I fidanzatini a Villa Maria: tra i Peròn e i Soprano

La cucina è uguale a quella dei Soprano, la famiglia mafiosa italo-americana dell’omonima serie Tv, con la penisola al centro e il frigo col dispenser del ghiaccio. Chi, la rivista trucida di casa B., ci mostra il possidente seduto al tavolo della colazione con frutta e yogurt (Müller) da remise en forme post-Merano, intento a leggere i giornali. In tuta attillata nera da rockstar in riabilitazione da dipendenze, ride, e ne ha ben donde: la stampa nazionale lo prende sul serio come se non fosse un delinquente ma uno statista reduce da un lungo esilio. In piedi accanto a lui, Francesca Pascale si china a sussurrargli qualcosa (la scena vorrebbe esser tenera ma è invece straziante, da circonvenzione d’incapace). Villa Maria, la casa di questa Pompadour campana, “è un rifugio sicuro”, dice B. a Alfonso Signorini, “dove l’accoglienza e la dolcezza di Francesca mi compensano delle fatiche della giornata”. Indi la coppia, un incrocio tra i Peròn e Gigi D’Alessio-Anna Tatangelo, brinda al tavolo con una spontaneità che ricorda le fiere prematrimoniali, dove attori tristi impersonano sposi felici negli stand della Richard Ginori. Sul tavolo di legno del color delle bare stanno i famosi fogli di B., al quale il carisma impone di lavorare anche di notte. Alla sinistra lei porta il brillocco che le ha regalato lui, contraddistinto dal particolare gusto estetico che già fu dei ciondoli a farfalla donati dal de cuius alle signorine dei bei tempi.

Il tutore della famiglia tradizionale (degli altri), gustato il riposo del guerriero con prosecchino e antipastini da Cesano Boscone, si ritrova in veranda, dove Pascale lo bacia sulla bocca mentre dieci cani bianchi gli annusano i pantaloni. La copertina è da infarto del miocardio: B. in tuta arranca dietro a tre cani mentre un sorriso gli paralizza la faccia scamosciata. “Una giornata con Silvio, in corsa verso il futuro”. Se vorranno comprendere l’Italia del 2018, gli storici del 3000 dovranno studiare questo numero di Chi

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Mondadori in ginocchio da B. tra banane marce e maternità

C’è del marcio ad Arcore. Meglio, a una decina di chilometri di distanza. Villa Maria, la nuova residenza della Fidanzata di B., al secolo Francesca Pascale, napoletana di Fuorigrotta.

Una banana marcia in casa del Banana per antonomasia. Un dettaglio che è contrappasso magnifico e inconsapevole, in primo piano nella fotona che domina l’apertura dell’immenso servizio dedicato a Silvio Berlusconi da Chi, il pink-magazine di casa Mondadori diretto da Alfonso Signorini.

Berlusconi. Mondadori della primogenita Marina. Intervista. Campagna elettorale. In due parole: conflitto d’interessi. Anche se i tempi cambiano per l’ex Cavaliere. Nel 1994, l’anno della discesa in campo, la par condicio non esisteva e il tycoon di Forza Italia occupò manu militari tutte le “sue” trasmissioni, comprese quelle di puro intrattenimento, condotte da Mike Bongiorno o Iva Zanicchi. Adesso il trattamento è riservato ai settimanali editi da Mondadori: il rosa-trash Chi, il politico Panorama, il femminile Grazia. E almeno su carta, B. ci guadagna. Nel senso che non si percepisce la sua pronuncia biascicata, zeppa di gaffe, come domenica scorsa da Barbara D’Urso nella tana domestica di Canale 5: il filosofo Habermas diventato “Humbermas”; Albert Einstein scambiato per un altro filosofo e una sublime “Flac tacs” in luogo di flat tax. Silvio Biasciconi.

L’intervista a Chi è memorabile sin dall’inizio. Ché l’intervistatore Massimo Borgnis, vicedirettore del pink-magazine, chiarisce subito che è una conversazione “a cuore aperto”. L’ideale per un cardiopatico di 81 anni qual è l’ex premier. Borgnis riferisce di aver trascorso 24 ore in compagnia dell’Ottuagenario, quindi anche di notte e nella stessa stanza da letto di “Silvio” e “Francesca”. Sempre che il vivace vecchietto abbia dormito: “Non ho mai dormito molto, cinque ore mi bastano e quando è necessario anche meno. Mio padre mi ha insegnato a non andare mai a letto se ci sono sulla scrivania carte da esaminare (…). Arrivo così alle due o alle tre, ma sempre sveglio e attento”.

In ben undici pagine ci sono tutti i luoghi comuni della fantastica retorica del mito berlusconiano. L’Ottuagenario non dorme; mangia “molta frutta” e in ogni caso solo verdure e proteine; beve spremute, tè, tisane e due litri di acqua al giorno; è un “atleta” che macina chilometri, di corsa o a nuoto; telefona ai cinque figli ogni santo giorno; pratica la religione etica della “disciplina”. Un santo senza età. Convinto di avere di fronte un mister Muscolo tra Ercole e Husain Bolt, l’intervistatore chiede: “Per quanto allenato e in piena forma fisica, lei sente mai il peso dell’età e della stanchezza?”. Non sia mai. Risponde B.: “Non mi sento davvero l’età che ho. Dicono che l’età sia una condizione dello spirito, forse è davvero così”.

