Contrordine: “La politica è una cosa meravigliosa”

Questa campagna elettorale è più che mai famigerata: i commentatori già da settimane non ne possono più, non fanno che lamentarsi della noia, della mancanza di duelli tra i leader, delle promesse impossibili. Poi arriva Pierfrancesco Diliberto in arte Pif, reduce dallo speciale di Tv8 dedicato al 4 marzo (per chi lo avesse perso, è in replay sul sito della rete), e rovescia completamente la prospettiva: “Sono stato a Grosseto con i supporter di Salvini, a Pistoia con quelli della Meloni, a Bologna con il popolo di Renzi… Insomma me li sono fatti tutti. E ho partorito un’idea, che probabilmente è controcorrente. E cioè che la politica è una cosa meravigliosa. A me piace la politica che unisce, che accoglie. E questi giri elettorali mi hanno fatto incontrare, oltre ai leader, le persone che li sostengono. Che ci credono, che si fidano e affidano: è questo il difficile. Eppure succede. Forse io ormai sono disincantato e quindi mi stupisco della passione degli altri”.

In un passato nemmeno tanto remoto la politica accendeva discussioni interminabili.

Se è per questo, negli anni Settanta si menavano pure… Al netto delle violenze e degli estremismi, ci si accalorava moltissimo, si contrapponevano visioni opposte del mondo e della società. Una cosa che poi si è persa, anche per la fine delle ideologie. Ma vedere la signora che si fa spostare il turno al lavoro per andare ad ascoltare il capo del suo partito è una bella cosa. Io non ho mai frequentato i partiti, però avevo l’impressione che l’interesse dei cittadini fosse quasi completamente scemato. Invece in questo giro che ho fatto per la trasmissione ho visto una rinnovata passione che è certamente un valore, a prescindere dai partiti.

Eppure l’astensione cresce.

Purtroppo, è un vero peccato. Dirò una banalità, ma per quanto uno se ne possa fregare della politica, la politica non se ne frega di lui. La politica si occupa di noi, in tutto: l’ospedale è gestito dalla politica, le strade sono gestite dalla politica… Dalla politica non si sfugge perché amministra tutta la nostra vita. Quindi l’astensione non è comunque un’opzione sensata.

Cosa vota?

Ho sempre votato quello che più si avvicinava alle mie idee, con un certo fastidio perché quasi mai ho fatto una scelta davvero convinta. Forse sono troppo rigido: se dovessi votare chi la pensa come me al cento per cento, dovrei candidarmi io. Dirò due cose che mi hanno fatto riflettere, una a destra e una sinistra. Mi stupisce Salvini che riesce ad avere un seguito anche nelle regioni “nemiche della Lega”, tra i terroni. Immaginiamo un leghista scivolato su un sasso a Pontida quindici anni fa che si risveglia oggi, con la Lega nazionale…Poi non avrei nemmeno pensato di vedere Casini alla Casa del Popolo di Bologna, con le foto di Togliatti, Gramsci e Di Vittorio alle spalle.

Non ha risposto…

Su alcune questioni mi sento vicino a Che Guevara, su altre sono più moderato… Diciamo che sono di sinistra. A Palermo, negli anni d’oro di Cuffaro, votavo Rifondazione comunista, a Milano ho votato Pd. Dipende dalla situazione.

La lotta alle mafie è praticamente scomparsa dal dibattito elettorale. Berlusconi nega addirittura quel che sta scritto sulle sentenze…

Purtroppo in questo Paese la lotta alla mafia si riaccende quando ci scappa il morto. Ringraziando il cielo i tempi sono cambiati, ma bisogna fare attenzione. Quando la mafia sta sottocoperta per certi versi è ancora peggio. La mafia che dichiara guerra allo Stato è stata un’idea, fallimentare, di Totò Riina. Provenzano ha fatto tutto il contrario, cercando di scomparire. Alla fine probabilmente nei programmi di tutti i partiti c’è un punto di lotta alla criminalità organizzata, ma non se ne parla.

Tra l’altro sappiamo ormai da diversi anni che le mafie sono molto attive anche al Nord.

Questo è un punto interessante. Lo sappiamo ma per i politici del Nord è difficile maneggiare questo tema, significa mettere in discussione anticorpi che si presumono attivi. Non è conveniente, si mette sul piatto un ulteriore problema. È un problema di opportunità mediatica.

Che pensa del dibattito su fascismo e antifascismo?

Quando Traini a Macerata, dopo aver ferito sette persone, se n’è andato con la bandiera italiana sulle spalle, io mi sono sentito offeso. Ho sempre avuto, fin da piccolo, una passione per il tricolore. Ma per la sinistra la bandiera è ingombrante. Venendo dal regime fascista tutto ciò che evoca il concetto di Nazione crea problemi, ma è una cazzata. Se tu prendi le lettere dei condannati a morte della Resistenza, tutti parlano di patria. Dicono cose come “Mamma non piangere, muoio per la libertà della mia patria”.

“Se si vota nel 2019 mi candido”

Da king maker e candidato-ombra del centrodestra a “riserva” della Repubblica.

“Sono a disposizione”: così Silvio Berlusconi al “Forum live Facebook-Ansa” ha risposto gonfiando il petto a chi gli chiedeva se tornato eleggibile tra un anno, in caso di stallo e nuove elezioni, sarebbe stato pronto a proporsi di nuovo come presidente del Consiglio. Che fosse giunta l’ora delle decisioni irrevocabili lo si era capito già quando fuori della sede dell’Ance a Roma, alla domanda se sperava ancora nella Corte di Strasburgo per tornare a essere candidabile, l’anziano leader aveva risposto con un virile “me ne frego”.

