La maestra inveisce contro gli agenti. L’Ufficio scolastico chiede informazioni

“Vigliacchi, mi fate schifo. Dovete morire”. Così un’insegnante, Lavinia Flavia Cassaro, si è rivolta agli agenti della Questura di Torino che giovedì scorso avevano sbarrato la strada al corteo antifascista diretto verso l’hotel in cui il leader di CasaPound Simone Di Stefano presentava i candidati. Prima degli scontri tra antagonisti e polizia segnati anche dall’impiego di bombe carta piene di chiodi e vetro, la donna, davanti al corteo, ha inveito contro gli agenti: “Senza manganello, quando volete”.

Il filmato, trasmesso lunedì sera da “Matrix” su Canale5, è stato commentato in studio dal segretario Pd Matteo Renzi: “Che schifo – ha detto –. Secondo me un’insegnante che augura la morte di un poliziotto o di un carabiniere andrebbe licenziata subito”. L’inviato di “Matrix”, Angelo Machiavello, ha incalzato l’insegnante, militante anarchica, nel corso del corteo: “Lei ha augurato la morte di un poliziotto”. “Certo, perché in questo momento stanno proteggendo il fascismo”, gli ha risposto la donna. Il cronista: “È triste quando si augura a un poliziotto di morire”. “Lo è, ma sbagliato no – ha replicato lei –. Io mi sarei trovata, mi posso trovare e mi potrei trovare a combattere fucile in mano contro questi individui”. Secondo Renzi “quell’insegnante va licenziata perché è una persona pericolosa per l’educazione dei ragazzi che le sono affidati. Chi picchia un carabiniere non è uno che ha una ideologia, ma un criminale che va assicurato alle patrie galere”.

Il Sindacato autonomo di polizia (Sap) chiede la sua sospensione. L’Ufficio scolastico regionale ha già chiesto informazioni alla scuola in cui la docente lavora. Potrebbero essere adottate delle misure nei suoi confronti. Lei, su Facebook, ha ridotto il tutto a una questione di “libertà di espressione” e “diritto alla difesa”: “Un’insegnante deve essere valutata per la passione, l’amore e la cura che mette nel proprio lavoro e verso i propri studenti e studentesse – ha scritto –. A me queste cose, di certo, non mancano”.

Confiscato il Salaria Sport Village. Ma i fasti di Anemone ormai sono finiti

Un gioiello costosissimo destinato a non trovare pace. Una cattedrale nel deserto di Roma nord che nessuno è riuscito fin qui a far ripartire. Mentre per il 2019 incombe la scadenza del vincolo per “destinazione sportiva” che può segnare la fine di un’epoca. Ieri il tribunale di Roma ha disposto la confisca del complesso Salaria Sport Village, per un valore complessivo di 70 milioni di euro. La struttura sportiva – compresi la palazzina di 9 mila metri quadri, la piscina olimpionica, il circolo e i campi da tennis e da calcio – era già sotto sequestro dal 2014 e fa capo alla Società Sportiva Roma Srl, riconducibile all’imprenditore Diego Anemone, condannato a 6 anni nell’ambito del processo sugli appalti G8 con i componenti della “cricca” composta da Angelo Balducci (6 anni e mezzo), Francesco Pittorru (a 4 anni), e Fabio De Santis (4 anni e mezzo). Era anche la location dei massaggi particolari emersi nelle intercettazioni dell’inchiesta del 2010.

L’attività sportiva al Salaria Sport Village in questi ultimi 4 anni non si è mai fermata. Ma chi ha provato a gestirlo è rimasto scottato. Ne sa qualcosa Massimo Moroli, presidente della Lazio Nuoto, che nel 2015 gettò la spugna, strozzato dai costi elevatissimi (500.000 euro l’anno solo di riscaldamento) nonostante le rette pagate dai 1.000 ragazzini della scuola nuoto. Ci ha provato anche Mondofitness, celebre marchio delle palestre.

Per poter mandare avanti la baracca, i due amministratori giudiziari Fabrizio Iapoce e Sergio Vitellozzi si sono dovuti reinventare imprenditori, gestendo direttamente le strutture realizzate sui 17 ettari lungo il Tevere.Oggi, piscina a parte, si mantiene un pur precario equilibrio. I campi di calcio e calcetto sono stati presi in consegna dalla Salaria Sport Club, club di calcio giovanile con 150 bambini gestito da Fabio Eleuteri e nel giro dell’As Roma. Il ristorante e il bar, invece, sono utilizzati da poche settimane da Guido Marini, patron del Due Ponti Sporting Club. Sono attivi anche i campi da tennis. Ma per il futuro nulla è certo.

