La commedia degli equivoci del Pd e del Pd2, detto LeU

In queste settimane c’era qualcosa che mancava alle nostre vite, ma non sapevamo cosa: era Enrico Letta. L’ex premier, di cui avevamo colpevolmente dimenticato l’esistenza e il forzato esilio, ci ha fatto sapere, dalla Polonia, di aver votato a Parigi: “Il voto del 4 marzo? – s’è domandato su Twitter – Se penso all’Italia e all’Europa voglio augurarmi che Paolo Gentiloni ne esca rafforzato con la coalizione che lo sostiene”. Ora, Gentiloni non è il candidato premier del suo partito (e quello della coalizione neanche esiste), ma Letta nomina lui perché si capisca che 1) Renzi gli sta sul gozzo; 2) ha votato Bonino (d’altra parte voleva Morire per Maastricht, giusto il titolo di un suo volume del 1997, e +Europa ha il programma giusto per l’obiettivo). L’equivoco del centrosinistra è l’equivoco di San Gentiloni, vergine e martire, candidato a non si sa cosa, da settimane in ostensione come la Madonna Pellegrina senza spostare un voto nei sondaggi (d’altra parte che deve spostare uno che arrivò terzo su tre alle primarie del Pd a Roma). L’unica, vera fortuna del Pd è LeU, ormai una sorta di “Pd2 la vendetta”, formazione i cui sussurri confusi (ieri Grasso s’è impiccato a un governo “di scopo” con Renzi e Berlusconi “se ce lo chiede Mattarella” facendosi smentire dal giovine Fratoianni) sembrano un ostinato tentativo di far scendere la lista sotto al 3% ed evitare, dissolvendosi, la futura scissione tra bersaniani ed ex Sel. Al traguardo manca poco e noi avremmo un’idea in questo senso risolutiva: perché non dire chiaro e tondo che pure LeU vota Gentiloni?

La Chiesa immobile di Papa Francesco

Papa Bergoglio non ha fatto, nei cinque anni che ci separano ormai dalla sua elezione, alcuna riforma, non ha assecondato i piani di coloro che avevano sperato in cambiamenti strutturali nell’organizzazione del cattolicesimo.

Le riforme non si fanno, e probabilmente non si faranno, a causa principalmente dell’inerzia organizzativa della grande struttura ecclesiale e dell’assenza di una crisi profonda, che potrebbe innestare l’avvio di qualche cambiamento. Ci sono state però alcune innovazioni del pontificato che sostituiscono le riforme di struttura: l’attenzione ai temi economici e sociali e la “politica dell’amicizia”.

Al tramonto dell’eventualità di mutamenti reali negli assetti di potere interni alla Chiesa, non è seguita però una delusione profonda da parte dei riformatori e di quella ampia porzione dell’opinione pubblica simpatetica verso l’aggiornamento del cattolicesimo. I motivi per i quali ciò non è avvenuto è il “papismo” di molti cattolici, cioè l’attitudine a pensare il pontefice come all’uomo della provvidenza, all’unico soggetto a cui compete davvero e fino in fondo il diritto di decidere dove la Chiesa debba dirigersi.

A innescare la spirale di eccezionali aspettative è anche il fatto che, una volta eletto, il pontefice non è più rimovibile. Questo elemento fa immaginare che egli sia davvero, dal momento della designazione, un uomo libero, in grado di realizzare quei progetti che ha sempre segretamente coltivato. Questa rappresentazione del sovrano cattolico sottovaluta non solo il peso enorme dell’istituzione, dei suoi interessi, delle sue routine, dei suoi valori di fondo, ma anche il fatto che l’uomo anziano designato a quel ruolo è egli stesso un figlio di quella medesima istituzione.

Il mito del “papa buono e giusto”, circondato da una corte malvagia che ne sabota i tanti magnifici progetti di riforma, è più vivo che mai nella Chiesa di Francesco. La personalità e lo stile del papa argentino si sono imposti con una forza tale da spingere rapidamente in secondo piano le riforme e i cambiamenti strutturali. Francesco è diventato una celebrità così popolare, così seducente e intrigante sul piano personale, da rappresentare in sé una novità sufficientemente ampia per alimentare la fame continua di personaggi e di simboli. Con la sua capacità di sedurre le masse, il papa da un lato aumenta immensamente la popolarità della Chiesa, dall’altro, non solo fa scomparire del tutto dal dibattito pubblico il tema della secolarizzazione e della sempre minor rilevanza del cristianesimo. Ma oscura, quasi fosse una cosa irrilevante, l’esistenza e il funzionamento dell’organismo che dirige, della macchina ecclesiastica, cioè delle prassi politiche, religiose, culturali e normative nelle quali è immerso quel mezzo milione di preti che non si chiamano papa Francesco. Questo, lungi dal rappresentare un problema per l’apparato ecclesiale, diventa la premessa perché esso continui a riprodursi senza eccessive interferenze. Un papa come Francesco occulta, nel discorso pubblico e nella sensibilità collettiva, il dramma dell’allontanamento dei fedeli e le magagne della macchina clericale facendosi, grazie al soccorso dei media, egli stesso cattolicesimo.