Si spiega orail significato di tanto disprezzo anche nei confronti dei magistrati europei. I giudici della Corte europea per i diritti umani non manifestano infatti nessuna preoccupazione particolare per le sorti di Berlusconi. Secondo le previsioni degli avvocati, per avere una pronuncia toccherà aspettare almeno ottobre prossimo. Insomma non servono più, alla faccia del recupero dell’onorabilità ferita. Saltata la possibilità di candidarsi per il 4 marzo, il Caimano getta il cuore (che si sa non invecchia mai) oltre l’ostacolo e punta alle prossime elezioni, che si augura arrivino subito dopo la scadenza dei 6 anni dalla sentenza definitiva di condanna per frode fiscale nel processo Mediaset – All Iberian, stabiliti dalla legge per ricandidarsi.

L’iter processuale dell’unico procedimento finito con una condanna dell’ex Cavaliere – tra amnistie, prescrizioni, fatti che non costituiscono più reato e assoluzioni – culmina il primo agosto 2013, quando la sezione feriale della Corte di Cassazione conferma la condanna a 4 anni di detenzione di Berlusconi – di cui tre da non scontare grazie all’indulto del 2006 – e dispone il rinvio alla corte d’appello di Milano per la rideterminazione della pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici, che costerà al leader di Forza Italia la decadenza da senatore. Secondo l’accusa, Berlusconi presiedeva a un complesso sistema di creazione di fondi neri, su cui non ha ovviamente pagato le tasse. Oggi, scontata la pena ai servizi sociali, resta per l’ex Cavaliere l’ineleggibilità stabilita dalla legge “Severino”, la normativa anti-corruzione del 2012 oggetto del ricorso alla Corte europea presentato dai suoi avvocati.

Un decreto attuativo della legge prevede l’incandidabilità alle Politiche di coloro che abbiano riportato condanne definitive a pene superiori a due anni di reclusione per delitti non colposi (compiuti intenzionalmente) riferiti a reati punibili con almeno quattro anni di detenzione. I pregiudicati non possono ricoprire incarichi di governo. Quindi per Berlusconi se ne riparla non prima dell’agosto del 2019. “Mi hanno reso incandidabile con una sentenza assurda e criminale”, afferma oggi il leader di Forza Italia. “Con un record storico” in 8 mesi si è passati dal verdetto di primo grado alla Cassazione, lamenta Berlusconi: “Non era un collegio di magistrati, ma un plotone di esecuzione”.

Gentiloni, il premier per caso: molto stile e parecchi insuccessi

In quattordici mesi Paolo Gentiloni è passato da un relativo anonimato alla condizione di politico popolare e considerato indispensabile. L’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano lo ha definito “essenziale per la governabilità”, secondo gli ultimi sondaggi noti, a gennaio godeva di una popolarità doppia rispetto a Matteo Renzi, 40 per cento contro 20, e in campagna elettorale è diventato il volto del Pd. Eppure la sua esperienza di governo, da tutti apprezzata per i toni pacati, non è fatta tutta di momenti indimenticabili. Ecco un bilancio provvisorio.

EUROPA
Tanta diplomazia, poche poltrone

A Bruxelles hanno accolto con un certo sollievo lo stile di Paolo Gentiloni, “una forza tranquilla”, dicono, dopo le continue oscillazioni di Renzi, un giorno campione dell’europeismo e quello dopo pronto a “battere i pugni sul tavolo”. Con uno stile consensuale sviluppato da ministro degli Esteri, Gentiloni ottiene successi in partite che Renzi non riusciva a gestire bene: una dichiarazione firmata da tutti i Paesi dell’Ue al vertice di Roma per i 60 anni del processo di integrazione, un dialogo costante con i Paesi ribelli del gruppo di Visegrad. Il premier ha ottenuto la firma della Polonia sulla dichiarazione di Roma, poi ha visitato Slovenia e Repubblica Ceca, ha tenuto una linea ferma sull’immigrazione, ma ha anche ottenuto un accenno di cooperazione nella difesa delle frontiere comuni.

Nonostante queste sintonie, in Europa l’Italia di Gentiloni incassa varie sconfitte: la più pesante sull’Ema, l’agenzia per il farmaco che deve lasciare Londra causa Brexit. Tra Milano e Amsterdam, in parità sui voti, decide il sorteggio: vincono gli olandesi anche se non hanno una sede provvisoria pronta, a differenza dei milanesi. Poi l’Italia sonda i partner Ue per mandare il ministro Pier Carlo Padoan alla guida dell’Eurogruppo, il coordinamento dei ministri economici dell’eurozona, al posto dell’olandese Jeroen Dijsselbloem. Il nome di Padoan viene fatto circolare e poi ritirato con la scusa delle elezioni imminenti: il ministro finirà candidato per il Pd a Siena e la presidenza dell’Eurogruppo va al portoghese Mario Centeno. Quando, pochi giorni fa, si deve scegliere il nuovo vicepresidente della Bce l’Italia fa sapere di preferire l’irlandese Philip Lane al posto del ministro spagnolo Luis De Guindos. L’Irlanda ritira la candidatura di Lane e De Guindos si prende il posto.

