Concordato Melegatti, Hausbrandt Trieste pronta ad acquisirla

Il Tribunale di Verona ha concesso il concordato preventivo per la storica azienda del pandoro Melegatti. L’annuncio è arrivato da Hausbrandt Trieste 1892 Spa, l’azienda trevigiana del caffè che aveva dato la disponibilità a rilevare l’azienda dolciaria. Hausbrandt aveva già fatto pervenire al giudice fallimentare un milione di euro per far ripartire la produzione pasquale, ma era stata fermata per motivi tecnici. Ora però il tribunale ha dato il via all’operazione di acquisizione, che metterà in sicurezza i lavoratori attualmente in cassa integrazione. L’azienda trevigiana ha annunciato di avere “già pronta la struttura finanziaria per poter procedere con l’acquisizione di Melegatti” e ha confermato l’”interesse nel portare avanti l’operazione”. Il concordato ha una durata di 120 giorni, con la possibilità di proroga massimo di ulteriori 60, qualora l’azienda decidesse di presentare istanza al Tribunale. Il termine per il deposito del piano di risanamento scade il 9 marzo. Hausbrandt aveva avanzato la manifestazione di interesse dopo il fallimento dell’operazione con il fondo maltese Abalone. Per i sindacati Flai-Cgil, Fai-Cisl e Uila-Uil è “una notizia importante e positiva. Al momento è scongiurato il fallimento”.

Jeans in provetta: Levi’s sostituirà gli operai con i robot entro il 2020

La versione di Levi’s Strauss è che l’utilizzo di laser e robot al posto degli operai per le rifiniture dei jeans entro il 2020 sia una rivoluzione. Letteralmente: “Non è solo un cambiamento incrementale, ma radicale”, come si legge su Fast Company. Sabbiatura, pieghe, sfumature non saranno più effettuati a mano e con il ricorso ad agenti chimici ma si utilizzeranno laser che agiranno direttamente sul capo con precisione e obbedendo agli ordini impartiti da un software che progetterà le varianti. Si passerà da una media di 8 minuti per singolo trattamento a 90 secondi, dai 12-18 passaggi (tra disegno, riproduzione e prototipi) a un paio, dalla necessità di manodopera addetta ai dettagli a una macchina che li riprodurrà singolarmente con un impatto occupazionale non ancora quantificabile.

Oggi, Levi’s impiega almeno 13.500 lavoratori in tutto il mondo, i jeans sono venduti a 50mila rivenditori in 110 paesi. La “riqualificazione” degli operai, come suggerisce anche la stampa che dà una lettura positiva, non prevederà mai il reimpiego dello stesso numero di persone. Per l’azienda si tratta di un mutamento che renderà la produzione “sostenibile”: riduzione degli agenti chimici, tossici per i lavoratori, e rilancio del brand. L’annuncio arriva infatti dopo la pubblicazione del bilancio 2017, con utili diminuiti del 3% sull’anno (a 281 milioni di dollari) a fronte di un fatturato globale salito dell’8% a 4,9 miliardi di dollari e alla sempre maggiore competizione del fast fashion come H&M.

Nella lingua del lavoratore sono invece posti di lavoro che scompaiono. I ricercatori del Mit e della Boston University nel 2017 raccontavano che tra il 1990 e il 2007 l’automazione era costata agli Usa 670 mila posti di lavoro: metà per la sostituzione con i robot, metà per i licenziamenti del settore del commercio dopo la perdita del potere d’acquisto degli stessi operai usciti dal circuito. Tutto per ridurre il costo del lavoro e aumentare la produttività. La tesi a favore è che aumenterà la domanda di nuovi tipi di lavoratori. Tralasciando però che, come rilevato da esperti e analisti, la velocità del progresso tecnologico lascerà indietro milioni di persone dotate di competenze ordinarie, la cui preparazione non è per formazione allineata con l’evoluzione tecnologica.

