“Sono un vignettista vintage, forse voto Potere al Popolo”

L’odio da sentimento è divenuto mestiere. E si ringhia piuttosto spesso e anche per futili motivi. Nella contumelia ritroviamo lo spirito del tempo. Cosicché far ridere, o soltanto sorridere, pare come un fuor d’opera. Emilio Giannelli è il capo dei vignettisti british, il suo lapis è appuntito ma non avvelenato. Si erge, ogni giorno, a ermeneuta del fatto più rilevante che il Corriere della Sera sceglie per i suoi lettori.

“La vignetta si guasta se si bagna nel rancore. Mi faccio bastare le parole del soggetto da proporre. Sono le sue parole che divengono perfette per la caricatura. Gli faccio la barba col suo stesso pennello”.

Sono nati gli odiatori, nessuno più ha voglia di sorridere.

Vero, siamo divenuti noi satirici un’enclave nella narrazione quotidiana della realtà. Ma sa, la forza dell’abitudine e anche un qualche riscontro di pubblico ancora lo conserviamo.

Giannelli, Altan, Vauro, Ellekappa, Forattini, Disegni. Fare ridere (e fare pensare) è un’esclusiva dell’età matura?

Ha trovato il modo di farmi dire che ho 82 anni e che questo mestiere non l’ho scelto, si è impossessato di me. Come sa lavoravo, felicemente, all’ufficio legale di Monte dei Paschi.

Da buon senese…

Da buon senese. Ed è vero che in qualche modo anche nel mirabile mondo dei dissacratori c’è la tendenza a conservare la seggiola invece che far posto ai giovani talenti. Un po’ siamo noi i colpevoli, mia moglie ancora mi ripete che senza il lapis sarei un uomo finito. Un po’ sono gli editori e i direttori dei giornali. La maturità coincide con la morigeratezza. E poi il nome fa tanto: sposta l’attenzione, nel caso la vignetta provochi casino, dalla testata all’autore. Il fattaccio ipotetico è figlio del tizio che disegna non del giornale che lo ospita. Terzo: i giovanotti dovrebbero avere più forza nel proporsi, più coraggio nell’associarsi ed editare fogli satirici. Lo so che non è semplice, ma un’altra strada non c’è.

Una vignetta di Giannelli odora sempre di Novecento. I suoi personaggi li veste e li fa viaggiare come se si fosse al tempo del boom economico. I meravigliosi anni Sessanta.

Sono vintage. D’altronde l’anagrafe parla chiaro.

È ambidestro.

Con la sinistra uso il lapis, con la destra la china. A ciascuna mano un compito.

Sviluppando il concetto: cerchiobottista.

Allora le dirò con tutta franchezza: la libertà di satira non è senza confini. Viene delimitata dall’editore e dalle scelte che fa la direzione del giornale. Io non ho un mandato assoluto: ogni sera mi chiamano e mi indicano la titolazione nella quale vado a impegnare la matita. Quel fatto è la griglia e di quel fatto la mia illustrazione deve avere una qualche coerenza con lo spirito del giornale sul quale lavoro.

Il “Corriere” è prudente.

Mi capita a volte di inviare due vignette e di segnalare quella che mi pare più bella. Ritrovo l’altra, che io avrei scartato.

Giannelli è l’istituzione, è il capo del partito del lapis garbato.

Non serve essere greve.

Come s’è comportato con la Boschi?

Ah, lì anch’io sono stato preso di mira perché le feci dire: da ministra delle Riforme a ministra delle forme.

Sessista!

Sta divendendo un’ossessione oramai. È un’accusa che si lancia a ogni ora del giorno.

La sua matita è d’oro. Montanelli le offrì quattrocento milioni l’anno per disegnare sul suo “Giornale” a giorni alterni.

Vero, mi offrì un sacco di soldi.

Non che se la passi male al “Corriere”.

Me la passavo meglio prima. Da qualche tempo la mia paga ha subìto una decisa decurtazione.

Cairo è un democratico: usa la forbice con tutti. Papa Benedetto invece è un suo fan.

Così ho letto, non so. In verità ho conosciuto solo Giovanni XXIII e papa Wojtyla. Incontrai quest’ultimo perché ero segretario della deputazione di Montepaschi e avevamo appena staccato un assegno di 500 milioni di lire per la Chiesa. L’arcivescovo di Siena volle che gli consegnassimo di persona la provvista. La scena fu un po’ straziante: il Papa era reduce da un infortunio fisico piuttosto serio e non sembrava davvero in forma. L’arcivescovo ci annunciò così: Santità, le presento i rappresentanti del Sacro Monte. Il poveretto non capì nulla e non reagì.

Le è piaciuto fare il dirigente di banca?

Tantissimo.

Adesso il Montepaschi è finito.

Lasci stare, la ferita ancora sanguina.

Ce l’ha a morte col Pd.

Devo dirle di sì.

E anche Renzi non le sta simpatico.

Vero.

Domenica però si vota.

Il Pd no, questo è certo.

