Fs, lo “snevamento” degli scambi non va Delrio sul binario morto

Sembra uno scherzo, ma con le Fs in salsa renziana di Renato Mazzoncini siamo ormai abituati all’assurdo che si invera. Dopo giorni di attesa e preparazione alla nevicata di Roma cadono pochi fiocchi e si blocca la stazione Termini. L’unico che ancora fa finta di non capire è il ministro dei Trasporti Graziano Delrio: non può certo in piena campagna elettorale instillare il dubbio che l’infallibile Matteo Renzi abbia sbagliato la scelta del capo delle ferrovie. Poi c’è l’altro distrattone, Pier Carlo Padoan che, come ministro dell’Economia sarebbe l’azionista di Fs, ma è troppo impegnato a chiedere ai senesi il voto dopo avergli sfilato la proprietà del Monte dei Paschi.

Dunque ieri sera alle 19,30, cioè alla dodicesima ora di inferno ferroviario, Delrio si è ricordato che lo stipendio gli italiani non glielo danno per fare la campagna elettorale, e ha emesso una confusa nota giusto per insinuare che la colpa fosse di un treno rotto di Italo. Testualmente si chiede a Rfi, la società Fs che gestisce la rete, di fornire “con la massima urgenza” (ma perché?) un dettagliato rapporto sull’accaduto “al fine di poter valutare eventuali responsabilità anche delle imprese ferroviarie che eserciscono il servizio”.

Dopo giorni di allerta meteo, con le Fs che assicuravano di aver preparato per la neve un’accoglienza a base di “sistemi di snevamento e riscaldamento degli scambi nelle stazioni”, ieri mattina alle 7,30 hanno scoperto che a Roma qualche centimetro di neve aveva bloccato la stazione Termini. E che non c’era niente da fare. A Mazzoncini, noto esperto di autobus, l’acume da renziano – sviluppato comprando con denaro pubblico l’azienda tranviaria di Firenze e annunciarne la privatizzazione – non è stato ancora sufficiente a capire che la rete ferroviaria è fatta in modo che se si blocca Termini si blocca l’Italia. Non è una superstizione messa in circolazione dai NoVax, è un fatto che lo stesso Mazzoncini ha già sperimentato il 19 maggio dell’anno scorso senza bisogno di neve: mancò la corrente ai computer che a Termini regolano il traffico e fu fatalmente l’inferno nazionale. Se al posto di Mazzoncini Renzi avesse nominato un qualsiasi bigliettaio, il modesto addetto alle relazioni commerciali avrebbe ordinato per prima cosa di mettere un gruppo di continuità, una grande batteria, una piccola centrale nucleare, qualsiasi cosa che impedisse a quei computer di spegnersi. Mazzoncini no. Lui pensa a comprare le ferrovie greche e alla fusione con l’Anas, forse perché ambisce alla paralisi integrata auto+treno. E non pensa a chiedere al primo che passa: “Scusa signor mio dirigente strapagato, ma il sistema di riscaldamento degli scambi e di snevamento esiste o l’avete inventato per i comunicati?”.

Allo stesso modo Renzi e Delrio non pensano a chiedere a Mazzoncini come sia possibile che la stazione Termini, cuore pulsante della rete ferroviaria nazionale, si blocchi per qualche centimetro di neve annunciata da settimane. E soprattutto non pensano a denunciare agli elettori questa vergogna, visto che la stazione Termini non dipende da Virginia Raggi. La quale a ben guardare una colpa ce l’ha: avrebbe dovuto chiudere la stazione Termini, non le scuole.

 

E adesso che ci faccio con il san Bernardo?

E mo’ che ci faccio con ’sto San Bernardo che ho ordinato su Amazon? Sta là e mi guarda, uggiolando e sbavando. So quello che pensa, in quel capoccione: sono un cane San Bernardo selezionato per drammatici ritrovamenti di umani seppelliti da accecanti tormente di neve, andiamo, che stiamo aspettando? Vaglielo a spiegare che non c’è stata nessuna accecante tormenta di neve a San Giovanni né la Nuvola di Fuksas è stata trascinata via dalla furia di una slavina (che poi, tutto ‘sto male non avrebbe fatto) né ad alcuno hanno dovuto amputare le dita dei piedi per congelamento a Porta Portese.

