Altro che investimento. Così si ottiene la leadership

Nel 2006 Geely sfornava la Merrie 300, clone spudorato dell’allora Mercedes Classe C. Inutile riferire dei motivi e del contenzioso che ne nacque. Meglio concentrarsi sul fatto che quella stessa azienda 12 anni dopo sia diventata la prima azionista di Daimler, dunque è a un passo dal controllare il primo marchio premium al mondo per vendite nel 2017, ovvero Mercedes. Quei 7,3 miliardi di euro per il 9,7% delle azioni li hanno tirati fuori cash, con l’assistenza di Bank of America compiendo un vero e proprio raid in Borsa. Il che non stupisce, visto il modo di fare affari dei cinesi. Anche se, a onor del vero, per un anno avevano provato a convincere con le buone i vertici Daimler, senza successo. Stupisce, invece, chi ancora pensa che non sia una scalata ma un investimento: quello si fa per guadagnarci sopra, ma chi compra a prezzi alti senza trattare e dispone di certe cifre non ne ha bisogno.

Sono, allora, tecnologia elettrica e guida autonoma del gruppo tedesco a fare gola? Certo, c’è da far diventare Polestar l’anti-Tesla e tuffarsi nel business dei servizi di mobilità. Ma non finisce qui. L’altro patrimonio della Stella è dato dall’offerta di piattaforme e motorizzazioni, nell’ottica di un’integrazione con il marchio premium di famiglia, Volvo. Mettere le mani su Mercedes significa disporre del know how tecnologico ma anche poter creare un polo del lusso mondiale tra la casa di Stoccarda e quella di Goteborg. Due campioni quasi imbattibili, insieme.

Il nuovo brand punta alla mobilità elettrica. Polestar, l’anti-Tesla debutterà a Ginevra

Più che un marchio, Polestar è un punto cardinale: indica il cammino di elettrificazione dell’universo Geely. Pochi mesi fa il brand gestiva le attività di Volvo nel motorsport e firmava i suoi modelli più performanti: ora invece è una realtà a sé stante, dedicata alla mobilità a basso impatto ambientale. La Polestar 1 sarà la prima ad arrivare sul mercato, dopo il debutto al Salone di Ginevra (8-18 marzo): è un coupé dal prezzo esclusivo, costruito su una piattaforma Volvo “addizionata” con fibra di carbonio per incrementarne la rigidezza torsionale del 45%. Sotto al cofano un propulsore ibrido plug-in da 600 Cv di potenza e 1.000 Nm (Newton metro) di coppia motrice, capace di viaggiare per 150 km a emissioni zero. Alla fine dello scorso anno Hakan Samuelsson, numero uno di Volvo, aveva promesso: “Polestar sarà un rivale credibile nell’emergente mercato globale delle automobili elettrificate ad alte prestazioni, capace di offrire questo genere di prodotti ai più esigenti e progressisti clienti del mondo in tutti i segmenti di mercato”. Ogni riferimento a Tesla non è puramente casuale: tutti i futuri modelli della marca saranno elettrici a batteria e la Polestar 2, in arrivo nel 2019, marcherà stretto proprio la Model 3 per stessa ammissione di Polestar. Poi debutterà un suv, realizzato nell’ambito di una strategia finanziata da Geely con 640 milioni di euro. Certo è che la solidità economica ed industriale dei cinesi li rende più credibili di quanto non lo sia il piano di Elon Musk, ancora alle prese coi ritardi di produzione della Model 3 e con un debito industriale da capogiro.

Il lusso è Made in China

Il baricentro dell’industria automotive si sposta sempre più a Oriente: con l’acquisizione del 9,7% dell’azionariato, il colosso cinese Geely è il nuovo socio di maggioranza di Daimler, multinazionale tedesca proprietaria di Mercedes. Una mossa da 7,3 miliardi di euro che consente a Li Shufu, patron del gruppo di Hangzhou, di mettere mano a preziose tecnologie su elettrificazione, batterie e guida autonoma: il futuro dell’auto.

