Un’udienza che non promette colpi di scena ma che comunque sancirà che, almeno per il momento, Vivendi e Mediaset non hanno trovato un accordo extragiudiziale nell’azione legale per il mancato acquisto di Premium: è quella fissata domani a Milano nell’ambito della causa civile intentata dal gruppo di Cologno che a questo punto entra nel vivo di fronte al giudice Vincenzo Perozziello. Di certo per ora c’è solo che è tramontata l’ipotesi di accordo tra le parti legata all’ingresso di Mediaset in una iniziativa tra Tim e Canal plus sulla produzione e distribuzione di contenuti: per Vivendi l’idea (propedeutica al varo di una piattaforma stile Netflix) rimane valida, ma lo stop giunto all’interno del cda di Tim di fatto ha reso impraticabile questa opzione. Per trovare un accordo in tribunale, o fuori dalle aule giudiziarie, ci sarà dopo l’esito del voto poco più di un mese: entro il 19 aprile Vivendi dovrà infatti ottemperare alla delibera con cui l’Agcom chiede al gruppo francese di scegliere tra il controllo di fatto di Tim e la presenza in Mediaset come secondo azionista con circa il 29% dei diritti di voto, esigenza alla quale potrebbe anche ottemperare congelando parte della sua partecipazione in un blind trust.
Il gigante spagnolo coi soldi freschi dei cinesi
A Barcellona c’è quasi sempre il sole e anche il calcio sembra più bello (facile, con Messi e Cristiano Ronaldo). Nella speranza di imitarli, la Serie A ha scelto di affidarsi agli spagnoli per trasmettere il campionato nei prossimi tre anni e moltiplicare i ricavi. E MediaPro ha fatto arrivare dall’Italia giornalisti e dirigenti della Lega per convincere i più scettici, tra una paella in riva al mare e una partita al Camp Nou.
Per spezzare (Antitrust permettendo) il duopolio di Sky e Mediaset ci voleva un altro colosso: un miliardo e mezzo di fatturato (con ottimi rapporti con gli sceicchi e i cinesi alle spalle), 43 mila metri quadri di studi in giro per il mondo, 53 camion Ob-Van per le regie mobili, una redazione integrata di oltre 100 giornalisti. Soprattutto, l’enorme palazzo in Avinguda Diagonal, dove inizia e finisce tutto, arrivano e ripartono le immagini delle partite, complete di cronache, servizi e statistiche. L’avventura cominciata nel 2004 con una telecamera ha portato Tatxo Benet e Jaume Roures a conquistare la Liga. Ora puntano al bis in Italia.
In quello che fanno, in realtà, non c’è nulla di straordinario, a parte le giocate di Messi: dall’HD al numero di telecamere, sono standard che la Serie A ha più o meno raggiunto.
La vera differenza è che in Spagna fanno tutto loro, dalla produzione alla distribuzione. E questo permette economie diverse, strategie commerciali migliori, un prodotto davvero unico. Quello che in Italia Sky e Mediaset non hanno mai voluto fare, o potuto visto che la Legge Melandri impedisce l’esclusiva assoluta per le emittenti. Ma MediaPro non è una televisione, molto di più: “Más que una tv”, parafrasando il motto del Barça. Quasi una creatura ibrida, metà Sky metà Infront. Che può permettersi di abbattere i costi degli abbonamenti: “Maggiore la distribuzione, minore il prezzo: in Spagna ormai si vede tutto il calcio a partire da 17 euro”, la promessa di Benet ai tifosi. Roures, però, è costretto a frenare gli entusiasmi: “Questo è quello che ci piace fare, non quello che faremo da voi. Ci atterremo alla legge”. MediaPro ha vinto un bando da intermediario, che consente solo la rivendita dei diritti o al massimo di singoli prodotti audiovisivi.
