Ruby 3 choc: le Olgettine non potevano testimoniare

Un bomba per far saltare il processo Ruby 3 a Silvio Berlusconi, accusato di corruzione in atti giudiziari per aver pagato 29 testimoni affinché mentissero sulla natura delle feste del 2010 nella sua villa di Arcore. La bomba era stata innescata all’inizio del dibattimento, nel gennaio 2019, dal difensore di Berlusconi, Federico Cecconi, che aveva presentato ai giudici un’istanza sostenendo l’inutilizzabilità delle dichiarazioni nei processi Ruby 1 e 2 delle giovani presenti alle feste. I giudici del collegio presieduto da Marco Tremolada rispondono ora, accettando l’istanza e facendo scoppiare la bomba: sono inutilizzabili. “Per un vizio patologico”, commenta a caldo l’avvocato Cecconi. Un “vizio” che fa addirittura svaporare le accuse di falsa testimonianza per tutte le imputate.

Perché? A causa di un’inchiesta chiamata “Green Fluff” in cui fu indagato anche Francesco Magnano, il “geometra di Arcore”, che era al lavoro per cercare case per le ragazze del bunga-bunga. Allora, nel 2012, la Procura di Milano chiese a Bankitalia informazioni bancarie sulle ragazze oggi imputate nel Ruby 3. Avrebbe dovuto iscriverle – sostiene ora il Tribunale – facendole diventare non più testimoni nei processi Ruby 1 e 2, ma imputate in procedimento connesso, dunque con diritto ad essere assistite da un difensore e ad avvalersi della facoltà di non rispondere. Non potendo essere testimoni, cadono per loro le accuse di essere testimoni false. Tranne che, paradossalmente, per Barbara Guerra, perché fu iscritta per “Green Fluff” e nel 2014 archiviata (come i suoi coindagati, il geometra Magnano e la olgettina Iris Berardi) e dunque è tornata a poter essere testimone nei processi Ruby.

È la fine del processo? No, rispondono i magistrati dell’accusa, il procuratore aggiunto Tiziana Siciliano e il sostituto Luca Gaglio. Il processo continua e non perde la sua forza, perché le accuse di falsa testimonianza sarebbero comunque cadute per l’arrivo della solita prescrizione. Ma restano le accuse più pesanti: quelle di corruzione in atti giudiziari. A parere della Procura di Milano (forte anche della giurisprudenza consolidata dopo il processo Berlusconi-David Mills), le ragazze sono diventate “pubblici ufficiali” nel momento in cui sono state ammesse dal Tribunale come testimoni nel processo Ruby 1: e cioè il 23 novembre 2011. Hanno ricevuto da Berlusconi denaro e altre utilità (case, auto, regali) prima e dopo quella data. Secondo la difesa, per la generosità dell’amico Silvio che le voleva ripagare per i danni subiti a causa dell’inchiesta Ruby. Secondo l’accusa, per addomesticare invece le loro testimonianze processuali. Sono dunque accusate di corruzione, perché hanno ricevuto denaro o altre utilità per compiere atti contrari ai loro doveri d’ufficio (in questo caso: di testimoni obbligati a dire la verità). Il reato di corruzione si consuma nel momento in cui si accetta il patto corruttivo, indipendentemente dal fatto se poi viene o no compiuto l’atto per cui si è stati corrotti. L’accusa, infatti, nei processi Ruby 1 e Ruby 2 (i pm Ilda Boccassini, Antonio Sangermano e Pietro Forno) aveva rinunciato a tutte le testimoni, considerandole inquinate. Le ragazze erano intervenute nei due dibattimenti soltanto come testimoni della difesa. Quanto al processo oggi in corso a Milano, i pm Siciliano e Gaglio sostengono di avere a disposizione prove solide della corruzione, che prescindono del tutto dalle testimonianze rese dalle ragazze: sono lettere, chat, audio, telefonate, consegne di denaro in contanti, documenti bancari. Nelle prossime udienze si vedrà se quello scoppiato ieri era una bomba o un petardo.

I “censori” di Report fanno marcia indietro: non hanno visto la tv

La senatrice e capogruppo Pd in commissione Vigilanza Rai, Valeria Fedeli, assicura di aver “sempre difeso il lavoro di Report, preziosissimo” e premette di non aver “chiesto sanzioni”. Però “siamo rimasti colpiti – dice al Fatto – che il servizio di lunedì inducesse preoccupazioni sulle vaccinazioni”. E invoca “attenzione, equilibrio”. Impossibile, tuttavia, farsi spiegare nel merito la nota contro Report firmata con i suoi colleghi dem della Vigilanza. Nero su bianco si accusa il programma tv di aver fatto un “lungo compendio delle irresponsabili tesi No vax” (quando Sigfrido Ranucci ripete che i vaccini servono); di aver parlato di “larga frequenza di effetti collaterali” (quando Report ha specificato che sono “rari”, ma hanno condotto a modifiche di protocolli e fasce d’età); si stigmatizza poi l’aver posto “dubbi sull’efficacia dei vaccini, perplessità sulla durata della copertura” (quando sul tema, dibattuto tra gli scienziati, il giornalista di Rai3 ha intervistato il professor Andrea Crisanti di Padova, il professor Peter Doshi del Maryland e membri della Food and drug administration Usa).

