Weinstein Company, il viale del tramonto

“Anche se siamo consapevoli che si tratta di una scelta profondamente infelice per i nostri dipendenti e per i creditori, il consiglio non ha altra scelta che cercare l’unica opzione praticabile per massimizzare il valore residuo dell’azienda: una procedura di fallimento”.

Con un comunicato di poche righe il consiglio di amministrazione della compagnia di produzione cinematografica mette fine all’impero di Harvey Weinstein (assieme al fratello Bob): da “dio” del cinema americano, a comune mortale che fa fatica persino a mangiare un hamburgher in un ristorante senza essere insultato. Harvey Weinstein è, secondo decine di testimonianze di attrici e dipendenti, il molestatore seriale, il predatore sessuale a cui nessuna poteva sfuggire, se non pagandone le conseguenze con l’estromissione dal proprio lavoro.

Il tentativo di vendere la compagnia è fallito nel momento in cui il procuratore generale di New York ha avviato un procedimento contro i fratelli Weinstein – Bob è il presidente mentre Harvey, almeno ufficialmente, è in un centro di cura – per aver calpestato i diritti civili dei loro impiegati. “La Weinstein Company ha ripetutamente violato la legge di New York non proteggendo i suoi dipendenti da molestie sessuali invasive, intimidazioni e discriminazioni” aveva detto Eric Schneiderman basandosi su quattro mesi di indagini. L’azione ldi Schneiderman è stata mirata ad evitare che le vittime potessero restare senza risarcimenti. Non appena l’ufficio del procuratore si è mosso, la cordata di investitori guidata da Maria Contreras-Sweet, ex funzionaria dell’amministrazione Obama, che era pronta a sborsare 500 milioni di dollari per rilevare la compagnia, si è dileguata.

Alla fine del 2017 la Weinstein Company aveva venduto negli Usa i diritti di distribuzione di Paddington 2, film con Hugh Grant, per farlo uscire ugualmente mentre i dirigenti cercavano di concludere la vendita della società. Ma è stato inutile. È il viale del tramonto per la Weinstein Company che ha dato al cinema pellicole di rilievo e vincitrici di Oscar come Il discorso del re, Django Unchained e The Artist.

Il caso è scoppiato nell’ottobre 2017, ma si trattava di quello che i giornali americani hanno definito un Hollywood open secret: tutti sapevano ma nessuno aveva avuto il coraggio di denunciare che – dalle impiegate alle attrici protagoniste e non – le donne erano tutte a rischio molestie per l’attività compulsiva di Harvey Weinstein: a parlare, solo per citarne alcune, sono state Ashley Judd, Rose McGowan, Asia Argento, Gwyneth Paltrow, Mira Sorvino. Una marea che ha spinto verso altri lidi la moglie di Harvey, Georgina Chapman, un matrimonio in piedi da 10 anni con due figli di 7 e 4 anni; lo lascia con una dichiarazione che non ammette appelli: “Il mio cuore è distrutto per tutte le donne che hanno sofferto”.

Un colpo al cuore di Jan copre il marcio del potere

Sapeva troppo, il 27enne giornalista investigativo slovacco Jan Kuciak. Sapeva e documentava con articoli che lasciavano il segno. E che sono stati la sua sentenza di morte: inchieste che andavano al sodo, svelavano torbidi affari, storie losche in cui erano coinvolti politici e affaristi locali, ma anche imbarazzanti intrighi internazionali, per esempio import ed export alla faccia degli embarghi contro la Russia tanto proclamati dalla Casa Bianca e imposti agli alleati Nato. Come quello che Kuciak aveva scoperto nel 2015: gli americani avevano comprato, tramite triangolazioni commerciali e finanziarie, elicotteri russi da trasporto truppe (Mi-8 e i modelli successivi Mi-17 modificati per adattarli alle esigenze delle campagne in Iraq e Afganistan), movimentando mezzo miliardo di dollari. Nel 2017 le indagini di Jan avevano addirittura provocato proteste e manifestazioni di piazza, perché mettevano a nudo un intricato giro di corruzione: presunte frodi fiscali collegate a un complesso di appartamenti di lusso – il Five Star Residence di Bratislava – in cui erano emerse transazioni sospette tra 5 società immobiliari e uomini vicini al partito del primo ministro, il populista di sinistra Robert Fico. La piazza chiedeva le dimissioni del fido Robert Kalinak, ministro degli Interni, per i rapporti d’affari con uno dei 5 imprenditori.