Sono dunque stato precipitoso? Potevo pensarci ancora un po’ prima di cliccare “Acquista con Paypal”? Ma io sono romano. Di sei generazioni. Doc, diciamo. E da sempre qua a Roma, quando qualcuno dice: domani pare che nevica (non venite a cercare congiuntivi da noi), abbiamo una certa tendenza a drammatizzare l’evento “neve”. Probabilmente quando Orazio scrisse l’immortale verso “Vides ut alta stet nives candidum Soractem”, di nives

sul monte Soratte ce n’erano sì e no tre centimetri, ma il poeta era vittima della stessa curiosa sindrome. Che poi quelli come me che sentito il Meteo ordinano San Bernardo online, svuotano i supermercati e vanno da Ikea a cercare slitte con le istruzioni per il montaggio (“Ahò, so’ svedesi, se nun ce l’hanno loro…”) ci rimangono male. Perché quando poi vedi che la neve ti arriva si e no ai malleoli, che in un’oretta diventa una pappetta beige e che le pale servono solo agli egiziani per infornare le pizze, un po’ ti dispiace: sotto sotto volevi sentirti intrepido, salvare qualcuno che senza rispetto per l’ordinanza del Comune che blocca tutto compresi gli ascensori, giace sotto la gelida coltre finché non arrivi tu co’ ’sto San Bernardo acquistato su Amazon, che mo’ invece non serve a niente, magna come un rinoceronte e quando lo porti a spasso e sgancia, allora sì che serve la pala. E pure grossa.

Neve: Roma chiude e resiste Paralisi treni, Italia spaccata

La neve che ricopre i monumenti del centro e le periferie di Roma non si vedeva dal 2012. Allora, con una nevicata più abbondante, furono tre giorni di caos, tra ritardi organizzativi, mancanza di mezzi spazzaneve e di sale e dissidi sulle previsioni del tempo tra il Campidoglio allora guidato da Gianni Alemanno e la Protezione Civile.

Nevica a Roma, nevica a Napoli e in mezza Italia. Stavolta però si blocca la rete ferroviaria, con gli scali cittadini di Termini e Tiburtina in tilt per tutta la giornata e migliaia di persone in attesa: soppressi i treni Intercity in partenza o diretti nella Capitale, l’Alta velocità con ritardi medi di due ore e mezza e punte massime fino a 7 ore, e il collegamento diretto per l’aeroporto di Fiumicino con corse ogni 30 minuti. Un mix tra scambi gelati e rotaie pulite a rilento, più un treno fermo a Orte (Viterbo). La débâcle obbliga Trenitalia e Italo ad annunciare rimborsi integrali per placare l’ira degli utenti. In confronto nei due aeroporti romani va di lusso, con una decina di voli cancellati e tutte e tre le piste di Fiumicino attive, che accolgono anche alcuni aerei dirottati da Napoli, dove la scarsa visibilità non consente di atterrare.

Va meglio sulle strade di grande scorrimento. L’ordinanza del Campidoglio, che ha chiuso le scuole, consente di diminuire drasticamente il flusso di persone alla guida di una automobile o sui mezzi pubblici nelle prime ore del mattino, quelle in cui la neve cade in maniera più abbondante. Il Comune invita a “limitare gli spostamenti”.

Le tre linee della metropolitana reggono, il servizio bus di superficie invece è a scartamento ridotto, circola poco più di un terzo delle vetture, mentre i tram subiscono interruzioni a causa de rami caduti. A fine giornata si contano 33 alberi caduti sotto al peso della neve, oltre 100 interventi della polizia locale per la rimozione di rami. Per spazzare la neve dalle strade intervengono circa 200 mezzi e poi l’Esercito.

Le scuole resteranno chiuse anche oggi, per il rischio ghiaccio in strada dovuto alle temperature in picchiata sotto lo zero, ma siccome potrebbe nevicare anche giovedì e poi ci sono le elezioni si rischiano 9 giorni di stop. Il vicesindaco Luca Bergamo rivendica: “Qualcuno faceva ironia sulla decisione di chiudere le scuole, mi pare che i fatti parlino da soli”. C’è lui a coordinare la Sala Operativa, la sindaca Virginia Raggi è a Città del Messico per un incontro di amministratrici donne sui cambiamenti climatici. Le opposizioni polemizzano, parlano di “caos”, ma è una narrazione che risente della campagna elettorale. La Raggi decide comunque di anticipare il rientro: oggi sarà in Campidoglio.

Resta l’allerta per la temperatura, che potrebbe arrivare a -5 gradi, piuttosto insolita nella Capitale.