Se il papa dice, come ha detto, di aver incontrato quarant’anni fa una psicanalista ebrea, un’affermazione dagli effetti nulli per la vita di un’organizzazione che comprende da tempo tantissimi psicologi, la stampa italiana titola che la Chiesa riconosce e accetta la psicanalisi; se il papa fa una battuta sul giudicare gli omosessuali, per i media la Chiesa ha già archiviato la sua tradizionale posizione di condanna dell’amore tra persone dello stesso sesso. Il sistema della comunicazione tratta la Chiesa come se fosse un’azienda “liquida”, nella quale brand, cultura organizzativa, norme e ragione sociale possono cambiare a seguito di un’alzata di ingegno dell’amministratore delegato. Il papa non fa niente per correggere questo atteggiamento, anzi lo accredita, costruendo in questo modo l’immagine di un’organizzazione religiosa più adatta ai nostri tempi, più gradita alla maggioranza dell’opinione pubblica che in misura sempre più ridotta frequenta sacrestie e oratori e che non nutre particolari pregiudizi contro gli omosessuali o la psicanalisi. La Chiesa cattolica è in realtà l’organizzazione più solida che esista e i cambiamenti al suo interno sono regolati da una selva di regole e di norme, ognuna delle quali richiederebbe, per essere mutata, una riflessione teologica, una discussione dottrinaria, un confronto attento.

Quello che Francesco sembra aver compreso è che il messaggio religioso nel nostro tempo può diventare attraente solo se promette, a chi lo fa proprio, di “vivere meglio”, di realizzare le proprie aspirazioni, di condurre un’esistenza più ricca e serena. L’insistenza sulla dottrina, sul peccato, sulle norme morali da non violare riflettevano un’offerta religiosa basata sullo scambio tra un comportamento dei fedeli retto e rispettoso delle norme morali emesse dalla Chiesa e una garanzia di salvezza eterna assicurata da quest’ultima. In quella visione, la Chiesa si offriva come mediatrice e agenzia di salvezza tra Dio e gli uomini. Questa prospettiva è oggi sempre meno credibile. È ormai divenuta troppo grande la capacità umana di curare e guarire le malattie, di posporre la morte, di aumentare il benessere e la qualità della vita perché lo scenario basato sullo scambio escatologico abbia ancora chance di successo.

Se questa interpretazione è corretta, il papato di Francesco si concluderà senza grandi botti. Francesco ha 81 anni e si avvicina inevitabilmente al termine del suo pontificato, che potrebbe anche concludersi, come avvenuto per il predecessore, con delle clamorose dimissioni “per raggiunta incapacità di assolvere ai doveri dell’alto officio”.

Quale sarà la sua eredità? Come capo della struttura si è rivelato un anziano prete affezionatissimo all’identità cattolica tradizionale, il servitore fedele di una mentalità clericale che ha coltivato per un’intera vita, il primo boicottatore di ogni vera riforma strutturale dell’istituzione. La sua innovazione più grande è stata la pacificazione di tutte le prospettive interne, la composizione, in nome della salvezza dell’organizzazione, dei conflitti tra gruppi e interessi, in un orgoglioso compattamento identitario che getta a mare tutte le ormai anacronistiche divisioni del passato, e con esse le teologie che le giustificavano, per ritrovarsi tutti uniti dentro la medesima struttura di potere maschile e clericale.

Come rappresentante dell’istituzione si è dimostrato in possesso di eccezionali strumenti di comunicazione, che lo hanno reso il personaggio più popolare e amato al mondo, il traghettatore della vecchia barca cattolica nella società del benessere e dell’immagine. Cosa chiedere di più?

Promessificio elettorale: figo e non impegna

Venghino, siori, venghino, nel più grande promessificio di sempre. Non si sa chi vincerà le elezioni, anzi – grazie all’obbrobrio del Rosatellum – non si sa se qualcuno vincerà e avrà la maggioranza, e allora è facile e poco impegnativo (fa figo e non impegna) promettere la qualunque. E visto che – grazie all’obbrobrio del Rosatellum – le coalizioni sono farlocche, accanto ai programmi comuni farlocchi (il centrosinistra non si è neanche scomodato a farlo), ogni partito ha le sue ricette miracolose: costosissime e spesso senza coperture, come ci hanno spiegato gli economisti che le hanno sottoposte a fact checking, ma indubbiamente sorprendenti.

Il centrodestra, ad esempio, vola altissimo e promette addirittura “l’azzeramento della povertà assoluta e del precariato” e un “Piano Marshall per l’Africa”. Mancano solo i tappeti per le strade. E come non credere a Berlusconi che, parole sue, “ha messo fine alla Guerra Fredda”? Se non è riuscito a “sconfiggere il cancro in 3 anni”, come promesso nel 2010, è solo perché è arrivato Monti. Le soluzioni per lui sono sempre a portata di mano: come i capelli.

Renzi, invece, dopo aver sparato promesse a raffica, a ’sto giro sta schiscio. Ciò non gli impedisce qualche volo pindarico nel programma “100 cose fatte. 100 da fare”. Al punto 7 si toccano vette incontaminate: fatto l’“Assegno di ricollocazione per chi perde il posto di lavoro” – problema risolto – pensa bene di offrire ai disoccupati una “Tessera gratuita di 6 mesi per viaggiare sui treni”. Uau! C’è quasi da farsi licenziare apposta, eh lavoratori Embraco?