È finita come a Malta, il 16 ottobre scorso, quando fu ammazzata Daphne de Caruana, Galizia, nota blogger e anche lei coraggiosa giornalista d’inchiesta: la fecero saltare per aria mentre era alla guida della sua auto, imbottita di tritolo. Per Kuciak ci si è serviti di uno o due killer professionisti. Il giornalista è stato freddato nella sua abitazione di Velka Mach, vicino alla città di Trnava (65 chilometri dalla capitale), con un preciso colpo al cuore.

La sua ragazza, Martina Kusnirova, con un colpo alla testa. Forse si voleva inscenare un omicidio-suicidio. I corpi sono stati scoperti la sera del 25 febbraio: probabilmente la coppia è stata assassinata tra giovedì e domenica, così ha riferito la polizia.

Nella pagina Facebook, Jan aveva scritto che qualcuno l’aveva minacciato telefonicamente e che aveva sporto denuncia alla Procura. Il suo ultimo articolo è stato pubblicato il 9 febbraio da Aktuality.sk. Secondo il quotidiano Dennik Novosti, un anno fa il controverso imprenditore Marian Kocner – uno dei 5 invischiati nello schema delle frode svelate da Jan – aveva minacciato il giornalista di scavare nella sua vita privata a caccia di notizie compromettenti sulla famiglia per screditarlo: “Comincio a dedicarmi specialmente a lei, a sua madre, a suo padre e ai suoi fratelli”. Un altro giornale, Sme, ha precisato che Kuciak si era rivolto alla polizia, ma poi aveva reso noto che le forze dell’ordine non si erano attivate in alcun modo. Non è una novità. Alla morte di Daphne ci fu più di un poliziotto che festeggiò…

Bruxelles ha subito stigmatizzato il duplice omicidio, premettendo che nessuna democrazia può sopravvivere senza la stampa libera (tweet di Frans Timmemans, vicepresidente della Commissione Ue), mentre Antonio Tajani, presidente del Europarlamento ha aggiunto: “L’Unione non può accettare che un giornalista venga ucciso per aver fatto il suo lavoro, chiedo alle autorità slovacche di avviare un’indagine approfondita con il supporto internazionale”.

L’assassinio di Kuciak è paradossalmente un assist per Bruxelles. La Slovacchia fa parte del Gruppo euroscettico di Visegrad. Si è opposta alla richiesta Ue di ripartire il numero dei profughi: “Accettiamo solo migranti cristiani”. L’Sns (il partito nazionale slovacco, estrema destra), alleato del governo, è sopravvissuto a malapena a uno scandalo di fondi europei stornati, indebolendo la posizione di Fico. Sul fronte economico, Bratislava è accusata (soprattutto da Roma, per la vicenda Embraco) di favorire le delocalizzazioni effettuate dai giganti mondiali che si sono installati nel Paese, grazie a incentivi fiscali e salari bassi. Così Fico, per salvare la faccia, ha promesso una taglia di un milione di euro a chi fornirà notizie che contribuiscano all’arresto dei killer: “È un atto ripugnante e premeditato”. Ma la situazione politica è traballante, per i ripetuti scandali e per altri omicidi legati a oscuri affari. Le opposizioni chiedono le dimissioni del ministro degli Interni, Kalinak, e del capo della polizia, Tibor Gaspar; i liberali temono un ritorno “ai tempi bui del governo di Vladimir Meciak, quando la Slovacchia era il buco nero dell’Europa”.