Ciclone D’Urso. E per fortuna non si candida con Politica Live…

Il carattere si forma la domenica pomeriggio, dice uno che se ne intendeva, Roberto Bolano. E nell’ultimo derby della fu guerra dell’etere, quello che oppone Barbara D’Urso a Cristina Parodi, il responso dell’auditel non lascia dubbi sul dubbio amletico: la domenica molto meglio essere Live che In. Dopo un inizio catastrofico il contenitore di Raiuno è migliorato, Benedetta Parodi è stata condotta a spignattare in cantina, i temi di costume sono trattati dalla padrona di casa con garbo. Parodi punta sulla misura e sulla credibilità, per quanto possano essere credibili gli ospiti in tour promozionale (zero, ma questa è la regola fissa della Tv). Babara D’Urso procede tetragona in senso contrario: non si fa mancare niente, non le fa paura niente, tutto nella Domenica Live tende all’iperbole: lo smalto ton sur ton, le triple ciglia finte, gli orecchini aztechi, gli apprezzamenti al tronista (“a bonoooo!”), il dietologo paraguru, l’uomo più rifatto del mondo, le corna e bicorna, i figli segreti, i pesci in faccia e gli stracci volanti. Tanti inseguono il trash, non tutti possono permetterselo. Barbara sì, sempre. È la sua forza. Come in politica, le promesse inattuabili tirano più del noioso buon senso, e c’è da chiedersi cosa accadrebbe se decidesse di candidarsi. Abolizione di tutti i canoni, condono perpetuo, bonus lifting, flat tax al 5, reddito di inclusione à la carte… Vota Barbara, Politica Live. È una fortuna che si accontenti di scendere in video, e non in campo.

Roberta Lombardi, la più antigrillina di tutti i grillini

Roberta Lombardi è un’instancabile sabotatrice di se stessa. Non c’è nessuno, in Italia, più anti-grillino di lei. Ogni volta che apre bocca, e peggio ancora ti capita di vedere in tivù quelle sue espressioni da Farinacci 2.0, ti vien voglia di votare tutti. Ma proprio tutti. Tranne lei. Col centrodestra spaccato e i 5 Stelle rappresentati dalla Lombardi, Zingaretti non può proprio perdere. Nemmeno se si impegna. Pochi giorni fa, in uno dei tanti slogan allegramente fascistelli, Donna Roberta ha detto che se verrà eletta lei ci saranno “meno migranti e più turisti”. Una frase a caso, perfetta per un Salvini o un La Russa, e dunque perfetta anche per lei. I poveri Fico e Di Battista si sono dissociati, e non potevano fare altro, ma Donna Roberta è inarrestabile. Lo è sempre stata, lanciata a bomba contro se stessa, in una propensione auto-demolitoria fagocitante e fieramente devastatrice. Nasce a Orbetello (Grosseto) nel 1973, per poi spostarsi a Roma. Laurea in Giurisprudenza. Famiglia di destra. Nel 2004 si occupa di design soprattutto per appartamenti di lusso, tre anni dopo entra nei neonati Meetup Amici di Beppe Grillo. Pentastellata della prima ora, ben prima che il M5S nascesse, Donna Roberta si candida alle Comunali di Roma nel 2008 e prende 199 preferenze. Cinque anni dopo è eletta deputata alla Camera per i 5 Stelle. In uno dei primi moti masochistici della sua storia, il M5S la sceglie portavoce alla Camera.

Per farsi ancora più male, viene pure scelto il rutilante Vito Crimi come portavoce al Senato. I due, nelle vesti lise del poliziotto cattivo e buono, partecipano da primattori allo streaming con Bersani e fanno più danni della grandine. Donna Roberta, in particolare, tratta Bersani neanche fosse il Poro Schifoso, cita a caso Ballarò e si autodefinisce interprete delle parti sociali (senza che le parti sociali lo sappiano). In dieci minuti Donna Roberta disbosca centinaia di migliaia di voti grillini, e solo questo la dovrebbe spingere a ritirarsi in un eremo. Macché. Va avanti. Dice che non c’è scritto da nessuna parte che il presidente della Repubblica debba avere più di 50 anni (c’è scritto nell’articolo 84 della Costituzione), dedica post affascinanti al furto di portafogli e una volta al dì tenta di rivalutare il fascismo. Ascoltiamola: “Da quello che conosco di Casapound, del fascismo hanno conservato solo la parte folcloristica, razzista e sprangaiola. Che non comprende l’ideologia del fascismo, che prima che degenerasse aveva una dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo, un altissimo senso dello stato e la tutela della famiglia”. Il Movimento la mette in naftalina e la cosa sembra farle bene. Chiede scusa a Bersani (“ero arrogante per nascondere la timidezza”), fa tana a Marra molto prima della Raggi, indovina qualche intervento giusto alla Camera. Poi la scelgono come candidata alla Regione Lazio. Torna in tivù. E si scopre che non è cambiata: sempre arrogante, respingente e fascistella, anche in quel vezzo – molto renzino e berluschino – di non accettare il confronto televisivo con i giornalisti “sgraditi”. In Rete i talebani la difendono a spada tratta, un po’ come Bruno Vespa difendeva Maria Elena Boschi accostandola financo a Santa Teresa d’Avila. Come la Boschi, peraltro, Donna Roberta è potentissima in maniera inversamente proporzionale ai meriti: se Mary Helen Woods toglie secondo i sondaggisti un milione di voti al Pd, anche Donna Roberta prosegue la sua furia autodistruttiva. E nessuno la ferma. Per parafrasare un regista un tempo arrabbiato: continuate così, fatevi del male.

