parlare a tutti, a chi è povero e non istruito, allontanando quella che è più di un’impressione, che i governanti facciano solo l’interesse delle élite a cui appartengono. Altrimenti, i neonazi continueranno a crescere, come da voi i neofascisti.

È vero che sta preparando un film sui combattenti curdi in Siria?

Sto scrivendo con un amico la sceneggiatura, ma la nuova guerra avviata dal governo fascista della Turchia cambia le carte in tavola, difficile starci dietro.

Erdogan è fascista?

Lui e tutto il suo governo, e la mia è una mera constatazione: quando non riconosci né rispetti i fondamentali della democrazia, dalla divisione dei poteri alla libertà di stampa e all’autonomia della magistratura, che cosa sei, se non un fascista a capo di un regime fascista?

Un’altra Turchia è possibile?

Non c’è molto che la gente possa fare, a meno di imbracciare un’arma, ma io non credo nella guerra civile. Ci sono state proteste, certo, ma oggi la guerra contro i curdi rafforza Erdogan e debilita l’opposizione, giacché anche i socialdemocratici sono favorevoli. Fottuti razzisti, altro che antagonisti.

In Turchia non torna dal dicembre 2014, quando presentò il suo The Cut sul genocidio armeno.

Se all’epoca non fu semplice, oggi sarebbe addirittura impossibile mostrarlo. Ma addebitare a quel film la mia assenza non sarebbe corretto: io credo nella verità e non sono cambiato, la Turchia sì, drasticamente. Non so quando e se potrò tornarci.

L’Italia del 2018 ce la spiega Giuseppe Verdi

“Ipiù pericolosi nemici d’Italia non sono gli austriaci, sono gl’italiani. Per la ragione che gl’italiani hanno voluto far un’Italia nuova, e loro rimanere gl’Italiani vecchi di prima, colle dappocaggini e le miserie morali che furono ab antico il loro retaggio”.

Da un padre della patria (Massimo D’Azeglio) all’altro (Giuseppe Verdi) il passo è breve e nel tragitto ci si occupa sempre degli italiani: chi sono davvero costoro? Meno grigi più Verdi l’abbiamo preso in mano non senza un certo timore, da ignoranti quali siamo noi che alla parola lirica magari non mettiamo mano alla fondina ma al massimo possiamo rispolverare reminiscenze liceali di Alceo e Saffo. Questo delizioso pamphlet, appena uscito per Garzanti, racconta del più celebre tra i compositori di casa nostra, papà della Traviata e del Rigoletto. Mancava una biografia di Verdi? Naturalmente no. Più dettagliatamente risponde in premessa l’autore, Alberto Mattioli, firma de La Stampa: “Non c’è bisogno di un nuovo, solito libro su Verdi. Questo prova a raccontarlo da un’altra angolatura, magari meno esplorata: quella dell’italiano”.

Alzi la mano chi non sa, nella sua o in altrui città, dov’è piazza Verdi o chi non ricorda la faccia stampata sulle mille lire. Verdi Bardo dell’Unità, colonna sonora del Risorgimento, padre della patria tuttora in voga non solo perché è stato, nel mondo, il compositore più rappresentato nel lustro 2012-2016, ma perché nelle sue opere racconta gli italiani vecchi e nuovi (che poi, con D’Azeglio, sono sempre gli stessi). “Se Verdi ha fatto l’Italia, anche l’Italia ha fatto Verdi” perché “la società italiana gli ha fornito tutta una serie di caratteri e di situazioni puntualmente riversati nel suo teatro”. Dunque questo libretto (calembour, non diminutivo) vuol essere un ritratto antropologico, lontano dalla tentazione del monumento equestre per fare il punto su quanto di nostrano c’è, come personaggi, situazioni e perfino mentalità, “in quest’altissima arte che ha conquistato il mondo travolgendo ogni barriera di nazionalità, età, classe sociale, livello culturale”.

