Mps, una grana a Siena per Padoan: il regalo ad Atlante sui crediti

È tutto alla luce del sole e nessuno ha nulla da ridire. Eppure la maxi cessione di “sofferenze” (i crediti inesigibili) del Monte dei Paschi, la più grande mai fatta in Europa, è un groviglio di interessi in cui è chiaro solo chi perde: la banca, costretta alla svendita dalla Bce. E chi fa l’affare (che può valere circa 200 milioni): Quaestio, gestore del fondo Atlante II, e i suoi top manager capitanati dall’economista Alessandro Penati.

Tra un comizio e l’altro nel collegio senese, dove è candidato per il Pd, il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, azionista di controllo dell’istituto passato sotto lo Stato, potrebbe chiarire le anomalie di questa storia che ha creato malumori anche tra i suoi più stretti collaboratori. Atlante è il fondo partecipato da diverse banche, tra cui Intesa e Unicredit, fondazioni, ma anche dalle pubbliche Cassa depositi e prestiti e Poste, messo in piedi in fretta dal governo nella primavera 2016 per salvare le banche italiane creando un mercato delle sofferenze a prezzi non da svendita. Appena nato, però, Quaestio ha buttato 3,5 miliardi nel pozzo nero delle banche venete: soldi bruciati. Con quelli rimasti, più altri versati dalla Sga del vecchio Banco di Napoli (di proprietà del Tesoro, cioè Padoan) ha creato Atlante II: stesso obiettivo, meno risorse. Quaestio Sgr è controllata da una holding lussemburghese di cui il 32% è in mano ai top manager della stessa Sgr (Penati e gli ad Paolo Petrignani e Massimo Tosato) e il 27% alla fondazione Cariplo di Giuseppe Guzzetti, grande sponsor dell’operazione.

Nell’operazione sulle banche popolari venete, ispirata dal Tesoro, Penati ha perso molto. E ha avuto la possibilità di rifarsi proprio grazie al Tesoro, nuovo azionista di controllo di Mps. A dicembre 2016 la banca fallisce il tentativo di aumento di capitale a cura di Jp Morgan e la Bce impone una ricapitalizzazione da 8,8 miliardi che innesca il soccorso statale. Anche in questo caso l’operazione è subordinata alla maxi cessione di sofferenze, 26 miliardi, che Francoforte impone di chiudere in pochi mesi. Già di per sé un diktat del genere significa svendere, ma con l’ingresso dello Stato entra in campo anche la Direzione concorrenza della Commissione Ue che vigila sugli aiuti di Stato. Le regole comunitarie vietano di usare soldi pubblici per coprire perdite future attese. In quel momento il patrimonio di vigilanza (Cet1) di Mps può assorbire un massimo di perdite pari alla cessione dei 26 miliardi di sofferenze a un prezzo del 21% del loro valore nominale messo a bilancio. Che diviene subito il prezzo massimo che Mps può spuntare sul mercato: una posizione perdente in partenza.

Il 28 maggio 2017 Mps concede una trattativa in esclusiva a Quaestio Sgr e ai fondi Usa Elliot e Fortress. Gli ultimi due offrono meno del 20%, e si sfilano. A quel punto iniziano le pressioni su Quaestio affinché accetti il 21%, un prezzo più alto della media di mercato ma sufficiente per garantire un rendimento adeguato a un investitore non aggressivo. Quaestio accetta e avvia una selezione degli “special servicer”, cioè di chi farà il recupero dei crediti, ma chiede e ottiene anche la cessione della piattaforma di Mps per la gestione delle sofferenze (“Juliett”). Nel novembre 2016 la banca aveva chiuso un accordo per cederla a Cerved per 105 milioni, con l’impegno di farle gestire il 33% dello stock di sofferenze in vendita più l’80% che emergeranno in Mps nei successivi 10 anni. Saltato l’aumento targato Jp Morgan, l’affare sfuma. Ad agosto 2017Juliette viene così ceduta a una joint venture tra Cerved e Quaestio Holding Sa (che ne ha il 50,1%), la controllante lussemburghese di Quaestio Sgr, il cui “senior management” ha il 32%. Il prezzo è di 52 milioni, più basso del precedente perché l’accordo prevede solo la gestione dei futuri flussi di sofferenze. Poi però Quaestio Sgr affida a Juliette (ribattezzata “Sirio”) il 50% dei 26 miliardi di sofferenze revocando alcune quote affidate ad altri servicer (un altro 35% va a Dobank, investitore di Atlante).