Fondata nel 1986 come azienda di frigoriferi, nei mesi scorsi Geely aveva palesato interesse per Daimler – che entro il 2022 investirà 10 miliardi di euro in dieci nuovi modelli elettrici – ed era pronta a sottoscrivere azioni di nuova emissione del gruppo tedesco per svariati miliardi di euro. Poi, dopo le avances respinte, la compagnia di Shufu è passata all’attacco rastrellando il titolo in Borsa. Uno “scacco matto” che ha fatto impallidire le istituzioni di Berlino: non a caso pochi giorni fa il segretario di Stato del ministero dell’Economia, Matthias Machnig, ha sostenuto la necessità di proteggere le aziende europee di importanza strategica da investitori indesiderati.

Daimler ha già una forte componente azionaria internazionale: il fondo sovrano del Kuwait ne possiede il 6,8%, BlackRock il 5,8%, l’alleanza Renault-Nissan- Mitsubishi il 3,1% (Daimler detiene l’equivalente valore dei franco-giapponesi), mentre il 2,5% appartiene al fondo pensionistico di Stato della Norvegia. Tuttavia nessuno di questi stakeholders è “ingombrante” come Geely, che punta ad avere un peso determinante nella gestione di Daimler.

Lo shopping europeo di Shufu è iniziato nel 2010, quando ha comprato da Ford il marchio Volvo, sull’orlo del fallimento. Grazie ai capitali di Geely il brand scandinavo ha rinnovato la propria gamma e macina vendite record da quattro anni consecutivi: nel 2017 ha consegnato 571 mila auto (+7%) e punta alle 800 mila (il suo primo mercato è la Cina). Nel 2017 è finita nella rete di Shufu pure la celebre Lotus: ne controlla il 51% ed è pronto a rilanciarla con due nuove sportive e un suv, per farla passare dalle 1.600 unità vendute del 2017 alle 10 mila previste negli anni a venire.

Geely è anche proprietà della London electric vehicle company (Levc), che costruisce i taxi elettrici di Londra, e di Cao Cao, il più grande car sharing cinese con una flotta di 12 mila veicoli elettrici. Nel 2017 la marca Geely ha venduto 1,24 milioni di auto in Cina. Il gigante asiatico ha poi lanciato Link&Co, brand generalista pronto a sbarcare in Europa dal 2019 con un Suv ibrido plug-in progettato e disegnato in Svezia: sfrutta la piattaforma costruttiva della nuova Volvo XC40. E c’è Polestar.

La formula stanchezza dei Franz Ferdinand

Arrivano con un po’ di fatica al quinto disco gli scozzesi Franz Ferdinand, e non solo per l’addio del chitarrista e il cambio nella line up. Emersi tre lustri fa dall’indie britannico grazie a un disco che pareva una raccolta di successi piuttosto che un album d’esordio, con brani dalle melodie accattivanti che entravano nel cervello per restarci a lungo, la band di Glasgow aveva trovato all’epoca la formula perfetta. Unendo la teatralità dei Roxy Music all’aspra ironia da band post-punk, cui aggiunsero un pop meccanico dai ritmi serrati (con basso in evidenza e riff di chitarre taglienti) e soprattutto la voce da crooner del frontman Alex Capranos.

Il problema legato a Always Ascending, il nuovo album è che ad anni di distanza i Franz Ferdinand ripropongono più o meno la stessa formula. L’effetto è quello di una raccolta di brani prodotti sì magistralmente, ma freddi, che tendono a sentirsi furbi anziché accattivanti. E quella connessione emotiva che solo i grandi dischi riescono a dare è soltanto elusiva.