La neve spacca Napoli

La neve a Napoli non si vedeva dal 4 febbraio 2012 e quel giorno si depositò solo nelle zone collinari. Nulla rispetto allo spettacolo di ieri mattina di una città che si è risvegliata completamente imbiancata, da Mergellina a Posillipo a Fuorigrotta fino ai Camaldoli. E altrettanto completamente impreparata all’evento.

Napoli è così rimasta stritolata nei disservizi: linea 1 della metro chiusa, i bus dell’Anm fermi (in mattinata ha funzionato solo la funicolare) e scuole chiuse quando le auto dei genitori disperati erano già per strada a slittare sulle lastre di ghiaccio (sulla tangenziale all’altezza del Vomero si fermavano o finivano la marcia di traverso). Il sindaco Luigi de Magistris ha firmato l’ordinanza solo in extremis – rimarranno chiuse anche oggi – ed ha puntato il dito contro la Protezione civile: “Avevamo avuto indicazioni rassicuranti. Non c’era alcun indicatore di tipo precauzionale per farci emettere qualunque tipo di provvedimento, e le decisioni prese sono frutto di nostre valutazioni empiriche e non perché qualcuno ci abbia chiamato dalla Protezione civile o da altri luoghi deputati”.

Alle 19.20 di lunedì l’ufficio stampa del Comune aveva diramato una nota tranquillizzante sull’esito della riunione in Prefettura di due ore prima: “Non sono emersi ulteriori elementi di criticità sul piano della viabilità e visto il bollettino meteorologico regionale che conferma lo stato di allerta verde, le scuole cittadine funzioneranno regolarmente”. È accaduto esattamente il contrario e dalla Protezione civile hanno replicato: “Avevamo previsto già da sabato, con abbondante anticipo, l’arrivo di un’ondata di neve e gelo sul territorio campano, e siamo tutt’ora in allerta, terminerà alle 23.59 di mercoledì (oggi per chi legge, ndr), il codice colore riguarda solo il rischio idrogeologico ed idraulico”.

In attesa di capire se sia colpa di chi non sa scrivere o di chi non sa leggere o di chi non sa prevedere, la mattinata di ieri verrà ricordata a Napoli come la più caotica degli ultimi dieci anni. Coi trasporti pubblici in tilt e i taxi che non accettavano corse verso le zone alte, è rimasto in trappola anche chi doveva lasciare la città: alla stazione Centrale la circolazione ferroviaria è stata rallentata per ore a causa dei problemi registrati nel nodo di Napoli, prima di un lento ritorno alla normalità con l’adozione di un programma di emergenza per la neve, e sono rimasti fermi i voli da Capodichino (ne è partito solo uno alle 6.04), con la pista chiusa sino a mezzogiorno.

Su Facebook è diventato virale il video di un uomo in cuffia e costume da bagno che si immergeva nel mare di Mergellina tra i fiocchi di neve. Avrà pensato, forse, che l’unico modo di andar via era a nuoto.

Roma ieri ha avuto ancora problemi rispetto alla circolazione ferroviaria: i treni pendolari sono stati ridotti del 50%, oggi il servizio salirà al 70%. Dopo il caos di lunedì la stazione Termini è stata alleggerita dei convogli ad alta velocità, trasferiti a Tiburtina in quello che in teoria sarebbe l’hub cittadino delle frecce. Sulle strade i problemi maggiori sono dovuti al ghiaccio, tra code ed interruzioni della circolazione sulle vie ad alto scorrimento, dovute ad incidenti e interventi per rimuovere rami caduti.

Stamattina riaprono le scuole. I siti archeologici centrali invece erano di nuovo parzialmente visitabili già da ieri. Virginia Raggi, tornata dal Messico, rivendica: “Nonostante io fossi fuori ci siamo coordinati benissimo”. Quanto alla sua assenza nel giorno della nevicata replica: “Le polemiche le lascio ad altri”. Poi annuncia lo “stop dal 2024 ai veicoli alimentati a Diesel nel centro di Roma”.