Il patto Boccia-sindacati: salari alti solo sulla carta

Icontratti collettivi di lavoro, dai quali dipendono gli stipendi di milioni di italiani, hanno un nuovo quadro di regole. Quello sul quale ieri hanno messo insieme la firma i segretari di Cgil, Cisl e Uil e il presidente della Confindustria Vincenzo Boccia. Il nuovo “patto per la fabbrica” vede uniti i tre maggiori sindacati confederali ma nello stesso tempo viene fortemente contestato dalle sigle di base come l’Usb.

Gli obiettivi, nelle intenzioni di chi ha firmato, sono diversi. In primis rivendicare un principio: i salari devono essere decisi con la contrattazione collettiva. Quasi un segnale – pochi giorni prima delle elezioni – a chi, come il Partito democratico, propone di inserire una retribuzione minima per legge. L’altro scopo è contrastare i cosiddetti contratti pirata: accordi sottoscritti da organizzazioni non rappresentative e contenenti condizioni peggiori rispetto a quelle dei contratti nazionali. Da ora in poi, anche le associazioni di imprese dovranno misurare la loro rappresentatività in termini numerici. Si tratta però di una dichiarazione di intenti, per la quale nel testo si chiede l’aiuto del Cnel per fare una ricognizione, e comunque è una materia che richiede una legge nazionale. Insomma, l’effetto non sarà automatico. Quel che è certo è che rimane l’impianto del testo unico del 2014, che di fatto lascia il campo ai sindacati più rappresentativi (quelli di base, insomma, hanno pochi margini di concorrenza).

È sul tema degli stipendi che arrivano novità rilevanti. Le retribuzioni saranno composte da due voci: il trattamento economico minimo, ovvero il minimo tabellare, e il trattamento economico complessivo. Il primo, indicato con l’acronimo Tem, costituirà la base degli stipendi e sarà agganciato all’indice dei prezzi al consumo armonizzato per i Paesi Ue (Ipca). È l’indice che, dal 2009, ha sostituito l’inflazione programmata nei contratti collettivi. In quell’anno, però, la Cgil fu molto critica su questa scelta perché la riteneva penalizzante e decise quindi di non firmare l’intesa. Questa volta, invece, è stata favorevole. Nel trattamento economico complessivo (Tec) saranno compresi il Tem e tutte le altre componenti dello stipendio, in particolare il welfare aziendale, ovvero quella parte di retribuzione che il lavoratore non riceve in forma monetaria ma sotto forma di servizi (cosa già testata nel contratto dei metalmeccanici del 2016). Su questo punto l’Usb è stata molto critica, perché sostiene che da ora in poi le associazioni dei datori non accetteranno aumenti ma si limiteranno a riconoscere il semplice recupero dell’Ipca (più basso dell’inflazione programmata). Al massimo, concederanno servizi di welfare, che sono detassati, o i premi per la produttività.

L’accordo, infatti, tende a favorire la contrattazione di secondo livello, cioè quella fatta in sede aziendale: “Il contratto nazionale di categoria – si legge – dovrà incentivare lo sviluppo virtuoso della contrattazione di secondo livello, orientando le intese aziendali verso il riconoscimento di trattamenti economici strettamente legati a reali e concordati obiettivi di crescita della produttività aziendale, di qualità, di efficienza, di redditività, di innovazione”. La Cgil è più fiduciosa: “Il trattamento minimo – spiega il segretario nazionale Franco Martini – potrà crescere anche oltre il dato dell’inflazione”. Il riferimento è a un passaggio del testo che recita così: “Il contratto collettivo nazionale di categoria, in ragione dei processi di trasformazione e o di innovazione organizzativa, potrà modificare il valore del Tem”. Sulla base di questo comma, il sindacato “rosso” spera che si pongano le basi aumentare i salari almeno in settori nei quali la tecnologia richiederà maggiori competenze ai lavoratori.