MIGRANTI
Meno sbarchi dalla Libia, solo gregari in Niger

Da ministro degli Esteri Gentiloni era stato il primo a visitare il governo di Al Serraj in Libia, sostenuto dalla comunità internazionale ma molto fragile. Da premier mette la stabilizzazione della Libia al centro di una strategia che affida al ministro dell’Interno Marco Minniti. Un ruolo cruciale ce l’ha intelligence, su cui Gentiloni tiene la delega. Gentiloni non si espone molto nel momento più difficile, l’estate 2017 in cui Minniti cerca di limitare l’attività delle Ong nelle acque territoriali libiche. I numeri permettono a Gentiloni di rivendicare successi, nonostante le polemiche sulle condizioni in cui vengono tenuti i migranti in transito in Libia. Gli sbarchi in Italia scendono da 181.436 del 2016 a 119.369 del 2017. Nel 2018, dato aggiornato a ieri, sono 5.247. A dicembre del 2016, appena insediato, la prima mossa sul tema di Gentiloni è favorire un piano di aiuti tra Ue e Niger che vale 610 milioni di euro. Gentiloni perderà presto però la presa su quel Paese di transito decisivo per gli equilibri in Libia: la Francia di Emmanuel Macron lo considera parte della sua sfera di influenza. Quando l’Italia, un anno dopo e col Parlamento prossimo allo scioglimento, decide di spostare 500 soldati in Niger l’operazione pare più un atto di sottomissione a Macron che una scelta autonoma.

BANCHE
Mps non è guarita, in Veneto regalo a Intesa

La prima decisione importante di Gentiloni da premier arriva il 23 dicembre del 2016: un piano da 20 miliardi per salvare il settore bancario. Viene battezzato “decreto salvarisparmio” ma serve soprattutto a salvare il Monte dei Paschi di Siena e le due banche venete, Veneto banca e Popolare di Vicenza. Azionisti e obbligazionisti subordinati di questi ultimi due istituti vengono azzerati, la parte buona di entrambe le banche viene data a Intesa Sanpaolo al prezzo simbolico di un euro. Intesa riceve poi un sostegno finanziario dallo Stato di 3,5 miliardi di euro, oltre che il controllo del ricco mercato veneto in cui non c’è di fatto più concorrenza. Il modo in cui è costruita la “risoluzione” delle due banche e le condizioni che lo Stato fissa per recuperare i 3,5 miliardi, osserva Marco Gallea su Lavoce.info, determina un “ingentissimo e gratuito trasferimento di valore” da azionisti e obbligazionisti subordinati “verso gli azionisti di Intesa”.

A Siena il ministero del Tesoro si ritrova azionista di controllo di Mps con il 68,3 per cento delle azioni. Il patrimonio della banca è stato ripristinato, ma le sue prospettive restano fosche: nel 2017 i ricavi scendono di 300 milioni, solo le due banche in piena crisi Creval e Carige fanno peggio. I prestiti alla clientela scendono da 106 a 86 miliardi in dodici mesi. Lo Stato ha evitato il collasso della banca, obbligazionisti e creditori sono stati tutelati, ma il destino dell’istituto ora pubblico – e dunque dei soldi dei contribuenti in esso investiti – resta incerto. Soltanto nell’ultimo mese le azioni, ora di nuovo quotate in Borsa, hanno perso il 18 per cento. È stato il governo Renzi a rinviare la soluzione di queste crisi bancarie, per timore di perdere consensi al referendum costituzionale 2016, ma è Gentiloni a prendersi la responsabilità dei provvedimenti di intervento pubblico.

CONTI PUBBLICI
Più deficit e rischio di manovra correttiva

Da premier Gentiloni ha firmato un solo Documento di economia e finanza (Def), il quadro che determina la legge di bilancio: quello del 2018. Ha ereditato il Def 2016 da Renzi e potrebbe scrivere quello 2019 se ad aprile ancora non ci sarà un nuovo governo, tutti con Pier Carlo Padoan come ministro dell’Economia. Sull’unico l’unico Def tutto gentiloniano, quello 2018 che ha generato la legge di bilancio approvata a fine anno, pende l’ipotesi di una manovra correttiva che potrebbe essere richiesta in primavera dalla Commissione europea. L’estate scorsa, infatti, Padoan ha comunicato a Bruxelles che l’Italia avrebbe ridotto il deficit strutturale (quello che sconta gli effetti del ciclo economico) rispetto al Pil soltanto dello 0,3 per cento, invece che dello 0,8 concordato. Secondo i calcoli della Commissione – che ha avallato lo sconto pur con qualche dubbio – la correzione reale però sarebbe soltanto dello 0,1, un terzo di quanto promesso nei documenti ufficiali. Difficile poter chiedere altra flessibilità nel 2018: l’Italia ha usato gli ultimi spazi disponibili per disattivare in deficit le clausole di salvaguardia (eredità di Renzi): l’aumento dell’Iva nel 2018 da 15,7 miliardi è stato scongiurato in gran parte lasciando aumentare il deficit.