Il paradosso del processo Andreotti

Del processo Andreotti sappiamo tutto. Chi ha voluto. Chi non ha voluto continua a non saperne niente, e a parlarne lo stesso. Poi c’è chi sa tutto ma ignora quel che non piace alla sua coscienza e ai suoi interessi. In fondo, e senza intenzione, quell’evento giudiziario si è trasformato in un processo all’intera società italiana. La rimozione, la legge che non è uguale per tutti, la pretesa di impunità, la stessa giustizia ansimante, tentennante se arrivare fino in fondo. Perché altrimenti l’intera società italiana avrebbe dovuto guardarsi allo specchio. Lei, la sua storia, il suo potere politico, il servo encomio di giornali, tivù e burocrazie.

E invece ne venne fuori il codardo oltraggio. Non verso l’imputato. Ma verso i giudici che lo accusavano. La verità sul processo Andreotti, il libro di Gian Carlo Caselli e Guido Lo Forte appena uscito per Laterza, non dice cose nuove a chi seguì con attenzione quelle vicende. Anche se mette a disposizione di chi non c’era un materiale fondamentale. Il suo grande pregio sta altrove. Partiamo dagli autori, anzitutto. Caselli è il giudice che giunse a Palermo da Torino, offrendosi volontario alla guida della Procura più a rischio d’Italia dopo le stragi del 1992, Falcone e Borsellino sullo sfondo, quegli attentati di guerra come monito terribile. Lo Forte è prima sostituto procuratore, poi aggiunto di Caselli, direttamente impegnato nel processo nella veste di pubblico ministero. Il loro racconto è dunque una testimonianza che arriva da lontano, passa per il primo grado, quando la condanna si affaccia nella mente della corte ma diventa assoluzione nella penna, passa per il secondo grado con la condanna che resta nella mente per diventare prescrizione nella penna, complici le chirurgie del tempo, e giunge alla sentenza della Cassazione che conferma l’appello. Prescrizione fino al 1980, perché non c’era ancora il reato di associazione mafiosa, e assoluzione per gli anni successivi. Con montagne di accuse messe nero su bianco, nella sentenza finale, non nel rinvio a giudizio, da fare impallidire un intero sistema.

Ma i due sono testimoni anche di ciò che successe fuori dal processo. E di quel che accadde dopo. Ricordano bene dove e quando si scatenò il codardo oltraggio. Feroce, sistematico, spesso senza confini morali. Di quando scoprirono con stupore ma senza paura di essere precipitati nel regno dell’ingiuria e della menzogna. Loro due insieme, ma più di tutti il totem da abbattere, perché anche il potere ha le sue pubbliche pedagogie: Gian Carlo Caselli. Caselli accusato della morte di padre Puglisi, Caselli accusato di avere spinto al suicidio il giudice Lombardini, Caselli che non deve diventare procuratore nazionale antimafia, e le folli architetture legislative per impedirglielo, fino alla legge contra personam. Mentre nel regno dell’ingiuria si salmodiava a larghi cori sull’innocenza del prescritto, che ancora nel 2006 qualcuno ebbe l’idea di proporre alla presidenza del Senato.

Ecco, il pregio del libro, almeno per chi ha vissuto quell’epoca, è di restituirci il senso dell’ingiustizia che venne subita dai due autori in nome della giustizia che avevano cercato di dare alle vittime e alla storia del Paese. Di più. Il pregio è il bruciore di quella ingiustizia che scorre, come un ospite imprevisto, nelle parole, nel fraseggio, negli incisi e nelle parentesi del racconto. Lì sta la testimonianza più alta, per lo storico, per il sociologo, per chi vuol capire la fibra più intima della nazione. La memoria di quanto si è subito e che forse non abbiamo saputo risarcire. Quel che si capisce leggendo questo libro denso e breve (poco più di cento pagine) è che non sono bastati gli applausi dell’Italia antimafiosa per annullare la memoria dei prezzi pagati e soprattutto delle ferite morali. Ma anche che nonostante questo i due autori non si sono mai tirati indietro, anzi. Pedagogia contro pedagogia.

Deputati a tempo contro le clientele

Reddito di cittadinanza e limite di due mandati parlamentari costituiscono i principali punti, il primo programmatico e l’altro di metodo, dell’impegno politico del Movimento Cinque Stelle. Essi favoriscono la modifica sia del sistema della rappresentanza istituzionale, sia della società la quale, col reddito di cittadinanza, sposterà il fulcro dall’appartenenza e autosufficienza di censo e famiglia alla dignità individuale legata alla pratica lavorativa.