Rubano 400 mila euro di alimenti, arrestata la “gang del torrone”

Sono tutti pugliesi, residenti a Foggia o Cerignola, salvo un albanese che abitava nel Cremonese, i nove componenti della “gang del torrone”, arrestati ieri e che sono ritenuti autori di 21 furti in tutt’Italia ai danni di fabbriche e magazzini di alimentari messi a segno nel corso di tutto il 2015. Il loro capolavoro era stato il “colpo”, la notte tra il 26 e 27 maggio di quell’anno, nella ditta Vergani Secondo S.p.a., a Cremona, dove, almeno in sette, arraffarono materie prime per la produzione di torrone e altri prodotti per 400 mila euro. Da lì sono partite le indagini che alla fine hanno portato alla luce l’associazione a delinquere che, in alcuni mesi, oltre alle materie prime per la produzione del dolce della città del Torrazzo si era impossessata anche di salumi e forme di parmigiano per centinaia di migliaia di euro. Il capo della “gang”, secondo gli investigatori, è un 54enne, il quale individuava gli obiettivi da colpire e pianificava le azioni. Il braccio operativo era costituito da suo figlio e dal suo genero che erano affiancati dall’albanese che vive in provincia di Cremona. Altri avevano compiti di tipo logistico tra i quali quello di trovare gli autisti e i mezzi pesanti da utilizzare per il trasporto della merce.

Terremotati al gelo. Caldaie rotte e lupi sul bestiame

L’emergenza terremoto a un anno e mezzo dalla prima devastante scossa non è ancora finita (il sisma ha colpito il Centro Italia il 24 agosto, il 26 e il 30 ottobre 2016 e il 18 gennaio 2017; vittime: 303 in tutto). “Al secondo inverno, troppi i disagi e troppe le falle non sanate”, denunciano i comitati nati in difesa dei terremotati. Il gelo ha messo fuori uso “molte caldaie delle casette ad Amatrice e Accumoli e nelle frazioni di Sant’Angelo, Colle Motrone, San Tommaso” lasciando decine di persone, fra cui anziani e bambini, al freddo con temperature molto rigide e senza acqua calda: “La notte la temperatura arriva anche a -15 gradi”, spiega Francesco Pastorella, coordinatore dei Comitati Terremoto del Centro Italia.

Con la nevicata, dall’Appennino marchigiano sono scesi anche i lupi fino ad arrivare a una cinquantina di metri dalle casette di Visso (Macerata), come racconta l’allevatore Mario Troiani che li ha fotografati dalla finestra della sua casetta: “Sono arrivati qui forse perché hanno fame, anche se mi sembra che stessero mangiando un capriolo. Non ci fanno paura – continua Troiani – perché generalmente non attaccano l’uomo, ma come allevatore sono molto preoccupato per il mio bestiame. Ho circa 80 capi bovini ancora all’aperto e alcune bestie stanno per partorire: i vitelli, con i lupi in giro, sono a forte rischio”.

Tuttavia è stata finalmente firmata dal capo del dipartimento della Protezione civile Angelo Borrelli la tanto attesa ordinanza che autorizza l’acquisto di 356 appartamenti invenduti per 56 milioni di euro dislocati in 45 Comuni del primo e del secondo cratere sismico. La finalità è quella “di soddisfare il fabbisogno abitativo per le popolazioni colpite dal sisma, e per garantire anche un investimento sul patrimonio già esistente”, si legge nella nota della Regione Marche.

Gli appartamenti, terminata la fase della ricostruzione, resteranno ai Comuni come patrimonio di edilizia residenziale pubblica a favore dei nuclei meno abbienti. Una soluzione che garantisce un risparmio del consumo del suolo e la riduzione delle aree da destinare a insediamenti temporanei. Coloro che opteranno per soluzione abitativa non avranno più diritto al Cas (contributo di autonoma sistemazione).

Intanto, ieri, sono state consegnate altre 20 abitazioni in località Vallazza nella frazione di Ussita, altre 60 casette Sae sono state consegnate nel Comune di Norcia.