Ma dove deve andare uno rimasto per strada, magari grazie al Jobs Act? In un’altra città a fare colloqui? O a Pontassieve, ad aspettarlo sotto casa? Con l’abolizione dell’art. 18, il treno l’ha già preso, ma in faccia.

“M’appartieni e se ci tieni tu prometti e poi mantieni”, cantava Ambra Angiolini, e la politica, si sa, è peggio dell’amore. Che fine hanno fatto, per dire, i tagli ai vitalizi su cui tutti i partiti, per 5 anni, si sono fatti la croce sul cuore?

Dopo non aver approvato la legge Richetti, ora non fingono neanche più: nel grande promessificio nazionale è l’unica cosa che manca (tranne – va detto – nel programma M5S). A dicembre la Meloni scriveva su Facebook: “Il taglio delle pensioni d’oro e dei vitalizi sarà uno dei punti principali che Fratelli d’Italia inserirà nel programma di governo del centrodestra” e invece niente, neanche nelle “15 priorità del Movimento dei Patrioti”.

Si parla solo di riduzione del numero di parlamentari e di “vincolo di mandato anti voltagabbana e anti ribaltoni”. Vitalizi “not found” anche in Civica Popolare della Lorenzin e in LeU.

E il Renzi che nel programma delle primarie 2012 scriveva “Aboliamo tutti i vitalizi. La politica torni a essere assolvimento di un dovere civico e non una forma di assicurazione economica”?

Nulla, manco lui. Rilancia solo, a proposito di costi e privilegi della politica, la sua ossessione per le auto blu: dimezzate (in realtà sono cresciute del 50% nel 2017), vuole trasformarle in verdi, cioè elettriche. Oltre alla spesa, chi glielo dice all’amico Marchionne, che pensava: “Non sono la soluzione per il futuro”? (Ormai lo pensa anche di Renzi…).

Ministri 5 Stelle: così li conosciamo prima di votare

Il Movimento 5 Stelle, come qualsiasi altra forza politica, può piacere o non piacere. Ciascun elettore è libero di maturare il suo giudizio in base a fattori diversi. C’è chi guarda ai programmi, chi valuta le persone. C’è chi si affida all’istinto e chi invece sceglie il meno peggio o vota semplicemente contro. Spesso la croce su un simbolo è frutto di un misto tra ragionamento e sensazioni: conta quello che i partiti e i movimenti hanno fatto in passato o promettono di fare in futuro, ma pesano pure le simpatie e le antipatie.

È però sempre importante che i cittadini abbiano in mano, prima del voto, il maggior numero di informazioni possibili in modo che arrivati nei seggi possano prendere (almeno potenzialmente) una decisione davvero consapevole. Non per nulla, tanti anni fa, un liberale come Luigi Einaudi ripeteva che bisogna “conoscere per deliberare”. Si tratta di un principio ovvio e, almeno fino a ieri, a parole, da tutti condiviso.

Per questo appaiono irrazionali e, a parere di chi scrive, del tutto immotivate, le polemiche sulla presentazione agli elettori della squadra di governo che il candidato premier Luigi Di Maio proporrà ufficialmente al presidente della Repubblica nel caso in cui fosse incaricato di formare un esecutivo.

Al contrario di quanto afferma il segretario del Pd, Matteo Renzi, averlo fatto prima del quattro marzo non viola nessuna regola. Certo, probabilmente Di Maio avrebbe potuto evitare di inviare già ora l’elenco via email al Quirinale. Ma comunicare al presidente Mattarella dei nomi che di lì a poco verranno resi noti a tutti, non è un attentato alla Costituzione. Chi del tutto legittimamente invita gli italiani a votare per sé e per il proprio partito, se lo ritiene, dovrebbe invece spiegare perché considera le persone proposte inadatte per il ruolo. Definire tout court “surreale”, come ha fatto il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, l’idea di rendere pubblica la lista finisce invece solo per accentuare la convinzione che la politica voglia decidere tutto nelle segrete stanze.

Da questo punto di vista, è più razionale e democratica la polemica innestata dal dem Emanuele Fiano sul nome di Lorenzo Fioramonti, il docente di Economia politica che i pentastellati indicano come ministro dell’Economia. Fiano sostiene che Fioramonti sia a favore del boicottaggio di Israele, perché ritirò la propria partecipazione a un convegno internazionale sull’acqua a cui era stato invitato l’ambasciatore israeliano, il diretto interessato definisce “strumentale” la ricostruzione, ricordando di aver collaborato con diverse università israeliane e Di Maio assicura che il movimento è contro il boicottaggio. Ciascun cittadino, come in ogni campagna elettorale, può ascoltare le varie posizioni e può maturare un’opinione. Può cioè entrare nel merito di una feroce discussione politica intorno a un nome. Cosa che invece, guardando alle altre forze in campo, non può fare. Nessuno conosce i potenziali ministri del centrosinistra e del centrodestra. Anzi, a oggi, è persino impossibile capire quale sia il candidato premier del Partito democratico. Per statuto dovrebbe essere Renzi, ma lo stesso segretario si mantiene sul vago spiegando che il Pd ha più nomi a disposizione. Per questo, anche se si è ostili ai 5Stelle, ci si dovrebbe augurare che in futuro, in occasione di altre elezioni, tutti i partiti e tutte le coalizioni propongano in anticipo la loro squadra di governo. Perché informazione e trasparenza rendono le democrazie migliori.