NOMINE
Non tanti renziani, l’errore. Profumo e il blitz su Fs

Il governo Gentiloni si trova, a marzo 2017, a dover nominare i vertici di tutte le grandi aziende controllate dallo Stato. Le scelte del premier sono in parte in continuità con quelle di Renzi. All’Eni conferma Claudio Descalzi amministratore delegato, nonostante l’indagine per corruzione internazionale in Nigeria che di lì a poco si trasformerà in imputazione (il processo comincia a Milano il giorno dopo le elezioni). Non una parola da Gentiloni sull’inchiesta. Allontana dalle Poste Francesco Caio, sgradito a Renzi, e prende da Terna un manager stimato dal segretario Pd, Matteo Del Fante. Caio, poi, lo recupera come consulente a palazzo Chigi. A Leonardo Gentiloni nomina un altro renziano delle origini, il banchiere Alessandro Profumo: lo scetticismo che accoglie un manager finanziario alla guida di un colosso industriale complesso come l’ex-Finmeccanica verrà confermato dai risultati. Nell’ultimo anno il titolo è crollato del 28 per cento. Profumo arranca, già si parla di una sua imminente uscita, per traslocare alla Cassa depositi e prestiti. Il 30 dicembre scorso, a Camere già sciolte, Gentiloni avalla uno dei più spregiudicati blitz mai compiuti nel campo delle nomine pubbliche: con la scusa della fusione con Anas, l’azienda statale delle strade, viene convocata l’assemblea degli azionisti delle Ferrovie dello Stato. Il socio unico, cioè il ministero del Tesoro di Padoan, con cinque mesi d’anticipo sulla scadenza (aprile, cioè dopo le elezioni) conferma per un altro triennio la presidente Gioia Ghezzi, l’ad Renato Mazzoncini e tutto il cda pieno di renziani. Senza quel rinnovo, forse, il caos ferroviario seguito alla caduta di pochi centimetri di neve avrebbe potuto costare il posto all’ad Mazzoncini, se la decisione sul suo futuro si fosse presa alla scadenza naturale di aprile. Il governo Gentiloni rinuncia poi a nominare il nuovo presidente dell’Autorità dell’energia – problema rinviato a dopo il voto – e sceglie per la Consob un tecnico europeo, Mario Nava che gli esegeti del potere di Bruxelles raccontano essere molto legato ad Antonio Tajani, presidente del Parlamento europeo e possibile premier di un governo di centrodestra. Pochi giorni fa tenta di decidere subito le nomine dei servizi segreti, i cui vertici scadono da marzo e maggio. Ci riesce solo a metà, il Copasir, comitato parlamentare di controllo sull’intelligence, si spacca e i capi di Dis (coordinamento), Aisi (interno) e Aise (estero) rimangono finché non ci sarà un altro governo con pieni poteri e comunque non più di un anno.

INDUSTRIA
Alitalia nel limbo, favori alle autostrade

Gentiloni eredita alcuni dossier lasciati in sospeso da Renzi. Da premier nomina tre commissari per l’Alitalia, dopo il fallimento della gestione di Etihad (propiziata proprio da Renzi): si insediano a maggio 2017, non è ben chiaro se col compito di venderla o di rilanciarla. Quasi un anno dopo sono ancora lì, sugli acquirenti c’è grande incertezza ma intanto lo Stato ha messo nella ex compagnia di bandiera altri 900 milioni, un prestito che difficilmente sarà rimborsato. Delle grandi partite industriali – da Ilva a Telecom – Gentiloni non sembra interessarsi, lascia tutto al ministro dello Sviluppo Carlo Calenda. E non si occupa neppure di contestate decisioni del ministro dei Trasporti, Graziano Delrio: viene autorizzato un rincaro record dei pedaggi, 2,74 per cento a fronte di un’inflazione dello 0,5, in cambio di non si sa bene quali investimenti (in calo da anni) dei concessionari. I benefici per le imprese private – Autostrade per l’Italia dei Benetton su tutte – valgono miliardi, il salasso per gli automobilisti altrettanto.

“Non recapitato” Giggino “al Colle”

Ieri sera,secondo quanto risulta al Fatto, Luigi Di Maio, i tecnici della Casaleggio e altri big del M5S guardavano sgomenti lo schermo di un Pc: nella casella mail era infatti apparsa una missiva sconcertante. “Il recapito non è riuscito per i seguenti destinatari: listadeiministri@quirinale.it”. Il capo politico grillino è interdetto. Queste, racconta una fonte, le sue parole: “Ma chi si doveva occupare di questo benedetto recapito? Davide, chi abbiamo mandato?”. E Casaleggio, teso: “No, Luigi, abbiamo mandato una email, una lettera digitale, nessuno la doveva consegnare: viaggia nel world wide web, non so cosa possa essere successo”. Il deputato Alfonso Bonafede, sulla difensiva: “L’indirizzo è sicuro, me l’ha dato un mio amico che conosce la sorella del meccanico del cugino di Mattarella”. Di Maio, sconsolato: “Maperché mi va sempre tutto male? Perché? Non è che c’entrano quei quattro massoni che abbiamo candidato?”. Casaleggio: “No, non credo…”. La tensione è palpabile finché i vertici del Movimento decidono di chiamare direttamente il Colle. “Pronto, pizzeria Al Colle, che desidera?”. “No, era per la lista dei ministri…”. “No, guardi, la pizza lista dei ministri non la famo più”. “Ah, niente lista… E come facciamo?”. “Ci pensa e richiama…”. Ecco, a volte meglio pensarci: che poi la lista magari neanche serve più.

Pontieri, “vice” e controllori. Di Maio prepara il 5 marzo

Sarà un gabinetto di guerra. La squadra che dovrà aiutare il candidato premier a trovare il filo nella difficile matassa del post voto. Perché comunque vada, il M5S non potrà fare da solo, e Luigi Di Maio dovrà trattare e farsi largo tra gli altri partiti, alla ricerca di una possibile maggioranza di governo. Ma dovrà pure guardarsi le spalle, cioè non perdere le redini del gruppo parlamentare: già agitato ancora prima di tornare nei Palazzi, perché gli eletti uscenti finiti nella lista degli aspiranti ministri sono pochissimi. E il Di Maio candidato e capo politico suscita invidie.