Niente modello spagnolo, niente canale della Lega. Meglio non far arrabbiare l’Antitrust, che deve dare l’ok. Però è chiaro che loro hanno altro per la testa: “L’importante non è solo avere i diritti, conta saperci lavorare”. Non vedono l’ora di farsi il loro canale del calcio. I margini per arrivarci subito sono strettissimi: bisognerebbe convincere tutti i club (a proposito: oggi a Milano atterra Giovanni Malagò, che debutta da commissario e porterà a cena i presidenti), e il rischio di una guerra aperta con Sky sarebbe comunque altissimo. Più facile che MediaPro per il momento si limiti a rivendere alle varie piattaforme, così da rientrare della spesa (“Non siamo una fondazione, non facciamo beneficenza”, ricorda Benet). Magari offrendo agli Google & C. un prodotto completo di cronaca e commento, solo da trasmettere, per aprire il mercato dello streaming internet a Perform e Amazon. Un piccolo utile oggi, un grande affare domani.
“Io, milionario trozkista porto il calcio in tv anche ai poveri”
Lui vuole fare la rivoluzione, anche nel pallone: “Il mio obiettivo non è solo che il calcio abbia più denaro, ma che i tifosi abbiano più calcio”. Promette abbonamenti a prezzo popolare, si proclama trozkista, ma guida una multinazionale che fa affari col Qatar ed è finita in mani cinesi.
Jaume Roures, 68 anni, sguardo sornione, mille contraddizioni e un profilo aquilino da film di Almodovar, può essere considerato uno dei nuovi padroni del pallone italiano: è fondatore e proprietario di MediaPro, la società spagnola che si è aggiudicata i diritti tv della Serie A per oltre un miliardo l’anno e ora deciderà come e dove si vedranno le partite in Italia. Però parla di proletariato e si compromette per l’indipendentismo catalano. “È il mio modo di orientarmi nel mondo: guardo alla prospettiva sociale, non all’interesse personale”.
A cena in un ristorante raffinato, tra i giornalisti che ha fatto arrivare dall’Italia per mostrare il suo impero, indossa un maglione sgualcito e ordina una semplice tortilla. Il potere di MediaPro non è nelle apparenze, ma nel fatturato da oltre un miliardo e mezzo l’anno. Jaume, però, è nato nel quartiere più umile di Barcellona, da giovane militava nella IV Internacional e i testi di Lev Trockij li ricorda a memoria. “La rivoluzione comincia su basi nazionali, ma non può restare circoscritta entro i suoi confini”. È per questo che dopo aver conquistato la Liga ha deciso di sbarcare in Italia? “No – sorride – qui la politica non c’entra”. Eppure nella sua vita il confine tra business e ideologia è sottile.
La sede di MediaPro in cui ci accoglie è addobbata con un enorme drappo catalano: qui è stato prodotto il famoso documentario “1-O” sulle cariche della polizia durante il referendum, simbolo della resistenza catalana nonché clamoroso successo di ascolti. E sempre qui ha messo a disposizione dei giornalisti che seguivano l’evento un centro stampa, rigorosamente a pagamento, però. Avere o essere? La sua risposta è in un’altra domanda: “Se per me fosse solo business, perché complicarmi la vita? Potrei starmene steso al sole su un’isola, invece sono qui. A voi cosa sembra?”. Gli interrogativi continuano.
Delle sue contraddizioni non sembra crucciarsi. Da giovane lottava contro il regime e fu anche arrestato per le sue idee, ma ciò non gli impedisce oggi di lavorare con Javier Tebas, ex franchista capo della Liga, a cui è legato in affari milionari.
È passato tempo e continua a dirsi comunista: “Perché vergognarmene? La storia ci sta dando ragione, il capitalismo ha fallito: i poveri sono sempre più poveri, i ricchi sempre più ricchi”. Lui appartiene alla seconda schiera: “Ma i soldi sono importanti, mi permettono di raccontare la verità, sostenere le mie idee, provare a cambiare le cose. Mi attaccano perché sono di sinistra: anche il Vangelo predica uguaglianza, eppure nessuno va a dire ad un cattolico che non può fare l’imprenditore. Può essere che la mia sia una contraddizione, forse la loro è ancora più grande”.