Lei ha sempre scelto la sinistra.

Assolutamente.

Quindi Liberi e Uguali?

Temo che questo partito sia in realtà un’unione di personalismi.

Sulla scheda resta Potere al Popolo. È troppo per un signore morigerato come lei?

Le confesso che l’idea mi stuzzica perché assolve a tre cose. Primo: adempio al mio diritto di voto. Secondo: scelgo un movimento ininfluente da un punto di vista elettorale. Terzo: il mio voto non sarà perduto tra le bianche, ma politicamente colorato. Un modo per restare fuori dal giro ma farsi notare.

Appello anti-Recalcati “La psicologia non va usata per insultare”

La vicendanon è nuova, nel senso che era già successo che Massimo Recalcati, psicanalista che ha regalato al renzismo qualche parola d’ordine e più di un edorsement pubblico, facesse irritare un pezzo dei suoi colleghi per la disinvoltura con cui usa la sua scienza a maggior gloria del segretario Pd. Allievo di Lacan, Recalcati si è attirato la disapprovazione, per così dire, dei suoi “compagni di corrente”, che l’hanno pubblicamente bacchettato. Stavolta la pietra dello scandalo è un articolo pubblicato su Repubblica la settimana scorsa. Titolo: Berlusconi e Di Maio sul lettino, in cui si esercita sul “ritorno spettrale del berlusconismo” come “residuo (immortale?) del mondo della pubblicità” o sul grillismo “afflitto da una patologia bipolare sempre più evidente”. Stavolta la disapprovazione dei colleghi ha preso la forma di un appello pubblico – firmato finora da una cinquantina di psicologi e psicoterapeuti – che stigmatizza “la pericolosa deriva” di chi usa il “lessico scientifico, diagnostico, che in genere utilizziamo per aiutare chi non sta bene, al posto di un insulto o di una critica personale o politica”.

Il fratello di Vassallo: “Renzi, sei come Ponzio Pilato”

“Angelo Vassallo fu ucciso nel 2010 con la tessera del Pd in tasca, ma lei, Renzi, lo ha volutamente dimenticato”. E quindi Renzi, il Guardasigilli Andrea Orlando e il ministro dell’Interno Marco Minniti sono stati “assenti ingiustificati” e rischiano di comportarsi come “Pilato” per non aver partecipato alla marcia in memoria di Angelo Vassallo, che si è svolta il 10 febbraio nei luoghi dove avvenne l’omicidio del sindaco di Pollica ed alla quale hanno partecipato quasi mille persone per chiedere che restino aperte le indagini. Lo scrive Dario Vassallo, fratello della vittima e presidente della Fondazione “Angelo Vassallo sindaco pescatore”, in una lettera aperta inviata ieri pomeriggio ai vertici dei Nazareno che segna l’ennesima rottura tra la famiglia Vassallo e il Pd.

La lettera infatti arriva poche settimane dopo le parole del figlio di Angelo, Antonio Vassallo, che in polemica con la candidatura dem di Franco Alfieri – il capo staff del Governatore della Campania Vincenzo De Luca, ma soprattutto l’uomo che ignorò le denunce del sindaco di Pollica sulle strade fantasma del Cilento – chiese a tutti i circoli Pd intitolati al padre di “cambiare cortesemente la denominazione”.

Lo scontro è durissimo, amplificato dall’imminente appuntamento elettorale. L’incrocio di date e le scelte politiche ha gettato litri di benzina sul fuoco: le candidature dem si sono accavallate con la scadenza dei termini delle indagini sull’assassinio e la Procura di Salerno sta per chiedere l’archiviazione dell’unico indagato noto, il ‘brasiliano’ Bruno Humberto Damiani.

Ferite che non cicatrizzano, ferite che si riaprono. Alfieri candidato e nessun colpevole per l’omicidio di Vassallo nel silenzio del partito di entrambi. Vassallo era il sindaco di Pollica, una piccola comunità salita in cima alle classifiche della qualità della vita, Alfieri era il sindaco di Agropoli eletto con percentuali altissime, quello “delle clientele come Cristo comanda” (copyright di De Luca, registrato di nascosto).

Così sabato scorso Dario Vassallo ha convocato una conferenza stampa a Roma per tornare sulla vicenda delle denunce di Angelo Vassallo ad Alfieri, all’epoca il primo era consigliere provinciale ed il secondo assessore provinciale di Salerno. Angelo Vassallo scrisse ad Alfieri nove lettere tra il dicembre 2008 e il settembre 2009 per segnalare che c’erano diverse strade di competenza provinciale i cui lavori non andavano mai avanti ma che venivano pagate lo stesso. Missive poi finite in un’inchiesta della Procura salernitana chiamata “Ghost Roads” per la quale Alfieri non fu indagato, ma che mise nei guai gli imprenditori che ottennero gli appalti e le liquidazioni. “Quelle lettere non mi sono mai arrivate, l’ho detto anche ai magistrati. Del resto, se le avessi lette senza poi fare niente, sarei stato indagato per omissione d’atti d’ufficio” ha replicato Alfieri sul Corriere della Sera. “Allora ha bisogno di un oculista” dicono i Vassallo.