 

Alfonso Bonafede

Il braccio destro, l’uomo che risolve problemi. Mandato in Campidoglio per rimettere in carreggiata la giunta Raggi, l’avvocato siciliano è previsto come ministro della Giustizia nel governo a 5Stelle. Di certo accompagnerà Di Maio in tutti i tavoli, ufficiali e non, da mediatore in cui il candidato ripone massima fiducia. E lo aiuterà a gestire i deputati nella prima, delicata fase a Montecitorio. In caso di mancata nascita di un governo Di Maio, sarebbe il naturale capogruppo a Montecitorio. E non è un dettaglio, visto che da nuovo regolamento rimarrà in carica per almeno 18 mesi: perché la rotazione del capogruppo ogni tre mesi è già il passato.

 

Emilio Carelli

Confidente, consigliere, prossimamente pontiere. L’ex direttore di SkyTg24, nonché uno dei fondatori del Tg5, è ormai nella cerchia ristretta di Di Maio. Consultato spesso sulla comunicazione, ha avuto peso nella scelta di molti ministri. E dopo il 4 marzo è pronto a fare da mediatore con il centrodestra, dove ha contatti ad altissimi livelli. “Berlusconi lo conosco benissimo” ha ricordato in questi giorni nelle riunioni. Ma è in ottimi rapporti, ricordano, anche con l’eterno Gianni Letta. E ha buoni uffici con il Vaticano, tanto che è stato a lungo docente nell’università Lateranense. Insomma, ha un’ottima agenda: che può far pesare.

 

Gianluigi Paragone

L’ex direttore de La Padania, ed ex vicedirettore di Rai Due in quota Lega Nord, lo ha detto dritto un mese fa: “Dopo le elezioni potrei essere l’uomo del dialogo tra M5S e Lega, su alcuni temi macroeconomici ci può e ci deve essere un dialogo aperto. E vale anche per alcuni temi legati alla sicurezza”. Poche ore dopo ha dovuto correggersi. E ieri ha ribadito: “No ad alleanze con la Lega”. Ma quanto detto a Radio Cusano a fine gennaio pare molto più aderente alla realtà. Ergo, se Carelli può parlare con Forza Italia, Paragone può telefonare con facilità a Matteo Salvini. E la sua candidatura in un feudo della Lega come Varese, sia nell’uninominale che come capilista (mentre Carelli corre nell’uninominale a Roma), potrebbe agevolare.

 

Roberto Fico

D’accordo, con Di Maio idee e storia sono molto diverse. Ma il presidente della Vigilanza Rai sarà un interlocutore necessario per il capo politico. Perché Fico, volente o no, sarà la voce degli ortodossi, l’unico vero contrappeso con cui discutere. E potrebbe tornare utile come rompighiaccio a sinistra, quella più “rossa”, dove ha contatti e gode di simpatie diffuse. Da settimane lo indicano come un possibile candidato alla presidenza della Camera. Ma più di qualcuno ai piani alti nutre dubbi: “Se non andassimo al governo e lui fosse nominato presidente, Fico diventerebbe il più potente del Movimento. È un rischio”. Starà a Di Maio decidere se e quanto correrlo.

 

Danilo Toninelli

Un altro fedelissimo, a cui il candidato ha chiesto di spostarsi dalla Camera in Senato. Perché nei piani di Di Maio l’esperto di riforme e leggi elettorali, dovrà essere il suo “occhio” a Palazzo Madama, magari iniziando da capogruppo. A meno che non si vada al governo, dove un posto da ministro per Toninelli pare possibile.

 

Pietro Dettori

Silenzioso e potentissimo, è il motore della Casaleggio associati: appena entrato nell’associazione Rousseau al posto dell’europarlamentare David Borrelli, uscito da associazione e M5S all’improvviso, senza minimo preavviso. Dettori ha accompagnato Di Maio nel suo tour per l’Italia, fa parte del comitato elettorale ed è l’ovvio tramite tra la Roma dei palazzi e la casa madre di Milano. Molti dei post sul blog li scrive lui, che tutto vede e tutto sa. Con lui Di Maio dovrà parlare spesso, per decidere la linea.

 

M5S, i ministri a Mattarella con una mail. Fuori Spadafora

Tre li ha portati ieri sera nello studio di Giovanni Floris, giusto per vedere l’effetto che fa essere ministri prima delle elezioni. Due li aveva annunciati su giornali e tv. Gli altri li presenterà domani al Salone delle Fontane, location dei grandi eventi del quartiere Eur, a Roma. Prima però ha mandato l’elenco al Capo dello Stato: la lista del governo Di Maio, con 18 nomi, è arrivata ieri al Quirinale nell’inusuale veste di messaggio di posta elettronica.