Materialista, visionario, arguto, mentre guadagna con GolTv che va in onda sulle frequenze di Rcs di Urbano Cairo, Roures sostiene di pensare al popolo. Specie il suo: la Guardia Civil lo accusa di essere uno dei capi occulti della rivolta catalana. Nega, anche se quando parla del referendum gli brillano gli occhi: “I catalani hanno il diritto di decidere il loro futuro, poi magari non sarà l’indipendenza”. Ha anche favorito un contatto tra i leader di Podemos (di cui è sostenitore) e gli indipendentisti di sinistra in una cena segreta a casa sua. Ma ora c’è da pensare alla Serie A: ha vinto un bando che gli permette di fare poco, assicura che si atterrà “scrupolosamente” alla legge (ha già problemi a sufficienza in patria, o negli Usa dove MediaPro è stata coinvolta nel FifaGate per una presunta tangente), ma per il futuro sogna di costruire un nuovo “canale del calcio” anche in Italia. La sua rivoluzione, che vale un sacco di soldi.
La Perla si smarca dalla Cina: acquistata dagli anglo-olandesi
Lo storicomarchio della lingerie di lusso, La Perla, non parlerà più italiano. Con un piccolo colpo di scena la holding anglo-olandese Sapinda ha acquisito il 100% della azienda fondata nel 1954 a Bologna da Ada Masotti, dopo che era scaduto l’accordo siglato tra il proprietario de La Perla – la Pacific Global Management Group di Silvio Scaglia – e i cinesi del Fosun Fashion Group. Mani straniere come per Gucci, Loro Piana, Fendi, Bulgari, Pomellato o Valentino. I termini economici dell’accordo non sono stati resi noti. Sconcertati sindacati, finora impegnati nella trattativa per la cessione ai cinesi, e ancora in attesa di un incontro il 2 marzo (dove a questo punto potrebbe presentarsi il nuovo acquirente). Hanno saputo della vendita qualche minuto prima del comunicato ufficiale. Rsu, Filctem-Cgil, Femca-Cisl e Uiltec-Uil parlano di “fine di un percorso di relazioni industriali” che lascia “tutti nell’incertezza”. Scaglia aveva rilevato il marchio nel 2013, con una asta al tribunale di Bologna vinta grazie ad un’offerta da 69 milioni. Poi il rilancio. “Sapinda darà continuità alla nostra visione strategica mantenendo la propria produzione in Europa” ha commentato ieri l’azienda.
Valle dei Templi, “strada abusiva”. Esposto contro il sindaco
Una striscia abusiva di tufo color “diarrea” di quasi due chilometri, realizzata senza permessi né autorizzazioni, attraversa da qualche giorno la valle dei Templi di Agrigento, patrimonio dell’Unesco. È la strada della Valle riasfaltata in dieci giorni dagli operai del comune guidato dal sindaco alfaniano Calogero Firetto, ora denunciato alla Corte dei Conti dall’avvocato ambientalista Giuseppe Arnone che in un esposto l’ha definita “il più grande abuso edilizio perpetrato in un’area archeologica, presentato dall’Anas e dal sindaco come ‘valorizzazione’ della Valle dei Templi”.
“Come se la Raggi si svegliasse una mattina – denuncia Arnone – e decidesse di piazzare infissi e finestre al Colosseo senza chiedere autorizzazioni. Qui provvedimenti rilevantissimi che riguardano il paesaggio dei Templi vengano assunti dal capo dell’Anas mentre il Direttore dell’Ente Parco, per compiacere il sindaco di Agrigento e i politici locali, dorme sonni beati”. Nell’esposto indirizzato anche all’assessore Vittorio Sgarbi, di cui è consulente, il legale ambientalista elenca gli abusi edilizi commessi nella valle, da lui più volte denunciati, dall’apertura di un cancello abusivo su un parcheggio privato, anch’esso abusivo, e di una strada di servizio che collega il cancello alla biglietteria, agli immobili ricadenti nella zona A, di inedificabilità assoluta, tra cui un albergo. “È tempo di mandare gli ispettori regionali all’Ente Parco e in Sovrintendenza ad Agrigento – conclude Arnone, che in uno striscione promette il voto a chi si impegna a tutelare la Valle in Parlamento – per sostituire il direttore dell’Ente Parco e sanzionare i gravissimi illeciti commessi grazie alle persone nominate da Crocetta e Lumia a tutela del sistema di potere che fa riferimento agli alfaniani”.