I segreti siciliani di “Belluscone”: su Loft il doc su Silvio

Il raccontodel ventennio berlusconiano, a partire dalla Sicilia. Sul sito www.iloft.it e sulla app Loft è disponibile per tutti gli abbonati il film Belluscone. Una storia siciliana. Il film-documentario sull’ex Cavaliere è stato scritto, diretto e montato nel 2014 dal regista siciliano Franco Maresco e ora torna d’attualità in vista delle elezioni del 4 marzo, in cui Berlusconi, nonostante l’interdizione dai pubblici uffici in virtù della legge Severino e della condanna per frode fiscale, è ancora in primo piano nel centrodestra. Il film ha vinto un premio ai David di Donatello ed è stato premiato al Festival di Venezia del 2014 con il Premio Speciale della Giuria Orizzonti. La pellicola documenta le ricerche di Franco Maresco sui finanziamenti, le amicizie, e le conoscenze di Silvio Berlusconi in Sicilia, con particolare attenzione ai rapporti intrattenuti dall’ex premier con varie figure del contesto siciliano, necessarie a garantirgli un largo consenso nella regione durante tutta la sua lunga carriera politica cominciata nel 1994 con una “videocassetta”.

Lo studio di Augias rivela la Rai al freddo per i tagli

TeleGroenlandia Mancavano solo le renne. Ieri a Quante Storie di Corrado Augias l’ospite Carlo Cottarelli è apparso con piumino e pellicciotto. Augias pareva Messner. Un collegamento con il Polo? No, è la Rai dei tagli alle prese con due centimetri di neve. In studio freddo polare. Per la gioia del dg Mario Orfeo. Meno soddisfatto il pubblico: rigor mortis e niente giaccone.

I buchi di Fs bloccano l’Italia. Rapporto (segreto) per Delrio

Il ministro delle Infrastrutture e Trasporti Graziano Delrio ha detto ieri sera: “Mai più fatti simili”. Il riferimento è al caos dell’intera rete ferroviaria nazionale causato lunedì mattina da venti centimetri di neve che hanno bloccato la stazione Termini di Roma. Lunedì sera Delrio aveva chiesto a Rfi, la controllata di Fs che gestisce la rete, “un dettagliato rapporto sulle cause che hanno, di fatto, generato tale situazione”. Non è dato sapere se il rapporto sia stato fatto. A quattro giorni dal voto gli elettori non devono sapere.

L’unica cosa certa è che l’amministratore delegato di Fs, il turbo-renziano Renato Mazzoncini – paracadutato alla guida delle strade ferrate dopo una vita passata a occuparsi di autobus – e l’amministratore delegato di Rfi Maurizio Gentile sono andati a rapporto da Delrio e, recita un comunicato, gli hanno illustrato “un piano finalizzato all’obiettivo richiesto (mai più etc. ndr) prevedendo, in particolare, un ulteriore potenziamento tecnologico dello scalo di Roma Termini all’interno del programma di investimenti pari a 100 milioni per i principali nodi metropolitani”. Praticamente veniamo a sapere che prevenire disastri come quello di queste ore sarebbe costato all’incirca quanto un chilometro di ferrovia ad alta velocità come quella che Rfi sta costruendo tra Milano e Venezia.

I buchi della rete. La reticente comunicazione di ministro e Fs contiene una implicita ammissione. Il disastro di lunedì, che ieri è proseguito e anche oggi farà funzionare i treni a singhiozzo, è stato dovuto al fatto che nessuno al vertice delle Fs si è preoccupato in questi anni di spendere i pochi milioni di euro sufficienti a prevenire il blocco totale della rete ferroviaria in caso di nevicata sulla Capitale. Del problema Delrio, ma forse anche Mazzoncini e lo stesso Gentile, sono venuti a conoscenza in queste ore. Oppure lo sapevano e non hanno fatto niente. In entrambi i casi la rete ferroviaria italiana è nelle mani di Dio: se il ministro dei Trasporti non sa che l’amministratore delegato delle Fs non si preoccupa degli accorgimenti antineve nella prima stazione italiana, è lecito chiedersi quanti altri simili buchi nella rete ci siano.