La nota dem – tanto sgrammaticata da aver indotto Enrico Letta a sconfessare i suoi, che avevano informato dell’iniziativa solo Debora Serracchiani – rimprovera a Ranucci di aver portato in video “sedicenti infermieri irriconoscibili… che affermano di essersi infettati per responsabilità delle aziende farmaceutiche”. Ma può dirlo solo chi non ha visto il servizio di Samuele Bonaccorsi e Lorenzo Vendemiale. Le case farmaceutiche non c’entravano affatto. E quattro infermieri su cinque erano a volto scoperto, a nome dei maggiori sindacati denunciavano l’assenza di tamponi e test anticorpali come contrasto alla diffusione di infezioni ospedaliere. Era a volto coperto solo un’infermiera del Sant’Eugenio di Roma, segnato da un grave cluster, che, parlando in chiaro, avrebbe rischiato il posto. “Era pixellata”, protesta Andrea Romano, deputato dem tra i firmatari della nota. All’inizio, raggiunto al telefono, è cordiale, ma dopo due-tre domande si chiude: “C’è il comunicato, mi attengo a quello”. Inutile chiedergli perché abbia accusato Report di aver usato “un sedicente collaboratore del Cts” per denunciare “la totale imperizia dell’organismo”. Il servizio aveva solo riferito un dato incontestato: ovvero l’assenza di basi scientifiche per allungare il green pass da 9 a 12 mesi. “La durata della protezione è sconosciuta” secondo Pfizer; Israele dice sei mesi, mentre Fda e Ema sono incerte. Avremmo voluto chiedere all’onorevole dem delle preoccupazioni del professor Doshi, ma Romano pensava ai pixel.

Il conduttore, nel frattempo, ha incassato il sostegno di Carlo Fuortes, l’amministratore delegato Rai, così come di diversi membri del Cda. A irritare i parlamentari è stata la frase pronunciata in diretta da Ranucci: “È ovvio che la terza dose è il business delle case farmaceutiche”, con tanto di grafico con la moltiplicazione dei profitti di Pfizer e Moderna. Ma era marzo 2021, le prime iniezioni erano appena iniziate, quando Pfizer presentava agli investitori l’“opportunità” di una terza inoculazione. “Ho contestato solo quella affermazione, sono un grande estimatore di Ranucci e di Report”, assicura Andrea Ruggeri, di Forza Italia. Un po’ oltre è andato Michele Anzaldi, di Italia Viva, con il collega Davide Faraone: in un’interrogazione accusano Report di “teorie complottistiche antiscientifiche”. Ma anche Anzaldi frena. Ricorda di essere “intervenuto per ultimo”, chiede anche lui “equilibrio”, dice che “il servizio pubblico non è un giornale, che uno si rilegge finché non lo capisce. La tv la si ascolta mentre si chiede ai bambini se hanno fatto i compiti!”. E le teorie complottiste? “Non l’avrei scritto”, riconosce. Non sarà che Iv si è irritata per il successivo servizio di Report, quello su Renzi e l’Arabia Saudita? “Non volevo intervenire sui vaccini – confessa Anzaldi –­perché sapevo che mi avreste contestato questo, ma su Renzi e l’Arabia Saudita è la sesta volta che lo fanno…”.

“Vaccino agli under 12: perché mi sono astenuto”

Il comitato consultivo dei Centers for Disease Control and Prevention Usa ha autorizzato ieri all’unanimità il vaccino Pfizer per la fascia di età 5-11 anni. Precedentemente si era espressa la Food And Drugs Adiministration, con 17 voti a favore e un astenuto, Michael Kurilla, direttore della divisione innovazione-clinica del National Institutes of Health, che così – raggiunto dal Fatto – motiva il suo voto: “Per i bambini sani l’equilibrio tra rischi e benefici non è ancora chiaro”. E aggiunge: “I dati in nostro possesso, e trasmessi dagli analisti del Cdc alla Fda, indicano come il 40% dei bambini under 12 potrebbe già essere stato infettato da Sars-CoV-2”.

Direttore, lei si è astenuto.

Ritengo che i dati su sicurezza ed efficacia presentati da Pfizer siano ancora limitati. Del resto anche Eric Rubin, del New England Journal of Medicine e membro del comitato Fda, ha detto che ha “votato a favore con un peso sulla coscienza”. Il basso rischio Covid per i bambini è da valutare meglio rispetto al potenziale rischio di reazioni avverse, come la miocardite grave. È un evento molto raro, ma negli adolescenti l’incidenza è comunque lievemente superiore a quella riscontrata negli adulti, soprattutto nei maschi. Ma c’è da considerare che, mentre i dati di Pfizer per i bambini sono stati raccolti su 1.518 soggetti testati, nel caso dei giovani adulti parliamo di un “campione” molto più ampio: circa 6-9mila.