L’ultima possibilità per fare pace col Pd si è persa il 10 febbraio. Sono venuti sindaci, amministratori e politici di ogni colore e di ogni parte d’Italia. Ma del Pd non c’era quasi nessuno. Nessuno di quelli che contano davvero. “Renzi, Orlando, Minniti – scrive Dario – avete perso l’occasione di conoscere nostra madre di 91 anni. La sua presenza è stata notata da tutti. Come la vostra assenza. Ed ognuno ha tratto le proprie conclusioni”.

È inutile criticare il Salvini col Vangelo. Tanto chi gli crede?

C’è qualcosa di ancora più comico di Matteo Salvini che con una mano brandisce il Vangelo e con l’altra sventola un rosario sul palco leghista di Milano. Sono coloro che sui giornali, a vario titolo, manifestano disapprovazione, dissenso, disgusto, ignari o inconsapevoli che, piaccia o meno il mood dominante nel mondo (non solo elettorale) in cui viviamo è il disincanto. Termine che ha lo stesso prefisso dis, ma è molto più autentico e soprattutto divertente.

Fu Corrado Guzzanti, nella irresistibile parodia di Fausto Bertinotti (quello che faceva cadere il governo Prodi per fargli gli scherzi) tra i primi a capire che l’unica possibile rappresentazione di una politica in forte crisi di credibilità era il superamento satirico della illusione della politica come una cosa seria. Che, intendiamoci, seria dovrebbe essere visto che da essa dipendono la sorti della democrazia e dunque i nostri destini. Ma che oggi l’autopromozione elettorale, emulsionata dalla centrifuga social riduce spesso a puro intrattenimento spassoso. Ovvero: vediamo cosa s’inventano questi venditori di pentole per venderci le loro pentole.

Quando, per dire, il personaggio Vanna Marchi diventa più importante dei suoi filtri magici anche il repertorio dei Matteo Vanna Marchi deve adeguarsi sparandola sempre più grossa. Uno che vuole risolvere i problemi del fisco tassando le prestazioni delle puttane e che (insieme all’altro esperto Onu Berlusconi) pretende che 600mila immigrati irregolari vengano qui e subito restituiti ai paesi d’origine, l’altro giorno si è venduto l’imminente ascesa – praticamente cosa fatta – a palazzo Chigi.

Sentendosi probabilmente Napoleone ha pensato che, in assenza del Papa poteva intanto autoincoronarsi: infatti posteggiata la ruspa si è portato avanti col lavoro armeggiando con un rosario. Più che abuso delle radici cristiane un normale delirio di onnipotenza. Se in alcuni casi ci vorrebbe un medico, in altri uno s’interroga sulle fervide menti pagate (si presume profumatamente) per mandare in vacca l’immagine dei propri clienti.

Per esempio, i manifesti con lo slogan: “Prima gli Italiani”, che gli esperti di Matteo Bonaparte hanno popolato di modelli biondi e con gli occhi azzurri: tutti, dispiace per i suprematisti padani, di pura razza ceca e slovacca. Oppure lo strepitoso spot dell’elettore deluso dal Pd (“io non lo voto più”) angariato in auto dalla fervente famigliola Pd quando dal nulla spunta lui, il Matteo di Rignano in bici che con la boccuccia suadente gli sussurra: “pensaci dai” (e chissà se il babbo lo prenderà alla lettera scaricando i cari molestatori in un fosso).

Poi c’è chi preferisce il fai da te, come la sindaca Raggi che ha pensato bene di presenziare alla conferenza del clima nell’assolato Messico proprio mentre Roma è ricoperta di neve. Certo, se anche fosse rimasta in Campidoglio non sarebbe cambiato molto in una città da sempre impreparata alle intemperie, ma l’opportunità era troppo ghiotta perché su giornali e telegiornali non apparisse il titolo (che si porta sempre come il grigio): “Caos Cinque Stelle”. A sentire i sondaggisti, niente paura: a una settimana dal voto chi doveva scegliere ha scelto e quanto agli indecisi non si faranno certo condizionare da uno spot più o meno idiota. Con buona pace del ridanciano Bertinotti di Guzzanti che invitava a scegliere “più che l’usato utile il voto dilettevole”.

“B. pagava la mafia di Bontate, poi doppia tariffa a Totò Riina”

Mafia e riciclaggio. Nel luglio del 1995, in seguito alle accuse di alcuni collaboratori di giustizia tra cui Salvatore Cancemi e Francesco Di Carlo, la Procura di Palermo iscrive Silvio Berlusconi nel registro degli indagati per concorso esterno in associazione mafiosa e riciclaggio di denaro sporco insieme a Marcello Dell’Utri. Poi nel 1996 chiede il rinvio a giudizio di Dell’Utri per concorso esterno e l’archiviazione di Berlusconi. Nel 1997 il gip Gioacchino Scaduto manda a processo Dell’Utri e archivia Berlusconi: “Pur essendo emersi ad oggi diversi elementi che sembrano sostenere l’ipotesi accusatoria, la palese incompletezza delle indagini non consente di valutarne appieno il valore indiziario”. E questo perché i pm non hanno avuto tempo sufficiente per riscontrare gli “elementi indiziari contenuti nell’enorme mole di materiale raccolto”.