Il vincolo dei due mandati contribuisce a rafforzare l’autorevolezza del Parlamento perché assesta un colpo alla logica delle caste e delle cordate preconfezionate, ricollocando il cuore dello Stato nelle istituzioni e non più nelle mani di poche persone, leader di partito o notabili di vario genere che si ritengono indispensabili alla tenuta dello Stato. Si tratta dei “parlamentari perpetui”: costoro determinano un chiaro vulnus alla democrazia poiché intaccano e pregiudicano il principio di rinnovamento su cui essa si fonda. Purtroppo, tale prassi viene non di rado condivisa da molti elettori, in primis i più ingenui e bisognosi, i quali ritengono opportuno che alcuni personaggi ricoprano a lungo incarichi parlamentari, al solo scopo di poter confidare sulla loro clientelare assistenza in caso di necessità (sic!). Intendiamoci, la responsabilità di tale malcostume non è soltanto di quegli elettori opportunisti e male orientati, ma anche di numerosi politici i quali, per garantirsi un fidato serbatoio di voti, preferiscono elargire favori ad personam anziché operare nell’interesse della collettività.

Anche i soggetti più autonomi e poco avvezzi alle clientele talvolta approvano tale sistema, perché reputano l’inamovibilità fisica dei loro “campioni” una specie di presidio indispensabile per fare argine a novità politiche non allineate. Ecco: il vincolo del doppio mandato, che da scelta del solo Movimento Cinque Stelle dovrebbe divenire legge dello Stato, rimuove i suddetti equivoci e riconsegna il ruolo di dominus alle istituzioni democratiche le quali operano meglio proprio grazie al continuo avvicendamento delle persone che andranno a gestirle per delega degli elettori.

Si tratta di una innovazione che può ridare temperanza a deputati e senatori: molti di essi, assaporato il gusto dell’incarico parlamentare, sono spesso capaci di qualunque azione pur di assicurarsi facili rielezioni e lunga permanenza tra quegli scranni dorati.

La soglia del doppio mandato può anche affrancare gli elettori più facilmente soggetti alle sirene dei favoritismi, laddove il ritorno certo alla vita laica dei “loro” parlamentari, indurrà anche i più aficionados a smitizzarli e considerarli rappresentanti pro tempore invece che sovrani perenni.

Il reddito di cittadinanza ripone al centro di ogni politica la dignità e la libertà delle persone economicamente più deboli. Costoro, grazie a questa misura, potranno perseguire il fine di ogni attività che per Costituzione sta in capo a uno Stato democratico: la crescita equanime di individui e società. Le conquiste politiche del secondo dopoguerra hanno collocato il popolo al centro della Repubblica e la Costituzione ha posto alla sua acme sia il dovere di fare il possibile per assicurare il lavoro a tutti, sia l’obbligo di considerare quest’ultimo un principio cardine dal quale far discendere la dignità dell’uomo e il diritto di vivere in maniera libera (Papa Francesco docet). Quindi il reddito di cittadinanza rende concreto tutto questo poiché supplisce alla difficoltà, si spera transitoria, di far trovare a ciascuno il lavoro che cerca e riconosce un valore reddituale al possesso, appunto, della cittadinanza. Si tratta di una idea che configura una inversione di priorità nel binomio Stato-Cittadini che viene ribaltato in Cittadini-Stato e colloca tale “nuovo” diritto accanto agli attuali sedici anni di scolarizzazione obbligatoria e all’assistenza sanitaria pubblica la quale, non dimentichiamolo, è una conquista relativamente recente che molti Paesi reputano ancora oggi inconcepibile.

Limite dei due mandati e reddito di cittadinanza elevano l’uomo/cittadino al rango di “misura di tutte le cose” e contribuiscono a un quadro di coerenza e giustizia sociale di cui oggi si avverte la necessità. E ciò in quanto, è bene sottolinearlo, sono i cittadini che edificano e giustificano l’esistenza di uno Stato democratico e non il contrario.

* Professore aggregato di Semiotica del Testo, Università della Calabria

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Avere buona memoria serve per votare al meglio

Le promesse elettorali non sono l’oroscopo di Branko e le stelle, o la lettura dei tarocchi di Vanna Marchi e figlia Stefania, ma qualcosa che si decide attraverso coscienza e conoscenza– e noi abbiamo una coscienza chiara a proposito di chi abbiamo bene conosciuto. Si deve votare per qualcosa che ribalti il sistema che fino ad oggi ci ha visti subire soprusi e nient’altro! Non perdiamo l’occasione il 4 marzo di liberarci di una classe politica che ci ha derubati e umiliati per anni.