Molti osservatori hanno storto il naso. In questo modo le commissioni che Sirio incasserà per la gestione delle sofferenze, stimate in circa 500 milioni di euro, andranno per metà agli azionisti di Quaestio Sgr che attraverso Atlante II ha rilevato le sofferenze. Insomma il gestore del fondo da un lato dovrebbe verificare le performance di recupero dei crediti e dall’altro gode dei profitti fatti dal “servicer” che fa capo a lui, in un potenziale conflitto d’interessi a danno dei quotisti di Atlante II, su cui pesano le commissioni. Cerved potrà poi rilevare la quota di Quaestio nella Jv nel 2021 a un prezzo predefinito. Nei mesi scorsi l’ex ministro Paolo Cirino Pomicino ha inviato una lettera al Direttore generale del Tesoro, Vincenzo La Via, chiedendo spiegazioni sulla procedura, ma non ha ottenuto risposta. La Banca d’Italia, per bocca del governatore Ignazio Visco, ha risposto che “i potenziali conflitti d’interesse (…) sono stati sottoposti agli appositi presidi previsti dalle norme”. Fonti interne a Quaestio spiegano che le performance di Sirio sono fissate da contratti vigilati da advisor indipendenti scelti dal comitato investitori di Atlante II che possono essere rescissi.

Chi rischia di perderci è invece Mps. La cessione delle sofferenze avviene attraverso una “cartolarizzazione”, i crediti vengono cioè trasformati in titoli. Quelli meno pregiati (detti mezzanine e junior) vengono rilevati da Atlante; quelli di maggior qualità (senior) potranno invece beneficiare della Garanzia pubblica e rimarranno in pancia a Mps. La loro quantità è data dalla qualità del servicer scelto, valutato dalle agenzie di rating. Sirio non ha buone performance e quindi la banca rischia un’ulteriore perdita. Timori confermati al Fatto da autorevoli fonti del Tesoro.

Albamonte (Anm) e Verna (giornalisti) difendono Fanpage.it

Per i giornalistidi Fanpage – due dei quali sono indagati per induzione alla corruzione per come hanno condotto l’inchiesta sui rifiuti campani – arriva la solidarietà dell’Ordine dei giornalisti e dell’Associazione nazionale magistrati. La videoinchiesta ha portato alle dimissioni dei vertici della società regionale Sma e del figlio del governatore, Roberto De Luca, da assessore a Salerno. Ieri Eugenio Albamonte, presidente dell’Anm, in un seminario dell’Associazione stampa romana, ha difeso il giornale: “Al di là delle tecniche usate, su cui non entro nel merito, Fanpage è tra le mosche bianche nel panorama dell’informazione”. “In Italia c’era una forte tradizione di inchiesta giornalistica – ha aggiunto Albamonte – ma sta venendo meno”. Elogi anche da Carlo Verna, presidente dell’Ordine dei giornalisti: “L’inchiesta di Fanpage ha il pregio della rilevanza sociale. Di tutto il resto si parlerà nei consigli di disciplina, se saranno investiti”.

Dai “gratta e vinci” ai master: i milioni Tap dividono il Salento

Tap, la multinazionale che costruisce il contestato gasdotto Trans Adriatic Pipeline che arriva dall’Azerbaijan, inonda il Salento di milioni di euro. Ha cominciato nel 2014 con la sponsorizzazione delle feste patronali dei Comuni vicini a Melendugno (Lecce), dove arriva il gasdotto. Così a Galatina, accanto ai Santi Pietro e Paolo, è apparso il logo Tap. Poi a Scorrano: una grande scritta Tap al centro delle luminarie per Santa Domenica. Anni fa anche il sindaco di Melendugno, Marco Potì, ricevette in dono un cucchiaio in legno di ulivo con il marchio Tap, che poi è diventato il simbolo della “resistenza”. Al 2014 risale la campagna di comunicazione di Tap da 350 mila euro, “Energia a vocazione turistica”: un concorso web che metteva in palio vacanze in Salento, la “navetta gratuita” tra Lecce e i luoghi di divertimento notturno sulla costa e un “tour sulle spiagge” con “gratta e vinci” e gadget vari “accompagnati da informazioni sul progetto”.

In seguito è stato lanciato il bando Tap Start, ora alla seconda edizione, per finanziare i progetti delle associazioni locali, compresa un’applicazione per segnalare i rifiuti. Offerti 200 mila euro nel 2016 e 400 mila nel 2017 per un totale di 14 associazioni finanziate, tre delle quali vincitrici di entrambe le edizioni. Osserva il sindaco Potì: “Due, Protezione civile centro Cb Eruce e Gruppo nuovoteatro amatoriale, fanno capo alla stessa persona, Luigi Gallo”, rinviato a giudizio a Lecce per truffa alla Asl perché avrebbe usato auto private per il trasporto dei dializzati invece delle ambulanze concordate. Il primo cittadino di Melendugno ha “sfrattato” una delle sue associazioni dai locali comunali: preferisce darli a chi non gode di contributi Tap e “difende il territorio”. L’altra associazione vincitrice di entrambe le edizioni si chiama UniRoca e ne fa parte Cinzia Mazzotta, che ha detto di aver scritto nel 2016 per il ministero dei Beni culturali i saggi archeologici preliminari all’avvio del cantiere. Altre invece, ora che la tensione è salita, vogliono rinunciare al contributo, come l’Associazione sportiva Amatori Calcio Melendugno e Rotaie di Puglia, beneficiaria di 50 mila euro per nuovi itinerari turistici. “Quando il territorio manifesta unanime contrarietà al finanziamento di Tap, non è opportuno accettarlo”, dice Luigi Mighali, presidente di Rotaie di Puglia. Anche la Onlus Erik Carrozzo fa sapere che restituirà 10 mila euro a Tap. Tra i finanziati c’è una squadra di rugby di Trepuzzi, Comune il cui sindaco ha rotto il fronte dei contrari. Nel mirino dei critici sono finiti anche i “giurati” che per un “gettone” da 4 mila euro hanno selezionato i progetti: tra loro il biologo dell’Università del Salento, Ferdinando Boero, coordinatore del progetto da 50 mila euro “Libera il mare”, finanziato da Tap. Qui, come esempio di sito da ripulire, è stata usata usa una foto della spiaggia Le Cesine, Comune di Vernole. Il sindaco è insorto: “Noi le nostre spiagge le curiamo, la foto pubblicata da Tap è vecchia e fuorviante”.