Il patto e i soldi alla mafia. Nel 2004 il Tribunale di Palermo condanna Dell’Utri a 9 anni per concorso esterno. Nelle motivazioni, i giudici scrivono che il suo stabile sostegno a Cosa Nostra iniziò nel 1973-74 e durò fino almeno al 1996. Non solo: il gruppo Berlusconi ha ricevuto finanziamenti “non trasparenti” a cavallo fra gli anni 70 e 80. E ha versato “per diversi anni somme di denaro nelle casse di Cosa Nostra”. Dell’Utri, infatti, “anziché astenersi dal trattare con la mafia (…), ha scelto, nella piena consapevolezza di tutte le possibili conseguenze, di mediare tra gli interessi di Cosa Nostra e gli interessi imprenditoriali di Berlusconi (un industriale… disposto a pagare pur di stare tranquillo)”. Quando poi, nel 1993, la Fininvest si tramutò in Forza Italia, il capo di Cosa Nostra Bernardo Provenzano “ottenne garanzie” che lo convinsero a “votare e far votare per Forza Italia”, con cui aveva “agganci” anche il boss stragista Leoluca Bagarella. Garanzie fornite da Dell’Utri, che ha avuto “per un trentennio contatti diretti e personali” con boss del calibro di Stefano Bontate e Girolamo “Mimmo” Teresi, oltre al “fattore” Vittorio Mangano, assunto ad Arcore nel 1974 “pur conoscendone lo spessore delinquenziale, e anzi proprio per tale sua ‘qualità’, con l’avallo compiaciuto di Bontate e Teresi”.

Da tre decenni Dell’Utri svolge – sempre secondo il Tribunale – una “attività di costante mediazione tra il sodalizio criminoso più pericoloso e sanguinario del mondo e gli ambienti imprenditoriali e finanziari milanesi, in particolare la Fininvest”, nonchè una “funzione di ‘garanzia’ nei confronti di Berlusconi”. Nei “momenti di crisi tra Cosa Nostra e la Fininvest” Dell’Utri fa da mediatore, “ottenendo favori” dalla mafia e “promettendo appoggio politico e giudiziario”. Tutte condotte “pienamente e inconfutabilmente provate da fatti, testimonianze, intercettazioni”. I rapporti fra Dell’Utri e Cosa Nostra “sopravvivono alle stragi del 1992-93, quando i tradizionali referenti, non più affidabili, venivano raggiunti dalla ‘vendetta’ di Cosa Nostra, e ciò nonostante il mutare della coscienza sociale di fronte al fenomeno mafioso nel suo complesso”. Esistono “prove certe della compromissione mafiosa dell’imputato Dell’Utri anche relativamente alla sua stagione politica”. Sempre secondo i giudici, Forza Italia nasce nel 1993 da un’idea di Dell’Utri, il quale “non ha potuto negare” che ancora nel novembre ’93 incontrava Mangano a Milano, come risulta dalle sue agende, mentre era “in corso l’organizzazione del partito Forza Italia e Cosa Nostra preparava il cambio di rotta verso la nascente forza politica”. Dell’Utri incontrava Mangano nel 1993-94 per promettere “alla mafia precisi vantaggi politici e la mafia si era vieppiù orientata a votare Forza Italia”.

Quanto all’origine delle fortune di Berlusconi, il Tribunale condivide i sospetti della Procura: “La scarsa trasparenza o l’anomalia di molte operazioni Fininvest negli anni 1975-84 non hanno trovato smentita dal consulente della difesa Dell’Utri; non è stato possibile risalire […] all’origine, qualunque essa fosse, lecita o illecita, dei flussi di denaro investiti nella creazione delle holding Fininvest. E allora le ‘indicazioni’ dei collaboranti e del Rapisarda [sul riciclaggio di denaro mafioso] non possono ritenersi del tutto ‘incompatibili’ con l’esito degli accertamenti svolti”. Poteva chiarire tutto Berlusconi, quando fu sentito dai giudici nel 2002. Ma “si è avvalso della facoltà di non rendere interrogatorio” e così “si è lasciato sfuggire l’imperdibile occasione di fare personalmente, pubblicamente e definitivamente chiarezza sulla delicata tematica, incidente sulla correttezza e trasparenza del suo precedente operato di imprenditore che solo lui, meglio di qualunque consulente o testimone, avrebbe potuto illustrare. Invece, ha scelto il silenzio”.

