Renzi: “Se il Pd non sarà primo, pronti all’opposizione”

Stavolta Matteo Renzi si prenota l’opposizione. “Quello che accadrà dopo il 5 di marzo si potrà capire con i numeri chiari, perché non è detto che non ci sia una maggioranza. Sono profondamente convinto che il Pd sarà il primo partito, dopodiché se non succede, il Pd è responsabilizzato per andare all’opposizione. Non è che c’è lo ha ordinato il dottore di andare al governo”. Così dice il segretario dem a Enrico Mentana, durante Bersaglio Mobile.

La dichiarazione arriva dopo l’annuncio di lunedì: “Non faccio passi indietro in nessun caso”. C’è aria di sconfitta al Nazareno e Renzi mette le mani avanti. Ma soprattutto ricorda a chi immagina scenari di grandi intese che il segretario è lui e che è per lui che passano tutte le decisioni. E peraltro continua a dare la colpa della situazione attuale e del rischio ingovernabilità alla vittoria del No al referendum: “Se per caso il Pd non avrà il 98% dei voti che ci auguriamo, già immagino chi si lamenterà di non avere la governabilità. Avrei dato tutto col referendum, compresa la mia poltrona, per non arrivare a quel momento. Speravo si potesse evitare l’inciucione, la coalizione, il grande accordo. Vediamo i risultati”.

E Meloni si fa il selfie con l’ungherese Orbán

Certo che ci vuole un bel coraggio, ad andare a “lezione d’Europa” da Viktor Orbán, il leader più anti-Ue dei 28, ché, al suo confronto, Theresa May è una suffragetta dell’integrazione. Fratelli d’Italia e Giorgia Meloni cercano interlocutori europei che parlino il loro stesso linguaggio nazionalista con venature di xenofobia e un’insistenza sui valori cristiani in chiave anti-islam.

L’incontro a Budapest tra Orban e la Meloni, nella sede del Parlamento ungherese, per sottolinearne il carattere politico, non istituzionale, dura un’ora e mezzo. Al termine, Meloni dichiara che “lotta all’immigrazione incontrollata, difesa delle radici cristiane dell’Europa, revisione dei Trattati europei per dare più sovranità agli Stati” sono stati i temi discussi. S’è anche parlato “di politiche di sostegno alla famiglia e alla natalità che in Ungheria sono state fatte e che in Italia vorremmo copiare”. Orbán è uno degli ispiratori ed è il presidente di turno del Gruppo di Visegrad – Polonia, Rep. Ceca, Slovacchia e Ungheria –, con cui “ci piacerebbe che l’Italia del futuro avesse maggiori relazioni.”

La mossa della leader di FdI, che non ha deputati a Strasburgo, spariglia i giochi delle formazioni più euro-scettiche dello schieramento politico italiano, la Lega, che nell’Ue è alleata con il Front National di Marine Le Pen, e il M5S, che fa invece gruppo “tecnico” con gli anti-Ue britannici di Nigel Farage, i fautori di Brexit.

Con la visita a Budapest, però, Meloni crea pure imbarazzi alla coalizione di centro-destra, dove Forza Italia, che gioca in campagna elettorale la carta dell’europeismo moderato, sta con il Partito popolare europeo, di cui fa parte pure il partito di Orbán, Fidesz, l’Unione civica, tenuta ai margini perché poco presentabile, ma mai messa fuori dal Ppe. Insomma, con un solo passo Meloni pesta i piedi a B. e Salvini. Fratelli d’Italia la spiega così: l’incontro con Orbán “lancia la proposta di un’Europa dei Popoli che si contrappone a quella del dominio franco-tedesco che tutela la finanza internazionale. Noi stiamo dalla parte dei diritti dei molti contro chi tutela i privilegi di pochi”. La calamita di Orbán attira Meloni soprattutto per le risposte ai flussi migratori: muri e respingimenti che, per un Paese con frontiere solo terrestri, sono soluzione fittizia, ma praticabile.

L’ipotesi di un avvicinamento tra Italia e Ungheria, sia pure praticata da un partito minore, ma potenziale partner della prossima coalizione di governo, alimenta diffidenza e preoccupazione a Bruxelles e nelle maggiori capitali europee. Il Gruppo di Visegrad – che dice no alla redistribuzione dei migranti fra i Paesi Ue e privilegia il nazionalismo all’integrazione – è un cancro nell’Unione, che ha già creato metastasi in Austria, dove il premier Sebastian Kurz, anch’egli Ppe, gli tiene bordone e non solo per compiacere i partner di governo dell’estrema destra xenofoba.