C’è poi il capitolo dei master e dei corsi. È alla seconda edizione il master per la ristorazione “Mena”: 70 mila euro per 32 partecipanti. Il progetto “Tap Academy” per i giovani prevede corsi gratuiti dalla preparazione per l’esame di guida turistica alle specializzazioni per receptionist d’albergo e web developer. E in ultimo, il master a Londra per i professionisti del turismo, definito “vergognoso” dl governatore della Puglia Michele Emiliano: “Vogliono comprare il consenso dei pugliesi, pensando che dimenticheremo i danni che faranno al nostro turismo”. Resta labile il confine tra quella che Tap definisce “responsabilità sociale di impresa” e il più volgare acquisto del consenso. “A Melendugno si è chiesto di dialogare una volta imposto il progetto”, attacca Potì. Peraltro non sembra che il Comune abbia bisogno di aiuto nel turismo: nell’estate del 2017 ha visto aumentare le presenze fino a 465.663; gli alberghi in tre anni sono aumentati del 30,9%.

Tra i finanziamenti di Tap ci sono anche i 70 mila euro alle due cooperative di pescatori di San Foca. Per i No Tap sono “risarcimenti per avergli impedito di lavorare”; per Tap, invece, è “un accordo a cui ne seguiranno altri”. Il senior media advisor di Tap, Luigi Quaranta, aggiunge: “Il turismo in Salento può essere uno straordinario contorno ma serve la ciccia”.

Vediamo allora la “ciccia”. Ci sono discrepanze significative tra lo studio di impatto economico, realizzato da Nomisma Energia nel 2013 per Tap, e il programma presentato al tavolo interistituzionale l’8 novembre scorso, quando De Vincenti sbandierava i 55 milioni di compensazioni e Emiliano lo paragonava a un lobbista. Da un impatto economico locale di 330 milioni annui in fase di costruzione si è passati a 100. E dai 22 milioni annui in fase operativa si è giunti a meno di 5. Dal punto di vista occupazionale, nella prima fase si prevedono 650 lavoratori locali e, una volta a regime, per 50 anni, 40 di cui solo il 60% locali. Ovvero 24 dipendenti. A fronte dei 68.492 disoccupati della provincia di Lecce (aprile 2017).

L’economista Massimo Paradiso dell’Università di Bari, sottolinea che “manca la misurazione dei costi ambientali e sociali e i 5 milioni di euro annui saranno essenzialmente il gettito fiscale imputabile all’esercizio del gasdotto. Il restante equivarrebbe al contributo di due buone pasticcerie”. Per il sociologo, Stefano Cristante dell’Università del Salento, “non siamo più nella comunicazione, siamo nell’imbonimento. Tap lo fa acquistando spazi pubblicitari sui giornali e offrendo il volto di un’azienda comprensiva e buona”. Dal 2014 le pubblicità Tap compaiono sul Nuovo Quotidiano di Puglia, La Gazzetta del Mezzogiorno, il Corriere del Mezzogiorno, Repubblica Bari,Telenorba eTelerama e anche Il Sole-24 ore. Centinaia di migliaia di euro di pubblicità che rientrano nei 12 milioni di investimenti in Italia annunciati da Tap, che però è svizzera e non deposita bilanci in Italia, benché sia partecipata al 20% da Snam, controllata da Cassa Depositi e Prestiti. E goda di finanziamenti pubblici, come quello della Banca europea per gli investimenti per 1,5 miliardi.