In mezzo a quell’elenco c’è già il grande escluso: Vincenzo Spadafora, da due anni fidatissimo consigliere del capo politico dei Cinque Stelle, candidato naturale ad entrare nell’esecutivo di “Luigi”. E infatti, fino a qualche ora fa, c’era. A Spadafora avevano riservato il ministero della Famiglia, marchio distintivo dell’ipotetico governo guidato dal leader del Movimento. Non un dicastero di secondo grado, nelle intenzioni del candidato premier: il M5S aveva perfino testato un campione di elettori e si è convinto che quella della famiglia fosse un’idea che poteva funzionare. Ecco, a suffragio della teoria dei “competenti” – quelli che al Movimento piacerebbe portare al governo – avevano pensato a Spadafora che, prima di occuparsi delle relazioni istituzionali del vicepresidente della Camera, è stato Garante nazionale per l’Infanzia. Invece, all’ultimo minuto il suo nome è stato depennato per un veto dell’area milanese, che nel politburo di Di Maio è rappresentata da Pietro Dettori e Rocco Casalino. Al suo posto andrà una donna che, secondo le indiscrezioni, è una ricercatrice Istat. Donna è anche l’aspirante titolare dell’Agricoltura, Alessandra Pesce, che attualmente siede nella segreteria tecnica del viceministro Andrea Olivero. E donne dovrebbero essere anche ai vertici di Esteri, Interni e Difesa. Oltre ai già noti professori Pasquale Tridico e Lorenzo Fioramonti (Lavoro e Sviluppo Economico) e al generale Sergio Costa (Ambiente), ieri Di Maio ha annunciato che Giuseppe Conte si occuperà di “deburocratizzazione e meritocrazia”: è ordinario di diritto privato nella Firenze del fedelissimo Alfonso Bonafede.

I comitati del No: “Non votate chi voleva stravolgere la Carta”

Il coordinamento per la democrazia costituzionale, cioè i Comitati per il No dei “professori” al referendum de 2016, ha diffuso un appello agli elettori perché non scelgano l’astensione, ma nemmeno chi ha tentato di manomettere la Carta: ritorna, dicono, “in molti programmi elettorali la volontà di non tenere in considerazione la volontà popolare espressa col voto del 4 dicembre. Per questo, pur comprendendo la sfiducia ed il disagio di fronte alla crisi di una politica e di una classe dirigente, non è tempo di stare alla finestra: il colpo di mano realizzato nel 2012 con la riforma dell’art. 81 potrebbe ripetersi se non ci sarà in Parlamento il massimo numero possibile di parlamentari fedeli alla Costituzione”. L’invito, in sostanza, è “a non votare i partiti e i parlamentari che hanno tentato di manomettere la Costituzione e approvato questa legge elettorale. Chi ha voluto questa legge elettorale si è reso responsabile di una grave ferita democratica, mentre oggi è prioritario superare l’abisso di sfiducia tra rappresentanti e rappresentati, che rischia di diventare una vera e propria delegittimazione dell’istituto parlamentare, centrale nella nostra Costituzione”.

Il renziano Marcucci e i soldi del ministero

Vero. Serio. Concreto. Così si descrive, bontà sua, Andrea Marcucci da Barga, Lucca, senatore e candidato democratico, sul suo sito. Ma dimentica almeno un aggettivo: liberale. Liberalissimo. Al punto che, giovine 27enne, tra il 1992 e il 1994 divenne deputato e vice capogruppo del fu Partito liberale italiano.

E fosse solo quello: il nostro fu sottosegretario alla Cultura con Romano Prodi su indicazione nientemeno che di Lamberto Dini, già berlusconiano, liberalerrimo. Ora Marcucci, che sempre torna alla sua terra come la nota cavallina dei pascoliani Canti della vicina Castelvecchio, è liberale, ma non disdegna i contributi dello Stato che pur – ahilui! – da dottrina distorcerebbero il corretto funzionamento del mercato.

Di questa sua flessibilità culturale, per così dire, il senatore Marcucci – che è pure membro del cda dell’azienda di famiglia, la Kedrion, multinazionale attiva nel settore degli emoderivati – ha dato prova anche in questi giorni. Lunedì 19 febbraio, infatti, una nota del ministero dello Sviluppo economico ci ha informato della firma di tre intese congiunte con la Regione Toscana per favorire gli investimenti nel territorio: la prima, si legge, “è relativa a un accordo di innovazione con Kedrion Spa che darà il via a un programma di investimenti in ricerca e sviluppo da 37,5 milioni di euro (di cui 9 dal Mise e 1,5 dalla Regione) per la produzione di un nuovo preparato di immunoglobuline al 10% per uso endovenoso triplo inattivato da realizzarsi presso le unità produttive di Gallicano (frazione Bolognana) e Barga (frazione Castelvecchio Pascoli)”. Il che, aggiunge il ministero, “porterà a un incremento dell’occupazione locale pari a 70 unità”: insomma 10 milioni e mezzo di fondi pubblici gentilmente concessi mentre il nostro è in campagna elettorale a Lucca che perturberanno sì il mercato ma consentono pure di promettere 70 nuovi posti di lavoro al costo di 150mila euro l’uno.

Qualcuno in quelle ingrate lande, certamente meno liberale e flessibile del nostro, ha voluto rimarcare l’inopportunità, diciamo, delle sovvenzioni pubbliche garantite da un governo a guida Pd all’azienda di un senatore Pd , che peraltro lavora in Italia in condizioni di sostanziale monopolio, a pochi giorni dalle elezioni. Certaltri hanno persino rimarcato che queste sovvenzioni non sono certo le prime, a non voler contare – aggiungiamo noi – l’ingresso nel capitale sociale di Kedrion del Fondo strategico italiano, cioè della (oggi renzianissima) Cassa depositi e prestiti.

Il flessibilmente liberale Marcucci non se ne è avuto a male: “Sono orgoglioso che l’azienda della mia famiglia abbia avviato un progetto di investimenti ambizioso che porterà nuovi posti di lavoro e che il governo sostenga le aziende che assumono o innovano. A chi fa polemiche assurde, chiedo: è preferibile la disoccupazione?”. Ma non sia mai: meglio il lavoro che, si scopre, è creato dunque dagli investimenti dello Stato e non dalla miracolosa mano del mercato: poi, se lo Stato ha stabilito che deve essere la Kedrion del liberale Marcucci a dare il pane ai cittadini di Lucca, avrà i suoi buoni motivi.