Via dall’Afghanistan, almeno risparmiamo

L’Emirato islamico d’Afghanistan (vale a dire i Talebani), che si considera tuttora il governo legittimo di quel Paese essendone stato spossessato da un’invasione straniera, attraverso una lettera aperta indirizzata direttamente al “popolo americano” ha proposto agli Stati Uniti di avviare un negoziato per arrivare finalmente alla pacificazione in una terra che non conosce tregua da quasi quarant’anni, se si escludono i sei e mezzo in cui fu governata dal Mullah Omar.

È difficile immaginare che gli americani accettino di trattare (del resto un niet è già arrivato dalla Nato) stretti come sono fra un malposto orgoglio nazionale e il proprio totalitarismo ideologico. La guerra afghana è infatti ormai puramente ideologica non essendoci evidenti interessi economici – al contrario – e nemmeno strategici, a differenza di quello che avviene nell’Estremo Oriente dove l’obbiettivo Usa è di tenere Seul in perenne conflitto con Pyeongchang, in funzione essenzialmente anticinese, mentre le due Coree potrebbero tranquillamente convivere in modo sereno come hanno dimostrato le recenti Olimpiadi invernali.

Eppure dalla fine della guerra all’Afghanistan gli americani hanno solo da guadagnare. 1. Soldi innanzitutto. Gli Stati Uniti infatti vi spendono 45 miliardi di dollari l’anno. Donald Trump, che è molto attento ai quattrini del ceto medio americano (“America first” vuol dire innanzitutto questo) dovrebbe rifletterci.

Che senso ha continuare a spendere soldi in una guerra che gli stessi strateghi e think tank americani ammettono che “non può essere vinta”? E invece “the Donald”, che per il resto ha sconfessato pressoché in tutto la politica del suo predecessore, in questo caso ha seguito la linea Obama inviando in Afghanistan altri 4.900 uomini. 2. L’Isis, nonostante le sanguinose sconfitte di Mosul e Raqqa e l’eliminazione di un proprio territorio, è ritenuto ancora, e con ragione, una grave minaccia, tanto che non c’è riunione fra presidenti o ministri degli Esteri o degli Interni degli Stati che non appartengono alla galassia sunnita in cui il terrorismo jihadista non sia uno dei temi in discussione e non c’è incendio o esplosione di un caseggiato, con tutta evidenza casuali, di cui non ci si affretti ad affermare che il terrorismo internazionale non c’entra, così forte è la paura che la sua sola esistenza ci ha messo addosso.

Bene, i Talebani, pur sunniti, in Afghanistan combattono l’Isis e riescono per ora a fare argine. Ma la cosa non può durare a lungo, perché i Talebani, stretti fra gli occupanti occidentali e i guerriglieri che si richiamano al Califfato di Al Baghdadi, perdono terreno rispetto ai jihadisti, come dimostrano alcuni recenti attentati a Kabul targati Isis. E così, a loro volta, per riaffermare la loro supremazia sono costretti a incrementare gli attacchi agli obbiettivi militari occidentali (quattro solo nell’ultima settimana con un bilancio di 23 morti fra i soldati del governo fantoccio di Ashraf Ghani sostenuto dagli Stati Uniti).

Ma potrebbe anche accadere – e ce ne sono già le avvisaglie – che i Talebani finiscano per allearsi con Isis, invece di combatterlo, considerandolo il male minore rispetto agli occupanti occidentali. L’Isis ne uscirebbe quindi enormemente rafforzato. Questo Putin l’ha capito benissimo riconoscendo ai Talebani lo status di “movimento politico e militare” e quindi non terrorista. Non si capisce perché gli americani non possano fare lo stesso accettando di trattare con gli emissari dell’Emirato islamico d’Afghanistan e ponendo così fine a una guerra che ha causato centinaia di migliaia di vittime civili, di persone contaminate dai proiettili all’uranio impoverito, di bambini nati per lo stesso motivo deformi, e che non giova a nessuno se non, appunto, al terrorismo internazionale che, battuto per ora in Medio Oriente, ritrova vigore in Asia Centrale e da lì, oltre alla Russia, può ritornare a colpire in Europa e negli stessi Stati Uniti.

In quanto a noi, che in quel Paese manteniamo 900 soldati, i cinquestelle hanno promesso in campagna elettorale che se andranno al governo ritireranno dall’Afghanistan il nostro inutile contingente che ci costa 475 milioni l’anno.

Con 475 milioni non si risanano certo le malandate finanze del nostro Stato, ma almeno il ritiro dall’Afghanistan, il rifiuto di fare gli eterni servi sciocchi degli americani, oltre che un dovere morale, sarebbe anche una prova, sia pur su un aspetto apparentemente minore, della credibilità dei “grillini” e dei loro programmi.

Le coalizioni possibili

Tutti i programmi di cui si discute in queste pagine valgono fino al giorno del voto. Poi, a meno di una coalizione di centrodestra che vince nettamente e ha da sola la maggioranza, ci dovranno essere coalizioni con compromessi anche sulle misure da adottare, oltre che sulle poltrone. Secondo Lc MacroAdvisor, la società di consulenza dell’ex capo economista del Tesoro Lorenzo Codogno, lo scenario più probabile (30%) resta quello di un Parlamento senza maggioranza e un governo di larghe intese ma con una base minima, il secondo scenario più probabile (28%) è una coalizione di centrodestra autosufficiente. I mercati, stima Codogno, reagirebbero meglio al primo caso ma comunque bene anche al secondo. Gli scenari che preoccupano di più gli investitori sono quelli di una coalizione M5S-Lega o una vittoria del centrodestra ma con la Lega primo partito della coalizione (e magari Matteo Salvini premier).