Più che lo spirito, a fare miracoli è Photoshop: in tutte le immagini B. ha capelli e viso levigati con cura e in una foto, in giacca e cravatta davanti alla scrivania del suo studio, appare più snello di Ghedini, il suo avvocato.

Terminata la pregevole lettura di Chi, si passa a Grazia, settimanale femminile diretto da Silvia Grilli. L’emozione per l’intervista al Caro Editore dev’essere stata tanta perché nel sommario c’è un errore: l’articolo è segnalato a pagina 64 anziché 68. Peccato veniale. Il colloquio è denso e impegnativo, tutto sulle donne, ed è firmato da Grilli. Ogni domanda, una questione femminile. Donne al lavoro e in politica. Le quote rosa. La maternità e il calo demografico dell’Italia. I femminicidi. Le violenze domestiche. Lo stalking. Gli stupri di massa. Le donne islamiche ridotte alla schiavitù. Il lettore compulsa, commenta tra sé e sé la preparazione accuratissima delle domande e si chiede: adesso arriva il quesito sulla prostituzione, anche minorile. Invece no. In compenso c’è una domanda su Weinstein che fa ben sperare. Infastidito o imbarazzato, il re italiano della satiriasi, noto anche per la sua prolissità, liquida la risposta in una sola riga e mezza, sminuendo il problema: “In Italia non si denunciano molte cose, non solo i ricatti sessuali”. Stop.

Infine Panorama, a chiudere la ricognizione del marchettificio berlusconiano di Mondadori in questa campagna elettorale. Fino a poco tempo fa era diretto da Giorgio Mulé, oggi candidato con Forza Italia. Il numero con l’intervista all’editore, che campeggia in copertina, uscirà oggi. Nel frattempo, il settimanale si è portato avanti sette giorni fa con il racconto della vita di B. vergato da Giuliano Ferrara. Tutto bello e tutto giusto. Un solo particolare non torna: il 4 marzo, Ferrara ha detto che voterà Pd alla Camera e al Senato. Chissà se lo sanno a Panorama.

La mail bomba

L’altroieri è accaduto un fatto molto brutto. Ma che dico brutto: eversivo. Ma che dico eversivo: un golpe. Ma che dico golpe: un attentato alla Costituzione. Ma che dico alla Costituzione: a Mattarella. Fortuna che i giornaloni e i giornalini erano lì pronti a smascherarlo e a sventarlo. Corriere della Sera: “Lista al Colle, il caso Di Maio. Una mail con 17 ministri. Gentiloni: governo ombra surreale”. “Il tentativo di accreditarsi come chi ha già vinto. Con il rischio della forzatura”. La Repubblica: “Di Maio manda al Colle la lista dei ministri. Gentiloni: ‘È surreale’”. Il Messaggero: “M5S, lista dei ministri al Quirinale per email. Scontro con Gentiloni”, “La mossa che trasforma la politica in un post”, “Ma per il Colle nessuna valenza istituzionale”. Il Giornale: “I grillini sfidano Mattarella: la lista dei ministri via mail. Il presidente è irritato”. Libero: “Di Maio ha perso la testa: presenta i ministri al Colle”. Massima solidarietà a quel sant’uomo del capo dello Stato, vittima del proditorio attacco informatico dell’hacker e aspirante premier grillino, che deve aver imparato le più avanzate tecniche di mail bombing alla Lubjanka dai famosi incursori russi al soldo di Putin, già artefici della Brexit, della vittoria di Trump e del No al referendum costituzionale in Italia a colpi di fake news in caratteri cirillici.

Fortuna che, oltre ai corazzieri di carriera, Mattarella può contare su quelli di complemento sparsi per le redazioni, veri e propri scudi umani a protezione del suo gracile e cagionevole corpicino, trattato come un’antica reliquia da ostendere senza sfiorarla né guardarla (tantomeno “tirarla per la giacchetta”), come il Santissimo da portare in processione al riparo da ogni contatto fisico e anche cibernetico. Basta un nonnulla, anche una email un po’ frizzantina, per provocarne lo scioglimento o la polverizzazione. Infatti, quando è giunta al segretario generale Ugo Zampetti la mail di Di Maio indirizzata al Presidente, al Quirinale è subito scattato lo stato di emergenza. I corazzieri han formato una testuggine tutt’intorno a Mattarella, l’hanno prelevato, issato sulla sedia gestatoria e tradotto a viva forza nelle segrete del palazzo dove – in previsione dell’agguato terroristico – era stato allestito un bunker a prova di attacco nucleare. Intanto accorrevano sul posto gli artificieri informatici in tuta bianca, che asportavano con un robottino antibomba il pc ultimo modello del Presidente (un Commodore Pet 2001 del 1977, alimentato a nafta e cherosene) contaminato dalla mail esplosiva, per poi farlo brillare sulle rive – opportunamente evacuate – del lago della Duchessa.