Gli annunci e la realtà. Il 22 febbraio scorso, quattro giorni prima della nevicata fatale, Delrio e Gentile erano impegnati a Napoli in un vertice con l’assessore siciliano ai Trasporti Marco Falcone e l’ad di Anas Gianni Vittorio Armani sul tema del ponte sullo Stretto. Non è dato sapere se Delrio e Gentile abbiano parlato anche della lettera dell’Agenzia nazionale per la sicurezza ferroviaria che, in seguito all’incidente di Pioltello costato tre morti, ha dato nei giorni scorsi a Rfi una serie di ordini la cui inosservanza “può costituire una grave inadempienza in relazione al mantenimento dell’autorizzazione di sicurezza”. In pratica quella lettera minaccia la chiusura della rete ferroviaria. Il 23 febbraio Rfi ha comunicato di essere pronta a fronteggiare l’emergenza neve. Tra gli interventi annunciati: “Nelle stazioni, attivati sistemi di snevamento e riscaldamento degli scambi”.

Il disastro di Termini. Il fatto è che a Roma il riscaldamento dei circa 300 scambi, detto anche “scaldiglie”, non c’è. Secondo il Corriere della Sera solo la metà degli scambi è dotato di scaldiglie. Le Fs in merito non hanno comunicato niente, come non hanno comunicato niente di niente su niente che riguardi il loro lunedì nero. Mazzoncini non ha detto una parola. La presidente Gioia Ghezzi non ha fiatato. Il giochino ha funzionato: nessun giornale li ha neppure nominati, come se guidassero le ferrovie greche. Delrio ha chiesto il rapporto ma ne tiene nascosto il contenuto.

Quindi bisogna andare a cercarsi le notizie. Secondo alcuni addetti le vecchie scaldiglie, installate decenni fa a Termini, lunedì non hanno funzionato: non essendocene bisogno da alcuni anni, pare che nessuno si sia preoccupato di tenerle in efficienza. In tanta serena incoscienza non si è neppure attivata la procedura tradizionale: buttare sale sugli scambi e tenere pronti gli addetti a togliere la neve quando cade, in questo caso nel cuore della notte. Alle sette di lunedì mattina, quando gli scambi erano già prigionieri di blocchi di ghiaccio, i 400 operai esterni chiamati a spalare e pulire hanno potuto fare ben poco per rimediare al disastro provocato da un vertice scelto per fedeltà politica, quindi irresponsabile.

 

Francesca Barra la candidata-selfie strappata all’Isola

C’è una foto scattata da non si sa chi a Matera che ritrae Matteo Renzi e vari membri del Pd tra cui i candidati locali, che racconta il candidato del Pd Francesca Barra meglio di qualunque cosa: Renzi e gli altri sono sul palco, salutano il pubblico, guardano la gente che li applaude. In fondo al palco, girata da tutt’altra parte, in una bolla di autocompiacimento, c’è la candidata Barra che guarda ció che più le interessa: se stessa. Si sta facendo un selfie.

E a riassumere la sua storia pubblica e la recente campagna elettorale che la vede protagonista a suon di inciampi dettati da un misto di narcisismo, goffaggine e inadeguatezza, viene da sintetizzare la faccenda così: Francesca Barra non si fa selfie, è un selfie vivente. Costantemente rivolta verso se stessa infatti, la piddina di ferro non è conscia dei suoi limiti e ambisce a tutto, con ambizione da fuoriclasse e goffaggine da Fantozzi, che sta mettendo in imbarazzo i piani alti del Pd.

Come sia finita nelle liste del Pd è mistero fitto per chi non ne conosce gli esordi e un naturale approdo per chi ne ha chiara la biografia. La candidata Barra, come prima cosa, è una che si vende molto bene. Guardi la sua biografia su Wikipedia e pensi di avere a che fare con un incrocio tra Nilde Iotti, Roberto Saviano e Benedetta Parodi. Scrive più libri di Andrea Camilleri passando dalla mafia ai barboni, alle ricette lucane a romanzi mescolati a ricette, dice di fare programmi radio ma a ben vedere sono sostituzioni o programmi che durano quanto un semaforo rosso (la sua conduzione a “In onda” fu una Caporetto di insulti), fa la giornalista ma non si sa più per chi, dice che fa la conduttrice ma colleziona ospitate da Barbara D’Urso e a Tiki Taka, si definisce addirittura “documentarista gastronomica”, e come no, tutti la conoscono come il Folco Quilici dell’orecchietta.