Il capitano Ultimo non più Cavaliere: “Io, un mendicante”

“Sono un mendicante, non posso accettare i premi. Per questo ho rinunciato all’onorificenza, sempre con massimo rispetto”. Il colonnello dei Carabinieri Sergio De Caprio – alias il capitano “Ultimo” che arrestò Totò Riina – spiega così la rinuncia all’onorificenza di Cavaliere della Repubblica italiana, che gli era stata concessa dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il 2 giugno 2017. In quel momento, il colonnello De Caprio si trovava all’Aise, i servizi segreti esteri. Ruolo che ha abbandonato per tornare all’Arma (e essere trasferito alla Forestale) dopo che il suo nome era finito (senza essere indagato) nel caso Consip. In particolare, i pm romani avevano trovato alcune mail inviate dal maggiore del Noe Gianpaolo Scafarto (accusato nell’indagine Consip di falso, depistaggio e rivelazione di segreto), a due ex colleghi poi andati all’Aise. In una mail del 14 settembre 2016 era scritto “sempre per il capo”. Secondo i pm, come scrivono in alcuni atti di indagine, il capo è “identificarsi, con ogni ragionevolezza, nel colonnello De Caprio”, non indagato.

“Ho paura anche per le bimbe: non voglio vederlo”

“Sembrava una storia ordinaria”, ripetono in commissariato a Latina. Una coppia che litiga, esposti incrociati, accuse reciproche: i cadaveri del carabiniere Luigi Capasso e delle due sue figlie sono ancora nell’appartamento dove l’uomo si era asserragliato con in mano la sua pistola d’ordinanza, dopo aver ferito gravemente la moglie, Antonietta Gargiulo. Quando tutto è finito nel peggiore dei modi, la storia inizia a scorrere all’indietro.

La violenta follia dell’uomo ha una data d’inizio.

È il 4 settembre, sei mesi fa. Via Appia, pochi chilometri da Latina. Davanti alla Findus, lo stabilimento dove lavora Antonietta Gargiulo, la donna rimasta ferita da tre colpi di pistola sparati dal marito, sta fumando una sigaretta in compagnia dei colleghi, quando l’appuntato scelto dei carabinieri Luigi Capasso arriva già alterato. Va davanti ad Antonietta, la moglie, l’aggredisce di fronte ai colleghi. La strattona, la umilia, tanto che gli altri operai intervengono.

“È stato quello il momento della fine del rapporto – racconta l’avvocato Maria Belli, che assiste la donna – Da quel giorno si sono allontanati”. Antonietta si presenta al commissariato di Cisterna di Latina, il Comune dove vivevano, presenta un esposto sul fatto: “Non una denuncia – spiega il legale – perché non voleva danneggiare il marito, che già aveva avuto problemi disciplinari in passato”. Da quel 4 settembre il carabiniere non rientrerà più a casa. Prende un alloggio di servizio nella caserma dell’Arma a Velletri, dove era arrivato dopo il trasferimento da Aprilia. “Dopo quell’esposto Luigi Capasso era stato chiamato dal commissariato – spiegano dalla Questura di Latina – e redarguito. Lui aveva assicurato che era sua intenzione cercare di ricostruire il rapporto con la moglie. Una storia classica, ne vediamo tantissime ogni giorno”.

Quando Antonietta viene chiamata lo scorso gennaio per un contro-esposto del marito, fa mettere a verbale i suoi timori: “Ho paura, non lo voglio vedere”, racconta l’avvocato Belli.

I bambini, raccontano i testimoni, erano terrorizzati dal padre: “Era geloso – ricorda l’avvocato Belli – possessivo e aggressivo”. Anche dopo la separazione di sei mesi fa, Luigi Capasso continuava a essere morboso, soffocante con la moglie: “A volte lei se lo trovava in banca mentre faceva la fila, aveva l’impressione di essere seguita”. Un rapporto finito, che si preparava a divenire tragedia. Una violenza annidata in una storia ordinaria di provincia italiana.