Solo allora Mattarella ha potuto riprendere posto nel suo studio ed essere ragguagliato sui dettagli dello scampato pericolo: la temibile mail di un candidato premier che, per cortesia istituzionale, gli anticipava i ministri che intende proporgli se il suo partito arriva primo alle elezioni. Come abbia reagito il capo dello Stato, non è dato al momento sapere. Secondo Marzio Breda del Corriere, “il pressing irrita il Quirinale” per gli “impropri accostamenti a Bersani nel 2013”. Invece, per Massimo Franco del Corriere, “Mattarella non è irritato”. Però sia chiaro, avverte lo stesso Corriere: “Il presidente non leggerà la mail di Di Maio fino a dopo il voto”. Per non spettinarsi la permanente, con quel che costano i parrucchieri al giorno d’oggi. “Mattarella non aprirà quella mail”, conferma La Stampa, ma “nessuna irritazione” perché “sul Colle sono uomini di mondo”. Come Totò: hanno fatto i militari a Cuneo e hanno visto tanti uomini nudi, figurarsi se s’impressionano per una mail. Però, per precauzione, non la aprono: non si sa mai. Già che ci sono, affidano a La Stampa ”una metafora” del più genuino humour inglese: “La mail è stata accolta come un regalo arrivato con qualche mese di anticipo sul Natale, prima ancora che sia pronto l’albero”. E, mentre se la passano di bocca in bocca (la metafora, non la mail che non hanno intenzione di leggere né di aprire), si rotolano dalle risate: “Questa la mandiamo a Woody Allen”.

Noi però, con tutto il rispetto, ci divertiamo di più per lo sdegno del premier per caso Paolo Gentiloni (“festival surreale”) e per gli altri indignati speciali Pd-FI che ricordano come la Costituzione non preveda che un partito preannunci i suoi ministri. Come se la Carta lo escludesse o lo vietasse. Il fatto poi che chi la Costituzione tentò di sventrarla 12 e 2 anni fa si preoccupi ora di far rispettare ciò che non proibisce, è ancora più comico. Tantopiù se si tratta di frequentatori di se stessi che da 7 anni sostengono governi mai passati per le urne, con maggioranze finte e incostituzionali, quelli sì espressamente vietati dalla Carta. Che non fanno un plissé se FI scrive nel logo sulla scheda “Berlusconi presidente”. E che vorrebbero continuare imperterriti a violare la Costituzione anche nella prossima legislatura. Napolitano, Letta, Prodi e B. hanno già detto che Gentiloni sarebbe perfetto, chiunque vinca, per guidare un altro governo dei perdenti. Del resto il suo governicchio si regge sul Pd (dato dai sondaggi al 21-22%) e sugli alleati centristi (3-4%). Totale: 24% che, detratto un 35% abbondante di astenuti, fa 15%. Ecco: forse è “surreale” che l’85% degli italiani siano governati dal 15%. Ma di queste quisquilie i giornaloni non si occupano. Poi c’è Giuliano Ferrara, preoccupato che Mattarella si limiti a non leggere la mail di Di Maio, anziché farlo arrestare su due piedi: “Nel 2013 Napolitano impedì a Bersani di formare un governo con i grillini e salvò l’Italia. Oggi Mattarella rischierebbe grosso normalizzando il partito del vaffanculo”. Cioè, guai se Mattarella non fa un altro golpe: Ferrara potrebbe aversene a male.

Quelli che… “l’ho scritta io” ma nessuno lo sa

“C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones” è un caso di scuola. Tutti la associano a Gianni Morandi, pochi sanno che il testo è di Franco Migliacci e la musica di Mauro Lusini. A loro, tuttavia, il pezzo è stato riconosciuto. Meno fortunati sono altri autori di canzoni di successo che – come racconta Fabrizio Basciano nel suo “La bottega dei falsautori” – si sono visti “scippare” le loro creazioni.

Dado Parisini: “Io avevo fatto Disperato di Masini (…) Lui aveva già fatto una canzone con Bigazzi, però (…) Bigazzi non ne voleva più sapere. (…) Ci siamo messi a lavorare a tempo perso finché si fece il provino definitivo di Disperato, che feci sentire a Milano: erano tutti impazziti, dicevano “Portiamolo a Sanremo!”. Solo che Masini (…) per essere sicuro prese la canzone e andò da Bigazzi. Quest’ultimo con maestria finì due righe di testo, di quelle importanti, e insieme andarono a Sanremo senza di me. Io mi incazzai come una iena, mandai a quel paese Masini in modo violento e mandai al diavolo anche Bigazzi. Da quel momento cominciai a fare il produttore. (…) Vidi Masini vincere Sanremo con una mia canzone su cui avevo buttato l’anima”.