Italia Online, ma quale crisi: la cassa è un regalo di Stato
Timore e paura. A Torino dopo il caso Embraco si rischia il bis. È la sorte non ancora definita di 500 lavoratori della ex Seat Pagine Gialle, fusa da due anni dentro la Italiaonline del magnate egiziano Naguib Sawiris, che sono in cassa integrazione e che temono che alla scadenza del piano di crisi, a giugno, l’azienda presenti un nuovo doloroso conto. Pare che ad alcuni lavoratori rientrati dalla cassa sia stato tagliato lo stipendio di un terzo. Pochi giorni fa hanno manifestato davanti al Comune chiedendo un intervento forte della politica a evitare un nuovo scempio sociale.
Il caso Ex Seat –Italiaonline ha un che di grottesco se non di paradossale. L’internet company Italiaonline si è fusa a fine del 2015 con la vecchia Seat e subito dopo è scattata la Cigs per almeno la metà dei 1.000 dipendenti. Per 276 la Cigs è a zero ore e per altri 307 la cassa è a rotazione 4 giorni al mese. C’è un enigma però una sorta di zona d’ombra inquietante. Si può essere considerati un’azienda in stato di crisi se si fanno utili sostanziosi; non si hanno debiti e ci sono in cassa 77 milioni di euro? Certo che no. Ma per Italiaonline vige evidentemente il principio dell’eccezione alla regola. I vertici della società hanno approfittato a piene mani di un vecchio accordo di ristrutturazione della Seat Pagine Gialle trasferendolo d’incanto sul nuovo gruppo. Un accordo sindacale firmato all’epoca e rispolverato, all’atto dell’acquisizione, con il beneplacito del ministero dello Sviluppo economico nel dicembre del 2015. E non un sacrificio da poco. Metà della forza lavoro è costretta al ricorso agli ammortizzatori sociali pagati dai contribuenti. E qui arriva il paradosso dell’intera vicenda. L’azienda, che oggi si vanta di essere la prima Internet company italiana, mostra infatti una salute economico-finanziaria che fa a pugni con il ricorso al sostegno pubblico. L’ultimo bilancio, quello dei primi nove mesi del 2017, sprizza salute da tutti i pori. Su ricavi per 250 milioni Italiaonline ha un margine operativo lordo di ben 56 milioni, in crescita sui 12 mesi precedenti. L’utile operativo è addirittura raddoppiato in un anno passando da 11 milioni a 24 milioni. L’azienda, che oltre a raccogliere pubblicità via web ha un portafoglio di portali da Libero a Virgilio oltre alla vecchia dotazione delle Pagine bianche e Gialle della ex Seat, non ha debiti con le banche e sfoggia una dotazione di cassa di ben 77 milioni. Se questa è crisi, vien da dire. Ma le cose andavano già molto bene, per l’azienda controllata al 59% dal magnate egiziano Naguib Sawiris, anche quando fu avviato lo stato di crisi due anni fa, all’indomani della fusione con l’ex Seat.
La società all’epoca dell’accordo, sottoscritto al ministero dello Sviluppo economico, vantava una posizione finanziaria netta positiva per 111 milioni, nessun debito bancario e con cassa liquida per 120 milioni. Una salute di ferro a livello patrimoniale considerando che le attività generavano anche flussi di cassa abbondanti, ben 48 milioni di euro. C’era un problema di redditività allora? Anche qui non si capisce quanto quella cassa integrazione fosse necessaria. Su ricavi nei primi nove mesi del 2016 per 295 milioni, il margine operativo lordo era a quota 55 milioni, in crescita sostenuta sul 2015, e che valeva quasi il 19% del fatturato. Ovviamente Italiaonline faceva anche buoni utili. A settembre del 2016 i profitti netti erano di ben 35 milioni.
Tagliare il costo del lavoro non appariva certo una priorità a superare una crisi che non c’era. Già il costo del lavoro? Pesava così tanto da inficiare la futura redditività dell’azienda del Faraone egiziano? Per niente dato che valeva il 26% del fatturato dell’azienda. E con la Cigs di fatto l’azienda ha avuto un regalo dallo Stato di oltre 20 milioni. Da allora Sawiris ha avuto di che compiacersi. L’ultimo bilancio ha visto il margine operativo lordo salire al 22,5% del fatturato. Non solo, ma il regalo il Faraone egiziano, patron del colosso delle Tlc Orascom e noto alle cronache italiane per aver comprato a debito Wind poi venduta ai russi di Vimpelcom, se l’è già fatto. Buona parte di tutta quella cassa liquida è diventata a maggio del 2017 un ricchissimo dividendo straordinario di ben 80 milioni, di cui 48 milioni finiti nelle casse della sua holding lussemburghese, la Libero acquisition sarl.