Lo dice la Cassazione. Nel 2010, la Corte d’appello condanna Dell’Utri a 7 anni, limitando il concorso esterno fino al 1992. Nel 2012 la Cassazione annulla con rinvio la sentenza d’appello, ma solo per un difetto di motivazione sul triennio 1978-80, quando Dell’Utri lasciò Arcore per andare a lavorare con il finanziere Filippo Alberto Rapisarda, altro siciliano amico dei boss. Nel 2013 nuova condanna in appello a 7 anni, stavolta confermata dalla Cassazione nel 2014, con motivazioni durissime non solo per l’imputato, ma anche per Berlusconi, citato per ben 137 volte in 74 pagine. I supremi giudici spiegano Dell’Utri ha “favorito e determinato… la conclusione di un accordo di reciproco interesse tra i boss mafiosi… e l’imprenditore amico Silvio Berlusconi. Grazie all’opera di intermediazione svolta da Dell’Utri, veniva raggiunto un accordo che prevedeva la corresponsione, da parte di Silvio Berlusconi, di rilevanti somme di denaro in cambio della protezione a lui accordata da parte di Cosa Nostra palermitana. Tale accordo era fonte di reciproco vantaggio per le parti…: per Silvio Berlusconi consisteva nella protezione complessiva sia sul versante personale che su quello economico; per la consorteria mafiosa si traduceva nel conseguimento di rilevanti profitti di natura patrimoniale”. Quindi Berlusconi pagava regolarmente Cosa Nostra senza subire minacce (altro che “vittima”): “Tale patto non era preceduto da azioni intimidatorie di Cosa Nostra palermitana in danno di Silvio Berlusconi e costituiva piuttosto l’espressione di una certa, espressa propensione… a monetizzare, per quanto possibile, il rischio cui era esposto”.

Il patto Berlusconi-Cosa Nostra viene siglato in un summit a Milano: “Tra il 16 e il 29 maggio 1974 si svolgeva a Milano un incontro cui prendevano parte Dell’Utri, Berlusconi, Gaetano Cinà (legato alla famiglia mafiosa di Malaspina), Stefano Bontade (capo della famiglia mafiosa di S. Maria del Gesù ed esponente, fino a poco tempo prima, insieme con Gaetano Badalamenti e Luciano Liggio, del “triumvirato”, massimo organo di vertice di Cosa Nostra), Girolamo Teresi (sottocapo della famiglia mafiosa di S. Maria del Gesù), Francesco Di Carlo (della famiglia mafiosa di Altofonte). In tale occasione veniva concluso l’accordo di reciproco interesse, tra Cosa Nostra, rappresentata dai boss mafiosi Bontade e Teresi, e l’imprenditore Berlusconi, realizzato grazie alla mediazione di Dell’Utri”.

E i risultati non tardano ad arrivare: “L’assunzione di Mangano (all’epoca affiliato alla famiglia mafiosa di Porta Nuova…) ad Arcore, nel maggio-giugno del 1974, costituiva l’espressione dell’accordo concluso… tra gli esponenti palermitani di Cosa Nostra e Silvio Berlusconi ed era funzionale a garantire un presidio mafioso all’interno della villa di quest’ultimo”. Infatti, “in cambio della protezione assicurata Berlusconi aveva iniziato a corrispondere, a partire dal 1974, agli esponenti di Cosa Nostra palermitana, per il tramite di Dell’Utri, cospicue somme di denaro”.

La Cassazione conferma poi “il perdurante rapporto di Dell’Utri con l’associazione mafiosa anche nel periodo in cui lavorava per Rapisarda e la sua costante proiezione verso gli interessi dell’amico imprenditore Berlusconi”. Lo dimostra “l’incontro, nei primi mesi del 1980, a Parigi, tra l’imputato, Bontade e Teresi, nel corso del quale Dell’Utri chiedeva ai due esponenti mafiosi 20 miliardi di lire per l’acquisto di film per Canale 5”. Ma anche “la partecipazione di Dell’Utri, nel 1979… a una cena nella villa di Stefano Bontade, cui aveva preso parte una ventina di persone, tra cui Di Carlo, Bontade, Teresi”. E “la richiesta, rivolta da Dell’Utri a Cinà, di occuparsi della ‘messa a posto’ per l’installazione delle antenne televisive, questione poi risolta da Bontade e Teresi… Tale episodio, da mettere in correlazione con l’interesse del gruppo Fininvest nel settore delle emittenti private… dimostrava la continuità dei rapporti intrattenuti da Dell’Utri con Cinà e il suo ruolo di mediatore, pur nel periodo in cui non operava alle dipendenze di Berlusconi”. Infatti “i pagamenti di Berlusconi in favore di Cosa Nostra… erano proseguiti senza soluzione di continuità e, dopo la scomparsa di Bontade e Teresi nel 1981, erano stati effettuati ai fratelli Giovan Battista e Ignazio Pullarà, divenuti reggenti del mandamento di S. Maria del Gesù..”. Tutte prove della “ininterrotta prosecuzione dei versamenti di denaro da Berlusconi a Cosa Nostra… sino al 1992”.