Laurie Anderson “suona” l’uragano Sandy

Premessa: nel 2012 l’uragano Sandy si è abbattuto sulla costa orientale degli Stati Uniti e del Canada e sull’America centrale. Statisticamente detiene il lugubre secondo posto in quanto a devastazioni, subito dopo l’uragano Katrina. Laurie Anderson, una delle più grandi artiste multimediali, ha cercato di “scolpire” in oltre trenta frammenti sonori l’intera esperienza umana vissuta sulla sua pelle durante il disastroso evento, trasformando in catarsi la sofferenza provata nota dopo nota. Per questa opera sono stati chiamati in ausilio i Kronos Quartet (David Harrington, John Sherba, Hank Dutt, Sunny Yang), l’ensamble perfetto per il rigore stilistico della Anderson. Ulteriore premessa: avvicinarsi a questa monumentale opera senza la necessaria concentrazione e senza prendersi il tempo necessario, porta l’ascoltatore fuori strada. Siamo in un limbo tra la classica, il jazz e la sperimentazione; Laurie richiede di immergersi e rivivere ogni pensiero, ogni testimonianza, ogni sofferenza attraverso la “spoken poetry” e la musica. Non ha mezze misure, desidera penetrare con una lama affilata sino alla profondità dell’anima. The Dark Side cristallizza al meglio l’intera idea del progetto, diventando il fulcro di Landfall insieme a Nothing Left But Their Names. L’elettronica si sposa perfettamente agli archi – e, in definitiva alla natura evocata – in quattro capitoli: The Water Rises, Riding Bycicles Through The Muddy Streets, Never What You Think It Will Be e The Wind Lifted The Boats And Left Them On The Highway, con una maestria compositiva degna di Brian Eno. “Sono sempre stata affascinata dal complesso rapporto tra parole e musica”, commenta Laurie, “sia nei testi delle canzoni che nelle sopratitolazioni e nelle voci fuori campo. Nell’album gli strumenti orientano il loro linguaggio attraverso un software di testo”. In contemporanea con l’album Skira Rizzoli pubblica il volume All The Things I Lost In The Flood, una collezione di lavori della Anderson riesaminati personalmente dal suo vastissimo archivio.

Maturità è anche saper fare i conti con i propri fuochi

Volgere lo sguardo fuori dalla finestra non costerà mai tanto caro quanto chiudersi dietro la porta di casa per provare a vedere cosa c’è dentro. The Zen Circus, dopo 18 anni di carriera, hanno scritto un disco che odora di scatole colme di foto ingiallite e mozzicate dal tempo. Dopo l’estroverso “La terza guerra mondiale”, “Il fuoco in una stanza” (Woodwarm Label/La Tempesta Dischi), in uscita il prossimo 2 marzo, ha il sapore di quei giorni in cui cerchi di capire se quello che hai dentro, e soprattutto quello che sei nelle relazioni, sia il calco perfetto di ciò che trovi in quei bauli di famiglia, o il disperato tentativo di dirti che no, non è vero, tu sei diverso. E diversamente farai. “Dice che sa di psicoterapia? Non credo che nessuno di noi ci sia mai andato, ma è il riflesso di una delle cose che amo di Andrea. Anche se abbiamo estrazioni profondamente diverse, nei testi riesce sempre a mettere dentro tutti noi”: Karim Qqru, batterista del gruppo dal 2003, racconta come nascono le liriche di Appino. Prendono spunto da ogni cosa, discorsi comuni compresi, ma poi è lui che orchestra le parole e le sottopone agli altri. “Vige una spietata democrazia”: votano in tre e pace se, negli anni, qualche mano in faccia è partita.

“Il fuoco in una stanza” è fatto di canzoni e personaggi che si aggirano come fiammelle dantesche a ravvivare il senso di un’universalità di sentimenti che non fa sconti, come nel singolo scelto, “Catene”. La famiglia, così come il dolore, sono spiattellati lì, in primo piano, sin dall’evocativa copertina (la foto è opera di Ilaria Magliocchetti-Lombi).

Karim preferisce non definire il lavoro con termini come “maturo” o “concept album”, ma ammette: “Il fatto che la parola madre sia ripetuta nei primi sette brani del disco, non è un caso” (anche il padre prima eroe, poi prigione, è un bel pugno nello stomaco, ndr). Alcuni dei brani sono nati già mentre realizzavano l’ultimo disco, che gli è valso un bel salto in avanti (66 date, ha registrato 98mila presenze). Uno scarto importante, dopo anni di “piccoli passi in avanti”: “Abbiamo fatto la fame. Spesso tiravamo dritto in autostrada, per pagare il pedaggio al ritorno, grazie ai soldi del live”. E chissà quanto il salto sia dovuto alla perseveranza, e quanto a un ecosistema più aperto nei confronti di ciò che non è mainstream: “Credo che i singoli contino ancora tanto, e i nostri finirono su grandi radio, allargando il nostro pubblico. Ma per fortuna! E poi basta con questa equazione mainstream = gente che non capisce. Se a qualcuno fa star bene ‘La solitudine’ di Laura Pausini, la musica ha vinto lo stesso”. Poco importa se arrivi dallo streaming di uno sconosciuto, o dalla grande emittente. Non è piaggeria, come ribadisce commentando “Rosso e nero”, un brano del disco che toglie il colore alla morale comune: “Hanno provato a imboccarci più volte, ma crediamo che musica e politica non debbano mai unirsi sul palco, perché il pubblico non è scemo, ma c’è una pericolosa sudditanza esplicita tra chi sta sul palco e i fan”.