Già, ma da dove arriva quel tesoretto che, nonostante il prelievo, lascia in cassa a Italiaonline altri 77 milioni di denaro liquido? È la dote della ex Seat Pagine Gialle quando venne fuse con le attività del Faraone. Una mossa molto astuta. Anzi una doppia mossa. Non solo Sawiris con l’operazione di fusione si portò a casa gli oltre 100 milioni di risorse liquide della Seat, ma ereditò anche il vecchio piano di ristrutturazione che prevedeva la cassa integrazione. Cosa puntualmente utilizzata nella nuova creatura, la Italiaonline quotata. Un colpo di genio del magnate mediorientale. Già ma ottenuto con il via libera del ministero dello Sviluppo che non ha esitato a concedere gli ammortizzatori a una società in piena salute. Resta sullo sfondo il ruolo del magnate egiziano evidentemente influente sulle cose italiane. Sawiris non è una novità per l’Italia. Lo conosce bene, dato che rilevò la compagnia telefonica Wind. Lo fece agli inizi del 2005 tramite un fondo la Weather Investment che acquisì la quota di controllo di Wind Telecomunicazioni in Italia, di cui fu nominato Presidente a fine estate dello stesso anno. La Weather Investments finì poi per acquisire anche la greca Tim Hellas. Tipico il suo operare a leva negli shopping delle società. Tanto debito e poco capitale. Quel debito su Wind pesò molto per anni, fino alla cessione ai russi di Vimpelcom. Italiaonline è la sua nuova scommessa imprenditoriale fatta questa volta non con il debito ma con la stampella pubblica.
Macerata, mattonate contro l’associazione che assiste i profughi
Un attaccoa colpi di mattonate ha distrutto ieri una vetrata della sede dell’associazione Gus (Gruppo Umana Solidarietà) di Macerata. A denunciare il fatto è l’associazione stessa, che da anni presta assistenza a migranti e richiedenti asilo. Tra questi c’era stato anche Innocent Oseghale, il nigeriano di 29 anni accusato assieme a tre connazionali di aver ucciso e smembrato Pamela Mastropietro. Il 29enne era stato espulso dal programma per violazioni del regolamento di accoglienza perché sorpreso a spacciare. “L’atto di oggi – dice il Gus – si alimenta delle falsità, insinuazioni e calunnie di questi mesi; trova protezione e silenzi nei troppi se e ma”. Il Gus accusa si essere vittima da mesi di “attacchi strumentali, dopo i fatti di cronaca a Macerata” che hanno prima riguardato l’omicidio di Pamela e poi la tentata strage compiuta da Luca Traini. Il Gus “crede nella pace e nel dialogo: non si fermerà di fronte a un gesto violento e vigliacco. Continuiamo in ciò che è giusto”. L’accusa del gruppo è rivolta verso chi “da mesi soffia sul fuoco per ottenere un tornaconto elettorale e click sui social network”.
Ora la Prefettura loda il sindaco pro-migranti
Cos’è Riace, quel modello di accoglienza apprezzato e premiato a livello internazionale, oppure uno dei tanti luoghi del malaffare e dello sfruttamento che prosperano sulla pelle degli immigrati? Difficile capirlo, almeno stando alla lettura puntigliosa delle relazioni ispettive ordinate dal Viminale.
Il piccolo Comune dello Jonio calabrese è nell’occhio del ciclone da tempo, il suo sindaco, Mimmo Lucano ancora di più. È un visionario, uno che ha trasformato il suo borgo in via di spopolamento in una comunità dove convivono uomini, donne e bambini di razze, culture e storie diverse. Il suo lavoro è la dimostrazione che si può fare accoglienza diffusa evitando speculazioni e affari milionari. La rivista Fortune lo ha inserito tra le 50 personalità più influenti del mondo.