Più che a un uomo di governo dell’Europa democratica, Orbán ha modi da autocrate alla Erdogan: conculca la libertà d’espressione, mette a tacere la stampa critica, viola i principi fondamentali dell’Ue, dà la nazionalità ungherese anche agli ungheresi cittadini di altri Paesi – quando è l’Austria proporla per i sud-tirolesi noi insorgiamo di sdegno –, ricrea la cortina di ferro in funzione anti-migranti alle frontiere (e chiede a Bruxelles di pagare il conto).

Peccato che i tentennamenti delle autorità comunitarie e la tolleranza del Ppe nei confronti di Fidesz rafforzino Orbán e i suoi sodali. Ma è difficile credere che un’Italia vicina al Gruppo di Visegrad sarebbe più ascoltata nell’Unione.

Ambulanza, medici e sorveglianza h24: Sos a Palazzo Chigi

Un’ambulanza a disposizione. Due medici militari di sorveglianza h24, 7 giorni su 7. Un preciso riferimento al rischio di un attacco chimico batteriologico. Che sta succedendo a Palazzo Chigi? Tutto è cominciato in autunno quando, per alcune settimane, un mini-van ha stazionato nel cortile interno della presidenza del Consiglio. Dietro la carrozzeria grigia e i vetri oscurati, un mezzo di soccorso pronto a intervenire in caso di emergenza lì, nel cuore della sede del governo.

Per capire da dove nasca l’esigenza di allestire un presidio mobile a pochi metri dalla sala in cui si riuniscono i ministri, bisogna tornare al 28 settembre dello scorso anno: quel giorno il ministero della Difesa modifica il decreto che individua la platea dei beneficiari delle prestazioni erogate dalla strutture sanitarie militari. Se fino ad allora poteva avere accesso alle cure dei medici in divisa solo il personale delle forze armate (parenti e pensionati compresi) e alcuni cittadini in situazioni eccezionali, la lettera g-bis inserita al comma 2 dell’art. 1 del decreto 4 marzo 2015 aggiunge all’elenco una nuova categoria: il presidente del Consiglio e, nelle sedi della presidenza, ogni altra autorità di governo.

A Palazzo Chigi, un ambulatorio che si occupa di affrontare eventuali emergenze sanitarie esiste da un paio di lustri. Si chiama “ufficio del medico competente” e, oltre alle attività di medicina preventiva e del lavoro, assicura sorveglianza sanitaria e primo soccorso al personale della Presidenza, alle autorità e ai visitatori. Lo coordina uno specialista in rianimazione, che organizza anche l’assistenza sanitaria programmata in occasione degli incontri istituzionali, ovvero allerta ospedali e strutture sanitarie durante le missioni in Italia e all’estero.

Da settembre, però, non basta più. Il decreto rimanda i dettagli ad una apposita convenzione. Ed è lì che Palazzo Chigi, nella persona del segretario generale Paolo Aquilanti, firma con il ministero della Difesa l’accordo di collaborazione per una sorveglianza h24 del presidente.

Perché lo fa? Come noto, poche settimane dopo la sua nomina a premier, al rientro da una trasferta a Parigi, Paolo Gentiloni accusa un malore, che lo costringe a un delicato intervento cardiaco. Lo staff del presidente esclude però che la ragione della rafforzata tutela sia questa: il presidente del Consiglio, spiegano al Fatto, si sottopone a regolari controlli che – ne siamo lieti – non destano alcuna preoccupazione. Di più, però, non sanno spiegare. Non confermano né smentiscono che dei medici rianimatori siano notte e giorno al suo seguito: “La composizione della delegazione che accompagna il presidente – rispondono – è riservata”. Lo conferma però l’accordo siglato con la Difesa che, “in ragione della particolare rilevanza politico-istituzionale delle funzioni svolte”, lo sottopone a “specifiche misure volte a garantirne la sicurezza e l’incolumità”. Rispetto al passato, quindi, bisogna “avvalersi di ulteriori medici e infermieri” che siano “particolarmente esperti nelle procedure di rianimazione” ma anche “istruiti ai profili di riservatezza e ai profili di gestione dei rischi NBC”. Nel gergo militare, la sigla indica un tipo di aggressione: quella nucleare, biologica e chimica. Esiste una precisa minaccia, da cui solo il personale militare sarebbe in grado di preservarlo? Anche in questo caso, fonti di polizia escludono che negli ultimi mesi si sia verificato un particolare allarme nei confronti del governo.