Qualche sparuto idiota la insulta sul web e lei scrive l’ennesimo libro sul cyberbullismo della quale diventa improvvisamente vittima, narratrice ed esperta. In un’intervista di un anno fa a Dagospia dichiarava di fare scuola di pole dance, di essere ex addetta stampa della Lega e di amare farlo con i tacchi alti, in piedi. Dice di sé che è versatile, gli altri dicono che le tenta tutte che manco Casini. E a leggere le sue dichiarazioni, in effetti, viene fuori uno spassoso ventaglio di contraddizioni. Nel 2015 scrive su Facebook: “A me manca la fede. Per questo ammiro chi la pratica. Qualsiasi religione. E rispetto i credenti. Per questo ho voluto comprare il Corano. E rileggere la Bibbia.”. Nel 2016 dice a Famiglia cristiana: “Sono sempre stata religiosa. Mi sono sposata in chiesa e i miei figli sono battezzati. Il più grande mi ha chiesto di accompagnarlo nella sua crescita spirituale e andiamo insieme a Messa ogni domenica”. Nel 2017: “Non devo nascondere la mia relazione con Santamaria, ma è giusto rispettarci e darci la possibilità di vivercela in maniera tutta nostra”. Tre mesi dopo, appena annunciata la candidatura, consegna a Chi le foto del suo matrimonio segretissimo. Nel 2015 dice: “Sono stanca di pagare fior di quattrini per l’iscrizione all’ordine dei giornalisti!” e l’ordine dei giornalisti la radia perché le fa notare che non paga l’iscrizione da tre anni.

Ma il bello di Francesca Barra è questo: il suo tenace, accanito, ottimistico dimenticare quello che ha detto mezz’ora prima pur di piazzarsi ovunque e quel candido sopravvalutarsi sempre. La candidatura nel Pd ne è la dimostrazione lampante. La sua campagna elettorale è un autentico capolavoro, con uno storytelling da fare invidia a Un posto al sole. A una settimana dall’annuncio della candidatura posta su Facebook: “Sono stata invitata a partecipare all’Isola dei famosi ma devo stare con la famiglia, la seguirò da casa”. La nazione, all’annuncio, si ferma. Dopo una settimana, da candidata a Playa Uva diventa candidata al Parlamento.

Della sua amicizia con Renzi, lei non ha mai fatto mistero. Già nel 2014 fu lì lì per essere candidata alle Europee ma saltò all’ultimo momento e apparve pochi giorni dopo, semi sconosciuta, alla conduzione del concerto del Primo maggio. (celebre la sua soporifera intervista a Matrix a Renzi lo stesso anno). La sua campagna elettorale è iniziata con una serie di momenti epici: da “Ho detto sì alla candidatura per le offese sui social” (un motivo solido), alle foto del suo matrimonio di mesi prima a Las Vegas date a Chi con un tempismo commovente, allo struggente video messaggio del marito Santamaria che dichiara di non essere più grillino per amore, fino ai suoi post sgrammaticati tipo: “Ho scelto di candidarmi senza paracaduti”. Si passa poi al suo famoso manifesto: “Matera capitale della cultura: un opportunità per tutta la Basilicata”, con “un’opportunità” senza apostrofo (“Colpa del grafico!”), fino alle sue meravigliose dichiarazioni: “Sono contro le trivelle” quando Renzi disse “Non c’è una sola trivella in discussione”. “Minniti non è in linea col partito” (decide lei la linea del partito) e “Sono distante anni luce da Forza Italia ma non avrei problemi nel fare una coalizione purché servisse al bene del Paese”. Poi la fantapolitica: “Il mio patto è accelerare la linea ferroviaria, il cui termine dei lavori è previsto per il 2022, portandoli al 2019 ed anticipando di due anni la fine”.

Infine tenta l’autopromozione in tv. Esordisce ad Agorà, lanciandosi in un impavido dibattito sulla sanità di cui ovviamente è massima esperta e riesce a far sembrare Laura Ravetto di Forza Italia una statista. Il suo silenzio impanicato quando la Ravetto le chiede “Lei come coprirebbe l’abolizione del superticket?” rimarrà nella storia dell’imbarazzo mondiale. A quel punto, i piani alti del Pd le suggeriscono di fare la sua campagna andando a stringere mani ai vecchietti e di stare lontana dalla tv. Una campagna il cui leitmotiv è “Le mie battaglie, i miei figli, la mia terra!!!” detto sempre con un’enfasi che ricorda certi discorsi fatti da un balcone, anziché dai sassi di Matera.