Il ministero dell’Interno, attraverso gli ispettori della Prefettura di Reggio Calabria, ha più volte passato al setaccio il “modello Riace”. Sei ispezioni dal 2016 al 2017, una diversa dalle altre, e una inchiesta giudiziaria a carico del sindaco accusato di “truffa aggravata allo Stato e alla Ue, concussione e abuso d’ufficio”. Su Riace, si legge in una di queste, aleggia un “idilliaco alone”, ma le verità sono altre. Il sindaco trattiene i migranti oltre la scadenza di legge e emette buoni acquisto che sono “succedanei della moneta”.
Accuse gravissime, ribaltate, però, da altri ispettori della Prefettura che il 10 maggio 2017 hanno visitato il paese. Non useremo toni burocratici, è la premessa, perché vogliamo capire. “Il sindaco – si legge – è un uomo che ha dedicato all’accoglienza buona parte della propria vita, combattendo battaglie personali e raccogliendo riconoscimenti internazionali di assoluto prestigio”. L’esperienza di Riace è “importante per la Calabria e segno distintivo di quelle buone pratiche che possono far parlare bene di questa regione”. I toni dei prefetti sono a tratti lirici. Visitano la scuola e sono colpiti dal “miscuglio di razze, dialetti, diademi e treccine” e dai “ragazzini di Riace che scherzano con i loro coetanei dell’Africa e del vicino Oriente”. Il sindaco racconta che la scuola era chiusa per mancanza di alunni. E i funzionari annotano: “Una scuola senza bambini è la conclusione di un mondo, un universo senza futuro”.
Passano in rassegna le case, quelle al centro della critica di altri ispettori anche per l’affitto (300 euro mensili) ritenuto troppo oneroso, e scrivono: “Case vecchie e umili, ma pulite e ordinate, pur nella povertà di mezzi, si scorge sempre una dignità nel modo di vivere e affrontare la vita”. Gli immigrati che le abitano “sono persone che cercano un riscatto e che mantengono l’entusiasmo di poter ricominciare”. Anche sulla moneta virtuale, al centro delle critiche delle altre relazioni, gli ispettori sono chiari: “Si tratta di bonus utilizzabili a Riace, e che, come tutti sanno, non hanno corso legale” altrove. Dopo le altre ispezioni a Riace sono stati sospesi i finanziamenti e ciò, si legge nella relazione conclusiva, “ha comportato difficoltà considerevoli” per l’esistenza stessa del modello di accoglienza.
“La relazione – commenta Mimmo Lucano – conferma tutte le ombre che ho riscontrato in questi mesi. Come mai ci arriva solo dopo che abbiamo fatto richiesta alla Procura di Reggio Calabria? Perché negli incontri a Roma, il prefetto aveva detto che era una relazione che conferma le criticità riscontrate dalle altre relazioni e non è vero? Spero che sia l’inizio di una luce piena su questa vicenda. La Calabria non deve essere una terra condannata all’oscurità. Non mi sono messo a fare business con i migranti. La storia di Riace nasce per costruire un’utopia che qualcuno forse vuole ostacolare”.
Balotelli in visita antirazzista “Grazie a chi accoglie i rifugiati”
Nemmeno il tempo di dire “ciao ragazzi” appena entrato in mensa, che loro lo hanno subito circondato. Chi esultando al nome Mario, chi urlando Balotelli, chi mettendosi le mani nei capelli per la sorpresa di avere lì davanti, pure da toccare, quel campione dalla pelle scura come la loro. La calca era tale che i responsabili del centro di accoglienza Pampuri di Brescia a un certo punto hanno dovuto prendere Balotelli, accompagnarlo in un ufficio e poi organizzare una processione a gruppetti per i selfie di rito.
Al centro vivono in tutto 150 richiedenti asilo, provenienti soprattutto dall’Africa subsahariana, dal Pakistan e dal Bangladesh. Così domenica sera, tra un abbraccio per tutti e una stretta di mano, l’ora e mezza della visita è volata via. E di tempo per i discorsi non ce n’è stato. Ma quello che il giocatore del Nizza non ha detto lì, lo ha scritto qualche ora dopo su Instagram sotto una foto di gruppo: “Lo sport vince contro ogni discriminazione e razzismo. Grazie al Pampuri che accoglie. Persone, volte e storie da conoscere”.