Per fare un piccolo esempio, basta solo pensare come termine di paragone a ciò che questo governo ha fatto negli ultimi sei mesi per i terremotati che stanno ancora senza case tra le macerie e sotto un metro di neve. Nulla. Hanno soltanto dato vita in anticipo di diversi mesi ad una campagna elettorale che li ha visti occupare i salotti televisivi per settimane pur di stare al centro dell’attenzione.

Per non parlare del trenino propagandistico da quattrocento mila euro del segretario del Pd Matteo Renzi, che toccava tutte le città d’Italia, e centinaia di persone arrabbiate e disperate lo aspettavano ad ogni stazione gridandogli un unico e assoluto sostantivo: “Ladro!”.

Un moto di orgoglio dovrebbe toccarci tutti il 4 marzo. E dico soprattutto a tutte quelle schiene ancora piegate ed incerte.

Massimo Testa

 

Coalizioni e programmi finti: così è solo un imbroglio

Più si avvicina la data delle elezioni e più diventano pressanti gli inviti a recarsi alle urne per compiere il diritto/dovere che ogni cittadino ha per scegliere da chi “vuol essere governato”. La tiritera è costante e monotona al punto che non pensiamo neanche più al reale significato della frase che, tradotta suona più o meno così: “Cittadino, metti la croce sulla scheda, al resto pensiamo noi”. Con l’implicita postilla: “È questa la democrazia”. Una truffa! Nient’altro che una truffa alla quale siamo talmente assuefatti che non ce ne rendiamo minimamente conto. Eppure l’imbroglio è evidente, tutto quello promesso in campagna elettorale viene immediatamente accantonato subito dopo il voto, nascono coalizioni tra partiti che fingevano di combattersi, i cambi di casacca sono all’ordine del giorno.

Questa, signori miei, non è democrazia (cioè “governo di popolo”), è solo una tragica e deprimente caricatura di quello che dovrebbe essere. Non è chiamando ogni cinque anni i cittadini – preventivamente instupiditi da televisioni, giornali e social media – a deporre una scheda nell’urna (per poi fare tutto il contrario di ciò che si era promesso) che può funzionare la politica.

Sarebbe ora che ci svegliassimo tutti quanti, che pretendessimo il rispetto della mitologica “volontà popolare” e la smettessimo di farci prendere per i fondelli dai vari pifferai magici che ci intortano con le loro belle parole in campagna elettorale.

Pretendiamo rispetto. Smettiamola di lamentarci, rendiamoci conto che se le cose non funzionano non è soltanto solo colpa dei politicanti corrotti e incapaci, ma anche, se non soprattutto, nostra. Smettiamola di piagnucolare e addrizziamo la schiena.

Mauro Chiostri

 

Finalmente svelato il bluff del Tav Torino-Lione

L’osservatorio presso la presidenza del Consiglio dei ministri dell’asse ferroviario Torino-Lione, visto che a dieci anni dalla storica decisione di costruire quella tratta “le mutate condizioni pongono seri interrogativi sul continuare l’opera o rimettere tutto come prima”, apre un clamoroso caso di fallimento di presunta grande opera.

Forse – quasi certamente – inutile alla nascita, ferma oggi (lontanissima dal compimento per disgrazia o per fortuna?) è solo un enorme grande salasso per l’Italia (vedi Mose, penali per Ponte sullo Stretto).

Gianni Gallino

Nell’articolo pubblicato domenica a firma di Daniele Martini e Ferruccio Sansa, la titolazione “L’ultima follia di Alitalia: cede pezzi a 1500 euro e li ricompra a 215 mila” induce il lettore a pensare che i fatti di cui scrivete siano avvenuti oggi e non nel 2014. L’italiano ha ormai perso il congiuntivo, ma speravamo che almeno il passato remoto fosse ancora in uso.

Per completezza di informazione, vi rimandiamo inoltre la posizione di Alitalia che avevamo fornito tre giorni fa, ma che non avete ritenuto valesse la pena tenere in considerazione e che speriamo vogliate far leggere ai vostri lettori: “A seguito di una meticolosa indagine interna, Alitalia ha presentato un esposto-denuncia alla Procura di Civitavecchia relativa ai fatti menzionati. Contemporaneamente ha preso le opportune azioni disciplinari e organizzative. Alitalia, che ovviamente è parte lesa, confida nel lavoro della magistratura alla quale ha offerto piena e massima collaborazione per accertare fatti ed eventuali responsabilità”.

Ufficio stampa Alitalia

 

I cronisti hanno chiesto ad Alitalia una versione dei fatti e l’hanno riportata, seppur non tra virgolette.