“Laura (Pausini) non scriveva niente. Laura è stata un’interprete per dieci anni circa, dall’inizio fino al 2002/2003. Poi ha cominciato a co-firmare i primi testi (…) Lei, molto carinamente, ha fatto dei programmi televisivi dove ha raccontato la sua storia e non ha nominato né me, che ho fatto tutti i suoi dischi, né Cerruti, che è stato il suo manager fino al sopraggiungere di problemi di altro tipo”.

Alex Martello dei Marnik: “Rovazzi lo conoscevamo da diverso tempo. Prima che esplodesse Andiamo a comandare, ci aveva contattato per dirci (…) che aveva bisogno di un secondo disco, di un follow up, che voleva realizzare con noi. Noi abbiamo iniziato a lavorarci, ma siccome nel frattempo è esploso Andiamo a comandare, allora Rovazzi ci ha chiesto se era possibile inserire nel team di produzione (…) un altro duo di dj italiani, Merk & Kremont. Ci siamo dunque ritrovati a lavorare a quel disco a otto mani, con gli altri due produttori che sono subentrati a metà progetto. Rovazzi in questo senso è molto intelligente: fa riferimento a più produttori per ottenere diversi risultati e un diverso sound. Il nostro sound, ad esempio, è diverso da quello di Merk & Kremont e allo stesso tempo è diverso da quello di Lush & Simon, che sono i produttori dell’ultimo pezzo di Rovazzi, Volare, quello con Gianni Morandi. Nello stesso periodo abbiamo conosciuto Fedez, con cui a breve collaboreremo, e poi ancora Enrico Papi per la sua Mooseca.

Cinque domande in 5 giorni

Da un monologo di Fabrizio Gifuni su Aldo Moro al vincitore del Premio Strega europeo, che sarà proclamato a Torino durante la kermesse del Lingotto del 10-14 maggio. Passando per la Francia, nazione ospite, e al suo Maggio del Sessantotto, e per la Buchmesse di Francoforte, che convoglierà sotto la Mole un po’ di autori tedeschi.

Quindi il tema portante della sagra libraria, che sarà “Un giorno, tutto questo”. A intellettuali assortiti, a scrittori-scrittrici, si chiede di rispondere a cinque domande sul presente e sul futuro del mondo, che saranno in seguito rese note nel corso della fiera torinese.

Il catalogo del Salone del Libro 2018, nonostante i travagli finanziari e giudiziari, si annuncia ricco e composito, come sempre, d’altronde. Merito del direttore Nicola Lagioia e dei suoi collaboratori, che hanno saputo lavorare tra numerose difficoltà. Si confermano, così, Lingua Madre, l’International Book Forum (per lo scambio di diritti editoriali), il Bookstock Village per i giovani.

E si annunciano, tra gli ospiti, Herta Müller e Javier Cercas, Paco Ignacio Taibo II e Guillermo Arriega, Fernando Aramburu e Alicia Gimenez Bartlett, Jöel Dicker e Bernardo Bertolucci, Giuseppe Tornatore e Luca Guadagnino.

In programma riflessioni sul caso Regeni e sulla legge Basaglia, omaggi a Romain Gary, Anna Maria Ortese e Simone Weil, David Foster Wallace e a Mary Shelley; e focus sulla condizione femminile, sul mondo arabo.

Tutto ciò con un anteprima del Salone, prevista per il 3 marzo alle ex Ogr; un concerto di John Cale.

“Puoi baciare lo sposo” pure senza entrare in Parlamento

“Èun film, non una proposta di legge”. Nell’imperante dittatura del contenuto sulla forma, e sul mezzo, il distinguo del regista Alessandro Genovesi è benvenuto: di fronte a temi importanti, sensibili, civili, è facile farsi tirare per la giacchetta e ritrovarsi megafono, col rischio altrettanto sensibile che il topolino partorisca una montagna. Meglio sottrarsi, e risolversi all’evidenza: “È un film”. E nemmeno così originale: liberamente ispirato alla pièce My Big Gay Italian Wedding di Anthony J. Wilkinson, Puoi baciare lo sposo arriva il 1° marzo sui nostri schermi – 400, targati Medusa – con la produzione Colorado e un ricco cast, Diego Abatantuono, Monica Guerritore, Salvatore Esposito, Cristiano Caccamo, Dino Abbrescia, Diana Del Bufalo, Antonio Catania, Beatrice Arnera e il wedding planner Enzo Miccio. Si parla di matrimonio gay, alias unioni civili, e la premura di Genovesi, anche sceneggiatore con Giovanni Bognetti, è che “nessuno venisse ritratto in maniera sbagliata”. Dalla sua, l’associazione Diversity presieduta da Francesca Vecchioni, che si occupa della rappresentazione responsabile delle persone LGBTI: nello specifico, alcuni abbracci si sono trasformati in baci.