Naturalmente, dopo la lettura di questo articolo, la Barra, come suo solito quando si osa mettere in dubbio la sua superiorità morale, professionale, estetica e politica parlerà di complotto, scriverà risposte piccate sui social, darà la colpa al grafico del Fatto, dirà che sono tutti invidiosi perché lei è ricca, famosa, bella, ha il marito desiderato e poi si consolerà alla sua maniera: si farà un selfie.

Da New York a Roma: la guerra degli appalti Rai arriva a Cantone

Una gestione degli appalti che ha provocato ricorsi, proteste e polemiche. In Rai scoppia la grana per la produzione dei servizi della sede di New York, ma anche per quelli di Roma. Partiamo dagli Usa. Negli ultimi tre anni (dal 29-09-2014 al 29-09-2017) la gestione dei servizi giornalistici Rai presso la sede di New York è stata gestita dalla Global Vision Group, previa vittoria di un regolare bando nel 2014. Il contratto, scaduto lo scorso settembre, è stato prorogato di altri tre mesi per consentire lo svolgimento di una gara per il triennio 2018-2020 del valore di circa 8 milioni di euro. Tre le società in gara: Gvg, Mediakite e Cpa srl. Nonostante le buste con le offerte siano state aperte ai primi di dicembre, ancora non si conosce il vincitore. Il ritardo ha portato Viale Mazzini a concedere un’ulteriore proroga a Gvg con scadenza a fine marzo 2018.
Mediakite però fa sapere alle maestranze di essere lei l’assegnataria dell’appalto, che sarebbe stato vinto con un ribasso del 19%, riduzione doppia rispetto alle altre due aziende. Il titolare di Mediakite, Francesco Malatesta, infatti, il 16 dicembre 2017 invia una mail ai dipendenti di Gvg per invitarli a dei colloqui “per garantire la continuità del vostro lavoro in vista della transizione nella gestione dell’ufficio di corrispondenza Rai di Ny”. “Non sappiamo ancora i tempi della transizione, ma stiamo lavorando per essere pronti quando ci sarà richiesto”, si legge nella mail.
Tutto ciò fa drizzare le antenne alla Gvg che, tramite i suoi legali, registra altre anomalie. Tre su tutte: l’utilizzo, in passato, di personale dotato di “I Visa” (il visto per lavorare negli Stati Uniti) non collegabile a Mediakite ma ad altre società, fatto che contravviene alle leggi americane sull’immigrazione; l’aver dichiarato di non utilizzare subappalti quando Mediakite non sarebbe in grado di garantire servizi extra poiché non dispone degli strumenti necessari; un possibile conflitto d’interessi del presidente della commissione giudicante, Vittorio Longati, che in passato aveva affidato lavori a Mediakite.

Secondo i concorrenti, dunque, Mediakite non aveva le credenziali per il bando. Per questo da Gvg è partito un esposto all’Anac di Raffaele Cantone, che ha aperto un fascicolo. Viale Mazzini, il 14 dicembre scorso, ha risposto alle obiezioni affermando che i requisiti per partecipare al bando “debbono essere in opera nella fase esecutiva dell’appalto”. E comunque l’operato Rai “è stato improntato al massimo rispetto dei principi di imparzialità e trasparenza, garantendo pari trattamento a tutti i partecipanti”. Mediakite aveva già lavorato per la Rai: scelta da Monica Maggioni per i suoi servizi quando era corrispondente dagli Usa per il Tg1 di Gianni Riotta, la società di Malatesta (la cui ex moglie è Francesca Leoni, giornalista Rai) tra il 2012 e il 2014 è stata fornitrice unica di servizi della sede di New York, mentre nel 2016 si è occupata della messa in onda della notte delle elezioni del 2016 vinte da Donald Trump, con un appalto a chiamata diretta del valore di 750 mila euro.

Altre polemiche riguardano, invece, l’appalto per i servizi di ripresa nell’area metropolitana di Roma. Il bando è stato diviso in sei lotti, di cui il principale è il numero uno che prevede fino a dieci servizi giornalieri (ogni troupe è composta da due operatori, per un totale di 20 persone). “Oltre ai criteri discutibili sull’assegnazione (il numero dei servizi realizzati negli ultimi 3 anni, ndr) che già fa intuire in anticipo i vincitori, la Rai ha preteso che tutti gli operatori diano la disponibilità a essere reperibili 24 ore al giorno tutti i giorni della settimana, contravvenendo a tutte le regole del diritto del lavoro, che prevede turni di riposo e maggiorazioni di stipendio per il lavoro durante i festivi”, fa sapere Nicola De Toma, segretario generale dell’Autonomo sindacato audiovisivi, che ha chiesto un incontro al Cda di Viale Mazzini e si dice pronto allo sciopero per il prossimo 13 marzo.