Eppure i medici ci sono e hanno turni di servizio “diurni e notturni” della durata di “12 ore ciascuno” per “sette giorni a settimana”: per coprirli tutti, dice l’accordo, sono a disposizione tra i 10 e 20 dottori e “altrettanti infermieri”. L’accordo contempla anche il “centro mobile di rianimazione” e dice che il personale militare può operare “sui mezzi di soccorso e trasporto in uso” a Palazzo Chigi (l’ambulanza). Tutto, chiarisce la Difesa, è a carico della Presidenza. Che, stando al bilancio di previsione 2018, ha inserito le uscite (520 mila euro contro i 120 mila degli anni precedenti) nel capitolo di spesa per accertamenti sanitari obbligatori del personale.

LeU litiga sul governo di scopo. Grasso dice sì, Fratoianni mai

Che sia un governo di scopo o di larghe intese, il ruolo di Liberi e Uguali dopo il voto divide Pietro Grasso, leader della lista, e Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra Italiana. Ieri il presidente del Senato, ospite a Porta a Porta su Rai1, ha aperto a un dialogo con Pd e Berlusconi: “Noi siamo una forza di sinistra responsabile di governo – ha detto Grasso rispondendo a una domanda di Bruno Vespa – se ci dovesse essere questo scopo e il presidente Mattarella ce lo chiedesse, noi saremmo disponibili a un governo di scopo anche con Berlusconi e Renzi”. A patto, ha specificato il presidente del Senato, che il governo stia in piedi per il tempo necessario a scrivere una nuova legge elettorale. Ma sul tema ha un’opinione diversa Fratoianni, che con un post su Facebook ha risposto a Grasso: “La legge elettorale è materia di discussione parlamentare. Se dopo il voto ci sarà la necessità di formularne un’altra, saremo disponibili a discuterne, come è ovvio, in Parlamento con tutti. Senza alcun bisogno di partecipare a governi. Tantomeno di larghe intese”.

Annunciato Fioravanti, contestato Fioramonti

Fioramonti e Fioravanti. Per i 5Stelle sono i giorni dell’annuncio dei futuri (eventuali) ministri, e del battage mediatico che ne consegue. La mattina arriva il quinto nome nella lista di Di Maio. Lo rende pubblico Alessandro Di Battista a Pescara, durante un incontro su sport e legalità: “Domenico Fioravanti, il nuotatore più medagliato del nuoto azzurro, qualora il M5S andasse al governo, sarà il nostro ministro dello Sport”.

Fioravanti, due medaglie d’oro a Sydney 2000, conferma: “Per me è un onore e un privilegio”. Dice di “voler insegnare ai più piccoli le regole e i valori sani, il rispetto dell’avversario” e di ritenere che “il Coni debba occuparsi della preparazione olimpica e lasciare allo Stato il compito di occuparsi della preparazione di base di tutti gli altri”. I punti del programma grillino sullo sport li presenta invece l’ex deputato Simone Valente: creazione di un ente indipendente per i controlli antidoping, tifosi “soci delle società sportive per vigilare, da azionisti, dall’interno e riportare così le famiglie negli stadi”, “pari diritti alla donna atleta con il riconoscimento del professionismo, come nel calcio, e con un fondo specifico per la maternità”.

L’annuncio di Fioravanti produce un primo effetto sorpresa: la tregua tra i 5 Stelle e Giovanni Malagò, il presidente del Coni (dopo gli screzi con Virginia Raggi per il no alle Olimpiadi di Roma). Lui e il nuotatore sono amici da tempo: “Non posso che essere contento – commenta Malagò – È una persona pulita”. Se Fioravanti è il ministro (ombra), l’icona invece è in platea: nel pantheon dei 5 Stelle entra Zdenek Zeman, allenatore simbolo del calcio offensivo e delle denunce anti doping. “Mi hanno tanto criticato (per l’endorsement, ndr) – dice con un filo di voce, come sempre, prima del selfie con Di Battista – ma io pensavo che il voto non fosse segreto. Mi sono schierato perché ci credo. L’unica forza politica che presenta un programma sullo sport sono loro”. Sugli altri ministri annunciati (Pasquale Tridico al Lavoro, Alessandra Pesce all’Agricoltura, Giuseppe Conte alla Pubblica amministrazione e Lorenzo Fioramonti allo Sviluppo economico) è già tempo di scaramucce.