E allora “Possente amor mi chiama”, sfrontata cabaletta del Rigoletto, è “il sigillo del grande seduttore, dell’italico scopatore seriale, il momento culminante del bunga bunga” dove il Duca di Mantova dà feste che paiono proprio cene eleganti (non eran tempi di #metoo) . E dove si smentisce il vecchio detto che comandare è meglio che fottere: “Il Duca comanda per fottere”. La donna nella Traviata è, come da migliore tradizione, santa e puttana. I valori religiosi sono al centro di Stiffelio, storia di corna e perdono, l’opera più sfortunata di Verdi (“la meno capita”) che svela “i meccanismi della famiglia italiana più tradizionale e omertosa”, perché la rispettabilità va tutelata perfino a costo di una vita.

E qui il guaio non è tanto il tradimento in sé, quanto la possibile vergogna sociale (“Nessuno sospetti l’errore fatale”). Come si sarà capito sono molti i buoni motivi per leggere Meno grigi più Verdi, non da ultimo la felicissima penna dell’autore: colta, per nulla snob, capace di appassionare anche i profani.

Si fecero giustizia da sole. Storie di “Spose sepolte”

Pubblichiamo di seguito il racconto – scritto per il Fatto – della giallista Marilù Oliva, in libreria con il nuovo noir “Le spose sepolte”.

 

Si incontrarono alle venti sull’isola Tiberina, mentre il tramonto romano si dileguava nell’orizzonte roseo. Sapevano che nessuno le avrebbe disturbate, a quell’ora la gente è intenta ai riti della cena e il Tevere color delle pietre scorreva silenzioso.

Le tre donne si salutarono solennemente. Si erano conosciute tramite il medesimo avvocato, celebre difensore dei familiari delle vittime di violenza sulle donne, in quello studio elegante spesso frequentato da reporter: era nata dapprima una sintonia, poi un progetto comune, scucito un po’ alla volta, sottovoce.

Lori, trentatré anni: sua sorella era sparita, ma tutti sospettavano che l’avesse fatta fuori il marito. Secondo alcune indiscrezioni, lui l’aveva incenerita nel vecchio forno crematorio di un cimitero di cui era stato guardiano. Nessuno aveva potuto dimostrarlo e quello circolava libero, in compagnia della nuova, servizievole compagna.

Felipa, quarantadue anni: era madre di una ragazzina lapidata dall’ex fidanzatino. Credendola morta, il giovane le aveva scavato una buca dove l’aveva sotterrata in fretta e furia: l’autopsia aveva poi dimostrato che la ragazza era stata sepolta viva.

Clara, ventisette anni: era stata picchiata a sangue da un conoscente occasionale con cui si era rifiutata di andare a letto. Il tizio, ridottala in stato semicomatoso con brutali percosse, aveva abusato di lei per una notte in compagnia di due amici che poi, durante la difesa, avevano assicurato che lei li avesse provocati con abbigliamento succinto e voce suadente.

Lori, Felipa e Clara: sulla pelle le stesse cicatrici. Nel cuore, la stessa disillusione. Negli occhi, la medesima rabbia che si era tramutata in progetto una volta, nella sala d’attesa dell’avvocato. Clara aveva proposto:

“E se ci facessimo giustizia da sole?”.

Quelle l’avevano guardata come si guarda un lago dalle acque cristalline in cui, però, è vietato bagnarsi.

“I nostri aguzzini o l’hanno scampata dal carcere o ne usciranno presto. Come molti altri”.

Il resto era avvenuto con furore. Si era formato questo esiguo esercito di combattenti votate alla vendetta. Avevano pianificato, discusso, spiato, deliberato. Si erano allenate, avevano studiato abitudini, logistiche, mappature.

Erano giunte a un piano inscalfibile.

Ce l’avevano fatta.

Si erano fatte giustizia da sole.

Ognuna aveva vendicato l’altra. Si erano macchiate le mani di sangue e l’avevano scampata.