Fq

Democrazia. Non basterà una scheda nell’urna a salvarla dai poteri forti

La tesi di Massimo Fini(in “Perché l’astensione preoccupa i padroni”) è che l’uguaglianza non ha bisogno di tutela, né di governanti (“gente che paghiamo perché ci comandi”). A riprova, il giornalista cita l’organizzazione sociale dei Nuer, popolazione del Sudan che non ha gerarchie, deducendo da questa particolarità un’uguaglianza perfetta. Fini si legge per apprezzarne le provocazioni. Ma su questo tema – potere, gerarchie e uguaglianza – è bene che rimangano tali, visto che non hanno alcuna attinenza con la nostra complessità. In democrazia, chi non vota danneggia l’uguaglianza. Che non è una condizione di natura a cui si ritorna disertando le urne, ma una faticosa conquista sociale contro la legge del più forte. Tant’è che per arrivare al dominante che si astiene dal sopraffare l’inerme ci vogliono secoli di cultura, diritto, politica, fino a rendere autonoma la dignità dalla forza, con la conquista dell’uguaglianza.

La democrazia egalitaria, quindi, è un equilibrio molto precario, perché contrastato continuamente dalle forze della diseguaglianza (violenza fisica, educativa, economica). E pertanto ha bisogno di manutenzione continua, perché la legge del più forte è recidivante. Rinunciare alla vigilanza democratica – cioè non votare, né protestare per le ingiustizie – è una cessione di sovranità, che non porta al paradiso dei Nuer, ma alla dittatura.

Quindi caro Fini, come se avessi accettato: ma preferisco difendere la democrazia in Italia. E andare a votare.

Le “società acefale” erano basate su un altro elemento che a noi suona blasfemo: la violenza. Invece è proprio la possibilità della reazione individuale a limitare, in quelle comunità, la violenza e il sopruso. “Ogni Nuer ha un senso profondo della propria dignità e non tollera che sia in alcun modo intaccata”. È anche il venir meno del senso della propria dignità che ci impedisce di tornare a comunità tipo Nuer. Inoltre in democrazia il più forte ha strumenti così sofisticati e subdoli (economici, finanziari, mediatici, lobbies) che è pressoché impossibile combatterlo e non sarà certo l’infilare una scheda in un urna a cambiare le cose. Ci vorrebbe una rivoluzione.

Ma la Storia ci insegna anche che nemmeno le rivoluzioni (francese, russa, fascista) cambiano le cose, perché a una classe dominante se ne sostituisce quasi immediatamente un’altra. È uno dei tanti impasse in cui si trova quell’essere tragico che è l’uomo.

Gli Atenei accattoni svendono il sapere

L’ospizio di mendicità meglio noto come “università italiana” fu inaugurato festosamente dal duo Tremonti-Gelmini fra leggi, tagli di bilancio, mortaretti e champagne. Prima di quel raid punitivo, all’università si riconoscevano pregi e difetti. Fra i pregi, un alto livello di produttività scientifica, vicino a quello di Paesi con ben maggiori investimenti di settore (pubblici e privati), e un’alta capacità formativa, di cui è prova la prestigiosa collocazione in tutto il mondo degli studiosi formati in Italia. Fra i difetti, una crescente auto-referenzialità e la tendenza al nepotismo di scuola e talora di famiglia.

I due picchiatori allora al governo, contando sulla passività di docenti e studenti, misero in atto un piano ben congegnato, perseguito in sostanza dai loro successori fino a oggi. Da un lato deplorare, con l’aiuto di accoglienti media, difetti e scandali delle università, reclamando l’urgenza di una riforma purificatrice. Dall’altro sbandierare la retorica delle eccellenze, attribuendone il merito a se stessi: alle riforme, a nuove procedure di valutazione, a nuove istituzioni, dall’Iit (Istituto Italiano di Tecnologia) di Berlusconi al Technopole di Renzi che dovrebbe giustificare post factum le spese pazze per l’Expo. La politica dell’università e della ricerca si svolge dunque ormai all’insegna dello slogan “abbasso le università, viva le eccellenze!”. In questa tenaglia, i tagli di bilancio che mortificano ricerca e didattica si trasformano d’incanto in saggia condanna degli sprechi e degli intrighi, anzi in paterni inviti alla virtù e alla penitenza rivolti a una classe accademica di per sé dedita al vizio e allo sperpero.