Il test è stato fatto su due gruppi da 5 a 11 anni: uno vaccinato con 10 mg di Pfizer e l’altro (750 bambini) trattato con placebo. Per un totale di circa 1.518 under 12. Il vaccino – si legge – è risultato “efficace al 90,7%”.

La valutazione dell’efficacia si è basata interamente sui casi sintomatici. Non ci sono stati casi di malattia grave in nessuno dei due gruppi, quindi non è stata possibile valutare la protezione dalla malattia grave, ma solo dal contagio. Inoltre, poiché il test era limitato ai sintomi riconosciuti, non è stato possibile valutare l’entità della protezione dalle infezioni asintomatiche.

La Commissione che valuta i vaccini (Jcvi) nel Regno Unito ha concluso che quasi tutti i bambini e i giovani sono esposti a un rischio molto basso da Covid-19.

I dati parlano da soli: 1,9 milioni di casi riconosciuti e 94 decessi (0,0005%, ndr), ma il vero numero di chi ha avuto il Covid potrebbe essere almeno doppio, le stime delle infezioni asintomatiche sembrano aumentare con il diminuire dell’età, il raddoppio potrebbe essere anche una sottostima.

Nel documento presentato da Pfizer si afferma che per i bambini è stato cambiato un ingrediente “per fornire un vaccino con un migliore profilo di stabilità”.

Non è insolito che cambiamenti tali avvengano man mano che si generano dati nuovi.

Cosa prevede che accadrà nei prossimi mesi? Si passerà anche a vaccinare i neonati di 6 mesi?

La campagna vaccinale segue le determinazioni dei Cdc. Ridurre l’età di somministrazione, generalmente fino a sei mesi di vita, è la via abituale per ottenere l’indicazione pediatrica per i vaccini, ma Pfizer e altri produttori dovrebbero rispondere con più dati. Occorre aspettare più dati di sicurezza su un gruppo di età più avanzata, specie quando si usa una dose inferiore.

Quando usciremo dalla pandemia?

Dipende da una serie di fattori su cui incidono le nostre scelte di sanità pubblica.

Fuga dalle 3e dosi: solo 1 su 3. L’ipotesi di farle agli over40

La prima circolare con la quale il ministero della Salute ha dato le indicazioni alle Regioni sulla somministrazione della dose aggiuntiva di vaccino anti-Covid (per i fragili, i trapiantati e le persone con insufficienza renale cronica, in dialisi) e della dose booster (il richiamo ad almeno sei mesi dal completamento del ciclo vaccinale) risale al 14 settembre scorso. Provvedimento al quale il ministero ha fatto seguire le disposizioni del 27 settembre e dell’8 ottobre, che hanno stabilito le priorità: over 80, ospiti e addetti delle Rsa, poi a seguire operatori sanitari e sociosanitari e gli over 60. Ma, da allora, la terza dose del siero è stata somministrata a nemmeno il 30% della platea interessata dal secondo round della campagna vaccinale. Per la precisione, il 28,90 % (dato aggiornato alle 18 di ieri): con la dose aggiuntiva che ha raggiunto poco più del 32% dei fragili, e quella booster il 28,33% delle persone interessate. In tutto circa 1,7 milioni di dosi, che alla fine hanno riguardato nemmeno il 3% della popolazione.

Numeri che arrivano nel giorno in cui l’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, ha dato il via libera al richiamo con i vaccini a mRna, quindi Pfizer o Moderna, anche per chi ha ricevuto la monodose Johnson&Johnson, siero a vettore virale.

Il ritardo di questo secondo giro di campagna vaccinale in realtà sembra il sequel di un film già visto, un’Italia a due velocità che riflette anche la percentuale nelle varie aree del Paese degli irriducibili del no al vaccino e degli indecisi che ancora rimandano la prima somministrazione.

Il governo entro l’anno, come già dichiarato, vuole aprire il capitolo terza dose anche per i cinquantenni. E ora, come ha appreso il Fatto , si sta pensando di accelerare ulteriormente, e sempre entro la fine di dicembre, estendere la raccomandazione anche agli over 40.