È polemica sulla nomina del braccio destro di Juncker

Agitazione a Bruxelles per la promozione del capo di gabinetto del presidente della Commissione Jean Claude Juncker, il tedesco Martin Selmayr, alla carica di segretario generale dell’esecutivo europeo – dal primo marzo – in sostituzione del dimissionario Alexander Italianer. Tra le principali contestazioni, la mancata trasparenza dell’iter. Il portavoce dell’esecutivo comunitario Alexander Winterstein ha difeso per circa un’ora la nomina di Selmayr in sala stampa, spiegando nel dettaglio la procedura seguita, a partire dalla pubblicazione dell’incarico, il 31 gennaio. “Tutto è avvenuto nelle regole”, ha più volte ripetuto Winterstein, sottolineando che si sarebbe potuto procedere anche con una nomina diretta, una strada che tuttavia la Commissione “ha scelto di non adottare”, preferendo la più “severa e appropriata” procedura a tappe, conclusasi con la “decisione unanime del collegio dei commissari”. Il portavoce ha spiegato che le candidature arrivate per il posto sono state due e per questo non è stato necessario fare una short-list e ha poi respinto le allusioni che legavano le dimissioni dell’olandese Italianer al caso sulla secretazione dei documenti dell’offerta per l’assegnazione dell’Ema.

Appalti Eni in Algeria, chiesti 6 anni e 4 mesi per l’ex capo Scaroni

Sei anni e 4 mesi di carcere. È la richesta del pm di Milano Isidoro Palma per Paolo Scaroni (nella foto), ex numero uno di Eni, tra gli imputati per corruzione internazionale al processo in corso a Milano con al centro le presunte tangenti pagate in Algeria in cambio di appalti. Chiesti anche 900 mila euro di sanzione per la stessa Eni e per Saipem, alla sbarra in qualità di enti, e 8 anni per Farid Noureddine Bedjaoui, fiduciario dell’allora ministro algerino dell’energia, ritenuto con il suo entourage il destinatario delle mazzette. Al termine della sua requisitoria, il pm ha sottolineato che “nessuno degli imputati merita la concessione delle attenuanti generiche” poiché l’atteggiamento di “tutti è stato negare i fatti, anche da chi è stto interrogato. E c’è chi ha preferito il silenzio”. Il pm ha sottolineato che nella vicenda è stato fondamentale far apparire la “tangente come una provvigione che compare nei bilanci di Saipem e di Eni” e che Scaroni e Antonio Vella, responsabile Eni per in Nord Africa (per lui chiesti 5 anni e 4 mesi), “hanno usato la controllata per fare veicolare le tangenti perché fa comodo a Eni”.

Gian Marco Moratti, l’erede senza qualità del nostro capitalismo

La specie umana l’ha imparato alcuni millenni fa che “de mortuis nihil nisi bonum”, cioè che dei morti bisogna solo parlare bene. E non c’è ragione di violare la regola aurea per Gian Marco Moratti, il petroliere milanese morto ieri a 81 anni, sul quale questo giornale è stato forse l’unico a scrivere ciò che era doveroso scrivere quando era vivo e talmente ricco e potente da risultare temibile. Alla leggendaria famiglia Moratti si applica del resto un’altra massima latina, “divitibus ac potentibus multi sunt amici”, che ben descrive l’inclinazione della stampa italiana a parlare solo bene dei ricchi per passare dal bene al benissimo in caso di morte. E così ieri abbiamo appreso addirittura che “dal padre aveva avuto lezioni di vita fin da giovanissimo”, un’ovvietà valida per chiunque non sia rimasto precocemente orfano. Ma anche che da una parte era “legatissimo ai figli” e dall’altra poteva andare orgoglioso “di non essere incluso nella categoria dei figli di, quella seconda generazione incapace di mantenere i risultati dei padri fondatori”.