Renzi-Gentiloni, l’abbraccio arriva tardi (e non convince)

“La posta in gioco delle elezioni di domenica è paragonabile a una scelta di campo, dirimente. Per la prima volta c’è un governo ombra che si presenta prima delle elezioni. Di solito perdi le elezioni e presenti un governo ombra”. Il riferimento di Paolo Gentiloni dal palco del cinema Adriano di Roma è a Luigi Di Maio. E la frase è insolitamente “appuntita” per uno che in genere arrotonda. Dopo di lui ci pensa Matteo Renzi ad affondare: “Gli altri son terrorizzati. Di Maio chiede i voti al Pd per governare, dopo averci detto di tutto: ma noi, Luigi, ti riteniamo incompetente e incapace di guidare questo Paese”.

Di Maio in realtà ufficialmente il sostegno del Pd per un eventuale governo dopo le elezioni non lo ha mai chiesto. Però, tra gli scenari che vanno per la maggiore in questo scampolo di campagna elettorale, c’è l’eventualità che Sergio Mattarella dia l’incarico al candidato dei 5 Stelle col compito di fare un governo di tutti per la legge elettorale. Il Pd dice no. Almeno in questo, allineato e compatto.

Dal palco, quando scende Gentiloni, sale Renzi. L’abbraccio tra i due è tanto di prammatica, quanto rapido, accompagnato da un buffetto reciproco. È la prima volta insieme in campagna elettorale: erano stati sullo stesso palco per l’ultima volta a Milano a inizio gennaio. E poi si sono incontrati sabato, dietro al palco di piazza del Popolo. È stato il segretario a insistere perché il premier e i ministri (a partire da Marco Minniti) condividessero con lui oneri e onori di questa campagna elettorale. La risposta non è stata esattamente entusiasta, tra rancori post-formazione delle liste e convinzione che apparire insieme a Renzi, sia più un rischio che un’opportunità.

Il rush finale non cambia l’impostazione. E così la foto di gruppo della squadra e della coalizione non c’è e non ci sarà. A Roma, ieri, il primo a salire sul palco è Nicola Zingaretti, governatore uscente e candidato alla guida della Regione Lazio. “La missione che abbiamo, insieme, è quella di guardare negli occhi un intero popolo. E se ci chiedono ‘chi siete voi?’, rispondere che siamo quelli che vogliono ridare la speranza”. Il “mood” collettivo è esattamente questo: scoraggiamento rispetto a una sconfitta che pare annunciata e richiami a un’unità alla quale non crede nessuno. Lo stesso Zingaretti si trova a dover ribadire, sceso dal palco: “No, non farò il segretario”. Nei ragionamenti sul dopo è proprio lui quello che i più indicano come sostituto di Renzi.

La platea di ieri è partecipe senza grandi entusiasmi. In prima fila ci sono i ministri Marianna Madia, Pier Carlo Padoan, Maurizio Martina. E poi i candidati a Roma: da Luigi Zanda, a Matteo Orfini, da Luciano Nobili a Michele Anzaldi. Gentiloni parla da capo del governo. Tira in ballo con calore Padoan: “Vorreste lui o Di Battista ministro dell’Economia?”.

Decisamente meno quello con cui si riferisce a Renzi: “Caro Matteo, al gioco delle divisioni noi non ci prestiamo”: lo chiama per nome, come un ragazzo un po’ ribelle. A Renzi, alla fine, tocca la parte più difficile: quella di cercare di galvanizzare gli elettori. Si affida soprattutto alla battuta. Fa vedere la seconda puntata dello spot elettorale (realizzato dall’agenzia barese Proforma): il padre – indeciso e riluttante – messo sotto pressione dalla moglie e dai figli e incapace a trovare argomenti validi per non votare Pd, alla fine annuncia il suo voto per i Dem. “Pensaci” si chiude lo spot. Che gli indecisi ci pensino è la speranza di Renzi. Ma intanto, persino ieri, la presenza di Maria Elena Boschi proietta la sua ombra: “Perché l’avete candidata a Bolzano?”, chiede uno dal pubblico. E lui: “Per evitare che tutta la campagna si facesse su di lei”. Un’ammissione. Dalla sala si sente qualche “buh”. L’ex ministra, peraltro, è candidata nel proporzionale anche a Roma, ma non c’è. Tenuta fuori dai radar per tutta la campagna.

Bollito misto

Ci voleva Gavin Jones della Reuters per scalpellare lo spesso strato di cerone e stucco che tiene insieme quel che resta di B. e domandare ai cosiddetti giornalisti italiani se non si siano accorti che è completamente bollito: “Sembra in stato confusionale e nessuno ne parla. Non solo confonde euro e lire, ma dimentica quasi sempre i miliardi quando parla del Pil o del debito pubblico… Dice che, al governo, ha abolito 411 mila leggi. Non è un lapsus: è una cifra precisa. Un numero assurdo, senza alcun fondamento. È come se tutti facessero finta di non vederlo, come nella fiaba ‘I vestiti dell’imperatore’: nessuno dice che il monarca è nudo, solo un bambino”. E poi B. “è trattato con straordinario rispetto. Quasi con reverenza. Quando è intervistato, non vengono mai citati la condanna, il conflitto d’interessi, i processi ancora in corso. Temi che la stampa estera ha enfatizzato molto. Qui non esistono. In Inghilterra sarebbe inconcepibile che in tutta la campagna elettorale non sia mai citato il fatto che il leader politico sia a processo per corruzione di testimoni”. Parole che ci fanno sentire un po’ meno soli. Anche noi, ogni volta che la mummia fuggita al mausoleo arcoriano si appalesa in un talk show, ci domandiamo: “Ma siamo matti noi, o lui è rincoglionito?”. Il guaio è che, di solito, gl’intervistatori sono molto più rincoglioniti di lui.