Il vero vincitore della campagna elettorale: il contabile

La novità più straordinaria di questa campagna elettorale non è il ritorno di Silvio Berlusconi (non è una battuta), né l’audacia costituzionale dei 5 Stelle che mandano al Colle la lista dei ministri addirittura prima che si voti, né altre pur apprezzabili alzate d’ingegno di questo e quello, ma il trionfo di una figura mai vista prima così al centro del dibattito pubblico: il contabile. Ormai nessuno può dire più nulla senza che arrivino il professore col curriculum in inglese, il sociologo con l’hobby dell’economia, il giornalista watchdog (o dogsitter, alla bisogna), il politico avversario o figuri d’altro genere a urlare: “E le coperture?”. Vuoi abolire la Fornero, dare reddito ai più poveri, investire in infrastrutture, comprare grosse armi o riparare il rubinetto del ministero? E quelli: “E dove li trovi i soldi? E il debito pubblico?” (invece Bonino: “E l’Europa?”). L’idea che il bilancio dello Stato non funzioni come quello di una famiglia (monoreddito) non li sfiora: “Tutta la condotta della vita era stata ridotta a una specie di parodia dell’incubo di un contabile”, scriveva molti anni fa John Maynard Keynes parlando dell’Ottocento a cui sembriamo voler tornare. Il trionfo del contabile e delle sue coperture sono sintomo inequivocabile di miseria culturale e morale: “Siamo capaci di chiudere la porta in faccia al sole e alle stelle perché non pagano dividendo” (sempre lui). Sarebbe bene che i nostri amici col pallottoliere ricordassero, se è lecito maramaldeggiare proprio con Keynes, che nel lungo periodo saremo comunque tutti coperti: da una lapide.

Matteo, ovvero lo smemorato del Nazareno

La paura, si sa, tende a fare brutti scherzi. Senza dire che, caso mai uno fosse superstizioso, bisogna fare i conti pure con un’angosciante coincidenza di date (4 dicembre-4 marzo). Sarà per questo che il nostro coriaceo Matteo Renzi si mostra, in questi ultimi scampoli di campagna elettorale, assai confuso. Anzi, proprio smemorato.

Lunedì mattina,durante un’intervista a Sky, ha spiegato che anche in caso di sconfitta lui non farà passi indietro. E qui, si badi bene, per sconfitta non s’intende che i Cinque Stelle saranno il primo partito o il centrodestra la prima coalizione, ma che il Pd scenderà sotto la soglia di sopravvivenza del segretario, che si è abbassata dal 25% di qualche tempo fa (la cosiddetta “soglia Bersani”) al più recente 20. Gli ultimi sondaggi davano il Pd al 22%: sono solo sondaggi, vero, ma del resto lo erano anche quelli che davano il No in netto vantaggio, nonostante la propaganda del Nazareno facesse trapelare notizie trionfali sul successo del Sì. Sorti personali a parte (saranno poi fatti del Partito democratico e dei suoi militanti), Renzi è tornato a parlare proprio del referendum: “Se il 5 marzo non ci sarà maggioranza è anche perché si è voluto dire di no a una riforma costituzionale che semplificava il sistema elettorale”. Oibò. E pensare che noi eravamo proprio convinti di aver votato contro l’abolizione del Senato eletto dai cittadini e lo stravolgimento di un terzo della Costituzione, riscritta così male che manco il libretto d’istruzioni della lavatrice. In realtà Renzi stesso era convinto che il quesito riguardasse, come in effetti era, la riforma costituzionale. Guardate cosa diceva il 9 giugno 2016, ancora premier, mentre si trovava al summit Nato di Varsavia: “Edi Rama, il premier albanese che ogni mattina legge tre giornali italiani, mi dice: dai Matteo e cambiala questa legge elettorale se vuoi vincere il referendum. Ho dovuto faticare non poco per fargli capire che il referendum non è sulla legge elettorale, è su altro, sulla riduzione del numero dei parlamentari, sulla fine del bicameralismo, chi vota Sì è per cambiare le cose, chi vota No le lascia come sono oggi con il Parlamento più costoso e con le procedure più contorte fra tutti i Paesi Nato”. E aggiungeva: “Non essendo oggetto del referendum non capisco perché si colleghi la legge elettorale con il referendum”.

In effetti quella legge elettorale, l’Italicum, era stata approvata a colpi di fiducia nel 2015 con un’entrata in vigore differita a luglio 2016. Al di là di tutto, bisognerebbe dotare lo smemorato del Nazareno di qualche post-it: l’Italicum (disegnato con un premio di maggioranza che scattava al superamento del 40%, cioè sulla base della vittoria del Pd alle Europee 2014) valeva comunque solo per la Camera. E in ogni caso la legge che “mezza Europa” ci avrebbe copiato (dichiarazioni di Renzi e Boschi, marzo 2015) è stata dichiarata incostituzionale dalla Consulta un anno fa, motivo per cui è stata partorita – in fretta e furia e sempre a colpi di fiducie parlamentari – questa meravigliosa nuova legge detta Rosatellum con cui ci apprestiamo a votare domenica. Ma, ancora prima di venire battezzata, già si parla apertamente di cambiarla perché “produce ingovernabilità”. Addirittura si dice che potrebbe essere l’oggetto sociale di un eventuale governo di scopo: rifare la legge elettorale e poi tornare al volo alle urne. Domanda ai cosiddetti leader: ma voi, oltre a prenderci in giro con dichiarazioni che stravolgono la realtà dei fatti, esattamente che lavoro fate?