“I miei primi 10 dollari per girare tutta l’Italia”

James Ivory è la personalità cinematografica del momento”, secondo Michele Diomà, regista italiano che con il candidato Oscar per la sceneggiatura di “Call by your name” sta per girare “Dance again with me, Heywood!”. “Gli ho proposto di partecipare al mio film – racconta – poteva rifiutare, invece mi ha dato subito il suo appoggio. Nella pellicola Ivory interpreta se stesso, dato che il personaggio principale è un filmmaker, Giorgio Arcelli Fontana, attore e regista piacentino trasferitosi da molti anni a New York con una passione per Napoli e Massimo Troisi”, spiega Diomà che firma l’intervista che pubblichiamo a Ivory con dichiarazioni inediti sul suo rapporto con la cultura italiana.

Mister Ivory quando è iniziata la sua passione per l’Italia?

Molti anni prima del 1986, anno in cui ho girato Camera con vista ambientato in buona parte a Firenze. Avevo 22 anni nel lontano 1950, mi trovavo in viaggio a Parigi, ero giovane e con ben pochi soldi, ma avevo una gran voglia di scoprire l’Italia, anche perché in quegli anni tutti in America farlo. Se ben ricordo fu proprio il primo anno di boom del turismo nel vostro paese dopo gli anni difficili della Seconda guerra mondiale.

Come andò il suo viaggio?

In maniera avventurosa. Salii su un treno per riuscire a vedere almeno Venezia. Non dimenticherò la prima volta che la vidi, ne fui folgorato e decisi che nella città lagunare avrei girato il mio film d’esordio, un desiderio che coronai 3 anni dopo, quando con fatica racimolai i soldi per girare un piccolo documentario Venice: Theme and Variations.

Si fermò a Venezia?

No. Dato che mi trovavo in Italia, pensai che non potevo non visitare Roma, ma avevo un piccolo problema pratico, mi erano rimasti in tasca 10 dollari. Sono passati più di 65 anni da quel giorno, ma ricordo perfettamente il mio stato d’animo, da una parte ero spinto dalla mia situazione economica a mettere fine a quel viaggio in Italia e chiamare mio padre in America perché mi facesse il biglietto per rientrare, dall’altra avevo una fortissima voglia di vedere la Caput Mundi. Un po’ per incoscienza dovuta alla mia giovane età, un po’ per fame di avventura, optai per la seconda soluzione.

Ne valse la pena?

Non appena arrivai alla Stazione Termini corsi in un’American Express con la speranza di trovare un regalo da parte di mio padre, che generosamente senza dirmelo mi fece trovare sul conto 100 dollari. Beh mi sentii l’uomo più ricco del mondo. Iniziai a girovagare per Roma e a ogni passo vedevo palazzi, piazze e monumenti che mi lasciavano senza fiato. Ricordo quel periodo come bellissimo e non volevo più andarmene, rimasi infatti a Roma per circa tre mesi. E devo confidarvi una cosa: proprio a Roma c’è il monumento che ancora oggi, che ho girato un po’ il mondo, considero il più bello in assoluto. Il Pantheon.

Lei il 4 marzo potrebbe vincere l’Oscar alla miglior sceneggiatura per “Call me by your name” di Luca Guadagnino e ha accettato di partecipare al film di un giovane regista italiano. Cosa la affascina del nostro cinema?

Intanto la grande storia del cinema italiano. Mi emoziono sempre quando rivedo Umberto D. di Vittorio De Sica e adoro in termini assoluti Il Gattopardo di Luchino Visconti. Un capitolo a parte va dedicato a tutta la filmografia di Federico Fellini, io sono un vero e proprio fan. Ho visto tutti i suoi film. Negli anni a New York spesso c’erano come prime americane film di Fellini, e ricordo che non erano considerate come degli eventi simili a tanti altri che si tengono ogni giorno nella Grande Mela. La prima di un nuovo film di Federico Fellini era attesa come una grande esperienza culturale. Tutti i cinefili correvano a Manhattan in attesa dell’arrivo di Giulietta Masina e Federico Fellini, che venivano a New York per presentare un nuovo film. Quindi è inevitabile che io sia sempre interessato ad ascoltare un regista italiano che viene a propormi un progetto.