Per ora, è certo che in tante regioni la campagna della terza dose procede al rallentatore. E che le ritardatarie sono in massima parte quelle dove è maggiormente elevata la quota di popolazione che non ha fatto ancora nemmeno una dose, più alta di quella media nazionale, che è del 13,6%. Parliamo di Sicilia, Calabria, Campania, Friuli-Venezia Giulia, provincia di Bolzano, Veneto, Basilicata. La Sicilia, per esempio. Ha 5 milioni di abitanti, i non vaccinati sono il 20,4%. E con le terze dosi, da una settimana a questa parte, ha fatto una media di 2.500 somministrazioni al giorno. La Puglia, che conta 3,9 milioni di residenti, nello stesso periodo mediamente ha accumulato più di 3.200 dosi quotidiane. Adesso corrono il Lazio, l’Emilia-Romagna, il Piemonte, la Lombardia. Il Veneto, con una popolazione di quasi 5 milioni, non supera una media di 4.600 inoculazioni, sempre al giorno, mentre l’Emilia-Romagna, che di abitanti ne ha poco più di 4,4 milioni, viaggia sulle 7 mila quotidiane. C’è poi il caso di Bolzano, 534 mila residenti, per il 19% non vaccinati (e qui non arriviamo neanche alle 400 dosi al giorno) e della Campania, altra regione che ha una quota alta di no vax (15,9%) e che ha in pratica lo stesso numero di abitanti del Lazio: qui si procede su una media di 4 mila. Va ricordato che in Campania il governatore Vincenzo De Luca ha però scompaginato tutto, dando disposizione alle Asl di procedere entro novembre con il personale scolastico. Una eccezione la Basilicata, 548 mila abitanti. Il tasso di non vaccinati è inferiore al dato medio nazionale, ma per le terze dosi non si arriva alle 330 al giorno.

C’è però un’altra spiegazione possibile dei ritardi. Riguarda il personale sanitario e sociosanitario, per il quale la dose booster non è obbligatoria. Cosa che potrebbe frenare non pochi medici, infermieri, Oss, nonostante una recente sentenza del Consiglio di Stato – che ha respinto l’istanza di alcuni operatori sanitari non vaccinati – abbia aperto la strada all’obbligo per questa categoria anche della dose booster.

L’ultimo incantesimo

L’“informazione” ormai fabbrica incantesimi: crea un mondo di fantasia a suon di magie, anzi bugie, ci convince che quella è l’unica realtà possibile e auspicabile; poi qualcosa rompe l’incantesimo e torniamo sulla terraferma, ma senza neppure il tempo di riprenderci, già rapiti come siamo da un nuovo sortilegio. Quello di B. durò 17 anni sia per i berlusconiani sia per gli oppositori, convinti che lui fosse il nonplusultra della modernità e dediti a berlusconizzarsi sotto mentite spoglie di blairismo, riformismo e garantismo. Poi bastò un pugno di mignotte (ben più gravi di tutto il resto) per rompere l’incantesimo. Ma eravamo già tutti avvolti dal sacro loden di Monti: altri due anni buttati. Poi tutti ai piedi di Re Giorgio, che non poteva lasciare il Colle a nessun altro in nome del Pil, dello spread, dell’Ue, degli Usa, del mondo, per salvarci dalla catastrofe. Di cui però non si vide traccia quando, dopo 21 mesi di bis, Napolitano se ne andò e arrivò Mattarella. Intanto erano già tutti persi dietro il Rottamatore che, come il Papi putativo, doveva inaugurare un nuovo ventennio (almeno): durò un biennio.

Allora tutti a vaticinare l’apocalisse prossima ventura per le orde populiste alle elezioni del 2018 e i governi Conte a trazione grillina: l’Italia fuori dall’euro, anzi dall’Ue, anzi dalla Nato, procedure d’infrazione, spread, Troika e ventennio salviniano. Invece nulla di tutto questo: ottime riforme tranne un paio, spread giù, due procedure Ue sventate, Italia decisiva per l’elezione di Ursula, Salvini scoppiato, buona gestione della pandemia, 209 miliardi di Recovery. Un anno fa, il nuovo incantesimo a suon di balle: Pnrr in ritardo e bocciato dall’Ue, vulnus democratico per Dpcm, stato di emergenza, delega ai servizi, banchi a rotelle, vaccini flop; e tutto il mondo in preghiera per il Nuovo Avvento da Città della Pieve. Ora siamo all’ultimo sortilegio. Dopo il flop del G20 e i complimenti di Draghi a Draghi per il “successo” di Draghi, molti iniziano a domandarsi: ma che ha fatto di memorabile in 9 mesi? Perciò tv e giornali ripetono ossessivamente che ci ha salvati da non si sa bene cosa, ma avremo ancora bisogno di essere salvati per una decina d’anni (almeno), infatti il Pil, lo spread, l’Ue, gli Usa, il mondo, senza scordare Giorgetti, Brunetta e Di Maio, lo vogliono a Palazzo Chigi e al Quirinale, magari contemporaneamente: se ci lascia, è finita. Come B., Monti, Renzi e Napolitano. Che però ci lasciarono tutti e la vita continuò nell’indifferenza generale. Come nel resto del mondo, dove i governi li decidono gli elettori senza chiedere il permesso al Pil, allo spread, all’Ue, agli Usa, al mondo. Forse perché, essendo maggiorenni, hanno smesso da un pezzo di credere alle fiabe.