E adesso, mentre sulle loro spalle incombeva un languido tramonto romano, si erano ritrovate per celebrare la vittoria.

Felipa guardò Lori e ripensò alla notte fatidica. A quando aveva condotto il cognato di Lori nel cimitero: inerme, inebetito a seguito degli stupefacenti che lei gli aveva disciolto nella birra, dopo averlo abbordato al pub. Glielo aveva raccontato, a Lori, come aveva vendicato sua sorella. Aveva fatto entrare l’uxoricida nel forno crematorio, spacciandoglielo per una stanza delle meraviglie. Quello era così rimbambito dalle sostanze che si era fatto chiudere lì dentro senza obiettare. Lei aveva azionato il forno e, dall’oblò, aveva osservato impassibile l’uomo che urlava e si dimenava come un ossesso. Occhio per occhio, dente per dente.

Clara aveva vendicato la figlia di Felipa: aveva chiuso l’ex-fidanzatino in un barile, dopo averlo immobilizzato con un inganno, e l’aveva fatto rotolare giù per l’argine di un fiume.

Lori, infine, aveva cercato i tre seviziatori di Clara. Sotto la minaccia di una pistola, li aveva legati ed evirati. Aveva poi gettato i tre peni in pasto ai cani.

Il sentimento che legava quelle donne era così forte e feroce che non ci sarebbe stato bisogno di parole, ormai. Ogni missione era andata come predisposto: il successo avrebbe dovute fortificare i loro intenti. Avrebbero dovuto esultare, brindare.

Invece un vuoto immenso le avviluppava. Misto a un senso di sconfitta e di disumanità. Perché ora si sentivano contaminate.

Se lo confessarono nel silenzio degli sguardi, le tre amazzoni: avrebbero potuto trucidare tutti i bastardi del mondo, ma sarebbero arrivati altri stupratori, altri violenti contro il corpo delle donne e contro il loro valore. Altri abusatori, armati di mille coltelli e mille alibi.

Questo scrivevano le tre guerriere sulle acque plumbee del fiume, sotto un cielo ormai virante al rosso, consapevoli che quel crepuscolo sarebbe stato anche il loro.

Perché il sangue non lava il sangue.

La giustizia non era una questione personale, no.

Era un diritto di tutti.

Eredità del Caudillo, guerra civile fra nipoti

Metti l’eredità milionaria di un dittatore, i nipoti che non trovano un accordo nella spartizione, la messa in vendita di un castello per 8 milioni di euro tramite un’agenzia immobiliare di lusso che la pubblicizza con annunci singolari: “Qui inizia la giornata il caudillo”.

“Qui è dove assiste alla messa nelle prime ore del mattino”.

“Dopo colazione, si ritira nell’intimità della sua biblioteca a leggere la stampa locale per poi delegare ai suoi assistenti le questioni più importanti”.

Tutto ha inizio a dicembre, con la morte – nel quartiere residenziale di Salamanca, Madrid – di Maria del Carmen Ramona Felipa Maria de la Cruz Franco Polo, per gli amici “Nenuca”, duchessa di Franco, marchesa di Villaverde e grande di Spagna, unica figlia di Francisco Franco, il caudillo. L’avevano appena salutata con tanto di inno nazionale durante la tumulazione sotto la cattedrale dell’Almudena, protettrice di Madrid, quando tra i figli, nonché nipoti del generalissimo Franco, Carmen (66 anni), Mariola (65), Francis (63), Arantxa (55) e Jaime (53) Martinez-Bordiù inizia una guerra civile.