Queste esagerazioni elegiache sono forse più di cattivo gusto e più irrispettose del defunto di qualche pacata verità utile a riconoscere a Moratti il posto che gli spetta – non di primissimo piano ma neppure irrilevante – nella storia del capitalismo italiano. A partire dal fatto che è stato esattamente un figlio di, il primogenito di Angelo Moratti, imprenditore di prima grandezza, coetaneo di Enrico Mattei e di Attilio Monti: quando Mattei ha costruito con l’Eni, l’impero petrolifero pubblico, i suoi amici Monti e Moratti lo hanno affiancato impiantando le grandi raffinerie private. Moratti padre era nato povero e ha costruito una ricchezza immensa grazie a una capacità imprenditoriale fuori del comune e a una personalità carismatica, interpretando abilmente il ruolo del petroliere privato nell’Italia della ricostruzione in tutte le sue declinazioni, non ultimo qualche rapporto opaco con la politica. Fu lui a costruire in Sardegna, nella piccola Sarroch alle porte di Cagliari, la più grande raffineria del Mediterraneo.

Angelo Moratti è morto nel 1981, quando Gian Marco aveva già 45 anni e l’altro figlio Massimo ne aveva 36. Con la raffineria i due fratelli hanno ereditato una fabbrica di denaro, prende il petrolio greggio e lo trasforma in carburante. Bisogna essere un po’ idioti per farla andare male ma non c’è bisogno di essere geni per farla andare bene. Come imprenditore Gian Marco Moratti lascia ai due figli maschi Angelo (nato dal primo matrimonio con la giornalista Lina Sotis) e Gabriele (frutto del secondo matrimonio con Letizia Brichetto, più nota con il cognome del marito) esattamente la stessa raffineria ereditata dal padre quasi quarant’anni fa. Si noti l’usanza dinastica di trasmettere l’azienda solo per linea maschile, escludendo le due figlie femmine Francesca e Gilda, così come il capostipite non volle nel business petrolifero le sorelle di Gian Marco e Massimo, Adriana, Maria Rosa detta Bedi e Gioia.

Rimane un mistero che cosa abbia fatto Gian Marco degli immensi capitali ereditati e accumulati dopo la morte del padre, come del resto è ignoto l’esatto ammontare delle sue ricchezze che qualcuno si spinge a considerare superiori a quelle di Silvio Berlusconi. Suo fratello ha notoriamente speso una cifra vicina al miliardo per finanziare l’Inter e inseguire il sogno, coronato da successo nel 2010, di riportarla quarant’anni dopo ai fasti della Grande Inter di Helenio Herrera e, appunto, del presidente Angelo Moratti. Di Gian Marco si sa che ha generosamente finanziato per decenni la Comunità di San Patrignano di Vincenzo Muccioli dove, racconta la leggenda autorizzata, passava quasi tutti i fine settimana con moglie e figli a dare una mano al recupero dei tossicodipendenti. Ma è difficile rintracciare nella sua biografia un contributo innovativo alla storia dell’industria italiana. Contrariamente agli elogi di maniera, Gian Marco Moratti ha perfettamente rappresentato la figura dell’imprenditore di seconda generazione, e ha interpretato il ruolo in modo dignitoso, senza le pose sguaiate di certi nati ricchi, e anzi arricchendo con un generoso e silenzioso paternalismo la sua sostanziale posizione di percettore di rendita. Ciò ha contribuito a costruire una reputazione così positiva da cosentirgli di superare senza danni i momenti più difficili.

Uno in particolare va ricordato, la quotazione in Borsa della Saras nel 2006. Al culmine della bolla finanziaria lui e suo fratello sono riusciti a collocare il 40 per cento del capitale mettendosi in tasca 1,7 miliardi dei risparmiatori, ai quali le azioni Saras furono piazzate al prezzo stellare di 6 euro. Su come fu fissato quel prezzo è stata fatta anche un’inchiesta giudiziaria dalla quale sono emerse circostanze quantomeno sospette. È un fatto che le azioni Saras crollarono già il primo giorno di contrattazioni e oggi valgono solo 1,8 euro.

Negli ultimi anni la funzione più nota alle cronache di Gian Marco Moratti è stata quella di principe consorte di sua moglie Letizia, prima presidente della Rai, poi ministro della Pubblica istruzione, poi sindaco di Milano e infine, oggi, presidente di Ubi Banca. Ma al fatto che il potente petroliere si limitasse a contribuire ai successi politico-imprenditoriali della moglie solo con il silenzioso consiglio dietro le quinte hanno sempre creduto in pochi.