“Le persone mi interessano per come sono, non per le foto”

“Berretto blu da marinaio, sciarpa bordò, borsone e in mano una piccola Leica”. Così Angelo Ferracuti – giornalista e autore di reportage narrativi sul tema del lavoro – rievoca Mario Dondero nel suo Non ci resta che l’amore, in libreria per il Saggiatore.

Complice la città di Fermo, paradossale domicilio per un “viaggiatore indomito” come Dondero, il marchigiano Ferracuti stringe una fraterna amicizia con la leggenda del nostro fotogiornalismo, milanese con la Genova paterna nel cuore. “Faulkneriano come certi aristocratici di campagna”, Dondero ha lasciato un archivio con seicentomila scatti, che mescolano celebrità e persone comuni: da Fidel Castro a pescatori portoghesi, da Pablo Picasso a operai francesi in sciopero. Per dirla con l’amico scrittore Francesco Biamonti, uno che “si è messo in testa di avere un forte, definitivo appuntamento con l’angelo della Storia, e corre qua e là a cercarlo, tre macchine fotografiche logore, consumate, appese alla spalla. Dall’Africa salta in Siberia, e poi te lo ritrovi a Parigi, in Liguria, di ritorno da qualche altra parte”.

Dondero paragonava il suo lavoro al gioco del biliardo con la stecca: “Ci vuole calma e gesso”. Ha passato la vita più sui treni che nei salotti, fedele al motto “Una foto vale più di mille parole”. Nessuna estetica del bello. Il bianco e nero di Dondero non bada all’aspetto formale. L’intensità della denuncia prima di tutto: “Non è che a me le persone interessino per fotografarle, mi interessano perché esistono”. Talmente vero che Corrado Stajano – uno dei testimoni che Ferracuti interpella in questa sua ricostruzione biografica – sentenzia: “Il suo proposito era cogliere gli uomini così come sono, in una luce di verità”.

Dopo la Resistenza in Val D’Ossola, Dondero ha il suo battesimo nella Milano degli anni 50. Sono gli anni del Jamaica, latteria dove si mescolavano operai e artisti, “un mondo fumoso e di discussione continua”. Luciano Bianciardi, sodale di quella parabola scapigliata, così immortala Dondero nel suo La vita agra: “In bagno c’è il fotografo Mario che sogna Parigi e canta le rififi…”. È un uomo di sinistra, umile e generoso, che si fa amare anche per il suo tocco di romanticismo cosmopolita: “Nella sua voce sentivi allo stesso tempo il vento di Genova, i bicchieri sullo zinco del Jamaica, le gambe delle donne parigine”.

Già Parigi, il mito della Francia inseguito a ogni costo. All’ombra della Torre Eiffel gli capita di consumare aperitivi con Tristan Tzara, uno dei padri del dadaismo. Nel 1959 firma una delle sue immagini più celebri, quella che cattura gli scrittori del Nouveau roman: Beckett, Simon, Sarraute, Mauriac, Robbe-Grillet. Foto di gruppo rubata con allégresse et hâte (in fretta e allegramente). Il suo sguardo resta al laccio della letteratura se è vero che nella Roma degli anni 60, grazie ai risotti di Laura Betti in via del Babuino, conosce gli intellettuali della capitale: Parise, Volponi, Moravia. Ma è con Pasolini il legame più duraturo. Fotografa i set di due film, La ricotta e Comizi d’amore, e ritrae il poeta con la madre Susanna nel loro appartamento all’Eur.

Per la collana “I narratori” della Feltrinelli incornicia volti in copertina: Dürrenmatt per Giuochi patibolari, Grass per Il tamburo di latta. Eterna Roland Barthes con i suoi allievi in un bistrò, Marcuse che parla agli studenti nel Sessantotto francese, Sanguineti con bambini che fanno bolle di sapone su un balcone.

Ferracuti menziona un episodio che rende lustro al coraggio civile di Dondero: nel 1968, in una Atene sotto il regime dei colonnelli, riesce a scattare fotografie al processo contro Panagulis. Intercettato dai gendarmi ha il guizzo di passare il rullo a Camilla Cederna e a consegnarne uno vuoto.

Dondero è stato uno “scrittore con la macchina fotografica”, per rubare la bella definizione di Ferracuti, un inesauribile romanzo vivente, un fotografo che se ne fregava della fotografia, “uno che preferiva essere ricordato per aver amato gli uomini” e proprio per questo un maestro suo malgrado.

“Due poliziotti erano seduti in casa mia. Sentii una vampata di paura: forse cercavano l’erba”

Così sono arrivata qui, dice Rennie.

Il giorno prima, Jake se n’era andato. Verso le cinque ero tornata a casa a piedi dal mercato, con in mano il sacchetto della spesa e la borsetta. Non avevo granché da portare, ora che Jake non c’era più, e meno male, perché mi dolevano i muscoli della spalla sinistra e non ero stata costante con gli esercizi. Gli alberi lungo la strada avevano cambiato colore e le foglie cadevano sul marciapiede, gialle e marroni, e io pensavo: Be’, non va poi così male, sono ancora viva.