B. raddoppia con Riina. “La sistematicità nell’erogazione delle cospicue somme di denaro dall’imputato a Cinà, indicative della ferma volontà di Berlusconi di dare attuazione al suddetto accordo, al di là dei mutamenti degli assetti di vertice di Cosa Nostra” conveniva a “entrambe le parti: l’associazione mafiosa che da esso traeva un costante canale di significativo arricchimento; l’imprenditore Berlusconi, interessato a preservare la sua sfera di sicurezza personale ed economica”. Siccome poi i fratelli Pullarà non si accontentavano e “tartassavano” Berlusconi per avere ancora di più, Dell’Utri avanzò le sue “rimostranze” e “la sostituzione dei fratelli Pullarà con Cinà” fu “disposta da Salvatore Riina per restituire serenità al rapporto tra le due parti e consentire la prosecuzione dei pagamenti”. Dopodiché il Capo dei Capi elaborò una “strategia per ottenere somme maggiori”. La risposta fu “la piena disponibilità” dell’“imprenditore Berlusconi a corrispondere i nuovi importi”. Cioè al “raddoppio delle somme richieste a Berlusconi, tramite Dell’Utri, da parte dell’associazione mafiosa capeggiata da Riina”. Così “l’imputato, assicurando un costante canale di collegamento tra i partecipi del patto di protezione stipulato nel 1974, protrattosi da allora senza interruzioni, e garantendo la continuità dei pagamenti di Silvio Berlusconi in favore degli esponenti dell’associazione mafiosa in cambio della complessiva protezione da questa accordata all’imprenditore, ha consapevolmente e volontariamente fornito un contributo causale determinante… alla conservazione del sodalizio mafioso e alla realizzazione, almeno parziale, del suo programma criminoso, volto alla sistematica acquisizione di proventi economici ai fini della sua stessa operatività, del suo rafforzamento e della sua espansione”.

Le stragi del 1992-93. A metà degli anni 90 Berlusconi e Dell’Utri vengono indagati a Firenze e Caltanissetta come “mandanti a volto coperto” delle stragi del 1992 (Capaci e via D’Amelio) e del ’93 (Milano, Firenze, Roma). Ma le due indagini vengono archiviate per scadenza dei termini.

A Firenze, nel 1998, il gip Giuseppe Soresina, che archivia, evidenzia che Berlusconi e Dell’Utri hanno “intrattenuto rapporti non meramente episodici con i soggetti criminali cui è riferibile il programma stragista realizzato… Una obiettiva convergenza degli interessi politici di Cosa nostra rispetto ad alcune qualificate linee programmatiche della nuova formazione [Forza Italia, ndr]: articolo 41 bis, legislazione sui collaboratori di giustizia, recupero del garantismo processuale asseritamente trascurato dalla legislazione dei primi anni 90”. Così “l’ipotesi iniziale [il coinvolgimento di Berlusconi e Dell’Utri nelle stragi, ndr] ha mantenuto e semmai incrementato la sua plausibilità”. Ma è scaduto “il termine massimo delle indagini”.

A Caltanissetta, nel 2002, il gip Giovanbattista Tona archivia anche il procedimento su Berlusconi e Dell’Utri per Capaci e via D’Amelio. Ma con motivazioni molto pesanti: i due indagati avevano “rapporti d’affari con soggetti legati all’organizzazione Cosa Nostra”, talmente consolidati da “legittimare agli occhi degli ‘uomini d’onore’ l’idea che Berlusconi e Dell’Utri potessero divenire interlocutori privilegiati di Cosa Nostra”. Quei rapporti “costituiscono dati oggettivi” e ”rendono quantomeno non del tutto implausibili né peregrine le ricostruzioni offerte dai diversi collaboratori di giustizia” su Berlusconi e Dell’Utri “considerati facilmente contattabili dal gruppo criminale”.

Nell’estate 2017 la Procura di Firenze chiede e ottiene dal Gup la riapertura del fascicolo su Berlusconi e Dell’Utri per le stragi del 1993. Il fatto nuovo sono le clamorose conversazioni del boss Giuseppe Graviano, intercettato col compagno di socialità Umberto Adinolfi nel carcere di Ascoli. Graviano, che sconta vari ergastoli per le stragi, parla più volte proprio di Berlusconi a proposito di via d’Amelio e dell’attacco mafioso allo Stato nel 1992-94: “Berlusca mi ha chiesto questa cortesia… per questo c’è stata l’urgenza…. Ero convinto che Berlusconi vinceva le elezioni … in Sicilia… Novantadue… lui voleva scendere… però in quel periodo c’erano i vecchi e lui mi ha detto: ci vorrebbe una bella cosa…”.