Da Greenpeace al Wwf: la campagna elettorale è fai-da – te

Due campagne per sottolineare l’assenza dei temi ambientali dai programmi dei partiti: la prima è del Wwf Italia che ha proposto la sua personale “campagna elettorale” proponendo agli elettori di votare temi e argomenti importanti per la natura italiana, dal “Vota le energia pulite” al “Vota i parchi” o “Vota il Mare” e “Vota il lupo”. “Visto che la politica continua ad essere distratta rispetto alle tematiche ambientali ci rivolgeremo direttamente ai cittadini con una campagna di sensibilizzazione elettorale da parte della Natura” ha detto la presidente del Wwf Italia, Donatella Bianchi. Stesso principio per la campagna di Greenpeace Italia che ha invece elaborato dei cartelli elettorali fake (specificando per ognuno che, appunto, “purtroppo questa è una fake news” con i volti dei principali candidati di tutte le parti politiche e accanto dichiarazioni d’impegno per la tutela dell’ambiente che, purtroppo, non sono vere: da “Vieteremo la plastica usa e getta” a “Nei primi tre anni i governo raddoppieremo le rinnovabili in Italia”.

Caravaggio dimenticato da Sky e Comune

Gli sceneggiatori del docufilm L’anima e il sangue dimenticano il soggiorno di sei mesi a Messina di Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, e il sindaco Renato Accorinti strilla indignato “in nome di Messina: questo è ostracismo culturale’’ e chiede al ministro Dario Franceschini il ritiro dagli schermi del documentario di Sky Theatrical Production “perché sia revisionato”. Richiesta ribadita nella lettera inviata all’amministratore di Magnitudo Film: “Non posso non criticare aspramente un film che – scrive Accorinti – seguendo l’ordine cronologico, decide di eluderne una tappa fondamentale per l’evoluzione stilistica del Merisi. Le due opere custodite al Museo regionale di Messina, la Resurrezione di Lazzaro e l’Adorazione dei Pastori, sono considerate tra i principali capolavori di Caravaggio’’. Travolto dall’indignazione Accorinti però non si accorge che le due tele del Caravaggio dipinte sulla sponda dello stretto, e ignorate nel docufilm, rischiano l’anonimato non per il film, ma perchè custodite nel museo regionale gestito dal Comune in modo assai precario: nel 2016 occupava il 35° posto su 40 tra i musei siciliani più visitati con appena 19 mila biglietti staccati, forse anche perché i visitatori faticano a trovare l’ingresso, come testimonia la prima recensione su Tripadvisor di un visitatore: “A Messina eravamo in due, per trovare l’entrata abbiamo dovuto chiedere al custode del palazzo vicino, secondo cui non eravamo i primi a non trovare l’entrata. Le spiegazioni, il titolo e l’autore dei quadri era in un foglio scritto a macchina e appeso in una busta di plastica. Di audio guide neanche a parlarne. Ai custodi sembrava dessero fastidio i visitatori”. Custodi, peraltro, assunti attraverso coop private in violazione della legge, come ha denunciato la Cgil messinese a settembre, durante la visita dell’allora governatore Rosario Crocetta: “I lavoratori siano liberati dalle coop e chiamati direttamente dagli enti pubblici – disse Clara Crocè, della Funzione Pubblica Cgil – non più tramite soggetti privati che fungono da agenzie interinali aggirando le norme che vietano l’intermediazione di manodopera”. È l’ultimo capitolo di una storia tormentata del museo la cui ala più recente venne inaugurata nel 2016, a 30 anni dal progetto, e subito richiusa dal lunedi al venerdi, per poi riaprire anche il fine settimana sulla spinta delle proteste della stampa. Allora Repubblica titolò: “Il Museo regionale di Messina apre davvero’’. Disagi persino tollerabili se confrontati al misterioso furto di 260 preziose tele sparite nell’arco di 10 anni (50 ritrovate) scoperto grazie all’intuizione di Federico Zeri: nel 1951 giovanissimo ispettore della sovrintendenza laziale, che in visita a Messina si accorse che un trittico fiammingo del ‘500, Madonna con bambino, era in realtà un clamoroso falso, dipinto, si scoprì dopo, da uno dei custodi.