Spara alla moglie, si barrica con le figlie e le uccide

La collina dei Pini, alle porte di Cisterna di Latina, nel Basso Lazio, ha il volto della normalità. Appartamenti con balcone, il garage sotto casa, qualche negozietto. Lo shopping a meno di un chilometro, dove le famiglie passano la domenica. Ieri, alle cinque e mezza del mattino, Antonietta Gargiulo, 38 anni, operaia della Findus, stava per salire sulla sua automobile per andare in fabbrica. Le due figlie, 7 e 13 anni, ancora dormivano. Un primo sparo, alla schiena. È riuscita a fare pochi passi, quando davanti a sé ha visto Luigi Capasso, con la pistola in mano. Altri due colpi e finisce a terra. È solo l’inizio di una strage, terminata con due bambine morte, un suicidio e la donna ricoverata al San Camillo di Roma, in prognosi riservata, tenuta in sedazione profonda.

Dal 4 settembre, Antonietta aveva allontanato Luigi, il marito, il padre delle figlie. Sei mesi fa lui si era presentato fuori dalla fabbrica all’uscita della moglie, l’aveva strattonata, insultata. In apparenza la violenza rancorosa di una coppia alla fine di un rapporto. Ma c’era di più. Luigi, appuntato scelto dei carabinieri, covava rancore, una gelosia senza senso, possessiva. Litigi, minacce, percosse. “Anche davanti alle figlie – racconta l’avvocato Maria Belli, legale di Antonietta – che da mesi avevano il terrore del padre”.

Quei primi colpi sparati poco prima dell’alba, per l’appuntato scelto Gargiulo erano solo l’inizio. Non si ferma a soccorrere la donna, le prende la borsa, cerca le chiavi dell’appartamento da dove era stato allontanato lo scorso anno. Sale i due piani della palazzina, entra e va verso le figlie. Non agisce subito. Alle 6, una mezzora dopo, la vicina di casa sentirà altri colpi. Spara tre volte, forse quattro, colpisce le due bambine, uccidendole. Poi aspetta. È un carabiniere e sa che i colleghi non tarderanno. Conosce le procedure, è preparato.

Alle sette – raccontano i testimoni – i militari della compagnia di Latina arrivano, bloccano le uscite, chiudono il gas della palazzina. Sul posto si presentano i negoziatori dell’Arma dei carabinieri, ufficiali specializzati nel trattare con terroristi o rapitori, che entrano in scena.

Questa volta è diverso. Questa volta hanno davanti un collega. I volti sono tesi, e quando arriva il Gis, il reparto di stanza a Livorno, si capisce che questa mattinata sarà lunga, sofferta. C’è un dettaglio che subito preoccupa: “Non sentiamo le voci delle bambine, da quando siamo arrivati non le abbiamo mai ascoltate”, spiegano gli ufficiali. “Temiamo il peggio”, aggiunge con il volto teso il colonnello Gabriele Vitagliano, comandante provinciale dei carabinieri di Latina.

L’appuntato scelto Luigi Capasso è sul balcone. Appare confuso, parla con i negoziatori. Fino alle 13, quando rientra nell’appartamento. Nessuno lo sente più, lo chiamano, ma non risponde. Dopo un’ora, lunghissima, scatta il blitz. Tre i cadaveri trovati all’interno dell’appartamento: le due bambine, morte probabilmente da ore, e il corpo di Luigi Capasso, morto suicida con uno degli ultimi colpi rimasti nella sua pistola d’ordinanza.

La fine tragica era nell’aria. I tanti abitanti del posto sussurrano i loro timori, appartati sui lati della strada, abbassando lo sguardo. Poco prima dell’annuncio del blitz e del ritrovamento dei tre cadaveri, un uomo anziano entra dal fornaio, piange: “Sono morte, ha ucciso le bambine”.

Nessuno sembrava credere a una fine differente. Quando i militari del Gis avevano già smobilitato le squadre, un maggiore dei carabinieri accompagna una donna anziana, forse la madre della donna, verso un’automobile. È una scena surreale: l’ufficiale con il corpo a proteggere il pianto disperato della signora, mentre una trentina di telecamere circondavano i due. Il volto del militare diventa duro come la pietra, con la rabbia e il dolore a malapena trattenuto.