Ogni promessa è debito: i partiti senza coperture

In questa campagna elettorale che molti considerano la più brutta di sempre, almeno un dato positivo c’è: i partiti hanno presentato dei programmi più dettagliati che in passato e sono stati chiamati a renderne conto, a spiegare quali numeri c’erano dietro vaghe promesse. Dopo settimane di annunci in tv, fact checking sui giornali e repliche dei responsabili economici delle varie forze, si riesce ad avere un quadro di sintesi. Come stime dei costi e delle coperture abbiamo considerato quelle dell’Osservatorio sui conti pubblici guidato dall’ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli alla Cattolica di Milano (che ha sintetizzato il tutto nei grafici in questa pagina). Ecco cosa promettono i protagonisti delle elezioni del 4 marzo, quante coperture hanno presentato.

 

Partito democratico

Lavoro, welfare e altri 80 euro

Il Pd propone interventi per 38,6 miliardi di euro secondo l’Osservatorio di Cottarelli, 35 miliardi secondo la stima del responsabile del programma, l’economista della Bocconi Tommaso Nannicini (candidato a Milano). In continuità con la linea dei governi Renzi-Gentiloni, il grosso delle misure riguarda welfare, lavoro e imprese: dall’estensione degli 80 euro alle partite Iva all’allargamento della platea del Rei, il reddito di inclusione per chi è in povertà assoluta, a una serie di sussidi alle famiglie con incentivi per l’affitto dei giovani e per le madri che tornano a lavorare dopo la gravidanza. Sono previste molte assunzioni nella Pubblica amministrazione: oltre allo sblocco del turnover (sostituzione di chi va in pensione), ci sono anche 10 mila nuovi ricercatori e 10 mila vigili del fuoco e appartenenti alle forze dell’ordine. Continua la strategia di sostegno agli investimenti delle imprese lanciata dal ministro Carlo Calenda con il programma “Industria 4.0”.

LE COPERTURE. Il Pd non ha mai presentato una lista dettagliata di coperture, si limita a spiegare che si tratta di interventi simili a quelli già realizzati e che non richiedono sforzi di finanza pubblica superiori a quelli della fase Renzi-Gentiloni. L’Osservatorio di Cottarelli indica come unica fonte di copertura specifica identificabile 400 milioni di nuovo gettito come “effetti indotti da maggiori spese”. Tra gli auspici c’è quello che un governo Pd rassicuri i mercati e la Commissione Ue, evitando una manovra correttiva di primavera, e liberando quindi risorse. Altrettanto teorica è la possibilità che l’Italia ottenga ulteriore flessibilità negli impegni di riduzione del debito e possa quindi finanziare misure in deficit.

LA MISURA SIMBOLO. Il Pd ha scelto di non avere una singola proposta caratterizzante, Nannicini sottolinea come quello che conta è il combinato tra rimodulazione degli interventi di welfare e stimoli alla crescita, con l’obiettivo di generare nuova occupazione sostenibile. Matteo Renzi punta sui “9 miliardi alle famiglie”, cifra che si ottiene aggregando insieme tutti gli interventi destinati a giovani, donne e familiari a carico.

A CHI SI RIVOLGE. È un programma rivolto al ceto medio-basso, lo stesso pubblico di riferimento degli 80 euro, con il tentativo di parlare anche alle partite Iva e alle imprese.

 

Liberi e Uguali

Università, imposte sui patrimoni e sussidi

La somma degli interventi principali di Liberi e Uguali vale, secondo i calcoli dell’Osservatorio di Cottarelli, 101,1 miliardi di euro. Tra gli interventi principali c’è una revisione dell’Irpef, riducendo l’aliquota del primo scaglione (20 miliardi), una riforma dei sostegni fiscali alle famiglie, con riorganizzazione e aumento di risorse (20,1 miliardi). La misura più costosa, secondo l’Osservatorio, è la trasformazione dei vari prelievi sui redditi da capitale e sul patrimonio mobiliare e immobiliare in una imposta unificata con aliquota progressiva e varie esenzioni. Un intervento fiscale che comporterebbe anche una riforma dell’Imu sugli immobili e che costa 32 miliardi.

LE COPERTURE. Senza considerare le stime tutte virtuali di 50 miliardi recuperabili con la lotta all’evasione fiscale, restano, nei calcoli di Cottarelli, 52,9 miliardi. Altri 29,6 miliardi dovrebbero arrivare dalla “imposta di equità”: non una nuova patrimoniale, spiegano da LeU, ma un accorpamento razionalizzato dei tanti prelievi che già ora gravano sui patrimoni, dal bollo auto all’Imu alle imposte sul conto corrente.