Sopravvivere alla notte del 4 marzo: un foulard per reggere la mascella

Solo una manciata di ore ci separa dal fatidico 4 marzo, dalle maratone televisive, dagli exit-poll, dalle simulazioni, dalla nota giaculatoria “aspettiamo le prime proiezioni” e “aspettiamo i dati veri”. Ora pro nobis. Amen. Una legge elettorale che pare scritta in manicomio da uno che crede di essere Napoleone aumenterà la suspance.

Il Fatto Quotidiano, in collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità, pubblica alcuni consigli per limitare i danni al sistema nervoso centrale durante le dirette elettorali. Seguendo questi semplici consigli e rispettando i dosaggi dei medicinali prescritti sopravviverete alla notte del 4 marzo. Cioè, speriamo.

La spesa. Ricordiamo che le tonnellate di pop corn che ingurgiterete dovranno essere accompagnate da molta acqua. Evitare i superalcolici almeno fino ai primi dati ufficiali del Viminale o alla seconda proiezione di Pagnoncelli (è concessa un’eccezione quando compare la Meloni). Corde e nastro adesivo al reparto bricolage (poi capirete perché). Snack di ogni tipo, compresi quelli non ancora inventati. Una calcolatrice (reparto cancelleria) per quelli che volessero calcolarsi al volo, già al primo exit poll, il loro margine di guadagno con la Flat tax di Silvio, o quella di Salvini.

Postura. Se non avete uno di quei cuscini-collare che si usano per i lunghi viaggi aerei, procuratevi un foulard: vi servirà per tenere su la mascella nei momenti di sconforto. Il divano è sempre il luogo migliore per partecipare alla vita politica del paese così come emerge da queste elezioni, ma consigliamo di non stravaccarsi già dalle prime battute e aspettare i dati del maggioritario a Bologna. Raccomandazione importante per gli elettori Pd: occhio, ragazzi, non è che potete mangiare ansiolitici e antidepressivi come caramelle. Non più di due per ogni proiezione del maggioritario (per il proporzionale: ricordatevi i fermenti lattici e le vitamine).

Ospiti. Vi venisse mai in mente di inviare qualche ospite a vedere l’impareggiabile spettacolo delle dirette elettorali, il consiglio è quello di sceglierli bene: trovarsi all’improvviso in salotto un leghista che esulta agitando il rosario sarebbe micidiale per la vostra reputazione. Un ultras Cinque Stelle che balla sui tavoli o che precipita nel più tetro sconforto ululando alla luna allarmerebbe i vicini. Si consiglia una severa selezione all’ingresso, ma dovesse capitare l’incidente, usate le corde e il nastro adesivo che avete acquistato prima.

Psicologia di base. Non infierite sulle vittime. Se avete accanto qualcuno del Pd non dite quelle cose che sicuramente vi verranno in mente, tipo “Ciaone”, o quel delizioso “Ce ne faremo una ragione” che per anni è stata la parodia renzista del famoso “Me ne frego” del Ventennio. Stategli vicino, invece, consolatelo. Le tisane non funzionano, ma nei casi più gravi provate a dargli ottanta euro (insieme a Ansiolin 25 mg compresse, a stomaco pieno). Si consiglia di tenerli occupati (l’ideale sarebbe un Lego del ponte sullo Stretto, o un puzzle di 8.000 pezzi che ritrae la Serracchiani).

Combattere il torpore. Verso le cinque del mattino può insorgere una certa debolezza, rallentamento dei riflessi, torpore. Si consiglia, per restare svegli, di intavolare un’eccitante discussione sulla legge elettorale che bisogna fare al più presto, ma con quale maggioranza? Rivotare subito? No, giovedì prossimo. No in giugno. No in novembre. Nel caso la discussione decollasse, si consiglia di nascondere alla vista armi da taglio, il coltello del pane o quello che avete usato per la torta alla terza proiezione di Masia per il Senato.

Champagne. Confidiamo che non siate così folli da mettere in frigo una bottiglia di champagne. Nel caso, è più facile che vi servirà per varare un transatlantico che per festeggiare l’esito delle elezioni.

Il berlusconismo ha già vinto

La stampa ha dato maggior rilievo alla dichiarazione di Scalfari di preferire Berlusconi a Di Maio, che non a quella di ritenere lo stesso Berlusconi “adatto alla cosa pubblica”, che era invece ben più impegnativa. Perché ognuno è libero di preferire qualcuno a qualcun altro, come pure di credere a uno invece che a un altro – per esempio a quello che di Berlusconi dice Berlusconi, invece che a quello che di Berlusconi dice Travaglio – ma da chi all’improvviso dice il contrario di quello che ha detto per vent’anni e forse più, uno straccio di motivazione si dovrebbe pur pretendere.