Boschi a rischio per legge: tagli facili e speculazione

L’ambiente è il grande assente della campagna elettorale e vien da pensare che sia per coerenza: è da poco uscito dalle commissioni uno schema di decreto approvato a inizio dicembre dal Consiglio dei Ministri che riorganizza le norme sui boschi e le foreste. A contestarlo, a poche ore dalla possibile approvazione definitiva, sono oltre duecento tra docenti e ricercatori, botanici, zoologici ma anche esperti di rischio idorgeologico e docenti di diritto costituzionale. Segnalano deroghe e punti scivolosi – nascosti soprattutto nei rimandi di legge – che mettono a rischio il patrimonio boschivo italiano. Chiedono al governo di non approvarlo.

Il provvedimento, una legge quadro, è frutto di una delega del 2016 e nasce con l’obiettivo di riordinare e armonizzare le leggi sulle aree boschive italiane. “Il Testo unico forestale – ha detto il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina – è uno strumento essenziale per un Paese che ha 12 milioni di ettari di boschi. Vogliamo farne una risorsa, che aiuti a difenderci dal dissesto idrogeologico e dia un contributo alla lotta allo spopolamento delle aree rurali”. Il prodotto è però un pasticcio normativo.

Cambia l’iter per la trasformazione e l’eliminazione del bosco: oggi è generalmente vietata ma ha anche eccezioni come ad esempio nel caso la realizzazione di opere di interesse pubblico. Regolata dalle Regioni, spesso è previsto che in questi casi ci sia una compensazione di tipo naturalistico (per ogni ettaro di bosco rimosso, altri piantati altrove) o economico. Quest’ultimo implica il reimpiego dei soldi per il miglioramento dei boschi o per il controllo del dissesto idrogeologico. La nuova legge, spiegano invece l’associazione Soa e Ardea, decreta che l’eliminazione del bosco sia sempre possibile tranne quando ci siano ostacoli che, però, dovranno essere dimostrati. In pratica, si passa da un intervento eccezionale a un iter possibile. La compensazione prevede anche la cosiddetta ‘valorizzazione socio – economica’: “In una definizione del genere – spiegano – potrebbero rientrare manufatti come baite e strade ma anche resort, piste da sci, parcheggi”. L’articolo 5 esclude dalla definizione di bosco i vecchi appezzamenti di terra coltivata, quelli magari diventati boschi per abbandono senza limiti di tempo. Anche una zona che si dimostri fosse un campo coltivato 500 anni fa potrebbe quindi essere svincolata dalle tutele del bosco ed essere soggetta a tagli indiscriminati.

“Il bosco – spiega Alessandro Chiarucci, professore ordinario del Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali dell’università di Bologna – non è solo una coltura produttiva ma anche un habitat naturale e ha un valore come tale. È un elemento fondamentale della biodiversità che deve aver garantito un ‘diritto’ ad esistere e ad avere anche delle proprie dinamiche naturali senza dover essere visto esclusivamente in base a necessità umane”.

Via la classificazione di bosco anche per le costruzioni abbandonate che magari nel tempo siano state infestate da alberi e vegetazione mentre per le zone non ‘curate’ da 10 anni è prevista una classificazione come terreno abbandonato. “Di conseguenza – spiegano – le Regioni possono imporre la gestione di quei beni”. In sostanza, se il bosco non viene tagliato entro un anno da quando è previsto il cosiddetto “turno di taglio”, l’ente pubblico fa intervenire una società privata: una parte del guadagno che deriva dalla legna viene accantonata e il proprietario può decidere se reclamarla. Intervento legittimo in casi eccezionali, per la gestione del rischio idrogeologico o per la tutela delle specie ma di certo non in modo sistematico. “È chiaro che esistono situazioni in cui bisogna intervenire per salvaguardare il bosco stesso – spiega Goffredo Filibeck, docente di botanica all’Università della Tuscia – ma vanno valutate caso per caso. Fondare una legge sul principio aprioristico che il bosco abbia bisogno di manutenzione per la protezione del dissesto idrogeologico e gli incendi è un assurdo scientifico”.