LA MISURA SIMBOLO. La parte più approfondita del programma di LeU è quella su istruzione e ricerca. Tra le proposte c’è quella di “ampliamento della gratuità dell’istruzione universitaria”. Cancellare le tasse annuali costerebbe circa 1,6 miliardi. La misura è stata criticata perché sarebbe finanziata da tutti i contribuenti, anche dai più poveri o da quelli che non hanno figli che studiano, ma ne beneficerebbero solo famiglie con universitari che non sono in fondo alla scala sociale.

A CHI SI RIVOLGE. È un programma che promette redistribuzione e più welfare, si rivolge alle parti basse del ceto medio e agli statali attuali e futuri, in particolare al mondo della scuola e dell’università, docenti e studenti. Non cerca consensi a destra o tra le imprese.

 

Centrodestra

Flat Tax, il condono e più pensioni per tutti

Ci sono programmi specifici dei singoli partiti (Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia), ma c’è anche un programma di coalizione che secondo i calcoli dell’Osservatorio di Cottarelli vale 136,2 miliardi. Quasi la metà si deve al progetto di flat tax sui redditi da lavoro (64 miliardi) e il resto deriva dal “reddito di dignità” (23 miliardi) di cui non è mai stato dettagliato il contenuto e le condizioni, ma dovrebbe essere una forma di imposta negativa di cui beneficia chi è nella no-tax area, e dall’abolizione della riforma Fornero (21 miliardi). Tra le altre misure principali l’aumento a 1.000 euro delle pensioni minime (4 miliardi), di quelle di invalidità (1,9 miliardi) e delle spese per la Difesa, per rispettare gli impegni Nato (9,1 miliardi).

LE COPERTURE. Silvio Berlusconi ha detto di avere pronti 275 miliardi di coperture per le sue promesse elettorali. Secondo Cottarelli, il programma genera risorse per soli 82,4 miliardi. La copertura più rilevante è l’eliminazione delle agevolazioni fiscali (tax expenditures) come conseguenza dell’introduzione della flat tax: 64 miliardi. La riforma Fornero verrebbe poi sostituita da un altro intervento sulla previdenza (che dovrebbe portare forse 10,5 miliardi) i cui i contenuti non sono mai stati esplicitati. Tra le coperture vengono considerati anche 4,3 miliardi ottenibili soltanto azzerando l’intera spesa per il salvataggio e l’accoglienza dei migranti. L’Osservatorio Cottarelli non considera il gettito del maxi-condono fiscale che verrebbe abbinato alla riforma del fisco (le stime più ottimistiche parlano di 40-60 miliardi).

LA MISURA SIMBOLO. Tutto ruota intorno alla flat tax. Riformare l’Irpef è un’esigenza condivisa, visto che il reddito ottenuto dal lavoro è molto più tassato di quello prodotto dalle rendite immobiliari e finanziarie. Ma al di là delle questioni di copertura, la flat tax produce benefici molto diseguali: le famiglie che stanno nella fascia del 10 per cento dei redditi più bassi avrebbero un beneficio medio annuo di 28 euro, quelle che stanno nel 10 per cento più ricco di 9.475 euro (calcoli di Massimo Baldini e Leonzio Rizzo su Lavoce.info). La progressività, assicura il centrodestra, sarebbe garantita almeno in parte dall’ampliamento della no-tax area e dall’imposta negativa per i poveri.

A CHI SI RIVOLGE. Il programma punta all’elettorato classico di Berlusconi: pensionati, professionisti con redditi (dichiarati) elevati che otterrebbero benefici dalla flat tax, evasori e partite Iva che hanno contenziosi col fisco interessati al condono. Per le imprese c’è poco: più che alla crescita è un programma orientato al consenso.

 

Movimento 5 Stelle

Reddito di cittadinanza e aiuti alle famiglie

Secondo l’Osservatorio di Cottarelli, le misure espansive valgono 103,4 miliardi. Il pacchetto principale è quello fiscale: riforma delle aliquote Irpef a beneficio dei redditi più bassi (11 miliardi), espansione della no-tax area (11 miliardi), e riduzione dell’Irap per le imprese (11 miliardi). Gli altri due interventi consistenti sono la modifica della riforma Fornero sulle pensioni (21 miliardi) e il reddito di cittadinanza per disoccupati e pensionati (14,9 miliardi). Alle famiglie vengono offerti nuovi sussidi per 17 miliardi.

LE COPERTURE. Cottarelli stima che ce ne siano soltanto per 39,2 miliardi, quasi la metà di queste derivano dal taglio delle tax expenditures, cioè dalla cancellazione di una serie di sconti fiscali oggi in vigore (per 14,3 miliardi). 10 miliardi arrivano dalla cancellazione degli 80 euro renziani, inglobati nell’intervento sull’Irpef. Lorenzo Fioramonti, candidato a essere il ministro dello Sviluppo, ha spiegato che gran parte delle risorse arriverebbero da una revisione della spesa (ardua, però, visto che il commissario renziano Yoram Gutgeld ha tagliato 29,9 miliardi che sono stati subito usati per finanziare altre misure di spesa). Un’altra parte sarebbe finanziata in deficit, in deroga agli attuali impegni con la Ue.

LA MISURA SIMBOLO. Il reddito di cittadinanza resta la misura caratterizzante del programma M5S: sarebbe una versione espansa per somme (780 euro circa a salire per le famiglie) e per platea del Rei varato dal governo Gentiloni. I cinquestelle in campagna elettorale hanno enfatizzato soprattutto l’impegno a investire 2 miliardi per riformare i centri per l’impiego che devono aiutare i disoccupati, beneficiari del reddito di cittadinanza. Non hanno però spiegato come farebbero a migliorarne l’efficienza.