Il vicino di casa, un anziano cinese di cui non conoscevo il nome, stava sistemando il suo giardino. Quello di fronte a casa mia era stato lastricato per poterci parcheggiare la macchina. Segno che il valore della strada stava aumentando e che nel giro di qualche anno mi sarebbe toccato traslocare, anche se ormai avevo smesso di ragionare in termini di anni. Il vicino aveva strappato le piante secche, e a colpi di rastrello stava trasformando il terreno in un rettangolo in rilievo. In primavera piantava cose di cui ignoravo i nomi. Ricordo di aver pensato che avrei dovuto impararli, se intendevo vivere lì.

La macchina della polizia la notai, l’avevano lasciata vicino al parchimetro come un’auto qualsiasi, senza i lampeggianti accesi, ma visto che era a qualche porta di distanza non ci badai più di tanto. Laggiù si vedono molte più automobili della polizia di quante non se ne vedano più a nord.

Il portoncino era aperto, e in una giornata così calda non era poi così strano. La vicina del piano di sotto, una vecchia che non è la padrona di casa ma si comporta come se lo fosse, ha dei gatti e le piace lasciare socchiusa la porta in modo che possano andare e venire dallo sportello. “Il buco dei gatti” lo chiama Jake; o meglio, lo chiamava.

Anche la porta del mio appartamento in cima alle scale era aperta. C’era gente dentro, uomini, sentii che parlavano, poi una risata. Non capivo chi potesse essere, non era Jake e in ogni caso non pareva importargli di rendere nota la sua presenza. La chiave era sotto lo zerbino, dove la lascio sempre, ma il bordo dello stipite era scheggiato e la serratura era stata tolta. Entrai in soggiorno, fra i mucchi di libri che Jake aveva inscatolato e lasciato lì. Niente era stato spostato. Dalla porta della cucina vedevo piedi e gambe, piedi lucidi, gambe accavallate. Due poliziotti erano seduti al tavolo. Sentii quella brusca vampata di paura, quella di quando arrivi in ritardo a scuola, o vieni sorpresa sulla scala dei maschi, ti fai beccare. L’unica idea che mi passò per la testa fu che cercassero l’erba.

Atwood, l’ancella estrema

Da bambina Rennie ha imparato tre cose: tenere la bocca chiusa, non dire quel che non va detto, guardare e non toccare. Fosse stata uomo? Le sarebbe stato insegnato altro. In Lesioni personali, quinto romanzo della canadese Margaret Atwood, pubblicato nell’81 e finora inedito in Italia (è in libreria da domani con Ponte alle Grazie), uscito quattro anni prima de Il racconto dell’ancella, si rintracciano i temi che ne definiscono la prolifica produzione: separazione tra opposti, specie tra femminile e maschile; logiche di possesso, controllo e abuso; il corpo femminile come terreno su cui si stabiliscono ruoli e relazioni; il sesso atto di potere; le logiche patriarcali e il conseguente invito a costruire e potenziare identità e consapevolezza come arma di difesa.

Rennie, cresciuta in un puritano paesino dell’Ontario, da cui scappa negli anni 70 per studiare a Toronto, non saprà evitare – complici le tre cose che ha disgraziatamente imparato – che gli uomini siano “un amo in un occhio, un amo da pesca”, come recita una lirica della raccolta Esercizi di potere. Atwood sostiene che le sue protagoniste soffrono perché la maggior parte delle donne con cui parla soffre. Alcune reagiscono, come Difred nel Racconto dell’ancella o Grace ne L’altra Grace, altre subiscono, come Rennie, e si lasciano dilaniare perché non si bastano o non sanno usare la propria voce non avendone sviluppata una.

Per scappare da se stessa, da una relazione finita, dall’impressione di aver perso valore dopo una mastectomia parziale, parte per un’isola dei Caraibi per scrivere – è giornalista – un reportage di costume sul luogo. Fugge dove nessuno sa nulla di lei con l’illusione di mettersi al sicuro, anche dai giudizi; si allontana dall’idea di essere esposta, attaccabile, sensazione amplificata dall’irruzione di uno sconosciuto nel suo appartamento e da un pezzo di corda lasciato sul letto. “E se tiravi la corda cosa veniva su? Alla fine della corda c’era qualcuno. Tutti hanno una faccia, non esistono sconosciuti senza volto”.

Le corde possono, simbolicamente e non, immobilizzare, togliere aria, limitare, è così anche nel bondage. Il viaggio non sarà il rimedio facile per (ri)trovarsi. Rennie alloggerà in un albergo deprimente, incapperà in uomini ambigui che l’imbamboleranno, sarà invischiata in affari di droga, traffico d’armi e reti di torbide relazioni tra soggetti in lotta per la supremazia politica, quella che rende leciti anche gli atti più estremi, incrocerà donne “difettose” dunque brutalizzate.