Bonino (per ora) smentisce: “Noi mai con l’ex Cavaliere”

Siamo ancora in campagna elettorale e dunque il +Europa di Emma Bonino, che corre nella coalizione di centro-sinistra a guida Pd, dice che non ci sarà mai un’alleanza con Silvio Berlusconi. Anche se gran parte del personale politico dei Radicali della Bonino è da sempre nell’orbita dell’ex Cavaliere e del centro-destra. Bonino ha smentito i retroscena che la indicano come prossimo presidente del Consiglio da larghe intese scelta proprio da Berlusconi: “Siamo passati dai retroscena giornalistici alla pura fantascienza. Non ne so nulla, né ho voglia di partecipare a questo gioco. Questa cosa non esiste. Piuttosto convinciamo gli italiani indecisi”, ha detto l’ex ministro degli Esteri a Circo Massimo su Radio Capital. A Un giorno da pecora su Radio1, Riccardo Magi – segretario dei Radicali italiani e candidato alla Camera all’uninominale col centrosinistra – ha ribadito il concetto: “Noi non andremo mai al governo con Berlusconi e mai coi razzisti, i nazionalisti e gli xenofobi. Mai con la Lega, e non col Movimento Cinque Stelle”.

“I soldi per i poveri usati per pagare lo show di Jo Squillo”

Il cachetdi Jo Squillo e di altri artisti che si sono esibiti alla “Festa del riso” di Trecate (Novara) sarebbero stati pagati dal Comune con i soldi destinati all’acquisto di 500 pacchi alimentari per le famiglie povere. La denuncia è partita dal Pd locale, che da settimane ha segnalato pubblicamente la vicenda chiedendo al sindaco Federico Binatti, eletto con il centrodestra, di istituire una commissione d’inchiesta per fare luce sull’utilizzo di circa 12 mila di euro. Soldi che dovevano servire a pagare i pacchi per le famiglie in difficoltà e invece sarebbero stati usati per i compensi di Jo Squillo, di Johnson Righeira e Papa Winnie, tutti e tre “star” della manifestazione del 23 e 24 settembre scorsi. La show girl si indigna e se la prende con la categoria sbagliata: “Con la vicenda di Trecate non centro nulla, tutti conoscono il mio impegno e sanno che lavorare per il sociale è una mia priorità da sempre”. “Tutto mi sarei aspettata nella vita fuorché una cosa del genere, associare il mio nome a una vicenda del genere – prosegue Squillo – è l’operazione più meschina e vergognosa che dei giornalisti possano fare”, peccato che il suo nome è stato fatto dal Pd.

Il sindaco di Bagheria rischia il processo: si autosospende dai 5Stelle

La procuradi Termini Imerese ha chiesto il rinvio a giudizio per il sindaco di Bagheria (Palermo), Patrizio Cinque, del Movimento 5 Stelle. Cinque è accusato di turbativa d’asta, falso, abuso d’ufficio, rivelazione di segreto d’ufficio e omissione di atti d’ufficio. Il giovane sindaco grillino, che nel frattempo si è autosospeso dal movimento, è indagato nell’ambito di un’inchiesta sull’affidamento del servizio dei rifiuti, sulla gestione del palasport e sull’abusivismo edilizio che coinvolge altre 22 persone, fra cui il vicesindaco Fabio Atanasio, l’ex commissario della Provincia di Palermo Manlio Munafò, imprenditori e dipendenti comunali. Nel settembre scorso, i carabinieri, su disposizione del giudice per le indagini preliminari del tribunale termitano, Michele Guarnotta, avevano notificato la misura cautelare dell’obbligo di firma, disposizione poi annullata. Cinque ha sempre respinto ogni accusa. Claudia Mannino, deputata ex M5s attacca: “Ricordo che Cinque è colui che, con un’eleganza che fa capire di che personaggio si tratti, mi ha etichettato come ‘minchiona‘ poiché con la mia attività parlamentare già nel 2014 ho fatto inasprire le sanzioni contro i proprietari degli immobili abusivi con ordinanza di demolizione inevasa. Per questo insulto ancora aspetto la solidarietà del “capo politico” e dei parlamentari M5S, mai pervenuta, che invece hanno difeso e supportato il sindaco”.

M5S, “assolta” la candidata L’Abbate. Niente elette nella squadra di governo

“Se volete scoprire se nel 1971 avete preso una multa, candidatevi con il M5S e state certi che nel giro di qualche settimana si saprà tutto”. Su Facebook Luigi Di Maio la butta sul sarcasmo, di fronte alla processione di candidati che ha dovuto ripudiare in pochi giorni: dai quattro massoni a Salvatore Caiata, il patron del Potenza indagato, fino ad Antonio Tasso, cacciato per una vecchia condanna, poi prescritta.