Così il tema dell’immigrazione è finito in evidenza sui siti non perché questo o quel politico avesse fatto la dichiarazione quotidiana su una questione al centro della campagna elettorale. Ma per il post di Super Mario, che ieri sera superava già i 52 mila like. Fossero voti, presi tutti in un botto, farebbero invidia al politico della dichiarazione quotidiana. Invece erano apprezzamenti per il gesto semplice di un campione che il razzismo l’ha spesso subito in campo. Dai cori “non esistono ‘negri’ italiani” ai versi di scimmia, agli “uh uh”. Insulti a cui lui ha spesso reagito, magari mettendosi l’indice davanti alla bocca per zittire gli spalti. Oppure con un post sui social, come un mese fa dopo i cori razzisti dei tifosi del Bastia: “Il calcio è uno sport incredibile, ma queste persone lo rendono orribile. Vergogna davvero!”.
Ha anche la fama di ragazzaccio dalla testa calda, Balotelli. Ma non dirlo a quegli ospiti del centro che fanno parte della squadra di calcio del Pampuri. Sono a metà classifica del campionato del Csi e “non hanno mai rotto la caviglia a nessuno”, ci tiene subito a dire la responsabile dei progetti Francesca Montiglio. A uno come Balo si sono sempre ispirati. Ogni tanto fa dei casini? “Che importa, è un gran giocatore”, fa un passo avanti Dudù, 22 anni del Gambia e fisico da portiere. È il più alto della squadra, ma un compagno nota: “Mario era un bel po’ più alto di lui”. E subito a far vedere gli scatti di domenica, con Balotelli in giubbotto di pelle, collane appese e sempre sorridente fra loro.
I responsabili del centro hanno saputo della visita solo sabato. La famiglia Balotelli vive nel Bresciano, non lontano dal lì. “Qualche tempo fa – racconta Montiglio – sua mamma Silvia, volontaria alla Caritas di Concesio, ha conosciuto la nostra realtà e ci ha detto che le avrebbe fatto piacere portare Mario”. Poi l’altro giorno la telefonata: “Questo week end non gioca a Nizza, veniamo?”. Così sono venuti, insieme a quattro rifugiati che vivono a Concesio. In auto a uno di loro Balotelli ha chiesto il giocatore preferito. “Drogba”, ha risposto e subito s’è ritrovato in mano il cellulare di Mario e in linea niente meno che il campione ivoriano. Poi l’incontro al Pampuri: ha emozionato tutti, non solo la squadra di calcio. Bakaioko è seduto in aula alla lezione di italiano: “Che mito, Balotelli lo conoscevo benissimo anche quando ero ancora in Costa d’Avorio”. E della visita a sorpresa si parla anche all’atelier pieno zeppo di sculture e dipinti fatti dagli ospiti. O mentre ti portano a vedere l’orto da 5 mila metri quadri che coltivano.
In un post cita Marx: Facebook oscura candidato di PaP
Affidare ad un algoritmo la propria policy in materia di censura può avere effetti collaterali imprevisti, anche per un colosso come Facebook. Può anche succedere che un esponente di un partito di sinistra sia tacciato di razzismo e per questo punito con la sospensione. Ieri il profilo social di Maurizio Acerbo, segretario di Rifondazione Comunista candidato con Potere al Popolo, è stato infatti bloccato dopo la comparsa di un post “che non rispetta gli standard della community”. “Rimuoviamo i post – si legge nell’avviso sul profilo di Acerbo – che attaccano le persone in base a razza, etnia, nazionalità, religione, orientamento sessuale, genere o disabilità”. Il motivo? Un messaggio, pubblicato da Acerbo, che cita alcuni passaggi di un vecchio scritto di Karl Marx sull’immigrazione irlandese in Inghilterra. “È incredibile, – commenta Acerbo – il contenuto “incriminato” era di chiarissima ispirazione antirazzista. Il social deve avercela con Potere al Popolo. Non solo ci esclude dalle sue comunicazioni sui programmi, ma impedisce pure a un candidato di pubblicare nell’ultima settimana di campagna elettorale. Immagino che il blocco derivi da segnalazioni di avversari politici. Facebook deve porre rimedio”.