La violenza è sempre tragica, anche quando è sorda. Dal suo compagno designer, Rennie si è fatta maneggiare come un prodotto di cui si cura il packaging e lui l’ha desiderata fin quando lei ha giocato a fare la preda in fuga. Quando spezza il meccanismo sessualmente ludico, provata nell’anima dal tumore, lui diventa impotente e cala il sipario. Dal medico che l’ha operata, l’unico che secondo lei l’ha davvero vista “dentro”, si aspetta compassione e desiderio ma verrà rifiutata con una scusa vigliacca: “Sei emotivamente fragile, non voglio approfittarmene”. Da sempre abituata a essere “decente”, neutrale, invisibile, fa stabilire agli altri chi deve essere, nelle relazioni e sul lavoro. Diversamente non si sarebbe ridotta a scrivere di frivolezze, rossetti, tacchi, salopette di jeans, colazioni da femminista. È l’assenza di scavo interiore, che rima con rinuncia, a renderla vulnerabile, fin stupida, e cacciarla in frangenti drammatici come l’arresto con l’accusa di voler boicottare le elezioni isolane.

Rennie ha sempre galleggiato per paura delle profondità – Atwood fa apposta a metterla in difficoltà e non la perdona – e l’orrore che vive dove credeva sarebbe stata protetta assume senso in virtù di un possibile risveglio di coscienza. Pur avendo barattato la scarcerazione col silenzio, il ritorno in Canada, da innocente qual è, dopo aver visto la compagna di cella massacrata al punto che la sua bocca era “un frutto schiacciato da un’automobile”, è potenziale occasione per essere finalmente “indecente”, dire la verità facendo vero giornalismo, stare dalla parte di chi viene ammutolito per smania di potere. L’oppressione impedisce d’immaginare la piena umanità del prossimo, quello contro cui Atwood combatte, e se l’immaginazione fosse una cosa trascurabile e l’atto di scrivere un fronzolo nessuno si preoccuperebbe di silenziare chi tenta di disegnare nuovi mondi, mai solo per se stesso.

L’Isis attacca l’ospedale con i kamikaze: almeno 23 morti

Kabul torna a sanguinare. È arrivato correndo in moto l’attentatore suicida che ieri si è fatto esplodere all’ingresso dell’ospedale militare Sardar Mohammad Daud Khan. Era circondato da uomini armati che hanno aperto il fuoco finché non sono stati uccisi. Almeno 23 persone hanno perso la vita e oltre 50 sono rimaste ferite, ha riferito il ministero della Salute di Kabul. Nel mirino degli attentatori è finita la più grande struttura sanitaria militare della Capitale, da 400 posti letto. Come riferito dai funzionari del ministero degli Interni talebano, quattro complici del kamikaze sono stati neutralizzati in seguito alle due esplosioni e a un’intensa sparatoria. Un quinto uomo, ha riferito il portavoce dell’Emirato afghano Bilal Karimi, è stato invece arrestato. Torna il fumo nei cieli di Kabul e finisce di nuovo nei social media: sono stati i residenti della Capitale a diffondere le prime foto delle due esplosioni, avvenute a distanza di pochi minuti l’una dall’altra, a Wazir Akbar Khan, nell’aerea dove hanno sede alcune ambasciate.

Nessuno ha ancora rivendicato l’attacco, che sembra però ripercorrere modalità e paradigmi degli altri attentati avvenuti nella Capitale da quando i talebani hanno preso il potere: gli autori sono quasi sicuramente i membri della divisione afghana dello Stato Islamico, che nel Paese prende il nome di Isis-K, con l’iniziale della regione del Khorasan. Anche medici e infermieri, intervistati dall’agenzia di stampa Bakhtar, hanno riferito di aver visto combattenti dell’Isis avventarsi contro i talebani armati all’entrata dell’ospedale. Gli ultimi più feroci attentati compiuti dallo Stato Islamico in Afghanistan risalgono a inizio ottobre: a Kunduz, nel nord-est del Paese, quasi nei pressi del confine tagiko, un killer suicida ha fatto strage di civili facendosi esplodere in una moschea sciita. Più di una volta i miliziani hanno colpito mortalmente Jalalabad, città a est di Kabul, non lontana dal confine pachistano. Dodici persone sono invece morte durante i funerali della madre del portavoce talib Zabihullah Mujaid. La cerimonia funebre è avvenuta nella moschea Eid Gah, proprio nel cuore di Kabul, che i jihadisti hanno ormai dimostrato di poter assaltare. Nonostante i talebani riferiscano spesso di eliminare cellule del Califfato, gli uomini neri dell’Isis-k continuano a operare nel territorio.