I fratelli, infatti, da allora non sono riusciti a mettersi d’accordo sulla vendita dell’ingente ricchezza – mobile e immobile – accumulata dalla madre. Un tesoro valutato in 1.000 milioni delle vecchie pesetas. Casse e casse di oggetti di valore che i figli di Carmen – intenzionati a mettere tutto in vendita – ancora non sono riusciti a far valutare interamente dalle case d’asta. Un patrimonio, secondo molti – tra cui Jimmy Gimenez Arnau, marito di una delle nipoti di Franco – “rubato” agli spagnoli, perché accumulato nei 40 anni di dittatura dal loro nonno. Come il Pazo de Meiras, il castello in Galizia già proprietà della scrittrice Emilia Pardo Bazan, “ceduto” a Francisco Franco nel 1938, in piena guerra civile e dichiarato nel 2008 patrimonio di interesse culturale. Contro quest’ultima ordinanza si era già battuta la figlia del caudillo quando era in vita, la quale lamentava di dover aprire al pubblico la residenza che lei teneva in piedi di tasca sua.

Forse per questa stessa ragione, i figli di Carmen l’hanno messo in vendita per 8 milioni di euro, affidandola all’agenzia Mikeli che la pubblicizza come “residenza estiva del caudillo” con tutti i particolari appetitosi del caso, facendo venire alla luce, tra le altre cose, come il dittatore se ne sia appropriato indebitamente anni dopo, nel 1941, con un finto contratto di compravendita. A niente, per ora, è servita la rivolta della Giunta cantabrica, che si è vista privata del diritto di prelazione, essendo quello un bene di interesse pubblico, appunto.

Ma questa è solo l’ultima (?) puntata dell’avvincente saga degli eredi del dittatore per monetizzare il più possibile il lascito del Generalissimo. Il primo episodio risale al 1978, quando la stessa “Nenuca” fu beccata all’aeroporto di Barajas mentre stava per imbarcarsi su un volo per la Svizzera con 38 medaglie di suo padre, e fu condannata a pagare una multa di 6,8 milioni di pesetas. Peccato che due anni dopo la sentenza venne annullata.

Ramadan getta Parigi in confusione

Porco smascherato o affaire Dreyfus post-moderno? Vittoria della campagna Balance-ton-porc, denuncia chi ha abusato di te, oppure ombra sullo Stato di diritto, montatura per delegittimare un pensatore musulmano che si è fatto molti nemici, a sinistra e a destra? L’unica cosa al momento certa è che l’arresto per stupro di Tariq Ramadan, da quasi un mese detenuto in Francia, sta diventando rapidamente uno di quei controversi casi politico-giudiziari che finiscono per caricarsi di significati generali molto più larghi della vicenda in sé. I colpevolisti si sono dichiarati già nelle ore dell’arresto, festeggiato da alcuni giornali francesi con esultanze da stadio (la stampa italiana è stata perfino più smodata). Per tre settimane i media hanno picchiato senza contraddittorio sull’imputato, e sullo slancio anche su intellettuali di valore come Edgar Morin, divenuto “utile idiota” per aver scritto un libro con lo stupratore. Poi è cominciata, altrettanto assertiva, la reazione. Un appello in Internet per la “liberazione immediata” di Tariq Ramadan ha superato le centomila adesioni, in pochi giorni un crowdfunding ha raccolto 107mila euro. Sostenuta da imam di grandi moschee, attivisti dell’antirazzismo e giornalisti musulmani, la campagna Free Tariq Ramadan bolla il procedimento giudiziario come “un processo politico” per “mantenere indefinitivamente in carcere un eminente critico delle politiche discriminatorie del governo francese”. Lo dimostrerebbero incongruenze nelle dichiarazioni delle due donne che accusano l’imputato, la sparizione di una prova a discarico consegnata alla polizia, il profilo dei magistrati inquirenti (il pm lavora in stretto contatto con i servizi di sicurezza, occupandosi di antiterrorismo) e il fatto che nemici giurati di Ramadan avrebbero svolto un ruolo nella vicenda. Anche questo, tutto da dimostrare.