Cosa è cambiato, per giustificare un revirement così clamoroso? Scalfari lo spiegherà se e quando, ispirandosi a Rousseau – che in Rousseau giudice di Jean-Jacques volle dimostrare la coerenza nascosta dietro le sue contraddizioni – metterà mano a un suo Scalfari giudice di Eugenio. Per noi, e per ora, delle due l’una, come amano dire i causidici: o è cambiato Berlusconi o è cambiato Scalfari. Il primo, se è cambiato, certo non è cambiato in meglio, visto che ha continuato a combinarne di tutti i colori con ritmo crescente. Ma che altro dovrebbe fare di più un pover’uomo – o ricco che sia – per essere dichiarato “inadatto alla cosa pubblica”? A tacer d’altro, come pure amano dire i causidici, basti pensare che lui e gli altri del trio, anzi della triade inizialmente al vertice di F. I. non possono più neanche essere definiti personaggi spregiudicati dai loro detrattori per il semplice motivo che sono ormai tutt’e tre pregiudicati a pieno titolo. A cambiare deve essere stato quindi Scalfari, il quale dovrebbe spiegare al se stesso di prima come si possa ritenere “adatto alla cosa pubblica” un signore inibito per legge a ricoprire cariche pubbliche, se non dando per scontato che l’illegalismo di Berlusconi sia davvero una mostruosa invenzione della magistratura per eliminarlo, in combutta con gli autori dei 5 o 6 (il conto preciso si è perso) colpi di stato orditi a suo danno. Il dubbio allora è: sarebbe possibile trovare normale il fatto che Scalfari trovi normale dire quello che dice, se la Weltanschauung berlusconiana non avesse ormai conquistato l’Italia? Un dubbio avvalorato dalla vicenda delle firme occorrenti alla lista Bonino per prendere parte alle elezioni. La Bonino pretendeva di essere esentata da questo adempimento assumendo che l’esistenza del partito radicale non ha bisogno di essere comprovata raccogliendo firme. Solo che la sua non era una lista del partito radicale, il quale anzi, come si sa, invita a non votare per nessuno, quindi neanche per lei (che coi suoi ex compagni, oltre all’invidiabile certezza di avere sempre ragione, e alla meno invidiabile convinzione che non si parli mai abbastanza o abbastanza bene di loro per una qualche congiura cosmico-storica, sembra ormai avere in comune solo certi vezzi linguistici: “quest’oggi”, “quant’altro”, “fare i tavoli” ecc.).

L’altra tesi della Bonino era che la legge da lei contestata non dovesse essere applicata perché altrimenti la sua lista si sarebbe trovata in difficoltà, e quanto meno a essa si dovesse concedere una deroga con una norma ad hoc; soluzione caldeggiata anche da alcuni critici della legislazione ad personam berlusconiana, senza avvedersi che la norma ad hoc, sarebbe stata anche una norma ad personam (o, per così dire, ad listam).

Nemmeno questo argomento ebbe il successo sperato; ma, come nelle fiabe, ecco infine arrivare un principe azzurro nelle vesti di un deputato disposto a testimoniare che nell’ultima legislatura la lista della Bonino era stata rappresentata in parlamento da lui, all’insaputa di entrambi, oltre che del resto del mondo. “E tutti risero”, come nel film di Bogdanovich: non perché la cosa apparisse ridicola, ma per la soddisfazione di vedere gabbata l’iniqua legge: urrà! bene! bravi! bis!

In prima fila, tra i plauditores, tanti (ex?) anti-berlusconiani entusiasti di fronte a una furbesca umiliazione del diritto che prima li avrebbe fatto indignare. Il che non può non rafforzare il timore che il berlusconismo abbia ormai conquistato l’Italia. Qualche scettico blu diceva però che la soluzione sapeva di contratto in frode alla legge, e che si era assistito a un volgare matrimonio d’interesse. Ma come, non lodavano tutti il principe azzurro per il suo beau geste? “Eh, ci avrà avuto la sua bella convenienza anche lui” non avrebbero mancato di dirsi le sagge azdore romagnole di una volta. E a ragione, perché se la beneficata aveva ottenuto di partecipare alle elezioni aggirando la legge, al beneficante ne era derivata la possibilità di rientrare nei giochi (e anche nel parlamento) dai quali sembrava ormai tagliato fuori. A proposito della Bonino, comunque, sia consentito darle atto en passant di non aver nascosto, né prima né dopo, la sua disponibilità a collaborare sia col Pd. sia con FI pur di perseguire gli obiettivi che le interessano. Come dire che Renzi e Berlusconi per lei pari sono. E magari ha pure ragione.