Dello stesso parere è Gianluca Piovesan, professore ordinario di selvicoltura e uno degli artefici del riconoscimento delle faggete secolari italiane come Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco: “Il testo parte dalla premessa, paradossale e contraria all’evidenza scientifica, che le foreste abbiano necessariamente bisogno di una manutenzione, ossia di tagli, apertura di strade e ad altri interventi, per prevenire il dissesto idrogeologico e gli incendi. Si torna indietro di secoli con principi gravissimi”. Gli esperti fanno poi una precisazione: “La produzione di legna e legname dai boschi è un’attività economica fondamentale – spiegano – : non vogliamo certo eliminarla dal territorio. Ma se si vogliono rendere i tagli molto più facili per ragioni economiche, allora si abbia il coraggio di dirlo e si lascino perdere ragioni pseudo-scientifiche”.

 

La funivia della Raggi e il sale di Alemanno: ironia e deliri social

“Pensa se ce stava ancora Spelacchio, come se sarebbe divertito!”. Il pensiero va anche a lui, il caro albero di Natale, nella giornata in cui i romani scatenano l’ironia al grido – anzi, all’hashtag – di #nevearoma. E allora su Twitter appare l’autostop di un orso polare, direzione Saxa Rubra, o la foto – questa autentica – di chi ha rispolverato gli sci per farsi un giro in Piazza San Pietro. La neve, per quanto annunciata, ha sempre fascino: “Me so’ talmente emozionato che sto a rifa’ l’albero di Natale”, dice qualche sentimentalista. È il caso di prenderla con filosofia, o magari con un po’ di spirito sportivo. “A Furio Camillo so’ partite le eliminatorie di bob a 4”, dice Emanuele, mentre altri rispolverano un’immagine del film Le Comiche in cui il Papa scia con le guardie svizzere. Non c’è poi emergenza maltempo senza polemica politica. “Pronto Gianni, scusa, ma le pale ’ndo l’hai messe?” si chiede Virginia Raggi al telefono con Gianni Alemanno, ricordando le imprese da MinCulPop dell’ex sindaco durante l’emergenza del 2012. Però a Virginia va dato atto di una cosa: “Lo vedete che serve la funivia?”, può finalmente rivendicare la sindaca, citando uno dei progetti della sua campagna elettorale. Il freddo si fa sentire e a Roma non sono così abituati: “Non ricordo un’ondata di gelo simile – dice Bobo su Spinoza.it – dai tempi del passaggio della campanella tra Enrico Letta e Matteo Renzi”. C’è pure spazio per l’angolo cinematografico, con l’hashtag #cineneve che storpia titoli di film famosi in tema gelo. Si va da “Roma città bloccata” a “Il diavolo veste Moon Boot”, fino al felliniano “Il dolce vita”. In attesa di altre nevicate, “Dalla Siberia è tutto”.

Ma il concorsone per l’Inps attende il suo esercito: alla Fiera 22 mila candidati

Nonostantei disagi dovuti alle nevicate, oggi Roma dovrà ricevere gli oltre 22.000 candidati al concorso bandito dall’Inps, che sosterranno la prova scritta alla nuova Fiera della Capitale, che è alle porte di Fiumicino. Nessun rinvio e nessuna restrizione, nonostante i forti ritardi nei collegamenti per la città e la prudenza che ha costretto l’amministrazione a chiudere le scuole anche oggi. Si tratta della prima ricerca di personale da parte dell’Istituto di previdenza dopo dieci anni di blocco del turn-over. Alla selezione parteciperanno 22.519 candidati con requisiti per il ruolo di “analista di processo”. Affronteranno oggi una prova scritta da 60 domande, con l’obiettivo di guadagnarsi il posto tra i 365 assunti, nel primo di una serie di bandi che dovrebbe assicurare almeno un migliaio di nuovi posti di lavoro. Il primo appuntamento è previsto alle 8.30, mentre quello per la sessione del pomeriggio è fissato alle 14.30.