Sono quelli tra Antonio (Caccamo) e Paolo (Esposito, il Genny Savastano di Gomorra), giovani, carini e innamorati a Berlino. La convivenza è pronta a trasformarsi in qualcosa di più, è tempo di partire per l’Italia, accompagnati dall’amica Benedetta (Del Bufalo) e dal nuovo arrivato Donato (Abbrescia), per comunicare le prossime nozze alle famiglie: se Paolo con la madre non si parla da anni, Antonio a Civita di Bagnoregio si ricongiunge a mamma Anna (Guerritore) e papà Roberto (Abatantuono), che dell’ameno borgo viterbese è il sindaco. Progressista, ben disposto a ricevere i migranti, meno un figlio gay, ancor più da sposare: tira fuori metafore viete, “Non sono felice se c’ho un babbuino in casa”, considerazioni ardite, “io non posso essere felice se siete felici voi”, e punta i piedi. Roberto, dice Abatantuono, “incarna il quotidiano, in tanti la pensano come lui. Sembra molto aperto all’inizio, poi viene fuori l’ottuso che è in lui: negli uomini l’ottusità è recondita, c’è chi ancora deve superarla, e la commedia è il modo migliore”. Una commedia, aggiunge Genovesi, “con un clima leggero, una recitazione non parodistica: ho voluto lavorare molto su realismo e naturalismo, prediligendo la macchina a mano”. E convergendo sul punto di vista di Anna, ossia “la forza e l’accoglienza femminile: noi donne – osserva Guerritore – cambiamo come le lune, superato lo choc da imprevisto siamo pronte ad abbracciare il nuovo”. Vale a dire, “amore chiama amore, non c’è sesso, maschio o femmina, però ci sono le tradizioni, il matrimonio sempre sognato da una madre”. Della partita è anche don Francesco (Catania), che sulla scorta del bergogliano “Chi sono io per giudicare (un gay)?” dialoga con il ritratto di papa Francesco e si offre di celebrare lui il matrimonio, giacché “Chi siamo noi per dire che questo amore è sbagliato”, “Se è vero amore non può essere che giusto”, “La colpa non esiste, esistono solo responsabilità”. Detto che Abatantuono, pur con il freno tirato dal copione, non si batte, da “Enzo Miccio chi cazzo è?” a “Il musical è la versione gay del teatro”, e che la Guerritore recita come fosse Shakespeare, Puoi baciare lo sposo ha qualche problema di ritmo e, soprattutto, fa scontare l’inclusione dei gay a un travestito all’acqua di rose (Abbrescia) e una stalker inconsulta (Arnera).

Torino, tutti al Salone con il buco intorno

Sul Salone del Libro di Torino, sia pure sulla vecchia gestione che sta per essere liquidata, gravano circa tre milioni di euro di debiti, con i fornitori di beni e servizi. E secondo fonti autorevoli, peraltro, il passivo potrebbe essere ancora più pesante. Anche sul piano giudiziario, quello delle indagini della Procura subalpina su presunti falsi in bilancio della defunta Fondazione per il Libro, vale la regola del tre, ovvero del trenta: tanti sono, infatti, gli indagati, tra i quali ci sono l’ex sindaco Piero Fassino e l’assessora regionale alla Cultura in carica, cioè Antonella Parigi. Tuttavia l’ottimismo, come si sa, è il sale della vita.

Così ieri mattina, durante la presentazione a Torino, alla Mole Antonelliana, sede del Museo del Cinema, della nuova edizione di Librolandia, giunta al trentunesimo capitolo (dal 10 al 14 maggio, al Lingotto), il direttore culturale Nicola Lagioia e Massimo Bray, presidente della “cabina di regia” della fiera 2018, hanno venduto la proverbiale pelle dell’orso, come si diceva, prima ancora di averlo cacciato.

“Anche quest’anno”, ha sostenuto Bray, ex ministro dei Beni Culturali nel governo Letta ed ex direttore editoriale della Treccani, “la qualità del Salone vincerà”. E poi: “Torino è il salone nazionale dell’editoria italiana”. Affermazioni rese possibili dal fatto che, come ha rammentato Lagioia, la spaccatura con gli editori che, nel 2017, avevano dato vita al milanese Tempo di Libri, voluto dalle major del settore e dall’Associazione Italiana Editori (Aie), “è stata ricomposta”. Ci saranno, ha continuato lo scrittore, “gli editori indipendenti e ci saranno i grandi gruppi. Immaginare l’editoria del nostro Paese senza gli uni o senza gli altri è impossibile. Abbiamo lavorato tutti insieme per la ricucitura che c’è stata tra tutti gli editori italiani, indipendenti e non. Siamo orgogliosi che gli editori italiani abbiano scelto Torino per ritrovarsi qui tutti insieme, l’anno scorso non sarebbe stato possibile”.

Ritorneranno al Lingotto, pertanto, big come Mondadori e Gems (Gruppo editoriale Mauri-Spagnol). Però proprio da Segrate, qualche settimana fa, hanno fatto sapere che Tempo di Libri, che è imminente, ovvero di scena a Milano dall’8 al 12 marzo, resta “il grande progetto dell’Aie, nasce dalla legittima aspirazione di un’associazione confindustriale di avere una fiera sua, di respiro internazionale, governata in autonomia”. La serenità dei torinesi, poi, che pure annunciano la Francia e la Buchmesse di Francoforte in veste di ospiti per l’edizione di maggio, rischia di essere offuscata dai travagli della passata Fondazione per il Libro, di cui Bray, tra l’altro, è stato presidente fino alla sua messa in liquidazione.