A CHI SI RIVOLGE. Gli obiettivi sono i disoccupati, che otterrebbero il reddito di cittadinanza, la parte più bassa del ceto medio e gli aspiranti statali (c’è la promessa di quasi 30.000 assunzioni). La parte rivolta alle imprese cerca il consenso di quelle più piccole e delle partite Iva, come dimostrano anche le rassicurazioni di un atteggiamento non troppo intrusivo del fisco che hanno preso il posto delle denunce del sommerso e dell’evasione fiscale.

Ansaldo Energia, l’ad Abbà lascia. Ritorna Zampini

Dopo poco più di un anno, Giuseppe Zampini torna amministratore delegato di Ansaldo Energia, incarico che aveva già rivestito dal 2001 al 2016. Lo ha deciso ieri a Genova il consiglio di amministrazione dell’azienda prendendo atto delle dimissioni di Filippo Abbà dall’incarico e da membro del cda. Le sue deleghe sono state assegnate a Zampini su proposta degli azionisti Cdp Equity e Shanghai Electric. La presidenza passa a Guido Rivolta, ad e direttore generale di Cdp Equity e membro del cda di Ansaldo Energia dal 2014 che avrà deleghe di indirizzo della strategia della società e dei rapporti con gli azionisti. “Le dimissioni di Abbà – spiega una nota dell’azienda – sono legate a motivi personali e orientate a cogliere nuove opportunità professionali”. Il manager, coinvolto fra l’altro in un’indagine del Dipartimento britannico antifrode e anticorruzione a carico del management Amec Foster Wheeler, lascia così il timone che aveva rilevato a gennaio dello scorso anno. Il cda ha inoltre cooptato come consigliere Fabio Niccoli, responsabile Affari legali e societari di Cdp Equity. Il consiglio resterà in carica fino all’approvazione del bilancio 2018, mantenendo la scadenza originale.

È il Goi pride, l’“orgoglio massonico” anti Bindi

Domani è il giorno del Goi Pride. Lo ha lanciato Stefano Bisi, il Venerabilissimo Gran Maestro della più numerosa comunione massonica italiana, il Goi, Grande Oriente d’Italia. “Sarà la giornata dell’orgoglio massonico”, spiega Bisi, “per comunicare la bellezza della nostra plurisecolare opera per l’elevazione dell’uomo e per il bene dell’umanità”. Per l’occasione saranno aperte in tutta Italia le porte di alcune logge, a partire dal Vascello, la casa madre romana della massoneria. Perché proprio domani? Perché il primo marzo di un anno fa la presidente della Commissione parlamentare antimafia, Rosy Bindi, mandò la Guardia di finanza a perquisire il Vascello, con l’ordine di acquisire le liste degli iscritti alle logge calabresi e siciliane del Goi. “Triste episodio”, commenta Bisi. “La perquisizione durò 15 ore e al termine vennero sequestrati gli elenchi dei Fratelli della Calabria e della Sicilia. Un atto arbitrario e illegale e contro il quale il Grande Oriente ha promosso una azione legale su cui si dovrà pronunciare la Corte europea dei diritti dell’uomo”.

Tante le iniziative. Al Vascello sarà presentato il libro del Gran Maestro, Massofobia, l’Antimafia dell’Inquisizione; poi musica: romanze da Tosca, Turandot e Norma, e canzoni napoletane (Core n’grato e Torna a Surriento). A Milano, porte aperte alla loggia di via Pirelli. Ad Arezzo, per la prima volta sarà possibile entrare nella casa massonica di Palazzo Nonfinito, attiva fin dal 1869. E così via, con iniziative in tutta Italia “per far conoscere i valori della Libera Muratoria”. Contro la “nuova Inquisizione”, e cioè l’Antimafia di Rosy Bindi. Che non ha indagato soltanto il Goi, ma anche altre tre obbedienze (Glri, Gli, Sgli), procedendo ad audizioni dei loro rappresentanti, tra cui Bisi, e chiedendo gli elenchi degli iscritti, “la cui consegna veniva più volte negata in maniera pretestuosa”, tanto da dover arrivare “alla perquisizione e al sequestro”. Risultati? Nelle organizzazioni massoniche non ci sono gli “anticorpi” che potrebbero “salvaguardare la loro stessa sopravvivenza, oltre che il loro prestigio”. C’è invece – si legge nella relazione antimafia – “una sorta di tolleranza, frutto di un generalizzato negazionismo dell’infiltrazione mafiosa, magari volto a salvaguardare il prestigio internazionale dell’associazione massonica o le sue fondamentali regole di segretezza”. Oggi è “in continuo aumento il numero degli iscritti alle logge massoniche calabresi e siciliane”, ma “il sistema dei controlli massonici si è rivelato spesso inefficace” e anche quando le infiltrazioni mafiose sono state accertate, “lo scioglimento delle logge non ha impedito, anzi ha favorito, il transito dei membri in altre articolazioni della medesima ‘obbedienza’”. Quanto alle “accorate segnalazioni dei ‘fratelli’ più avveduti, si sono risolte nell’espulsione di costoro”. Massoneria e mafia sono due associazioni segrete. Facile, dunque, il loro incontro, tanto più in un momento in cui è mutata “la strategia criminale della mafia che, ora, mira a sedersi nei tavoli degli accordi piuttosto che impugnare le armi per le strade”. Le logge continuano “a mantenere, nonostante quanto la storia italiana ci abbia insegnato, quelle caratteristiche strutturali e organizzative, del tutto similari a quelle della mafia”, che creano “un humus fertile per la coltivazione degli interessi mafiosi”.