Ma Di Maio ce l’ha con l’informazione, e in particolare “coi tg che aprono” con questi casi. Però la saga continua, anche se questa volta il Movimento si è arrangiato. Ossia ha “assolto” Patty L’Abbate, candidata per il Senato nel collegio di Monopoli e Brindisi. Nel 2012 L’Abbate si era presentata alle Comunali di Castellana Grotte (Bari) con Io Sud – Pli, il partito dell’ex ministro Adriana Poli Bortone (circostanza che lei ha negato a lungo). Eppure il regolamento del M5S prevede il divieto di candidarsi nelle sue liste per chiunque si sia anche solamente presentato a elezioni con forze politiche diverse dal M5S “a far data dal 4 ottobre 2009”, ossia dalla fondazione del Movimento. L’Abbate era candidata con la civica Insieme per Castellana, collegata a Io Sud. E il M5S para il colpo così: “La candidatura di L’Abbate è conforme al regolamento: quella precedente ci è stata comunicata e riguarda una lista civica, che non era in concorrenza con il M5S”. Vero in parte, perché nei risultati elettorali del 2012 L’Abbate compariva in lista per Io Sud. E poi c’è disparità con l’ammiraglio Rinaldo Verì, presentato tra i candidati negli uninominali, poi rimosso perché eletto in Abruzzo per una lista civica collegata al Pd. Intanto si discute della squadra dei ministri, che Di Maio presenterà giovedì. Il Corriere della Sera ha rivelato che per il ministero dello Sport è stato contattato il giornalista Guido Bagatta, presidente della Mens Sana Basket di Siena. Ma dal M5S dicono che non è nella lista.

L’Adnkronos invece fa due nomi: il chirurgo Pierpaolo Sileri (già candidato nell’uninominale) alla Salute e l’economista Andrea Roventini allo Sviluppo economico. E i sussurri da dentro dicono che tra i ministri potrebbe esserci Roventini, professore associato alla scuola universitaria di Siena, già visto in convegni del Movimento. La certezza è che tra le donne in ruoli apicali (Interno, Esteri e Difesa) non ci sono parlamentari uscenti, assenti in squadra. Dove gli eletti saranno un’esigua minoranza.

“B. è in confusione. E nessuno ne parla”

Gavin Jones è corrispondente di Reuters a Roma dal 1995. Segue la politica italiana dall’anno dopo la prima campagna elettorale di Silvio Berlusconi. Osserva da vicino l’ex Cavaliere da 23 stagioni. E i suoi cambiamenti: “In un’intervista di alcune settimane fa – annota Jones – gli ho sentito dire diverse frasi che mi hanno colpito: sembrava in uno stato di confusione evidente. Magari è normale per un uomo di 81 anni. Ma mi lascia perplesso che nessuno ne parli”.

In uno degli ultimi discorsi pubblici Berlusconi si è vantato di aver alzato le pensioni a “mille lire al mese”. La sua “fatica” è solo folklore o è un argomento politico?

Non solo confonde euro e lire, ma dimentica quasi sempre i miliardi quando parla del Pil o del debito pubblico. Mi ha colpito una frase in particolare: ha detto che quando era al governo ha abolito 411mila leggi. Non è un lapsus: è una cifra precisa. Un numero assurdo, senza alcun fondamento.

I media sottovalutano la confusione di Berlusconi?

Da osservatore esterno, mi sembra strano che non se ne parli affatto. Quasi come se tutti facessero finta di non vederlo, come nella fiaba “I vestiti dell’imperatore”: nessuno dice che il monarca è nudo, solo un bambino. Ma c’è una rimozione – e lo dico di nuovo da giornalista straniero – ancora più impressionante.

Quale?

Mi sembra che Berlusconi sia trattato con straordinario rispetto. Quasi con reverenza. Quando è intervistato, non vengono mai citati i suoi problemi: la condanna, il conflitto di interessi, i processi ancora in corso. Sono temi che la stampa estera ha enfatizzato molto. Qui non esistono. In Inghilterra sarebbe inconcepibile che in tutta la campagna elettorale non sia mai citato il fatto che un leader politico sia a processo per corruzione dei testimoni.

L’Italia sembra sotto anestesia. Non trova che queste elezioni siano tra le meno attese che le sia capitato di raccontare?

Trovo che sia stata una campagna spenta, quasi artificiale, finta. Probabilmente perché c’è l’idea di fondo che non vincerà nessuno e troveranno un accordo dopo il voto. Non ci sono idee originali per animare la campagna e non ci sono nemmeno soldi: i partiti sono in rosso. La campagna elettorale si fa tutta in televisione e pochissimo in piazza, ma poi neanche in tv ci sono duelli tra i leader. L’unico che avrebbe interesse a farli è Renzi, ma gli altri si negano, non vogliono riaccreditarlo.

Ricapitolando: B. è un capo politico anziano, poco lucido, senza più guizzi e idee. Com’è possibile che abbia ancora un ruolo centrale, di chi è la colpa (o il merito)?

La mia impressione è che nessuno abbia mai voluto dargli il colpo di grazia, né a sinistra né a destra. Renzi ha disegnato la legge elettorale insieme a lui, danneggiando i 5Stelle. Nel centrodestra nessuno ha mai provato a rimpiazzarlo. Berlusconi non è nemmeno più così popolare, ormai. Guardi i numeri. Forza Italia potrebbe prendere il 16%, con un’affluenza attorno al 70%. Dunque il 10% dell’elettorato. Questo significa che 9 italiani su 10 non votano Berlusconi. Eppure è ancora lì, a capo dello schieramento che potrebbe vincere le elezioni.