Pesano, dunque, i tre milioni e rotti di debiti, e gli interrogativi a essi legati: chi li verserà per pagare i creditori? Tra chi deve essere pagato, inoltre, si annoverano i francesi della GL Events, la società proprietaria del Lingotto Fiere, con 900 mila euro, e persino le scrittrici e gli scrittori per ragazzi che avevano dato vita ad alcune iniziative nei precedenti saloni. Incombono, per giunta, le inchieste della magistratura, come del resto i posti di lavoro in pericolo di dodici dipendenti della vecchia Fondazione, anche perchè, a quanto sembra, la nuova struttura societaria del Salone, in via di costituzione, non li riassumerà.

Ombre non indifferenti, che si aggiungono al definitivo tramonto dell’idea di fare di Torino, con il Salone come epicentro, una vera capitale del libro; un progetto caro ai timonieri di Librolandia del passato come Rolando Picchioni ed Ernesto Ferrero. Ma può essere capitale del libro una città, Torino, che ha perduto la proprietà dei suoi celeberrimi marchi editoriali come Einaudi e Bollati Boringhieri, finiti sotto il controllo azionario milanese? E che ha consentito che si frantumasse la storia e l’identità della Utet, la gloriosa casa editrice del benemerito Giuseppe Pomba, già presidente, nel corso dell’Ottocento, nel 1869, dell’Associzione Libraria Italiana?

Quando pagare era un piacere

“E io pago!”– il grido di dolore dell’avarissimo barone Antonio Peletti (interpretato da uno straordinario Totò in 47 morto che parla), quel grido che già era un tormentone nel film lo è diventato molto di piú nei servizi di Striscia la notizia in cui si denunciano gli sprechi di pubblico denaro intorno alle tante incompiute opere pubbliche italiane.

Nel 2016 quello stesso grido è diventato il titolo di un libro edito da Chiarelettere e scritto da Daniele Frongia (l’ex vicesindaco della giunta Raggi) con Laura Maragnani; il sottotitolo esplicitava: “Da documenti inediti, tutti i soldi che gli italiani pagano per mantenere la capitale piú corrotta e inefficiente d’Europa”.

“Pagare” è ormai un verbo sotto accusa: pagano sempre gli stessi, loro mangiano e noi paghiamo –indignazione digestiva da talk e telegiornali della sera. Pagare troppe tasse, pagare irragionevoli accise sulla benzina, pagare i privilegi dei politici, pagare imposte occulte o penali non dovute, pagare anche l’aria che respiriamo; si paga, mugugnando, per ciò a cui si avrebbe naturalmente e civilmente diritto: il silenzio, l’acqua pulita, un’ecografia tempestiva, un letto in ospedale o un parcheggio incustodito. Si “unge” un impiegato per non essere scavalcati da qualche prepotente; i gay talvolta pagano per avere figli, le signore ricche pagano per restare eternamente giovani, perfino la morte (dolce) si paga; “pagare” è diventato un sigillo d’ingiustizia, la cicatrice d’uno sviluppo distorto e di un consumismo uscito dai cardini.

Eppure io che ho settant’anni, e provengo da quella che un tempo si chiamava la classe operaia, ricordo il piacere di pagare: una sensazione di trionfo, o almeno di soddisfazione profonda, le prime volte che potevo procurarmi, pagando con soldi guadagnati da me, qualche piccolo lusso. Eravamo nel 1965, nell’estate tra seconda e terza liceo mi impiegai presso un magazzino dell’Enel; si trattava di smistare entrate e uscite del materiale, far firmare ai camionisti (prodighi di birre) bolle e ricevute, tenere la contabilità mediante un sistema di schede perforate. La prima busta paga l’ebbi tra le mani in agosto, gridai la cifra a mia madre dal cortile perché sentissero tutti, e poi con quella cifra le comprai un ventilatore.

Meno gratificanti le borse di studio e poi il concorso vinto alla Scuola Normale; il gusto di non pesare sui miei, certo, ma anche una sopravvalutazione della meritocrazia che mi portava a pensieri orgogliosamente idioti quando, facendo i picchetti alla Saint-Gobain, udivo gli operai lamentarsi dei turni (“se fosserostati piú attenti mentre la maestra spiegava…”). La carriera universitaria andò bene e fu piuttosto veloce, l’ascensore sociale funzionava senza intoppi: appenatrentanovenne vinsi la cattedra (ruolo di prima fascia, secondo il gergo). Avrei potuto farmi accreditare lo stipendio sul conto corrente ma ogni ventisette mi presentavo invece allo sportello –l’impiegato contava le banconote da cento e cinquantamila, che erano parecchie, e alle mie spalle qualcuno del personale non docente commentava, tra l’ammirato e l’invidioso: “Ma non finiscono mai!” Vanagloria aggressiva di cui non mi vergogno: con quella mazzetta di banconote nella tasca gonfia correvo a comprarmi qualcosa che avevo adocchiato in vetrina nei giorni precedenti, una statuetta ashanti della fertilità o un gilettino dai colori accesi.