Mail box

 

Elezioni politiche 2018: un’occasione per dire basta

Avremo il coraggio e l’orgoglio di dimostrare che non tutti gli italiani sono cretini? Questi politici ormai sono abituati che tutto gli è permesso, tutto gli viene condonato. Abbiamo già dimostrato che quando gli italiani sono veramente arrabbiati, riescono a tirare fuori l’orgoglio con il risultato del referendum; mi auguro per noi, per i nostri figli che con queste votazioni ci sia un sussulto di coraggio e volontà di dire basta.

Leandro Corradino


DIRITTO DI REPLICA

La signora Graziella Ciriaci, candidata al Senato nel collegio uninominale Marche Sud, non è né esponente, né aderente, né tantomeno dirigente del Movimento animalista, fondato e presieduto dall’on. Michela Vittoria Brambilla.

Rinaldo Sidoli, Movimento Animalista

Nel mio articolo, si dice chiaramente che Graziella Ciriaci è candidata di Forza Italia al Senato nel collegio uninominale Marche Sud. Mentre e non vi è traccia di ciò che lei mi attribuisce: “esponente, aderente, o dirigente del Movimento Animalista”. Così come è vero (documentato dal comunicato stampa con foto allegate diramato da Luciano Romanella, fondatore della sezione provinciale di Fermo del Movimento Animalista dell’on. Michela Brambilla) che la Ciriaci, titolare dell’omonimo salumificio, ha sposato le istanze del Movimento. Dunque se, come afferma, l’immagine del Movimento Animalista è stata danneggiata non è avvenuto certamente a causa del nostro articolo che ha solo correttamente riportato la notizia.

Sandra Amurri

 

In relazione all’articolo “Stesso deragliamento 8 anni fa. Treni, tutti i buchi dei controlli” pubblicato il 23 febbraio, l’Agenzia Nazionale per la Sicurezza delle Ferrovie (Ansf) intende precisare: 1) Lo svio di Secugnago è avvenuto prima che all’Ansf fossero conferiti compiti di vigilanza. Tuttavia l’Agenzia avviò comunque una serie di accertamenti tecnici i cui esiti si tradussero in precise prescrizioni. La giornalista chiosa con un “nient’altro”. È utile ricordare che l’ANSF all’epoca non poteva erogare alcuna sanzione, tale prerogativa le è stata attribuita sei anni dopo, con la legge n. 122 del 2016. 2) Tra ANSF e RFI non “esiste alcun corto circuito”. Quando l’Agenzia è nata le risorse professionali in grado di assolvere ai compiti che l’Agenzia assumeva lavoravano nel Gruppo FS. La stessa norma istitutiva di ANSF indicò che proprio in quel serbatoio doveva avvenire il reclutamento. Il percorso successivo ha reso questo personale totalmente indipendente dal Gruppo FS. 3)Non esiste alcun “conflitto tra controllore e controllato”. L’esempio addotto di Marco D’Onofrio, dirigente ANSF e fino al 29 dicembre 2017 amministratore unico di Ferrovie della Calabria, è completamente sbagliato. Perché l’ANSF non ha avuto finora alcun potere né di controllo né, quindi, sanzionatorio, sulle cosiddette “ferrovie isolate” (come sono le Ferrovie della Calabria). Entreranno infatti nella sua sfera di controllo in virtù di quanto disposto dalla legge 5 dicembre 2017, (per tale motivo D’Onofrio ha rassegnato le sue dimissioni dall’incarico), anche se tale giurisdizione sarà esercitata, a pieno titolo, soltanto dal 1° luglio 2019. Oltre a non esistere quindi alcuna sovrapposizione di funzioni, il doppio incarico era lecito sotto tutti gli aspetti legali.

Ufficio Stampa Ansf

Ringraziamo l’Agenzia per le cortesi precisazioni. Che Ansf purtroppo (e per inspiegabili ritardi) abbia avuto solo di recente poteri sanzionatori era già stato raccontato in un articolo precedente e anche allora senza riferimenti a qualsiasi presunta colpevolezza di Ansf. Non c’è stata nessuna allusione a comportamenti illegali o non permessi dalle norme, neanche per quanto riguarda le dinamiche del reclutamento iniziale del personale, previsto appunto dalla legge istitutiva e lecito, come d’altronde riportato nell’articolo. Non sta certo al giornalista emettere sentenze. Il cortocircuito si riferiva, infatti, soprattutto all’assenza di concorsi pubblici per la copertura degli incarichi dirigenziali e ai ricorsi effettuati e vinti degli ex dipendenti del gruppo Fs, come si evince, anche questo, dal testo. Stesso discorso per quanto riguarda l’incarico del dirigente D’Onofrio. Sono dinamiche che, per quanto legali, è comunque di interesse pubblico comunicare dal momento che sono state oggetto di lamentele e proteste (con una missiva inviata a membri del governo) da parte di una componente sindacale all’interno di un’Agenzia pubblica, mantenuta con fondi statali, che ha come missione la tutela della sicurezza ferroviaria. Perciò noi facciamo bene a parlarne e Ansf fa bene a rispondere, come ha giustamente fatto, tanto in sede di stesura dell’articolo che in questa. Nulla più che trasparenza da entrambe le parti.