Contro Fioramonti prende posizione nientemeno che la comunità ebraica, imbeccata dall’ex deputato del Pd Emanuele Fiano (già relatore del Rosatellum): “Di Maio – scrive il dem su Facebook – propone un ministro, il Prof. Fioramonti, docente a Pretoria in Sudafrica, che applica il boicottaggio di Israele. Che si rifiutò di incontrare l’Ambasciatore di Israele. Questa è una vergogna senza scusanti, un fatto gravissimo, immorale, questo professore non accettò di partecipare ad un convegno perché avrebbe parlato anche l’Ambasciatore di Israele”.

La denuncia di Fiano trova subito una sponda nel quotidiano Pagine ebraiche 24, organo di stampa dell’ebraismo italiano, che reagisce alle indiscrezioni su Fioramonti con “inquietudine e indignazione”. Poi arrivano le smentite. Quella di Di Maio (“È una notizia non vera. Il Movimento non è contro Israele, è contro il boicottaggio e non ha un ministro contro Israele. Fioramonti telefonerà all’ambasciatore per chiarire”) e quella dello stesso economista (“È surreale, una strumentalizzazione senza precedenti. Per anni ho collaborato con le associazioni per l’amicizia ebraico-cristiana quando ero un universitario. Non ho mai sostenuto il boicottaggio”).

Precisazioni che sembrano accontentare la presidente della Comunità ebraica di Roma, Ruth Dureghello: “Bene il chiarimento del Movimento 5 Stelle”.

Di Maio e i suoi ministri, uno spot tra mistica e tabù

Se in amore e in guerra tutto è consentito figuriamoci in campagna elettorale e, dunque, auguri a Luigi Di Maio e alla compagine, prematura, di governo cinquestelle, battezzata nello studio di DiMartedì nel solito disturbante (per chi ascolta) tripudio di applausi. Comunque, uno spot piuttosto originale, anche se definire gli strani ministri grillini nominati prima del 4 marzo “un patrimonio che consegniamo agli italiani” ci sembra un tantino eccessivo.

Notevole, invece, lo sconcerto degli addetti all’ermeneutica di palazzo impegnati a spezzare il capello in cinque, pandette alla mano: se cioè trattasi di iniziativa “inusuale” o “irrituale”, sostanza o accidente. Finché un esegeta particolarmente addentro alle cose del Quirinale, studioso dei cipigli presidenziali da Einaudi a giorni nostri, ha sentenziato che nel ricevere la lista dei ministri Sergio Mattarella non si era affatto adombrato, pur riservandosi di non sfiorare neppure la relativa mail considerata impura fino alla proclamazione degli eletti. Smentita l’esistenza di un golpe per posta elettronica, a noi ignari dei sacri misteri del Colle sia tuttavia consentito trarre dall’inusuale (o irrituale o inconsueta o inusitata fate voi) alzata d’ingegno pentastellata alcune considerazioni terra terra.

Primo. Dagli annunci fatti (in attesa che oggi venga presentata la lista completa) i ministri che Di Maio propone al capo dello Stato appaiono senza dubbio persone degne, non certo incompetenti nei rispettivi settori di appartenenza, nomi purtuttavia non di primissimo piano. Non è un mistero che non poche personalità contattate (per esempio, dell’economia e della cultura) hanno cortesemente declinato l’offerta. Chi, giustamente perplesso sulla possibilità che a Di Maio venga conferito l’incarico di governo (per non parlare della fiducia del Parlamento), considera la lista una sorta, sia pure sofisticata, di autoerotismo. Mentre altri più vicini alla sinistra temono, dopo il 4 marzo, una possibile contaminazione “populista” tra M5S e la Lega di Matteo Salvini, e vogliono prima vederci chiaro. Come dargli torto? In conclusione, se i pre-destinati dovevano servire a convincere gli indecisi che il MoVimento mette in campo la squadra più esperta e autorevole per guidare il Paese, l’obiettivo non può dirsi del tutto centrato.