“Ho registrato Weinstein. Solo così ci hanno creduto”

Nel marzo 2015 una modella italiana denuncia Weinstein per molestie. Gli agenti della polizia di New York le chiedono di indossare un microfono nascosto e di tornare da lui. Sarà proprio quella registrazione, due anni e mezzo dopo, la prova-chiave che renderà credibili le denunce di decine di altre donne. Quella modella si chiama Ambra Battilana ed è la stessa che, assieme all’amica Chiara Danese, ha testimoniato contro Silvio Berlusconi nel processo per le notti di Arcore. Le due vicende sono ovviamente molto diverse tra loro. La sola cosa che le accomuna è la protagonista che può raccontarle entrambe. Asia Argento ha realizzato un’intervista esclusiva ad Ambra Battilana. Ne pubblichiamo uno stralcio, oggi pomeriggio la versione integrale sul sito del Fatto.

Raccontami come hai incontrato Weinstein, la prima volta.

Fu nel 2015, a fine marzo, a New York. Andai con la mia agenzia a uno spettacolo teatrale. Dopo lo spettacolo ci fu un party. Vidi questa persona fissarmi.

Avevi idea di chi fosse?

No, vedevo questa presenza da lontano che mi fissava e io cercavo di evitare lo sguardo. A un certo punto lo vidi venire verso di me. Mi chiese chi fosse il mio agente e gli indicai la persona accanto a me. Iniziarono a parlare. Lui era colpito da qualcosa, come se gli ricordassi qualcuno. Continuava a dirmi: “Assomigli a un’attrice”.

A un’attrice?

Sì, ma se non ne ricordo il nome. Mi parlò di un altro progetto per il quale, secondo lui, sarei stata perfetta. Si scambiarono i biglietti da visita col mio agente e poi sparì.

Quanto tempo dopo ti ha contattata?

Il giorno dopo ricevetti fui chiamata a un casting per quel progetto.

Dove?

Nell’ufficio di Weinstein, nel Tribeca Film Center.

A questo punto Ambra avrebbe voluto raccontare in prima persona i dettagli del suo incontro con Weinstein, ma l’aver firmato un patto di riservatezza la costringe al silenzio. Se lo violasse, lui potrebbe farle causa e portarle via la vita che a fatica lei ha provato a ricostruire. Però posso farlo io per lei, perché a me è successo di peggio. Io sono stata portata a una festa della Miramax che non esisteva dal produttore Fabrizio Lombardo. Mi ha portato in un albergo. Non mi sembrava così strano, mi era capitato altre volte. Quando mi sono ritrovata da sola con lui, Weinstein era così affabile, si parlava di lavoro. Poi, però, lui è andato in bagno ed è tornato indietro con un accappatoio e una crema per chiedermi un massaggio.

Con Ambra avrebbe avuto la stessa improvvisa mutazione. Dopo un tentativo di approccio sessuale da parte di Weinstein, secondo quanto ha riferito alla polizia, Ambra è corsa via, sotto choc, e ha pensato bene di denunciare tutto il giorno stesso. Non solo: quando i poliziotti in centrale, di fronte al cognome Weinstein, hanno esclamato “di nuovo?” e le hanno chiesto di mettersi addosso un microfono e di tornare dall’uomo che l’aveva molestata, Ambra ha detto sì.

Quindi a farti scattare la forza è stato quel “di nuovo”?

Pensare che magari una ragazza più giovane di me, indifesa o qualsiasi altra persona potesse aver subito qualcosa come me o peggiore mi ha scatenato l’ira.