Da qui le due collaborazioni. Ha altro in programma?

Sto anche scrivendo la sceneggiatura di un cortometraggio che si intitola Modern Marriage con Giorgio Arcelli Fontana, un progetto che sia pure con un tono da commedia affronta una tematica impegnativa come l’immigrazione.

Oltre ai registi, ci sono attori italiani che stima?

C’è un particolare del cinema italiano che mi ha sempre sorpreso in positivo: i volti degli attori, anche delle comparse. Dico questo perché trovo le facce degli italiani sempre molto espressive, non importa che siano donne, uomini, bambini o anziani, hanno tutti una bellezza rara, e questo è un elemento estetico importante nel cinema. Ecco perché è sempre un piacere per me rivedere un film italiano, dato che sono un regista che tiene molto in considerazione le caratteristiche somatiche degli attori.

 

Cinque ore di tregua nel Ghouta ma nessuno ferma i turchi ad Afrin

Il presidente russo Vladimir Putin, ha ordinato una “tregua umanitaria” a partire da oggi per una pausa di 5 ore dei raid aerei nel Ghouta orientale dove, oltre agli estremisti islamici, vi sono intrappolati 350.000 civili. Il dramma dei curdi (fino a poche settimane fa in trincea contro l’Isis) ad Afrin non riscuote la stessa attenzione: il presidente turco Erdogan continua a bombardare e ha deciso di schierare le forze speciali.

I “Dreamer” restano l’incubo di Trump

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha respinto la richiesta dell’amministrazione Trump di porre fine al programma di protezione dei dreamer, i giovani immigrati irregolari entrati nel Paese quando erano minori, e che si sono nel frattempo costruiti una vita negli Usa. Il piano era stato varato da Barack Obama.

L’attuale presidenza aveva chiesto al massimo organo giurisdizionale di rivedere le decisioni di due corti distrettuali federali – negli stati della California e di New York – che si sono espresse contro la fine del programma di protezione dei dreamer, mettendo i bastoni fra le ruote al programma della Casa Bianca.

Il presidente americano lo scorso settembre aveva annunciato che, in mancanza di una riforma da parte del Congresso, non avrebbe rinnovato il Daca (Deferred Action for Childhood Arrivals) alla sua scadenza del 5 marzo. Una mossa per fare pressione su repubblicani e democratici in modo da fargli capire che era necessario raggiungere un accordo sulla riforma dell’immigrazione. Accordo finora fallito, anche per l’impossibilità di trovare un compromesso sulla costruzione del muro al confine col Messico, altro punto fermo e promessa che il tycoon aveva fatto in campagna elettorale e che continua a ribadire nei suoi tweet: il muro si farà e a pagarlo saranno gli stessi messicani.

Di fronte alle sentenze delle corte distrettuali la Casa Bianca aveva deciso di non fare ricorso a una corte d’appello rivolgendosi direttamente alla Corte Suprema, ma è rimasta delusa.

Ieri è arrivata la doccia fredda e la reazione del presidente Trump non è proprio distaccata.

Il programma di protezione dei dreamer varato dall’amministrazione Obama è “chiaramente illegittimo e illegale”. Le affermazioni arrivano dalla Casa Bianca, attaccando ancora una volta i giudici federali che hanno confermato le misure a favore degli immigrati irregolari entrati negli Usa quando erano minori. Raj Saha, uno dei portavoce di Trump, parla di “decisione unilaterale” dei giudici di San Francisco e di New York. Come accaduto con la legge sulla sanità e le assicurazioni che il presidente Trump ha cercato di cancellare in ogni modo, anche stavolta “è colpa di Obama”. A tirare un sospiro di sollievo circa 700 mila persone che dal 5 marzo rischiavano l’espulsione. Al presidente resta di fare l’eroe almeno nelle dichiarazioni.

Ricordando la strage di Parkland, e riferendosi allo sceriffo che non è intervenuto ha detto: “Io sarei entrato nella scuola, anche disarmato”.