Secondo. Sui cinquestelle partito di maggioranza relativa concordano tutti i sondaggi ante silenzio elettorale. Quindi, secondo una prassi consolidata, è al loro capo politico che il presidente della Repubblica potrebbe (dovrebbe) affidare l’incarico esplorativo per verificare se e in che misura esista la convergenza di altre forze sui punti qualificanti del programma movimentista. A quel punto una trattativa sarà inevitabile e finirà fatalmente per coinvolgere anche la composizione del governo. In quel caso, cosa faranno Di Maio e i suoi? Rinunceranno ad alcuni dicasteri chiave (e agli inquilini già designati) in cambio di Palazzo Chigi? Oppure nella mistica pentastellata, espressioni come mediazione o compromesso (con i “vecchi partiti marci”) sono ancora la lingua del diavolo?

Terzo. Stando all’alfabeto muto del Quirinale, Mattarella ha ben presente l’importanza di un M5S che intende mantenersi ben dentro le regole e i percorsi “istituzionali”, seppur con certe innocue improvvisazioni. Mortificare queste aperture, invece che agevolarle, potrebbe restituire nuovo spazio al grillismo ribellista. Che oggi tace forse in attesa del fallimento della linea Di Maio. Disperdere le speranze nella democrazia rappresentativa di otto o nove o dieci milioni di cittadini, rafforzando così la destra razzista e antisistema non sarebbe un errore ma un crimine politico.

Quarto. Ma se anche alla fine fossero costretti a restare sui banchi dell’opposizione comunque, i cinquestelle disporrebbero di un governo ombra pronto per l’uso. Come quello del Pci dell’89, guidato da Achille Occhetto, e di cui facevano parte personaggi come Giorgio Napolitano e Stefano Rodotà, oltre a intellettuali come Ettore Scola e Giulio Carlo Argan. O come, nel 2008, l’esecutivo ombra di Walter Veltroni, con Marco Minniti, Piero Fassino, Enrico Letta. Sarebbe un modo per farsi le ossa, in attesa del prossimo giro.

Anche Letta spinge Gentiloni: “Spero esca rafforzato dal voto”

In attesa del voto di domenica, il premier Paolo Gentiloni incassa un altro endorsement. L’ultimo a esprimere apprezzamento per il presidente del Consiglio è Enrico Letta, che ieri ha twittato: “Il voto del 4 marzo? Se penso a Italia e Europa voglio augurarmi che Paolo Gentiloni ne esca rafforzato con la coalizione che lo sostiene”. Letta è da qualche anno residente a Parigi, dove dirige la Scuola di affari internazionali dell’Istituto di studi politici, e dunque ha già potuto votare in questi giorni. “La drammaticità della situazione – ha aggiunto Letta – mi sembra che richieda questa scelta”. L’ex presidente del Consiglio, in carica per circa un anno, dal 2013 al 2014, era stato il primo premier di questa legislatura sostenuto dalle larghe intese. Nonostante gli attriti con il segretario dem Matteo Renzi, che lo sostituì a Palazzo Chigi (dopo il celebre #enricostaisereno), Letta sceglie dunque di sostenere il centrosinistra e di elogiare Gentiloni, in maniera simile a come avevano fatto, nei giorni scorsi, Giorgio Napolitano e Romano Prodi.

Lo sport italiano e pure il Coni: tutti tifano per l’intesa Renzi-B.

Se fosse una partita di calcio, Forza Italia partirebbe con un gol di vantaggio: ha in lista mezzo mondo del pallone e tanti agganci con le Federazioni. Il Pd gioca in contropiede: negli ultimi due anni ha distribuito contributi a destra e a manca e poi ha all’appoggio di Giovanni Malagò (che guarda con preoccupazione all’ipotesi di un governo M5S). Le larghe intese, probabilmente, non scontenterebbero nessuno anche perché darebbero a una nuova candidatura olimpica. Ma come terzo incomodo c’è il Movimento 5 Stelle, che cerca volti puliti (come l’olimpionico Domenico Fioravanti, ministro in pectore per Luigi Di Maio) e raccoglie consensi nella base. Domenica 4 marzo, si presenterà alle urne anche il mondo dello sport: un esercito di atleti, dirigenti o semplici amatori da 10 milioni di voti che fa gola proprio a tutti i partiti.