È stata una donna coraggiosa, perché quell’audio – da stasera disponibile sul sito del Fatto – ha reso credibile non soltanto la sua versione, ma anche quella delle decine di altre donne che hanno raccontato di aver subito molestie da Weinstein. Questa registrazione venne mandata ai pm di New York. Il giorno dopo, sul New York Post, uscì la notizia di una modella italiana che aveva denunciato il grande produttore. La “gloria” durò poco: nei giorni a venire, Ambra sui giornali divenne una “ricattatrice” e poi una “prostituta”. Neanche una settimana più tardi, senza che nessun giudice l’avesse contattata, apprese dalla stampa che Weinstein non sarebbe stato incriminato. E tutto nonostante quell’audio, che ai giornali non era arrivato. La sua vita diventò un inferno. Ma fu quando i giornalisti americani riuscirono a scovare suo fratello, qui in Italia, che Ambra decise di firmare un patto di riservatezza: da quel giorno non avrebbe più potuto raccontare nulla dell’accaduto. Ma come è possibile far firmare una simile clausola a una donna che è stata vittima di molestie o di violenze sessuali? Per la seconda volta nella sua vita, Ambra fu costretta a scappare nelle Filippine.

Quando hai capito che le acque si erano calmate, poi sei tornata a New York.

Un anno e mezzo dopo. Torno e ricomincio a lavoricchiare. Poi vengo a sapere di Rose McGowan (l’attrice che ha fatto esplodere il caso Weinstein, ndr).

Come scopri di Rose?

Tutti i giorni, dopo aver firmato la clausola di riservatezza, ero ossessionata dal vedere se questa persona realmente aveva smesso di fare quello che aveva fatto a me.

Capisci subito che si trattava di Weinstein, perché lei lo chiamava solo ‘il mostro’?

Alcuni giornalisti intendevano lui. La promessa che mi feci firmando la clausola era che, se avessi sentito di altri casi, avrei cominciato a parlare.

Rischiando di essere denunciata? E che ti togliessero tutto? Sei stata coraggiosa.

La mia famiglia era al sicuro. Quando sentii di Rose, mi misi in testa questa cosa qua.

Quando sei stata contattata da Ronan Farrow, il giornalista del New Yorker che è stato determinante per far esplodere il caso Weinstein?

Ronan ha contattato il mio avvocato e non me. Lui gli ha risposto che io ero impossibilitata a parlare. Forse poi Ronan ha preso contatti con altre persone attorno a me e ho avuto la netta sensazione che la polizia abbia collaborato con lui dandogli strumenti utili.

Per esempio?

La registrazione.

Ecco. La tua registrazione è stata fondamentale, perché tutto il mondo ha saputo. Weinstein passa dal fare il bambino piagnucolante al mostrarsi duro come un predatore seriale. Cercava di entrare nelle tue fragilità. Si sentiva la tua voce impaurita. In più avevi un microfono, la polizia sentiva, questo ti strattonava. Se non ci fosse stata la tua registrazione, non ci avrebbero mai credute. Come ti sei sentita quando è uscita la registrazione?

Mi sono sentita utile, ho provato una sensazione di felicità che da tanto non sentivo, nel pensare che un uomo del genere venisse fermato. Così tante altre donne, finalmente, sono state credute. E anche io venivo creduta dopo tutto quel tempo: sono passata da essere una da evitare a essere chiamata ‘eroina’. Ho fatto solamente la cosa giusta.

Adesso parlami della tua vita, prima di conoscere Silvio Berlusconi.(continua domani)

Salvini cambia idea su Casapound: “I loro voti non ci servono”

Dopo un giorno di polemiche col rischio di perdere voti e di farli perdere alla poco coesa coalizione di centrodestra, Matteo Salvini si allontana da Casapound o almeno finge di farlo: “Non ho bisogno dei voti di altri né mi interessano. La gente mi chiede chiarezza. Ringrazio ma non mi servono i voti di altri, ma per la Lega e il centrodestra, altrimenti minestroni non ne faccio”, ha dichiarato il capo dei leghisti a radio Rtl. Lo stesso Silvio Berlusconi è intervenuto sul tema strigliando l’alleato: “La nostra coalizione non ha nulla a che fare con Casapound, né con i loro programmi. Non avrà nulla a che fare con Casapound né ora né dopo le elezioni”. E così anche gli altri alleati a partire dai centristi di Noi con l’Italia: “La coalizione di centrodestra è fatta da quattro coalizioni politiche: Noi con l’Italia, Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia, questa è la coalizione che si presenta agli italiani per governare e per avere una maggioranza politica in Parlamento. Le altre proposte non esistono, CasaPound è distante mille miglia dalle nostre proposte politiche, dai nostri ideali e valori, quindi mi è sembrato opportuno questo passo indietro da parte di Salvini”, ha detto Maurizio Lupi.