“Il dovere di tacere” su ciò che succede dentro le logge è più forte del rispetto delle istituzioni democratiche, lamenta l’Antimafia. Tanto che Bisi non ha risposto quando la Commissione gli ha chiesto “di illustrare le ragioni dello scioglimento della loggia calabrese Rocco Verduci di Gerace”. E nemmeno con il sequestro “è stato possibile venire in possesso degli elenchi effettivi degli iscritti perché presso le sedi ufficiali forse neanche ci sono e, comunque, quelli che ci sono non consentono di conoscere un’alta percentuale di iscritti rimasti occulti grazie a generalità incomplete, inesistenti o nemmeno riportate”.

Tav, pur di farlo il governo si arrampica sugli specchi

“Polemiche decisamente strumentali”: così ieri mattina a Torino, in una conferenza stampa convocata due giorni fa dopo gli articoli del Fatto, Paolo Foietta, presidente dell’Osservatorio Torino-Lione, ha definito gli articoli e gli appelli in cui si rendeva conto di alcune affermazioni dello stesso Osservatorio del governo sulla Torino-Lione: “Non c’è dubbio che molte previsioni fatte quasi 10 anni fa, in assoluta buonafede (…) siano state smentite dai fatti”, è scritto nel documento della Presidenza del Consiglio approvato a fine 2017 e pubblicato a gennaio, rilanciato dieci giorni fa dal Presidio Europa del Movimento No Tav.

Sminuisce tutto, il presidente Foietta, secondo il quale sono state create “polemiche decisamente strumentali, legate ad alcuni aspetti toccati nell’ultimo capitolo e nell’ultima pagina dove non si parla di numeri, ma di necessità del monitoraggio continuo del contesto”, ha detto. Qualcuno si è scandalizzato perché abbiamo ammesso di aver sbagliato previsioni – ha detto invece Roberto Zucchetti, docente dell’Università Bocconi e componente dell’Osservatorio –. A noi sembra un atto di onestà intellettuale e siamo sicuri che da qui al 2030 la situazione cambierà ancora perché le trasformazioni sono rapide”.

La tesi con cui l’osservatorio del governo difende il suo operato e l’importanza del nuovo tunnel da 57,2 chilometri è questa: le tonnellate di merce scambiata tra Italia e Francia sono inferiori alle cifre previste prima della crisi, ma restano comunque tante. “Il lavoro (di revisione delle informazioni, ndr) è partito nel 2016 con il compito di presentare alla Camera, che aveva convocato delle audizioni per preparare il Parlamento alla ratifica degli accordi, dei dati aggiornati e non previsioni ormai datate – ha premesso –. Ci siamo trovati di fronte a uno scenario diverso: c’è stata una crisi e non si è stati capaci di prevedere la sua durata e la sua entità. Ha inciso molto sulla domanda, oggi ben diversa, e sull’offerta”. Andando a calcolare alcuni dati sulle merci passate a Nord-Ovest (nei valichi di Ventimiglia, Monginevro, Moncenisio, Frejus e Monte Bianco) hanno ottenuto una stima ritenuta attendibile: “Nell’arco alpino occidentale passano 41,2 milioni di tonnellate di merce nel 2015. Nel 2016 sono saliti a 42,4 e stiamo aspettando i dati del 2017. È un dato più basso di quello che era stato ipotizzato prima della crisi, ma è comunque elevato, più alto delle merci scambiate con la Svizzera, ed è un dato certo”.

Basterà tutto questo a giustificare un’opera da 20 miliardi di euro? “Il tunnel avrà senso se trasporterà tra i 22 e i 25 milioni di tonnellate nel 2030 – ha aggiunto l’esperto –. Ci saranno? Onestamente possiamo dire che non lo sappiamo, ma sappiamo che attraverso l’arco alpino occidentale a oggi ne passano 42 milioni. Dovremo raggiungere modelli di efficiente di shift modale (passaggio dalla strada alla ferrovia) che già ci sono sul Brennero e ancora di più in Svizzera, allora ci sarà merce a sufficienza per il tunnel”.

L’analisi però non convince ancora alcuni degli esperti più critici. Anzi, secondo Francesco Ramella, che insegna Logistica e trasporti all’Università di Torino, andrebbe rifatta l’analisi dei costi e dei benefici dell’opera: “Nel 2012 ne era stata fatta una basata sulle previsioni ottimistiche che non si sono avverate ed era appena positiva. Se fosse fatta oggi il risultato potrebbe essere negativo”. Ramella ricorda anche quanto avvenuto a cavallo tra anni Novanta e Duemila, quando il tunnel del Monte Bianco fu chiuso per un incendio: “Soltanto così tra Italia e Francia nel valico del Frejus passarono i 25 milioni di tonnellate”, stessa cifra che giustificherebbe il tunnel di base al Moncenisio, della tratta internazionale della Torino-Lione.