Apple, il morso alla mela l’ha dato l’imperatore Xi

Non è proprio la resa del Bene al Male, e tanto meno la vittoria di San Giorgio sul Drago: non è né un apologo né un’allegoria. È una storia d’affari e di realismo, un calcolo d’interesse tra il meno – il dare i dati – e il più – restare nel mercato cinese. L’Apple è un gigante dell’informatica ed è pure un’icona della libertà d’informarsi e di comunicare, ma il miliardo e 300 milioni di potenziali clienti cinesi sono una potente calamita.

Così, l’azienda che fu fondata da Steve Jobs accetta di consegnare alla Cina, entro fine mese, i dati degli utenti cinesi che usano il servizio iCloud, la ‘nuvola’ su cui conservare file, foto, sms, email. Significa sicuramente compromettere la privacy degli utenti nei confronti delle autorità cinesi.

Ma c’è la necessità di adeguarsi alle leggi sulla cybersicurezza cinesi: prevedono che i dati siano memorizzati su server fisicamente localizzati nella Repubblica popolare cinese, e non più – come finora avvenuto – su server statunitensi. È probabilmente un caso che la decisione della Apple coincida con l’annuncio, da parte della Cina, di una riforma della Costituzione che cancella il limite di due mandati presidenziali quinquennali e consecutivi: Xi Jinping, l’attuale presidente, uscito più potente che mai dal congresso del Partito a novembre, non dovrà, quindi, farsi da parte alla fine del suo secondo mandato, che sta per iniziare. La conferma di Xi a marzo da parte del Comitato del Popolo, il Parlamento cinese, è una formalità. Può anche darsi che Xi stia esercitando una positiva influenza sulla Corea del Nord, come dice ora il presidente Trump, che fino a poco tempo fa gli rimproverava di tenere bordone a Pyongyang – adesso, lo farebbe Mosca -. Di certo, Xi prende a prestito dai Kim la nozione di ‘presidente eterno’, cara alla dinastia dittatoriale comunista nord-coreana.

Al mondo degli affari, la novità non sembra dispiacere: alle borse di Shanghai e di Shenzhen, i titoli delle società con nomi legati ai termini ‘imperatore’ o ‘re’ fanno un balzo in avanti, adesso che Xi più che un presidente appare, appunto, un ‘imperatore’, nella tradizione cinese. Vanno forte aziende d’ogni genere, elettroniche, meccaniche, agro-alimentari, di servizi di pulizia, purché nel nome ci sia un riferimento imperiale o reale.

Certo, gli operatori cinesi hanno un’inclinazione allo scaramantico superiore a quelli occidentali e, quindi, la mossa è più cabala che calcolo. Ma, giaculatorie a parte, la Cina si sta attrezzando per essere protagonista, a suo modo, sulle scene politica ed economica del XXI Secolo.

A marzo, il Comitato del Popolo avallerà numerose riforme della Costituzione: oltre a iscrivere, come già deciso, nella Carta Suprema il pensiero del presidente “sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era”, v’inserirà la visione della “costruzione per l’umanità di una comunità con un futuro condiviso”, altra teoria cara a Xi. Le novità – assicura l’agenzia Nuova Cina – rafforzeranno “i valori centrali del socialismo”, ma in primo luogo il ruolo del Partito (“la leadership del Pcc definisce la peculiarità del socialismo con caratteristiche cinesi”) e quello di Xi.

Pechino invia emissari economici negli Stati Uniti, diventa ago della bilancia nella crisi coreana e si dota d’una stabilità politica interna che è musica alle orecchie degli investitori internazionali. Ansie e timori di attivisti e associazioni per i diritti umani in questo contesto non ‘fanno il peso’: prevedendo la mossa delle Apple, Reporters sans frontières aveva invitato due settimane or sono blogger e giornalisti in Cina a non usare iCloud per non essere individuati dal governo. Qualche giorno fa, la Apple ha inviato notifiche agli utenti cinesi per avvisarli del cambiamento, cui – spiegava – aveva cercato di opporsi, senza successo. I dati cinesi finiranno sui server della Cloud Big Data Industry, società creata a Guizhou nel 2014, con stretti legami con il governo e il Pcc.

Pechino ha un record impressionante di repressione, restrizioni, violazioni dei diritti umani, non solo su Internet. Ma Tim Cook, Ceo di Apple, non ci pensa proprio a mollare il mercato cinese, in nome della tutela della privacy e della salvaguardia dei diritti umani. Comunisti o liberals, siamo tutti capitalisti!