Infatti gli unici leader regolarmente linciati sono Di Maio e la Meloni, guardacaso gli unici indisponibili all’inciucione. Di Maio risponde degli impresentabili che ha espulso, mentre gli altri leader non rispondono degli impresentabili che hanno candidato apposta. La Meloni deve discolparsi dei crimini di Mussolini, un po’ come nella Rai berlusconiana Fassino&C. dovevano scusarsi per i milioni di morti di Stalin, Mao e Pol Pot. E perchè nessuno domanda mai a Berlusconi dei suoi, di crimini? Delle frodi fiscali (che indussero il Tribunale di Milano a definirlo “delinquente naturale”), dei giudici e dei testimoni corrotti, dei senatori comprati, dei soldi alla mafia e via delinquendo? Possibile che, quando racconta alla Confcommercio di aver alzato le pensioni a mille lire (anzi no, si corregge: a un milione di euro al mese pro capite), dalla platea non si levi una pernacchia? E, quando dice di aver “chiuso la guerra fredda facendo entrare la Russia nella Nato”, nessuno chiami la neurodeliri? Viene in mente l’episodio La nobile arte del film I mostri, con Ugo Tognazzi-Enea Guarnacci nei panni del manager di un pugile suonato, Vittorio Gassmann-Artemio Altidori. Questo ripete meccanicamente, con aria ebete “E so’ contento… e so’ contento…”.

E quello ne esalta la splendida forma fisica e mentale: “Arte’, sei sempre forte, sei il migliore, ma chi ti ammazza a te! Ma come fai?!”. Così con B.: più cazzate spara, più tutt’intorno i suoi Guarnacci da riporto ripetono che l’ex cavalier Artemio è in gran forma, è tornato più ganzo che pria, con lui non ce n’è per nessuno, è inutile andare a votare perchè ha già vinto (intanto nei sondaggi non si schioda dal 16-17%, la metà dei tempi d’oro). Uno spasso. Ieri, per dire, Enea Sallusti si sforzava sul fu Giornale di dare la colpa della paralisi dei treni in tutta Italia per 20 centimetri di neve all’ “incapacità di Virginia Raggi e dei grillini”, che naturalmente non c’entrano nulla. Le Ferrovie dello Stato sono, appunto, dello Stato, cioè del governo, non del Comune di Roma. E a portarle a questi record di inefficienza sono stati i manager lottizzati dal centrodestra e dal centrosinistra, con enormi sperperi in opere inutili (vedi Tav Torino-Lione) e nessuna manutenzione, al pari della mitica Trenord, orgoglio e vanto del forzaleghismo lombardo, quella che ripara le rotaie rotte con pezzetti di legno e poi si meraviglia se i treni deragliano. Volti pagina, e sempre sul fu Giornale scopri che “Ghedini denuncia Travaglio: ‘Assurdità sulla mafia’”. Cioè: la sentenza di Cassazione che condanna Dell’Utri a 7 anni e cita B. 137 volte in 74 pagine come finanziatore di Cosa Nostra dal 1974 al ’92, è un “teorema senza prove” del “partito grillino”. Infatti Mangano, com’è noto, stava a casa di Di Maio. Segue un peana all’impegno senza precedenti dei governi Berlusconi contro la criminalità organizzata”. Certo, come no.

Siccome, data l’età, il novello Falcone non ricorda, mi permetto di rammentare a lui e al suo onorevole avvocato che nel 2001, quando scrissi con Elio Veltri L’odore dei soldi e lo presentai al Satyricon di Luttazzi, mi beccai 8 cause civili per 62 miliardi di lire da Berlusconi (2, una per il libro e una per il programma), Fininvest (2), Mediaset (2), Forza Italia (1), Tremonti (1). E le vinsi tutte in primo, secondo e terzo grado. Dunque ho qui pronte per lorsignori 24 sentenze che dicono tutte la stessa cosa: sui rapporti fra B. e Cosa Nostra avevo scritto e detto la verità. In quella del 2005 che dà torto a B. per Satyricon, si legge: “L’opinione critica del Travaglio è risultata ancorata a fatti veri di sicuro interesse per l’opinione pubblica (notorio era il coinvolgimento dell’on. Berlusconi in inchieste penali attivate dalle attivate… dalla Procura di Caltanissetta che indagava sui mandanti delle stragi mafiose di Capaci e via d’Amelio; notoria era l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa rivolta dalla Procura di Palermo a Dell’Utri)… Escluse la lamentata diffamazione e l’asserita ingiusta lesione del diritto dell’attore (Berlusconi, ndr) alla propria identità personale, s’imporranno il rigetto di tutte le domande… Silvio Berlusconi dovrà essere condannato alla rifusione delle spese processuali in favore di Marco Travaglio e Daniele Fabbri (in arte Daniele Luttazzi)”.E, all’epoca, non c’era ancora la sentenza di Cassazione su Dell’Utri (e su B.). Però, se lorsignori vogliono riprovarci, si accomodino. Ci divertiamo.