Non sempre i miei acquisti erano cosí innocenti. Ma quando Claudio Camarca, senza nessuna intenzione di offendermi, mi apostrofò: “Tu, che hai una lunga esperienza di puttaniere…”, reagii intimamente come se il mondo mi avesse buttato addosso una falsità. Sí, pagavo gli uomini perché venissero a letto con me; alcuni rari uomini portatori di un corpo enfaticamente non comune, sintesi di umano ed extraumano; incontrarli e possederli era cosí sconvolgente che ho mobilitato eserciti di metafore e sporcato per descriverli (e venerarli) centinaia dipagine. Di fronte a un beneficio tanto immenso e immeritato, letteralmente impagabile, dar loro del denaro non era piú soltanto un piacere ma l’obolo necessario deposto ai piedi di un altare sconosciuto; pagare era una sottospecie del pregare, come quando in India si comprano le collane di fiori per Krishna o Ganesh.

L’assoluto dell’ossessione è uno strumento che serve per tagliare il nodo scorsoio del Sacro; cosí mi suggeriva la mia inerzia, scontenta della realtà e di quel compromesso che i miei amici si ostinavano a chiamare amore. La manciata di soldi era la garanzia che il rapporto tra me e i Corpi Pneumatici sarebbe rimasto per sempre asimmetrico: un rapporto ossessivo ed estatico da fedele a idolo, mai da persona a persona. In realtà di loro compravo pochissimo, quasi niente, al massimo li noleggiavo per un’ora o due; ne affittavo l’involucro e poi (semmai) rubavo qualche solecismo linguistico, qualche lampo di disperazione e d’affetto –mai me ne assicuravo un possesso vero, cioè una corresponsione duratura, come tutti loro non mancavano di farmi notare nei momenti piú umilianti e cruciali. Lungo questa vorace e spensierata via crucis sperimentavo però (nella carne) un’equazione decisiva: il sesso diventava per me il modello immaginario del comprare un frammento infinitesimo illudendosi di comprare il Tutto.

Interiorizzavo l’idea marxiana della merce come feticcio e l’illusione consumistica per cui, acquistando un singolo prodotto, l’intera rappresentazione di vita simboleggiata da quel prodotto sarebbe stata a mia disposizione. Un paio di scarpe Timberland, un televisore a schermo piatto, una bistecca di manzo Kobe, il Geografo di Vermeer goduto nel museo di Francoforte, esattamente come il pornoattore genovese che veniva a Roma appositamente per me (a un prezzo quasi insostenibile), non valevano soltanto per l’uso che potevo farne ma piú e soprattutto per il loro valore di scambio: uno scambio di me con me stesso, del figlio di operai che si trasvalutava comprando quel che lui credeva fosse desiderato dalle classi superiori (o addirittura dallo spirito del Cosmo).

Melina indipendentista: 3 presidenti catalani

È quasi fatto l’accordo di governo tra i partiti indipendentisti catalani Junts per Catalunya, Esquerra Republicana e Candidatura d’Unitat Popular. Sono passati oltre due mesi dalle elezioni di dicembre, alla ricerca di una soluzione per tenere assieme il governo delle politiche liberando le istituzioni dal giogo dell’articolo 155 della Costituzione che ha commissariato Barcellona e l’ambizione costituente della Repubblica. Forse entro domani, quando si riunirà il Parlament su richiesta dell’opposizione per discutere la situazione di blocco istituzionale, in cui JxCat presenterà una mozione senza effetti giuridici che confermerà Carles Puigdemont come presidente legittimo della Generalitat, votata anche dagli altri partiti indipendentisti.

La proposta su cui si sta lavorando consegna a Puigdemont un ruolo politico/strategico a Bruxelles, come presidente di un Consiglio della Repubblica, formato dagli eletti.

In sede parlamentare invece, l’idea è investire come presidente del govern Jordi Sánchez, ex-presidente dell’Assemblea Nacional Catalana, eletto nella lista di JxCat, in regime di carcerazione preventiva dal 16 ottobre assieme a Jordi Cuixart presidente di Òmnium, con le accuse di sedizione e ribellione per aver convocato una manifestazione sotto il dipartimento di Economia lo scorso 20 settembre. Candidatura che non piace affatto al governo spagnolo, né a socialisti e Ciudadanos.

Sánchez chiederebbe al giudice Llarena di essere messo in libertà, o quanto meno la possibilità di presentarsi in parlamento per l’investitura; in questo secondo caso, una volta eletto, delegherebbe gran parte delle sue funzioni al vicepresidente.

Se invece Llarena confermasse il rischio di reiterazione delittiva per tornare a negargli l’uscita di prigione anche momentanea, il candidato alla presidenza sarebbe Jordi Turull, l’ex-portavoce del precedente governo, in libertà condizionale con l’accusa di ribellione e perciò passibile di essere inabilitato da qui a qualche mese.