Mail Box

 

In Campania il Pd è diventato un affare di famiglia

Molti elettori del Pd sono disgustati dalla candidatura di Piero De Luca, figlio di Vincenzo. E sono decisi, come il sottoscritto, a non votare questo partito, anche in considerazione del fatto che il secondogenito, pur non presentato alle elezioni comunali, è stato nominato assessore al bilancio ed è stato designato dal padre come futuro candidato alla carica di sindaco a Salerno. Piero De Luca è stato rinviato a giudizio per bancarotta fraudolenta lo scorso anno. È chiara l’intenzione di costruire un feudo in Campania.

Carmine Buonocore

 

Alle urne per dare un segnale di malcontento generale

Molte persone non andranno a votare perché sono convinte che, comunque vadano le elezioni, nel nostro Paese non cambierà mai niente. E forse, su questo punto, hanno anche ragione. Tuttavia, se provassero ad applicare in questo caso il principio della scelta ristretta – che magari, a loro insaputa, seguono nella maggior parte delle circostanze della vita – si renderebbero conto che non vi sono alternative: dobbiamo andare a votare, se non altro per far capire a chi aspira a governare che non siamo per niente contenti di come vanno le cose. Magari, parafrasando il grande Totò, potremmo scrivere sulla scheda elettorale: “Ma fateci il piacere”, che è un equivalente semantico della pernacchia. Disertare le urne, al contrario, confermerebbe a questi arroganti signori che fuori dal palazzo c’è un popolo bue disposto a ingoiare tutto in silenzio, dalla corruzione allo spreco di denaro pubblico, da una ministra che copia la tesi a un’altra che briga per salvare il management di una banca.

Domenico Forziati

 

Alla fine andremo al seggio non sapendo chi scegliere

È imminente il giorno del voto, ma la confusione è totale. Parte dell’elettorato sta brancolando a tentoni nel caos delle liste elettorali, ponendosi sconsolatamente la domanda se vale la pena di andare al seggio non sapendo chi scegliere. Siamo sempre andati a votare convinti di compiere responsabilmente il nostro dovere di cittadini, ma ora siamo disorientati e preoccupati dalla sola idea di andare al seggio, pervasi dalla strana sensazione di non essere al passo con i tempi.

Abbiamo sempre guardato con distacco e celato disprezzo coloro che si astenevano ma ora, tre le tante ipotesi, prendiamo in considerazione anche questa.

Però proviamo vergogna, consapevoli che votare sia un gesto di responsabilità civile e democratica: la crescente sfiducia non ha ancora spento la tenue fiammella che mantiene viva la speranza di avere un Parlamento di eletti in grado di raccogliere degnamente il testimone ereditato dai padri nobili della Costituzione.

Allora alla fine qualcosa voteremo e faremo un segno sulla scheda affinché il peggio non si affermi.

Silvano Lorenzon

 

Questa legge vuole impedire un governo pentastellato

Una delle previsioni dei politologi, in merito agli esiti del voto del 4 marzo con la legge elettorale del Rosatellum, è che non si raggiungerà alcuna maggioranza di governo, né a destra, né a sinistra, né in capo ai 5Stelle.

E così è stato raggiunto l’obiettivo perseguito che era in primis quello di impedire un governo a guida Di Maio, e in secundis di realizzare una qualsiasi maggioranza. Se le cose stanno così, aggiungerei, la cosa più probabile sarà un governo con un premier nominato da Mattarella, e cioè una sorta di Gentiloni bis (reduce dal doppio endorsement di Prodi e Veltroni), con l’ennesimo esproprio della volontà del popolo sovrano.

Luigi Ferlazzo Natoli

 

Impresentabili: tocca a noi fare la giusta selezione

Ho letto giorni fa l’intervista rilasciata al Fatto dal procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho sul tema dei candidati impresentabili.