Di sicuro l’accusa di violenza carnale se non fosse fondata sarebbe certamente ben trovata. Smascherando Ramadan come stupratore, la magistratura ne confermerebbe la doppiezza che gli viene contestata da infiniti detrattori. Da Sarkozy al socialista Manuel Valls, uno stuolo di figure pubbliche sostiene che soprattutto in tema di diritti delle donne il filosofo parlerebbe con lingua biforcuta, dicendo una cosa al pubblico occidentale, un’altra nelle moschee. Al fondo sarebbe un infiltrato dei Fratelli musulmani, l’organizzazione integralista fondata da suo nonno; un antisemita, un bigotto favorevole alla lapidazione. Falso, ribatte Edgar Morin, che non è innocentista né colpevolista ma prova “orrore per il linciaggio mediatico” inflitto all’imputato. Avendo discusso a lungo in passato con Ramadan credo che il suo, come a ragione sostiene Morin, sia un islam europeo compatibile con i principi dello stato di diritto liberale. Se dobbiamo trovargli ascendenti familiari occorre guardare allo zio di Ramadan, Gamal, il fondatore del sindacato islamico, un uomo di intelligenza scintillante che incontrai al Cairo in una sede sindacale straboccante di libri. Gamal al-Banna fu tra i primi riformatori musulmani a proporre un pensiero critico che trova una sintesi con la libertà, ragione per la quale gli autoritarismi arabi tuttora lo combattono e proteggono l’islam rivale, il docile quietismo salafita. Di conseguenza il ‘nuovo’ islam trova spazio soprattutto in Occidente, dove però suscita altrettanta diffidenza, anche per un certo suo terzomondismo.

Tutto questo è sullo sfondo di un grande affaire europeo che comincia nel peggiore dei modi. Da una parte un innocentismo che conferma la sfiducia dei musulmani nello Stato, non solo in Francia, rischia la deriva identitaria e communitarian. Dall’altro un colpevolismo sgangherato non potrà che potenziare questa dinamica.

Nel frattempo già si contano danni collaterali: pare d’un tratto abrogata la convenzione per la quale distinguevamo il pensiero di un autore dai suoi comportamenti etici (ragione per la quale il ripugnante opportunismo di Heidegger o di Carl Schmitt verso il nazismo non impedisce di trovarne stimolanti le opere).

“I tentacoli della mafia che strozzano la Slovacchia”

’Ndrangheta export. Corruzione. Truffe à go-go sui fondi strutturali europei. Mafiosi che frequentano le stanze del potere. Il caso Kuciak è più di una mina vagante per il governo di Robert Fico. Così, in un estremo tentativo di calmare le acque, Fico ha obbligato la sexy-consigliera Maria Troskova e il fido Vilem Jasan, ex deputato dello Smer-Sd (il partito di Fico) che occupava la poltrona di segretario del Consiglio di Sicurezza, a farsi da parte, visto che i loro nomi erano ripetutamente citati nelle inchieste di Jan Kuciak, pubblicate ieri dai giornali e dai siti d’informazione.

L’opposizione aveva chiesto anche le dimissioni del ministro degli Interni, Robert Kalinak, del capo della polizia Tibor Gasper, e quelle del ministro delle finanze, Jan Pociatek. Si è dimesso invece il ministro della Cultura, il 51enne Marek Madaric, da dieci anni a quel posto: “Ho preso una decisione personale”, ha spiegato, molto imbarazzato, l’occhialuto ministro, travolto dall’insostenibile pesantezza di un ruolo scomodo. In ritardo. Sono anni che Fico la Slovacchia insulta la stampa libera: “I giornalisti? Semplici iene idiote”, disse una volta, “sporche prostitute anti-Slovacchia”, in un’altra occasione. Ieri Madaric, ha preso le distanze dal premier: “Come ministro della cultura, non posso identificarmi con il fatto che un giornalista è stato ucciso durante il mio mandato”.