Nell’insieme, si tratta di una soluzione che, nell’impossibilità di restituire il presidente legittimo cessato con l’articolo 155 della Costituzione per l’impedimento della giustizia, mantiene comunque un livello di tensione alto con l’esecutivo spagnolo, denunciando la situazione di eccezionalità democratica in cui si trova la Catalogna da mesi. Infatti, la generazione politica che ha guidato il procés è tutta o in carcere, o in esilio, o in libertà vigilata.

Tasse, “persecuzione” cristiana

Con una strategica ritirata ieri il premier Benjamin Netanyahu ha messo fine a una difficile contrapposizione fra la municipalità di Gerusalemme, il ministero delle Finanze israeliano e i massimi rappresentanti della Cristianità in Terrasanta.

Da domenica, con una decisione senza precedenti, per protesta contro le politiche fiscali del comune di Gerusalemme che chiede milioni di dollari di tasse arretrate dagli istituti religiosi, sono sbarrate le pesanti porte di quercia della Basilica del Santo Sepolcro alle migliaia di pellegrini e turisti che vi si affollano ogni giorno – specie in questo periodo di Quaresima -. Capendo che il grande manifesto sulle mura della Basilica nel cuore della Città Vecchia con la scritta “Stop The Persecution of Churches” non era una buona pubblicità per Israele, Netanyahu ha fatto annunciare ieri pomeriggio che il comune di Gerusalemme rinvierà la riscossione delle imposte dalle proprietà della Chiesa, mentre verrà congelato un discutibile disegno di legge alla Knesset sulle vendite dei terreni degli enti ecclesiastici.

La controversia sui Luoghi religiosi fra le Comunità cristiane e lo Stato d’Israele è da decenni materia molto aggrovigliata e difficile da dipanare anche per le commissioni bilaterali da anni al lavoro. Riguarda conventi, chiese, monasteri investiti dalla guerra, altri come il Cenacolo oggetto di controversia sul suo utilizzo (ai cattolici è permessa una sola funzione l’anno), cambio di uso e destinazione degli immobili, usucapione. Per tutta questa materia, l’annuncio di ieri pomeriggio: Netanyahu e il sindaco di Gerusalemme Nir Barkat hanno istituito una squadra guidata dal ministro della Cooperazione regionale, Tzachi Hanegbi per tentare di formulare una soluzione condivisa. Nel frattempo ogni provvedimento sulla materia è da considerarsi archiviato mentre Hanegbi esaminerà la questione. “Israele – conclude il comunicato dell’ufficio del premier – è orgoglioso di essere l’unico Paese in Medio Oriente dove i cristiani e i seguaci di tutte le fedi hanno piena espressione di religione e fede”. Le autorità israeliane cercano di chiudere una vicenda che rischiava di provocare gravi tensioni e incidere negativamente sul fiorente turismo religioso ad un mese dalla Pasqua. Il ministero del turismo israeliano ha dichiarato a gennaio che 3,6 milioni di visitatori stimati in Israele nel 2017, circa 900.000 erano pellegrini cristiani.

La chiusura indefinita del Santo Sepolcro, una misura senza precedenti, era stata annunciata domenica dalla Chiesa cattolica, la chiesa greco ortodossa e la Chiesa Armena apostolica. Nel loro documento congiunto, il Custode della Terrasanta Francesco Patton, il Patriarca greco ortodosso Teofilo III e il Patriarca armeno Nourhan Manougian, parlavano di “flagrante violazione dello status quo” di Gerusalemme e di “rottura degli accordi esistenti e gli obblighi internazionali”, denunciando una “campagna sistematica di abusi contro le Chiese e i Cristiani”. L’esenzione fiscale per i Luoghi santi in Terrasanta è un corollario di quello status quo che, a partire dalle capitolazioni del 1740, consolidò nel 1757 la gestione degli edifici appartenenti alle fedi cristiane di Terrasanta. Le esenzioni ancora oggi in atto trovano la loro “giustificazione” nelle centinaia di scuole cattoliche gestite dagli Istituti religiosi, nelle mense per bisognosi, nelle attività agricole per dare lavoro, nel sostegno in solido alle famiglie cristiane disagiate.

La Basilica del Santo Sepolcro nella Città Vecchia di Gerusalemme è un luogo che corre al ritmo del Medioevo, secondo una serie di regole senza compromessi ambientate a metà del XVIII secolo che generano una disputa continua tra le chiese che la gestiscono: cattolica, greco-ortodossa e armena, copto-egiziana, copto-etiope, siriaca. Le comunità cristiane controllano il Santo Sepolcro in una maniera che sembra sconcertante per gli estranei.

In Terrasanta i luoghi sacri nei secoli si sono trasformati in un litigioso condominio regolato da un intreccio di norme scritte, orali e sovrapposte, dove ciascuna delle confessioni si muove con sospettosa diffidenza nei confronti delle altre, e il Santo Sepolcro non fa differenza. Spesso nella Basilica è un susseguirsi di messe, processioni, e prassi più disparate. Basta la semplice sosta di un religioso “dove non è di sua competenza” o per un tempo superiore al codificato per scatenare anche lo scontro fisico, come ai tempi del Vecchio Testamento.