Vds

Giornali liberi. La “fu” Unità e il Fatto uniti dal senso di comunità con i lettori

Oggiguardando The Post ho spesso pensato a voi. Mi sono commossa per un film che nessuno definirebbe strappalacrime; sarà stata l’età, o sarà stata la sensazione di come certi valori che ritenevo universali si vadano pian piano spegnendo. Nell’estate 2002 per non voler acquistare lo stesso quotidiano che mi obbligava a comprarci anche qualcos’altro, presi l’Unità che avevo abbandonato per protesta da più di dieci anni, da quando cioè decisero di togliere “Organo del Partito Comunista Italiano” dalla testata.

Oggi non mi interesserebbe più un quotidiano che si definisca “organo di partito”, eppure a pensarci bene forse in quel contesto era proprio quella l’affermazione meno ipocrita possibile.

Mi piacque così tanto quell’Unità di Furio Colombo, così aperta a tutte le sfumature della sinistra e così genuina, che per la prima volta in vita mia ci feci l’abbonamento.

Ero orgogliosa di leggere L’Unità e di mostrarla bella spalancata mentre la leggevo. Un amore consolidato con la direzione di Padellaro e che vedevo ricambiato.

Un giornale ricambia l’amore e la fedeltà dei propri lettori offrendo loro le notizie senza censure. Così quando il cambio di proprietà spinse i miei giornalisti preferiti a fondare Il Fatto Quotidiano li ho seguiti e li ho visti crescere. Il meglio di quell’Unità ho continuato a trovarlo sul Fatto Quotidiano. Condivido al cento percento la linea politica del Fatto, che è la Costituzione. E mi piace continuare a trovare sul Fatto anche altri punti di vista che mi aiutano a riflettere. Avevo già letto su questo giornale, e apprezzato, il commento di Padellaro sul film di Spielberg. Soprattutto trovo deprimente considerare che mentre il Post rivendicava il proprio diritto di fronte al governo degli Stati Uniti, oggi in Italia paradossalmente abbiamo giornalisti pronti a rinunciare, più o meno liberamente, alla libertà di stampa.
Daniela Serroni

 

Cara signora Serroni,la sua lettera è davvero un colpo basso, perché chi le risponde ha iniziato a lavorare a L’Unità, quando ancora era “organo del Pci”. Sì, eravamo, e dichiaratamente, un giornale che era parte di una comunità. “C’è il compagno de l’Unità”, sentivi dire quando arrivavi davanti a una fabbrica in crisi, o in un paese del Sud dove si lottava (senza Facebook, social e tv) contro un boss di mafia o di camorra. Le assicuro che è stata una esperienza di vita enorme. Colombo e Padellaro, con la loro direzione, puntarono proprio su questo aspetto del giornale comunità. Un solo ricordo: la grande manifestazione di San Giovanni contro il governo Berlusconi e il giornale agitato da migliaia di persone come una bandiera. La prima inchiesta contro il sistema De Luca (Crozza non c’era ancora) la pubblicò Padellaro. Quel giornale non piaceva ai “realisti” (ricordo alcune deprimenti riunioni con Fassino) e venne combattuto in tutti i modi dai dirigenti del Pds e soprattutto dei Ds. Lo stesso spirito ho ritrovato al Fatto, la stessa connessione con i lettori. Non ho parlato del film e lo spazio è finito, però abbiamo parlato tanto di giornali e di libertà.
Enrico Fierro

Superboss al 41 bis ritorna a Palmi in visita alla madre

La poliziamette nero su bianco che è un boss pericoloso. I sette ergastoli per mafia e omicidi che sta scontando al 41 bis “raccontano” la sua caratura criminale. E il recente passato – nel 2012 ha rotto il naso di un magistrato durante un interrogatorio – dovrebbero confermare il quadro. Ma per il giudice di sorveglianza di Sassari (in foto il carcere sardo) il boss Domenico Gallico, capomafia della ’ndrina di Palmi, può avere un permesso per andare a trovare la madre malata. Anche lei ergastolana, a casa dopo il differimento dell’esecuzione della pena per motivi di salute. La decisione del magistrato sardo ha suscitato l’allarme degli investigatori anche perché l’incontro tra il boss e la donna avverrà, seppure con un enorme spiegamento di agenti penitenziari, a Palmi. La madre di Gallico, Lucia Giuseppe Morgante, 91 anni, è stata condannata all’ergastolo per associazione mafiosa e omicidio. L’anziana è in condizioni fisiche non sono buone, ma non in pericolo di vita. La donna abita in un palazzo sottoposto a confisca insieme al figlio Carmelo, pluripregiudicato, ora sottoposto alla sorveglianza speciale. Il genero Vincenzo Misale ha l’obbligo di presentazione ai carabinieri e di dimora nello comune.