Le dimissioni della Troskova e di Jasan sono più ambigue. Intanto, valgono fino alla fine delle indagini. In più, sono comunicate con un po’ di arroganza: “Collegare i nostri nomi a un atto deprecabile (l’assassinio di Kuciak, ndr) come fanno alcuni media o politici è assurdo”, hanno scritto in una nota congiunta, “di fronte alla strumentalizzazione dei nostri nomi, nella lotta politica contro il premier Robert Fico, abbiamo deciso di lasciare i nostri posti all’ufficio del governo fino alla conclusione delle indagini”.

Non poteva non pubblicarlo per primo proprio il sito on line Aktuality.sk per il quale lavorava Kuciak, a margine dell’articolo che probabilmente è costato la vita al reporter, intitolato “La mafia italiana in Slovacchia, i suoi tentacoli si estendono alla politica” (riprodotto anche dal sito Occrp (The Organized Crime and Corruption Reporting Project, un network globale di giornalismo investigativo). In realtà, il ministro Madek ha contestato la linea del silenzio adottata da Fico, quando il portavoce del governo ha rifiutato di chiarire la posizione della Trotskova, di identificarne i compiti e le responsabilità, soprattutto se aveva accesso alle informazioni riservate. C’era una talpa della ’ndrangheta in seno al governo? L’inquietante scenario a cui lavorava Kuciak.

“Gli italiani legati alla mafia hanno trovato una seconda patria in Slovacchia – osservava infatti Kuciak, col suo stile secco tipico della scuola anglosassone, che era il suo referente professionale – hanno cominciato dunque a fare affari, a ricevere sovvenzioni, raccogliere fondi europei ma soprattutto, a stabilire relazioni con influenti personalità politiche, e su su fino al governo slovacco”.

Il racconto di Kuciak, partendo dalla piccola repubblica slovacca che fa parte dell’eurozona ed è entrata nell’Ue 14 anni fa, rivela il meccanismo della struttura ndranghetista globalizzata, postmoderna e tecnologica: “Possedevano e posseggono sempre decine di imprese, radicate nell’Est slovacco, il cui valore è di decine e decine di milioni di Euro”. Kuciak si era occupato delle attività di 4 famiglie che orbitano intorno alla ’ndrangheta e hanno avviato attività imprenditoriali soprattutto nell’agricoltura, nel fotovoltaico, nel biogas e nell’immobiliare.

Il grimaldello erano certi legami d’affari della Troskova, l’assistente di Fico, e di Vilem Jasan con un imprenditore italiano di una delle quattro famiglie calabresi: “Due soggetti dell’entourage di una persona arrivata in Slovacchia, e che era stata denunciata in un caso di mafia in Italia, sono ogni giorno in contatto con il premier: le ha scelte Robert Fico in persona”, è l’accusa di Kuciak.

Sul sito Occpr saltano fuori i dettagli. Antonino Vadalà, 42 anni, calabrese di Bova Marina, possiede una rete di società agricole. Con la Trotskova fondò nel 2011 la Gia Management (settore immobiliare, costruzioni, packaging, fotografia). L’ex finalista di Miss Universo 2007 lascia la società meno di un anno dopo. Lavora come assistente di Pavel Rusk, ex politico ed ex co-proprietario dell’emittente tv Marziko (di recente è finito in galera con l’accusa di aver ingaggiato un killer per uccidere il suo ex socio). Maria conosce Jasan, ex membro del Parlamento che l’assume nel 2014 come vice-assistente. Poi, Fico.

Quanto a Vadalà, si rivela più di un semplice e intraprendente imprenditore. Nel maggio del 2017 se ne occupa l’antimafia calabrese, in margine a un traffico di droga Colombia-Calabria. Il suo nome è legato anche a un’intercettazione in cui si discute su come nascondere un latitante, e si propone di sfruttare la casa di Vadalà. Il tipo era Domenico “Mico” Ventura, famoso per un video consegnato ai carabinieri in cui lo si vede sparare a sangue freddo. Vadalà stava per essere arrestato, ma se la filò in tempo: in Slovacchia.