Interpreti, odissea a Kabul: “La Turchia ci abbandona”

Tutti i giorni, alle prime ore del mattino, scrive a giornalisti, attivisti e membri della Nato. Chiede sempre la stessa cosa: “Cosa ne sarà di noi?”. Almas Ahmadi, 26 anni, portavoce dei traduttori afghani che hanno lavorato per i battaglioni turchi, riferisce che raramente qualcuno risponde. Chi lo fa, non sa come salvare lui e gli altri interpreti, cuochi e addetti alle pulizie che sono stati al servizio dell’esercito turco dal 2001 al 2021. Ahmadi firma gli appelli che manda in giro a nome del gruppo Left behind, “lasciati indietro”: abbandonati, come migliaia di afghani che hanno prestato servizio nelle strutture Nato, e adesso rischiano le rappresaglie degli islamisti. Ahmadi parla dari, pashto, turco e inglese. Ha lavorato per l’Alleanza Atlantica fino a quando i talib hanno assediato Kabul: “Sono scappato per non mettere in pericolo i miei parenti, che non vedo da mesi. Ammazzeranno noi, poi le nostre famiglie. Oppure le nostre famiglie e poi noi. Ma moriremo tutti”.

I Paesi Nato “dovrebbero salvare chi li ha salvati” finché erano qui. Invece, dice l’interprete “ci hanno lasciato in pericolo di morte. I talebani cercano informazioni su noi traduttori nei cellulari dei nostri conoscenti, che vengono sequestrati e spesso picchiati”. Murati vivi nei loro nascondigli, prigionieri del terrore e del timore di essere scoperti, i traduttori sono stati accolti mesi fa nella sede diplomatica di Ankara e rassicurati sulla loro immediata evacuazione verso la Turchia o il Qatar, poi “hanno smesso semplicemente di risponderci e aprirci i cancelli per riceverci all’ambasciata. Non esiste un piano o una volontà per aiutarci”. Prima cercavano salvezza, dice Ahmadi riferendosi a lui e ai suoi colleghi, ora solo una via di fuga. “Viviamo nella paura, nel nervosismo, nella disperazione. Noi non vogliamo fare la fine dell’interprete olandese”. Oltre ad Ankara, anche l’Aja non è stata decisa o celere nel salvare i suoi duemila traduttori: uno di loro, il cui nome figurava nelle liste dei voli che sarebbero dovuti decollare verso Amsterdam, è stato ammazzato qualche giorno fa. Scovato dai talebani, è stato crivellato all’istante sulla soglia di casa, davanti agli occhi della famiglia, a colpi di kalashnikov. “Ci vendicheremo”. Sta scritto nella lettera spedita agli altri interpreti olandesi che ora dovranno presentarsi alla Corte talebana per essere giudicati: sono “responsabili della morte dei combattenti”, hanno “accettato soldi disonorevoli e proibiti” degli invasori. Se decideranno di scappare, il prezzo verrà pagato dai loro parenti con una “punizione per dare una lezione ai traditori”.

Una fuga oltreconfine non assicurerebbe salvezza. Se anche ci fosse un modo per raggiungere la frontiera serrata del Pakistan, spiega il portavoce, non ci sarebbe garanzia di sopravvivenza: “Molti soldati dell’esercito afghano che si sono rifugiati lì, sono stati raggiunti dai talebani pachistani e sono stati puniti. Non esistono talebani pachistani o afghani: esistono i talebani e sono un solo gruppo”. In questi anni in America sono stati accolti circa 50 mila interpreti con le loro famiglie, “ma i turchi non hanno un piano”: i soldati di Ankara, unico membro Nato di religione musulmana, sono rimasti sul territorio per vent’anni, ma non tutti sono scappati con l’arrivo dei combattenti islamici. Le divise turche sono state le uniche a gestire la sicurezza dell’aeroporto Karzai. Sotto gli occhi dei traduttori lì si è svolta “la più grande evacuazione della storia” da cui, Ahmadi insieme ai suoi colleghi, è rimasto escluso.L’ ambigua realpolitik dispiegata sin da subito dal presidente Erdogan e del suo apparato dall’arrivo dei talib permette ai turchi di ottenere un doppio vantaggio: non riconoscono il governo degli “studenti di religione”, ma tentano di trarre benefici da esso. Il ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu, il 14 ottobre scorso ha accolto ad Ankara l’omologo talib Amir Khan Muttaqi, che ha spinto i turchi “ad avere un ruolo attivo e a investire a Kabul”. “Riconoscere e impegnarsi sono due cose diverse” ha detto Cavusoglu invitando la comunità internazionale a salvare l’economia afghana. Gli ha fatto eco l’ambasciatore turco Cihad Erginay che, insieme a diplomatici russi e cinesi, non ha mai abbandonato l’Afghanistan e ha recentemente distribuito alla popolazione tonnellate di aiuti. Poche per sfamare gli afghani, ma abbastanza per i media della propaganda di Ankara, che dei traduttori dei battaglioni turchi non hanno fatto alcuna menzione.