Definanziando la ricerca, i laboratori, le biblioteche, l’Italia si allontana dai Paesi più fortunati e civili, che vi vedono ormai un serbatoio in cui pescare talenti: studiosi di prim’ordine, formati a spese del contribuente italiano, emigrano a decine di migliaia in tutto il mondo, senza che a compensare questa emorragia intervenga un comparabile flusso in senso contrario. Fatti di palmare evidenza, che tuttavia sfuggono alla maggior parte dei cittadini. L’università italiana, che dovrebbe essere il luogo deputato della progettazione del futuro, si allontana pericolosamente non solo dai suoi omologhi dei Paesi più avanzati, ma anche dalla stessa società per cui nonostante tutto continua a lavorare.

E visto che di competitività si riempiono tutti la bocca, cominciamo da qui. Per essere competitiva, l’università deve rispettare alcune regole generali, le stesse in vigore nei Paesi con cui dovremmo confrontarci. Vediamone alcune. Primo, garantire la stabilità delle strutture, convogliando le migliori energie degli studiosi nella ricerca e nella produzione dell’innovazione. Secondo, rinnovare di continuo sia gli strumenti della ricerca (laboratori e biblioteche) sia il corpo di insegnanti, garantendone la qualità sulla base di una rigorosa considerazione del merito. Terzo, competere con le università dei Paesi comparabili assicurando salari e fondi di ricerca concorrenziali. Su questi tre fronti, l’Italia fa l’esatto opposto. La struttura delle nostre università è stata sconvolta da una riforma pedante e ottusa, che ha modificato la topografia delle discipline raggruppandole in Dipartimenti di estensione e contenuto sempre diversi, con nomi di fantasia che cambiano da una sede all’altra, per cui a esempio le vecchie, oneste Facoltà di Lettere e Filosofia ora sono dipartimenti di Studi Interculturali in una città, Civiltà e forme del sapere in un’altra, Studi Linguistici e Culturali in una terza. Un balletto di etichette a cui non corrisponde nessun progresso di conoscenza ma la moltiplicazione di organi, riunioni, regolamenti, adempimenti e impicci che consumano tempo ed energie costringendo chi vorrebbe far ricerca entro la camicia di forza di una miope burocrazia.

Le tortuosità del sistema vengono giustificate come garanzia di qualità e di trasparenza, ma è arduo dimostrare che quel che a Harvard si può verbalizzare in una pagina a Roma debba richiederne duecento. La verità è che la complessità dell’iter di accesso ai ruoli apre la porta a una valanga di ricorsi, e sempre più spesso a decidere chi va in cattedra non sono gli esperti (che giudicano nel merito), ma il Tar o il Consiglio di Stato (che guardano solo agli aspetti formali).

Su questo scenario sconfortante cala il pesante sipario di una valutazione sempre più ciecamente basata su criteri esterni e sempre meno sul merito delle singole ricerche. Un articolo scientifico viene valutato non per i risultati raggiunti in proprio ma in base alla qualità della rivista che lo pubblica: un mediocre articolo su una rivista “di fascia A” vale molto più di un ottimo articolo in una rivista di “fascia B”. La stolta idea che criteri esterni come questo siano più “obiettivi” del giudizio di merito si è imposta perché spoglia chi giudica di ogni responsabilità etica e professionale. Ma è proprio qui la debolezza intrinseca del sistema: perché l’università e la ricerca, in quanto luoghi supremi del pensiero e dell’innovazione, devono educare prima di tutto alla responsabilità, scientifica e morale. E vengono invece spinte ad abdicare a questa loro vocazione, essenziale per il futuro della società. La moltiplicazione del precariato, l’enorme difficoltà di inserimento dei giovani (anche i migliori), le alchimie interne ai Dipartimenti che spesso tendono a distribuire gli scarsi fondi e le poche cattedre secondo meccanismi non di qualità ma di potere, il continuo inseguimento di fondi aggiuntivi mediante criteri invariabilmente etichettati come “eccellenza” (una delle parole più inflazionate della lingua italiana): questi e altri meccanismi risentono di una sorta di aziendalizzazione dell’università, che ne erode la funzione culturale e sociale.

L’università nel suo insieme, le singole sedi e i loro dipartimenti, i docenti d’ogni grado sono tendenzialmente ridotti a un esercito di postulanti, che tendono la mano chiedendo l’elemosina di qualche decimo di punto organico, di qualche etichetta di “eccellenza”, di qualche spicciolo in più. Ma anche chi crede di vincere questa difficile battaglia fra poveri sta in verità perdendo la guerra: perché per conquistare qualche posizione avrà dovuto piegarsi alla cinica burocratizzazione di ideali e istituzioni come la scienza, l’insegnamento e la ricerca, che dovrebbero essere il luogo dove si coltiva e si esercita la piena libertà intellettuale, la formazione di uno spirito critico, la cittadinanza responsabile. Per centinaia di migliaia di studenti e di docenti l’università è ancora questo: quando tornerà a esserlo per il Superiore Ministero?