Basta guardare le liste, dove gli sportivi abbondano. Specie nel centrodestra, che ha puntato forte sul calcio con i vari Adriano Galliani, Claudio Lotito e il capo dei Dilettanti (nonché mancato presidente della Figc) Cosimo Sibilia. Il Pd, invece, ha cambiato strategia: basta figurine (come Josefa Idem), sotto la regia di Luca Lotti gli ultimi due governi hanno fatto passare una serie di provvedimenti favorevoli, a ogni livello. Il progetto “Sport e periferie”, i soldi per la Ryder Cup di golf o i Mondiali di sci di Cortina, gli sgravi fiscali sui pagamenti ai volontari o il regalone delle società lucrative per chi vuole far soldi tra i Dilettanti. Ciascuno a suo modo, i partiti provano a conquistare i voti degli sportivi considerati, a torto o a ragione, decisivi. Lotti voleva addirittura spostare tutti i campionati per portare atleti e tifosi in massa ai seggi, ma si è mosso tardi.

In realtà, non è difficile immaginare come voterà il mondo dello sport, o almeno come i suoi capi vorrebbero che votasse: basta guardare gli organigrammi delle Federazioni, tante guidate da un politico di centrodestra. Dal calcio al nuoto del potente Paolo Barelli (pure lui in lista con Forza Italia), dal pattinaggio a rotelle di Sabatino Aracu al tiro a volo di Luciano Rossi (entrambi ex senatori azzurri). E al Foro Italico siedono sempre i due grandi vecchi Franco Carraro e Mario Pescante, che non sono stati ricandidati ma continuano a girare nell’orbita berlusconiana e a far sentire il loro parere su ogni questione che conta. Il Pd, però, non è da meno, visto che può contare sul sostegno di Giovanni Malagò al Coni, che nel recente passato si è sbilanciato spesso a favore di Renzi (ma tanto per non farsi trovare impreparato ha riallacciato i rapporti con Gianni Letta).

Ai piani alti, insomma, si tifa centrodestra, con qualche eccezione illustre per i dem. Ma nella base c’è ormai un malcontento sempre più diffuso, che spera in un cambiamento e guarda con fiducia al M5S (il parlamentare Simone Valente e l’assessore romano Daniele Frongia hanno catalizzato una serie di contatti; lo stesso la Lega Nord, con Giancarlo Giorgetti, uno dei fedelissimi di Salvini). E poi ci sono gli enti di promozione sportiva, mondo parallelo rispetto alle Federazioni. Storicamente nascono come propaggini dei partiti, ai tempi della Prima Repubblica: c’era il Csi della Democrazia cristiana, l’Unione italiana sport per tutti del Partito comunista e l’Associazione italiana cultura e sport di quello socialista. Oggi le sigle resistono, meno i vecchi legami, tutti giocano in ordine sparso. La Uisp, ad esempio, ha sofferto la scissione dem, con l’ex presidente Filippo Fossati che si è candidato con Liberi e Uguali, mentre la nuova dirigenza è rimasta fedele al partito. In compenso, il Csi che fu democristiano oggi è vicino all’Anif (l’associazione del fitness e delle palestre), che ha molto apprezzato l’idea di Lotti sulle società lucrative. Mentre l’Asi di tradizione missina è salita sul carro della Lega (il n. 1 Claudio Barbaro è in lista col Carroccio). La partita è combattuta.

La speranza di far breccia nel cuore dei tifosi e sfondare alla prossime elezioni, però, probabilmente è destinata a rimanere tale. I grandi numeri dello sport (10 milioni di persone, che davvero sposterebbero gli equilibri), sono fra i tesserati: ma un atleta o semplice amatore difficilmente sceglie un partito solo perché ha candidato un campione del passato. Neanche se un presidente di federazione dovesse dare un’indicazione esplicita, e questa fosse accolta dalle varie società, gli sportivi la seguirebbero in blocco.

La catena dalla base al vertice della piramide è troppo lunga per arrivare intatta alle urne. I voti sul mercato sono soprattutto quelli dei dirigenti: gente che sale e scende dal carrozzone dello sport italiano, disposta a cambiare idea per consulenze o posti di potere, piccole prebende o finanziamenti alle manifestazioni. Ma siamo nell’ordine di migliaia di preferenze (secondo l’ultimo censimento, in Italia ci sono circa 600 mila dirigenti, tra società e Federazioni), non di milioni. Anche i partiti, in fondo, ne sono consapevoli. “Valiamo numeri enormi ma alla fine contiamo relativamente – spiega uno dei massimi esponenti della politica sportiva –. Questa è la nostra forza e la nostra grande debolezza”.