Il procuratore, alla fine, con acume, ha tenuto a sottolineare che alle prossime consultazioni elettorali si vedrà se gli elettori faranno, finalmente, quella selezione che la politica non è stata in grado di fare. Non si può non essere d’accordo con il procuratore De Raho. Ma perché gli elettori possano selezionare candidati onesti e con senso dello Stato serve una informazione effettivamente libera da forti condizionamenti.

D’altronde, quali e quanti organi di stampa hanno dato il giusto risalto al D.lgs. n.216/2017, che scippa i pm di parte del loro potere di indagine e autonomia costituzionalmente garantiti per affidarlo al potere esecutivo, cioè al governo? Ricordo solo l’articolo del procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato del 24 febbraio sul Fatto.

Spettabili giornaloni, la stampa deve essere libera e non asservita; deve essere al servizio dei governati e non dei governanti (bellissima frase pronunciata dal giudice nella sentenza di assoluzione al termine del processo che vede coinvolto il Washington Post, che chi ha visto il bel film The Post ha avuto il piacere di ascoltare).

È essenziale che i cittadini vengano informati della verità. Senza menzogne!

Giuseppe De Tullio

Astensionismo. Il boom del non voto è cominciato nella Seconda Repubblica

 

Il 4 marzo mi recherò a votare e con un po’ di artrite cervicale, barrerò il simbolo dei 5Stelle. Consideratelo come un tentativo di arginare la deriva xenofoba, fascista e berluscon-renziana che soggioga l’inclita Italia e insieme come risposta alla delusione delle “unioni civili” dei sedicenti uomini di sinistra vieppiù incapaci di ridisegnare un futuro plausibile a questo sciagurato Paese e alle sue genti. Fuori come siamo dalle idealità o dalla speranza di cambiamento delle condizioni culturali, materiali e sociali dei non garantiti, dei “sanza lettere”, dei disoccupati, delle donne e dei poveri, non c’è più nessuno che mi rappresenti; allora piuttosto che annullare la scheda o astenermi dal raggiungere il mio seggio elettorale, preferisco votare i 5Stelle in quanto nell’attualità sono gli unici che possono rovesciare il tavolo e cacciare la casta dei peggiori politici dal 1948 a oggi. Non partecipare alle votazioni non scalfisce per nulla il potere della casta, due esempi a noi vicini: elezioni europee dove il Pd si è esaltato per aver raggiunto il 41% pari a oltre 11 milioni di voti. In Emilia Romagna alle Regionali votò il 37% degli aventi diritto, ma non per questo non si è insediato il consiglio regionale. La disaffezione creata nei confronti delle istituzioni è tanta per la massima parte dovuta alla corruttela che le lambisce e all’uso distorto che ne ha fatto la politica, perciò è ora, con il voto, di fargli pagare le loro malefatte.

Libero Rossi

 

Complimenti per la sua lettera, caro Rossi. Ché fotografa alla perfezione il sentimento maggioritario degli italiani alla vigilia del 4 marzo. Non andare alle urne oppure andare e rovesciare il tavolo. È un ragionamento che si ascolta ovunque. E suffragato da due dati: il partito del non voto che primeggia e il M5S anti-sistema che potrebbe essere in testa tra coloro che decideranno di votare. Sono dati clamorosi se letti in un’ottica storica. L’Italia ha infatti avuto per decenni il record europeo di partecipazione alle urne, intorno al 90 per cento. Il crollo è cominciato nella Seconda Repubblica: 86,1 per cento nel 1994; 82,9 nel 1996; 81,4 nel 2001; infine dall’80,5 del 2008 al 75,2 del 2013, per la prima volta sotto la soglia dell’80 per cento. È il fenomeno del cosiddetto astensionismo punitivo come ha spiegato il bravo Federico Fornaro in un suo saggio di qualche anno fa, “Fuga dalle urne”. La causa? Quella che elenca lei: la corruzione più che la fine delle ideologie. Un’ultima aggiunta, sulla bufala del 41 per cento renziano del 2014: in realtà, in valore assoluto, quel dato valeva il 22,7. Più o meno come oggi. Anzi, di più.

Fabrizio d’Esposito