“Priapo, il bunga bunga e le mucchette sul tavolo”

Pubblichiamo uno stralcio della seconda parte dell’intervista di Asia Argento ad Ambra Battilana. Oggi pomeriggio il video integrale sarà sul sito del Fatto.

 

Chi era Ambra prima di incontrare Berlusconi?

Nel 2010 avevo 18 anni compiuti da due mesi, studiavo da geometra. Mia madre aveva questa ‘fissa’ dei concorsi di bellezza e mi chiese di provare a partecipare a Miss Italia. La accontentai, ma incontrai delle cattive persone, tra le quali il mio ex agente, Daniele Salemi. Il giorno prima della finale di Miss Piemonte, mi disse che aveva organizzato un casting a Milano2 per fare la meteorina al Tg4 di Emilio Fede. Io e Chiara Danese, altra partecipante a Miss Italia, ci trovammo nell’ufficio di Fede non per un provino, ma a parlare con lui direttamente. Ci disse: ‘Siete prese, siete perfette’. Dopo andammo a mangiare un gelato io, Chiara e il mio agente e Fede lo chiamò dicendo che voleva vederci all’hotel Bulgari a Milano a cena. La serata fu semi-normale.

Perché semi-normale?

Lui continuava a fare battute, era molto fissato su Chiara. La serata finì così. Il giorno dopo c’era la finale di Miss Piemonte e io vinsi.

Come si è comportato Fede dopo Miss Piemonte?

Arrivò una sua chiamata alle 9 di sera, chiedeva di celebrare la mia vittoria. Anche se stanche, pensammo che era comunque lavoro. Daniele ci guidò, non sapevo dove. In macchina mi addormentai e mi svegliai nel cortile di questa villa gigantesca. Alcune persone all’entrata chiesero i nostri documenti. Quando Fede uscì a prenderci, Daniele andò via. Emilio ci accompagnò all’interno e arrivammo nel dehors. C’erano altre due signore e lui.

Quindi eravate tu, Chiara, Fede e altre due donne non giovanissime?

Bionde, forse la Mariarosaria Rossi e un’altra.

Quindi non sapevi dove ti trovavi?

Pensavo fosse casa di Fede. Lui mi chiese di entrare perché era pronta la cena. Rientrai e mi trovai davanti Berlusconi con due vassoi d’argento pieni di anelli: ‘Prendeteli’. Diceva che erano gioielli di Tiffany, ma era bigiotteria. Poi entrarono una quindicina di ragazze, rumorose e contente, che lo baciarono in bocca una dopo l’altra. Ci sedemmo a tavola.

C’erano altri uomini?

Solo un pianista. Alla sinistra di Berlusconi c’era una ragazza, che poi ho scoperto essere la Minetti, e Roberta Bonasia, che ai tempi stava facendo anche lei il concorso di Miss Italia. Era una situazione molto infantile, sulla tavola c’erano paperelle, statuette. Le ragazze durante la cena cantavano ballando Meno male che Silvio c’è. A un certo punto, mentre lui raccontava una barzelletta, arrivò un cameriere con una statuetta.

Cosa rappresentava?

Il dio Priapo. È un uomo con il pene sproporzionato rispetto al corpo. Le ragazze ci giocavano attorno. Ce n’era una che faceva gesti…

Una fellatio?

Sì. Emilio faceva da commentatore, mi spiegava che due ragazze avevano preso un aereo apposta per essere lì: ‘3.000 euro a testa, quell’altra ragazza è omosessuale’. Poi Berlusconi cominciò a dire: ‘Siete pronte per il bunga bunga?’. E loro, chiassose, ‘Sì, andiamo!’.

Tu sapevi cos’era?

Non ne avevo la più pallida idea. Berlusconi ci chiese di fare il giro della casa per vedere com’era. Entrammo in una sala, enorme, con questo tavolo tipo di 10 metri. Sopra c’era una collezione di statuette di mucche. E lui chiese a me e a Chiara di aprire una scatola e di posizionarne una a testa sul tavolo. Probabilmente erano tutte quelle che erano state lì. Poi andammo sotto, nella tavernetta che era la stanza del bunga bunga. Subito dopo, passammo in una saletta dove c’erano le ragazze che ballavano e poi entrammo in un corridoio che porta alla sala cinema, in cui c’era anche una stanzina con tutti i travestimenti, e poi in una spa gigantesca. Tornammo indietro nella sala del bunga bunga. Ci sedemmo su un divanetto a guardare quello che succedeva. Scrivevo sms al mio agente che non rispondeva. Vidi le ragazze che danzavano, c’era Marystel (Polanco, ndr) che aveva il vestito che le era salito su ballando, Emilio mi chiese: ‘Hai visto che bel sedere?’. A un certo punto tutte quante si travestirono da infermiera, da poliziotta, con questi indumenti da sexy shop. La Minetti si spogliò completamente e danzò attorno a un palo davanti a dove era seduto Berlusconi.

Che espressione aveva Berlusconi?

Era quasi indifferente. Tutte le ragazze si spingevano verso di lui. La Minetti gli strusciò il seno addosso. Mi ricordo bene le sue scarpe luccicose. Le guardavo le scarpe per non vederla nuda. Mi ha stupito, dopo, sapere che lavorava in Regione Lombardia e che tutte le ragazze lavoravano con piccoli o grandi ruoli in Mediaset. La ragazza che Fede aveva definito omosessuale ci prese e cercò di spogliarci. Io la spinsi via e dissi a Fede che dovevo andare via.

Quando andaste via, Fede vi rincorse?

Ci disse che non saremmo diventate meteorine, non avremmo fatto nulla. Tutto davanti a Berlusconi che sentiva ma non parlava. Presi Chiara e salimmo in cortile. Emilio venne fuori a dirci di aspettare un attimo e che invece avevamo fatto bene a non comportarci come le altre che erano prostitute. Ci offrì di accompagnarci a Milano. Il giorno dopo presi l’autobus per Salsomaggiore. Quando arrivammo, da un’auto blu uscì Roberta Bonasia che venne diretta da noi e ci disse: ‘Non parlate di ciò che è successo ieri’. In quella settimana ricevemmo interviste da Rete4, in cui ci davano visibilità: credetti che volessero davvero aiutarci. Invece la domenica di selezione, quando dovevano decidere altre due ragazze per la finale, scelsero la Bonasia e non Chiara. Ho capito che ci avevano preso in giro e che invece questa che era mezza nuda stava andando avanti. A settembre tornai a scuola e divenni la beniamina di tutti, dopo Miss italia. Ma a gennaio La Stampa scrisse che c’erano tre miss coinvolte nelle notti di Arcore. C’erano il mio nome e quello di Chiara. Entrai in classe e notai un silenzio assurdo, erano tutti molto scioccati. Da quel giorno all’uscita di scuola ero assalita da paparazzi, dovevo nascondermi. Ad aprile conobbi la mia avvocatessa e iniziammo ad andare dai pm per raccontare la versione reale. Mi diplomai e mi trasferii a Milano, dove diventai Ambra Gutierrez, il cognome di mia madre.

Se potessi incontrare Berlusconi oggi, cosa gli diresti?

Sarebbe stato bello se lui si fosse interessato alla situazione mia e di Chiara chiedendoci almeno scusa, perché ci ha coinvolte in una situazione che ci ha distrutto la vita. Ha avuto molto menefreghismo. Se l’ha fatto con due 18enni, sicuramente dell’Italia non gli interessa più di tanto.

(A cura di Silvia D’Onghia)

Diritti tv, Lotti salva la Juve e dà gli ultimi soldi a pioggia a tutti

Giusto in tempo per le elezioni, Luca Lotti spara le ultime cartucce da ministro dello Sport: oggi firmerà il decreto sui diritti tv del calcio, una torta da un miliardo di euro per i club di Serie A. La revisione della legge Melandri era stata approvata con l’ultima manovra, mancavano i criteri di distribuzione. La riforma Lotti prevede più soldi divisi in parti uguali fra tutte le squadre (il 50%), poi il 30% sulla base dei risultati e 20% per il pubblico, così da premiare le piccole squadre a scapito delle big. La più penalizzata avrebbe dovuto essere la Juventus, che rischiava di perdere fino a 40 milioni l’anno. Anche per questo, il decreto conterrà alcuni criteri di ponderazione, come l’audience tv che favorisce i bianconeri e dovrebbe ridurre la perdita a 15-20 milioni (considerando il contratto più ricco firmato dalla Lega calcio con MediaPro). Ieri, invece, il Cipe ha assegnato altri 250 milioni al progetto “Sport e periferie”: Lotti ha personalmente insistito con il Coni perché tutti gli interventi al di sotto dei 300 mila euro ricevessero il via libera entro questa settimana. Prima del voto.